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Camera con vista sul futuro

di Paolo Repetto, 9 aprile 2020

Da un mese e mezzo vivo confinato in un terrazzino al settimo piano. Fortunatamente è orientato a sud, e aggetta su un fazzoletto triangolare di verde, al di là del quale corre un ampio viale e si allarga poi una distesa periferica di costruzioni basse. Non mi è quindi impedita la vista in lontananza, a centottanta gradi, dei profili dell’Appennino retrostante Genova: del Tobbio, delle alture della Val Borbera e di quelle della valle dell’Orba. Consolazione magra, ma di questi tempi ci si aggrappa a tutto.

Più che all’orizzonte, però, anche per non rinfocolare troppo la nostalgia, quando alzo la testa dai libri guardo in questi giorni di sotto, in cerca di forme di vita che si muovano tra lo spalto e il rettilineo di via Testore e mi rassicurino che non è esplosa una bomba al neutrino. La via appare sgombra e inutilmente scorrevole, mentre di norma è intasata da auto in doppia fila, ed è vuoto e silenzioso anche il marciapiede sul quale estate e inverno sostano e schiamazzano gli avventori del bar (e proprietari delle auto in doppia fila), tutti rigorosamente col bicchiere in mano. Solo negli orari consentiti dal decreto c’è una piccola e compostissima fila davanti al minimarket d’angolo.

Quando riguadagno l’interno cerco di rimpicciolirmi il più possibile e di muovermi come un astronauta, lento e levitante. La condizione di quarantena impone naturalmente di trovare linee nuove di compromesso con lo spazio in cui vivi e con chi lo condivide con te. Tre persone per ventiquattro ore al giorno per cinquanta giorni sono più di tremilacinquecento persone, anche al netto delle uscite per i rifornimenti o per le mie mezz’ore quotidiane d’aria attorno all’isolato: uno sproposito, per ottanta metri quadri. A breve saranno a rischio di crollo i palazzi più ancora che i viadotti – anche se questi ultimi, pur sgravati del traffico, continuano allegramente ad afflosciarsi,). Diventa un’arte lo scansarsi.

Non solo: il “distanziamento sociale” induce a cercare nella televisione un surrogato di quel contatto con l’esterno che è venuto drammaticamente a mancare. Ti riduci, non fosse altro per l’aggiornamento sulle perdite giornaliere e sul progredire del contagio, a sedere davanti alla televisione, e stenti poi a rialzarti, perché in effetti non hai altro di urgente da fare. Insomma, se si conserva un po’ di coscienza critica si può verificare su noi stessi cosa significa rimbambimento depressivo.

Questo spiega forse perché mi sforzo di rappresentare invece la mia attuale condizione come un’opportunità, secondo la moda ormai invalsa di considerare opportunità qualsiasi disgrazia o accidente capiti. Non è facile, e infatti ci sto girando attorno senza risolvermi sin dall’esordio di questo pezzo: ma voglio provarci.

Mettiamola così: io godo di un punto d’osservazione privilegiato, rispetto a tutti gli amici che vivono in campagna o dispongono almeno di un piccolo giardino, e soffrono in maniera molto attutita gli “effetti collaterali” di questa crisi. Io vivo nel cuore della battaglia, come un reporter di guerra. Loro non sanno cosa si perdono, perché quando il tran tran quotidiano muta così drasticamente si attivano, per forza di cose, dei sensori diversi, e si colgono aspetti del reale che nella normalità sfuggono o appaiono assolutamente insignificanti.

Ora, senza pretendere a discorsi filosofici o ad analisi psicologiche o sociologiche, per i quali conviene rivolgersi ad altri, vorrei limitarmi a fornire qualche esempio di ciò che una condizione di normalità non ci indurrebbe mai a considerare significativo. Vado in ordine sparso, e lascio aperte queste pagine, come già i miei precedenti interventi antivirali, a ogni sorta di integrazione, correzione e aggiunta.

 

1)    Parto proprio dalla televisione. Non mi sarei mai atteso di scoprire attraverso la tivù quanto è grande il patrimonio librario degli italiani. Con questa storia dello streaming, per cui si interviene da casa, vedo fiorire ovunque insospettabili librerie domestiche. Mi si obietterà che è abbastanza normale, uno non si collega dando le spalle al lavandino della cucina o alla cassetta dello sciacquone, ed è vero: ma vi invito a fare caso, nel corso dei collegamenti, non all’intervistato, che in genere non ha granché di interessante da dire, ma al tipo di scaffalature che ha alle spalle e alla disposizione dei volumi, anche senza cadere nella mia maniacale pretesa di riconoscere dal dorso le case editrici, e quindi gli orientamenti culturali del proprietario, o di leggere addirittura i titoli (questo si può fare meglio sul monitor del computer, ingrandendo e mettendo a fuoco i particolari). A volte il gioco è davvero mal condotto. Ieri ho visto una povera Billy nella quale pochi volumi totalmente anonimi, tipo quelli usati dai mobilieri nelle esposizioni, erano sparsi in assembramenti ridottissimi su ripiani per il resto desolatamente vuoti (non c’erano nemmeno vasi o teste di legno africane o altre suppellettili), e questo solo nella colonna immediatamente alle spalle del parlante. Avendo il tizio calibrato male l’inquadratura si scorgevano le colonne ai lati completamente deserte.  Penso che a un certo punto abbia preso coscienza dell’assurdità della situazione, o qualcuno gliela abbia fatta notare, perché ha cominciato a impappinarsi e ha chiuso frettolosamente il collegamento. Sono rimasto con l’angoscia per quegli scaffali vuoti.

In altri casi, invece, regìe più accorte predispongono una inquadratura di sghimbescio, facendoci intravvedere infilate di scaffali grondanti libri lungo tutta una parete. In realtà ci tolgono l’unico piacere, quello appunto del gioco al riconoscimento.  Si tratta in genere di filosofi o liberi pensatori. I rappresentanti della vecchia guardia, le figure istituzionali, si coprono invece le spalle con solide enciclopedie, trentacinque volumi tutti uguali e tutti ugualmente intonsi, forse per mantenere un profilo neutrale, o trasmettere un’immagine di solidità, ma più probabilmente perché non possono esibire altro. Mentre i direttori di riviste e quotidiani sono preferibilmente incorniciati dalle raccolte cartacee delle loro creature, alla faccia di tutti gli archivi digitali, o dalle intere collane edite in allegato. Insomma, tutto piuttosto pacchiano. C’è un futuro per giovani che volessero specializzarsi in Scenografia delle Screaming, anziché in Storia. Elisa ha perso un’occasione.

Comunque, non mi si venga a dire che l’editoria è in crisi. Non so se gli italiani leggono, ma senz’altro hanno comprato libri. Forse lo hanno fatto recentemente, avendo sentore della crisi e prevedendo i collegamenti in remoto. Ma lo hanno fatto.

In compenso, mia figlia Chiara, che lavora in Inghilterra nel settore finanziario, mi racconta che nelle videoconferenze i suoi colleghi si presentano quasi sempre dando la schiena a quadri di autori in qualche modo riconoscibili e riconosciuti (almeno a livello locale). In Inghilterra va l’arte, in Italia la letteratura (ma proprio stasera, nel salotto-streaming della Gruber, alle spalle della vicepresidente della Confindustria campeggiava un’opera di Gilardi, mentre dietro tutti gli altri convitati virtuali le librerie sembravano in terapia intensiva, tanto il loro respiro era artificiale).

Mi sono anche chiesto come me la caverei io, dovendo collegarmi da casa (non dal terrazzino di Alessandria, ma da Lerma). Sarei in grave imbarazzo, perché in qualunque ambiente e da qualsiasi angolatura avrei alle spalle libri, e tutti libri ai quali tengo e che farebbero la gioia di un riconoscitore, nonché scaffalature autoprodotte. Quindi, o dovrei programmare una serie di interventi con inquadrature diverse, o sarei tenuto per equità a rinunciare. Forse mi conviene adottare quest’ultima soluzione.

 

2)   Per dimostrare che non sono poi così prevenuto nei confronti della televisione, eccomi a riconoscerle dei meriti, quando ci sono. Uno dei più grandi, nella gestione di questo terribile momento, è senz’altro l’oscuramento di Sgarbi. Lo stiamo pagando ad un prezzo altissimo, trattandosi tra l’altro solo di una parziale e tardiva riparazione a una schifezza che andava avanti da anni, ma insomma, aggrappiamoci anche alle piccole consolazioni. Se assieme al virus avessimo dovuto sopportare anche lui la tragedia sarebbe diventata del tutto insostenibile. Rimane purtroppo il timore che non appena cessata l’emergenza possa ricomparire. Dicono che usciremo da questa prova migliori: bene, il suo ritorno o meno sui teleschermi sarà la cartina di tornasole.

 

3)   Un altro merito della tivù è quello di aver dato fondo al magazzino dei film western (quelli veri, intendo). Purtroppo però sto scoprendo che li avevo già visti tutti, e non solo la gran parte, come pensavo. Mara si diverte, ogni volta che durante lo zapping si imbatte in un cappello a larghe tese e in un cavallo, a chiamarmi per verificare se lo riconosco, e a sentirsi elencare all’istante titolo e interpreti, spesso anche il regista. A molti questo esaurimento delle scorte non parrà una cosa di particolare rilievo, ma per me lo è. È sintomatico, simbolico di un ciclo che si è esaurito e di un mondo che ha fatto il suo tempo. Può andare definitivamente in archivio (non mi riferisco solo al western). Il fatto è che dentro quel mondo ci sono anch’io.

 

4)   Cambiano i rituali. Fino a un paio di mesi fa nella mia liturgia mattutina, subito dopo il caffè e la prima sigaretta, veniva il siparietto di Paolo Sottocorona, con le previsioni meteo fino a due giorni avanti, offerte con garbo e ironia, sottintendendo sempre: “se non andrà proprio così non prendetevela con me, faccio quello che posso”. Ho smesso completamente di seguirlo, anche perché di come sarà il tempo nei prossimi due giorni non mi può fregare di meno, visto che li trascorrerò comunque in casa. Ho introdotto invece un rituale vespertino, quello del collegamento con la Protezione Civile, con tanto di snocciolamento delle cifre dei contagi e dei decessi. So che le cifre sono approssimate e virtuali, e che i costi umani reali di questo dramma li conosceremo davvero, forse, solo dopo che si sarà totalmente consumato: ma mi dà l’illusione di partecipare in qualche modo ad una cerimonia collettiva di addio, assieme ad altri milioni di telespettatori, per evitare che sei o settecento persone ogni giorno se ne vadano insalutate, senza un funerale, senza qualcuno che le accompagni, inghiottite immediatamente dalle statistiche.  Che è esattamente il contrario di quanto cercano di fare, ed è anche comprensibile perché lo facciano, coloro che danno l’informazione.

 

5)   Ho provato a tenere una conta differenziata per età e per genere delle persone che incontro al supermercato, che vedo passare dal terrazzino o che incrocio durante i duemila passi quotidiani extra moenia. È probabile che le mie statistiche siano viziate da una deformazione prospettica, da un campionamento troppo parziale, ma io riporto solo quanto ho potuto constatare, e cioè che le percentuali per genere sono inversamente proporzionali a quelle ufficialmente rilevate dei tassi di contagio.  Le donne in sostanza contraggono il virus due volte meno degli uomini, e stanno in giro due volte di più. Forse proprio perché rassicurate dalle statistiche, o forse più semplicemente perché nelle situazioni critiche sono meno ipocondriache e più spicce dei maschi, o magari perché nel fare la spesa non si fidano dei mariti e vogliono avere l’ultima parola nella scelta dei prodotti. Sia come sia, sono protagoniste nella quotidianità dell’emergenza.  Mi faceva notare Nico Parodi che al di là della crisi il tema del nuovo ruolo femminile e delle prospettive che disegna sarebbero da affrontare non più con il cazzeggio degli psicologi e dei sociologi da talk show, ma andando a sommare tutta una serie di evidenze e di proiezioni scientifiche. Credo che qualcuna, di tipo nuovo, verrà fuori anche da questa situazione.

Per quanto concerne invece le classi di età, gli anziani sembrano decisamente molto più girovaghi dei giovani, a dispetto del fatto di essere maggiormente a rischio. Probabilmente anche questo dato ha spiegazioni plurime, compatibili comunque l’una con l’altra. Intanto, già sotto il profilo prettamente demografico in città come Alessandria vivono molti più anziani che giovani, per motivi logistici. Questi ultimi tendono a decentrarsi nella cintura dei paesi attorno, hanno maggiore facilità di spostamento e frequentano probabilmente anche in questo periodo, per gli approvvigionamenti, i grandi centri commerciali periferici. Poi sembra che gli anziani abbiano perfettamente inteso il senso del messaggio lanciato dal governo e rimbalzato da tutte le reti televisive, che non è “Abbiate riguardo per la vostra salute” ma “Non cercatevi guai perché non abbiamo le risorse per curarvi”, e vogliano ribaltarlo, dimostrando di sapersela cavare comunque. Infine c’è il fatto che i giovanissimi, anche se liberi da incombenze scolastiche, non li si incontra al supermercato, perché sono esentati per statuto dal farsi carico del vettovagliamento o di altre incombenze spicciole. È probabile abbiano escogitato luoghi e modi diversi per ritrovarsi, oppure si brasano beatamente davanti al computer o al telefonino (come del resto facevano anche prima).

6)   E i cani, che avevamo lasciato come grandi protagonisti della resistenza allo stress da quarantena?  Continuano stoicamente a reggere agli straordinari cui sono sottoposti, ma rilevo un calo nella frequenza delle uscite, forse connesso a quanto dicevo sopra. Erano infatti soprattutto i giovani a offrirsi come conduttori, e nel frattempo questi hanno trovato scuse diverse per le uscite, o si sono definitivamente poltronizzati. Un’altra cosa piuttosto voglio segnalare. È naturale vedere nelle aiuole qui sotto solo animali di piccola taglia, come si addice a bestiole che vivono in appartamento.  Ma allora, mi chiedo, che fine hanno fatto i pittbull e i mastini tibetani che giravano un tempo? Dispongono tutti di confortevoli giardini? E se no, dove li portano a pisciare? E se si, che ci facevano in giro, prima?

 

7)   Chiudo, per il momento, accennando al rischio molto concreto per tutti dell’abitudine all’ozio. L’ozio forzato snerva, per due principali motivi: da un lato perché dopo aver scatenato una prima insofferenza insinua sottilmente l’idea che i progetti che avevi in mente non siano poi così importanti e così urgenti, visto che comunque non puoi dare loro corso e devi fartene una ragione. Dall’altro, la prospettiva di molto altro tempo vuoto a disposizione spinge a rimandare anche le cose che potresti fare subito, e che ti eri sempre chiesto se mai sarebbe capitata l’opportunità di farle. È quanto mi sta accadendo con tutti i propositi di completamento dei lavori lasciati a metà sul computer, o di lettura dei libri accumulati, cose per le quali persino quando ancora ero in servizio riuscivo a trovare un paio d’ore la sera o di notte, mente adesso giro attorno e inseguo da un libro o da un sito all’altro sempre nuove distrazioni. Sono al punto che l’idea di quel che mi aspetta al rientro a Lerma, dei lavori di riassetto del giardino e del frutteto sconciati dai nubifragi autunnali mi spaventa, e ad ogni nuova dilazione imposta tiro quasi un sospiro rassegnato di sollievo. Non è una sindrome da poco, e non credo di essere l’unico a viverla.  Se un po’ può servire a smorzare l’ansia di accelerazione continua che si viveva in precedenza, oltre un certo limite rischia di convincere alle beatitudini del letargo.

In me quest’ultima pulsione sta già vincendo. Spero di non averla indotta anche in chi, già fiaccato dalla noia, ha provato sin qui a seguirmi.

Fuori garanzia

di Paolo Repetto, dicembre 2017, da sguardistorti n. 01 – gennaio 2018

La settimana scorsa mi sono recato al magazzino di Media Word per far riparare un elettrodomestico in garanzia. Naturalmente non ero riuscito a rintracciare lo scontrino d’acquisto – era già molto che avessi ancora l’elettrodomestico – quindi le speranze di sistemarlo gratis erano decisamente poche. E invece è accaduto il miracolo. Essendo titolare di una tessera, attraverso la matricola sono riusciti a recuperare il giorno d’acquisto e a rifarmi lo scontrino che avvalora la garanzia. Non sono stati veloci come i CSI di New York, che da un ritaglio d’unghia risalgono in trenta secondi all’identità di un assassino, ma insomma, in poco più di un quarto d’ora hanno risolto il problema. Anche perché poi l’elettrodomestico non era guasto: avevo solo attivato contemporaneamente due funzioni incompatibili (si chiedono ancora oggi come ci sia riuscito), mandando in confusione la centralina. Sono uscito comunque contento, perché probabilmente senza garanzia il costo della consulenza sarebbe stato superiore al valore dell’oggetto, acquistato in un’offerta lancio di quelle epocali. Ma ero anche un po’ inquieto, senza capirne il perché. Una volta a casa, e cessato l’effetto della soddisfazione, l’inquietudine è aumentata, mano a mano che ne capivo l’origine. Avevo appena avuto l’ennesima riprova di quanto siamo ormai invischiati nella rete di controllo.

È ancora vivo lo scandalo scoppiato negli USA per le rivelazioni di un militare che ha mostrato come un terzo della popolazione sia soggetto ad un controllo costante e capillare (non so se sia ancora vivo anche il militare). Lo scandalo a mio giudizio sta piuttosto nel fatto che ci si meravigli, che si finga di non averlo mai saputo. In un paese dove senza la carta di credito puoi morire di fame in un supermercato e senza tessera sanitaria puoi crepare dissanguato sui gradini di un ospedale, e dove ogni negozio, da Tiffany alla pizzeria, ti rilascia una tessera a punti, mi sembra difficile non avere il sospetto che la propria vita sia come una vaschetta per pesci rossi, senza il minimo cono d’ombra. E non è certo lo spionaggio governativo quello più efficiente e capillare.

Sto parlando dell’America, ma quel paese è ormai quasi tutto il mondo, compresa l’Italia, sia pure con un leggero ritardo che stiamo velocemente recuperando. Il conto è facile. Siamo sessanta milioni, ma i telefoni portatili in circolazione sono circa ottanta milioni. Lasciando fuori gli infanti, Mirco Marchelli e gli ultracentenari possiamo calcolare che ogni italiano possieda in media un telefonino e mezzo. Ora, il cellulare lascia una traccia ben precisa dei movimenti di chi lo usa, anche quando è spento: è come se ciascuno di noi muovendosi disegnasse una mappa con tanto di coordinate. E non sto parlando del pericolo che vengano intercettate le conversazioni, del quale sinceramente mi importerebbe ben poco, al di là del fatto che continuo a confidare nella approssimazione e nell’incompetenza di chi dovrebbe farlo. Mi riferisco solo al fatto che i movimenti sono tracciati.

In realtà ogni nostra azione produce migliaia di input informativi. Il tom tom, i rilevatori di velocità, le telecamere dei parcheggi e i caselli autostradali raccontano i nostri viaggi, mentre le timbratrici e varie specie di auditel certificano i tempi morti (soprattutto quelli di lavoro). Se paghiamo con la carta di credito rimane traccia di ogni nostro acquisto, e quindi del nostro tenore quantitativo e qualitativo di vita. Se strisciamo le carte fedeltà la mappa si arricchisce e si colora di tutte le nostre preferenze: vengono fuori la dieta, i vizi più o meno innocenti, le debolezze. Se acquistiamo delle medicine o fruiamo di prestazioni mediche, cosa che si può fare solo con la tessera sanitaria, ci sottoponiamo ad un check up ininterrotto, e dichiariamo il nostro stato di salute ad assicuratori, datori di lavoro, consulenti matrimoniali. Tra qualche anno, col sequenziamento del DNA, non avranno più nemmeno bisogno di fare tutta questo fatica. Ma già oggi sono sul mercato dei microprocessori sottocutanei che monitorano costantemente le funzioni vitali e trasmettono i referti ad una centrale di controllo. Tempo qualche anno diverranno obbligatori, come le scatole nere sulle automobili: e con ogni probabilità potranno ricevere anche input in ingresso. Esattamente come previsto cinquant’anni fa da Bruno Bozzetto in Vip, mio fratello superuomo.

Chi è in possesso di questi dati (e sappiamo che praticamente sono disponibili per chiunque, anche quando in teoria sono classificati sensibili e dovrebbero essere tutelati) può incrociarli e ricavarne una radiografia completa della nostra personalità: ad esempio, se siamo conservatori (io vado da trent’anni dallo stesso dentista, dallo stesso parrucchiere e dallo stesso benzinaio, e da cinquanta acquisto solo auto della Fiat) innovatori o gregari, se ci affezioniamo ad un prodotto o cerchiamo la novità, o invece corriamo dietro a ogni offerta. Ma anche senza andare troppo sul sofisticato, i dati più comuni, quelli che compaiono sulla carta d’identità, data di nascita, peso, altezza, stato civile, segni particolari, attivano un’attenzione asfissiante. Dopo la mia visita a Media Word ho cominciato a ricevere per telefono e nella posta elettronica promozioni di stimolatori cerebrali e integratori per la memoria, che vanno ad aggiungersi a quelle di apparecchi acustici e montascale comparse con sempre maggior frequenza dopo il compimento dei sessantacinque anni. Aspetto ora di veder comparire quelle dei pannoloni o delle dentiere.

Questo concerne solo le informazioni che ci vengono carpite più o meno a nostra insaputa. Perché la mecca è invece rappresentata dai social network. Quello che il meccanismo di controllo rileva in modo sommario siamo poi noi a dettagliarlo spontaneamente. Milioni di persone sembrano non aver di meglio da fare che raccontare la loro vita in diretta, candidandosi a ricatti, blandizie e fregature.

Queste cose le sappiamo tutti, ma ci comportiamo tranquillamente come non le sapessimo. E almeno fino ad un certo punto è un atteggiamento comprensibile. In fondo il controllo sociale è sempre esistito: prima delle telecamere c’erano le comari, prima dei social c’erano la piazza e i confessionali. Quanto al tenore di vita e agli acquisti non erano necessarie tessere a punti per renderli visibili. Sono però cambiate le modalità e la forza pervasiva. Il controllo è diventato capillare, non basta più cambiare paese o continente per eluderlo, e allora ci rassegniamo e ci adeguiamo. Eppure, squarci improvvisi di consapevolezza come quello arrivato a me lasciano il segno.

L’inquietudine infatti non se ne è andata. Ho cominciato a innervosirmi per le mail, che continuano ad arrivare malgrado tutti i filtri attivati, a sussultare ogni volta che squilla il telefono, a evitare, se appena possibile, i percorsi autostradali, a pagare solo in contanti. Sto variando anche le abitudini alimentari, per depistare gli invii di degustazioni, e non ho esaurito un buono libri per la Feltrinelli che è lì da mesi e che una volta avrei bruciato in due giorni. Mi sono persino accorto che quando arrivo in un luogo nuovo guardo attorno nervosamente, per individuare eventuali telecamere di sorveglianza. Prima o poi finirò arrestato per atteggiamento sospetto. Insomma, sono stato sfiorato dalla sindrome del complotto, e se non fosse intervenuto qualcosa di nuovo avrei finito per votare cinque stelle.

Per fortuna gli squarci viaggiano a volte anche nella direzione opposta: una cosa banalissima può aprirti ad una angosciante rivelazione, ma una altrettanto banale può aiutarti a reggere quest’ultima e ad ammorbidirla. Così è capitato a me. Ieri sera stavo distrattamente seguendo il telegiornale. Era appena terminata una trasmissione dalla quale avevo appreso che Lenin è morto nel 1951 e che il Danubio sfocia nel mar Baltico, per cui, sapendo che si possono costruire ordigni artigianali con della semplice farina, stavo valutando se fosse il caso di usare o meno il Bimby per miscelarla meglio. Ad un certo punto, dopo la sfilata delle esternazioni di tutto lo schieramento politico, passa la notizia dell’arresto di una gang mafiosa sulla quale le indagini e le intercettazioni erano in corso da cinque anni. Nulla di diverso dal solito, ma nel mio stato di infastidita allerta un campanellino ha squillato. Cinque anni? Con tutti i cellulari, le carte di credito, le tessere-punti che costoro avranno usato, le telecamere in funzione ovunque giorno e notte e i tabulati bancari, i catasti digitalizzati e i controlli incrociati, ci sono voluti cinque anni per incastrare quattro delinquenti che si raccontavano addirittura su Facebook. Ma non era finita. La notizia successiva riguardava un caso di malasanità che se non fosse tragico parrebbe tolto da un film di Totò: ad un malcapitato è stata amputata la gamba sbagliata. Immagino che prima di arrivare sul tavolo operatorio sarà stato sottoposto a decine di esami e radiografie, che la storia della sua gamba malata fosse narrata in centinaia di pagine di referti. Gli hanno tagliata l’altra.

Ho spento il televisore. Ma, cessati l’orrore e lo sgomento iniziali, ho cominciato a combinare tutti quei segnali, grandi e piccoli. Erano indubbiamente allarmanti, eppure su di me hanno avuto un effetto rassicurante. Ho avuto per un attimo perfettamente chiaro il quadro, pauroso ma anche miserabile, della cialtroneria nella quale siamo immersi: e ho realizzato che per quanto capillare sia il controllo e vasta la messe dei dati disponibili, l’imponderabilità dell’agire umano rimane sempre il fattore decisivo. La rete ha delle falle. Ci saranno sempre idioti che per negligenza, per ignoranza, per interesse o per cattiveria pura (esiste anche questa, alla faccia di tutte le teorie sull’origine ambientale dei nostri comportamenti) vanificheranno ogni incrocio di dati, ogni aspettativa di “normalizzazione”. È stato così sempre, e non è affatto scontato che la nuova pervasività del controllo riesca ad eliminare i difetti di funzionamento. In Italia poi, è proprio fuori discussione. È anche vero che gli imbecilli sono di norma funzionali al sistema, che anzi ci campa sopra: ma lo sono fino a quando hanno comportamenti prevedibili, quelli in fondo tollerati o addirittura indotti dal sistema stesso. Se appena vanno un po’ oltre, salta tutto.

Questa, soprattutto per chi è in attesa di essere operato, è una soddisfazione piuttosto magra. È solo però la faccia brutta della medaglia, anche se è l’unica che si vede, come accade per la luna. A volerla immaginare (con una buona dose di fantasia e di ottimismo) ce n’è anche un’altra: se il sistema è vulnerabile dalla non prevedibilità, possono evitare il cablaggio integrale tutti coloro che accettano lo sforzo e la responsabilità di pensare con la propria testa. So che è una tautologia, ma è meno banale di quanto sembri, perché c’è di mezzo lo sforzo, ed è una cosa cui non siamo più molto abituati (soprattutto a quello intellettuale).

Voglio dire, in parole povere, che non basta fare gli strani o gli antagonisti o i barboni per sfuggire alla rete. Bisogna avere in testa una direzione alternativa: ma sia per individuarla che per seguirla occorre dotarsi degli strumenti giusti e di mappe credibili. Al centro di controllo non importa come arrivi dove ti vuol mandare, ma che ci arrivi comunque, e i margini apparenti di libertà che può concederti nella scelta dei modi e dei mezzi sono amplissimi. Il rifiuto, la ribellione e la protesta generiche e generalizzate gli fanno un baffo, sono posizioni assolutamente sterili e spettacolari, buone giusto per l’apertura del telegiornale o per il dibattito che segue. Se ti autoelimini gli risparmi una fatica, se ti spettacolarizzi fai esattamente il suo gioco. Quello che gli crea inciampo è invece l’autonomia di pensiero, e questa la si difende solo attraverso la conoscenza. Parrebbe del tutto scontato, lo avevano capito già duemilacinquecento anni fa i primi filosofi greci, ma oggi, dopo un secolo di sospetti e di attacchi contro ogni forma di sapere razionale e “borghese”, il concetto non va più di moda.

Pensare con sforzo non significa essere un po’ ritardati ma, al contrario, cercare di capire, di indagare, di conoscere con la propria testa, rifiutando le pappe precotte che ci vengono quotidianamente imbandite dalla mensa del sistema, anche (e soprattutto) quelle travestite da ricette alternative o esotiche. E significa poi essere conseguenti con quanto si è capito.

Gli ultimi esami del sangue mi hanno confermato ciò che sospettavo da tempo: non sono allergico a pollini o farine di alcun tipo, ma ad ogni manifestazione di ignoranza. Che è poi un problema, perché questo tipo di allergia non ha una cadenza stagionale e non si può mitigare cambiando alimentazione, ma neppure evitando le autostrade o spegnendo il cellulare. Si può farlo solo adottando una sana e rigida intolleranza nei confronti dell’analfabetismo storico ed etico, della cafonaggine, della becera arroganza degli incompetenti. Naturalmente ciò equivale quasi ad isolarsi o a girare con la mascherina come i giapponesi, perché l’ignoranza non sta nel non conoscere qualcosa, ma nel parlare di cose che non si conoscono: e se un tempo c’era un pudore “intellettuale” che frenava, c’era la paura di dire stupidaggini e di fare delle figuracce, oggi questi tabù sono caduti e tutti viaggiano a ruota libera, fornendo al sistema nuova e crescente energia. Ci sono anche i rischi di effetti collaterali, come in ogni terapia o regime salutistico, e vanno dall’esasperazione del problema alla perdita di elasticità mentale, o alla miopia nell’autovalutazione: ma vale la pena correrli. Non esistono alternative o cure omeopatiche.

Un atteggiamento totalmente conseguente non sposterà il mondo di un millimetro, ma cambierà almeno il mio modo di sentirmi nel mondo. Mi eviterà di perdere tempo con gente che vuole deviare il corso del Danubio e che fa sopravvivere Lenin (in stato semi-vegetativo?) fino al secondo dopoguerra, ma anche, e soprattutto, con chi lo crede vivo ancora oggi, con chi vede complotti massonici e plutogiudaici da ogni parte e con i piazzisti che cercano di vendermi merce politica, culturale, artistica contraffatta. Mentre sto scrivendo queste cose, alla radio (prima rete) sta passando una composizione di Luigi Nono (anno 1964, vendemmia epocale) dedicata al fronte di liberazione vietnamita, considerata tra le sue opere più importanti: gli strumenti sono lastre di rame sfregate con chiodi, immagino arrugginiti, e nastri magnetici, come quelli che avevo io nel Geloso, fatti scorrere manualmente per produrre sibili e scricchiolii. Ci sono anche voci che intervengono a sacramentare in sette o otto lingue diverse in perfetto stile brechtiano, oltre a quella del curatore dell’evento che spiega diligentemente cosa cavolo sta accadendo e perché sia tanto importante. Credo che la cosa andrà avanti per un’ora: non lo so, non mi interessa, perché ho tacitato immediatamente la radio, dicendo tra me e me: “Ma per favore!”

Compiendo questo gesto non sono scomparso dagli schermi radar e non mi sono sottratto alle promozioni e al controllo: ma alla soggezione nei confronti dei falsi idoli del teatrino contemporaneo, a quella si. La prossima mossa però sarà chiudere alla veloce, prima di scoprirmi a mia volta cialtrone e allergico a me stesso. Perché queste incompatibilità non le sistemano nemmeno a Media Word: non rientrano nella garanzia.


Osservazioni sulla morale catodica

di Paolo Repetto, 2008

Non si scappa, anche stasera è televisione. Solo che invece di guardarla ne parleremo, e non so cosa sia peggio. Da parte mia posso solo assicurare che non voglio dispensare prediche o immunizzare alcuno contro la dipendenza: saranno quattro chiacchiere in libertà, come consentito dalla formula di queste conversazioni, anche perché di vaccini siamo già pieni.

Per fingere una parvenza di sistematicità ho comunque concepito questo discorso come un viaggio à rebours, che parte dal monitor, e prima ancora da chi gli sta di fronte, e approda poi all’etere, per campionare quello ci che fluttua e decifrare la filosofia che lo sorregge.

 

Partiamo dunque dallo spettatore, ma immaginandolo in un ruolo rovesciato. Vi siete mai visti in tivù? Certo, non come ospiti a Porta a Porta. Diciamo in immagini rubate durante una scampagnata, in una serata tra amici o magari in un’occasione come questa, che vi hanno comunque sorpresi fuori posa o delle quali addirittura eravate ignari. Bene, se vi è capitato, non raccontate storie: non vi è affatto piaciuto. Peggio: vi siete a stento riconosciuti. Il tizio goffo e disarmonico che vedete muoversi e sentite parlare è una persona diversa da quella che pensate di essere. Non ne riconoscete la voce, e meno che mai i profili, la postura o i movimenti. E dopo la prima sorpresa, e una leggera sensazione di disagio, vi assale terribile la percezione che gli altri vi vedono come apparite lì, e non come credete di essere o di essere visti.

 

Non è lo stesso effetto prodotto dalla fotografia. In genere neanche in fotografia ci si piace, ma c’è sempre un appiglio: non siamo fotogenici, impressioniamo male la pellicola, dovremmo essere ripresi dall’altro lato. Possiamo continuare a pensare di essere diversi, fuori della foto. E persino i vecchi filmini girati in superotto, quelli col cane e con i bambini, suscitavano una sensazione differente: i costi, la laboriosità delle riprese e l’idea che sarebbero rimaste impressionate sulla celluloide condizionavano a priori le scelte dei soggetti e delle inquadrature, imponevano in qualche modo un taglio “artistico”, mentre le immagini traballanti e il rituale stesso della proiezione creavano un effetto retrò, di straniamento. Col video invece non ci sono storie. La conferma viene da tutte le angolature, dalle inquadrature in primo piano o in campo lungo, da dietro o di fianco, e il contesto è realistico: non abbiamo scuse.

 

Sto parlando naturalmente della reazione di persone normali, ovvero di una ristretta minoranza. Esiste poi, certo, una miriade di esibizionisti che si affannano a comparire almeno per un attimo e si prestano a qualsiasi pagliacciata pur di poter dire ad amici e vicini: guardami in tivù. Ma non fanno testo: sono persone che giustamente devono rivedersi in video per avere la prova di esserci, dal momento che hanno la consistenza bidimensionale degli abitanti di Flatlandia; ed è quindi più che naturale che si piacciano.

Perché invece noi non ci piacciamo, anche se poi per una sorta di morboso masochismo torniamo magari a far scorrere più volte le immagini, quasi ad abituarci a vedere quello che gli altri vedono? (è pur vero che ci si affeziona rapidamente a tutto). Credo di poter rispondere che non ci piacciamo perché ci rendiamo conto che quella dimensione ci inscatola e ci appiattisce. Che ci ruba l’anima, come dicevano gli indiani ai primi fotografi del West.

 

Qualcuno comincerà a questo punto a chiedersi cosa c’entra un discorso del genere con il titolo della conversazione, con la “morale catodica”. C’entra eccome. È la più lampante dimostrazione che ciò che ci ritorna dal teleschermo, anche nelle situazioni più banali, noi che camminiamo, che arrampichiamo, che parliamo e ci muoviamo, non è vero. Mi si potrebbe obiettare che semmai è il contrario, che quella è la realtà oggettiva, la realtà che tutti percepiscono, mentre ciò che noi crediamo di conoscere è invece la nostra realtà soggettiva. Ma non è affatto così. Quelle immagini stanno a noi come il Bignami sta ai Promessi Sposi, o una lastra radiografica a Scarlet Johansonn. Ci ossificano, ci liofilizzano, ci imprigionano come pesci rossi in una vaschetta, cancellando dalla nostra storia ogni significato che non sia l’apparire. E a differenza delle immagini fotografiche, che fissano degli attimi come gli entomologi facevano con le farfalle, e che dichiarano lealmente il loro valore collezionistico, ciò che scorre sul video ci inganna perché pretende di essere accettato come realtà, anzi, come l’unica realtà. Dobbiamo sempre tenerlo presente, quando parliamo di televisione: così come scopriamo falsa la nostra immagine, sarà certamente falsato anche tutto il resto.

 

Detto dello spettatore, anzi, del telespettatore, passiamo al nostro oggetto d’indagine. Una filippica antitelevisiva oggi può sembrare addirittura patetica, perché contro la televisione è già stato detto tutto da parte di tutti. Ma credo sia proprio questo il problema: a conti fatti si è creata una sorta di assuefazione al negativo, che ci fa dire infastiditi “lo sappiamo già, lo abbiamo già sentito”, e tirare dritti, senza più nemmeno la capacità di indignarci. Anzi, viene esibito come segno di anticonformismo un ironico compiacimento del trash, la frequentazione di telenovelas o dei contenitori quotidiani di gossip e di “approfondimento”. Tendiamo a fingere che ormai la televisione sia innocua, e che in dosaggi contenuti se ne possa fare un uso non pericoloso, anzi, divertito e superiore, che non ingenera dipendenza. Oppure ad accettare l’idea che l’evoluzione culturale l’abbia resa parte del nostro corredo genetico, insieme a quegli altri aspetti della “seconda” natura che abbiamo creato negli ultimi due secoli e in mezzo ai quali ci muoviamo sempre meno consapevoli di vivere nell’artificio. Questo atteggiamento ci frega: impegnati a difenderci da altri distrattori, telefonini multifunzionali, I-pad, ecc…, che ci stanno traghettando alla terza natura, quella virtuale, diamo per scontato che la televisione sia ormai un nemico impotente, relegato in secondo piano da pericoli ben più urgenti. Dimentichiamo che gli schermi televisivi si sono moltiplicati nelle case come metastasi, regnano in ogni camera, cucina, salotto, sala da bagno, sempre più grandi, sempre più rimpiattati contro le pareti, sempre accesi, trasformati da suppellettile d’arredo in elemento di struttura. E che il novanta per cento delle persone il mattino, prima di uscire, non guarda fuori dalla finestra ma si sintonizza sulle meteo-rubriche televisive.

 

La televisione ruba davvero l’anima, oltre che il cervello, e lo fa in cento maniere diverse. Lo fa sia come strumento che come contenitore. Lo fa perché è televisione e lo fa perché propone merce falsa. Provo dunque a mettere in fila una serie di considerazioni, senza alcuna pretesa di arrivare a tracciare un quadro esauriente. Non un vaccino, ma almeno un richiamo.

Cominciamo intanto col chiederci se la televisione è un mezzo neutro. Poniamoci la stessa domanda che per la scienza: è negativa in sé, o lo è solo per il cattivo uso che se fa? Si può quindi fare, in seconda battuta, una distinzione tra programmi televisivi decisamente demenziali e programmi intelligenti? Ovvero, per dirla tutta, è compatibile una forma positiva di intelligenza con la televisione?

 

Partiamo dallo strumento. Ovviamente, la mia risposta alla prima domanda è no. Ritengo che la televisione sia già negativa in sé, come puro e semplice medium. Per i seguenti motivi:

  1. Le modalità stesse della fruizione inducono nello spettatore, quali che siano i contenuti, un atteggiamento totalmente passivo e disarmato. La passività è totale perché vengono impegnati nella ricezione entrambi i sensi ai quali affidiamo normalmente la maggior parte della nostra esperienza conoscitiva. A differenza della radio, che ne lascia libero almeno uno, e della lettura, nella quale la vista non è trascinata a rincorrere immagini in movimento, e siamo noi a decidere le pause, le sospensioni, gli eventuali “riavvolgimenti” e ritorni sul testo, la televisione “occupa” per intero i nostri ricettori. Allo stesso tempo non è avvolgente come il cinematografo, che con l’ausilio del grande schermo, del buio in sala, della sacralità del silenzio e degli effetti speciali (cinerama, sensorround, occhiali per la visione tridimensionale, profumi, ecc…) può arrivare a coinvolgerli tutti e cinque (se ci mettiamo anche il gusto del popcorn): ma paradossalmente è molto più subdola. In una sala cinematografica si è “avvolti” dalle immagini che scorrono sullo schermo, e il buio e l’auspicabile assenza di distrazioni rendono unico quel mondo al quale, se il film è appena decente, consapevolmente ci consegniamo. Ma appunto, siamo consapevoli di farlo. Abbiamo scelto per un’ora e mezza di cavalcare, di sparare, di amare per interposta persona, abbiamo pagato un biglietto per farlo, per evadere dalla realtà per una frazione del nostro tempo. Sappiamo di vivere per quel tempo in un altro mondo, aiutati anche dal fatto che siamo usciti di casa e siamo entrati in uno spazio “consacrato” all’evasione. Quando lo spettacolo finisce ci togliamo il cinturone e rientriamo in noi stessi (insomma, quasi sempre e quasi tutti).
    La fruizione televisiva è invece una fruizione domestica e distratta: il mondo passa dentro uno schermo ridotto, che rimpicciolisce la realtà, allontanandola spazialmente, e che può coesistere con la caffettiera che soffia, col telefono che squilla, con lo sciacquone del bagno, con i vicini che litigano. Ciò che passa lì sopra rimane confinato in una dimensione “quotidiana”, per quanto drammatico sia il reportage, avvincente il serial poliziesco o struggente il documentario sulle foreste canadesi. Si pone come un mondo che interagisce con quello della nostra casa, con i suoi odori e rumori e con le sue distrazioni: e che si insinua, sino ad essere inconsapevolmente recepito come un ospite e un interlocutore, quasi fosse la suocera o il cognato scapolo. Lo si lascia distrattamente parlare, scorrere, qualche volta si reagisce con moccoli o commenti, si perde la consapevolezza della sua “alterità”, della sua virtualità. È un altro, ma un altro che ti entra in casa e non si schioda più, un ospite che ti parassita come il verme solitario.
  2. La televisione induce comunque una dispersione disordinata dell’interesse, che sul lungo periodo diventa indifferenza. I contenuti sono spalmati in mezzo ad una sequela di altri e tutto diventa pappina. Anche nei canali tematici vengono proposte cose assolutamente disomogenee tra loro (penso ad esempio ai canali dedicati alla storia, nei quali un documentario sul fascismo succede ad uno dedicato ai Maia e ne precede uno sui Templari), perché è necessario che l’offerta sia molto diversificata. Il livello di approfondimento, per bene che vada, è comunque superficiale, non produce memorizzazione, confronto e riflessione critica. La profondità è sacrificata all’ampiezza e alla velocità.
  3. La televisione attiva una memoria visiva legata all’immagine, e non al concetto. L’immagine viene assorbita e archiviata, e nel migliore dei casi, quando un qualsivoglia concetto le è sotteso, instaura con esso un legame forte: ma questo significa appunto che lo vincola a sé. Quello che non viene mai fuori è il concetto puro, applicabile ad altre immagini, che viene elaborato dalla mente quando la ricezione avviene per altre vie (attraverso le immagini statiche, ad esempio). In sostanza, proprio per quell’occupazione totale dei sensi di cui si parlava sopra, non induce all’astrazione.

Sin qui abbiamo però parlato di caratteristiche che in varia misura sono proprie anche di altri media (riproduttori, internet, ecc…). È un discorso che riguarda più il passaggio ad una particolare modalità di cultura visiva che lo specifico della televisione. È materia per semiologi, più che per due note in libertà.

Veniamo invece a quella che è la realtà della programmazione televisiva, della quale potrà anche importarci un fico secco, se non ne siamo fruitori, ma che non possiamo comunque ignorare, perché di essa si nutre la stragrande maggioranza della popolazione. Chiediamoci dunque cosa vedono i nostri vicini di casa (la risposta non è difficile, stante in genere il livello dell’audio), evitando di proposito di fare distinzione tra reti pubbliche e private, perché in sostanza le differenze sono minime e il discorso si sposterebbe su un piano di meschinità politica che non mi interessa.

Ad andare per la maggiore, di questi tempi, sono i programmi gastronomici. Dovrebbero testimoniare la riscoperta dei valori primari, fondamentali, nella fattispecie quello del gusto, inteso come senso e non come sensibilità, da coltivare in tempi di crisi in luogo di quelli prettamente voluttuari. Solo che quando la crisi si fa nera, e la proposta non è quella delle patate bollite, diventa di per sé una sorta di schiaffo alla povertà. E anche quando la crisi non è così nera, i messaggi trasmessi sono comunque in contraddizione costante con quelli salutisti e igienisti, con le campagne contro l’obesità dai quali siamo costantemente bombardati. La contraddizione riguarda però anche altri aspetti: per tre quarti della giornata la televisione ci propina l’immagine dominante, modello “libera, bella e snella”, declinata anche al maschile, per l’altro quarto ci sono donne e uomini chini costantemente sui fornelli, generalmente di taglia forte, impegnati in preparazioni complicatissime. Quasi a dire: se non sei bella e snella, impara almeno a cucinare, e sfogati con sane abbuffate. Davvero liberatorio.

La parte del leone, quanto a tempi di programmazione, la fanno però ancora i contenitori-salotto. Sono programmi a basso costo (ma comunque di gran lunga superiore al valore), per i quali vengono raccattati figli di attori e di cantanti, ospiti di professione, vallette per un giorno, ex brigatisti ed ex protagonisti di reality, astrologi e tuttologi rigorosamente omosex, e nei quali si pepineggia per ore dissertando di delitti insoluti, psicologia criminale, maternità eccellenti e paternità incerte, preti pedofili e papi che pagano l’albergo (ma non le tasse); il tutto in un’atmosfera che gronda partecipazione accorata e amarcord, in un circuito autoreferenziale che fagocita e include chiunque abbia goduto di un qualsiasi passaggio televisivo, fosse anche per aver sgozzato i figli, e sia stato così immatricolato nel mondo virtuale. Assenti illustri, naturalmente, l’intelligenza e l’ironia.

Che morale ci propongono i contenitori? Primo: siamo una grande famiglia, e in famiglia si deve discutere di tutto, partecipare di tutto, fare gossip sui vicini di casa o sui parenti, ma mai parlare di cose concrete come il lavoro (a meno di inscenare brevi sceneggiate con disoccupati che si capisce subito perché siano tali) o come la scuola (a meno che non ci sia stato un attentato, o non sia disponibile il solito ripugnante filmato postato su internet da un branco di mentecatti). Secondo: non c’è alcuna differenza, alcuna gerarchia di gravità e di rilevanza (e infatti i toni sono sempre gli stessi) tra un omicidio brutale e la scomparsa del gatto della cantante, tra un premio Nobel magari catturato a tradimento e lo stilista gay che si consegna del tutto spontaneamente alla telecamera, tra una raccolta di fondi per la lotta al cancro e quella di firme contro il terzo bottone della giacca. Tutto diventa, come avrebbe detto Jerome, un minestrone olandese. Terzo: nulla ha senso se non riceve l’unzione televisiva. Esiste una realtà ed una sola, ed è quella inquadrata, appiattita, filtrata, ritinta, ritoccata o addirittura rifatta dalla televisione.

Quel che resta del giorno (e della notte) se lo spartiscono in ordine sparso i serial americani, tedeschi e francesi, gli improbabili poliziotti, carabinieri, finanzieri o forestali italiani, le rubriche sportive, i talk dedicati all’informazione e al dibattito politico e quelli giocati sui “personaggi” che vanno a far marchette per i loro libri o i loro film, i patetici telecabaret e le trasmissioni più o meno serie di contro-informazione.

Partiamo proprio da queste ultime. Di norma a condurle sono dei dementi che girano per strada conciati proprio come tali, indossando tute fosforescenti e sturacessi a mo’ di papaline, e che ficcano i loro microfoni in bocca ai politici per coglierli in contraddizione. Se una speranza può ancora nutrire la classe politica italiana è quella di essere perseguitata da simili inquisitori, al cui confronto persino Bondi sembra sprizzare un qualche barlume di intelligenza. Il messaggio è: la salvezza, l’aiuto, la difesa arrivano dalla tivù. Per raddrizzare i torti non è più necessario (anzi, il sottinteso è che sia del tutto inutile) rivolgersi alla magistratura, a una qualsiasi autorità o a un santo: la giustizia la porta il Gadano, lo strumento è la gogna mediatica. Che poi lo sputtanamento televisivo possa essere orientato, magari da chi le televisioni le possiede, non ha alcuna importanza: perché l’altro messaggio, quello più importante e più sottile, è che comunque tutto è spettacolo e recita, e che è meglio farsi quattro risate che incavolarsi. Le inchieste naturalmente sono sommarie, condotte con uno stile incalzante che tiene i tempi dello spettacolo e non consente repliche: delle quali peraltro, o di come stiano veramente le cose, una volta fatto lo scoop non importa più niente a nessuno.

Ci sono, è vero, anche rubriche d’indagine serie, che mettono a nudo un’incredibile sequela di malaffari. Ma è proprio la quantità, in questo caso, a sortire un effetto di straniamento. Non si ha il tempo di indignarsi per una porcheria, di intravvederne i contorni e le conseguenze, che già ne viene servita un’altra, e si è forzati a distogliere l’attenzione dalla prima. Alla fine non si riesce più a tenere il passo: si lascia mestamente che ci scorrano sopra, rassegnati a vivere in un paese dove come si posa piede si calpestano degli escrementi.

E a questo proposito, veniamo ai dibattiti politici. Il dibattito è per tradizione un confronto d’idee. Dove idee non ce ne sono, dove stanti i protagonisti non è nemmeno pensabile che l’intelligenza e il buon gusto possano trovare una qualche ospitalità, è naturale che scada a caciara. Il fatto grave è però che la caciara non nasce da una degenerazione del dibattito, ma ne è una modalità nuova e già consacrata, eletta a metodo e insegnata nei seminari per comunicazione manageriale. Non consentire all’interlocutore di esporre le proprie idee, dargli sulla voce, ripetendo ossessivamente le stesse domande, risposte o accuse mentre l’altro parla, e quindi non ascoltarlo ostentatamente, sembrano i modi dello scemo del paese di quando eravamo ragazzini, e invece sono vere e proprie tecniche insegnate da trainer specializzati e assorbite con estrema facilità ed evidente profitto dai nostri politici e dal loro variopinto corteggio di scagnozzi e gazzettieri. Il risultato è uno spettacolo indegno, una squallida lezione di cretinismo e di prepotenza maleducata, il cui potere diseducativo è tale da minacciare in pochi anni secoli di affinamento delle buone maniere e di allenamento al civismo. Qui il messaggio è più esplicito ancora che negli altri casi. Non importa quello che dici, ma il tono di voce che usi: nessuno ti ascolta per capire, vogliono solo veder correre il sangue nell’arena. Le idee hanno lasciato il posto all’immagine, e l’immagine colpisce solo se truculenta.

Il dibattito politico televisivo riassume quindi in sé, e moltiplica in maniera esponenziale, tutta quanta la morale catodica. Non è nemmeno il caso a questo punto di prendere in considerazione anche i serial polizieschi o le rubriche sportive, che trasmettono solo la loro parte del messaggio. È già compreso tutto lì, nella maleducazione, nella violenza, nel protagonismo di ospiti e conduttori, nella sensazione continua che si tratti solo di un teatrino; è nell’autoreferenzialità assoluta di una classe politico-giornalistica che guarda alla “gente”, a quelli che stanno fuori dello studio, con condiscendenza paternalistica o con democratica degnazione, e che vede solo quelli che si assiepano attorno all’inviato, a mendicare una inquadratura e a delegittimare anche la migliore delle cause dandola in pasto alle telecamere. Tanto da convincersi che non esista altro che il “pubblico”, la massa amorfa, stupida e influenzabile degli spettatori, e che solo di esso vada tenuto conto.

Forse dal suo punto di vista la variegata lobby televisiva ha anche ragione: ma questo non fa che confermare quanto era implicito nella terza delle domande che avevo posto, anzi, a dire il vero già anche nelle prime due. E cioè che nessuna forma di intelligenza libera (ma l’aggettivo è pleonastico, perché la vera intelligenza non può che essere libera) è compatibile con la televisione.

Questo ci conduce finalmente al nocciolo della nostra conversazione, ad un tema che ho sinora volutamente lasciato da parte, anche se è legato al discorso sulla televisione, perché ci porta molto più in là. Mi scuserete quindi se la prenderò un po’ larga.

Parlavo di intelligenza. Ora, l’intelligenza umana è strettamente connessa allo sviluppo del linguaggio: evolvendo da una funzione puramente denotativa ad una comunicativa il linguaggio ci ha portati a cogliere il mondo all’interno di una logica spazio-temporale, a darne una lettura causale e consequenziale; presiede quindi sia alla nascita della tecnica che a quella della socialità, oltre che a quella della coscienza. Noi siamo animali tecnologici e politici perché pensiamo e comunichiamo nei termini di un linguaggio simbolico e complesso. Il tema dell’origine dell’intelligenza è tanto affascinante quanto controverso, perché ha sotteso l’irresolubile quesito se venga prima l’uovo o la gallina, ovvero quali abilità favoriscano l’insorgere di altre: ma non conviene spingerci oltre. Per il nostro discorso direi che possiamo prescindere dalle precedenze e badare invece ai risultati. Di certo c’è che l’acquisizione di una competenza comunicativa così eccezionalmente ricca ha segnato il discrimine netto tra noi e gli altri primati, e che quindi va prestata molta attenzione agli effetti di qualsivoglia azione, conclamata o sotterranea, guidata o apparentemente “spontanea”, che vada a concernere il linguaggio; ivi comprese appunto le ricadute della modalità di comunicazione televisiva .

In 1984 Orwell descrive una società nella quale la televisione (che pure nel 1948, quando il romanzo apparve, esisteva solo a livello sperimentale) è lo strumento fondamentale per la creazione del consenso e per l’esercizio del potere. Essa viene utilizzata da un lato per effettuare un vero e proprio martellamento propagandistico, dall’altro per garantire al regime un controllo capillare e invasivo dei comportamenti privati, dal momento che i monitor piazzati in ogni casa e in ogni ufficio funzionano in entrambe le direzioni, in entrata e in uscita, come schermi e come telecamere. Direi che è un quadro abbastanza prossimo a quello della realtà odierna: le telecamere sono ormai quasi onnipresenti negli spazi pubblici, per quelli privati provvedono i social network, face book e lo streaming alla messa in piazza volontaria. Tra l’altro, con esiti molto più soddisfacenti di quelli che si potrebbero ottenere attraverso la coazione.

La propaganda si basa sull’uso sistematico della menzogna, non solo in funzione del presente, ma esteso retroattivamente anche al passato: quindi su una riscrittura, peraltro sempre rinnovata, della storia, che viene piegata di volta in volta alle esigenze politiche del momento. Uno slogan del partito unico al potere recita: “La menzogna diventa verità e passa alla storia”, il che purtroppo è stato vero quasi sempre, anche prima dell’avvento dei regimi totalitari, lo è oggi quanto mai ed ha il suo perfetto corollario in “Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato”.

Per ottenere questo risultato alla martellante campagna televisiva si accompagna una riforma radicale del linguaggio (la costruzione della neo-lingua); quest’ultimo da un lato viene ridotto all’essenziale, dall’altro è privato di significato, attraverso un totale stravolgimento (sulla facciata del Ministero della Verità di Oceania, uno dei tre megastati che si spartiscono il mondo, campeggiano le scritte la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza). È un’operazione articolata e complessa, per la quale il regime si avvale di numerosi “filologi”. Uno di questi spiega a Winston, il protagonista: “Guarda che noi non inventiamo parole nuove. Noi le parole le distruggiamo, a dozzine, a centinaia. Giorno per giorno stiamo riducendo il linguaggio all’osso”.

Orwell dimostra di aver capito perfettamente, vent’anni prima di McLuhan e di Pasolini, come funziona il meccanismo della colonizzazione televisiva: in fondo ha già visto lo stesso meccanismo operare tra le due guerre, nei regimi totalitari, attraverso la radio, il cinema e i manifesti. L’applicazione televisiva ne moltiplica ora le potenzialità di condizionamento e favorisce ulteriormente le derive demagogiche, anche nei regimi “democratici”. Ma Orwell va poi ancor più in profondità, perché sottolinea la fondamentale importanza del controllo del linguaggio, e soprattutto le conseguenze del suo impoverimento.

La distruzione del linguaggio è stata da sempre la premessa per ogni “rifondazione” politica e morale. E il primo atto di distruzione del linguaggio è costituito dall’eliminazione fisica dei supporti, dei documenti o addirittura dei testimoni viventi che possono perpetuarlo. Ogni regime dispotico o totalitario ha provveduto in qualche modo ad accendere roghi di libri. Tre secoli prima di Cristo l’imperatore Qin Shi Huang, per liquidare ogni possibile contestazione alla legittimità della sua investitura, ordinò la bruciatura dei libri e la sepoltura degli eruditi. Non era un’espressione metaforica: quasi mezzo migliaio di intellettuali furono allegramente sepolti vivi. Da allora i falò letterari non si contano, a partire dall’incendio della biblioteca di Alessandria sino ad arrivare alla distruzione di quella di Sarajevo, passando per roghi cristiani e musulmani, sovietici e nazisti e ancora cinesi, durante la rivoluzione culturale: ed anche gli intellettuali non hanno avuto di che stare allegri. Il rogo dei libri significa fare piazza pulita del passato, cancellare la memoria, per poter edificare un nuovo ordine il cui controllo parte proprio dal controllo dalla parola. Ma mentre in passato (e in un passato nemmeno troppo lontano) i libri venivano bruciati fisicamente, oggi questo non è più necessario: possono essere resi obsoleti con tecniche più “morbide”, e la più dolce e letale è proprio l’impoverimento della sostanza di cui sono fatti.

Ad accendere i moderni roghi virtuali ha contribuito significativamente proprio la cultura italiana. Marinetti e i Futuristi sono stati tra i primi sperimentatori dell’attacco al linguaggio come bordata d’approccio per destrutturare la democrazia. Se non avete presente il Manifesto Tecnico della letteratura futurista vi rinfresco la memoria: “Bisogna distruggere la sintassi … Si deve abolire l’aggettivo … L’aggettivo avendo in sé un carattere di sfumatura, è inconcepibile con la nostra visione dinamica, poiché suppone una sosta, una meditazione. … Si deve abolire l’avverbio … Bisogna dunque sopprimere il come, il quale, il così, il simile a. …. Abolire anche la punteggiatura …  Si deve usare il verbo all’infinito … bisogna fondere direttamente l’oggetto coll’immagine che esso evoca”.

Orwell avrebbe potuto benissimo copiare di qui il manuale operativo dei filologi del Ministero della Verità. E forse almeno in parte lo ha fatto. Via gli avverbi, i modi verbali, gli articoli, gli aggettivi, via tutto quello che consente la complessità, le sfumature, l’arricchimento concettuale. Solo parole-immagine, parole-rumore. Ora, la riduzione del linguaggio a mimesi onomatopeica, a suono denotativo anziché a concetto connotativo, rappresenta un salto indietro di ere, non di secoli: e questo salto è stato davvero compiuto, in pochi decenni. Al di là degli aspetti puramente provocatori e delle sparate futuriste, ciò che ha preso l’avvio in quell’attacco è proprio la riduzione della comunicazione a slogan, dei concetti a puri loghi che rimandano meccanicamente a contenuti elementari prestampati nella memoria. I risultati che Marinetti auspicava sono esattamente gli stessi cui punta il Grande Fratello: “Poeti futuristi! lo vi ho insegnato a odiare le biblioteche e i musei, per prepararvi a odiare l’intelligenza, noi prepariamo la creazione dell’uomo meccanico dalle parti cambiabili. Noi lo libereremo dall’idea della morte, e quindi dalla morte stessa, suprema definizione dell’intelligenza logica”. Non si sta parlando di biomeccanica, di cyborg indistruttibili come Terminator: le parti cambiabili sono le schede linguistico-concettuali inserite nel cervello. E la liberazione dalla morte altro non è che la cancellazione dell’idea di futuro, quindi di ogni possibilità e responsabilità di scelta tra diverse prospettive, a favore di un eterno presente per il quale siamo “liberati” da qualsiasi angoscia decisionale.

Così funzionano i roghi linguistici. Nei nuovi linguaggi, siano quello futurista o quello di Oceania, i termini sono impoveriti sino ad un significato unico, preciso, secco, che non lasci spazio a sfumature interpretative, che elimini qualsiasi complessità. In questo modo diventa impossibile concepire un pensiero critico individuale: ogni termine “marchia” un significato, evoca una sola immagine, rimanda ad un unico concetto, e quindi ad un’unica realtà possibile. Un linguaggio povero non consente né dialogo né dibattito: non serve a cercare la verità, perché la verità è già implicita nel significato univoco delle parole. Il discorso si rattrappisce a slogan.

Ed è qui che torna in scena, e diventa protagonista, la televisione. La televisione eredita un ruolo che solo entro certi limiti poteva essere affidato alla carta stampata (quest’ultima possiede degli anticorpi che la rendono parzialmente immune), che solo fino ad un certo punto poteva essere interpretato dalla radio e dal cinema, e che ora trova invece l’applicazione più efficace. Il paradosso è che in un primo momento la televisione era sembrata coprire un ruolo radicalmente diverso, di alfabetizzazione delle masse (si pensi a “Non è mai troppo tardi”, al maestro Manzi): in realtà quello era una sorta di corso accelerato per far uscire le masse dall’uso del solo dialetto, per abituarle a recepire un linguaggio più universale, nel quale possono essere diffusi, semplificandoli al massimo, i messaggi promozionali dell’economia e quelli propagandistici della politica. Quindi la televisione ha svolto un duplice mandato, di svezzamento preliminare, nel senso della omogeneizzazione linguistica, e di successiva omologazione, nel senso della “semplificazione all’osso” del linguaggio.

Nell’odierna era digitale, nella quale il definitivo predominio delle immagini sulla parola ha reso obsoleta anche l’alfabetizzazione (tanto che si assiste, dopo aver toccato il traguardo dell’alfabetizzazione di massa, ad un prepotente avanzare dell’analfabetismo di ritorno), la televisione ha i requisiti perfetti per assolvere al ruolo che Orwell assegnava ancora ai “filologi” (e già il definire così coloro che hanno il compito di distruggere il logos è ironicamente significativo) impegnati a riformare il vocabolario. Di per sé, come mezzo che ambisce ad una utenza indiscriminata e la più larga possibile, abbiamo già visto che non può che adottare una semplificazione massima del linguaggio. Per il suo crescente uso “commerciale”, connesso all’enorme potere di persuasione e di spinta al consumo che ha dimostrato di possedere, e per la conseguente necessità di favorire una identificazione del pubblico con i “testimoni” dei prodotti, porta in video un numero sempre più grande di partecipanti con scarsissime competenze linguistiche. Infine, come strumento che esige un apparato di produzione e di diffusione estremamente complesso e costoso, e quindi grosse disponibilità finanziarie, finisce per essere gestito esclusivamente da gruppi di potere o da privati che possono arrischiare investimenti sul lungo periodo, e che lo utilizzano a salvaguardia o a supporto dei loro interessi (come è clamorosamente evidente nel caso italiano), secondo un progetto articolato di persuasione e di distrazione.

Non c’è dunque più alcun bisogno dei plotoni d’esecuzione filologici immaginati da Orwell: sono sufficienti i calciatori, gli allenatori, i cantanti e gli altri saltimbanchi di passaggio che rispondono sempre alle stesse domande, sempre egualmente cretine, con le stesse formulette standardizzate; i politici che liquidano ogni contraddittorio con un vaffa o con gli insulti, e che mutuano la terminologia sportiva per farsi meglio capire “dalla gente”; i conduttori specialisti nell’aiutino e quelli che riducono la polivalenza semantica, l’espressione più raffinata del gioco linguistico, a beceri doppi sensi; i cuochi e gli stilisti che affettano un linguaggio specialistico dal quale è abolito ogni congiuntivo, ecc… Si badi che l’abolizione del congiuntivo non denuncia solo difficoltà nell’apprendimento e nella coniugazione dei verbi: è significativa della estrema semplificazione nella visione del mondo, per cui le cose sono (anche se poi sono solo virtuali) o non sono: ciò che esclude ogni dimensione della possibilità, o della auspicabilità. Esclude l’idea che le cose sono ma potrebbero essere anche in altro modo, e forse varrebbe la pena di sforzarsi per cambiarle: esclude il sogno utopico, quello che spinge a cercare di cambiare, per fare posto invece alla realtà virtuale, che è quella che ti neutralizza, dandoti l’impressione di vivere già l’utopia realizzata.

Per colmo di paradosso la semplificazione linguistica viene gabellata come processo di democratizzazione: ed è stata interpretata come tale (e continua ad esserlo tutt’oggi) anche da una parte del pensiero “progressista”, in base all’argomento che la “complicazione” alza una di barriera contro la possibilità di capire, e quindi anche contro lo smascheramento dei trucchi del potere. L’argomentazione è senz’altro corretta se si pensa al burocratese, a certi linguaggi tecnici o a idiomi elitari utilizzati per alzare altre barriere, quelle di classe (un caso storicamente esemplare è quello dell’uso “politico” del latino da parte degli umanisti quattrocenteschi, per tenere lontana dalle cariche pubbliche la borghesia mercantile): ma è vero il contrario se a crescere non è la complicazione, ma la complessità.

Noi siamo in presenza appunto non di uno snellimento delle complicazioni ma di un attacco portato alla complessità. La semplificazione in atto, che passa attraverso l’adozione di un linguaggio stereotipato e modulare, va in direzione esattamente opposta a quella di uno sviluppo o di una manutenzione del pensiero e della conoscenza. Sfoltisce i termini, perché questo ne facilita il controllo, e ad ognuno di essi attribuisce un valore univoco: ciò che riduce il lavoro del pensiero ad un automatismo di riconoscimento, di accettazione e di incolonnamento dei significati attribuiti da chi ha in mano il potere.

Questa semplificazione prelude quindi alla riscrittura della realtà e della storia. Nel mondo di Orwell “tutti i documenti sono stati distrutti o falsificati, tutti i libri riscritti, tutti i quadri dipinti da capo, tutte le statue, le strade e gli edifici cambiati di nome, tutte le date alterate, e questo processo è ancora in corso, giorno dopo giorno, minuto dopo minuto. La storia si è fermata. Non esiste altro che un eterno presente nel quale il Partito ha sempre ragione”. E allo stesso modo le nuove opere d’ingegno, poesie, saggi e romanzi sono “prodotti” realizzati automaticamente da sofisticati macchinari elettromeccanici (i versificatori), né più né meno che odierni computer, che agiscono sulla base della composizione modulare predefinita.

 

Le cose vanno esattamente allo stesso modo nel nostro mondo. Se non si bruciano i libri si imputano però al “peso” materiale della cultura le scogliosi che deformano giovani schiene ineducate a qualsiasi corretta postura, e si auspica quindi (o si impone) la loro sostituzione con supporti digitali portatili (tablet e compagnia). Ora, il passaggio da un supporto “rigido” ad uno “aperto”, sia quest’ultimo un monitor o un video o un display o quel che cavolo si vuole, ha delle profondissime implicazioni psicologiche. Sulla carta le parole sono impresse, rimangono lì, sotto la piena responsabilità di chi le ha scritte: su un monitor sono di passaggio, convivono e si confondono con mille altre cose, o addirittura possono essere modificate, riscritte, falsificate Quando lo stesso supporto mi dà accesso tanto a Guerra e pace che al gossip di Chi?, e mi offre la possibilità di passare dall’uno all’altro in una frazione di secondo, qualsiasi contenuto diventa volatile, leggero e intercambiabile. E questo è solo un aspetto del problema, ma è fondamentale, perché attiene al peso specifico delle parole.

Le parole sono pietre recita il titolo di un libro di Carlo Levi, e fino a quando si ha questa coscienza, a meno di essere degli idioti o dei criminali, si fa attenzione al loro uso. Si cerca di farle corrispondere a dei concetti, a delle idee, a delle cose. Ma se si pensa che l’una valga l’altra, e che i versi de l’Infinito non siano qualcosa di diverso dai testi dell’ultimo rapper di tendenza, visto che scorrono sullo stesso supporto, il peso va a farsi benedire e le parole possono essere gettate per aria senza farsi troppi problemi. Non ti ricadranno in testa e, quand’anche lo facessero, sganciate dalle idee saranno piume, potranno essere smentite, rivoltate, stravolte ad altri significati, utilizzate comunque in funzione di un effetto immediatamente spettacolare, al fine di segnare un punto nei confronti di un competitore o del pubblico. Che è esattamente ciò che accade in televisione.

E anche, purtroppo, in libreria. Perché a dispetto di tutto i libri ancora si moltiplicano, ma sempre più appunto come prodotto volatile, di consumo veloce e di peso culturale insignificante: hanno le loro fiere, le loro campagne promozionali con lo sconto, come qualsiasi prodotto, dai tartufi alla carta igienica, ed hanno naturalmente la scadenza: come gli alimentari, sono destinati ad una brevissima permanenza sugli scaffali. E non è nemmeno più importante, visto il basso tenore proteico, che siano almeno insaporiti da una forma corretta e lessicalmente ricca, che gli ingredienti siano genuini, perché il loro apporto nutritivo nei confronti della forma corrente della comunicazione è pari a zero.

 

La comunicazione passa oggi attraverso le “reti sociali”. Facebook vanta oltre un miliardo di utenti, Twitter pochi meno. La prima gioca fondamentalmente sulle immagini, la seconda concede al pensiero un massimo di centoquaranta caratteri, l’equivalente esatto di due righe di questa pagina. È una misura che i “filologi” di Oceania avrebbero considerata perfetta. L’impossibilità eretta a norma di formulare una qualsiasi riflessione compiuta avrebbe persino reso superfluo il lavoro della psicopolizia.

E infatti. Nella nostra realtà essa ha rappresentato un vero invito a nozze per gli idioti, visto che a trarre il maggiore vantaggio dall’icasticità sono gli insulti. Un’enorme massa di minorati mentali, quella che per motivi tecnici non poteva essere accolta in video e che sino a ieri era frenata almeno dal timore per una certa sacralità della parola, ha scardinato le porte di Gog e Magog e si è riversata in rete, inverando tutte le peggiori profezie.

 

Non sto esagerando, e non sono in depressione da andropausa. Patisco solo una memoria ipertesa. Marinetti nel suo Manifesto proclamava “L’uomo completamente avariato dalla biblioteca e dal museo, sottoposto a una logica e ad una saggezza spaventose, non offre assolutamente più interesse alcuno” e subito dopo aggiungeva: “Dunque, dobbiamo abolirlo nella letteratura, e sostituirlo finalmente colla materia”. Fu preso sin troppo alla lettera. Nel maggio del 1933 il via ai roghi dei libri che illuminarono sinistramente le piazze tedesche venne dato per radio da queste parole di Hitler: “La democrazia fa schifo. La libertà fa schifo. La libertà d’opinione fa schifo”. Qualche anno dopo altri roghi, quelli dei cadaveri degli uomini avariati gettati nei forni crematori, portavano a compimento l’operazione.

 

Mi ero ripromesso di non ammannire prediche: non ce l’ho fatta, e me ne scuso, ma è più forte di me. Sono uno dei pochissimi italiani che ammirano Savonarola (e dei pochi che lo conoscono). La verità è che sono seriamente preoccupato. Recentemente, dopo cinque giorni di silenzio ho inviato dall’estero a mia figlia un messaggio, chiedendole: “Allora, come stai?” Ha risposto: “bn”.

Non è un refuso: era scritto proprio “bn”.

È già avanti, ha surclassato Marinetti e la televisione: ha eliminato anche le vocali.

 

La più grande olimpiade dell’era moderna

di Paolo Repetto, 2005

I giochi olimpici più importanti dell’era moderna non furono, come molti pensano, quelli faraonici del 1936 a Berlino, o quelli tragici del 1972 a Monaco. Essi ebbero luogo a Lerma, attorno alla metà di Settembre del 1960.

Era un anno magico. Nencini aveva vinto il Tour, Roncalli aveva aperto il secondo concilio vaticano, Kennedy stava per diventare il nuovo presidente degli Stati Uniti e, ciliegina sulla torta, sino a pochi giorni prima Roma aveva ospitato la XVII edizione ufficiale delle Olimpiadi, che doveva celebrare in un colpo solo il primo centenario dell’unità nazionale, la fine di un dopoguerra da paese sconfitto e l’inizio del boom e del centrosinistra. Sia sul piano agonistico che su quello spettacolare era stata in effetti una manifestazione esaltante; per intenderci, furono i giochi di Berruti, di Wilma Rudolph, di Bikila, di Benvenuti e di Cassius Clay. Gli italiani vinsero in quell’occasione un po’ dovunque, a piedi, a cavallo, in bicicletta o in barca, totalizzando un raccolto di ori e di argenti che non si sarebbe mai più ripetuto. Da paese di morti di fame erano diventati la terza potenza sportiva del mondo.

I giochi di Lerma celebrarono però un’altra cosa: l’arrivo anche da noi della televisione e delle immagini in diretta. Persino per uno come me, che leggeva i giornali (avevo un incarico part-time presso il negozio di alimentari che fungeva anche da edicola e da luogo di distribuzione della posta) e seguiva le radiocronache del pugilato, la televisione significava l’ingresso in un altro mondo. Vedere Berruti che esce dalla curva liscio ed elegante come un figurino, che si lascia alle spalle dei marcantoni di colore grandi il doppio di lui, che vince e centra il record mondiale, era ben altra cosa. Per la prima volta dalle adunate oceaniche d’anteguerra l’intera nazione si era stretta attorno a qualcuno, a un torinese con l’aria e il fisico di un intellettuale sedentario, che metteva però in riga anche i velocisti della superpotenza americana. La televisione aveva consacrato in diretta il riscatto degli eterni perdenti, e anche a Lerma lo avevamo vissuto assiepati a decine davanti ad uno dei due apparecchi televisivi esistenti in paese, quello dell’oratorio. Ora si trattava di celebrare degnamente quel trionfo, e il modo migliore era quello di ripeterlo.

Dell’Olimpiade di Lerma non è rimasta purtroppo alcuna testimonianza iconografica, non ci sono né fotografie né tantomeno filmati: ma io posso lo stesso raccontarvi la storia veritiera di quei giorni, essendone stato insieme testimone, agonista e soprattutto il principale organizzatore. All’epoca andavo per i dodici anni e già avevo alle spalle una discreta carriera di organizzatore sportivo (non solo: ero a capo, sia pure per autoinvestitura, di una delle bande più importanti del paese). Sull’onda dell’entusiasmo per la vittoria di Baldini al mondiale di ciclismo e per l’asfaltatura della via principale avevo promosso due anni prima un giro d’Italia con le grette, suddiviso nelle venti canoniche tappe. Avevo tracciato i percorsi con i gessi presi a prestito dalla scuola elementare e, una volta esauriti questi, con dei pezzi di mattone (le “tappe rosse” dell’ultima settimana). Il giro si snodava dal Poggio alla piazza Roma e ritorno, con puntate nei vicoli non asfaltati per le tappe dolomitiche e due circuiti sullo sterrato per le prove “a cronometro”. Avevo anche stilato un regolamento, che venne più volte modificato, a seconda del peso e del livello di amicizia dei ricorrenti, e nominata una giuria con l’incarico di segnalare le forature (uscita dai limiti del percorso, fermo per un turno) e di tenere il conteggio dei “bilecchi”. Ciascun concorrente doveva inserire nella sua gretta l’immagine di un campione, Anquetil, Gaul, io naturalmente Nencini, utilizzando le figurine che si trovavano nelle primissime confezioni dei fruttini. Per il bilanciamento era consentito solo l’uso dello stucco. Lo svolgimento era stato piuttosto tempestoso, perché i concorrenti erano indisciplinati e contestavano ad ogni piè sospinto le regole, ma arrivammo alla fine, registrando anche il primo caso ufficiale di squalifica per doping (Mario aveva riempito le sue grette di piombo per renderle più stabili nei percorsi veloci).

Mi sono attardato sul mio primo successo organizzativo (ne seguirono altri, ma anche qualche tonfo, come il Tour dell’anno successivo) un po’ perché ci tenevo da un pezzo a raccontarlo, ma soprattutto per dimostrare che non ero arrivato all’Olimpiade impreparato. L’evento fu il frutto di passione ed entusiasmo, ma anche di una certa “professionalità” acquisita con una lunga gavetta, e ancora oggi lo considero il mio capolavoro, perché lo sforzo di realizzazione e di coordinamento fu davvero enorme.

L’idea dei giochi venne a me, ma certo era nell’aria. Dopo i trionfi di Berruti e di Gaiardoni passavamo la giornata a sfidarci sui cento metri e avevamo imparato a resistere per delle mezz’ore in surplace sulla bicicletta. Di lì a decidere di bandire delle gare ufficiali, che raccogliessero tutti i ragazzi del paese e i villeggianti e stabilissero una volta per tutte le gerarchie sportive, il passo era breve. Non mi ci volle molto a convincere gli altri, primo tra tutti Aurelio, complice imprescindibile di qualsivoglia iniziativa. Costituimmo un comitato olimpico, decidemmo le gare da disputarsi, stilammo il calendario delle prove, concordammo le modalità di ammissione e di partecipazione. Onde evitare grane stabilimmo il tetto massimo di età a quattordici anni, per poter includere quei tre o quattro che avevano concluso con noi le elementari pur essendo più anziani, ed escludere quelli che col loro nonnismo avevano sempre cercato, sia a scuola che all’oratorio o nel bosco della Cavalla, di tarpare le ali alla nostra creatività. La ribellione fisica, violenta, sarebbe arrivata solo un paio d’anni dopo, tra l’altro anticipando la contestazione giovanile dei secondi anni sessanta: per il momento era necessario giocare d’astuzia e toglierceli dai piedi, e a tal fine era preziosissima la collaborazione di don Franco, il viceoparroco. Don Franco era un prete giovane, ma aveva una concezione del sacerdozio ispirata più a Guareschi che a Don Milani, e certe dita d’acciaio che mettevano in rispetto qualsiasi bullo. Inoltre possedeva un orologio che segnava anche i secondi, non un vero cronometro, ma insomma, era un prete e ci si poteva fidare. Dopo qualche insistenza e la promessa da parte nostra di presenziare alla prossima novena natalizia accettò anche di fungere da giudice unico di gara, il che era fondamentale, perché metteva fine preventivamente ad ogni possibilità di polemica e a qualsivoglia eventuale turpiloquio. Potevamo aprire i giochi.

Eravamo partiti con grandi ambizioni, ma fu giocoforza ridimensionare di molto il programma. Malgrado la vittoria di D’Inzeo non era possibile contemplare, per ovvi motivi, l’equitazione, anche se Aurelio insisteva che avremmo potuto iscrivere le coppie cavallo-cavaliere che si formavano per le sfide di “lotta in spalletta”. Ci volle del buono a convincerlo che il concorso ippico non si svolgeva nella prateria come la cavalcata di Ombre Rosse, ma su un percorso ad ostacoli. Erano da escludere anche le gare di nuoto e pallanuoto (altro oro per l’Italia), perché alla metà di settembre l’acqua del fiume era già fredda e perché a saper davvero nuotare eravamo si e no in tre. Niente da fare neppure per la scherma, dove in verità l’attrezzatura di fioretti di frassino non mancava, ma sarebbe stato difficile persino per don Franco governare le gare. Idem per la lotta e il pugilato, severamente vietati dai genitori, per il sollevamento pesi e per la ginnastica. Rimaneva insomma solo l’atletica, e quei giorni furono davvero un trionfo della regina degli sport.

Anche limitando così drasticamente il campo, l’organizzazione si rivelò particolarmente complessa. All’epoca gli impegni scolastici iniziavano ad ottobre, ma per molti, me compreso, c’erano quelli lavorativi a casa. Per fortuna quell’anno la vendemmia era in forte ritardo, e concentrando le gare in un programma estremamente fitto potemmo contare su una partecipazione quasi totale. Alcuni problemi tecnici furono risolti brillantemente: le medaglie per la premiazione, ad esempio, le rimediai io, pescando tra quelle portate a casa da mio nonno dal fronte dell’Isonzo, unico bottino di quattro anni di trincea. Non gliene importava granché, e mi aveva già consentito di giocarci, ma ad ogni buon conto preferii prenderle a prestito senza farglielo sapere. Risultarono uno degli elementi essenziali ai fini del rispetto del rituale, e con un cordino di lenza rossa da muratore facevano la loro bella figura. Purtroppo ne avevo solo tre (il nonno non era stato particolarmente valoroso), da usarsi per ogni cerimonia di premiazione e da farsi prontamente restituire, ciò che suscitò qualche rimostranza da parte di concorrenti che non avevano letto il regolamento (anche perché non era mai stato scritto).

L’attrezzatura per il lancio del peso fu procurata da Aurelio, che fornì le bocce di suo zio Giulio, sponsor inconsapevole e tutt’altro che consenziente. Per il disco utilizzammo una selce da calzolaio di mio padre, di quelle che servivano per ribattere le suole, perfettamente circolare e quasi piatta. I ritti per il salto in alto furono ricavati piantando dei chiodi lungo il tronco di due tigli che crescevano paralleli ai bordi dello stradone: l’asticella era uno spago tenuto tirato da due contrappesi di pietra. Ci fu anche un tentativo di praticare l’asta, ma venne abbandonato dopo che Agostino rischiò di finire infilzato dalla canna di bambù che stava usando.

Per le gare di velocità fummo molto agevolati dall’amministrazione provinciale, che durante l’estate aveva asfaltato la circonvallazione. Disponevamo di un rettilineo di quasi quattrocento metri, pianeggiante, con fondo compatto e levigato, perfetto. Il problema era che Berruti aveva vinto i duecento metri uscendo dalla curva, e che all’Olimpico le corsie per quella gara erano disposte in modo da far curvare tutti i concorrenti prima di esplodere sul rettilineo finale: quindi era d’obbligo inserire una curva e far partire i concorrenti distanziati di qualche metro l’uno dall’altro. Si trovò la soluzione fissando l’arrivo nella piazza, allo sbocco della piega che immette nella circonvallazione. Questo significava dover misurare le corsie ad una ad una, e disegnarle con il gesso. La misurazione venne effettuata con la solita lenza da muratore, che fu una delle protagoniste dei giochi (servì, oltre che per misurare le distanze nei lanci, come asticella nell’alto e come segnalatore di fossa nel lungo), anche se poi all’atto dell’attribuzione dell’ordine di partenza ci furono dei problemi, dal momento che tutti volevano quelle più esterne perché consentivano di partire più avanti e di tagliare clamorosamente la curva.

Le cose furono più semplici naturalmente per i cento metri, ma si complicarono poi parecchio per i centodieci-ostacoli. Si dovette ricorrere ad un blitz notturno nel magazzino del negozio di alimentari, dal quale furono prelevate un po’ di cassette da frutta, mentre io fornii dieci ceste da vendemmia. Già così in ciascuna corsia non potemmo mettere più di cinque o sei ostacoli, che si rivelarono in verità più che sufficienti, e dovemmo disputare la gara in notturna, per approfittare di un momento in cui non ci fosse transito (in realtà all’epoca anche durante il giorno si poteva pranzare in mezzo alla strada). Neanche a farlo apposta tutti i perdigiorno motorizzati sembravano essersi dato convegno quella sera nella circonvallazione, e nonostante i posti di blocco disposti in piazza e sul viale per deviare il traffico verso il centro del paese dovremmo sgomberare il terreno di gara più di una volta, per consentire loro di passare. Avevamo appena terminata la gara e rimosso gli ostacoli quando arrivarono i carabinieri, avvertiti da qualche idiota.

Ma arriviamo al dunque, all’aspetto sportivo. Come in ogni olimpiade i momenti magici furono quelli degli sprinter e della maratona. Nei cento metri per arrivare ai cinque finalisti si dovettero disputare quattro batterie e due semifinali. Gareggiò persino mio fratello, che aveva otto anni. Fu un successo organizzativo, ma una delusione nel risultato. Ai primi due posti finirono infatti i due gemelli Parodi, due villeggianti, sia pure oriundi. Il primo indigeno, che era poi Aurelio, dovette accontentarsi del bronzo. Nei duecento ce la cavammo molto meglio. L’oro andò ad Aurelio, al quale la sorte, un po’ aiutata, aveva riservato la corsia più esterna, secondo fu uno dei soliti gemelli e terzo finii addirittura io. Ebbi quindi anche l’onore di premiarmi da solo, dopo aver sedato le contestazioni dell’altro gemello, che sosteneva di aver percorso almeno venti metri in più rispetto agli altri.

La maratona venne disputata nell’ultimo giorno di gare. Il lotto dei partecipanti che avevano aderito si sfoltì di molto quando si seppe che i giri del paese previsti erano cinque anziché due (ogni giro misura circa novecento metri). Nessuno di noi aveva in effetti mai corso, almeno consapevolmente, una distanza del genere. Alla fine partirono in una dozzina. Io li precedevo in bicicletta e Angelo li seguiva con lo stesso mezzo, per controllare che nessuno tagliasse lungo i vicoletti. Al terzo giro i maratoneti erano già ridotti alla metà, e cominciarono a venir fuori i valori effettivi. Lungo la salita che porta al Poggio ci fu l’attacco di Marietto, che fece in testa anche il quarto giro, mettendo sempre più metri tra sé e gli inseguitori. Il dramma, come in tutte le vicende drammatiche che si rispettino, esplose all’ultimo giro. Mario stava scendendo tutto solo lungo via Benedicta, gli mancavano ormai non più di quattrocento metri all’arrivo, tutti discesa e pianura. All’altezza della sua abitazione io, che lo seguivo con una bandierina rossa appesa al manubrio, vidi uscire come una furia dall’ombra del vicolo sua madre: lo arpionò per un braccio, facendogli fare una mezza giravolta e urlandogli in faccia: “Dov’è Brunetta?” Brunetta era la sorellina di Mario, aveva forse tre anni ed era un vero impiastro, perché Mario doveva badarle praticamente tutto il giorno, cosa che gli aveva già impedito di partecipare alle gare di velocità, per le quali era una delle punte di diamante della squadra lermese. Per la maratona, nella quale aveva buone possibilità ed era una garanzia contro l’eventualità di un successo foresto, lo avevo convinto a lasciarla sul viale, affidata ad una ragazzina nostra coetanea che si era offerta, anche se non del tutto spontaneamente, di badarle. Mario ebbe un bel gridare “Vado a prenderla, lasciami andare”. Sentivo lo schiocco delle sberle e non ebbi animo di intervenire, anche perché sapevo che mi sarebbe toccata la mia parte e non avrei risolto nulla; inoltre c’erano i doveri organizzativi che mi aspettavano, l’arrivo e la redazione della classifica. Fu così che la maratona venne vinta da Aurelio, che l’onore lermese venne salvato ma che Mario, novello Dorando Petri, fu privato di una medaglia ampiamente meritata. E non valse nemmeno a consolarlo il fatto che io organizzassi una premiazione speciale ad honorem, anche perché non poté partecipare.

Delle altre gare c’è poco da raccontare, se non che furono guastate da alcuni inconvenienti. La finale del salto in lungo venne interrotta dal proprietario del mucchio di sabbia che usavamo per l’atterraggio, esageratamente alterato perché gliel’avevamo sparsa un po’ in giro, che ci costrinse a ripristinare il mucchio con scopa e badile. Non ci furono vincitori, mentre ci furono strascichi quando andò a lamentarsi da mia madre, che nella specialità scappellotto avrebbe guadagnato senz’altro il podio e si affrettò a ribadirmi quanto ci teneva alla mia reputazione. In quella del peso, invece, l’attrezzo finì direttamente nella scarpata che portava al bosco della Cavalla, e a dispetto persino di una taglia in fumetti messa in palio non ci fu più verso a ritrovarla. Non avevamo calcolato che Bruno, pur più anziano di noi di un solo anno, aveva il fisico di un ventenne e la forza di due, per cui poteva far volare alla boccia un campo da calcio. Naturalmente facemmo subito sparire anche l’altra e lo zio Giulio si arrovellò per tutta la vita sul mistero delle bocce scomparse. Aurelio non ebbe il coraggio di confidarglielo nemmeno da adulto.

Ci fu infine un’appendice comica, quando Claudio P., rientrato in paese a gare concluse, dichiarò non valida tutta l’edizione perché si era svolta in sua assenza. Claudio era un ragazzotto rotondo che portava i piedi a papera, con un’apertura angolare superiore ai centocinquanta gradi. Agganciandogli un paio di pale avrebbe aperto il passo nella neve ad un camion. Era imbattibile soprattutto nell’apnea sottomarina, una specialità alla quale lo allenavamo per tutta l’estate al fiume. Organizzammo seduta stante una ripetizione dei cento metri, che vinse naturalmente con un tempo buono per i cinquemila, e ci deliziò con un ulteriore schetch finale all’atto della premiazione, quando dovetti quasi rompergli un braccio per farmi restituire la medaglia.

Tutto sommato il bilancio sportivo dei giochi fu favorevole ai lermesi, anche al netto di qualche parzialità, che è comunque da mettersi sempre in conto al paese ospitante. Fece uscire i nativi dalla soggezione nei confronti dei cittadini, che in genere millantavano militanze nei pulcini della Sampdoria o del Genoa o frequentazioni di stadi, piscine e palestre. Soprattutto ci rese protagonisti di un evento organizzato e gestito in proprio, insegnandoci che il divertimento vero stava nell’ideare le cose e la vittoria nel condurle a termine. Le medaglie volanti di mio nonno fornivano d’altronde una perfetta metafora della transitorietà del successo. Noi naturalmente tutto questo non lo sapevamo, ma gli sviluppi successivi mi portano a credere che qualcosa di quella lezione sia rimasto, almeno negli animi più sensibili.

La cerimonia ufficiale di chiusura si svolse nell’oratorio, perché nel frattempo erano iniziate le rituali piogge pre-vendemmia. Don Franco ci fece un cazziatone per la scarsa sportività e l’eccessiva litigiosità mostrata dalla gran parte dei partecipanti, ma promise che l’anno successivo l’olimpiade l’avrebbe organizzata lui, e ci sarebbero state anche gare in bicicletta e in acqua. Naturalmente venne trasferito la primavera successiva, e nella storia di Lerma i giochi del ‘60, i miei giochi, sono rimasti unici e indimenticabili.

 

Il lavoro intellettuale come vocazione

di Paolo Repetto, 1994

Il tema di questa sera è “la Cultura”. Con la C maiuscola. Per essere più precisi, ci chiederemo: “cosa è, cosa non è Cultura”? Una domanda del genere avrebbe fatto correre immediatamente la mano di Goering alla fondina: voi, che siete più tolleranti, vi sentirete al massimo cascare le braccia. A ragione, perché è una domanda vecchia almeno quanto l’homo sapiens, perché ha già ricevuto un’infinità di risposte, tutte per certi versi egualmente valide, e perché questo significa che non esiste alcuna risposta seria e oggettiva. Tuttavia, se siamo qui evidentemente un po’ di curiosità la conserviamo, e pensiamo che in fondo porsi una volta di più il problema e azzardare una risposta nuova non faccia male a nessuno Il rischio massimo che corriamo è per me di dire delle banalità, per voi quello di ascoltarle.

Premesso questo, vediamo intanto perché ho accettato di trattare un argomento così trito e impalpabile, con la prospettiva, oltre che di riuscire banale, anche di apparire presuntuoso. Bene, io ho l’impressione che a furia di rivoltare per dritto e per traverso certi concetti finiamo per darli come acquisiti; oppure, e forse è ancora peggio, rinunciamo a darne una definizione, sia pure provvisoria, e li priviamo pertanto di ogni valenza e significato, facendone dei contenitori. Vorrei dunque approfittarne dell’occasione di questo incontro per provare a chiarirmi una fastidiosa sensazione di distonia linguistica e mentale con quel che mi circonda: ma niente paura, non intendo partire dalla mela di Eva, mi limiterò ad alcune considerazioni spicciole. Se siano poi marginali, o gratuite, o decisamente stupide, starà a voi giudicare.

 

Prendo lo spunto da un articoletto apparso su “La Stampa” dell’8 febbraio scorso (“L’Italia patria di libri e i mostre/ Ma RAI e Fininvest non lo sanno”), firmato da Giorgio Calcagno. Calcagno si chiede quanto spazio venga riservato in televisione alla cultura, e trae dalle statistiche dati decisamente sconfortanti: un misero 5% nei palinsesti della RAI, una presenza puramente simbolica (l’1%) in quelli della Fininvest. Sdegnato, il notista deplora la generalizzata insensibilità dei programmatori televisivi per ogni tipo di evento culturale, e soprattutto la quasi totale assenza di informazione libraria. “Ha perfettamente ragione – direte – spazio ai libri la televisione ne concede veramente poco. Ma è una novità? È sempre stato così, a memoria di teleutente”. Infatti, e sono il primo a pensare che l’articolo di Calcagno non aprirà nuovi orizzonti e dibattiti serrati. Ma non voglio farne questione di novità o meno: quel che mi preme è altro, e sta a monte dell’indignazione del nostro. Vorrei piuttosto chiedermi(vi): la disattenzione televisiva nei confronti dei libri, o più in generale, della “cultura”, è un problema? E rispondermi(vi): no, per niente.

 

Non scandalizzatevi. Io credo che il vero problema sia un altro, e che le geremiadi di Calcagno non soltanto non dicano, ma soprattutto non siano niente di nuovo. Mi paiono tanto inutili quanto stantie, al pari di tutte le grida di dolore che da più parti e a vari titoli si levano a chiedere una più consistente “offerta” culturale. Perché questo è il vero problema: ha senso esigere una “offerta” culturale? Sembra a prima vista un quesito assurdo, tanto appare ovvia la risposta. In teoria, infatti, una vasta gamma di proposte culturali consente ad un maggior numero di persone di scegliere, di partecipare, mentre in assenza di una offerta esibita il mercato si restringe, e molti potenziali fruitori sono scoraggiati o esclusi. Quindi l’offerta contribuisce alla diffusione, ovvero alla democratizzazione della cultura.

Ma le cose stanno davvero così? Crediamo davvero che se i libri avessero sul teleschermo più spazio delle gambe delle ballerine, e le rubriche di critica letteraria più seguito dei telequiz, questo avrebbe a che fare con l’informazione culturale? Non raccontiamoci storie. Sarebbe come voler pensare che le facce di Andreotti o di Craxi hanno indotto negli italiani una maggiore partecipazione e consapevolezza politica, o le cosce della Parietti un costume sessuale più evoluto, o i telequiz un anelito all’erudizione. No, l’informazione, rispetto ai libri (ma allo stesso modo rispetto a tutto ciò che considero “cultura”) uno se la procura in altro modo. Cercare, trovare, sapere che esiste una pubblicazione, e capire che ci interessa, deve rappresentare una conquista, diventare momento di un itinerario culturale che è insieme metodo e obiettivo. Ogni libro parla di altri libri, rimanda ad essi, si inserisce in un percorso tutto personale, solo apparentemente casuale, costruito attraverso letture, cataloghi, riviste, note, chiacchiere con gli amici: tutto, tranne la televisione. La televisione offre, esibisce, si rivolge ad un mercato di spettatori, non di lettori: fa pubblicità, non informazione. È’ nella sua natura. Crea una disposizione attendista, passiva, che nulla ha a che vedere con la conquista e con la partecipazione, quindi con la cultura. Chi attende dalla televisione indicazioni e stimoli per le sue letture, per le sue scelte, è già perso per la causa della cultura (e per tante altre), come del resto lo è chi li “attende” da qualsiasi altra fonte. “Il pubblico vero, effettivo, una minoranza di dieci o ventimila persone che non sono disposte a farsi abbindolare, questo pubblico si è già affrancato da un pezzo dalle arlecchinate dei mass-media, si forma il proprio giudizio senza dipendere dai bla-bla delle recensioni e dei talk-show, e l’unica fonte di pubblicità alla quale crede è la propaganda orale, che è insieme gratuita e impagabile”. (H. M. Enzensberger). Il “pubblico” di Enzensberger, che è poi quella koiné dispersa e disaggregata nella quale sopravvive l’ultima resistenza all’omologazione, sa benissimo a quali criteri può ispirarsi l’”informazione libraria” televisiva. L’unico in sintonia col mezzo e con i suoi utenti è il “di tutto e di più”: ovvero, ciò che piace a tutti e non interessa a nessuno, e che comunque si presta a mettere in piedi un teatrino. È quanto in effetti si è verificato anche in trasmissioni “qualificate” (da Apostrophes a Babele) e non può che essere così, perché si tratta di una questione di contesto. È’ naturale che “consigli culturali” che cadono in mezzo ai “consigli per gli acquisti”, precedendo o seguendo altri spot più o meno espliciti in sembiante di telefilm, varietà o tribune politiche, debbano trattare il libro come un comune oggetto di consumo, al pari di merendine e pannolini e carta igienica, e debbano proporre quei libri che sono proprio tali, fatta salva la minore utilità. Non ha dunque senso lamentarsi perché ciò accade, e rivendicare spazio per qualcosa che nulla ha in comune con la dimensione televisiva.

 

Le lamentazioni di Calcagno (il quale evidentemente non rientra nei dieci o ventimila di Enzensberger) attengono a quella stessa logica che permette a qualcuno di distinguere tra “Samarcanda” e “Il processo del lunedì”. Chi ha bisogno di Babele per conoscere i libri, e di Samarcanda per scoprire la corruzione e il malgoverno, accetta in pieno il gioco della spettacolarizzazione, e non è neppure abbastanza onesto con se stesso da godersi in santa pace gli opinabili “vantaggi” della sua scelta. Non è questione di stabilire se la televisione sia un medium buono o cattivo, caldo o freddo, stupido o intelligente: di questo si è discusso già sin troppo. La televisione è quel che è, risponde perfettamente alle logiche, ai bisogni e ai disegni del sistema che l’ha prodotta. Proprio per questo non ha niente a che fare con l’idea affermativa e formativa di cultura di cui sopra.

 

Ho finito per parlare solo di televisione, ma l’intento era un altro. Se infatti non ha senso caricare la televisione di ruoli che non le competono, che vanno contro la sua “natura”, ne ha ancor meno attribuire una speciale dignità ad ogni altro prodotto che si fregi del bollino d.o.c. della qualità “culturale”. E mi riferisco a mostre, convegni, rassegne, dibattiti, festival, meeting, stagioni liriche e teatrali, concerti, premi letterari, a tutta la paccottiglia del “kultur-shop”, a quegli eventi culturali in confezione patinata ai quali pensa Calcagno quando ne stigmatizza l’assenza in tivù. Sono queste le “occasioni” invocate, offerte speciali sempre più spettacolari, più fini a se stesse (o comunque a qualcosa che è ben lontano dalla crescita culturale), puro pretesto per la chiacchiera salottiera, per il presenzialismo, per l’auto-gratificazione di divi delle lettere, del bel canto, delle scene o delle tele, per gli incensamenti impudichi e gli sproloqui insensati dei critici col patentino, e per il plauso pecoreccio di un pubblico tanto ignorante quanto ansioso di farsi titillare da questi vibratori mentali.

 

Ma allora, cosa si salva? Se inteso come pura “offerta”, niente. Non c’è nulla cui si possa rivendicare un valore “culturale” intrinseco, che possa agire culturalmente quando è rapportato ad un soggetto passivo: mentre è cultura tutto ciò che postula una partecipazione mentale ed emozionale accrescitiva, tutto ciò che induce a non sentirsi soddisfatti, a voler perseverare nella ricerca, tutto ciò che funziona da tramite, e non si propone come punto d’arrivo. È pur vero che anche le “occasioni” culturali ufficiali possono essere vissute in questo modo (io ho i miei dubbi), ma ciò vale per qualunque altra occasione, dalla serata al bar con gli amici alla scampagnata con famiglia, sino all’assemblea condominiale, e senza bisogno di tanti certificati di conformità.

Insomma, spero sia chiaro a tutti che i luoghi deputati della cultura esistono ormai solo in funzione di prosaici significati economici, che vanno (in progressione geometrica) dallo stipendio degli insegnanti nella scuola alle prebende dei docenti universitari, dai rimborsi-spese dei relatori nei convegni ai gettoni dei giurati nei premi letterari, dalle percentuali dei critici nelle mostre ai cachet dei teatranti e dei concertisti. Non è il caso di scandalizzarsi: è così, in altri modi lo è stato anche prima, probabilmente lo sarà sempre più per il futuro. È invece il caso, preso atto di tutto questo, di rifiutare il ruolo di consumatori di cultura e di diventarne attori: e allora diventa necessario uscire dal circuito ufficiale, prendere sentieri meno battuti, e camminare. “Dovete camminare come il cammello, l’unico animale, si dice, che rumina mentre cammina”. (Thoreau)

 

Camminare ruminando: perché non è sufficiente alzarsi dalla poltrona e rifiutare le offerte speciali, per fare cultura. Non ha senso nemmeno ascoltare questo sfogo, se poi non ci si confronta con le quattro idee che ne possono venir fuori. È per questo che vi chiederò, tra pochissimo, di non applaudire mentre già tenete il cappotto sottobraccio e vi affrettate a guadagnare l’uscita. Non invoco il dibattito, da Fantozzi in poi riuscirebbe comunque ridicolo: vorrei semplicemente capire se c’è qualcuno in questa sala che sta in qualche modo ruminando, per conto proprio o in compagnia, se ha consigli da dare, proposte da avanzare, critiche da fare all’impostazione che ho dato al mio intervento, esperienze di percorsi da condividere. Risparmiatemi però, ve ne prego, le analisi a tutto campo sullo stato pietoso della cultura nel nostro paese o nel mondo intero: non dico che non me ne freghi niente, anzi, ma non siamo qui per ripeterci quello che già dovremmo sapere. Non ho accettato il vostro invito per esibire un consumato scetticismo su tutto e su tutti, sono qui perché credo che ancora ci siano valori da sottrarre all’impacchettamento da grande distribuzione e voglio uscire di qui avendo imparato qualcosa sui modi in cui difenderli. Quale sia lo stato della Cultura già lo so, e penso anche che il problema si sia posto, sia pure in modi differenti, in ogni epoca. In altri tempi le urgenze erano magari quelle di sfuggire alla censura o di allargare l’area della comunicazione delle idee: rispetto ai nostri voglio capire se e come posso muovermi senza produrre alimento per lo spettacolo e senza accettare di rassegnarmi all’immobilità.

 

Penso che dovremmo approfittare di occasioni come questa, che “ufficiali” non sono, nelle quali al relatore non va nemmeno il rimborso delle spese, per vivere il tema cultura “come se”: come se fosse possibile, ad esempio, sfruttare le nuove tecnologie per produrre in economia pubblicazioni dignitose, e non soggiacere quindi al ricatto e all’imperativo delle sponsorizzazioni. Oppure per creare una rete comunicativa davvero libera, una rete del tam tam, una semplice amplificazione del passaparola, svincolata dai sensi unici e dal controllo preventivo del sistema, politico, mediatico o “culturale” che sia. O semplicemente per intrecciare conoscenze, sulla base di comuni interessi che evidentemente ancora esistono, altrimenti non sareste qui, che possano magari domani trasformarsi in amicizie. Non so, vedete un po’ voi. In fondo, è quello che nel piccolo della nostra serata stiamo già facendo.

 

Vi sarete accorti, spero, che ho evitato con cura di accennare a temi, soggetti o discipline, così come ad ambiti o a modalità di ricerca e di creazione particolarmente qualificanti. Non ho parlato di conventicole chiuse ed esclusive di illuminati o di “veri sapienti”, ma di amicizie aperte, libere e inclusive di sani curiosi. Per rapporti del genere gli interessi in comune non devono necessariamente concernere il teatro Nô, la poesia erotica finlandese o il dibattito storiografico sui “comuneros”. Si può volare anche più rasoterra, ridere e godere coi fumetti, discutere della pallosità dei cantautori brasiliani, condividere l’amore per i western di John Ford, scherzare sul cinema horror: si può persino parlare di politica. Tutto può essere messo in circolo, purché preso con la dovuta dose di ironia e di distacco, la sola capace di dare una valenza veramente culturale a ciò che altrimenti rimane solo esibizione o moda.

 

Per come la vedo io questo è fare cultura, questa è l’unica possibile e credibile resistenza all’omologazione, all’imbalsamazione, al bollino di qualità da appiccicare sulla confezione patinata. Non mi importa nulla poi del riscontro, dell’utenza o, come si dice oggi, dell’ “audience”: non cerco ascoltatori, voglio interlocutori, non voglio vendere o comprare, voglio scambiare, per anacronistico che sia.

E qui finalmente chiudo, per lasciare spazio a voi. Se per qualcuno la conversazione di stasera non è stata sufficientemente “stimolante”, mi spiace per lui e mi scuso: ma mi era stato chiesto di proporre la mia idea di cultura, e questo semplicemente ho fatto.

 

Appendice 2010 – Da quella serata, in concreto, non uscì nulla. Dalle idee espresse in quella serata, invece, qualche anno dopo hanno avuto origine due diverse esperienze, che andavano esattamente nella direzione prefigurata: quella di sodalizi culturali aperti, autoironici e non conformisti. Entrambe quelle esperienze possono essere considerate ad oggi, per certi versi, esaurite. Sono rimaste vive però le amicizie nate con l’una e con l’altra: e questo è ciò che in fondo chiedevo, e ancora oggi chiedo, quando parlo di cultura.

 

Nuove forme di lotta in tv

di Paolo Repetto, a Contro n. 7/8, 1980

Proviamo ad immaginare un tizio (il solito signor Rossi), fuggito in vacanza tra la metà di agosto e i primi di settembre, in un cascinale disperso in mezzo ai boschi dell’Appennino, senza lasciare indirizzo per i giornali (se è abbonato) e con la ferma intenzione di non scendere in paese a comprarli.

Ora, ipotizziamo che il signor Rossi per debolezza propria, o dei figli, o della moglie, o del suocero, non abbia saputo rinunciare al televisore portatile, sia pure in bianco e nero e monocanale, e previo impegno solenne di accenderlo soltanto per mezz’oretta, la sera, alle venti, quasi una breve pausa tra l’indigestione di natura e quella di salsicciotti alla brace. Di cosa avrà sentito parlare tutte le sere, a quell’ora, il nostro amico? Naturalmente della Polonia. In servizi quotidiani di dieci e più minuti, anche se in gran parte dedicati agli interventi di politologi, politici e alpini di passaggio (Piccoli in testa).

Vediamo i dati di cui dispone. Egli ha potuto gustare belle coreografie di masse operaie e di grandi cantieri (il tutto, naturalmente, in immagini di repertorio); è stato ragguagliato sui livelli del caro-vita polacco (tra l’altro, con diagrammi, cifre, rapporti tra prezzi e salari reali, tutte cose che quando si parla dell’economia italiana sembrano molto più difficili da determinare); ha avuto tempo e modo di meditare (volendo, di dire un rosario) sulle effigi fotografiche, gigantografiche, in bassorilievo, a mezzobusto o in medaglietta di Wojtila; infine non ha potuto fare a meno di apprezzare il carisma sprigionante dai baffi di Lech Walesa, il teleprotagonista assoluto della vicenda. Gli hanno mostrato Lech che va a trattare preoccupato, Lech che torna dalle trattative soddisfatto, Lech che stringe mani, che prega, che firma autografi in calce alla propria foto, che trasloca tirandosi dietro un crocefisso di due metri per uno e mezzo, che inaugura benedicendo la nuova sede sindacale, ecc… Roba che neanche Giotto è riuscito ad essere più agiografico nei confronti di san Francesco.

Anche il contrappunto, diciamo così, “interno”, era ricco e degno di una capace regia. Una buona dose di suspence orchestrata dai cremlinologi (arrivano! si muovono! oliano i cingoli dei carri armati! annullano le licenze a Vladivostock!). Una strizzatina d’occhi alla Provvidenza, col papa a fare le rogazioni, tipo “a flagillo sovietorum, libera nos domine!” Poi gli sbuffi di fumo delle pipe presidenziali e sindacali (con tanto di delegazione sempre sul piede di partenza) e, immancabili come il caffè, le dichiarazioni dei socialisti (ma ogni spettacolo ha il suo punto morto). Non tutto, insomma, ma di tutto.

E qui torniamo a chiederci: cosa ne avrà capito il nostro Rossi? Se è una persona seria e normale, non può averci capito un accidente. Se ha provato qualche volta, agli ultimi bagliori del falò, messi a nanna moglie, bambini e suocero, a chiedersi cosa cavolo volessero gli operai polacchi con quello sciopero, deve aver crollato la testa. Come può uno raccapezzarsi all’idea di dieci, quindici giorni di sciopero duro per ottenere la messa nei cantieri, o il crocefisso nella sede sindacale? Eppure, da quanto gli era stato dato di vedere e di sapere attraverso il telegiornale, questi erano i nodi della trattativa, naturalmente assieme al sindacato libero e alle libertà democratiche, quelle che noi abbiamo già, e dobbiamo ringraziare il cielo (e la DC) che ce le conservano.

E così Rossi, e con lui altri cinquanta e passa milioni di Rossi sparsi per l’Italia, hanno salutato la fine della crisi polacca con molto sollievo, giustificato, e con moltissimi dubbi, più giustificati ancora. Nessun inviato o esperto infatti si è premurato di spiegare loro che i polacchi non si battevano soltanto per 10 o 20 mila lire in più in busta, o per liberalizzare il culto della madonna nera. Nessuno ha sottolineato per esempio il fatto che tra le loro richieste figurasse, e in primo piano, l’aggancio alla scala mobile. E si capisce. Mica si poteva chiedere al mondo occidentale, e in particolare agli operai italiani, di solidarizzare su una richiesta del genere, dopo che per mesi si era teleinquisita la scala mobile come il tarlo della nostra economia.

Già appariva poco opportuno, e da trattarsi con le molle, il tema dei “sindacati liberi”, nel bel mezzo della operazione di “autoregolamentazione” e della rincorsa al sindacato di regime. Quindi liberi si, ma nel senso classico di anticomunisti (vedi “mondo libero”, alias occidentale) invece che nell’accezione più rozza di “libera espressione della volontà della base operaia”.

Non è stato difficile imbastire lo spettacolo. Gli elementi per creare ambiguità e confusione, data la particolare situazione polacca, c’erano. È bastato scegliere i protagonisti, badando bene che la massa operaia avesse un ruolo di comprimaria (grosso spazio, piuttosto, alla intellighentia dissidente cattolica, vera “anima” della lotta) e lavorare di fino al montaggio, per ottenere un quadretto edificante. Altro che la reazione scomposta degli operai Fiat, con picchettaggi, scontri e incazzature, parevano suggerire le immagini giustapposte. Qui si vince con la dignità e la compostezza: niente provocazioni, solo comunioni collettive e messe cantate.

Ma è sperabile che quando sono apparsi sul minivideo i cancelli chiusi di Mirafiori il signor Rossi abbia finalmente capito. E al pensiero di ciò che poteva trovare al rientro abbia tirato un calcio ai tizzoni, esclamando: “ma cosa mi vengono a raccontare, sti stronzi!