Sconfinamenti

di Paolo Repetto, 23 ottobre 2026

Anni fa ero solito integrare con periodiche rivisitazioni il primo testo comparso su questo sito, l’Elisa nella stanza delle meraviglie. A volte in maniera sistematica (Ritorno alla stanza delle meraviglie), più spesso attraverso accumulazioni occasionali (Un’estate da cinque lune, Altri luoghi, altri mostri, Courrier des livres, etc…). L’intento era di aggiornare tanto lo stato della mia biblioteca reale quanto i percorsi di quella ideale, segnalando opere recentemente acquisite o anche semplicemente ritrovate che ritenevo potessero considerarsi di interesse per i Viandanti. Ne sono venute fuori delle scorribande piuttosto scombinate ma utili per la manutenzione della memoria e piacevoli alla rilettura (almeno per me).

Negli ultimi tempi questo compito è stato demandato alla telegrafica rubrica dei Punti di vista, curata da Fabrizio, ma indicazioni più corpose in verità hanno continuato ad arrivate, soprattutto da parte di Vittorio Righini. Ora, nell’impossibilità di smaltire il cumulo di scoperte e di suggestioni maturate nella pausa degli ultimi anni, penso possa riuscire di una qualche utilità la raccolta e la proposta di una parte almeno degli appunti nei quali le ho registrate e tradotte. Questo pezzo va quindi considerato e, nel caso, letto per quel che è, quasi un memorandum per addetti ai lavori.

Premetto che lo stimolo è arrivato stavolta da una motivazione pratica, di natura logistica. Per ovviare almeno in parte al caos che regnava nel mio studio (caos che già aveva invaso anche l’ex-sala da pranzo e un paio di locali più decentrati), con pile di volumi ammonticchiati ai quattro angoli, sopra e sotto la scrivania e persino dentro il caminetto in disuso, ho acquistato una decina di scaffali dell’Ikea (quelli alti, stretti e poco profondi, della Billy, con ripiani indeformabili) e li ho sistemati in parte lungo il corridoio e in parte in quella che una volta era la cameretta delle ragazze. Dovessi dunque fare nuovamente oggi da Virgilio nel mio paradiso (o forse è più appropriato definirlo “limbo”, perché lì stazionano gli spiriti magni) sarei costretto a modificare radicalmente gli itinerari, perché l’attuale sistemazione ha rivoluzionato i vari posizionamenti. È stato un lavoraccio; la transumanza mi ha fatto passare tra le mani migliaia e migliaia di volumi, che andavano liberati dalla polvere e dagli insediamenti abusivi delle api colonizzatrici, e mi ha indotto a spolverare e lucidare quasi un centinaio di ripiani. Ma mi ha anche permesso di ritrovare vecchi amici, letture semi-dimenticate che riposavano negli scaffali da decine d’anni ma che mi circolano tutt0ra nel sangue, e di sorprendermi, sfogliando testi che davo per intonsi, nello scoprire che erano sottolineati e annotati di mia mano. Ciò ha significato, naturalmente, che un lavoro che poteva essere fatto in due giorni, compreso il montaggio delle scaffalature, mi ha portato via un’intera settimana. Durante la quale però ho recuperato e rivissuto momenti e periodi fondamentali della mia vita.

Sbrigato l’aggiornamento strutturale ad uso dei frequentatori della mia biblioteca, vado immediatamente a quello specifico. Che per rispetto della pazienza di improbabili lettori vedrò di articolare in più puntate.

In questa prima penso sia giusto dare la precedenza a quello che era originariamente il tema principe del sito: il viaggio e i viaggiatori. Se dovessi dar conto di tutto ciò che nel frattempo ho accumulato sull’argomento non mi basterebbe un volume. Le scaffalature riservate alla storia dei viaggi e delle esplorazioni sono raddoppiate e i libri di quel settore coprono ora un’intera parete. E posso dire che non li ho presi all’ingrosso, ma seguendo un preciso criterio: un conto è scrivere per avere e lasciare memoria del viaggio, un altro è viaggiare solo per scriverci poi su. Comunque, anche applicando questa discriminante, che esclude in partenza la gran parte dell’attuale produzione odeporica, è possibile trovare ancora opere davvero significative tanto tra le proposte nuove o le ristampe che sui banchi dei mercatini. Mi limito quindi a segnalare le scoperte più strane, i personaggi più straordinari o le storie più intriganti in cui mi sono imbattuto recentemente; ma garantisco che la scelta potrebbe essere ben più ampia.

In qualche caso le scoperte arrivano da un versante inaspettato. Sino a ieri, ad esempio, il nome di Charles Dudley Warner mi era totalmente sconosciuto. L’ho incontrato da pochissimo tramite un libricino scritto un secolo e mezzo fa e tradotto in Italia solo da qualche anno, che col viaggio in realtà non ha nulla a che vedere, perché tratta di giardinaggio e orticultura My Summer in a Garden (1870): salvo scoprire poi che Warner, intimo amico di Mark Twain, col quale ha collaborato anche per un’opera a quattro mani, è stato un prolifico redattore di resoconti di viaggi. Il suo sodalizio con Twain mi ha colpito perché ricorda molto quello di Wilkie Collins con Dickens (cfr. Donne, diamanti e passeggiate oziose): in entrambi i casi il collante è uno spiccato senso dell’umorismo. Mi chiedo se oggi sarebbe ancora possibile un simile cameratismo autoriale: non che non vengano più scritti libri a quattro mani, ma quasi sempre si tratta di operazioni mirate spudoratamente al mercato, che accostano e sommano nomi già noti al grosso pubblico per “meriti” di spettacolarità. Quanto poi al senso dell’umorismo, o all’autoironia, non se ne parla nemmeno.

Warner viaggiò in lungo e in largo, e traspose le sue esperienze in diversi resoconti che non mi risulta essere mai stati tradotti in italiano, ma che vale la pena procurarsi in lingua originale. C’è un’ampia scelta: si va dal più celebre, In the Levant (1876) che narra le sue peregrinazioni nel Medio Oriente ottomano, dall’Egitto alla Terra Santa, e poi a Costantinopoli e in Grecia, durante l’inverno e la primavera del 1875, a My Winter on the Nile (1876); da In the Wilderness (1878) dove descrive alla sua maniera pregi e disagi della vita nella natura selvaggia, a On Horseback, in the Southern States (1888), diario di un viaggio a cavallo attraverso la Virginia, la Carolina del Nord, il Tennessee, che descrive con ironico realismo i costumi di quelle regioni rurali. Per finire con A Little Journey in the World (1889), che anticipa quel capolavoro di humor sarcastico che sarà Seguendo l’Equatore, del suo amico Mark Twain.

Comunque, al di là di questi, anche il viaggio attorno al suo giardino mi ha fatto conoscere un Warner decisamente spassoso: la lotta genocidiaria contro la portulaca, le inutili campagne contro le piante e gli insetti infestanti, il rapporto di soggezione col gatto Calvin, offrono pagine degne dei migliori racconti di Twain o di Jerome K. Jerome.

Conoscevo invece già bene Graham Bell, camminatore incredibile di cui ho parlato ne Il mondo a piedi. Avevo dovuto scaricare in inglese dal web i suoi resoconti di viaggio, comparsi un secolo fa, perché in Italia non era mai stato pubblicato. Ora invece è stato finalmente tradotto L’arte gentile di camminare (Piano B, 2025), una sorta di manuale per camminatori di lungo corso, molto “tecnico” ma tutt’altro che noioso. Quantomeno non maniacale come quelli che vanno oggi per la maggiore. Il tono è questo (pesco a caso): «Lo scrocco. Si potrebbe usare una parola migliore per definirlo: procacciarsi un pasto gratis, quando è possibile. In qualche zona incontaminata del mondo esiste ancora gente curiosa che accoglierà il viandante, gli darà da mangiare e da bere e lo lascerà riprendere bello contento la sua strada […]. In America purtroppo l’hobo di professione lascia terra bruciata al cavaliere errante della natura […] i presunti “simboli” degli hobo – qui c’è del buon cibo, attenti al cane, chiedono di lavorare, etc.– servono a poco; il punto è che bisogna rimediare a ciò che questi perdigiorno hanno rovinato, e talvolta per riuscirci è sufficiente un po’ di buonumore e buone maniere. Per un buon pasto caldo vale la pena, di tanto in tanto, far amicizia con un bambino, o salvare il gatto, o ingraziarsi la moglie del contadino. […]

Anche il pesce è un’ottima risorsa per la cucina del viandante. A volte, camminando lungo fiumi o laghi, ci si può imbattere in pescatori che di solito sono disponibili a cedere volentieri una parte del loro pescato: un proletario in cambio di denaro, un gentiluomo in cambio di niente. “Mangi tutto quello che prendi?” chiesi una volta a un pescatore rivestito di tweed. “Santo cielo, no!” rispose lui, “la gran parte li ributto nel torrente”. “Beh, perché non ne butti un paio in questa padella?”.

[…] Il mais è un altro cibo delizioso che si può rubare senza rischiare di essere scambiati per ladri. […] Dopo aver preso qualche pannocchia si può fare un passo in più – di certo meno legittimo – e prendere una piccola zucca o un melone. In alcuni paesi non viene fatto del male a nessuno. Tuttavia, è bene evitare di prendere l’unico melone o l’unica zucca». Graham è un propugnatore del “viaggiare con bagaglio leggero”, lentamente, e facendolo solo per il gusto di farlo. Non è un integralista dalla camminata, anche se di suo è stato un camminatore formidabile. Per questo non si fissa sul viaggiare solitario: ritiene anzi che “non c’è forse nessun test di amicizia più veritiero che il vagabondare a lungo con qualcuno. Se volete conoscere un uomo, andate in vagabondaggio con lui”. E soprattutto “scoprirete poco alla volta tutti vostri egoismi, e la vostra capacità di superarli”. Non dice nulla di nuovo, in realtà: con parole quasi simili era quanto sosteneva anche Cicerone nel De amicitia, ed è ciò di cui tutti abbiamo fatto prima o poi esperienza.

Sempre a proposito di opere d’altri tempi, dalla risistemazione delle scaffalature è sbucato fuori Gli Asiatici (1935), di Frederick Prokosch. Possedevo il libro da diversi anni, in una vecchia edizione dei Pavoni di Mondadori. Confesso di non averlo mai aperto, mentre avevo provato a leggere, dello stesso autore, Cinque notti a camminare (1945) e Sette in fuga (1937), attratto più che altro dai titoli, ma in realtà già in partenza poco convinto. Gli Asiatici è stato invece una rivelazione: non tanto per la qualità del libro, ma per la sua stessa genesi. Prokosch lo scrisse giovanissimo nel 1935, quando non solo non aveva mai messo un piede in Asia, ma ancora non era arrivata la televisione a disincantare il mondo e il cinema si reinventava di sana pianta paesaggi e atmosfere orientali negli studios: non è quindi un vero libro di viaggio, ma un romanzo di vagabondaggio per luoghi totalmente inventati, o almeno ricostruiti solo sulla scorta delle suggestioni letterarie. Non è un capolavoro, anche se al momento della sua uscita si guadagnò premi prestigiosi, e fu accolto con entusiasmo da gente del calibro di Margherite Yourcenar e di Albert Camus: direi tuttavia che raggiunge il suo scopo, che è quello di trasportare il lettore in un tempo e in uno spazio diversi. Una sorta di Mille una notte ambientato non nei favolosi palazzi dei califfi ma in sordidi bassifondi e in equivoche taverne. Ricorda un po’ certi film di serie B degli anni Trenta, che nella loro essenzialità e prevedibilità risultavano alla fine a modo loro avvincenti. Gli Asiatici in realtà è tutt’altro che essenziale e prevedibile, anzi, straborda da tutte le parti e inanella continui colpi di scena, ma l’effetto, per rimanere al paragone col cinema, è quello di un Indiana Jones. Merita comunque la sua collocazione nel settore viaggi (che comprende anche quelli immaginari) perché davvero rappresenta la summa di tutti gli stereotipi sull’Oriente, quelli dei quali ci siamo nutriti nei tempi felici in cui la Cina, l’India, il Giappone, l’Arabia erano ancora lontani.

Mi sorprende pertanto che Edward Said non lo abbia nemmeno citato nel suo Orientalismo: in fondo lì c’era già tutto ciò da cui il suo saggio prende le mosse. Quel tutto era trattato come un sogno, un viaggio nell’immaginario, ed era ciò che almeno fino alla mia generazione, attraverso Salgari e i fumetti di Gim Toro e i film con Errol Flinn, nutriva le menti dei giovani occidentali: come in fondo oggi accade per l’immagine dell’occidente che attira qui da ogni parte del globo i più disperati e gli avventurosi. Ma probabilmente Said questo non lo avrebbe compreso, e avrebbe letto quella che è una storia di formazione proiettata su scenari inconsueti e aperti come un’educazione al dominio coloniale.

L’oblio calato su Prokosch e su Gli Asiatici nel dopoguerra è stato poi rotto episodicamente dalla pubblicazione anche in Italia del Manoscritto trovato a Missolungi (1968), un falso diario degli ultimi giorni di Byron, e soprattutto di Voci (1984), dove sono rievocati gli incontri con gli autori e gli artisti più significativi della sua epoca. In entrambi i casi si tratta di opere nelle quali i confini tra la realtà e la creazione fantastica si dissolvono, o non appaiono comunque affatto importanti. In questo senso Prokosch è entrato con largo anticipo nella dimensione odierna della post-verità: ma non essendo né Trump né un giornalista televisivo lo ha fatto con estrema eleganza, e lo ha motivato così: “Mi sono sorpreso a brancolare in un paesaggio di fantasmi meravigliosi, quel fregio sonnambolico di silhouettes erranti e di sfondi mutevoli che compone il nostro ‘passato’. Per essere veritieri, bisogna sempre mentire un poco, così come per mentire bisogna essere un poco veritieri. E il passato non risuscita che in un chiaroscuro onirico dove gioia e dolore diventano le maschere molteplici che celano i volti e le voci degli anni scomparsi per sempre, con il solo fine di riapparire in un nuovo camuffamento”. Si capisce perché piacesse a Camus.

Così come non è indispensabile per raccontarlo che il viaggio sia reale, il viaggio vero può trasformarsi in un percorso mentale che tracima da tutte le parti. Quello compiuto a piedi lungo i sentieri e le strade secondarie del Suffolk, nei primi anni Novanta del secolo scorso, da Winfried G. Sebald, e poi raccontato ne Gli anelli di Saturno. Un pellegrinaggio in Inghilterra (1995) è un viaggio reale, ma è soprattutto il pretesto per una serie infinita e apparentemente estemporanea di digressioni. La ricostruzione del percorso lascia il passo all’irruzione continua di rimandi alla storia, a quella militare come a quella economica, all’arte, alla letteratura, all’autobiografismo, secondo una logica associativa e frammentaria, con acrobatici salti temporali tra epoche e regioni lontane. Ogni tappa, ogni incontro, ogni piccolo inconveniente sono punti di partenza per queste divagazioni, che si riversano sul testo in flusso continuo (non alla Kerouac, ignorando l’interpunzione, ma abolendo la periodizzazione, seguendo quello che è in effetti il modo in cui si presentano le riflessioni e i ricordi durante un vagabondaggio.

È così che si passa senza soluzione di continuità dalla infermità dell’autore alle peripezie del teschio di un medico secentesco, dalla lezione di anatomia di Rembrandt ai bombardamenti sulla Germania durante l’ultima grande guerra, dalla pesca delle aringhe al colonialismo nel Congo e alla rivolta dei TaPing, passando per autori come Conrad, avventurieri come Roger Casement, eruditi eccentrici come Fitzgerald e infiniti altri personaggi e tempi e luoghi. In realtà c’è un filo conduttore, anzi, ce ne sono più di uno, ma il principale, che scorre carsico lungo tutto il viaggio, è la riflessione sulla morte, sulla memoria e sui resti del passato. Sebald appare ossessionato, anche in tutte le altre sue opere che nascono da un viaggio, da Vertigini a Le Alpi nel mare, da quella che a titolazione di un altro testo chiama la Storia naturale della distruzione. Se ne esce un po’ frastornati, perché Sebald non è un autore di facile lettura. Occorre sintonizzarsi sul suo respiro, che procede per accelerazioni e pause, e alla fine ci si ritrova in labirinto di citazioni e di immagini che davvero crea la vertigine; ma una volta trovata la sintonia la corsa avanti e indietro nel testo, l’incertezza costante del confine tra realtà e finzione, il gioco di riconoscimenti di immagini e voci regalano al lettore, oltre che un cumulo di informazioni, la gratificazione di sentirsi parte di un mondo che pur immerso nella realtà più desolante consente almeno momentanee vie di fuga. Del resto, come non sentirsi direttamente chiamati in causa e solidali davanti a riflessioni come questa: “Per settimane e mesi ci torturiamo invano il cervello, e a chi ce lo domandasse non sapremmo dire perché continuiamo a scrivere, se per abitudine o per ambizione, oppure perché non abbiamo imparato a fare altro, o per la meraviglia che ci prende davanti alla vita, o magari per amore della verità, per disperazione o indignazione, così come non sapremmo mai dire se scrivere accresca in noi la saggezza o la follia”. “De te agitur” direbbero i latini.

Tornando invece all’odierna narrativa di viaggio, la novità più recente della mia biblioteca è rappresentata dai libri di Erika Fatland, un’antropologa e viaggiatrice norvegese che ha fatto irruzione giovanissima nel genere. Sovietistan (uscito nel 2014 ma tradotto in italiano nel 2017) è il diario di un viaggio di otto mesi negli stati dell’Asia Centrale nati dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica: Turkmenistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. La Fatland aveva già pubblicato un paio di libri interessanti, circolati però solo nei paesi nordici. Anche Sovietistan qui da noi non ha sfondato subito, ha dovuto attendere l’eco della pubblicazione di un altro corposo reportage, La frontiera (2017), frutto di tre anni di ricerche e di oltre ventimila chilometri percorsi in nove mesi e in diciassette paesi con ogni mezzo immaginabile. È allora che anche il grosso pubblico (o almeno gli appassionati come me) ha scoperto questa degna erede di Chatwin. Sull’onda del successo sono poi arrivati altri libri, come La vita in alto (2021) e La via del mare (2025). Ho letto per il momento solo i primi due, e sono rimasto colpito dalla capacità dell’autrice di mescolare efficacemente, con una scrittura sempre vivace, la narrazione della propria avventura alla descrizione dei luoghi e ai ritratti dei personaggi incontrati, prestando nel contempo attenzione alla storia antica e a quella più recente delle popolazioni centroasiatiche. Spero che nei successivi non abbia cambiato registro.

La prima cosa che mi è venuta in mente leggendo i resoconti di viaggio di Fatland è che quei luoghi e quelle voci li avevo già trovati tempo prima nei libri di Colin Thubron. In effetti i percorsi della Fatland sono in parte sovrapponibili a quelli raccontati da Thubron in Viaggio tra i russi (1982) e ne Il cuore perduto dell’Asia (1992). Il che rappresenta un valore aggiunto, perché permette di cogliere le profonde trasformazioni che negli ultimi trent’anni sono avvenute dentro e fuori l’ex impero sovietico. Non solo: consente anche di cogliere differenze che vanno al di là di quelle ovvie, legate alle personalità degli autori, una giovane scrittrice di viaggio e un maturo giramondo, e ai loro stili di scrittura (secco ed essenziale quello di Thubron, più morbido ed elegante quello della Fatland). Anche quando il quadro generale che ci prospettano non è poi molto dissimile, le angolature da cui lo ritraggono son pur sempre quella di un uomo e quella di una donna, e questo implica delle sensibilità e attenzioni specifiche, nonché modalità diverse nei rapporto con gli interlocutori: ad esempio, i testimoni di Thubron sono quasi sempre maschi, e in più di una occasione lui stesso arriva al termine delle sue conversazioni o interviste completamente sbronzo, per “mettersi alla pari”, mentre la Fatland non può certo avvalersi di simili “opportunità”, meno che mai presso popolazioni islamiche, e deve fare conto principalmente su una complicità femminile più trattenuta. Inoltre Thubron ha viaggiato per quattro mesi in Russia, da solo e in auto, nel 1982, durante l’ultimo anno di potere di Breznev, quando gli scricchiolii dell’impero sovietico già si facevano sentire, ma era ancora remota l’idea di un crollo, e ha poi visitato le cinque repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale dieci anni dopo. Nel primo caso il quadro che ne esce è quello di un popolo rassegnato a una lunga agonia, nel secondo quello di un disorientamento tutt’altro che euforico, da parte di popoli che sanno cosa hanno perduto ma non capiscono affatto cosa li aspetta ora.

Fakland incontra invece quegli stessi popoli un quarto di secolo dopo, e l’impressione generale che ne ricava è quella di una gran confusione, tra tentativi di darsi un’identità nazionale, celebrata magari con opere inutili e faraoniche, ostilità e rivalità reciproche, rimpianti per la sicurezza minima di sopravvivenza che il dominio sovietico in qualche modo garantiva e deboli speranze in una crescita economica e culturale dietro l’angolo. Anche Thubron, che ha arricchito la letteratura di viaggio di fine Novecento con altri splendidi libri, come Oltre la muraglia (1987) e In Siberia (1999), ed è tornato a viaggiare nell’Asia Centrale con Ombre sulla via della seta (2006), (oltre a curare la pubblicazione postuma de La strada interrotta di Patrick Leigh Fermor), ha recato il suo contributo di novità alla mia collezione con un’opera recentissima, Tra Russia e Cina. Lungo il fiume Amur (2022). A ottantun anni, da solo, usando tutti i mezzi a disposizione, compresi il cavallo e i piedi, ha seguito per quattromilacinquecento chilometri il corso del fiume che fa da confine per un lungo tratto tra Russia e Cina, attraversando le foreste che cento anni fa erano il regno di Derzu Usala. Ha concluso il suo viaggio, anzi, ne ha percorso buona parte, con due costole rotte, ma ha dimostrato che a volerle cogliere anche in un mondo ipertecnologizzato e iperconnesso si danno ancora possibilità di vivere il gusto dell’avventura e il piacere della scoperta.

Sempre di confini, ma in questo caso di quelli tracciati tirando linee sulle mappe del mondo, della loro artificiosità e precarietà, parla invece un libro che potrebbe essere considerato un manuale propedeutico alla geopolitica. Si tratta di L’inganno dei confini, di Simone Guida, che recita nel sottotitolo Come la geografia governa il mondo. Dove per geografia non s’intende più quella fisica, dal momento che i sistemi montuosi, i fiumi, i deserti, le foreste, tutti quei limiti naturali insomma che un tempo caratterizzavano e condizionavano l’esistenza e i rapporti tra le diverse etnie e culture oggi sono cancellati da una rete sempre più fitta di strade e ferrovie e linee aeree, da ponti, viadotti e gallerie, che hanno ristretto gli spazi e azzerato i tempi del loro attraversamento.

Rimane quella politica, che è una costruzione tutta umana, che è nata per dare una parvenza di ordine a quello che appare ai nostri occhi come un disordine naturale, ma che riflette paure, pregiudizi, ideologie. Attraverso una lunga serie di capitoletti nei quali identifica i punti di frizione, da quelli più presenti nelle cronache fino ai più sconosciuti e impensabili, e indaga la loro storia, Guida ci accompagna a visualizzare una mappa del mondo costellata di controversie territoriali, quando non di conflitti. L’inganno dei confini offre così uno strumento efficace di consultazione, oltre che una piacevole lettura, utile ad orizzontarsi di volta in volta sulle innumerevoli contese che agitano un mondo sempre più stretto.

Sul tema dei confini, trattato dalle angolazioni più disparate, sembra comunque stia sviluppandosi ultimamente tutta una letteratura specifica. Sarà perché la postmodernità e internet e l’economia globalizzata li hanno resi sempre più labili, inutili e impercettibili, ma i confini, di qualsiasi tipo, quelli politici come quelli fisici o culturali o morali, sembrano oggi essere lì solo per poter essere cancellati. In effetti chi ancora li rivendica lo fa solo in nome di anacronistiche chiusure o per mascherare meschini interessi economici.

Con Le bugie delle mappe (2025; il titolo originale sarebbe I miti della geografia, ma evidentemente oggi le mappe tirano, come testimonia la frequenza con la quale il termine compare ultimamente nei titoli) Paul Richardson, un geografo inglese, riprende e amplia l’argomento di Guida, partendo dall’assunto che la mappa non è il territorio, non riproduce il mondo come è, ma come pensiamo (e vogliamo) che sia. In effetti sembra determinato a demolire tutta la “mitologia geografica” alla quale ci siamo da qualche secolo abituati. Lo fa spaziando dal Vallo di Adriano al confine tra Stati Uniti e Messico, dal Sahara orientale ai ghiacciai dell’Antartide, dalla Via della Seta ai castelli etiopi; e mette addirittura in forse la suddivisione dei continenti. Ad esempio: perché l’Europa finisce con la catena degli Urali? Come si definiscono i confini di un continente? Confesso che non l’ho trovato sempre convincente, perché molti dei quesiti che pone (dove si trova esattamente il confine tra Africa e Asia? l’America è un continente o due? e l’America centrale, il Messico in particolare, fa parte dell’America del Nord, di quella centrale o magari del Sud?), mi sono parsi abbastanza oziosi. Al di là del fatto che Richardson fornisca poi delle intriganti interpretazioni, mi è sembrata un’operazione decostruzionista piuttosto datata, della serie ‘sveliamo gli inganni della cultura occidentale’. Non molto originale è anche la demolizione del mito della nazione, che al di là di patetici revival anniversaristici e della retorica che sopravvive solo in alcuni ambiti (quello sportivo, ad esempio) è andato in pezzi per conto proprio da quel dì.

Ho inserito comunque il libro in questa rassegna di nuovi ingressi perché ho trovato intriganti molte delle esemplificazioni che Richardson porta a sostegno dei suoi argomenti, dalla spartizione territoriale su carta dell’Antartide all’esistenza sul pianeta di vaste zone che sono ancora terra di nessuno; così come sono da considerare le interpretazioni che dà dell’espansionismo russo, del significato della nuova via della seta cinese, dei problemi futuri dell’Africa e di quelli legati ad una concezione tutta economicistica dello sviluppo.

Ancora un ingresso recente, sempre sullo stesso tema, è Maledetti confini. Storia di linee tracciate sul mondo (1922) scritto da James Crawford, un altro inglese. Racconta storie molto lontane tra loro nel tempo e nello spazio, ma unite da un unico filo, che è la traccia a volte invisibile ma spesso anche concreta lasciata sul terreno. Una traccia cruenta, perché attorno ai confini si combattono da sempre battaglie e su di essi si infrangono vite e speranze. Crawford sceglie di esemplificare attraverso dodici storie, partendo dal primo confine di cui abbiamo conoscenza, tracciato più di quattromila anni fa in Mesopotamia, e arrivando sino ai muri odierni, a quello che si sta costruendo tra gli Stati Uniti e il Messico e al serpente di cemento che divide per settecento chilometri Israele dalla Cisgiordania.

“Ogni confine è una storia che raccontiamo per giustificare l’imposizione di una linea arbitraria – scrive Crawford – A fine Guerra Fredda c’erano solo 12 muri di confine in tutto il mondo, ora sono circa 74, la maggior parte dei quali costruiti dall’inizio degli anni 2000. È cambiato però ciò che queste linee dividono: molto meno le Nazioni, molto più i ricchi dai poveri. Il confine è diventato un mezzo per incanalare e fermare i migranti. È ironico pensare che la globalizzazione, che sembrava presagire la fine dei confini, possa in realtà aver portato, indirettamente, al loro ritorno; questo perché la promessa di un mondo aperto non è mai stata una promessa fatta a ogni persona del pianeta.”

Anche in questo caso il racconto di ciò che è o è stato riesce molto più convincente rispetto alla parte propositiva. Quando ad esempio per esemplificare che non tutti i confini umani sono luoghi di opposizione cita la “Grande Muraglia Verde” dell’Africa, quella che dovrebbe creare una linea ininterrotta di alberi e colture lunga 8000 km, dal Senegal a Gibuti, per generare trasformazione ambientale e sociale nella regione del Sahel, ho l’impressione che lasci briglia sciolta alle illusioni piuttosto che alle speranze: «Forse questo è un nuovo modello di confine – scrive – non linee intorno al territorio, ma “corridoi” attraverso di esso, paesaggi collaborativi che ignorano i confini politici per adattarsi o prevenire le catastrofi climatiche». Una bellissima immagine, ma che con la realtà attuale e futura dell’Africa temo c’entri ben poco.

Gli stessi temi aveva già trattato pochi anni prima David Frye, in Muri. Una storia della civiltà in mattoni e sangue (2019), guardando però, per ovvie ragioni, quasi esclusivamente al mondo premoderno (l’ovvia ragione è che i cannoni prima e gli aerei poi hanno reso ormai obsoleti i muri). Partiva tuttavia da un punto di vista decisamente opposto “Questo libro è una storia della civiltà, non in senso esaustivo, ma con l’obiettivo limitato di esplorare l’influenza spesso sorprendente e non riconosciuta delle mura. Mi riferisco in particolare alle mura difensive. Nessuna invenzione nella storia umana ha avuto un ruolo più importante nella creazione e nella formazione della civiltà. Senza le mura, non ci sarebbe mai stato un Ovidio, e lo stesso si può dire per gli studiosi cinesi, i matematici babilonesi o i filosofi greci. Inoltre, l’impatto delle mura non si è limitato alle prime fasi della civiltà. La costruzione di mura è proseguita per gran parte della storia, culminando in modo spettacolare in un periodo millenario, quando tre grandi imperi eressero barriere che resero pressoché permanenti le divisioni geopolitiche del Vecchio Mondo. Il crollo di quelle mura ha influenzato la storia del mondo quasi altrettanto profondamente quanto la loro costruzione, portando all’eclissi di una regione, alla stagnazione di un’altra e all’ascesa di una terza”.

La sua tesi tutto sommato non è poi così peregrina. Trova un riscontro convincente nel confronto tra Atene e Sparta. Gli spartani ripudiarono quasi diecimila anni di tradizione urbana rinunciando alle mura. “I nostri uomini sono le mura”, dicevano. Ritenevano che dormire al riparo di mura fosse una dimostrazione di vigliaccheria, e in questo modo, votandosi completamente alle discipline marziali, finirono per non perseguire ogni altra eccellenza. Si cimentarono invece un presuntuoso esperimento sociale che prevedeva il rifiuto, e anzi il disprezzo, nei confronti tutto ciò che aveva a che fare con la civiltà. “Quasi ogni volta che solleviamo il velo della storia e cerchiamo le persone più simili a noi – quelle come Ovidio o i poeti cinesi, persone che costruirono città, sapevano leggere e in generale svolgevano lavori civili – invariabilmente le troviamo rinchiuse dietro mura costruite da loro stesse. Civiltà e mura sembrano essere andate di pari passo. Al di là delle mura, troviamo ben poco con cui identificarci – perlopiù guerrieri, del tipo che potremmo assoldare per pattugliare le mura. Gli estranei sono per lo più anonimi, tranne quando diventano famigerati […].

La nascita delle mura ha posto le società umane su strade divergenti: una ha condotto a una poesia autoindulgente, l’altra a un militarismo taciturno. Ma la prima strada indicava anche molto di più – scienza, matematica, teatro, arte – mentre l’altra ha condotto i suoi seguaci solo a un vicolo cieco, dove l’uomo non era altro che un guerriero e tutto il lavoro ricadeva sulle donne”.

Si potranno anche avere dei dubbi sugli esiti cui in definitiva la scelta della “civiltà” ha condotto, ma è innegabile che i popoli costruttori di muri (e tra questi gli ateniesi erano in prima fila) abbiano poi, all’interno e al riparo degli stessi, potuto godere di una età dell’oro nell’economia, nella cultura, nelle arti, e almeno per buona parte diventare il popolo più libero della terra. Non solo: gli ateniesi dotati di mura erano aperti al mondo esterno tanto quanto gli spartani privi di mura erano chiusi.

Oltre ai confini politici, però, ci sono anche quelli meno mutevoli, eppure anch’essi nei tempi lunghi soggetti a ridefinizione, che riguardano la nostra concezione del mondo e della posizione, sia geografica che storica, nella quale ci percepiamo. L’argomento è esplorato in Ai quattro angoli del mondo (2024), di Jerry Brotton, autore che già conoscevo per Le dieci mappe che spiegano il mondo. Proprio partendo dall’ evoluzione della rappresentazione cartografica, delle mappe più antiche alle dettagliatissime carte politiche e fisiche attuali, Brotton analizza il significato che le varie epoche e civiltà hanno attribuito ai quattro punti cardinali, connotazioni dello spazio che noi diamo per scontate, ma che hanno implicato sempre valenze diverse a seconda del punto di osservazione dal quale ci si poneva. “I punti cardinali sono termini relativi, ma nel corso dei secoli sono diventati indicatori consolidati non solo di dove siamo nel mondo, ma di chi siamo.” Per le culture più antiche l’est era la direzione dalla quale sorge il sole, la divinità primordiale per eccellenza: quindi rappresentava la garanzia di una continuità immutabile, della costante rinascita, dell’eterno ritorno; per quelle moderne, per quella occidentale segnatamente, è invece l’ovest la direzione verso la quale, seguendo appunto il corso del sole, bisogna muovere, e alla quale è legata la possibilità di un rinnovamento. Ma anche all’interno di quest’ultima, ad esempio, “nel Regno Unito il nord porta con sé un’idea di deprivazione e sottosviluppo economico, in Italia e negli Stati uniti è vero il contrario, il nord è un luogo di prosperità e alta urbanizzazione”.

Per rimanere in tema, sia di confini che di punti cardinali, segnalo anche un libro appena edito e che ancora non ho letto, ma che sembra avere tutte le caratteristiche per piacermi. Si tratta di Malinconia dei confini (2026) di Mathias Enard. È il primo, e per ora l’unico, di una serie di quattro volumi, ciascuno dedicato a una delle direzioni principali del nostro orientamento. Non so se possa rientrare nella letteratura di viaggio, dovrò verificarlo, ma mi ha intrigato il fatto che nelle recensioni sinora apparse ricorre frequentemente l’accostamento al Sebold de Gli anelli di Saturno. Ora, da quello che mi è parso di capire dell’impianto dell’opera immagino che questi accostamenti siano leciti, ma penso che i confronti andrebbero fatti anche con alcuni capolavori di fattura nostrana, e mi riferisco soprattutto a Praga magica di Angelo Maria Ripellino e a Danubio di Claudio Magris. Non ho rigurgiti sciovinisti, solo mi infastidisce che i recensori, soprattutto quelli più giovani, vogliano imprimere su ogni opera della quale si occupano il marchio della novità, della rottura col canone e con le convenzioni letterarie. La (presunta) novità sembra essere il metro sul quale si misura il valore di un’opera. Ho anche l’impressione, sempre di seconda mano, che in questo caso particolare abbiano completamente ceffato sua la collocazione, e che Enard andrebbe letto proprio nel segno della “malinconia” dichiarata nel titolo. Ma è un’impressione tutta da verificare.

Per il momento, saltando di palo in frasca, propongo il trailer di uno di quei pezzi che avevo in mente di scrivere da tempo e tenevo in sospeso, in attesa di procurarmi un’adeguata documentazione, e che nel frattempo è già stato affrontato, molto meglio, da qualcun altro. Il libro in questione è Il viaggiatore insolito, di Claudia Berton, e racconta i viaggi di Arthur Kavanagh, un irlandese giramondo nato nel 1831, che nella seconda metà dell’Ottocento vagabondò instancabilmente dal Nord-Africa al Medio Oriente e all’India, e attraversò poi la Russia sino ad arrivare nei paesi baltici.

Kavanagh non è uno dei tanti giovanotti d’oltremanica che si muovevano in quelle plaghe. Si distingue per un piccolo particolare: è focomelico, al posto delle braccia e delle gambe pendono dal suo corpo dei moncherini. Una fortuna però ce l’ha: è nato in una famiglia ricca e di media nobiltà, e sin dalla prima infanzia è preso in cura dal medico di famiglia, che fa tutto il possibile per aiutarlo a contrastare la menomazione fisica. A due anni già monta un pony su una sella speciale e diventa col tempo un abile cavaliere. Impara a scrivere e a dipingere con la bocca, a navigare a vela, a pescare e a sparare, tanto che quella della caccia diventa una sua grande passione, seconda solo a quella per i viaggi. In più, eccelle anche negli studi. Fa suo primo viaggio fuori dell’Inghilterra a quindici anni, in Egitto e in Terrasanta, in compagnia della madre.

Una volta tornato in patria la sua irrequietezza lo porta a cacciarsi più volte nei guai, vuoi politici (è protagonista di una rocambolesca fuga notturna a cavallo, per sfuggire ai secessionisti della Giovane Irlanda), vuoi sentimentali (a dispetto della sua menomazione è uno sciupafemmine), tanto che la madre decide di spedirlo lontano in compagnia del fratello e di un precettore. Arthur passa dunque in Russia, naviga lungo il Volga sino in Persia e lì stringe amicizia con un principe locale, che addirittura lo ospita nel suo harem. Successivamente si spinge nel Kurdistan, e poi verso l’India, dove realizza la sua ambizione di cacciare le tigri a cavallo di un elefante. Quando il fratello si ammala e salpa per l’Australia col precettore Arthur rifiuta di seguirlo; rimane da solo in India ma se la cava benissimo, malgrado la madre gli abbia tagliato i fondi, trovando un impiego presso la Compagnia delle Indie Orientali. Torna in Irlanda solo dopo un anno, quando gli giunge notizia della morte del fratello.

La restante parte della sua vita è meno avventurosa, ma non meno interessante. Si sposa, ha dei figli, si butta in politica ed entra in parlamento. Ma un trailer non deve diventare un riassunto, è un invito alla lettura; ho già anticipato sin troppo, il resto andate a cercarvelo direttamente nel libro della Berton. Perché è chiaro a questo punto che il mio progettato pezzo non avrebbe più senso.

Chiudo con un libro apparentemente marginale rispetto a quell’idea del viaggio che, sia pure declinata in maniere diverse, ci ha accompagnato in questa rassegna. Si tratta de Il selfie del mondo, di Marco D’Eramo. In realtà ci rientra appieno, perché attraverso una serratissima indagine sociologica sul fenomeno del turismo D’Eramo racconta la trasformazione del viaggio in merce di consumo, ovvero in quella sua parodia che sta alla base della più importante industria del secolo. Già nel 1849 John Ruskin scriveva che “la ferrovia trasforma l’uomo da viaggiatore in un pacco vivente. Il passeggero del treno a malapena sa i nomi delle città dove è passato”. E pochi anni dopo De Gobineau era ancora più sprezzante: parlava dei turisti come di un gregge di pecore: “A bordo della nave si trovava un buon gruppo di quegli eccellenti animali che la moda espelle ogni primavera dalle loro stalle per portarli a fare, come dicono, un viaggio in Oriente”.

La democratizzazione del viaggio ne ha effettivamente stravolto i significati. Se prima si viaggiava per conoscere, oggi lo si fa per ri-conoscere, per verificare la corrispondenza con quel che già si pensa di sapere. Anzi, lo si fa più che mai per ri-conoscersi, verificare e testimoniare la propria esistenza: se prima si fotografava un panorama o un monumento, nel selfie odierno questi scivolano sullo sfondo, cedono il primo piano alla nostra immagine. Inoltre «lo stesso sfruttamento esasperato del tempo che governa la giornata lavorativa scandisce le ‘vacanze’ del turista che, anche senza arrivare al parossismo dei viaggi organizzati dei turisti giapponesi eseguiti come manovre militari, deve in ogni caso massimizzare i sightseeing, vedere più musei, più monumenti, più panorami possibili, accumulare più esperienze memorabili, in una contabilità frenetica che rende una sfacchinata il cosiddetto periodo di “riposo”. Per ritemprarsi dal lavoro del lavoro, si esercita il lavoro del turismo»”.

Insomma: D’Eramo passa al pettine ogni sfaccettatura del fenomeno, la disumanizzazione di quella che era, come libera scelta, un’attività distintiva dell’uomo.

È una lettura coinvolgente, estremamente istruttiva, ma anche inquietante. Che lo vogliamo o no, in questo meccanismo ci siamo dentro tutti, anche quando ci picchiamo di essere viaggiatori e non turisti. E allora, per salvaguardarne la dignità, vale la pena di affidare i nostri sogni di viaggio soprattutto alla carta.

Ci sono ancora un sacco di libri da esplorare.

Elenco dei testi segnalati o citati

Le date sono quelle delle edizioni italiane, mentre nel testo sono riportate quelle dell’edizione originale.

Warner, Charles Dudley– Un’estate in giardino – Elliott 2017
Graham, Stephen –L’arte gentile di camminare –Piano B 2024
Sebald, W. G. – Gli anelli di Saturno – Adelphi 2010
Fatland Erika – Sovietistan – Marsilio 2019
Fatland, Erika – La frontiera – Marsilio 2020
Frye, David – Muri – Piemme 2019
Thubron, Colin – Tra Russia e Cina – Ponte alle Grazie 2022
Thubron, Colin– Viaggio tra i Russi – Phileas 1988
Thubron, Colin – Oltre la muraglia – Ponte alle Grazie 2001
Thubron, Colin – In Siberia – Ponte alle grazie 2000
Thubron, Colin – Ombre sulla Via della Seta – Ponte alle Grazie 2013
Prokosh, Frederich – Gli asiatici – Mondadori 1956
Prokosh, Frederich – Il Manoscritto di Missolungi – Adelphi 1989
Prokosh, Frederich – Voci – Adelphi 1985
Said, Edward – Orientalismo – Feltrinelli 1999
Guida, Simone – L’inganno dei confini – Gribaudo 2025
Richardson, Paul – Le bugie delle mappe – Marsilio 2025
Crawford, James – Maledetti confini –Bollati Boringhieri 2022
Brotton, Jerry – Ai quattro angoli del mondo – Feltrinelli 2025
Berton, Claudia – Il viaggiatore insolito – Alpine Studio 2017
Enard, Mathias – Malinconia dei confini – e/o 2026
D’Eramo, Marco – Il selfie del mondo – Feltrinelli 2017

Qui ci sono i draghi

di Fabrizio Rinaldi, 15 maggio 2018, da sguardistorti n. 03 – luglio 2018

Le più antiche mappe europee sono in Valcamonica, su una roccia di 2,5 metri per 3 con incisi campi coltivati, sentieri e torrenti. Sicuramente di non semplice consultazione come Google Maps, ma già allora apparivano chiare le due caratteristiche principali dalla moderna cartografia: l’utilizzo di simboli per rappresentare le caratteristiche di un territorio e la visione prospettica dall’alto, dovuta all’abitudine dei popoli di montagna di vedere tutto dalla cima.

La presenza di un punto elevato da cui guardare il mondo è di estrema importanza, tanto da essere uno dei tratti distintivi: senza una “visione” dalla sommità di un colle o di una montagna, non si rintracciavano i riferimenti spaziali necessari per orientarsi, tanto nel territorio concretamente calpestato quanto nella sua rappresentazione su roccia, pergamena o carta.

Nel Medio Evo e nella prima età moderna le mappe divennero uno strumento indispensabile per coloro che si spostavano da un feudo all’altro per scambiare merci, ma soprattutto per i naviganti, i quali si inoltravano in mari e in territori inesplorati, indicati sulla pergamena da ampi spazi bianchi.

Durante la Grande Guerra si iniziò ad utilizzare la fotografia come supporto per la stesura delle carte. Al rilevamento aereo si aggiunse, dopo il secondo conflitto mondiale, anche il telerilevamento mediante satelliti artificiali. Di lì, con ulteriori innovazioni tecnologiche, siamo arrivati alla geolocalizzazione odierna, consentita da qualsiasi smartphone.

Un’infografica potrebbe riassumere bene l’evoluzione della cartografia, passata appunto dalla roccia a Google Maps, ma non ne ho trovate in rete di soddisfacenti e non sono abbastanza bravo da costruirne una io.

Comunque, la prima cosa da rilevare nell’iconografia geografica (e non) odierna è la tendenza a raffigurare concetti, dati ed eventi con simboli, icone e grafici che nei colori accattivanti e nel tratto alludono ad un mondo infantile. In pratica ci trattano come bambini. Predomina la semplificazione, giustificata dal fatto che si vogliono rendere facilmente comprensibili concetti che non lo sono affatto: dalla relatività all’economia, dalla psicologia alla tecnologia dei computer. Non a caso Steve Jobs, l’inventore di Macintosh, era ossessionato dalla “pulizia” grafica dei suoi prodotti, sia del software che dell’hardware.

Ora, tutto questo è vero, ma al di là della tendenza del momento e di ciò che può sottendere, non me la sento di condannare un’evoluzione che, usata intelligentemente, consente di affrontare luoghi e saperi sconosciuti. Senza questa, molti di noi si fermerebbero già alla partenza.

Le mappe mentali, ad esempio, sono il pane quotidiano per molti studenti, che in esse sintetizzano più concetti inerenti ad un argomento: la speranza è che questo li aiuti a memorizzarli meglio e a far chiarezza (se mi baso su quel che vedo, qualche dubbio lo avrei). Graficamente si parte dal concetto principale, al centro del foglio, e da esso si tracciano linee che portano alle parole chiave attinenti più prossime: da queste se ne propagano altre, e se le connessioni sono corrette si arriva fino a eviscerare nel dettaglio l’argomento affrontato.

Io stesso prima di una riunione traccio una mappa mentale degli argomenti che affronterò col mio gruppo di lavoro. Se le questioni le sintetizzo come punti di una lista, non ottengo altrettanti dettagli. La sintesi degli argomenti disegnati in forma di un “neurone” ci è più congeniale, forse perché riproduce qualcosa che è presente nel nostro cervello.

Come quella dei concetti, anche la raffigurazione del territorio passa inevitabilmente attraverso simboli che dovrebbero essere universalmente comprensibili. Le mappe utilizzate da chi pratica l’orienteering non riportano i nomi dei luoghi, ma sono estremamente precise e usano segni convenzionali e colori specifici e funzionali al tipo di terreno rappresentato. L’interpretazione della simbologia permette di orientarsi in un territorio, leggerne le caratteristiche e ricavarne le informazioni necessarie.

E ho anche iniziato a considerare le praterie, poco distanti dalla città in cui sono nato, la mia terra natale, e ho cominciato ad amarle non perché attirano l’attenzione come i monti o la costa, ma perché la respingono sfidando la capacità di mantenerla sveglia.
WILLIAM LEAST HEAT–MOON, Prateria, Einaudi 1994

La maggior parte delle mappe contiene però toponimi connessi al territorio, e chi le utilizza fa riferimento proprio a questi.

È interessante l’indagine sui toponimi raccontata anni fa da William Least Heat-Moon nel libro Prateria. Da una piccola zona del Kansas nella quale non c’era altro che erba alta e qualche casa isolata, un luogo all’apparenza senza alcuna storia, l’autore riuscì a estrarre personaggi e avvenimenti, ricostruendo il rapporto a volte conflittuale tra l’uomo e la natura (cicloni, siccità, alluvioni). Nei nomi dei luoghi resistono storie, magari piccole, ma che diversamente sarebbero scomparse.

Una ventina di anni fa ho partecipato ad una ricerca degli antichi toponimi nel territorio del Parco Naturale delle Capanne di Marcarolo. Intervistando i vecchi del luogo riuscimmo a risalire ai nomi di colli, vallette, rii e ruderi di antiche case, che stavano per essere dimenticati e non comparivano nelle carte ufficiali, sia in quelle del Parco che nelle più vecchie IGM del territorio.

Oggi la memoria orale di quella società e della sua storia è andata perduta, perché anche gli ultimi superstiti della comunità contadina che avevamo intervistato sono scomparsi. Quel lavoro ha però salvato i nomi legati al territorio e li ha connessi alla storia passata. Sono scomparse le voci, ma rimane la parola.

L’immagine qui riprodotta è indicativa di quanti toponimi avesse un ristretto territorio, quindi di quante storie ci fossero da raccontare.

Proprio in quel fazzoletto di terra nacque la “leggenda” dei Viandanti delle Nebbie. Il sogno era quello di tornare ad una idea positiva e propositiva dell’esistenza, di recuperare modalità di rapporto semplici e leali, di ricostituire una tessuto di amicizia e una comunità di ideali. Avevamo individuato i ruderi delle cascine Nègge come luogo in cui rifugiarci e da cui far partire tutto. È rimasto un sogno. È rimasta per molti di noi la Camelot da cercare.

Tutto questo nelle mappe dell’epoca digitale non trova spazio. Abbiamo mappe del terreno molte accurate, che però si fermano solamente alla superficie: senza la terminologia storica vanno perse le connessioni all’uso che l’uomo ha fatto di quello spazio nel tempo.

Già ora, se penso alla mia zona, mi chiedo quanti ancora conoscano “La Caraffa” come piccolo nucleo di case, e non la identifichino invece con il Brico e il Basko.

Nelle mappe che leggeremo in futuro sulle nostre appendici telefoniche i toponimi collegati all’uso del territorio saranno soppiantati – perché ormai del tutto superflui e obsoleti – dalle indicazioni di dove poter mangiare kebab, acquistare scarpe, vedere qualcosa, ecc … Saranno costruite ad hoc sulla base del nostro “profilo”, degli interessi rivelati dai nostri acquisti e dai nostri spostamenti.

Per chi però ancora volesse incontrare l’inesplorato, basterà introdurre un “filtro” all’oracolo Google: mascherando tutto ciò che è “consumabile” si potranno trovare nuove terre incognite. Magari sullo schermo apparirà l’antica frase latina hic sunt dracones (“qui ci sono i draghi”) e ricominceremo a ridare nomi a sentieri, strade, boschi e pianure. Magari qualcuno di questi posti lo chiameremo Camelot o, addirittura, Nègge.

Collezione di licheni bottone

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Mappe

di Paolo Repetto, aprile 2018, da sguardistorti n. 03 – luglio 2018

Nell’ultimo mese ho letto due libri che già nel titolo parlano di mappe: Le dieci mappe che spiegano il mondo e La storia del mondo in dodici mappe. Il primo tratta di geopolitica e individua dieci aree critiche, di possibile scontro futuro. Il secondo racconta invece come il mondo è stato rappresentato a partire dall’antichità, e spiega tanto le scelte di metodo nella rappresentazione quanto quelle di contenuto. Uno ci dice come siamo messi, l’altro come ci siamo arrivati.

Le mappe tirano (letteralmente): sono stati editi recentemente diversi atlanti dei paesi fantastici, dei luoghi sognati e di quelli letterari, dei luoghi maledetti e di quelli insoliti e curiosi, ecc …, che sono in realtà dei pretesti per cartografare la geografia del bizzarro. Ma in effetti, al di là della loro occasionale e transitoria popolarità, le mappe offrono una significativa metafora della nostra conoscenza, dei suoi progressi e dei suoi limiti (e, nei casi sopra citati, delle sue stravaganze).

Una mappa non è il mondo, ma è una descrizione del mondo. Riassume ciò che noi vediamo, o ci interessa vedere, o vorremmo vedere. Possiamo considerare mappe anche i modelli di rappresentazione visiva utilizzati in ogni tipo di scienza: il classico schema fisico dell’atomo o una sequenza del genoma arrivano a descrivere ciò che non potremo mai vedere. Come ogni descrizione, naturalmente, la mappa è più o meno ingannevole e imprecisa, e comunque sempre incompleta. Quella geografica può dirti ad esempio che distanza c’è tra un luogo e l’altro, se il territorio è pianeggiante o montuoso, se è savana o foresta o deserto, persino se in genere se piove o fa bello o è caldo o freddo, ma non ti dice se ci sono zanzare, o serpenti tra l’erba, o ponti traballanti, cose che ai fini del comportamento, dell’equipaggiamento e dei tempi di percorrenza da mettere in conto fa una bella differenza. Lo stesso vale per quelle scientifiche: anche le rappresentazioni visive della struttura del DNA o delle particelle atomiche non indicano uno stato della materia, fotografano un istante di un suo percorso.

Io volevo parlare però delle rappresentazioni grafiche, oggi anche quelle digitali, del territorio. Ho sempre amato le mappe, e le carte geografiche in generale, senza attendere che tornassero di moda. Ho disegnato quella de L’isola del tesoro già a otto anni, e ho scoperto sessant’anni dopo che Stevenson per scrivere il suo capolavoro era partito proprio da una mappa fantastica creata assieme al padre. Ho riempito album interi, alle elementari, cercando di ricostruire la topografia di Mompracem, ho imitato le cartine essenziali dell’Arizona disegnate da Galeppini per Tex, ho tracciato quelle dei percorsi di lunghe camminate negli Appennini e nelle Alpi. Oggi ho diversi scomparti pieni di carte stradali di tutto il mondo, di itinerari sentieristici dei parchi e delle vallate alpine, di carte nautiche e militari, di riproduzioni di antichi portolani, e più in generale di carte politiche e fisiche, di diverse epoche e su diverse scale (una, molto grande, rappresentante l’Europa e datata 1848, campeggia in una parete del mio studio), di planetari e di mappe del cielo di entrambi gli emisferi. Oltre naturalmente a innumerevoli atlanti, compresi quelli storici e quelli dedicati alla geografia fantastica.

Che senso ha questa passione? Voglio dire, al di là della mia specifica compulsione maniacale alla raccolta, cosa cerca uno in queste carte?

Credo che il tutto sia legato all’ansia del controllo totale (la sindrome di dio). Da quando ho capito, molto presto, che non avrei potuto comunque vedere tutto il mondo, cosa impossibile anche a volercisi dedicare a tempo pieno, ho risolto di concentrarmi sulla sua rappresentazione. Ho seguito in fondo l’esempio di Ariosto e ho preso alla lettera Schopenhauer: il mondo come rappresentazione, e anche come volontà, perché sulla mappa il mondo uno lo ricostruisce come vuole. Lo possiede, e allo stesso tempo se ne sta fuori. Un vero controllo si può esercitare solo dall’esterno. E solo su ciò di cui si è unici e assoluti creatori.

Al di là comunque dell’improbabile lettura psicanalitica, le carte hanno sempre esercitato su di me un’attrazione per il loro carattere illustrativo, iconografico, a partire dalle suggestioni cromatiche. In quelle grandi, scientifiche, segnatamente in quelle fisiche, a raccontare il mondo sono le diverse sfumature di colore, dal bruno al verde fino al giallastro dei deserti. Quando ancora tappezzavano le pareti delle aule le avevi davanti agli occhi tutti i giorni, per anni: non potevi uscire dalla quinta elementare senza avere impresse nella memoria le dorsali marrone scuro, con frequenti chiazze bianche, delle Montagne Rocciose e delle Ande, delle Alpi e dell’Himalaya, le linee azzurre del Nilo o del Rio delle Amazzoni, la macchia blu profondo della fossa delle Marianne. Anche il più zuccone dei miei compagni distingueva il Caucaso dai Pirenei, competenza che oggi non possiamo chiedere alla gran parte dei nostri parlamentari.

Lo stesso valeva per la geografia politica: credo esistesse per i colori da assegnare ai singoli stati una convenzione, per cui l’Italia era in genere verde, la Spagna gialla, la Francia marroncina e l’Inghilterra (ma anche la Svezia), chissà perché, rosa. Il più appropriato era il verde intenso dell’Irlanda, mentre alla Germania, est e ovest, veniva riservato un lilla molto anonimo.

Erano, tranne che per l’eccezione irlandese, sempre tonalità di colore decisamente tenui, per consentire la lettura delle scritte. Col tempo le tinte si sono sbiadite, e in una carta europea della metà del secolo scorso che ho recuperata in un mercatino il continente appare unificato da una colorazione quasi indifferenziata. Avrebbe potuto essere la metafora di un sogno, invece lo è soltanto della sua progressiva insignificanza. L’associazione cromatica facilitava comunque di molto il riconoscimento e la memorizzazione: nessuno confondeva la Cecoslovacchia gialla con l’Ungheria rosa (in questo caso ero convinto dipendesse dagli allevamenti di maiali). Ma bisogna ammettere che il quadro era molto più semplice, soprattutto nell’est europeo e nell’Asia centrale.

La convenzione si applicava naturalmente anche nelle carte d’Italia, nelle quali il rosa se lo assicuravano la Liguria e la Puglia, mentre il verde spettava di diritto nella variante più intensa alla Valle d’Aosta e in quella pastello alla Lombardia. Il Piemonte era vestito di un triste grigioverde, forse in memoria del militarismo sabaudo.

Guardare una carta, meglio ancora un planisfero, è come vedere il mondo da un satellite, ma in realtà è molto più coinvolgente, perché non ci sono nubi a nascondere la superfice e i colori sono netti e intensi, mentre dal vero si stenta a distinguere la terraferma dell’oceano. Ho visto alcuni nuovi atlanti corredati di carte ricavate dalla rilevazione fotografica, e sono un vero pianto: ci si capisce niente e non stimolano la fantasia. Viene meno proprio la caratteristica fondamentale della carta, che è quella di darti le indicazioni di massima e lasciarti poi libero di immaginare e ricostruire il tutto. Peggio che mai le mappe satellitari del web, che ti paracadutano direttamente nei luoghi, ancorandoti brutalmente alla realtà. Provate a visitare le cascate del Niagara o le Victoria Falls con Google Earth, magari in 3D: viste virtualmente perdono ogni fascino, ogni mistero. L’abissale ignoranza e l’assoluto disinteresse delle nuove generazioni per la geografia non sono casuali.

Nel tipo di rappresentazione geografica che maggiormente mi intriga ci sono però anche altre attrattive, peculiari soprattutto di quelle che più comunemente sono classificate appunto come mappe, per distinguerle dalle carte geografiche. Sto parlando di quelle cartine particolari, a volte molto schematiche, altre volte ricchissime, che non pretendono di fornire una qualche descrizione scientifica o politica del territorio, ma ne danno una interpretazione emozionale, dettata da paure, ambizioni, speranze, complotti, missioni. Quella dell’isola del tesoro è senz’altro la più famosa, ma potrei ricordare le decine di altre sulle quali ho viaggiato e fantasticato, da quella della Terra di Mezzo disegnata dallo stesso Tolkien alle carte redatte dal capitano Rogers in cerca del passaggio a nord-ovest, alle infinite varianti dell’isola di Utopia. Queste sono mappe animate, dove ogni elemento fisico diventa un segnale e un simbolo, ogni fiume un confine o una via, i sentieri portano al pericolo o alla salvezza. Ciò che in esse conta è che forniscano i dati veramente essenziali per costruire una determinata storia. I segni devono essere semplici, chiari, inequivocabili, indicazioni concrete per un orientamento a vista: qui le montagne, con le gobbette o piramidi, qui la foresta, con i tre alberelli, qui il fiume, col ponticello che lo attraversa o con le pietre del guado, là il villaggio o il fortino, e poi, finalmente, la fatidica crocetta che indica il tesoro (o la tana del nemico da espugnare). In alto a sinistra, o in basso a destra, la rosa dei venti.

A dieci anni ero già riconosciuto dal gruppo come cartografo ufficiale, qualifica che rafforzava la mia ambizione a guidare ogni banda paesana. Nessuno sapeva disegnare rose dei venti come le mie, o bruciacchiare i bordi della carta e antichizzarla col fumo e macchie di grasso, oppure ideare simboli e riferimenti segreti sempre nuovi. Mappavo tutto, e una volta, partendo da una carta in scala 1:5000 dell’IGM, ottenni una rappresentazione del territorio di Lerma che lo faceva sembrare il mondo di Narnia. Può apparire un’abilità di scarso rilievo, invece era fondamentale: c’è una bella differenza tra entrare nelle cantine del castello e avventurarsi nei sotterranei della Fortezza Maledetta, tra giocare nel boschetto della Cavalla ed essere dispersi nella Foresta Tenebrosa, tra fare il bagno al Piota e affrontare le Rapide della Morte.

Darei qualunque cosa per ritrovare quella mappa: nella memoria, e non solo nella mia, è impressa come un capolavoro. Forse anche perché è rimasta l’ultima, o forse perché più in là non si poteva davvero andare. Ma non si tratta solo di questo: il fatto è che c’erano indicati, con le crocette, anche i luoghi dove avevamo sepolto il tesoro, un sacchetto di monete fuori corso che magari oggi varrebbero una fortuna, e nascosto le armi, tra le quali anche il mio Bengala a canne sovrapposte. Che io sappia nessuno è più andato a recuperarli. Il tempo era scaduto.

Abbiamo seppellito un mondo e il pezzo migliore della nostra vita, e da allora, malgrado tutti gli sforzi, non siamo riusciti a ritrovarli. La verità è che, alla faccia del revivalismo, non siamo più capaci di leggere le mappe.


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