Natura e letteratura per cammini di viandanza

Copertina per incontri tematici2di Fabrizio Rinaldi, 10 dicembre 2022

Pubblichiamo la trascrizione di un momento dell’incontro “Natura e letteratura”, nell’ambito della mostra sentieri in utopia.

Ad avvicinare coloro che sarebbero poi diventati i Viandanti delle Nebbie, prima ancora che nascesse l’amicizia, furono le comuni letture di libri nei quali il rapporto con la natura veniva proposto senza eccessive epiche parolaie. È stato quindi decisivo per ciascuno, oltre alla frequentazione di Paolo, individuare le coordinate per le proprie letture in scrittori che avevano messo al centro della narrazione il rapporto con il bosco, la montagna, il mare o semplicemente con la quotidianità contadina, magari con approcci differenti e in tempi non troppo lontani.

C’era chi si riconosceva nella tendenza di Hemingway a raccontare la lotta con gli elementi e quindi le resistenze, le sconfitte o le pochezze umane. Chi si ritrovava nelle parole di Chatwin, per il quale le descrizioni dello spazio naturale (anche cantato, come per l’Australia) erano l’espediente per indagare la propensione umana all’inquietudine, l’irrequietezza che assale quando si è costretti a sostare in un posto per troppo tempo e a soffocare l’istinto di cercare ciò che sta oltre il conosciuto (magari – come nel suo caso – dormendo a scrocco da amici accondiscendenti). Oppure chi amava i racconti di Conrad e Melville, nei quali le superfici acquee su cui si svolgevano le cacce all’uomo o alla balena permettevano di immergersi nelle linee d’ombra dell’anima. C’era anche chi si immedesimava nel vivere appartato (ma non troppo) di Thoreau, che aveva fatto scuola (wilderness) con la sua propensione a ricaricare i neuroni vivendo nel bosco, eludendo la crescente frenesia della modernità e la compulsione a fagocitare tutto ciò che ci sta attorno, senza badare alle reali necessità.

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I miei occhi sono nuovi.
Tutto quello che vedo è come non veduto mai;
e le cose più vili e consuete,
tutto m’intenerisce e mi dà gioia.

Personalmente a queste vette della letteratura mondiale accosto due autori italiani. Nelle antologie scolastiche Camillo Sbarbaro è inserito tra i poeti del Novecento con una smilza paginetta e con una poesia dedicata al padre, legata ancora a quella metrica classica che appariva superata rispetto al suo contemporaneo Ungaretti. Traduttore dei classici greci, Sbarbaro ha saputo conciliare una vita estremamente ritirata con le intense amicizie che lo legavano a intellettuali come Montale, Campana e Pound; ma soprattutto inviava e riceveva dagli Stati Uniti dei pacchi contenenti croste secche apparentemente insignificanti, con indecifrabili nomi in latino, tanto che venne indagato dalla polizia fascista per atti ostili al regime. Dietro la sua pacatezza nello stare al mondo celava un’immensa conoscenza del mondo dei licheni. Autodidatta, ne divenne uno dei più importati esperti, tanto che la sua collezione è suddivisa oggi tra il museo di Storia Naturale di Genova e altre collezioni sparse nel mondo. Uno così non poteva non entrare nel novero degli ispiratori del nostro pensiero, per la sua propensione verso le cose insignificanti che gli capitavano e che vedeva. Oltretutto, era stato anche un gran camminatore lungo i sentieri liguri, sempre alla ricerca delle sue amate e naturali esistenze in sordina.

  • Il lichene prospera dalla regione delle nubi agli spruzzati dal mare. Scala le vette dove nessun altro vegetale attecchisce. Non lo scoraggia il deserto; non lo sfratta il ghiacciaio; non i tropici o il circolo polare. Sfida il buio della caverna e s’arrischia nel cratere del vulcano. Teme solo la vicinanza dell’uomo. Per questa sua misantropia, la città è la sola barriera che lo arresta. Se lo varca ci rimette i connotati. Il lichene urbano è sterile, tetro, asfittico. Il fiato umano lo inquina.
  • Più tardi, preso a mano dalla mia predilezione per le esistenze in sordina, mi volsi a forme più scartate di vita.
  • Mi ingombra la stanza, la impregna di sottobosco un erbario di licheni. Sotto specie di schegge di legno, di scaglie, di pietra contiene pocomeno un Campionario del Mondo. Perché far raccolta di piante è farla di luoghi.

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Il momento culminante della mia vita non è quando ho vinto premi letterari o scritto libri, ma quando sono partito dal Don con 70 alpini e ho camminato verso occidente per arrivare a casa. Sono riuscito a sganciarmi dal mio caposaldo senza perdere un uomo, riuscire a partire dalla prima linea organizzando lo sganciamento, quello è stato il capolavoro della mia vita.

L’altro mio autore di riferimento è Mario Rigoni Stern. È conosciuto soprattutto per Il sergente nella neve, in cui ha descritto il “capolavoro” della sua vita, l’aver riportato in patria tutti i suoi commilitoni durante la ritirata dalla Russia. Ma al di là di questo ci è affine soprattutto per la denuncia dei dissesti ambientali (quando ancora non era una moda), per le attente descrizioni di ciò che avviene nel bosco, e soprattutto per la corrispondenza fra ciò che scriveva e ciò che faceva: una coerenza esemplare, che quasi metteva soggezione perché presente in ogni suo gesto, a partire da come accatastava la legna o coltivava l’orto.

  • inserto dolomitiCome vivere? Allora questa domanda ce la dobbiamo porre non soltanto alla fine di un millennio, di un secolo, di un anno, ma tutti i giorni, e tutti i giorni svegliandoci, si dovrebbe dire: “Oggi che cosa ci aspetta?”. Allora io considero che si dovrebbero fare le cose bene, perché non c’è maggiore soddisfazione di un lavoro ben fatto. Un lavoro ben fatto, qualsiasi lavoro, fatto dall’uomo che non si prefigge solo il guadagno, ma anche un arricchimento, un lavoro manuale, un lavoro intellettuale che sia, un lavoro ben fatto è quello che appaga l’uomo. Io coltivo l’orto, e qualche volta, quando vedo le aiuole ben tirate con il letame ben sotto, con la terra ben spianata, provo soddisfazione uguale a quella che ho quando ho finito un buon racconto. E allora dico anche questo: una catasta di legna ben fatta, ben allineata, ben in squadra, che non cade, è bella; un lavoro manuale quando non è ripetitivo è sempre un lavoro che va bene, perché è anche creativo: un bravo falegname, un bravo artigiano, un bravo scalpellino, un bravo contadino. E oggi dico sempre quando mi incontro con i ragazzi: voi magari aspirate ad avere un impiego in banca, ma ricordatevi che fare il contadino per bene è più intellettuale che non fare il cassiere di banca, perché un contadino deve sapere di genetica, di meteorologia, di chimica, di astronomia persino. Tutti questi lavori che noi consideriamo magari con un certo disprezzo, sono lavori invece intellettuali.

  • Per diventare amici, prima bisogna annusarsi, come i cani poi, se non ci si è morsi, può nascere l’amicizia.

Con Primo Levi e Nuto Revelli sognava di andare per boschi e montagne, in silenzio. Ecco, credo che non si potrebbe desiderare nulla di meglio che questa visione di sobria eternità: vagare con le persone care facendo esperienze. Era il suo “pensiero anarchico”.

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È questo che – istintivamente e senza una dichiarazione esplicita – ispira l’immagine dei due viandanti nella locandina della mostra sentieri in utopia. L’uno indica all’altro ciò che attrae la sua attenzione: in questo caso una luce conduce fuori dalla nebbia, ma da sempre i Viandanti hanno segnalato ai sodali degli “stupa”, quelle letture che sapevano essere di comune interesse. Non è un semplice consigliare libri, ma il desiderio di condividere un percorso da fare assieme, uno accanto all’altro. Per questo la maggior parte delle pubblicazioni dei Viandanti è accompagnata da una bibliografia, e nella rivista “ufficiale”, sguardistorti, la rubrica finale Punti di vista segnala anche i luoghi per i quali vale la pena mettersi in viaggio.

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Questa carrellata di “maestri” non può concludersi  senza citarne uno di fantasia, il Ken Parker creato da Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo. Lui viveva il west che stava ormai scomparendo, cacciando per sopravvivere e rifiutando un progresso di cui intravvedeva le incongruenze. È lui che ci ha accompagnato durante le escursioni e nelle letture, grazie al fatto che i suoi album sono zeppi di allusioni ai classici della letteratura di viaggio. E poi, era l’unico protagonista del west che pensava prima di premere il grilletto e che la sera, davanti al fuoco, leggeva un libro.

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Questi, naturalmente assieme a molti altri, sono stati gli intermediari fra storie personali spesso molto distanti. Senza di loro probabilmente non sarebbe stato intrapreso alcun percorso comune. La loro conoscenza è stata il nostro mezzo per “individuare ciò che non è inferno e dargli spazio”, come direbbe Calvino. E per dare vita a una forma genuina di amicizia.

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Faccio una parentesi di commento sulla mostra. L’altro giorno mi sono concesso il privilegio di guardarmela senza che ci fosse nessuno. A dire il vero la possibilità mi è stata data spesso, perché non l’abbiamo promossa nei canali mediatici, non abbiamo fatto comunicati stampa, non abbiamo invitato le rappresentanze pubbliche, ma abbiamo volutamente diffuso l’evento semplicemente con il passaparola tra amici, conoscenti e simpatizzanti del nostro viatico. Risultato? Non l’hanno vista in molti.

È snobismo, questo? Non credo. È semplicemente coerenza con l’intento di raggiungere solo chi è realmente interessato a visioni del mondo magari divergenti, ma accomunate dalla consapevolezza che viviamo in una realtà complessa. E che quindi il pensiero, per coglierla, non può essere semplicistico e sbrigativo: nessuna delle nostre pubblicazioni si potrebbe liquidare con un twitter.

Ebbene, esaminando la mostra mi sono stupito di quanto materiale sia stato prodotto in tutti questi anni. Lo sapevo già, naturalmente, perché ne ho curato la grafica, ma nel vedere esposte tutte assieme le copertine di 79 Quaderni, 31 Album, 30 numeri fra Sottotiro review e sguardistorti, per un totale di oltre 7200 pagine, senza contare un bel po’ di articoli sparsi e i 14 testi della Biblioteca, mi ha impressionato l’incredibile varietà dei temi trattati.

Quella mole di riflessioni e l’idea del tempo che sta alle loro spalle mi ha confermato che i Viandanti hanno occupato una parte importante della nostra vita: di quella di Paolo senz’altro, visto che ha scritto o curato molti di questi testi, ma non solo della sua. Negli anni hanno contribuito in molti, attivamente o come semplici fruitori: e questo ha fatto sì che le nostre pubblicazioni continuino ad essere gratuite e siano stampabili liberamente. Per apprezzarle necessita solo una sufficiente dose di curiosità per ciò che non appare sotto i riflettori dei consueti media.

Si potrà notare che nessuno degli scrittori di cui ho parlato prima è originario dei nostri luoghi: non si tratta di un intenzionale rifiuto del campanilismo. Non ho citato Fenoglio e Pavese, che sono comunque nostri riferimenti imprescindibili, solo perché non volevo farla troppo lunga, e perché in qualche modo li do per scontati, in quanto hanno raccontato colline e storie simili alle nostre. Che è quello che anche i Viandanti hanno cercato di fare, narrando un territorio che viene spesso dimenticato.

Concludo con le parole delle mie figlie che alla domanda su cosa stessimo combinando Paolo ed io nell’altra stanza, risposero: “Stanno facendo la mostra. Si divertono così”. In effetti “divertire” significa volgere altrove, deviare. Ecco, questo facciamo: non marciamo lungo percorsi obbligati, muovendoci in branco verso mete che altri hanno fissato, ma camminiamo di lato, ai margini, pronti a deviare sui sentieri che ci danno maggiore soddisfazione. Quelli anche dell’amicizia, che sono la realizzazione della nostra utopia.

1-Le-colline-sacreCollezione di licheni bottone

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catalogo della mostra in Ovada, dal 3 all’11 dicembre 2022

Perché una “vetrina”

sentieri in utopia copertinaDal 3 all’11 dicembre i Viandanti usciranno dalle nebbie (che sono state sino ad oggi il loro naturale habitat, e lo saranno ancora per il futuro) per proporre una testimonianza del loro operato in cinque lustri di esistenza. Non è una vetrina promozionale: non siamo depositari di verità, non imbandiamo sapienza, non cerchiamo adepti, non chiediamo finanziamenti. Semplicemente, dal momento che il sodalizio esiste da oltre un quarto di secolo, ci teniamo a far sapere a chi già ci conosce che è ancora vivo, e a chi ancora non ci conosce che ci siamo anche noi.

È una scelta che parrebbe contraddire quella che è stata sinora la nostra discrezione: ma essere discreti non significa agire nell’ombra come una società segreta. L’accesso ai nostri scritti e alle nostre immagini è sempre stato libero (e gratuito), le nuove collaborazioni sono sempre state ben accette: uniche pregiudiziali, l’uso del buon senso e la capacità di autoironia.

La mostra va letta quindi con questo spirito. Se dopo un giro completo della sala vi sarete incuriositi o divertiti, potrete già considerarvi viandanti ad honorem.

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Riproponiamo di seguito il vecchio biglietto da visita dei Viandanti. Sotto una patina di retorica che oggi può anche far sorridere, e a dispetto delle situazioni diverse che gli oltre venticinque anni trascorsi hanno creato, i propositi professati all’epoca non solo sono rimasti validi, ma hanno acquistato un’attualità ancora maggiore. Viandanti per sempre, dunque.

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Io sono un viandante, uno scalatore, disse egli al proprio cuore; io non amo le pianure e, a quanto pare, non posso starmene a lungo tranquillo. E qualunque destino o esperienza mi tocchi, – in essi sarà sempre un peregrinare e un salire sulle montagne: alla fine non si esperimenta che se stessi.
FRIEDRICH NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra

Chi sono i Viandanti delle Nebbie?

Si fa prima a dire “cosa” non sono. I “Viandanti” non sono un partito politico, ma oppongono una resistenza politica ad ogni forma di omologazione istupidente; non sono un gruppo sportivo, ma praticano la disciplina sportiva più pura, quella che richiede solo buone gambe, volontà e fantasia; non sono un’agenzia di viaggi, ma promuovono una conoscenza non utilitaristica del territorio; non sono un’associazione ecologica, ma si battono da bravi indigeni per la difesa del “loro” ambiente; non sono un’accademia culturale, ma coltivano ogni manifestazione non istituzionalizzata del sapere; non sono un ordine mendicante, ma rifiutano la mercificazione di ogni idealità.

In breve, non rispondono ai requisiti di visibilità imposti dal dominio dell’insignificanza virtuale. Sono invece un’esperienza, anzi tante, diverse, continue esperienze di (r)esistenza extra-catodica e post-cellulare, cioè di vita degna di questo nome, di amicizie, di letture, di escursioni, di convivi, di scoperte, che non vogliono essere consumate in un arcadico distacco, ma vanno trasmesse nelle forme più semplici, dirette e genuine, attraverso le quali è possibile esprimere sogni, idee ed emozioni, ed invitare gli altri ad esserne partecipi (e non spettatori).

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Wanderers forever

cropped-tobbio4.jpgC’era una volta, tanti e tanti … beh, insomma, una ventina d’anni fa, un gruppo di amici, di quelli messi assieme dalle circostanze della vita e dalle passioni in comune anziché dall’anagrafe, che si ritrovavano sempre più spesso a frugare tra gli scaffali di una caotica libreria ovadese, a camminare lungo i sentieri del Parco di Marcarolo o a cenare in un capanno sperduto nella campagna. Era un’allegra brigata, a metà strada tra il cenacolo intellettuale e la compagnia del calcetto …

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Storia del logo

cropped-vianda-300-ppi-png.pngLa storia del logo dei Viandanti merita di essere raccontata. Dunque: siamo nel novembre del novantacinque e i Viandanti delle Nebbie hanno organizzato in Ovada una mostra su Il West nel fumetto italiano, che ospita tra le altre cose una sezione dedicata alle illustrazioni di Renzo Callegari. In occasione della chiusura provo a contattare, (senza molte aspettative ma nemmeno cerimonie, una semplice telefonata da uno sconosciuto) il maestro, che sembra incuriosito e si presenta in effetti puntuale, accompagnato da un paio di allievi della sua scuola di fumetto di Rapallo. Chiusa la mostra, li invitiamo a cenare con noi al Capanno, già all’epoca sede ufficiale dei Viandanti …

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Come è nato il Capanno

Capanno 2018 10 06 01 seppiaCredo che anche la storia del Capanno, come quella del logo, meriti di essere raccontata.
È andata così. Quando ancora erano in vita i miei genitori avevo l’abitudine di trascorrere tutte le sere, subito dopo cena, una mezzoretta con loro (abitavano al piano inferiore). Si commentava la giornata, si programmavano i lavori, a volte semplicemente seguivo assieme a loro il telegiornale. All’epoca (parlo di venticinque e passa anni fa) ero affetto da una sorta di compulsione a disegnare, cosa che mi portavo dietro sin dall’infanzia. Era probabilmente un modo per isolarmi dagli altri e per evadere nei miei mondi fantastici …

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Istruzioni per l’uso del sito, della mostra, della mappa

I materiali prodotti dai Viandanti in tutti questi anni sono ospitati nel sito https://viandantidellenebbie.org/. Ma è sufficiente digitare “Viandanti delle Nebbie” per trovarci. Una volta entrati nella home appaiono sulla destra del monitor una serie di voci che aprono altrettante sezioni. Sempre sulla destra, scendendo, trovate gli elenchi di quanto è stato pubblicato anche in formato cartaceo. Sulla sinistra potete aprire direttamente gli interventi più recenti. Nella parte bassa della home scorrono infine immagini tratte dagli album. Non troverete cookies o messaggi promozionali di alcun genere.
Tutti i materiali sono consultabili e scaricabili gratuitamente.
La mostra prevede alcuni pannelli iniziali di presentazione del sodalizio, per passare poi a proporre le copertine di tutti i volumetti editi dai Viandanti. I codici QR presenti su ciascuna copertina aprono direttamente alla consultazione integrale dei libretti. Sono esposte anche le locandine delle mostre curate dai Viandanti, oltre ad una serie di pannelli tratti dalle stesse. Gli esemplari delle pubblicazioni cartacee sono disponibili per una presa di visione, ma comprensibilmente non per l’asporto.

La mappa che potete consultare nelle pagine seguenti è stata costruita per suggerire ai visitatori del sito e della mostra una serie di itinerari percorribili attraverso le nostre pubblicazioni. In effetti i percorsi avrebbero potuto essere molti di più, o essere tracciati tenendo conto di direzioni diverse: ma preferiamo siano eventuali visitatori o estimatori del sito a riconoscerli e a costruirli. Le “stazioni” non rispettano un ordine cronologico di pubblicazione, ma un semplice gioco di rimandi. In alcuni casi sono poste all’incrocio di diverse linee, in quanto fruibili lungo più itinerari: ma in realtà la cosa potrebbe valere per quasi tutte le pubblicazioni. Come potrete constatare, nessuna linea prevede stazioni terminali. Il cammino di un Viandante è sempre aperto.

sentieri in utopia - mappa a mano 2la prima versione della mappa

Mappa dei sentieri in utopia

sentieri in utopia - mappa download

sentieri in utopia locandina con margini

Parole in cammino

Diable_à_Paris_fronstispice (2)Durante il periodo di apertura della mostra sono previsti tre incontri pubblici, mirati a presentare il lavoro del sodalizio dei Viandanti, a giustificarne per quanto possibile lo spirito e a suggerire ai visitatori alcune possibili modi per gustarlo e per trarne, se non briciole di sapere, almeno un po’ di piacere.
Con queste premesse è evidente (ma lo era già dai titoli) che gli argomenti proposti saranno solo dei pretesti per spaziare in lungo e in largo, come facciamo abitualmente nei nostri testi, tra natura e cultura, realtà e fantasia, quotidianità e storia.
Abbiamo immaginato questi incontri non come conferenze o, peggio ancora, come “dibattiti”, ma come amichevoli conversazioni dalle quali tutti i partecipanti escano possibilmente con la voglia di rivedersi ancora. Come uno scambio non pedantesco di esperienze, tale magari da indurre qualcuno ad andarsi a leggere ciò di cui ha sentito parlare, a riflettere sui temi che sono stati toccati, a rassicurarsi sul fatto che il regime dei social e dei talk show non ha ancora occupato tutti gli spazi.
Le titolazioni assegnate agli incontri riflettono naturalmente, sia pure in maniera molto sommaria, gli interessi comuni ai curatori e ai visitatori del sito. Ma chi appunto il sito già lo conosce sa che questi interessi non sono mai “specialistici” e vengono coltivati in campi aperti e con metodi tutt’altro che canonici. E chi non lo conosce potrà verificarlo integrando gli incontri con qualche incursione nel nostro catalogo. Sarà il benvenuto.

Comunque, per fingere un minimo in più di informazione, negli incontri saranno (grosso modo) trattati i seguenti temi:

  • Viaggi e peregrinazioni | Perché si viaggia. Storia dei viaggi e storie di viaggio. Pensare con i piedi. Tipologie della letteratura di viaggio.
  • Biografie e bibliografie | L’importante è non nascere adatti. Vizi privati e pubbliche virtù.  Confessioni di un bibliopatico. Perché si mente dicendo di aver riletto un libro.
  • Natura e cultura | Siamo un tragico errore della selezione naturale? Le storie che ci siamo raccontati. La memoria e il piagnisteo. Quattro salti nella cultura (in offerta).

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I Quaderni dei Viandanti

sentieri in utopia Uomo x Quaderni (2)I Quaderni sono nati con l’intento di raccogliere in volumetti e rendere disponi-bili per eventuali estimatori (?)i materiali pubblicati su Sottotiro review. E così è stato, almeno per i primi due o tre libretti. Poi la cosa ha ci preso la mano, e si è tra-sformata in una vera e propria impresa editoriale …

Quaderni logo

Gli Album dei Viandanti

sentieri in utopia x Album Viandante - Pietro Morando2Un viandante non è un viaggiatore. Non si limita a superare occasionalmente delle distanze, ma percorre degli itinerari, connota degli spazi. E dal momento che nemmeno è un pendolare, questi spazi, questi itinerari sono sempre diversi. Il viaggio è la sua vita, lo spostamento è la sua meta …

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Gli sguardistorti

UNASOS~1È il proseguo di Sottotiro review in modalità digitale, per quel che possiamo fare noi restii al digitale. Ci autorizziamo a lanciare degli sguardi nella rete che hanno la presunzione di proiettare delle occhiate “ostinate e contrarie” verso ciò che il quotidiano ci offre. Sono sguardistorti verso un mondo di cui dichiariamo la nostra difficoltà a comprenderne i meccanismi autodistruttivi, ma che ci stupiamo a scrutare per indagarne le distopie …

Nuovi sguardistorti2 - Bottone

La sottotiro review

sentieri in utopia x sottotiroSottotiro è una rivista nata nei primi anni novanta dello scorso secolo in Toscana. Dopo un paio di numeri e un lungo letargo è rinata in Piemonte, nelle colline ovadesi. L’intento era quello di costituire, nel suo piccolo, un tramite e un luogo di contatti, di scambi culturali, di amicizie e (magari!) anche di discussioni. Per un certo periodo lo è anche stata, e non solo a livello strettamente locale: non avrà inciso sull’opinione pubblica, ma ha senz’altro contribuito, tramite il comune impegno, le discussioni redazionali, gli incontri necessari per costruirla materialmente, a creare o a rinsaldare amicizie …

Sottotiro review

La Biblioteca del Viandante

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La Biblioteca raccoglie diverse opere attinte dalle fonti più disparate, che potrebbero riuscire interessanti per altri frequentatori del nostro sito. Avremmo potuto fornire semplicemente le indicazioni per rintracciarle, ma ci sembra di offrire un servizio utile proponendole in PDF, che consente di scaricarle direttamente in formato stampa. Si tratta in genere di testi di pensatori pochissimo conosciuti, o sconosciuti del tutto, difficilmente reperibili in commercio, oppure di antologie …

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Amici

La mostra è dedicata agli amici che in questi venticinque anni hanno percorso coi Viandanti un ultimo tratto della loro strada. Poi si sono congedati, ma il loro cammino non si è interrotto. Gli amici ci lasciano, ma non scompaiono: e oggi sono presenti con noi in questa sala.
Non vogliamo raccontarli, l’hanno già fatto loro stessi, ciascuno a modo suo. Chi volesse conoscerli meglio può trovarli sul sito (per Mario Mantelli, oltre ai suoi libri – Di cosa ci siamo nutriti e Viaggio nelle terre di Santa Marta e San Rocco – e ai quattro Quaderni di prose e di poesie pubblicati dai Viandanti, si possono leggere: Una raccolta di silenzi; Arrivederci, maestro!; Visite guidate nei giardini della memoria; Che belle figure!. Per Armando Cremonini, Il collezionista. Per Gianmaria Olivieri Un viandante parte in sordina. A Piero Jannon è dedicato l’Albo A spasso con Piero, Per Gianni Martinelli parlano le immagini de Il West nel fumetto italiano: sono quasi tutte tratte dalle sue raccolte).

Quelli che dormono sulla montagna

Quelli che dormono sulla montagnaQuando i Viandanti delle Nebbie si misero alla ricerca di riferimenti ideali si imbatterono quasi per caso negli Yamabushi. I riferimenti ideali sono importanti, soprattutto se sono abbastanza lontani nel tempo e nello spazio da rimanere ideali. Per noi gli Yamabushi erano perfetti: stavano dall’altra parte del globo ed erano praticamente spariti dalla circolazione da almeno un secolo e mezzo. In più, anche in piena New Age li conosceva nessuno (tanto che per un attimo l’idea di riesumarli ci ha sfiorato, e resto convinto che avremmo trovato adepti) e i loro rituali erano impegnativi solo sul piano fisico. Adoravano come noi le montagne, le salivano come noi, come noi le rispettavano, senza provare alcun bisogno di domarle e di sconfiggerle. Non c’era da cambiare una virgola nel nostro atteggiamento e nei nostri comportamenti. Gli Yamabushi sono quindi …

Quei cretini di Dunning e Kruger

Ariette 2 01I Viandanti delle Nebbie sono da sempre consapevoli della prevalenza del cretino, tanto da auspicare emendanti spedizioni di massa alla chiesa francese che ospita il sarcofago di San Menulfo, antico miglioratore delle sinapsi di chiunque introduca il capo nel suo apposito orifizio (rimando all’articolo “Il decretinatore”). Dò il mio piccolo contributo al dibattito presentando l’“effetto Dunning e Kruger”, scoperto nel 1999. Dunning e Kruger sono due simpatici psicologi che hanno dimostrato scientificamente il motivo per cui individui incompetenti in un campo tendano a sopravvalutare le proprie abilità …

Tracce e impronte

sentieri in utopia 11Il mondo lo si può “camminare” in vari modi, da soli o in compagnia, di fretta o in tutta calma, motivati da una scelta o spinti da una necessità; così come sono svariati i mezzi, oltre ai piedi, grazie ai quali si può viaggiare. Ma gli atteggiamenti fondamentali che inducono a incamminarsi per il mondo sono riconducibili in linea di massima a due: la semplice voglia di scoprirlo, magari in cerca di rifugio, e viverlo, oppure il desiderio di raccontarlo, studiarlo o conquistarlo.  Nel primo caso sulla polvere o sul fango della strada percorsa si lasciano soltanto delle tracce, che vengono prima o poi spazzate via dal vento del tempo o dilavate dalle acque, mentre rimangono fortemente impresse nell’animo; negli altri casi si marcano invece delle impronte, a volte talmente profonde e durature che quel mondo vanno anche a modificarlo. E qualche volta accade anche che le orme involontarie diventino letteralmente impronte rivelatrici, come nei casi di Laetoli, dell’isola di Calvert o del deserto del Nefud.

Le pagine qui raccolte sono dedicate a uomini che il mondo lo hanno percorso nell’una e nell’altra maniera, in piccolo o in grande, con differenti intenti e nei contesti temporali più lontani, accomunati comunque dal desiderio di conoscerlo e di lasciare una traccia, almeno scritta, del loro passaggio. Si va dai grandi esploratori e dai camminatori instancabili a personaggi semisconosciuti, ai dilettanti del camminare, dell’arrampicare o del viaggiare, in una varietà che spiega, anche se forse non giustifica, il “vario stile” delle trattazioni. La continuità tra costoro è assicurata non da ciò che hanno fatto, hanno visto o hanno descritto, ma dallo spirito col quale hanno esaltato una naturale disposizione biologica traducendola in una scelta culturale.

Quanto poi tale scelta sia stata positiva o meno per l’umanità lo lasciamo discutere agli osservanti del “politically correct”: per quanto ci riguarda, crediamo si tratti di una diatriba stupida, o perlomeno inconcludente, perché quello di ampliare e allontanare sempre più il proprio orizzonte è per l’uomo un istinto, dettato dalla necessità di sopravvivenza, sin dal momento in cui ha assunto la postura eretta. Forse non ha ottemperato appieno all’imperativo di Ulisse, e nel suo peregrinare ha perseguito più “canoscenza” che “virtute”: ma questa è un’altra storia, e l’affronteremo altrove.

Mutazioni

mutazioniLe vespe sono tornate a nidificare nella mia libreria. Accade da cinque o sei estati, prima non si era mai verificato. Probabilmente ne è entrata una per caso, ha apprezzato l’ambiente e lo ha comunicato alle altre. Le vespe, a differenza dei cristiani, comunicano molto e hanno una formidabile memoria della specie. Magari si tratta delle discendenti di quella prima esploratrice, immigrate di terza, quarta o quinta generazione, che ormai considerano casa mia anche la loro …

Limature

di Nicola Parodi, 13 aprile 2022

La limatura è nel caso specifico il residuo delle conversazioni tenute al tavolino del bar con Paolo Repetto. La polvere di ferro sembra materiale di scarto, ma in realtà è utilizzata per curare le piante, modificare il colore dei fiori, fare esperimenti scientifici sui campi magnetici. Non avendo speranza di cambiare alcunché, né necessità di curare qualcuno o di fare esperimenti, noi la usiamo come zavorra per tenerci ancorati alla realtà.
In genere funziona.

Sputi

Mentre guido verso Grognardo, dove andrò a dare un’occhiata e un po’ d’acqua alle piantine di carciofo che ho trapiantato due settimane fa, ascolto su radio 3 Uomini e profeti. Ad un certo punto il conduttore (il “filosofo” Felice Cimatti), che sta interloquendo con l’antropologo Marcello Massenzio a proposito della riedizione del libro di Ernesto De Martino Il mondo magico, cita il fatto che i contadini prima di mettersi a zappare si sputavano sulle mani. “Si capisce che quello è uno scongiuro: stai per fare una specie violenza alla natura e quindi esorcizzi quella violenza. In quel senso quell’uomo non è solo, c’è una cultura che lo autorizza a compiere quel gesto.” L’antropologo plaude e ringrazia per l’assist.  Quel contadino non è solo – dice – perché porta con sé tutta una tradizione culturale che gli consente di riformulare all’interno di un linguaggio socialmente condiviso il proprio smarrimento di fronte all’immensità del mondo.

Li avessi a tiro li prenderei a zappate. Sicuramente non hanno mai visto le mani di uno che ha passato la vita a zappare. Purtroppo non  ho un linguaggio condiviso che mi consenta di riformulare altrimenti il mio smarrimento e la mia indignazione di fronte alle stronzate. Le piantine comunque hanno preso bene, adesso devo rincalzare un po’ la terra. Non mi sputo sulle mani, ho un vecchio paio di guanti da lavoro. La natura, spero, mi perdonerà.

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Suicidi

“Se un attacco nel cuore dell’Europa ci ha colto impreparati, è perché eravamo impegnati nella nostra autodistruzione. Il disarmo strategico dell’Occidente era stato preceduto per anni da un disarmo culturale. L’ideologia dominante, quella che le élite diffondono nelle università, nei media, nella cultura di massa e nello spettacolo, ci impone di demolire ogni autostima, colpevolizzarci, flagellarci. Secondo questa dittatura ideologica non abbiamo più valori da proporre al mondo e alle nuove generazioni, abbiamo solo crimini da espiare. Questo è il suicidio occidentale.”

È il biglietto da visita dell’ultimo libro di Federico Rampini, Suicidio occidentale, non so se dettato dall’autore o redazionale, ma che riassume perfettamente l’assunto del libro. Sul quale posso essere in linea di massima anche d’accordo, ma che mi è suonato subito come un qualcosa di già sentito. In effetti, chi abbia seguito negli ultimi venticinque anni, prima sulla rivista cartacea e poi sul sito, il percorso dei Viandanti, queste cose le ha già sentite da quel dì: non hanno fatto che ripeterle. Fa dunque piacere che anche Rampini ci sia arrivato, ma non posso non sottolineare che ci è arrivato con almeno un quarto di secolo di ritardo. E non posso nemmeno rallegrarmi del fatto che questa consapevolezza sarà finalmente trasmessa ad una utenza larghissima, perché avendo un po’ di pratica del personaggio e degli scenari in cui si muove so che il messaggio passerà soprattutto per gli schermi televisivi e i salotti dei talk, che sarà cioè banalizzato e assoggettato allo spettacolo e agli inserti pubblicitari. Arriverà talmente tardi e talmente annacquato da non essere più nemmeno politicamente scorretto.

Quando i messaggi indossano le bretelle, significa che hanno già perso la forza di reggersi da soli.

Limature 03

Vero o falso per me pari sono

La valanga  di notizie più o meno verosimili che ogni giorno riceviamo mi richiama alla mente un editoriale scritto nel dicembre del 2018 da Marco Cattaneo, direttore de Le Scienze. Presentando gli articoli contenuti nella rivista il Direttore commentava: “L’intelligenza artificiale sta mettendo alla portata di tutti strumenti in grado di manipolare file audio e video in modo che siano praticamente indistinguibili dagli originali”. E citava un video, palesemente manipolato, nel quale si vede Obama insultare Donald Trump, per mostrare come sia facile alterare la realtà utilizzando le nuove tecnologie dell’ intelligenza artificiale.

Il problema è talmente serio che l’agenzia della Difesa statunitense dedicata alle tecnologie ha sviluppato un programma apposito per individuare le firme digitali dei falsi. Ma anche qualora il programma funzionasse alla perfezione, se per verificare audio e video occorreranno tempi lunghi (e non parlo di mesi, ma di ore) ogni sforzo sarà vano, in quanto le fake news fanno il giro del mondo in tempo reale e una volta diffuse reggono a qualsiasi smentita.

Ora, al di là del fatto che lo scandalo nel falso video di Obama sarebbe semmai che qualcuno perda tempo a inveire contro Donald Trump, il nocciolo è che se diffondere falsi sempre meno verificabili è diventato un gioco da ragazzi la credibilità dell’informazione va a farsi definitivamente benedire.

Beninteso, non è un problema di oggi. Tutta la letteratura mitologica, religiosa e storica del passato è una narrazione dei fatti come minimo “addomesticata” e gestita dai vincenti o dai dominanti, e in questo senso poco o nulla è cambiato. Il cambiamento riguarda invece la quantità e la velocità delle informazioni che oggi riceviamo. Sono queste nuove caratteristiche a mettere paradossalmente in discussione ogni nostra reale possibilità di conoscenza di ciò che accade. E a fare sì che la veridicità di ciò che apprendiamo sia tutto sommato l’ultimo dei problemi.

Mi spiego. Anche dopo l’invenzione della stampa e la nascita dei giornali l’informazione è rimasta appannaggio di una percentuale bassissima della popolazione. Le poche notizie che circolavano erano create in genere dalle stesse fonti, e su tutto si esercitava il controllo e la censura dai poteri politici ed economici. Le nuove tecnologie dell’informazione però covavano una serpe in seno: potevano essere usate anche, sia pure in mezzo a mille difficoltà, dal pensiero dissidente, dalle opposizioni, per cui chi davvero lo volesse poteva farsi un’idea approssimativa di come stavano le cose confrontando le diverse versioni. Il numero delle informazioni essenziali era contenuto e c’erano tempi sufficienti per lasciar decantare le notizie e verificarne bene o male l’attendibilità. Si conosceva poco, ma quel poco, vero o falso che fosse, si riusciva a inserirlo in un quadro passabilmente coerente, sul quale poi ci si regolava per i comportamenti politici e sociali.

Questo è valso sino alla rivoluzione telematica. Poi è cambiato tutto, e oggi siamo davanti all’assurdo che il fatto che una informazione sia vera o falsa è quasi irrilevante, perché essa va comunque a perdersi in un oceano nel quale non siamo più in grado di stare a galla o di scorgere un qualsiasi approdo cui volgerci.

L’effetto è devastante, e cominciamo ad averne coscienza davanti ad eventi come la pandemia o la guerra in corso nell’est europeo. Siamo sommersi, travolti dalle notizie, ma ne siamo sempre meno toccati. Centocinquanta morti quotidiani per Covid o mille per scontri e rastrellamenti sono entrati nelle nostre abitudini come il caffè, davanti agli “speciali” televisivi o ai reportage dal fronte degli inviati speciali (ma quanti sono?) o ai messaggi di papa Francesco cambiamo velocemente canale, leggiamo i giornali partendo dalla decima pagina o dalla cronaca locale.

Mai gli uomini hanno avuto accesso ad una tale quantità di informazioni, mai gliene è fregato di meno.

Limature 04

Il più crudele?

di Paolo Repetto, 24 aprile 2021

Aprile è il più crudele dei mesi? Non saprei, anche gli altri non scherzano. So comunque che per i Viandanti (e non solo per essi, purtroppo) l’aprile dello scorso anno, quello della prima terribile ondata, è stato crudelissimo. Esattamente un anno fa ci ha portato via due amici, due viandanti onorari, Mario Mantelli e Armando Cremonini. Mario e Armando erano entrati da tempo a far parte del club degli “ultimi illuminati”, e a pieno titolo: il primo quasi mettendoci in soggezione, a dispetto della sua mitezza, per l’eccezionale sensibilità estetica e per la vastità della cultura che la alimentava, il secondo facendosi amare per il sottilissimo umorismo, per quell’aria sorniona che assieme al sigaro gli dava un che di anglosassone (ma un anglosassone tutt’altro che freddo).

Non voglio raccontare di loro, l’ho già fatto e chi volesse conoscerli meglio può trovarli su questo stesso sito (per Mario, oltre ai suoi libri – Di cosa ci siamo nutriti e Viaggio nelle terre di santa Marta e san Rocco – e ai quattro Quaderni di prose e di poesie pubblicati dai Viandanti, si possono leggere: Una raccolta di silenzi; Arrivederci, maestro!; Visite guidate nei giardini della memoria; Che belle figure!. Per Armando, Il collezionista).

Queste poche righe vogliono solo scongiurare il silenzio attonito e subito distratto col quale siamo ormai ridotti ad accettare la scomparsa degli amici. Per me, per noi, non è così. Gli amici ci lasciano, ma non scompaiono. Alla faccia di aprile.

Il catalogo è questo!

di Fabrizio Rinaldi, 13 settembre 2020

Come tutti gli uomini della Biblioteca, in gioventù io ho viaggiato;
ho peregrinato in cerca di un libro, forse del catalogo dei cataloghi […].
JORGE LUIS BORGES, Finzioni, Einaudi 1992

Ogni‌ tanto‌ è‌ doveroso‌ fare‌ ordine.‌ Capita‌ con‌ le‌ bollette‌ e‌ con‌ le‌ cianfrusaglie‌ di‌ casa,‌ ma‌ anche‌ con‌ le‌ aspirazioni‌ e‌ le‌ scelte‌ (e‌ qui‌ però è‌ più‌ dura,‌ perché‌ queste‌ in‌ realtà‌ non‌ trovano‌ mai‌ il‌ posto‌ giusto‌ nei cassetti ‌della‌ ‌vita).‌
Anche i‌ Viandanti‌ ‌delle‌ ‌Nebbie‌ di tanto in tanto ‌sentono‌ ‌la‌ ‌necessità‌ ‌di‌ ‌organizzare‌ ‌il‌ ‌‌materiale‌ ‌prodotto‌ ‌in‌ tutti questi ‌anni‌ ‌(quasi venticinque, un quarto di secolo):‌ ‌cataloghi‌ ‌di‌ ‌mostre,‌ ‌libretti,‌ biografie, ‌pensieri‌ ‌sparsi,‌ ‌estratti‌ ‌da‌ ‌convegni,‌ ‌riflessioni estemporanee,‌ ‌idee‌ ‌bislacche,‌ ‌consigli‌ ‌di‌ ‌lettura,‌ ‌riviste‌ ‌vive,‌ ‌morte‌ ‌o‌ ‌abortite,‌ ‌ecc‌ ‌…‌
Tempo fa era stato fatto un‌ ‌primo‌ ‌passo,‌ ‌fondamentale,‌ con ‌la‌ ‌creazione‌ ‌del‌ ‌sito,‌ ‌nell’intento‌ ‌di‌ ‌fare‌ ‌un‌ ‌salto‌ ‌di‌ ‌qualità‌ ‌(e soprattutto di ‌quantità)‌ ‌e‌ ‌di‌ ‌rendere‌ ‌fruibili questi materiali a qualche ipotetico lettore in più, anche a costo di sacrificare un po’ dell’iniziale “purezza” cartacea.
Si era in quella occasione adottata‌‌ ‌la‌ ‌suddivisione‌ ‌in‌ ‌Quaderni‌ ‌e‌ ‌in‌ ‌Album‌, trasferendo pari pari sul web quella che era l’impostazione editoriale precedente: che aveva senz’altro una sua dignità, nel senso che si presentava bene, ma che alla lunga si sta rivelando poco pratica per la consultazione, soprattutto per chi intenda cercare ‌nei‌ ‌testi‌ ‌dei‌ ‌Viandanti‌ ‌indicazioni e supporto per‌ ‌un‌ ‌suo‌ ‌personale‌ ‌itinerario.‌ ‌Mentre proprio questo vorrebbe essere lo spirito della nostra iniziativa.
In‌ ‌fondo‌ ‌leggere‌ ‌i‌ ‌testi‌ ‌dei‌ ‌Viandanti‌ ‌è‌ ‌un‌ ‌po’‌ ‌come‌ ‌salire‌ ‌sul‌ ‌Tobbio:‌ ‌si può‌ ‌partire‌ ‌dal‌ ‌Gorzente,‌ ‌da‌ ‌Voltaggio‌ ‌o‌ ‌dagli‌ ‌Eremiti,‌ ‌ma‌ ‌ci si può‌ ‌arrampicare ‌anche‌ ‌lungo i ‌ ‌canaloni o i crinali,‌ se le‌ ‌gambe‌ ‌reggono.‌ ‌Determinante,‌ ‌come‌ ‌sempre,‌ ‌non‌ ‌è‌ ‌arrivare‌ ‌in‌ ‌vetta,‌ ‌ma‌ ‌in‌ ‌quale‌ ‌modo ci si arriva.‌ ‌E‌ ‌si può sempre ‌scegliere‌ ‌di‌ ‌fermarsi‌ ‌a‌ ‌dieci‌ ‌metri‌ ‌dalla‌ ‌cima‌ ‌per‌ ‌tornare‌ ‌indietro‌, ‌e‌ ‌ricominciare‌ ‌da‌ ‌qualche‌ ‌altra‌ ‌parte.‌ ‌Magari‌ ‌il‌ ‌giorno‌ ‌dopo‌ ‌…‌
Così‌ ‌è‌ ‌per‌ ‌i‌ ‌testi‌ ‌del‌ ‌Viandanti‌ ‌delle‌ ‌Nebbie‌ ‌elencati‌ ‌nel‌ ‌file‌ ‌excel‌ ‌che‌ compare ‌‌in‌ ‌calce‌ ‌a‌ ‌questo‌ ‌pezzo.‌ ‌È‌ ‌organizzato‌ ‌per‌ ‌consentire‌ percorsi trasversali e pressoché infiniti, che possono essere intrapresi ‌selezionando ‌i‌ ‌testi‌ ‌per‌ ‌autore,‌ ‌per argomento, per successione cronologica, o‌ ‌anche‌ seguendo‌ ‌il filo delle parole‌ ‌chiave.‌
Ad‌ ‌esempio‌, ‌i molti‌ ‌testi‌ ‌sul‌ ‌viaggio‌ ‌o‌ ‌sull’arte‌ ‌ ‌sparsi‌ ‌in‌ ‌differenti‌ ‌“contenitori” possono essere singolarmente‌ ‌scaricati‌ (cliccando‌ ‌sul‌ ‌titolo‌ ‌si‌ ‌apre‌ ‌la‌ ‌singola‌ ‌pagina‌ ‌web‌ ‌ed‌ ‌in‌ ‌calce‌ ‌ad‌ ‌essa‌ ‌c’è‌ ‌il‌ ‌pulsante‌ ‌“download”)‌ ‌e‌ ‌riassemblati‌ ‌in libretti‌ ‌originali, personalizzati.‌

Naturalmente, un catalogo‌ ‌di questo tipo non‌ ‌è‌ ‌mai‌ ‌completo, ‌‌poiché‌ ‌di volta in volta continueranno ad essere‌ ‌‌inseriti‌ i ‌pezzi più recenti‌ e aggiornati quelli vecchi.‌
Questo ci auguriamo: ‌che‌ ‌il‌ ‌catalogo‌ ‌non‌ ‌si‌ ‌esaurisca‌ ‌mai‌, e‌ offra ‌sempre‌ ‌nuovi stimoli‌ ‌per‌ ‌intraprendere‌ ‌personalissime scarpinate sui‌ ‌sentieri‌ ‌dei‌ ‌Viandanti‌ ‌delle‌ ‌Nebbie.‌

Il catalogo è aggiornato al 31/12/2022, in formato excel o pdf.

Il download dell’articolo è scaricabile in pdf cliccando su

Collezione di licheni bottone

Ipotesi di salvezza

di Gloria Maria Magnolo, 2 aprile 2019

Solo a chi tenta
incerti temerari approdi
su fili di vento

a chi calca
temporanee radure
che gli alberi cancelleranno

a chi accoglie
le nuvole a gregge
nella memoria tenace dello sguardo

a chi
al participio solo del verbo pulsare
dona dita e cuore

a questo unico
abitante, abitato dai mondi
l’agonia del mondo
affiderei

per l’estrema salvezza.


Conto di Natale

di Fabrizio Rinaldi, 25 dicembre 2018, da sguardistorti 05 – 2018 Natale

È Natale, l’anno volge al termine, è tempo di regali e di bilanci.

Il nostro regalo agli amici è un nuovo Quaderno di sguardistorti, il quinto edito  in questo anno di attività. Un numero speciale, particolarmente ricco, una vera strenna. Noi invece il dono ce lo siamo già fatti,  ed è proprio il percorso che ha permesso di realizzare queste pubblicazioni.

Lo scorso gennaio usciva il primo numero, col quale, come si diceva nella presentazione del progetto editoriale, volevamo proporre, cercare e condividere “un’attenzione necessaria, ironica ma non disperata, l’unica che possa dare un senso alla nostra semplice (e, almeno per noi, non inutile) resistenza”. La risposta c’è stata. Hanno collaborato al sito forze fresche, abbiamo allargato lo sguardo in pratica su tutto il pianeta, lo abbiamo rinfrescato attraverso occhi giovani.

Oltre alla novità degli sguardistorti, il duemiladiciotto ha visto anche la riproposta su due siti internet della pluridecennale attività dei Viandanti delle Nebbie: inizialmente in viandantidellenebbie.jimdo.com/ e, con l’acquisto del dominio, in http://www.viandantidellenebbie.org.

Questo mi ha permesso di impratichirmi nella realizzazione di siti web. Con una certa dose di presunzione posso dire che, a dispetto del dilettantismo, sono prodotti piacevoli da guardare. Così come è stato piacevole realizzarli. La pubblicazione dal materiale mi ha permesso infatti di ragionare con Paolo dell’impaginazione e della grafica delle differenti collane che andavamo creando: i Quaderni dei Viandanti, gli Album dei Viandanti, i Quaderni di sguardistorti, la Biblioteca del Viandante, e di trarne qualche considerazione.

Scegliere e diversificare i font, calibrarne la giusta dimensione, impaginare copertine e libretti, realizzare i loghi, non sono attività di margine, puramente strumentali: se si cerca di conciliare l’eleganza con la sobrietà, una legittima autorevolezza con un’agevole lettura, sia in digitale che in analogico (perché ogni cosa è pensata anche nella versione cartacea), questo fa già parte del messaggio che si vuole trasmettere. Che è, molto sinteticamente: fai bene tutto quello che fai.

È meno banale di quanto sembri. Fare bene quello che si fa significa farlo con passione e conseguirne gioia. È un enorme piacere, ad esempio, cercare (e possibilmente trovare) nel mare magnum di Internet le immagini giuste per i pezzi e per i quaderni, ed è fonte anche di continue scoperte. Così come lo sono i mercatini, dove si scovano in testi destinati al macero immagini deliziose, che acquistano nuova vita e dignità quando vengono allegate ad uno articolo.

Ulteriori soddisfazioni ci dà infine la rubrica Punti di vista, dove ficchiamo consigli di lettura, di film, di siti e luoghi inusuali da visitare.

In questo mondo dove tutti possono dar voce alle personali elucubrazioni , siano il panettiere (a volte saggio) o il filosofo (a volte idiota), i nostri testi presumono di essere in discontinuità rispetto all’andazzo comune. Sicuramente rispondono alla necessità di far chiarezza anzitutto in noi stessi, e questa è la nostra personale resistenza all’omologazione.

Certo, a giudicare dal conto delle visualizzazioni del sito, l’indiano dell’immagine d’apertura ha più probabilità che qualche viandante disperso nella prateria veda la luce del sole riflessa nel suo specchio, che noi di trovare lettori nel web. Ma francamente non ce ne importa molto. Ci piace l’operazione in sé.


Collezione di licheni bottone

Come è nato il Capanno

di Paolo Repetto, 28 settembre 2018

Credo che anche la storia del Capanno, come quella del logo, meriti di essere raccontata.

È andata così. Quando ancora erano in vita i miei genitori avevo l’abitudine di trascorrere tutte le sere, subito dopo cena, una mezzoretta con loro (abitavano al piano inferiore). Si commentava la giornata, si programmavano i lavori, a volte semplicemente seguivo assieme a loro il telegiornale. All’epoca (parlo di venticinque e passa anni fa) ero affetto da una sorta di compulsione a disegnare, cosa che mi portavo dietro sin dall’infanzia. Era probabilmente un modo per isolarmi dagli altri e per evadere nei miei mondi fantastici. Riempivo di immagini qualsiasi superfice cartacea bianca, in ogni occasione: da studente le fonti maggiori di ispirazione erano naturalmente le lezioni di chimica e fisica, o la lettura in classe dei Promessi sposi, da insegnante sono diventati i consigli di classe, i collegi dei docenti, i convegni, le conferenze e i corsi di aggiornamento. Ho consumato centinaia di block notes che oggi rimpiango di aver buttato, e riciclato fogli protocollo usati per metà che andavano poi a ruba tra gli studenti (forse cercavano immagini compromettenti). Ho anche attraversato periodi diversi, come Picasso, passando col tempo da battaglie molto stilizzate a studi di figure umane, e poi alla cartografia e alla paesaggistica montana, per approdare da ultimo (dopo vent’anni ininterrotti di lavori di edilizia per ristrutturare e ampliare il caseggiato in cui abito attualmente – e dove risiedono anche mio fratello e mio figlio, e nei mesi estivi cognata e nipoti con rispettive famiglie), alla fase del disegno architettonico. Sempre all’insegna di una sorta di “realismo magico”.

Questa lunga premessa per dire che una sera di tardo autunno, mentre conversavo con mio padre, buttai giù uno schizzo di ciò che avrebbe potuto uscire dal recupero del cascinotto semidiroccato posto a guardia dei vigneti. Per me si trattava solo di un gioco, tanto che avevo preso a modello una di quelle case della prateria che si vedono nei fumetti di Tex. Quando diedi la buonanotte non me ne ricordavo nemmeno più. Lo schizzo rimase sul tavolo.

Il giorno seguente, al rientro da scuola, incontro sulle scale mio padre, che mi informa di aver già parlato col tecnico comunale, e che questi mi attende per chiarimenti. Ci metto un po’ a capire di cosa sta parlando, ma quando finalmente realizzo mi fiondo in Comune per chiarire l’equivoco e scusarmi. Il tecnico, che è un mio coetaneo, si fa una risata; in effetti quando mio padre gli aveva mostrato il mio disegno e gli aveva detto: “Questo è il progetto” era rimasto interdetto, ma conoscendo il suo uomo non aveva osato contraddirlo. Ora però mi spiega che se per caso fossi veramente intenzionato a recuperare la vecchia costruzione, e magari ad ampliarla, dovrei farlo subito, perché dall’inizio del prossimo anno entreranno in vigore norme molto più restrittive. Insomma, finisce che il giorno dopo gli porto le misure e la pianta in scala di ciò che vorrei realizzare, lui ci mette una firma e la settimana successiva ho l’autorizzazione. Non posso più tirarmi indietro.

I lavori ebbero inizio nel febbraio del ’92, complice un inverno piuttosto mite. Arrivavo, come ho già detto, da vent’anni di ristrutturazioni e avevo contratto una sorta di malattia del cemento. Disponevo dell’attrezzatura essenziale, compresa una betoniera, e di un sacco di materiale di recupero (travi, assi, infissi, mattonelle, ecc …) frutto dei lavori di rifacimento del tetto e dell’ultimo piano della casa. Per il resto dovevo affidarmi solo alle mie braccia e alla mia testa. Nella costruzione non ha messo mano alcun altro, tranne l’idraulico e mio figlio in occasione della posa dei travi del tetto. Ci ho lavorato ininterrottamente (che significa tutti i pomeriggi nei giorni di scuola e sin dal mattino negli altri, feste comandate comprese) per dieci mesi, senza trascurare nel frattempo la cura dei vigneti. Nel suo piccolo è stata un’impresa titanica, e non mi imbarazza usare questo termine perché i problemi logistici da superare erano davvero enormi. Non ero collegato alla rete elettrica, i materiali da costruzione non mi arrivavano direttamente sul posto, ma dovevo andare a recuperarli col trattore sullo stradone, trecento metri prima, ecc …). Ognuno dei blocchetti di cemento usati per la parte aggiuntiva, ciascuna piastrella per il pavimento o ondulina per il tetto, tutti i coppi e le bacchette di ferro e le reti per le armature, mi sono passati per le mani almeno cinque o sei volte: alla fine ci davamo del tu.

Ho finalmente inaugurato il capanno a novembre, il giorno del mio quarantaquattresimo compleanno, con una cena offerta agli amici. Un paio di anni dopo, a seguito delle mie vicissitudini familiari e con la nascita dei Viandanti, le cene sarebbero diventate rituali. Ma questa è un’altra storia.

Quella del capanno si può chiudere invece con un aneddoto (autentico). Le mie consuete visite del dopocena continuarono naturalmente anche durante i lavori e dopo. Una sera, mentre la conversazione languiva davanti alle immagini della fine della prima repubblica, mi trovai a disegnare un castello sul modello di quello bavarese di Ludwig. Appena mia madre se ne accorse, senza darlo a vedere mi sottrasse il foglio e mi sussurrò: “Per carità, se lo vede tuo padre …”.

*** Un paio di ragguagli “tecnici”. Il capanno è situato quasi all’ingresso della Valle del Fabbro, un avvallamento semicircolare che guarda a sud-ovest, un tempo interamente coperto di vigneti di dolcetto e di moscato, oggi del tutto incolto. La parte alta della valle segue la cresta della collina che porta all’osservatorio astronomico e, con un giro ampio, a Casaleggio: quella bassa si restringe fino a chiudersi in bosco piuttosto scosceso, cresciuto ai bordi di un ritale che sfocia direttamente nel Piota.

Il capanno è situato a metà costa, su un piccolo pianoro, ed è diviso in tre parti. Nella prima, corrispondente al cascinotto preesistente, sono stati ricavati una cucina e un piccolissimo bagno con doccia. La parte nuova (una cinquantina di metri quadrati circa) è suddivisa equamente in una sala-refettorio-biblioteca (quattro grandi scaffalature accolgono i libri doppi e tripli, ma anche i 43 splendidi volumi di una Treccani intonsa della quale ho liberato un amico) e in un ripostiglio per attrezzi. Quest’anno, proprio recentemente, ho aggiunto una tettoia che darà ricovero al vecchio Pasquali. Dalla finestra della cucina si vedono le Alpi Cozie, è centrata proprio sul Monviso, dal bagno il Tobbio, dal lato settentrionale la Valle del Fabbro. Sarebbe più esatto dire si vedevano, perché le piante messe a dimora venticinque anni fa (roveri, due cedri, una betulla) sono cresciute al punto da escludere quasi da ogni lato la vista. Ma l’aspetto più importante è l’isolamento: per trovarlo occorre andarci apposta, e sapere con precisione dov’è. Di questi tempi la cosa costituisce una garanzia.

 

Qui ci sono i draghi

di Fabrizio Rinaldi, 15 maggio 2018, da sguardistorti n. 03 – luglio 2018

Le più antiche mappe europee sono in Valcamonica, su una roccia di 2,5 metri per 3 con incisi campi coltivati, sentieri e torrenti. Sicuramente di non semplice consultazione come Google Maps, ma già allora apparivano chiare le due caratteristiche principali dalla moderna cartografia: l’utilizzo di simboli per rappresentare le caratteristiche di un territorio e la visione prospettica dall’alto, dovuta all’abitudine dei popoli di montagna di vedere tutto dalla cima.

La presenza di un punto elevato da cui guardare il mondo è di estrema importanza, tanto da essere uno dei tratti distintivi: senza una “visione” dalla sommità di un colle o di una montagna, non si rintracciavano i riferimenti spaziali necessari per orientarsi, tanto nel territorio concretamente calpestato quanto nella sua rappresentazione su roccia, pergamena o carta.

Nel Medio Evo e nella prima età moderna le mappe divennero uno strumento indispensabile per coloro che si spostavano da un feudo all’altro per scambiare merci, ma soprattutto per i naviganti, i quali si inoltravano in mari e in territori inesplorati, indicati sulla pergamena da ampi spazi bianchi.

Durante la Grande Guerra si iniziò ad utilizzare la fotografia come supporto per la stesura delle carte. Al rilevamento aereo si aggiunse, dopo il secondo conflitto mondiale, anche il telerilevamento mediante satelliti artificiali. Di lì, con ulteriori innovazioni tecnologiche, siamo arrivati alla geolocalizzazione odierna, consentita da qualsiasi smartphone.

Un’infografica potrebbe riassumere bene l’evoluzione della cartografia, passata appunto dalla roccia a Google Maps, ma non ne ho trovate in rete di soddisfacenti e non sono abbastanza bravo da costruirne una io.

Comunque, la prima cosa da rilevare nell’iconografia geografica (e non) odierna è la tendenza a raffigurare concetti, dati ed eventi con simboli, icone e grafici che nei colori accattivanti e nel tratto alludono ad un mondo infantile. In pratica ci trattano come bambini. Predomina la semplificazione, giustificata dal fatto che si vogliono rendere facilmente comprensibili concetti che non lo sono affatto: dalla relatività all’economia, dalla psicologia alla tecnologia dei computer. Non a caso Steve Jobs, l’inventore di Macintosh, era ossessionato dalla “pulizia” grafica dei suoi prodotti, sia del software che dell’hardware.

Ora, tutto questo è vero, ma al di là della tendenza del momento e di ciò che può sottendere, non me la sento di condannare un’evoluzione che, usata intelligentemente, consente di affrontare luoghi e saperi sconosciuti. Senza questa, molti di noi si fermerebbero già alla partenza.

Le mappe mentali, ad esempio, sono il pane quotidiano per molti studenti, che in esse sintetizzano più concetti inerenti ad un argomento: la speranza è che questo li aiuti a memorizzarli meglio e a far chiarezza (se mi baso su quel che vedo, qualche dubbio lo avrei). Graficamente si parte dal concetto principale, al centro del foglio, e da esso si tracciano linee che portano alle parole chiave attinenti più prossime: da queste se ne propagano altre, e se le connessioni sono corrette si arriva fino a eviscerare nel dettaglio l’argomento affrontato.

Io stesso prima di una riunione traccio una mappa mentale degli argomenti che affronterò col mio gruppo di lavoro. Se le questioni le sintetizzo come punti di una lista, non ottengo altrettanti dettagli. La sintesi degli argomenti disegnati in forma di un “neurone” ci è più congeniale, forse perché riproduce qualcosa che è presente nel nostro cervello.

Come quella dei concetti, anche la raffigurazione del territorio passa inevitabilmente attraverso simboli che dovrebbero essere universalmente comprensibili. Le mappe utilizzate da chi pratica l’orienteering non riportano i nomi dei luoghi, ma sono estremamente precise e usano segni convenzionali e colori specifici e funzionali al tipo di terreno rappresentato. L’interpretazione della simbologia permette di orientarsi in un territorio, leggerne le caratteristiche e ricavarne le informazioni necessarie.

E ho anche iniziato a considerare le praterie, poco distanti dalla città in cui sono nato, la mia terra natale, e ho cominciato ad amarle non perché attirano l’attenzione come i monti o la costa, ma perché la respingono sfidando la capacità di mantenerla sveglia.
WILLIAM LEAST HEAT–MOON, Prateria, Einaudi 1994

La maggior parte delle mappe contiene però toponimi connessi al territorio, e chi le utilizza fa riferimento proprio a questi.

È interessante l’indagine sui toponimi raccontata anni fa da William Least Heat-Moon nel libro Prateria. Da una piccola zona del Kansas nella quale non c’era altro che erba alta e qualche casa isolata, un luogo all’apparenza senza alcuna storia, l’autore riuscì a estrarre personaggi e avvenimenti, ricostruendo il rapporto a volte conflittuale tra l’uomo e la natura (cicloni, siccità, alluvioni). Nei nomi dei luoghi resistono storie, magari piccole, ma che diversamente sarebbero scomparse.

Una ventina di anni fa ho partecipato ad una ricerca degli antichi toponimi nel territorio del Parco Naturale delle Capanne di Marcarolo. Intervistando i vecchi del luogo riuscimmo a risalire ai nomi di colli, vallette, rii e ruderi di antiche case, che stavano per essere dimenticati e non comparivano nelle carte ufficiali, sia in quelle del Parco che nelle più vecchie IGM del territorio.

Oggi la memoria orale di quella società e della sua storia è andata perduta, perché anche gli ultimi superstiti della comunità contadina che avevamo intervistato sono scomparsi. Quel lavoro ha però salvato i nomi legati al territorio e li ha connessi alla storia passata. Sono scomparse le voci, ma rimane la parola.

L’immagine qui riprodotta è indicativa di quanti toponimi avesse un ristretto territorio, quindi di quante storie ci fossero da raccontare.

Proprio in quel fazzoletto di terra nacque la “leggenda” dei Viandanti delle Nebbie. Il sogno era quello di tornare ad una idea positiva e propositiva dell’esistenza, di recuperare modalità di rapporto semplici e leali, di ricostituire una tessuto di amicizia e una comunità di ideali. Avevamo individuato i ruderi delle cascine Nègge come luogo in cui rifugiarci e da cui far partire tutto. È rimasto un sogno. È rimasta per molti di noi la Camelot da cercare.

Tutto questo nelle mappe dell’epoca digitale non trova spazio. Abbiamo mappe del terreno molte accurate, che però si fermano solamente alla superficie: senza la terminologia storica vanno perse le connessioni all’uso che l’uomo ha fatto di quello spazio nel tempo.

Già ora, se penso alla mia zona, mi chiedo quanti ancora conoscano “La Caraffa” come piccolo nucleo di case, e non la identifichino invece con il Brico e il Basko.

Nelle mappe che leggeremo in futuro sulle nostre appendici telefoniche i toponimi collegati all’uso del territorio saranno soppiantati – perché ormai del tutto superflui e obsoleti – dalle indicazioni di dove poter mangiare kebab, acquistare scarpe, vedere qualcosa, ecc … Saranno costruite ad hoc sulla base del nostro “profilo”, degli interessi rivelati dai nostri acquisti e dai nostri spostamenti.

Per chi però ancora volesse incontrare l’inesplorato, basterà introdurre un “filtro” all’oracolo Google: mascherando tutto ciò che è “consumabile” si potranno trovare nuove terre incognite. Magari sullo schermo apparirà l’antica frase latina hic sunt dracones (“qui ci sono i draghi”) e ricominceremo a ridare nomi a sentieri, strade, boschi e pianure. Magari qualcuno di questi posti lo chiameremo Camelot o, addirittura, Nègge.

Collezione di licheni bottone

Una dose di pensiero divergente

di Fabrizio Rinaldi, 30 aprile 2018

I “coccodrilli” si scrivono in attesa che qualche grossa personalità del circuito culturale o mediatico si decida a schiattare. In genere vi si assemblano episodi e aneddoti più o meno rilevanti della vita del morituro, ma soprattutto sviolinate, così da essere pronti per la pubblicazione un istante dopo la morte.
Questo evidentemente non è un coccodrillo. Innanzitutto il protagonista sta benissimo, e poi si tiene volentieri lontano dagli “eventi” e dal cicaleccio intellettuale che impazza sulle riviste e sui teleschermi e non ci tiene alle sviolinate. Preferisce una vita ritirata in un paesino sperduto nell’appennino, evitando inutili protagonismi, razionando con parsimonia i contatti umani, per lasciar spazio al lavoro delle braccia nel suo frutteto e del pensiero nella sua testa, zeppi entrambi di sterpaglie da estirpare, governare e contenere.
Questo scritto vuol essere dunque solo un augurio di lunga vita ad un amico che ha incrociato le strade di molti pellegrini del pensiero, accompagnandoli lungo i più diversi sentieri, da quello scolastico a quelli che portano al Tobbio, passando magari per le mostre di pittori sconosciuti – non a lui! – o per i libri di autori ignorati o dimenticati.
L’altro giorno sono andato a trovarlo. Era al Capanno, intento a piazzare i pali per un pergolato su cui dovrebbe crescere la vite canadese e a riutilizzare vecchie travi per farne le panchine su cui siederà, all’ombra, a chiacchierare con i selezionati amici che andranno a trovarlo.
La “C” maiuscola il Capanno l’ha conquistata di diritto perché, dopo sua la costruzione in solitaria da parte del protagonista, è diventato un luogo ove da anni si consumano pranzi frugali, si conciliano il cibo, la parola e il giusto silenzio, si beve del buon vino e si tenta di fare chiarezza nelle idee e nelle azioni.
Il Capanno è un “gompa”, un “buen ritiro”: lì è possibile disciplinare il moto perpetuo e disordinato delle idee con la lenta concretezza imposta dalla terra, alla quale, per avere dei frutti, è necessario inchinarsi.
La stessa perseveranza che mette nelle faccende manuali Paolo la impiega per governare le idee che gli fioriscono nella mente: è tutto un lavorio di ragionamenti, di approfondimenti e di riflessioni che richiedono poi un impegno certosino di sforbiciatura e limatura, per arrivare a quel pensiero ordinato che vuole traspaia dalle sue parole. Forse quando termina di scrivere uno dei suoi “Quaderni dei Viandanti” prova la stessa sensazione che avrà assaporato suo nonno in vigna, dopo una giornata nei campi, quando stanco ma appagato per il lavoro meticoloso e accurato si sedeva sotto una vite e si fumava una sigaretta, soddisfatto anche dell’aspetto estetico di ciò che aveva realizzato.
Nell’ora che ho trascorso con lui mi ha snocciolato tutta una serie di nuovi progetti, passando dal pergolato al pezzo che vorrebbe scrivere su Leopardi e l’Islanda, dal tetto da sistemare alle considerazioni sul cibo e la scrittura, un piano di lavoro che terrebbe occupato chiunque per i prossimi dieci anni. Non importa quando troverà il tempo per dedicarsi a tutte queste cose, magari alcune le tralascerà per buttarsi su altri progetti: non ha fretta e non deve dimostrare nulla, sa che non è necessario e sarebbe superfluo.
Non smette invece, e credo non lo farà mai, di individuare sempre nuovi lavori – manuali o intellettuali, su un piano di pari dignità – che gli consentano di continuare il suo viaggio e di soddisfare la sua curiosità, mai appagata e rivolta in tutte le direzioni. Si tratti di libri (scovati in qualche mercatino) su esploratori che nessuno ricorda più, o di possibili migliorie da realizzare attorno al Capanno, oppure d’inseguire autori, ai più sconosciuti, che lo stimolino a pensare, a Paolo preme la continua ricerca di ciò che non conosce. E vuole anche renderne partecipi gli altri.
La complessità del percorso e i ragionamenti che lo scandiscono si traducono negli scritti in nitidezza di concetto, in chiarezza di parole e in un’inappuntabile logica. Chi legge viene accompagnato per mano a capire dove si vuol arrivare.
Non so se tra i suoi progetti ci sia pure quello di scrivere poesie (probabilmente no). Ma forse tutto ciò che ha scritto (e scriverà) è un unico testo poetico: ragionamenti, scelte e ripensamenti sono armonizzati in versi liberi di filosofia e di biologia, raccolti in odi che cantano la storia comune come pure la Storia con la maiuscola, racchiusi in sonetti che raccontano viaggi nell’immaginario.
E a proposito: durante il nostro ultimo incontro ha accennato ad un viaggio che intende fare ripercorrendo l’Appennino fino ad arrivare in Sicilia. Non è stato necessario accennare a “La leggenda dei monti naviganti” di Paolo Rumiz, perché era del tutto superfluo. Magari ne rifarà solamente un pezzo, e farà un viaggio sicuramente differente, alla maniera del Viandante, ma con lo stesso spirito che mosse Rumiz quando percorse la colonna vertebrale dell’Italia: scoprire paesi e climax in via d’estinzione.
Sono certo che pure a lui sia venuto in mente quel libro quando ha iniziato a progettare quel viaggio, ma non ho ritenuto necessario accennare esplicitamente al quel volume. La comprensione tra due persone che reciprocamente si stimano non ha bisogno di parole. Il non detto vale più di ciò che è esplicitato.
Coloro che hanno la sua fiducia sono vicini ai suoi valori e al suo modo di concepire un’esistenza dignitosa e moralmente accettabile. Sono a volte su linee temporali differenti – anche molto –, ma hanno un vissuto, un’impostazione di pensiero simile ai suoi. Paolo ha scelto queste persone per coltivare assieme a loro il sistema di valori da cui sono nati i Viandanti delle Nebbie.
Nel farlo non ha cercato proseliti, ma ha aiutato gli altri a ragionare con la propria testa. Non gli interessa convincere, ma confrontarsi, e ciò è possibile solo con un pensiero divergente rispetto al suo.
Credo che le visite a Paolo siano ormai quasi un rito. Se ne sente il bisogno dopo un po’ di privazione, per avere la personale dose di LSD di pensiero. Da ogni incontro sgorga una valanga di idee costruttive, e cambia la percezione dell’agire quotidiano. Si fa un pieno di stimoli che possono tradursi in altri scritti dei Viandanti, o semplicemente ti permettono una visione differente della realtà.
Le dosi di Paolo creano dipendenza? Sì, perché alimentano la voglia di un pensiero divergente. E questo è un bisogno che in molti sentiamo, una necessità quasi vitale per sfuggire all’omologazione.
Se ne potrebbe fare a meno? Certo, prima o poi avverrà. Ma rimarrà chi ha vissuto con lui questo tempo, e le cose che ha scritto alimenteranno ancora altre discussioni, magari in generazioni nuove, nei figli e nei nipoti dei Viandanti di oggi.
Sono sicuro che se Paolo potesse raccoglierli sotto il pergolato del Capanno riuscirebbe ad imporre anche a loro di essere seri, di ragionare con la propria testa, e magari a chiarire loro un po’ le idee, come di frequente succede oggi a noi.

Collezione di licheni bottone