Una, cento, mille culture

di Paolo Repetto, 18 marzo 2008, a Dino Bonabello

Caro Dino,

ti trasmetto a caldo un paio di impressioni maturate durante la conferenza di ieri sera. Impressioni estemporanee, per ora. Delle cose serie spero avremo modo di discutere più avanti.

Prima di tutto però voglio ringraziarti. Non sono convenevoli, sai che non ne faccio. Il fatto è che mi rendo conto sempre più di quanto sia stata e sia tuttora stimolante la tua conoscenza. È una cosa che va avanti almeno dall’inizio degli anni ottanta. Ci frequentiamo pochissimo, abbiamo rarissime occasioni di incontrarci e di discutere, ma ciascuna di quelle poche volte ha lasciato dei semi. Valga per tutte la mia conversione all’interesse per le scienze antropologiche. Probabilmente era nell’aria, era iscritta nel mio percorso, ma non ho dubbi che a farla maturare siano stati i nostri incontri, sempre episodici e a margine di qualcos’altro, e le discussioni, e magari le divergenze, perennemente rimaste in sospeso (sarà forse proprio questo il segreto?); per non parlare delle cose che hai scritto, a partire da quel “Antropologia culturale, scienze del comportamento ed evoluzione” che conservo ancora in due diverse edizioni (sono un bibliomane!). Di lì è disceso anche il mio diverso approccio con la sociobiologia, con tutto quello che ne consegue in termini di riflessione “politica”. Sappi quindi che a volte gli incontri sono molto più fecondi di quanto non appaia.

E veniamo a ieri. Il relatore che hai presentato è senz’altro un ragazzo eccezionale, incredibilmente colto e capace di divulgare senza supponenza e prosopopea. Ascrivo l’incontro tra i pochi guadagni netti di quest’ultimo periodo. Ma vorrei prescindere in realtà dalla sua relazione, che ha messo molta carne al fuoco ed è risultata per forza di cose piuttosto essenziale. Ripeto, ne riparleremo con calma. Voglio invece fare un paio di considerazioni futili sulla serata in sé e sul dibattito.

  1. Mentre ascoltavo Fredda spiegare l’impatto degli studi sociobiologici sulla cultura, italiana e non, dell’ultimo quarto di secolo, non potevo fare a meno di pensare: «Stasera siamo quattro gatti, non più di quindici, venti persone a riflettere su queste cose, in una città come Alessandria che conterà quasi centomila abitanti. Non credo ci siano in giro altri incontri del genere, né qui né in provincia, e non intendo specifici su questo tema, ma dedicati ad un qualsivoglia tema “forte”. Al massimo ci sarà la presentazione di qualche raccolta di poesie dialettali, o cose del genere. Bene, questo significa che centomila persone, il doppio se consideriamo tutta la provincia, questa sera guardano la tivù, giocano a carte, sono magari al cinema o a mangiare una pizza o a ballare, fanno di tutto insomma, fuorché riflettere, pensare, porsi delle domande. Ora, togliamo i bambini, togliamo gli extracomunitari che hanno problemi ben più immediati di sopravvivenza per potersi porre quelli di senso, gli anziani già fulminati e i malati, togliamo anche che per carità, mica la gente può stare sempre lì a discutere di cose serie; ma quindici o venti su duecentomila sono una percentuale di uno su diecimila! Desolante davvero, se si considera poi che l’alternativa più forte e più praticata è quella dei grandi fratelli, quelli scemi e quelli troppo furbi. Altro che superiorità sulle formiche, e dignità dell’uomo, e Pico della Mirandola! Lo so che non siamo iscritti in alcun disegno di perfettibilità, ma porca miseria, qualcosa di più da tutta la libertà che ci siamo presi nei confronti della natura sarebbe lecito aspettarselo! O forse no? E questo ci porta direttamente alla considerazione sullo specifico de:
  2. i quattro gatti. Qui il tema si fa ancora più serio. Ieri si è avuta l’ennesima riprova di una incapacità tutta italiana di conciliare le due culture, quella umanistica e quella scientifica, e della presunzione e dell’arroccamento di coloro che hanno coltivato solo la prima, e si ritengono comunque abitati da uno spirito superiore. Non è il caso di generalizzare, perché Piana ad esempio rappresenta un modello piuttosto vecchio di “umanista”, di “filosofo”, e oggi certamente non fa più testo (come dimostra lo stesso Fredda, ma mettiamoci dentro anche noi due). Non sono però tanto sicuro che questo modello, anche se in una versione più aggiornata, sia stato davvero del tutto superato. Credo che questa posizione nasca essenzialmente dalla difesa strenua di uno status (nel senso che se esiste uno spirito, un quid che “trascende” la nostra animalità, invece che “discenderne”, ci si sente di esso ministri e partecipi, ergo “superiori”). La definirei una posizione disperata, e quando si difendono le posizioni disperate è facile e naturale cadere nell’integralismo. Quella di Piana (per carità, con tutto il rispetto, è una bravissima persona) è una forma di “integralismo umanistico”, il cui ultimo profeta è stato Croce, ma che produce ancora oggi moltissimi ayatollah. È questo integralismo, ad esempio, che ha impedito di riconoscere Leopardi come un grande filosofo: andava salvaguardato come grande poeta, come interprete di quello Spirito che invece il nostro espressamente negava. Ed è anche ciò che ha impedito a Piana di capire la vera rivoluzione di Kant e il senso della sua “autonomia” etica, e che ancora oggi impedisce alla nostra scuola di porre al centro di qualsivoglia programma, o piano di studi o curricolo o come diavolo vogliamo chiamarlo, il tema dell’evoluzione.
  3. Passiamo ora alla tizia che ha continuato a parlare durante tutta la relazione di Fredda (credo sia una psicanalista, o giù di lì). Concediamo pure in questo caso tutte le attenuanti dell’età (e anche del sesso – mi spiace dirlo, ma credo ci sia una disposizione tutta femminile dietro certa “aggressività” culturale), che dovrebbero spiegare la narcisistica volontà di apparire e di sciorinare un sapere antropopsicologico a settecentoventi gradi: e confessiamo che in fondo ne siamo affetti un po’ tutti. Quello che è grave, però, è che la tizia non ha capito un acca di quanto Fredda diceva, e soprattutto non ci ha nemmeno provato, perché non lo ascoltava, o lo ascoltava solo per tradurlo nel proprio linguaggio e dire: ma si, questo non è altro che ….; ovvero, sappiamo già tutto e non abbiamo bisogno di nessun’altra spiegazione. Ora, questo atteggiamento non è soltanto suo, è di tutto l’ambiente psicoanalitico, (ricordi Fornaro?) soprattutto perché è un ambiente meticcio, a cavallo tra le due culture, che invece di mediarle ha finito per declassarle entrambe. Non sempre, voglio dire, il meticciato ha prodotto buoni frutti.
  4. II che ci conduce a localismo e universalismo culturale. Dietro tua sollecitazione (era questo ciò cui volevi davvero arrivare, e giustamente, perché è questa la ricaduta fondamentale del tema natura-cultura) Fredda ha accennato al problema. Non ho i dati per esprimere giudizi, non avendo ancora letto il suo libro, ma dai pochi accenni mi è parso che rimanesse ancorato ad una enunciazione di buone intenzioni, neppure troppo convinta. Probabilmente non gli è stato dato il tempo per scendere sul concreto. Io rimango dell’idea mia, e cioè che è senz’altro auspicabile un’integrazione progressiva, e che auspicabile o meno ci sarà comunque: ma temo che la velocità alla quale si sta procedendo non porterà a nulla di buono. L’attrezzatura culturale di cui disponiamo è messa a soqquadro, e hai voglia a dire che ogni diversità è una ricchezza, se fai un viaggio in India e mangi alla bengalese o bevi l’acqua locale ti becchi come minimo una dissenteria fulminante. Credo che l’assunzione non adeguatamente filtrata di nuovi modelli culturali, e persino la coabitazione non debitamente regolamentata (per essere chiari, reciprocità) possa risultare fatale per il nostro metabolismo. Questo a prescindere da qualsivoglia giudizio di merito, mi limito ad un giudizio di prosaica convenienza (e comunque, anche su questo non sarebbe male riflettere “con mente pura”, che io traduco con “un po’ di buon senso”).

Tutto qui, per il momento. La verità è che chiudo perché urgono altre cose, che magari mi interessano molto meno ma accampano delle priorità. Ho comunque la certezza di ritrovarti puntuale ogni volta che avrò bisogno di un po’ di spinta per guardare avanti. E non è poco. A presto.

 

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