Osservazioni sulla morale catodica

di Paolo Repetto, 2008

Non si scappa, anche stasera è televisione. Solo che invece di guardarla ne parleremo, e non so cosa sia peggio. Da parte mia posso solo assicurare che non voglio dispensare prediche o immunizzare alcuno contro la dipendenza: saranno quattro chiacchiere in libertà, come consentito dalla formula di queste conversazioni, anche perché di vaccini siamo già pieni.

Per fingere una parvenza di sistematicità ho comunque concepito questo discorso come un viaggio à rebours, che parte dal monitor, e prima ancora da chi gli sta di fronte, e approda poi all’etere, per campionare quello ci che fluttua e decifrare la filosofia che lo sorregge.

 

Partiamo dunque dallo spettatore, ma immaginandolo in un ruolo rovesciato. Vi siete mai visti in tivù? Certo, non come ospiti a Porta a Porta. Diciamo in immagini rubate durante una scampagnata, in una serata tra amici o magari in un’occasione come questa, che vi hanno comunque sorpresi fuori posa o delle quali addirittura eravate ignari. Bene, se vi è capitato, non raccontate storie: non vi è affatto piaciuto. Peggio: vi siete a stento riconosciuti. Il tizio goffo e disarmonico che vedete muoversi e sentite parlare è una persona diversa da quella che pensate di essere. Non ne riconoscete la voce, e meno che mai i profili, la postura o i movimenti. E dopo la prima sorpresa, e una leggera sensazione di disagio, vi assale terribile la percezione che gli altri vi vedono come apparite lì, e non come credete di essere o di essere visti.

 

Non è lo stesso effetto prodotto dalla fotografia. In genere neanche in fotografia ci si piace, ma c’è sempre un appiglio: non siamo fotogenici, impressioniamo male la pellicola, dovremmo essere ripresi dall’altro lato. Possiamo continuare a pensare di essere diversi, fuori della foto. E persino i vecchi filmini girati in superotto, quelli col cane e con i bambini, suscitavano una sensazione differente: i costi, la laboriosità delle riprese e l’idea che sarebbero rimaste impressionate sulla celluloide condizionavano a priori le scelte dei soggetti e delle inquadrature, imponevano in qualche modo un taglio “artistico”, mentre le immagini traballanti e il rituale stesso della proiezione creavano un effetto retrò, di straniamento. Col video invece non ci sono storie. La conferma viene da tutte le angolature, dalle inquadrature in primo piano o in campo lungo, da dietro o di fianco, e il contesto è realistico: non abbiamo scuse.

 

Sto parlando naturalmente della reazione di persone normali, ovvero di una ristretta minoranza. Esiste poi, certo, una miriade di esibizionisti che si affannano a comparire almeno per un attimo e si prestano a qualsiasi pagliacciata pur di poter dire ad amici e vicini: guardami in tivù. Ma non fanno testo: sono persone che giustamente devono rivedersi in video per avere la prova di esserci, dal momento che hanno la consistenza bidimensionale degli abitanti di Flatlandia; ed è quindi più che naturale che si piacciano.

Perché invece noi non ci piacciamo, anche se poi per una sorta di morboso masochismo torniamo magari a far scorrere più volte le immagini, quasi ad abituarci a vedere quello che gli altri vedono? (è pur vero che ci si affeziona rapidamente a tutto). Credo di poter rispondere che non ci piacciamo perché ci rendiamo conto che quella dimensione ci inscatola e ci appiattisce. Che ci ruba l’anima, come dicevano gli indiani ai primi fotografi del West.

 

Qualcuno comincerà a questo punto a chiedersi cosa c’entra un discorso del genere con il titolo della conversazione, con la “morale catodica”. C’entra eccome. È la più lampante dimostrazione che ciò che ci ritorna dal teleschermo, anche nelle situazioni più banali, noi che camminiamo, che arrampichiamo, che parliamo e ci muoviamo, non è vero. Mi si potrebbe obiettare che semmai è il contrario, che quella è la realtà oggettiva, la realtà che tutti percepiscono, mentre ciò che noi crediamo di conoscere è invece la nostra realtà soggettiva. Ma non è affatto così. Quelle immagini stanno a noi come il Bignami sta ai Promessi Sposi, o una lastra radiografica a Scarlet Johansonn. Ci ossificano, ci liofilizzano, ci imprigionano come pesci rossi in una vaschetta, cancellando dalla nostra storia ogni significato che non sia l’apparire. E a differenza delle immagini fotografiche, che fissano degli attimi come gli entomologi facevano con le farfalle, e che dichiarano lealmente il loro valore collezionistico, ciò che scorre sul video ci inganna perché pretende di essere accettato come realtà, anzi, come l’unica realtà. Dobbiamo sempre tenerlo presente, quando parliamo di televisione: così come scopriamo falsa la nostra immagine, sarà certamente falsato anche tutto il resto.

 

Detto dello spettatore, anzi, del telespettatore, passiamo al nostro oggetto d’indagine. Una filippica antitelevisiva oggi può sembrare addirittura patetica, perché contro la televisione è già stato detto tutto da parte di tutti. Ma credo sia proprio questo il problema: a conti fatti si è creata una sorta di assuefazione al negativo, che ci fa dire infastiditi “lo sappiamo già, lo abbiamo già sentito”, e tirare dritti, senza più nemmeno la capacità di indignarci. Anzi, viene esibito come segno di anticonformismo un ironico compiacimento del trash, la frequentazione di telenovelas o dei contenitori quotidiani di gossip e di “approfondimento”. Tendiamo a fingere che ormai la televisione sia innocua, e che in dosaggi contenuti se ne possa fare un uso non pericoloso, anzi, divertito e superiore, che non ingenera dipendenza. Oppure ad accettare l’idea che l’evoluzione culturale l’abbia resa parte del nostro corredo genetico, insieme a quegli altri aspetti della “seconda” natura che abbiamo creato negli ultimi due secoli e in mezzo ai quali ci muoviamo sempre meno consapevoli di vivere nell’artificio. Questo atteggiamento ci frega: impegnati a difenderci da altri distrattori, telefonini multifunzionali, I-pad, ecc…, che ci stanno traghettando alla terza natura, quella virtuale, diamo per scontato che la televisione sia ormai un nemico impotente, relegato in secondo piano da pericoli ben più urgenti. Dimentichiamo che gli schermi televisivi si sono moltiplicati nelle case come metastasi, regnano in ogni camera, cucina, salotto, sala da bagno, sempre più grandi, sempre più rimpiattati contro le pareti, sempre accesi, trasformati da suppellettile d’arredo in elemento di struttura. E che il novanta per cento delle persone il mattino, prima di uscire, non guarda fuori dalla finestra ma si sintonizza sulle meteo-rubriche televisive.

 

La televisione ruba davvero l’anima, oltre che il cervello, e lo fa in cento maniere diverse. Lo fa sia come strumento che come contenitore. Lo fa perché è televisione e lo fa perché propone merce falsa. Provo dunque a mettere in fila una serie di considerazioni, senza alcuna pretesa di arrivare a tracciare un quadro esauriente. Non un vaccino, ma almeno un richiamo.

Cominciamo intanto col chiederci se la televisione è un mezzo neutro. Poniamoci la stessa domanda che per la scienza: è negativa in sé, o lo è solo per il cattivo uso che se fa? Si può quindi fare, in seconda battuta, una distinzione tra programmi televisivi decisamente demenziali e programmi intelligenti? Ovvero, per dirla tutta, è compatibile una forma positiva di intelligenza con la televisione?

 

Partiamo dallo strumento. Ovviamente, la mia risposta alla prima domanda è no. Ritengo che la televisione sia già negativa in sé, come puro e semplice medium. Per i seguenti motivi:

  1. Le modalità stesse della fruizione inducono nello spettatore, quali che siano i contenuti, un atteggiamento totalmente passivo e disarmato. La passività è totale perché vengono impegnati nella ricezione entrambi i sensi ai quali affidiamo normalmente la maggior parte della nostra esperienza conoscitiva. A differenza della radio, che ne lascia libero almeno uno, e della lettura, nella quale la vista non è trascinata a rincorrere immagini in movimento, e siamo noi a decidere le pause, le sospensioni, gli eventuali “riavvolgimenti” e ritorni sul testo, la televisione “occupa” per intero i nostri ricettori. Allo stesso tempo non è avvolgente come il cinematografo, che con l’ausilio del grande schermo, del buio in sala, della sacralità del silenzio e degli effetti speciali (cinerama, sensorround, occhiali per la visione tridimensionale, profumi, ecc…) può arrivare a coinvolgerli tutti e cinque (se ci mettiamo anche il gusto del popcorn): ma paradossalmente è molto più subdola. In una sala cinematografica si è “avvolti” dalle immagini che scorrono sullo schermo, e il buio e l’auspicabile assenza di distrazioni rendono unico quel mondo al quale, se il film è appena decente, consapevolmente ci consegniamo. Ma appunto, siamo consapevoli di farlo. Abbiamo scelto per un’ora e mezza di cavalcare, di sparare, di amare per interposta persona, abbiamo pagato un biglietto per farlo, per evadere dalla realtà per una frazione del nostro tempo. Sappiamo di vivere per quel tempo in un altro mondo, aiutati anche dal fatto che siamo usciti di casa e siamo entrati in uno spazio “consacrato” all’evasione. Quando lo spettacolo finisce ci togliamo il cinturone e rientriamo in noi stessi (insomma, quasi sempre e quasi tutti).
    La fruizione televisiva è invece una fruizione domestica e distratta: il mondo passa dentro uno schermo ridotto, che rimpicciolisce la realtà, allontanandola spazialmente, e che può coesistere con la caffettiera che soffia, col telefono che squilla, con lo sciacquone del bagno, con i vicini che litigano. Ciò che passa lì sopra rimane confinato in una dimensione “quotidiana”, per quanto drammatico sia il reportage, avvincente il serial poliziesco o struggente il documentario sulle foreste canadesi. Si pone come un mondo che interagisce con quello della nostra casa, con i suoi odori e rumori e con le sue distrazioni: e che si insinua, sino ad essere inconsapevolmente recepito come un ospite e un interlocutore, quasi fosse la suocera o il cognato scapolo. Lo si lascia distrattamente parlare, scorrere, qualche volta si reagisce con moccoli o commenti, si perde la consapevolezza della sua “alterità”, della sua virtualità. È un altro, ma un altro che ti entra in casa e non si schioda più, un ospite che ti parassita come il verme solitario.
  2. La televisione induce comunque una dispersione disordinata dell’interesse, che sul lungo periodo diventa indifferenza. I contenuti sono spalmati in mezzo ad una sequela di altri e tutto diventa pappina. Anche nei canali tematici vengono proposte cose assolutamente disomogenee tra loro (penso ad esempio ai canali dedicati alla storia, nei quali un documentario sul fascismo succede ad uno dedicato ai Maia e ne precede uno sui Templari), perché è necessario che l’offerta sia molto diversificata. Il livello di approfondimento, per bene che vada, è comunque superficiale, non produce memorizzazione, confronto e riflessione critica. La profondità è sacrificata all’ampiezza e alla velocità.
  3. La televisione attiva una memoria visiva legata all’immagine, e non al concetto. L’immagine viene assorbita e archiviata, e nel migliore dei casi, quando un qualsivoglia concetto le è sotteso, instaura con esso un legame forte: ma questo significa appunto che lo vincola a sé. Quello che non viene mai fuori è il concetto puro, applicabile ad altre immagini, che viene elaborato dalla mente quando la ricezione avviene per altre vie (attraverso le immagini statiche, ad esempio). In sostanza, proprio per quell’occupazione totale dei sensi di cui si parlava sopra, non induce all’astrazione.

Sin qui abbiamo però parlato di caratteristiche che in varia misura sono proprie anche di altri media (riproduttori, internet, ecc…). È un discorso che riguarda più il passaggio ad una particolare modalità di cultura visiva che lo specifico della televisione. È materia per semiologi, più che per due note in libertà.

Veniamo invece a quella che è la realtà della programmazione televisiva, della quale potrà anche importarci un fico secco, se non ne siamo fruitori, ma che non possiamo comunque ignorare, perché di essa si nutre la stragrande maggioranza della popolazione. Chiediamoci dunque cosa vedono i nostri vicini di casa (la risposta non è difficile, stante in genere il livello dell’audio), evitando di proposito di fare distinzione tra reti pubbliche e private, perché in sostanza le differenze sono minime e il discorso si sposterebbe su un piano di meschinità politica che non mi interessa.

Ad andare per la maggiore, di questi tempi, sono i programmi gastronomici. Dovrebbero testimoniare la riscoperta dei valori primari, fondamentali, nella fattispecie quello del gusto, inteso come senso e non come sensibilità, da coltivare in tempi di crisi in luogo di quelli prettamente voluttuari. Solo che quando la crisi si fa nera, e la proposta non è quella delle patate bollite, diventa di per sé una sorta di schiaffo alla povertà. E anche quando la crisi non è così nera, i messaggi trasmessi sono comunque in contraddizione costante con quelli salutisti e igienisti, con le campagne contro l’obesità dai quali siamo costantemente bombardati. La contraddizione riguarda però anche altri aspetti: per tre quarti della giornata la televisione ci propina l’immagine dominante, modello “libera, bella e snella”, declinata anche al maschile, per l’altro quarto ci sono donne e uomini chini costantemente sui fornelli, generalmente di taglia forte, impegnati in preparazioni complicatissime. Quasi a dire: se non sei bella e snella, impara almeno a cucinare, e sfogati con sane abbuffate. Davvero liberatorio.

La parte del leone, quanto a tempi di programmazione, la fanno però ancora i contenitori-salotto. Sono programmi a basso costo (ma comunque di gran lunga superiore al valore), per i quali vengono raccattati figli di attori e di cantanti, ospiti di professione, vallette per un giorno, ex brigatisti ed ex protagonisti di reality, astrologi e tuttologi rigorosamente omosex, e nei quali si pepineggia per ore dissertando di delitti insoluti, psicologia criminale, maternità eccellenti e paternità incerte, preti pedofili e papi che pagano l’albergo (ma non le tasse); il tutto in un’atmosfera che gronda partecipazione accorata e amarcord, in un circuito autoreferenziale che fagocita e include chiunque abbia goduto di un qualsiasi passaggio televisivo, fosse anche per aver sgozzato i figli, e sia stato così immatricolato nel mondo virtuale. Assenti illustri, naturalmente, l’intelligenza e l’ironia.

Che morale ci propongono i contenitori? Primo: siamo una grande famiglia, e in famiglia si deve discutere di tutto, partecipare di tutto, fare gossip sui vicini di casa o sui parenti, ma mai parlare di cose concrete come il lavoro (a meno di inscenare brevi sceneggiate con disoccupati che si capisce subito perché siano tali) o come la scuola (a meno che non ci sia stato un attentato, o non sia disponibile il solito ripugnante filmato postato su internet da un branco di mentecatti). Secondo: non c’è alcuna differenza, alcuna gerarchia di gravità e di rilevanza (e infatti i toni sono sempre gli stessi) tra un omicidio brutale e la scomparsa del gatto della cantante, tra un premio Nobel magari catturato a tradimento e lo stilista gay che si consegna del tutto spontaneamente alla telecamera, tra una raccolta di fondi per la lotta al cancro e quella di firme contro il terzo bottone della giacca. Tutto diventa, come avrebbe detto Jerome, un minestrone olandese. Terzo: nulla ha senso se non riceve l’unzione televisiva. Esiste una realtà ed una sola, ed è quella inquadrata, appiattita, filtrata, ritinta, ritoccata o addirittura rifatta dalla televisione.

Quel che resta del giorno (e della notte) se lo spartiscono in ordine sparso i serial americani, tedeschi e francesi, gli improbabili poliziotti, carabinieri, finanzieri o forestali italiani, le rubriche sportive, i talk dedicati all’informazione e al dibattito politico e quelli giocati sui “personaggi” che vanno a far marchette per i loro libri o i loro film, i patetici telecabaret e le trasmissioni più o meno serie di contro-informazione.

Partiamo proprio da queste ultime. Di norma a condurle sono dei dementi che girano per strada conciati proprio come tali, indossando tute fosforescenti e sturacessi a mo’ di papaline, e che ficcano i loro microfoni in bocca ai politici per coglierli in contraddizione. Se una speranza può ancora nutrire la classe politica italiana è quella di essere perseguitata da simili inquisitori, al cui confronto persino Bondi sembra sprizzare un qualche barlume di intelligenza. Il messaggio è: la salvezza, l’aiuto, la difesa arrivano dalla tivù. Per raddrizzare i torti non è più necessario (anzi, il sottinteso è che sia del tutto inutile) rivolgersi alla magistratura, a una qualsiasi autorità o a un santo: la giustizia la porta il Gadano, lo strumento è la gogna mediatica. Che poi lo sputtanamento televisivo possa essere orientato, magari da chi le televisioni le possiede, non ha alcuna importanza: perché l’altro messaggio, quello più importante e più sottile, è che comunque tutto è spettacolo e recita, e che è meglio farsi quattro risate che incavolarsi. Le inchieste naturalmente sono sommarie, condotte con uno stile incalzante che tiene i tempi dello spettacolo e non consente repliche: delle quali peraltro, o di come stiano veramente le cose, una volta fatto lo scoop non importa più niente a nessuno.

Ci sono, è vero, anche rubriche d’indagine serie, che mettono a nudo un’incredibile sequela di malaffari. Ma è proprio la quantità, in questo caso, a sortire un effetto di straniamento. Non si ha il tempo di indignarsi per una porcheria, di intravvederne i contorni e le conseguenze, che già ne viene servita un’altra, e si è forzati a distogliere l’attenzione dalla prima. Alla fine non si riesce più a tenere il passo: si lascia mestamente che ci scorrano sopra, rassegnati a vivere in un paese dove come si posa piede si calpestano degli escrementi.

E a questo proposito, veniamo ai dibattiti politici. Il dibattito è per tradizione un confronto d’idee. Dove idee non ce ne sono, dove stanti i protagonisti non è nemmeno pensabile che l’intelligenza e il buon gusto possano trovare una qualche ospitalità, è naturale che scada a caciara. Il fatto grave è però che la caciara non nasce da una degenerazione del dibattito, ma ne è una modalità nuova e già consacrata, eletta a metodo e insegnata nei seminari per comunicazione manageriale. Non consentire all’interlocutore di esporre le proprie idee, dargli sulla voce, ripetendo ossessivamente le stesse domande, risposte o accuse mentre l’altro parla, e quindi non ascoltarlo ostentatamente, sembrano i modi dello scemo del paese di quando eravamo ragazzini, e invece sono vere e proprie tecniche insegnate da trainer specializzati e assorbite con estrema facilità ed evidente profitto dai nostri politici e dal loro variopinto corteggio di scagnozzi e gazzettieri. Il risultato è uno spettacolo indegno, una squallida lezione di cretinismo e di prepotenza maleducata, il cui potere diseducativo è tale da minacciare in pochi anni secoli di affinamento delle buone maniere e di allenamento al civismo. Qui il messaggio è più esplicito ancora che negli altri casi. Non importa quello che dici, ma il tono di voce che usi: nessuno ti ascolta per capire, vogliono solo veder correre il sangue nell’arena. Le idee hanno lasciato il posto all’immagine, e l’immagine colpisce solo se truculenta.

Il dibattito politico televisivo riassume quindi in sé, e moltiplica in maniera esponenziale, tutta quanta la morale catodica. Non è nemmeno il caso a questo punto di prendere in considerazione anche i serial polizieschi o le rubriche sportive, che trasmettono solo la loro parte del messaggio. È già compreso tutto lì, nella maleducazione, nella violenza, nel protagonismo di ospiti e conduttori, nella sensazione continua che si tratti solo di un teatrino; è nell’autoreferenzialità assoluta di una classe politico-giornalistica che guarda alla “gente”, a quelli che stanno fuori dello studio, con condiscendenza paternalistica o con democratica degnazione, e che vede solo quelli che si assiepano attorno all’inviato, a mendicare una inquadratura e a delegittimare anche la migliore delle cause dandola in pasto alle telecamere. Tanto da convincersi che non esista altro che il “pubblico”, la massa amorfa, stupida e influenzabile degli spettatori, e che solo di esso vada tenuto conto.

Forse dal suo punto di vista la variegata lobby televisiva ha anche ragione: ma questo non fa che confermare quanto era implicito nella terza delle domande che avevo posto, anzi, a dire il vero già anche nelle prime due. E cioè che nessuna forma di intelligenza libera (ma l’aggettivo è pleonastico, perché la vera intelligenza non può che essere libera) è compatibile con la televisione.

Questo ci conduce finalmente al nocciolo della nostra conversazione, ad un tema che ho sinora volutamente lasciato da parte, anche se è legato al discorso sulla televisione, perché ci porta molto più in là. Mi scuserete quindi se la prenderò un po’ larga.

Parlavo di intelligenza. Ora, l’intelligenza umana è strettamente connessa allo sviluppo del linguaggio: evolvendo da una funzione puramente denotativa ad una comunicativa il linguaggio ci ha portati a cogliere il mondo all’interno di una logica spazio-temporale, a darne una lettura causale e consequenziale; presiede quindi sia alla nascita della tecnica che a quella della socialità, oltre che a quella della coscienza. Noi siamo animali tecnologici e politici perché pensiamo e comunichiamo nei termini di un linguaggio simbolico e complesso. Il tema dell’origine dell’intelligenza è tanto affascinante quanto controverso, perché ha sotteso l’irresolubile quesito se venga prima l’uovo o la gallina, ovvero quali abilità favoriscano l’insorgere di altre: ma non conviene spingerci oltre. Per il nostro discorso direi che possiamo prescindere dalle precedenze e badare invece ai risultati. Di certo c’è che l’acquisizione di una competenza comunicativa così eccezionalmente ricca ha segnato il discrimine netto tra noi e gli altri primati, e che quindi va prestata molta attenzione agli effetti di qualsivoglia azione, conclamata o sotterranea, guidata o apparentemente “spontanea”, che vada a concernere il linguaggio; ivi comprese appunto le ricadute della modalità di comunicazione televisiva .

In 1984 Orwell descrive una società nella quale la televisione (che pure nel 1948, quando il romanzo apparve, esisteva solo a livello sperimentale) è lo strumento fondamentale per la creazione del consenso e per l’esercizio del potere. Essa viene utilizzata da un lato per effettuare un vero e proprio martellamento propagandistico, dall’altro per garantire al regime un controllo capillare e invasivo dei comportamenti privati, dal momento che i monitor piazzati in ogni casa e in ogni ufficio funzionano in entrambe le direzioni, in entrata e in uscita, come schermi e come telecamere. Direi che è un quadro abbastanza prossimo a quello della realtà odierna: le telecamere sono ormai quasi onnipresenti negli spazi pubblici, per quelli privati provvedono i social network, face book e lo streaming alla messa in piazza volontaria. Tra l’altro, con esiti molto più soddisfacenti di quelli che si potrebbero ottenere attraverso la coazione.

La propaganda si basa sull’uso sistematico della menzogna, non solo in funzione del presente, ma esteso retroattivamente anche al passato: quindi su una riscrittura, peraltro sempre rinnovata, della storia, che viene piegata di volta in volta alle esigenze politiche del momento. Uno slogan del partito unico al potere recita: “La menzogna diventa verità e passa alla storia”, il che purtroppo è stato vero quasi sempre, anche prima dell’avvento dei regimi totalitari, lo è oggi quanto mai ed ha il suo perfetto corollario in “Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato”.

Per ottenere questo risultato alla martellante campagna televisiva si accompagna una riforma radicale del linguaggio (la costruzione della neo-lingua); quest’ultimo da un lato viene ridotto all’essenziale, dall’altro è privato di significato, attraverso un totale stravolgimento (sulla facciata del Ministero della Verità di Oceania, uno dei tre megastati che si spartiscono il mondo, campeggiano le scritte la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza). È un’operazione articolata e complessa, per la quale il regime si avvale di numerosi “filologi”. Uno di questi spiega a Winston, il protagonista: “Guarda che noi non inventiamo parole nuove. Noi le parole le distruggiamo, a dozzine, a centinaia. Giorno per giorno stiamo riducendo il linguaggio all’osso”.

Orwell dimostra di aver capito perfettamente, vent’anni prima di McLuhan e di Pasolini, come funziona il meccanismo della colonizzazione televisiva: in fondo ha già visto lo stesso meccanismo operare tra le due guerre, nei regimi totalitari, attraverso la radio, il cinema e i manifesti. L’applicazione televisiva ne moltiplica ora le potenzialità di condizionamento e favorisce ulteriormente le derive demagogiche, anche nei regimi “democratici”. Ma Orwell va poi ancor più in profondità, perché sottolinea la fondamentale importanza del controllo del linguaggio, e soprattutto le conseguenze del suo impoverimento.

La distruzione del linguaggio è stata da sempre la premessa per ogni “rifondazione” politica e morale. E il primo atto di distruzione del linguaggio è costituito dall’eliminazione fisica dei supporti, dei documenti o addirittura dei testimoni viventi che possono perpetuarlo. Ogni regime dispotico o totalitario ha provveduto in qualche modo ad accendere roghi di libri. Tre secoli prima di Cristo l’imperatore Qin Shi Huang, per liquidare ogni possibile contestazione alla legittimità della sua investitura, ordinò la bruciatura dei libri e la sepoltura degli eruditi. Non era un’espressione metaforica: quasi mezzo migliaio di intellettuali furono allegramente sepolti vivi. Da allora i falò letterari non si contano, a partire dall’incendio della biblioteca di Alessandria sino ad arrivare alla distruzione di quella di Sarajevo, passando per roghi cristiani e musulmani, sovietici e nazisti e ancora cinesi, durante la rivoluzione culturale: ed anche gli intellettuali non hanno avuto di che stare allegri. Il rogo dei libri significa fare piazza pulita del passato, cancellare la memoria, per poter edificare un nuovo ordine il cui controllo parte proprio dal controllo dalla parola. Ma mentre in passato (e in un passato nemmeno troppo lontano) i libri venivano bruciati fisicamente, oggi questo non è più necessario: possono essere resi obsoleti con tecniche più “morbide”, e la più dolce e letale è proprio l’impoverimento della sostanza di cui sono fatti.

Ad accendere i moderni roghi virtuali ha contribuito significativamente proprio la cultura italiana. Marinetti e i Futuristi sono stati tra i primi sperimentatori dell’attacco al linguaggio come bordata d’approccio per destrutturare la democrazia. Se non avete presente il Manifesto Tecnico della letteratura futurista vi rinfresco la memoria: “Bisogna distruggere la sintassi … Si deve abolire l’aggettivo … L’aggettivo avendo in sé un carattere di sfumatura, è inconcepibile con la nostra visione dinamica, poiché suppone una sosta, una meditazione. … Si deve abolire l’avverbio … Bisogna dunque sopprimere il come, il quale, il così, il simile a. …. Abolire anche la punteggiatura …  Si deve usare il verbo all’infinito … bisogna fondere direttamente l’oggetto coll’immagine che esso evoca”.

Orwell avrebbe potuto benissimo copiare di qui il manuale operativo dei filologi del Ministero della Verità. E forse almeno in parte lo ha fatto. Via gli avverbi, i modi verbali, gli articoli, gli aggettivi, via tutto quello che consente la complessità, le sfumature, l’arricchimento concettuale. Solo parole-immagine, parole-rumore. Ora, la riduzione del linguaggio a mimesi onomatopeica, a suono denotativo anziché a concetto connotativo, rappresenta un salto indietro di ere, non di secoli: e questo salto è stato davvero compiuto, in pochi decenni. Al di là degli aspetti puramente provocatori e delle sparate futuriste, ciò che ha preso l’avvio in quell’attacco è proprio la riduzione della comunicazione a slogan, dei concetti a puri loghi che rimandano meccanicamente a contenuti elementari prestampati nella memoria. I risultati che Marinetti auspicava sono esattamente gli stessi cui punta il Grande Fratello: “Poeti futuristi! lo vi ho insegnato a odiare le biblioteche e i musei, per prepararvi a odiare l’intelligenza, noi prepariamo la creazione dell’uomo meccanico dalle parti cambiabili. Noi lo libereremo dall’idea della morte, e quindi dalla morte stessa, suprema definizione dell’intelligenza logica”. Non si sta parlando di biomeccanica, di cyborg indistruttibili come Terminator: le parti cambiabili sono le schede linguistico-concettuali inserite nel cervello. E la liberazione dalla morte altro non è che la cancellazione dell’idea di futuro, quindi di ogni possibilità e responsabilità di scelta tra diverse prospettive, a favore di un eterno presente per il quale siamo “liberati” da qualsiasi angoscia decisionale.

Così funzionano i roghi linguistici. Nei nuovi linguaggi, siano quello futurista o quello di Oceania, i termini sono impoveriti sino ad un significato unico, preciso, secco, che non lasci spazio a sfumature interpretative, che elimini qualsiasi complessità. In questo modo diventa impossibile concepire un pensiero critico individuale: ogni termine “marchia” un significato, evoca una sola immagine, rimanda ad un unico concetto, e quindi ad un’unica realtà possibile. Un linguaggio povero non consente né dialogo né dibattito: non serve a cercare la verità, perché la verità è già implicita nel significato univoco delle parole. Il discorso si rattrappisce a slogan.

Ed è qui che torna in scena, e diventa protagonista, la televisione. La televisione eredita un ruolo che solo entro certi limiti poteva essere affidato alla carta stampata (quest’ultima possiede degli anticorpi che la rendono parzialmente immune), che solo fino ad un certo punto poteva essere interpretato dalla radio e dal cinema, e che ora trova invece l’applicazione più efficace. Il paradosso è che in un primo momento la televisione era sembrata coprire un ruolo radicalmente diverso, di alfabetizzazione delle masse (si pensi a “Non è mai troppo tardi”, al maestro Manzi): in realtà quello era una sorta di corso accelerato per far uscire le masse dall’uso del solo dialetto, per abituarle a recepire un linguaggio più universale, nel quale possono essere diffusi, semplificandoli al massimo, i messaggi promozionali dell’economia e quelli propagandistici della politica. Quindi la televisione ha svolto un duplice mandato, di svezzamento preliminare, nel senso della omogeneizzazione linguistica, e di successiva omologazione, nel senso della “semplificazione all’osso” del linguaggio.

Nell’odierna era digitale, nella quale il definitivo predominio delle immagini sulla parola ha reso obsoleta anche l’alfabetizzazione (tanto che si assiste, dopo aver toccato il traguardo dell’alfabetizzazione di massa, ad un prepotente avanzare dell’analfabetismo di ritorno), la televisione ha i requisiti perfetti per assolvere al ruolo che Orwell assegnava ancora ai “filologi” (e già il definire così coloro che hanno il compito di distruggere il logos è ironicamente significativo) impegnati a riformare il vocabolario. Di per sé, come mezzo che ambisce ad una utenza indiscriminata e la più larga possibile, abbiamo già visto che non può che adottare una semplificazione massima del linguaggio. Per il suo crescente uso “commerciale”, connesso all’enorme potere di persuasione e di spinta al consumo che ha dimostrato di possedere, e per la conseguente necessità di favorire una identificazione del pubblico con i “testimoni” dei prodotti, porta in video un numero sempre più grande di partecipanti con scarsissime competenze linguistiche. Infine, come strumento che esige un apparato di produzione e di diffusione estremamente complesso e costoso, e quindi grosse disponibilità finanziarie, finisce per essere gestito esclusivamente da gruppi di potere o da privati che possono arrischiare investimenti sul lungo periodo, e che lo utilizzano a salvaguardia o a supporto dei loro interessi (come è clamorosamente evidente nel caso italiano), secondo un progetto articolato di persuasione e di distrazione.

Non c’è dunque più alcun bisogno dei plotoni d’esecuzione filologici immaginati da Orwell: sono sufficienti i calciatori, gli allenatori, i cantanti e gli altri saltimbanchi di passaggio che rispondono sempre alle stesse domande, sempre egualmente cretine, con le stesse formulette standardizzate; i politici che liquidano ogni contraddittorio con un vaffa o con gli insulti, e che mutuano la terminologia sportiva per farsi meglio capire “dalla gente”; i conduttori specialisti nell’aiutino e quelli che riducono la polivalenza semantica, l’espressione più raffinata del gioco linguistico, a beceri doppi sensi; i cuochi e gli stilisti che affettano un linguaggio specialistico dal quale è abolito ogni congiuntivo, ecc… Si badi che l’abolizione del congiuntivo non denuncia solo difficoltà nell’apprendimento e nella coniugazione dei verbi: è significativa della estrema semplificazione nella visione del mondo, per cui le cose sono (anche se poi sono solo virtuali) o non sono: ciò che esclude ogni dimensione della possibilità, o della auspicabilità. Esclude l’idea che le cose sono ma potrebbero essere anche in altro modo, e forse varrebbe la pena di sforzarsi per cambiarle: esclude il sogno utopico, quello che spinge a cercare di cambiare, per fare posto invece alla realtà virtuale, che è quella che ti neutralizza, dandoti l’impressione di vivere già l’utopia realizzata.

Per colmo di paradosso la semplificazione linguistica viene gabellata come processo di democratizzazione: ed è stata interpretata come tale (e continua ad esserlo tutt’oggi) anche da una parte del pensiero “progressista”, in base all’argomento che la “complicazione” alza una di barriera contro la possibilità di capire, e quindi anche contro lo smascheramento dei trucchi del potere. L’argomentazione è senz’altro corretta se si pensa al burocratese, a certi linguaggi tecnici o a idiomi elitari utilizzati per alzare altre barriere, quelle di classe (un caso storicamente esemplare è quello dell’uso “politico” del latino da parte degli umanisti quattrocenteschi, per tenere lontana dalle cariche pubbliche la borghesia mercantile): ma è vero il contrario se a crescere non è la complicazione, ma la complessità.

Noi siamo in presenza appunto non di uno snellimento delle complicazioni ma di un attacco portato alla complessità. La semplificazione in atto, che passa attraverso l’adozione di un linguaggio stereotipato e modulare, va in direzione esattamente opposta a quella di uno sviluppo o di una manutenzione del pensiero e della conoscenza. Sfoltisce i termini, perché questo ne facilita il controllo, e ad ognuno di essi attribuisce un valore univoco: ciò che riduce il lavoro del pensiero ad un automatismo di riconoscimento, di accettazione e di incolonnamento dei significati attribuiti da chi ha in mano il potere.

Questa semplificazione prelude quindi alla riscrittura della realtà e della storia. Nel mondo di Orwell “tutti i documenti sono stati distrutti o falsificati, tutti i libri riscritti, tutti i quadri dipinti da capo, tutte le statue, le strade e gli edifici cambiati di nome, tutte le date alterate, e questo processo è ancora in corso, giorno dopo giorno, minuto dopo minuto. La storia si è fermata. Non esiste altro che un eterno presente nel quale il Partito ha sempre ragione”. E allo stesso modo le nuove opere d’ingegno, poesie, saggi e romanzi sono “prodotti” realizzati automaticamente da sofisticati macchinari elettromeccanici (i versificatori), né più né meno che odierni computer, che agiscono sulla base della composizione modulare predefinita.

 

Le cose vanno esattamente allo stesso modo nel nostro mondo. Se non si bruciano i libri si imputano però al “peso” materiale della cultura le scogliosi che deformano giovani schiene ineducate a qualsiasi corretta postura, e si auspica quindi (o si impone) la loro sostituzione con supporti digitali portatili (tablet e compagnia). Ora, il passaggio da un supporto “rigido” ad uno “aperto”, sia quest’ultimo un monitor o un video o un display o quel che cavolo si vuole, ha delle profondissime implicazioni psicologiche. Sulla carta le parole sono impresse, rimangono lì, sotto la piena responsabilità di chi le ha scritte: su un monitor sono di passaggio, convivono e si confondono con mille altre cose, o addirittura possono essere modificate, riscritte, falsificate Quando lo stesso supporto mi dà accesso tanto a Guerra e pace che al gossip di Chi?, e mi offre la possibilità di passare dall’uno all’altro in una frazione di secondo, qualsiasi contenuto diventa volatile, leggero e intercambiabile. E questo è solo un aspetto del problema, ma è fondamentale, perché attiene al peso specifico delle parole.

Le parole sono pietre recita il titolo di un libro di Carlo Levi, e fino a quando si ha questa coscienza, a meno di essere degli idioti o dei criminali, si fa attenzione al loro uso. Si cerca di farle corrispondere a dei concetti, a delle idee, a delle cose. Ma se si pensa che l’una valga l’altra, e che i versi de l’Infinito non siano qualcosa di diverso dai testi dell’ultimo rapper di tendenza, visto che scorrono sullo stesso supporto, il peso va a farsi benedire e le parole possono essere gettate per aria senza farsi troppi problemi. Non ti ricadranno in testa e, quand’anche lo facessero, sganciate dalle idee saranno piume, potranno essere smentite, rivoltate, stravolte ad altri significati, utilizzate comunque in funzione di un effetto immediatamente spettacolare, al fine di segnare un punto nei confronti di un competitore o del pubblico. Che è esattamente ciò che accade in televisione.

E anche, purtroppo, in libreria. Perché a dispetto di tutto i libri ancora si moltiplicano, ma sempre più appunto come prodotto volatile, di consumo veloce e di peso culturale insignificante: hanno le loro fiere, le loro campagne promozionali con lo sconto, come qualsiasi prodotto, dai tartufi alla carta igienica, ed hanno naturalmente la scadenza: come gli alimentari, sono destinati ad una brevissima permanenza sugli scaffali. E non è nemmeno più importante, visto il basso tenore proteico, che siano almeno insaporiti da una forma corretta e lessicalmente ricca, che gli ingredienti siano genuini, perché il loro apporto nutritivo nei confronti della forma corrente della comunicazione è pari a zero.

 

La comunicazione passa oggi attraverso le “reti sociali”. Facebook vanta oltre un miliardo di utenti, Twitter pochi meno. La prima gioca fondamentalmente sulle immagini, la seconda concede al pensiero un massimo di centoquaranta caratteri, l’equivalente esatto di due righe di questa pagina. È una misura che i “filologi” di Oceania avrebbero considerata perfetta. L’impossibilità eretta a norma di formulare una qualsiasi riflessione compiuta avrebbe persino reso superfluo il lavoro della psicopolizia.

E infatti. Nella nostra realtà essa ha rappresentato un vero invito a nozze per gli idioti, visto che a trarre il maggiore vantaggio dall’icasticità sono gli insulti. Un’enorme massa di minorati mentali, quella che per motivi tecnici non poteva essere accolta in video e che sino a ieri era frenata almeno dal timore per una certa sacralità della parola, ha scardinato le porte di Gog e Magog e si è riversata in rete, inverando tutte le peggiori profezie.

 

Non sto esagerando, e non sono in depressione da andropausa. Patisco solo una memoria ipertesa. Marinetti nel suo Manifesto proclamava “L’uomo completamente avariato dalla biblioteca e dal museo, sottoposto a una logica e ad una saggezza spaventose, non offre assolutamente più interesse alcuno” e subito dopo aggiungeva: “Dunque, dobbiamo abolirlo nella letteratura, e sostituirlo finalmente colla materia”. Fu preso sin troppo alla lettera. Nel maggio del 1933 il via ai roghi dei libri che illuminarono sinistramente le piazze tedesche venne dato per radio da queste parole di Hitler: “La democrazia fa schifo. La libertà fa schifo. La libertà d’opinione fa schifo”. Qualche anno dopo altri roghi, quelli dei cadaveri degli uomini avariati gettati nei forni crematori, portavano a compimento l’operazione.

 

Mi ero ripromesso di non ammannire prediche: non ce l’ho fatta, e me ne scuso, ma è più forte di me. Sono uno dei pochissimi italiani che ammirano Savonarola (e dei pochi che lo conoscono). La verità è che sono seriamente preoccupato. Recentemente, dopo cinque giorni di silenzio ho inviato dall’estero a mia figlia un messaggio, chiedendole: “Allora, come stai?” Ha risposto: “bn”.

Non è un refuso: era scritto proprio “bn”.

È già avanti, ha surclassato Marinetti e la televisione: ha eliminato anche le vocali.

 

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