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Santa Limbania, proteggici tu

di Fabrizio Rinaldi, 24 novembre 2018, da sguardistorti 05 – 2018 Natale

La leggenda narra di una fanciulla residente nell’isola di Cipro verso la fine del dodicesimo secolo, di nome Limbania, destinata dai genitori in sposa ad un signore locale ma determinata invece a farsi monaca. La ribelle, ferma nel suo intento di donarsi a dio, chiese aiuto ad un navigante genovese in procinto di tornare in patria. Inizialmente l’uomo accettò, ma poi cambiò idea, o se ne dimenticò, e prese il mare senza la poveretta. Appena al largo la nave si fermò: nonostante ci fosse vento non proseguiva, rimaneva ferma nella risacca. Il timoniere non poté far altro che invertire la rotta, e l’imbarcazione improvvisamente tornò a muoversi, spinta da un forte vento in poppa, verso il porto da cui era partita. Lì il nocchiero trovò, attorniata da molti animali selvatici, la giovane in lacrime, che non cessava di supplicarlo di portarla via da lì. Alla fine il navigante, un po’ intimorito da tutti questi strani fenomeni, accettò di imbarcarla.

La narrazione non dice nulla del tormentato viaggio in ispirito e in carne vissuto dai rudi marinai, che dovevano condividere gli angusti spazi dello scafo con una fanciulla bella e illibata. Racconta invece di una navigazione tranquilla, almeno sino a quando, mentre già si intravvedevano i monti che fanno corona alla città ligure, la nave s’imbatté in una tempesta con onde altissime e venti che strappavano le vele, come se il mare la respingesse. Spinto dai marosi, il battello si avvicinò pericolosamente agli scogli di San Tommaso, sede di un monastero femminile benedettino, e a quel punto Limbania manifestò il desiderio di sbarcare per raggiungere le future consorelle. Miracolosamente il mare si acquietò, venne sbarcato il “prezioso” carico e la nave poté finalmente dirigersi verso un attracco sicuro.

A Cipro rimase un padre furibondo, il quale scagliò in mare la campana di casa comandandole di raggiungere la sciagurata figlia che aveva preferito votarsi a dio piuttosto che ad uno sposo e rinunciato a una cospicua – presumo – dote. La campana, “galleggiando” miracolosamente sul mare, raggiunse proprio la spiaggia vicina al monastero in cui s’era rinchiusa Limbania. Da allora venne usata durante le tempeste per calmare le acque e come richiamo per i naufraghi.

Alla novizia venne concessa una cosa oggi insolita, ma a quel tempo comune nella tradizione cristiana d’oriente: ritirarsi in una cavità sotto il monastero dove vivere nel digiuno e nella penitenza, procurandosi ferite con gli aculei di un attrezzo per cardare il lino, e dedicandosi ai naviganti e ai viandanti del vicino porto. Quando morì era già venerata come santa e le venivano attribuiti molti miracoli.

Visto che la natura ligure impone d’esser parchi in tutto e, in questo caso, esperti nella moltiplicazione non di pesci, ma di macabre reliquie, i devoti fecero a pezzi il cadavere della Santa in modo da distribuire in più luoghi le spoglie da venerare: ma, soprattutto, per poterci lucrare sopra. In particolare le monache ebbero una trovata che oggi definiremmo “dark”: esposero la sua testa alla venerazione dei fedeli, i quali intercedevano per trarne giovamento alle emicranie.

Così come la santa cipriota aveva viaggiato per mari ostili, il suo culto marciò a dorso di mulo lungo le impervie vie del sale, connettendo, anche nella devozione, il territorio ligure con le pianure alessandrine. Libania divenne la protettrice di mulattieri, carrettieri, immigrati e, in generale, dei viaggiatori per mare e per terra.

Fino a pochi decenni fa si svolgevano veri e propri pellegrinaggi di devoti di Santa Limbania che da Genova Voltri arrivavano fino alla piccola chiesa di Roccagrimalda (AL), a strapiombo sulla vallata dell’Orba, tra Ovada e Silvano d’Orba. Raffigurazioni della Santa si trovano anche a Castelletto d’Orba, Montaldeo, Lerma e a Gavi, tappe obbligate per coloro che si inerpicavano lungo le vie che, attraversando Marcarolo, arrivano al mare.

Abbiamo quindi una ragazzina che s’è dimostrata una sciagura per la famiglia e una calamità per i compagni del viaggio in mare, ma che ha affrontato le peggiori condizioni (la tempesta e il fragile scafo – oggi si direbbe un barcone) per poter emigrare verso un territorio che era lontanissimo tanto quanto appare irraggiungibile ai suoi emuli di oggi – magari non in santità, ma sicuramente nel proposito di cambiare lo stile di vita (o meglio, di non vita).

Limbania in pratica era un’immigrata clandestina che venne accolta in territorio italiano. Chissà se anche all’epoca c’erano dei Salvini a tuonare contro i forestieri che attentavano il nostro stato sociale e la nostra cultura, contro le fantomatiche organizzazioni non governative ante litteram che aiutavano (magari controvoglia, ma lo facevano) chi voleva scappare da un mondo peggiore, e contro quei cittadini che, invece di respingere gli immigrati, davano loro rifugio. Se c’erano devono aver goduto di poco seguito, poiché per secoli abbiamo accolto, sia pure con mugugni vari, coloro che arrivavano da lontano, e col tempo abbiamo saputo contaminarci reciprocamente per diventare un po’ migliori.

L’innocente fanciulla cipriota s’affidò alla protezione del suo dio per essere protetta durante il viaggio con sconosciuti scafisti che avrebbero potuto attentare alla sua illibatezza. Anche oggi tanti sventurati affidano magari ad un dio differente, ma ugualmente chiamato a proteggerli da loschi traghettatori, la cosa più sacra che hanno: la loro vita e, soprattutto, quella dei figli.

Limbania comunque alla fine del suo peregrinare trovò una comunità che seppe accoglierla, accettando anche le sue ovvie diversità culturali. Oggi stiamo vivendo invece un periodo nel quale il paradigma dell’accoglienza verso gli altri è radicalmente cambiato. Cresce sempre più il rifiuto di chi è diverso da noi e di chi lo aiuta.

L’esempio più recente è la campagna denigratoria apparsa sui social nei confronti della ragazza italiana rapita mentre in Kenya prestava il suo aiuto da volontaria. Il commento più diffuso in rete è: “cosa è andata a fare là, poteva fare le stesse cose qui, dove c’è tanto bisogno”! Ulteriore dimostrazione dello scollamento tra il diffuso sentire di una comunità stanziale (spesso claustrofobica) e il naturale bisogno di ogni viandante di ricevere ospitalità e accettazione.

L’assordante silenzio del ministro degli interni avvalora queste ingiurie, soprattutto perché arriva da chi è sempre pronto a starnazzare e ad alimentare l’odio quando degli idioti, rigorosamente stranieri, perpetrano qualche atto di violenza nei confronti dei nostri connazionali. Salvini ha sempre affermato che gli immigrati vanno aiutati a casa loro, ma quando qualcuno prova a farlo guarda altrove.

Santa Limbania rappresenta bene la ferma volontà di affrontare qualsiasi avversità e pericolo quando un percorso possa portarti a realizzare il tuo sogno: ed è questo il fine ultimo di tutti i viaggiatori, di ogni epoca e di ogni etnia. Viene allora naturale invocarla proprio oggi, mentre tanti come lei sono costretti ad affidarsi ad altri per raggiungere quella meta.

Quindi, Santa Limbania, proteggici tu!

Qui ci sono i draghi

di Fabrizio Rinaldi, 15 maggio 2018, da sguardistorti n. 03 – luglio 2018

Le più antiche mappe europee sono in Valcamonica, su una roccia di 2,5 metri per 3 con incisi campi coltivati, sentieri e torrenti. Sicuramente di non semplice consultazione come Google Maps, ma già allora apparivano chiare le due caratteristiche principali dalla moderna cartografia: l’utilizzo di simboli per rappresentare le caratteristiche di un territorio e la visione prospettica dall’alto, dovuta all’abitudine dei popoli di montagna di vedere tutto dalla cima.

La presenza di un punto elevato da cui guardare il mondo è di estrema importanza, tanto da essere uno dei tratti distintivi: senza una “visione” dalla sommità di un colle o di una montagna, non si rintracciavano i riferimenti spaziali necessari per orientarsi, tanto nel territorio concretamente calpestato quanto nella sua rappresentazione su roccia, pergamena o carta.

Nel Medio Evo e nella prima età moderna le mappe divennero uno strumento indispensabile per coloro che si spostavano da un feudo all’altro per scambiare merci, ma soprattutto per i naviganti, i quali si inoltravano in mari e in territori inesplorati, indicati sulla pergamena da ampi spazi bianchi.

Durante la Grande Guerra si iniziò ad utilizzare la fotografia come supporto per la stesura delle carte. Al rilevamento aereo si aggiunse, dopo il secondo conflitto mondiale, anche il telerilevamento mediante satelliti artificiali. Di lì, con ulteriori innovazioni tecnologiche, siamo arrivati alla geolocalizzazione odierna, consentita da qualsiasi smartphone.

Un’infografica potrebbe riassumere bene l’evoluzione della cartografia, passata appunto dalla roccia a Google Maps, ma non ne ho trovate in rete di soddisfacenti e non sono abbastanza bravo da costruirne una io.

Comunque, la prima cosa da rilevare nell’iconografia geografica (e non) odierna è la tendenza a raffigurare concetti, dati ed eventi con simboli, icone e grafici che nei colori accattivanti e nel tratto alludono ad un mondo infantile. In pratica ci trattano come bambini. Predomina la semplificazione, giustificata dal fatto che si vogliono rendere facilmente comprensibili concetti che non lo sono affatto: dalla relatività all’economia, dalla psicologia alla tecnologia dei computer. Non a caso Steve Jobs, l’inventore di Macintosh, era ossessionato dalla “pulizia” grafica dei suoi prodotti, sia del software che dell’hardware.

Ora, tutto questo è vero, ma al di là della tendenza del momento e di ciò che può sottendere, non me la sento di condannare un’evoluzione che, usata intelligentemente, consente di affrontare luoghi e saperi sconosciuti. Senza questa, molti di noi si fermerebbero già alla partenza.

Le mappe mentali, ad esempio, sono il pane quotidiano per molti studenti, che in esse sintetizzano più concetti inerenti ad un argomento: la speranza è che questo li aiuti a memorizzarli meglio e a far chiarezza (se mi baso su quel che vedo, qualche dubbio lo avrei). Graficamente si parte dal concetto principale, al centro del foglio, e da esso si tracciano linee che portano alle parole chiave attinenti più prossime: da queste se ne propagano altre, e se le connessioni sono corrette si arriva fino a eviscerare nel dettaglio l’argomento affrontato.

Io stesso prima di una riunione traccio una mappa mentale degli argomenti che affronterò col mio gruppo di lavoro. Se le questioni le sintetizzo come punti di una lista, non ottengo altrettanti dettagli. La sintesi degli argomenti disegnati in forma di un “neurone” ci è più congeniale, forse perché riproduce qualcosa che è presente nel nostro cervello.

Come quella dei concetti, anche la raffigurazione del territorio passa inevitabilmente attraverso simboli che dovrebbero essere universalmente comprensibili. Le mappe utilizzate da chi pratica l’orienteering non riportano i nomi dei luoghi, ma sono estremamente precise e usano segni convenzionali e colori specifici e funzionali al tipo di terreno rappresentato. L’interpretazione della simbologia permette di orientarsi in un territorio, leggerne le caratteristiche e ricavarne le informazioni necessarie.

E ho anche iniziato a considerare le praterie, poco distanti dalla città in cui sono nato, la mia terra natale, e ho cominciato ad amarle non perché attirano l’attenzione come i monti o la costa, ma perché la respingono sfidando la capacità di mantenerla sveglia.
WILLIAM LEAST HEAT–MOON, Prateria, Einaudi 1994

La maggior parte delle mappe contiene però toponimi connessi al territorio, e chi le utilizza fa riferimento proprio a questi.

È interessante l’indagine sui toponimi raccontata anni fa da William Least Heat-Moon nel libro Prateria. Da una piccola zona del Kansas nella quale non c’era altro che erba alta e qualche casa isolata, un luogo all’apparenza senza alcuna storia, l’autore riuscì a estrarre personaggi e avvenimenti, ricostruendo il rapporto a volte conflittuale tra l’uomo e la natura (cicloni, siccità, alluvioni). Nei nomi dei luoghi resistono storie, magari piccole, ma che diversamente sarebbero scomparse.

Una ventina di anni fa ho partecipato ad una ricerca degli antichi toponimi nel territorio del Parco Naturale delle Capanne di Marcarolo. Intervistando i vecchi del luogo riuscimmo a risalire ai nomi di colli, vallette, rii e ruderi di antiche case, che stavano per essere dimenticati e non comparivano nelle carte ufficiali, sia in quelle del Parco che nelle più vecchie IGM del territorio.

Oggi la memoria orale di quella società e della sua storia è andata perduta, perché anche gli ultimi superstiti della comunità contadina che avevamo intervistato sono scomparsi. Quel lavoro ha però salvato i nomi legati al territorio e li ha connessi alla storia passata. Sono scomparse le voci, ma rimane la parola.

L’immagine qui riprodotta è indicativa di quanti toponimi avesse un ristretto territorio, quindi di quante storie ci fossero da raccontare.

Proprio in quel fazzoletto di terra nacque la “leggenda” dei Viandanti delle Nebbie. Il sogno era quello di tornare ad una idea positiva e propositiva dell’esistenza, di recuperare modalità di rapporto semplici e leali, di ricostituire una tessuto di amicizia e una comunità di ideali. Avevamo individuato i ruderi delle cascine Nègge come luogo in cui rifugiarci e da cui far partire tutto. È rimasto un sogno. È rimasta per molti di noi la Camelot da cercare.

Tutto questo nelle mappe dell’epoca digitale non trova spazio. Abbiamo mappe del terreno molte accurate, che però si fermano solamente alla superficie: senza la terminologia storica vanno perse le connessioni all’uso che l’uomo ha fatto di quello spazio nel tempo.

Già ora, se penso alla mia zona, mi chiedo quanti ancora conoscano “La Caraffa” come piccolo nucleo di case, e non la identifichino invece con il Brico e il Basko.

Nelle mappe che leggeremo in futuro sulle nostre appendici telefoniche i toponimi collegati all’uso del territorio saranno soppiantati – perché ormai del tutto superflui e obsoleti – dalle indicazioni di dove poter mangiare kebab, acquistare scarpe, vedere qualcosa, ecc … Saranno costruite ad hoc sulla base del nostro “profilo”, degli interessi rivelati dai nostri acquisti e dai nostri spostamenti.

Per chi però ancora volesse incontrare l’inesplorato, basterà introdurre un “filtro” all’oracolo Google: mascherando tutto ciò che è “consumabile” si potranno trovare nuove terre incognite. Magari sullo schermo apparirà l’antica frase latina hic sunt dracones (“qui ci sono i draghi”) e ricominceremo a ridare nomi a sentieri, strade, boschi e pianure. Magari qualcuno di questi posti lo chiameremo Camelot o, addirittura, Nègge.


 

Wanderers forever

di Paolo Repetto, 30 dicembre 2014

C’era una volta, tanti e tanti … beh, insomma, una ventina d’anni fa, un gruppo di amici, di quelli messi assieme dalle circostanze della vita e dalle passioni in comune anziché dall’anagrafe, che si ritrovavano sempre più spesso a frugare tra gli scaffali di una caotica libreria ovadese, a camminare lungo i sentieri del Parco di Marcarolo o a cenare in un capanno sperduto nella campagna. Era un’allegra brigata, a metà strada tra il cenacolo intellettuale e la compagnia del calcetto: ma forse, più che a metà, stavano proprio su un’altra strada. A fare da collante non erano infatti bandiere ideologiche o disegni di gloria o snobismi culturali, ma solo un laico piacere di ritrovarsi, di comunicare a qualcuno le proprie sensazioni e scoperte e di partecipare di quelle degli altri. Si parlava a ruota libera di musica e di libri, di politica e di viaggi, di fumetti e di sentieri, si demolivano senza riverenze miti e personaggi della storia o della quotidianità, si raccontavano sempre sul filo del paradosso aneddoti o esperienze di vita e di lavoro. Insomma, si verificava come fosse possibile “qui e ora”, senza attendere redenzioni o rivoluzioni, vivere rapporti umani piacevoli e disinteressati.

Ad un certo punto questi amici decisero di “formalizzare” il sodalizio, dandogli un nome, una sede, un logo, un sito internet e persino uno statuto di fondazione (con tanto di registrazione notarile). Di formale il sodalizio aveva in realtà ben poco: per esservi ammessi non era necessario superare prove iniziatiche, ed erano richiesti pochi e semplici (ma non per questo meno rari) requisiti: una buona dose di ironia e una ancor più cospicua di autoironia, uno stomaco capace di reggere il menù “povero” delle cene ma non Berlusconi e D’Alema, un approccio politicamente scorretto ai problemi ma educato alle persone, gambe allenate a salire il Tobbio e mente aperta a viaggiare tra Ken Parker e Humboldt; infine, era gradita l’appartenenza al genere maschile (nei confronti dell’altro sesso era contemplato un ristretto margine di tolleranza, ma raramente capitava di ricorrervi). Nello statuto non erano previsti ruoli, cariche, prebende, assemblee, codici disciplinari, quote di adesione. C’era solo un impegno reciprocamente assunto alla solidarietà e al rispetto: da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni, la società anarchica perfetta.

A imporre il passaggio dall’informale al “certificato” fu il desiderio di realizzare alcune iniziative, un paio di mostre, una rivista, nate soprattutto per creare pretesti al lavoro in comune e ulteriori occasioni per i ritrovi conviviali. Visti i presupposti, dal punto di vista operativo le cose non cambiarono granché: e in più, come sempre accade, quando il gruppo arrivò ad ufficializzare la sua esistenza il momento maggiormente intenso e genuino di quell’esperienza era già alle spalle.

Non fu quindi la “formalizzazione” a decretare la fine della prima fase del movimento dei Viandanti: semplicemente la vita, quella fuori, li portò uno alla volta ad intraprendere altri percorsi, a costituire altri personalissimi sodalizi. Come è giusto sia, senza rimpianti e con la consapevolezza di avere vissuta un’esperienza singolare e irripetibile.

Ma … se pure quella specifica esperienza è finita, il suo senso e il suo spirito non sono affatto esauriti. Gli elementi di base ci sono ancora tutti. C’è ancora la libreria, il Tobbio e il parco sono sempre là e non si muovono, il capanno è rimasto in piedi, è persino ancora visitabile (e visitato) il vecchio sito web: soprattutto, perdura vitalissima l’amicizia che lega i Viandanti, quelli del nucleo originario e quelli aggregatisi nel frattempo, e continua lo scambio e si è rafforzata la complicità, anche perché la coscienza di aver condiviso qualcosa di speciale, se non di eccezionale, è confermata costantemente dal deludente confronto con le altre esperienze, politiche, culturali, sociali, che è dato fare. Insomma, lo spirito che aveva animato vent’anni fa la conventicola dei cacciatori di sentieri, reali o letterari, aleggia tuttora.

Per questo, senza mettere in cantiere nessuna operazione nostalgia, al solo scopo di facilitare e allargare ulteriormente la condivisione dei materiali vecchi e nuovi prodotti dai Viandanti, si è voluto aggiornare il sito. Il cambiamento interessa, oltre che la grafica, le modalità della fruizione e naturalmente i contenuti, mentre gli intenti e anche gli inquilini sono rimasti praticamente gli stessi. Qualche porta e qualche finestra in più consentono di entrare e uscire più comodamente e di guardare il mondo da prospettive più varie, quindi di individuare nuovi sentieri: che almeno virtualmente potremmo ancora percorrere assieme.

 

Di cascine, di monti e … di qualche nefandezza

Sognando intorno al Parco!

di Enzo Capello, da Sottotiro review n. 8, gennaio 1998

… di cascine!
ovvero: per il recupero dei segni della memoria!

“La casa era malandata: il tetto era tutto da ripassare, il muro verso [il torrente] gonfio come la pancia d’uno che ha il mal d’acqua; e dalle impannate ci sarebbe passato un lupo altro che il vento. Ma mi sarei dato da fare anche come muratore e come falegname” […]
“Ci andava male: lo diceva la misura del mangiare e il risparmio che facevamo della legna, tanto che tutte le volte che vedevo nostra madre tirar fuori dei soldi e contarli sulla mano per spenderli, io tremavo, tremavo veramente, come se m’aspettassi di veder cascare la volta dopo che le è stata tolta una pietra”.
BEPPE FENOGLIO

Mi piace iniziare così, volendo trattare delle nostre cascine, esattamente come Fenoglio racconta della miseria antica delle valli delle Langhe attraverso le vicende del protagonista del racconto “La Malora” ….

Mi piace anzitutto perché con quelle poche, scarne parole si mette definitivamente al bando chiunque sostenga patetiche nostalgie che troppo spesso, falsificandolo e mitizzandolo, hanno accompagnato e nutrito l’interesse per il mondo rurale e per i suoi aspetti edili. Il secondo motivo – e forse è quello più vero – è rappresentato da quel paragone finale, in cui l’incerto e, forse, l’irreparabile, sono terribilmente rappresentati da “una volta che crolla se le si toglie una pietra”.

Si potrebbero infatti dire le stesse cose per molte cascine d’oggi, anzi, trattandosi del territorio di Marcarolo, solo per quelle (poche) che ancora restano in piedi, resistendo all’inclemenza del tempo e, ancor più, sfidando l’indifferenza dell’uomo! Il paesaggio, in fondo, è lo stesso: tante “pietre” che il tempo e la desolazione riescono a togliere, e altrettante “volte” che crollano!

Il problema, però, è ancora un altro: nessuno è ormai più contadino e, insieme, muratore e falegname!!!

Questo è il vero problema, la vera sfida: come tornare almeno a “sentire” (se “l’essere” è ormai, nel migliore dei casi, relegato al ricordo di una civiltà passata) come il contadino, che sa fare quanto è necessario per rimettere a posto la sua casa? La casa, con i suoi muri, le sue volte, gli orditi di legno di castagno appena sbozzati … è stato da sempre il bene più sicuro per il contadino: non solo riparo ma anche ragione di vita e di identità. Quelle parole esprimono un attaccamento alle pietre delle cascine che vuol dire radicamento nella terra, segno di appartenenza e di continuità, legame tra passato e futuro, tra padri e figli. È un sentimento durato per secoli, che nel tempo si è infranto e che oggi, a grande fatica, si vorrebbe recuperare. Le case e le cascine dei nostri monti e delle nostre valli sono cresciute così, nel tempo, con aggiunte e ripristini seguiti ai ricorrenti abbandoni, ai crolli e agli assalti delle cicliche ondate di miseria. Ed è in questo fiume infinito di minuti interventi che dobbiamo saperci (saperci?) di nuovo inserire.

In quest’ottica si colloca, almeno nell’intenzione di chi scrive, questo piccolo contributo che, innanzi tutto, vorrebbe essere un vero e proprio appello! Un appello per promuovere iniziative attive o, almeno, sollecitare il contributo di quanti (come tecnici, come storici, come operatori naturalistici o semplicemente come “appassionati” della terra in cui si è nati e in cui si vive), si sentano forse più di altri responsabili della salvaguardia e del futuro di un prezioso patrimonio edilizio, di cui si può ancora rivendicare, malgrado tutto, l’appartenenza.

Pur con la consapevolezza del ruolo di “area di confine” storicamente assolto dal territorio del Parco delle Capanne, emarginato e pressoché dimenticato dalla letteratura (non solo urbanistica e architettonica!), le case abbandonate, le cascine, gli “alberghi”, le neviere, i vecchi mulini… costituiscono elementi fondamentali della sua “identità” e della sua ricchezza … Ed è proprio partendo dalla forte connotazione di territorio visto come terreno di frontiera che il territorio del Parco risulta particolarmente stimolante come ambito di ricerca, soprattutto riguardo agli aspetti della cultura materiale.

Riprendere coscienza di questo inestimabile patrimonio (antropico e naturalistico), significherebbe ridare voce a quei “segni” ormai silenti ma ancora vivi che occorre saper riutilizzare e non disperdere.

 

… di monti!
i motivi di un “ragionevole” ottimismo

Tempi bui per i nostri monti?

È certo impossibile negare la profonda crisi che colpisce da lungo tempo le nostre aree appenniniche e montane. “È una crisi progressiva, che supera le crisi cosiddette epocali: è più grande della crisi dell’agricoltura, perché si manifesta assai prima con un abbandono degli abitanti che ha le sembianze dell’esodo; nello stesso tempo non partecipa alla crisi dell’industria, poichè l’industria non ha mai avuto la possibilità di manifestarvisi compiutamente”. (Pier Luigi Cervellati)

Intanto, mentre rispetto al passato è cambiato il concetto di “natura”, non altrettanto può dirsi del significato che attribuiamo alla pianificazione e alla conservazione (e non solo dei beni culturali), cioè gli strumenti che, se…, avrebbero potuto…!!!

È mutato il concetto di “ambiente” quale conseguenza del profondo, irreversibile mutamento di ciò che intendiamo per “natura”. È mutato il concetto di natura in termini scientifici. Pensiamo infatti al concetto del rapporto “uomo/natura”, stabilito in modo inequivocabile dalla seconda legge della termodinamica, secondo cui … “la materia e l’energia possono essere trasformate in una sola direzione, cioè da uno stato utilizzabile ad uno stato inutilizzabile, oppure da uno stato disponibile ad uno indisponibile, ossia da uno stato di ordine ad uno di disordine. In breve, tutte le volte che sulla Terra e nell’Universo viene creata un’apparenza di ordine, questo avviene a spese di un disordine ancora maggiore prodotto nell’ambiente circostante. È la legge dell’entropia, secondo cui la quantità di energia totale dell’Universo è costante e l’entropia totale è in continuo aumento.

All’aumento dell’entropia corrisponde una diminuzione dell’energia trasformabile. E qui veniamo al dunque: l’energia non disponibile è ciò che generalmente è chiamato INQUINAMENTO …” (Pier Luigi Cervellati)

L’entropia! Voi direte: cosa c’entra l’entropia con i monti di Marcarolo?

C’entra, c’entra molto!

L’entropia sta cambiando il nostro concetto di ambiente e di natura. Lo sviluppo è causa di inquinamento (o di disordine) o, se preferite, di energia non convertibile (l’entropia è anche una misura della quantità di energia che non è più possibile trasformare in lavoro …).

Come parlare allora di sviluppo, e quindi di aumento di entropia (leggi inquinamento) delle montagne e dei boschi di Marcarolo collegando il termine “sviluppo” con il “territorio”, e tanto più dare ad intendere che lo sviluppo può essere coniugato alla salvaguardia dell’ambiente?

Tempi bui, per i nostri monti!

Oscure restano anche le prospettive per l’ambiente in generale e per i beni culturali in particolare.

Eppure, sembrerò paradossale, nonostante le crisi, gli abbandoni, le parziali devastazioni, quanto è ancora ricco il nostro territorio! Sì, dico proprio il nostro pezzo di terra, quell’anfratto di terra magnesiaca che s’insinua tra i genovesi e tra i padani, e non potrà mai dirsi ligure, piemontese o tantomeno “padana”!

Tuttavia, nell’attesa messianica di riuscire ad innescare una ragionevole programmazione dell’assetto territoriale (sembra fantascienza!) e, soprattutto, nella speranza che in tempi ravvicinati si possa constatare che l’essere stati “depressi” nella “terra di confine” e messi in disparte per anni, l’essere cioè riusciti a scampare alle insidie fatali dello “sviluppo” sia, alla fine, gratificante e appagante, anche il nostro pezzo di terra – così come gran parte del territorio montano e appenninico italiano – è di fatto il luogo dall’avvenire sicuro! Il luogo, forse il solo, in cui si possa manifestare il FUTURO!!!

Il ragionevole ottimismo per il futuro delle aree montane come quella di Marcarolo non è affatto fantascienza!

 

Con un piccolo balzo (basta davvero poco!) eleviamoci per un attimo dalle disgrazie quotidiane e viriamo l’occhio sul mondo in cui viviamo. Già ci è stato detto che viviamo un’epoca di transizione fra una società industriale ormai entrata nella sua fase finale e un altro tipo di società che ci appare molto indeterminato e che definiamo molto genericamente post-industriale. Si sa che le “condizioni” ambientali prodotte dalla società industriale (sia essa appartenente a regimi capitalisti o del famigerato socialismo reale) non sono congrue con le aspettative della comunità. Lo sviluppo, specie se legato al concetto di evoluzione o di progresso o anche alle nuove tecnologie, non potrà più manifestarsi nei luoghi tradizionali, nelle metropoli costruite dalla società industriale, bensì in quelle parti o luoghi in cui l’ambiente costituisce ancora un’attrattiva in grado di “qualificare” l’esistenza umana.

E – veniamo di nuovo al punto – di qui il ragionevole ottimismo!

La novità che ci viene incontro sta proprio nella realtà sociale che stiamo vivendo: una società proiettata ad un consumismo sempre più esasperato, ad un’entropia sempre più consistente, ad uno spreco ogni giorno più insensato, è disposta ad accettare un diverso rapporto ecologico con l’ambiente, specie con quello naturale. Il fabbisogno di “natura” aumenta con l’aumentare del tempo libero, con l’esigenza di evadere dagli avvelenamenti quotidiani delle realtà urbane, con l’urgenza di qualificare le proprie condizioni di vita, con l’aspirazione ad impossessarsi della “cultura”, ma finisce poi per utilizzare e consumare questo stesso ambiente come un qualsiasi altro prodotto (le Disneyland impazzano!!!).

Siamo, insomma, ad un bivio: o continuiamo a distruggere l’ambiente aumentando l’entropia o riusciamo a consumarlo in modo più razionale, cercando di ottemperare ad esigenze finalmente nuove.

Dalla realtà fisica di questo lembo di terra, dall’essere stato sì abbandonato da decenni ma anche dall’aver, proprio in forza di questo fatto, mantenuto una incredibile incontaminazione, risulta il suo prezioso “carattere”.

Negli ultimi vent’anni il territorio “urbanizzato” è più che raddoppiato e l’urbanizzazione, come è facilmente verificabile, non ha interessato Marcarolo. L’urbanizzazione è infatti avvenuta in gran parte lungo i grandi assi viari di attraversamento, che hanno ovviamente evitato le asperità dei monti (vedi le valli Stura e Scrivia), nella “sottostante” pianura e lungo la vicina costa rivierasca ligure. Pianura e Riviera, già da tempo senza luminose prospettive, tra non molto avranno dimostrato la scelta ormai compiuta, avendo optato per la distruzione dell’ambiente e delle testimonianze antropiche: il grado di aumento dell’entropia in questi luoghi è già facilmente misurabile!

L’ottimismo verso le aree delle nostre montagne abbandonate non nasce, però, solo dall’ipotetica catastrofe del territorio circostante, ma dalla “ricchezza” di cui si diceva all’inizio: l’incontaminazione del patrimonio naturalistico.

Sta a noi, ancora una volta e da buoni “indigeni”, saperlo difendere e trasmetterlo alle generazioni future.

… e di qualche nefandezza!
i mostri

Appello per il boicottaggio della bruttezza

Il nostro mondo è disseminato di scuole, università e centri di formazione professionale d’ogni tipo come mai lo è stato, la nostra scienza sulla natura delle cose è cresciuta in modo che appare gigantesco, ma nella stessa proporzione s’è affievolita la scienza per quel che riguarda la bellezza. Essa non può metter radici in questo mondo dei rapidi consumi in cui la calma, che costituisce il suo humus, viene soffocata nell’ebbrezza della superficialità. Ma la bellezza è l’unico scopo capace di dare le ali alla mia inclinazione per tale professione. Vorrei risparmiarmi la scipitaggine delle cose puramente concrete che mi sono imposte, il sapore amaro d’ogni miraggio di profitto senza alcuno sfondo né di etica né di sensatezza.
Il velo della bruttezza che avvolge come una potente ragnatela questo mondo, mozzerà il fiato ai nostri figli. A rimorchio delle incalcolabili catastrofi che questo secolo escogitò con perfetta consapevolezza mentre seguita a tesserne di ancora più abissali, il mio appello per il boicottaggio ha il suono di un singhiozzo soffocato.

BOB KRIER

 

Sogni e sentieri

di Paolo Repetto, dagli atti di un convegno svoltosi a Tagliolo Monf.to nel 1997

Sono stato invitato ad intervenire a questo convegno come rappresentante di un’associazione che si è costituita recentemente, i “Viandanti delle Nebbie”. Le caratteristiche di questo sodalizio sono piuttosto anomale, e le sue finalità potranno apparire troppo ambiziose e troppo vaghe da questa breve presentazione. Ne sono cosciente, perché risultano difficili anche a me da definire: e me ne accorgo soprattutto in questo momento.

Comunque ci provo, partendo magari da un minimo di identikit degli associati. Al momento non sono più di una decina, quasi tutti giovani d’età, qualcuno, come me, giovane (o immaturo) solo nello spirito. Siamo tutti legati a quest’area, intendo l’area del Parco e dintorni, da un vincolo affettivo, nel senso che siamo nati qui e qui viviamo, e da uno cultural-emotivo, nel senso che da sempre abbiamo provato il desiderio di conoscerla meglio, sia sotto il profilo naturalistico che sotto quello storico, e l’abbiamo quindi percorsa in lungo e in largo, a caccia di torrenti, di sentieri, di cascine, di incontri, di emozioni appunto e di conoscenze. I percorsi comuni, e non solo quelli escursionistici, hanno indotto tra noi una consuetudine che si è ben presto tradotta in amicizia: e l’amicizia si è ulteriormente cementata quando quelli che erano sogni e fantasie individuali hanno trovato un comune denominatore in un “progetto”. Ecco, noi non siamo presenti a questo convegno per portare un contributo di conoscenza scientifica o naturalistica, o di informazione legislativa: siamo qui semplicemente per testimoniare di una (per noi) straordinaria esperienza maturata in comune col tramite dei boschi e dei sentieri del parco, e del progetto di allargarla che ne è scaturito.

Cercherò di essere sintetico: spero di risultare anche chiaro. La frequentazione assidua dell’area del parco ci ha fatto scoprire ed apprezzare un considerevole potenziale di sfruttamento (mi scuso per il termine, ma lo impiego in senso positivo) in funzione escursionistica. Esistono già, o al limite possono essere identificati, percorsi di varie lunghezze, per uno o più giorni, più o meno impegnativi, adatti anche ad escursionisti esigenti (anche in questo campo ci sono i raffinati), e che nulla hanno da invidiare per la bellezza del paesaggio o per interessi naturalistici a quelli celebratissimi del Parco d’Abruzzi o della Selva Nera (per citare quelli di cui si è fatta personale esperienza, e che presentano analogie altimetriche). Questi percorsi debbono soltanto essere strutturati e promossi. Strutturare significa letteralmente predisporre strutture minime di accoglienza, oltre naturalmente a tracciare una segnaletica adeguata: quindi rifugi, punti sosta, capanni per bivacco, aree periferiche per il campeggio o il posteggio delle auto. Il tutto, per intenderci, senza colate ma nemmeno piccole eruzioni di cemento, sfruttando l’esistente, che è molto e giace nell’abbandono, e riducendo al minimo gli interventi (ciò che consente di risparmiare la natura, ma anche i soldi pubblici). Promuovere significa produrre un’informazione adeguata, e per come la vediamo noi “adeguata” ha una valenza ben precisa, perché proprio in questo sta la specificità del progetto.

Ogni parco che si rispetti pone infatti tra le sue finalità quelle di dotarsi di strutture e di pubblicizzarsi. Sin qui niente di nuovo. Il problema nasce quando si deve decidere verso quale tipo di fruizione orientarsi. Senza giri di parole, è un problema economico, che normalmente viene semplificato nei termini “più gente, più soldi, maggiori incentivazioni per i residenti, ecc…”. La logica è in fondo quella della natura come bene di consumo, da mettere democraticamente a disposizione di tutti, sperando in una ricaduta non solo di rifiuti o di scempi o di incendi, ma anche di occupazione. Il che è senz’altro giusto, in parte. Ma noi crediamo si possa porre la questione anche in altro modo, promuovendo e privilegiando ad esempio un afflusso escursionistico invece che turistico (per carità, ci vogliono anche i turisti, i gitanti domenicali con la radiolina per sentire la partita o le bistecche per la braciolata, ma possono essere contenuti, concentrati ai margini dei percorsi asfaltati o in apposite aree attrezzate, magari anche col megaschermo e il baretto). Una frequentazione escursionistica presenta in genere queste caratteristiche: non è distruttiva, seleziona a priori persone che la natura l’amano e la rispettano sul serio, esercita un richiamo molto allargato, che va ben oltre le aree metropolitane limitrofe (non ci spostiamo noi verso la Germania, la Francia, la Scozia, ecc., sulle tracce di sentieri che sono ormai diventati dei classici, e che raccolgono camminatori di tutta l’Europa?) ed ha quindi anche, una volta avviata, un riscontro economico ed occupazionale non indifferente, a fronte di costi di riassetto e di manutenzione minimi. Non sto viaggiando con la fantasia: è sufficiente percorrere qualsiasi sentiero tedesco (lasciamo perdere quelli italiani, non ne vale la pena) per rendersi conto che esiste tutta una micro-economia, ormai ben consolidata, alla quale i residenti nelle zone tutelate si sono di buon grado convertiti, e della quale sono, anche in termini di qualità della vita, ben soddisfatti. Ma c’è un altro aspetto, legato a questo tipo di fruizione, del quale ci preme sottolineare l’importanza. Uno dei mali della nostra società dei quali ci si lamenta più sovente è l’assenza di possibilità, nel senso anche di situazioni materiali, di incontro. Paradossalmente la nostra società di massa impone l’aggregazione, negli stadi, nelle discoteche, nelle code agli uffici pubblici, ma nega gli incontri. Incontrarsi in situazioni sbagliate (quelle appunto prima citate, ed altre peggiori) significa non poter assolutamente comunicare, conoscere, confrontarsi (se non fisicamente, come infatti accade sempre più spesso). Ora, l’incontro nello scenario naturale, nel silenzio di una sosta o nell’intimità di un rifugio, è una delle poche occasioni che ci siano date per rompere il guscio teleindividualistico e schiuderci a rapporti d’amicizia veri e significativi. Se poi ciò accade nei confronti di persone portatrici di altre culture, di altre mentalità, ma comunque a noi accomunate dalla volontà di guadagnarsi, di sudarsi un po’ i piaceri che la natura offre, beh, allora veramente nulla di più si può desiderare.

Il nostro progetto risponde a queste premesse. Intendiamo infatti identificare una rete di sentieri che rendano appetibile la zona del parco per tutti gli escursionisti, italiani e non, creando in tal modo attorno ad essa anche una sorta di rete protettiva, contro quelle volontà di intervento speculativo che non sono mai dome, e spesso si alimentano di ciò stesso che fino ad un attimo prima avevano combattuto e osteggiato. Intendiamo, per quanto ci sarà possibile e consentito, attrezzare questa rete con punti di sosta, che non debbono essere la riproposta alberghiera mimetizzata da agriturismo, ma veri e propri rifugi, ove si possa pernottare, bivaccare, volendo anche dimorare per qualche tempo, se si è alla ricerca di solitudine o si deve smaltire una delusione, a costi estremamente contenuti, escursionistici insomma. E intendiamo fare di questi luoghi dei punti di ritrovo, di appuntamento per chi ama la natura e si ricorda che della natura fanno parte anche gli umani e va in cerca quindi non solo di bei panorami, ma di solide amicizie o almeno di frequentazioni non deprimenti.

Per adesso è un sogno, anche se le coordinate del progetto le abbiamo già tracciate. Può essere che rimanga tale, per nostra incapacità o per cause di forza maggiore. Ma l’idea di fondo, l’ipotesi di lettura del futuro del parco dalla quale siamo partiti dovrebbe rimanere valida, ed essere accolta anche da chi avrà responsabilità amministrative: perché in caso contrario sarà difficile che i nostri figli possano ripercorrere con altrettanto piacere gli stessi sentieri che oggi noi frequentiamo.

 

Parchi e parcheggi

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

In principio era un’idea. Un’idea semplice e meravigliosa. Quella di consegnare intatto alle generazioni venture un lembo di terra dell’Oltregiogo, l’area Tobbio-Capanne di Marcarolo, un angolino non ancora insozzato da fumi, liquami e scorie del grande boom.

I presupposti, attorno alla metà degli anni settanta, c’erano tutti. C’erano ancora monti e valli, boschi e torrenti miracolosamente scampati allo scempio ambientale dei due decenni precedenti. C’era la crisi economica, l’inevitabile ristagno che fa seguito ad una crescita barbara e disordinata; e si manifestavano di riflesso da un lato i primi vagiti di una diversa sensibilità ecologica, dall’altro una più generale tendenza del sistema a ripensare le strategie economiche, a contabilizzare anche i costi della “modernizzazione”, e non solo i ricavi. C’era infine, da pochissimo istituito, un nuovo organismo amministrativo decentrato, la regione, dal quale era lecito attendersi un minimo di pianificazione del territorio.

L’idea pareva dunque tutt’altro che peregrina, e prossima anzi ad incarnarsi sotto le spoglie istituzionali più confacenti, quelle di un Parco. Ma “quando una grande idea si scontra con un grande esercito, deve sperare in lunghe gambe per fuggire” (Stanislaw Lec). Nel nostro caso l’esercito nemico era temibile davvero, agguerrito e composito. Schierava interessi grandi (da tempo era stato individuato nella zona un possibile sbocco retroportuale – leggi pattumiera – di Genova, attraverso il fantomatico “terzo valico”; o, in alternativa, un decentramento residenziale – leggi dormitorio – con tanto di bretella autostradale e ferroviaria) e medi (era già avviata la costruzione di villaggi estivi simil-Eden, con sbarra all’ingresso e cinta e tutto il resto): ma soprattutto poteva sfruttare la forza d’urto dei piccoli egoismi, quello miope dei residenti, quello ipocrita degli amministratori e quello protervo dei cacciatori.

Non appena, alla fine degli anni settanta, l’amministrazione regionale annunciò di aver localizzato circa dodicimila ettari (per metà di proprietà regionale) da destinarsi a parco naturale, ebbero inizio le ostilità. La resistenza antiparco venne condotta senza esclusione di colpi e di mezzi: dalla disinformazione sistematica (non si potrà più tagliare la legna, ristrutturare gli edifici, raccogliere i funghi, ecc…) alla diffusione di leggende demenziali (ripopolamenti di vipere paracadutiste, importazione di lupi dall’artico, ecc…), dall’ostruzionismo pianificato e conclamato (dieci anni di discussioni, incontri e scontri tra gli amministratori dei comuni interessati, senza produrre una riga di piano o di regolamento) a quello sotterraneo e clientelare, fatto di deroghe e patteggiamenti e ridefinizione dei confini. E intanto, ad ogni estate tornavano a levarsi minacciosi i segnali di fumo degli incendi, appiccati con regolare criminalità dai nobili “difensori” della propria terra.

A fronte di questa formidabile coalizione e di una strategia così articolata l’Idea poteva opporre, in realtà, ben pochi e spesso malfidati paladini. Un’amministrazione regionale paralizzata da vicissitudini giudiziarie e alternanze politiche, sempre più inerte, ricattabile e lontana, incapace sia di prospettare ai residenti un minimo di ricaduta economica (se non quella prettamente assistenziale), sia di mettere fine alla pantomima degli enti locali (comuni, comunità montana): una militanza ecologica altrettanto integralista e intollerante di quella venatoria, sovente appannaggio di neo-convertiti che non distinguevano una quercia da un palo del telefono, e comunque quasi totalmente “di importazione”: una fazione proparco, minoritaria ma esistente anche tra gli amministratori locali e i residenti, inquinata da presenze motivate più dall’aspettativa di future cariche, prebende e sovvenzioni che da un qualsivoglia interesse per il destino del territorio. Infine uno sparuto gruppo di veri credenti, animati dalle migliori intenzioni ma ben poco presenti nelle istituzioni e nei ruoli decisionali, per scelta o per esclusione, e pertanto impossibilitati o non disposti a calamitare consensi con la pratica nazionale dello scambio.

Con queste forze in campo la ritirata dell’Idea era inevitabile. E infatti, tra l’80 e il ‘90, sotto la pioggia degli attacchi il parco si ritira, proprio come un panno bagnato. I dodicimila ettari diventano meno di ottomila, e coprono ormai in pratica soltanto il territorio di proprietà regionale. Gli enti locali non trovano un accordo, se non sulla linea del boicottaggio, non avanzano proposte plausibili sul regolamento, non nominano i loro rappresentanti per i futuri organismi di gestione. Per sbloccare l’impasse la regione è costretta a procedere d’imperio. All’inizio degli anni ‘90 vengono definiti confini, regolamenti, ruoli e modalità amministrative. Viene reclutato un primo nucleo di addetti, con molta parsimonia, tanto che allo stato attuale la vigilanza su tutto il territorio è affidata a tre guardie, e la direzione tecnica è rimasta praticamente vacante. Viene anche effettuata la palinatura dei confini, contro la quale partono subito le azioni dei commandos venatori. E intanto i boschi continuano a bruciare, e i piani e le strutture e la valorizzazione rimangono lettera morta.

Comincia ad esistere solo il parco virtuale, quello raccontato negli articoli delle riviste specializzate di grande impatto (Oasis, ecc…) o nei programmi a carattere turistico-ambientalista della televisione. Con l’ovvia conseguenza che cominciano ad affluire i visitatori, e non trovano né aree di parcheggio né strutture d’accoglienza, e neppure deterrenti efficaci alla maleducazione. Orde di vandali si riversano durante la stagione estiva lungo i torrenti e nei boschi, accendono fuochi, improvvisano bivacchi, lasciano alle loro spalle cumuli di immondizia. Ad arginarli, oltre le tre disperatissime guardie, solo le buone intenzioni degli ecologisti volontari, che spesso però si traducono in atteggiamenti ed in interventi poco opportuni. Dei residenti, invece, di chi abita entro i confini del parco o nei suoi pressi, nemmeno l’ombra. I secondi sembrano non essersi ancora accorti della sua esistenza, ai primi interessa solo mungere qualche sovvenzione, possibilmente per recintare boschi e prati e tenere lontani gli indesiderati “cittadini”. Lo spettacolo più indecente è offerto comunque dagli amministratori locali. Una volta costretti a prendere atto dell’esistenza, sia pure precaria, del parco, si scatenano infatti in una girandola di compromessi, rivalità, beghe di campanile, miranti solo ad assicurare all’un comune piuttosto che all’altro la sede, il controllo, i finanziamenti della CEE, ecc… Occorrono anni prima di arrivare alla nomina da parte degli enti locali di tutti i componenti del consiglio di gestione: anni persi a dosare le presenze politiche, anche quelle più obsolete, e a combinare alchimie capaci di accontentare (e scontentare) tutti. E altri anni sono necessari per trovare una risicatissima maggioranza, che consenta la costituzione di una giunta: e poi rimpasti, traballamenti, inversioni di fronte, una sceneggiata che dura tuttora e che, a otto anni dall’istituzione del parco, non ha prodotto un minimo di continuità amministrativa, un piano di valorizzazione, un progetto per ovviare alle carenze strutturali. Nulla, se non contentini distribuiti qua e là, a quel residente o a quella frazione; o spartizioni dei finanziamenti eseguite secondo logiche e parametri condominiali.

Questa la situazione a tutt’oggi. E l’Idea? L’Idea, poveraccia, ha dovuto constatare per l’ennesima volta qual è il suo destino. Non appena un’idea mette i piedi per terra viene risucchiata dalle sabbie mobili della meschinità e dell’idiozia. Diventa scudo per le ambizioni e gli egoismi dei peggiori, spesso di chi sino ad un attimo prima le aveva sparato addosso.

Non era certo necessaria la vicenda del parco delle Capanne per capirlo: tutta la storia umana segue questo schema. Ma la storia insegna anche un’altra cosa: che gli uomini passano, e le idee resistono. Forse c’è qualche speranza anche per la nostra. Qualcuno ha cominciato a capire che il parco può produrre delle alternative economiche e consentire al tempo stesso delle scelte sulla qualità della vita: e che la conoscenza, la valorizzazione e la difesa di questo territorio non possono essere demandate né alle istituzioni né al volontariato domenicale, lodevolissimo, per carità, dei militanti ecologici, né possono tradursi in una imbalsamazione museale del patrimonio naturalistico e storico, ma devono radicarsi invece in un rapporto quotidiano di necessità e di sopravvivenza, di simbiosi accrescitiva e di scambio tra uomo e ambiente. L’Idea a questo punto la sua parte l’ha fatta: sta a noi farla atterrare su un terreno più solido e pulito.

 

Segnali di fumo dal parco

di Paolo Repetto, da Contro n. 8/9, 1980

Dalla fine dell’agosto scorso i nostri polmoni possono contare su di un nuovo parco naturale, quello delle Capanne di Marcarolo. Intendiamoci, un parco provincialotto, un po’ sottotono rispetto ai dettami della cultura telefilmica su riserve, parchi e affini. Niente a che vedere con Yellowstone (quello dell’orso Yoghi) o col Kenia. Non ci sono i rangers con l’aereo né i loro aiutanti indiani o neri, e neppure i figli dei rangers col cane o con la foca intelligente. L’animale più feroce che vi è dato di incontrare è l’uomo, nelle sottospecie del bracconiere o del gitante maleducato; per il resto mucche, pecore, scoiattoli, ramarri e qualche cinghiale spaventato. È in realtà una striscia di terra esigua (circa 10000 ettari, un fronte di 10 chilometri per lato), che si è ristretta come un panno bagnato nei confronti del progetto iniziale, sotto una pioggia di critiche, di opposizioni e di manovre di disturbo di ogni genere.

Con tutto questo, rimane un angolino bello, pulito e tranquillo, dove vale la pena di camminare, respirare e guardarsi attorno. Purtroppo per il momento questo angolino è “parco” solo sulla carta, in quanto esiste giuridicamente ma non è dotato di alcuno strumento di salvaguardia o di valorizzazione. Nulla, anzi, potrebbe farne sospettare l’esistenza al pellegrino di passaggio che non fosse tra i lettori assidui del Bollettino Ufficiale della Regione Piemonte (la legge istitutiva è apparsa sul numero dell’11/9/1979).

Agli indigeni, comunque, anche a quelli non abbonati al bollettino regionale, è stato dato modo di accorgersi subito della sua istituzione: perché dopo una settimana i boschi hanno cominciato a bruciare, ad intervalli regolari, come in ogni parco che si rispetti, e in ciò almeno il nostro è all’altezza di quelli dei telefilm (con la differenza che là l’incendiario inciampa, si sloga una caviglia e se non arrivassero il cane e il figlio del ranger farebbe la fine del sorcio, così che lo portano via mezzo abbrustolito, mentre qui non accade, e non lo vede mai nessuno, e dopo una settimana ricomincia tale e quale).

La regolare combustione del nostro parco è alimentata da un ampio consesso di malevolenze. Vi ha senza dubbio la sua parte una componente di negligenza e di antipatia diffusa in tutto il paese nei confronti dei pubblici beni, tanto più se sono naturali. Ma il parco di Marcarolo di antipatie se ne è create parecchie anche per conto proprio, “personali”. E forse vale la pena di ripercorrerne a grandi linee la storia, per capire cosa brucia dietro questi incendi, e per trarne qualche considerazione.

Il progetto di attuare un parco appenninico aveva già trovato voce in seno alla prima amministrazione regionale, democristiana. Esso era inserito in un più vasto piano di “sistemazione” del territorio regionale, che prevedeva anche altre quattro aree di salvaguardia strategicamente dislocate in Piemonte. Il parco non è nato quindi in risposta a specifiche istanze locali, ad una particolare sensibilità ecologica o a scelte di sviluppo alternativo della popolazione: è piuttosto il frutto di una volontà politica di vertice. Ora, da queste parti è un po’ difficile credere ad una qualsiasi volontà politica democristiana finalizzata al bene collettivo. Una rapida occhiata in giro, a quello che tale volontà ci ha combinato in trenta e passa anni, porta a concludere che essa è al di sopra di ogni sospetto, non le è dato indirizzarsi al bene neanche per sbaglio. Viene quindi spontaneo domandarsi a cosa diavolo mirasse questa pianificazione (i più malevoli pensano a selvagge lottizzazioni nelle adiacenze del parco, o addirittura, stanti le voci che circolavano insistentemente, a raffinerie e a strutture retroportuali sloggiate dall’hinterland genovese, col parco a fare da contrappeso e a chiudere la bocca ai più riottosi) e ringraziare il cielo che non abbia avuto modo di “sistemare” ulteriormente il territorio, e noi con esso.

Il passaggio delle consegne amministrative regionali non affossa il progetto del parco: la giunta di sinistra lo fa proprio e lo rilancia, impegnandosi anche seriamente in vista di una concreta realizzazione. Questa volta è concesso sperare in una volontà politica meno sospetta ed ambigua: ma bisogna per contro rilevare una notevole mancanza di tatto. Arrivano infatti i funzionari regionali e annunciano: qui faremo un parco. I limitrofi, che già sentivano puzzo di raffineria, sono sollevati; meno tranquilli appaiono invece ii residenti nel territorio destinato al vincolo. Cristo, dicono, è una fregatura. Questi residenti, beati loro, sono poco appassionati di telefilm, e quindi la parola parco non evoca per essi automaticamente immagini di rangers o di foche intelligenti, ma suscita piuttosto il timore di avere tra i piedi degli esperti che non distinguono un salice da un abete e che spiegano come e quando e dove si deve tagliare la legna, o pascolare la mucca. Anzi, probabilmente non hanno neppure atteso di sapere cosa si volesse “fare” per pronunciarsi in proposito. Potevano dir loro facciamo un aeroporto, un bordello, una scuola per palombari, e la reazione sarebbe stata la stessa. Il fatto è che se vedono pochi telefilm hanno in compenso fatta tanta, troppa esperienza di interventi governativi, regionali, provinciali, mercato comunitari ecc…, e questa esperienza li ha indotti subito a pensare, per riflesso condizionato, alla fregatura.

I problemi maggiori non sono venuti però dai residenti. C’è voluto un po’ di tempo per superare la loro giustificata diffidenza e per spiegare i vantaggi connessi alla “sistemazione”, ma oggi il buon senso sembra avere prevalso. Chi invece non l’ha digerita proprio sono coloro che nella zona non vivono, ma vi coltivano interessi di grosso calibro, assolutamente inconciliabili con i vincoli di tutela di un parco. I proprietari di riserve venatorie, ad esempio, o le società “milanesi” (qui tutte le società fantasma e i soldi investiti in operazioni di cui a prima vista riesce difficile scorgere i vantaggi finiscono per essere “milanesi”, salvo poi rivelarsi molto meno esotiche) che hanno fatto incetta di cascinali abbandonati all’epoca della grande fuga verso la città, avendo in mente tanti bei “villaggi” (piscina, tennis, villette plurigemellari con fazzoletto di giardino all’inglese per i bisogni del cane). O i grossi speculatori immobiliari attratti dall’arrivo dell’autostrada, che fa dell’ovadese il polmone di Genova, e dalle prospettive di un arretramento trans-appenninico delle strutture inquinanti del genovese.

A tutti costoro la prospettiva del parco ha provocato un mezzo infarto, ed è comprensibile che appena ripreso fiato abbiano cominciato ad agitarsi, a brigare, ad aggrapparsi a destra e a sinistra per scongiurarla. Bisogna riconoscere che sono stati in grado di strumentalizzare sapientemente le perplessità dei residenti, fatti oggetto di una straordinaria campagna di “solidarietà “, e l’egoismo al solito ottuso dei cacciatori, facendo così muovere in prima linea una “opposizione popolare” che per una giunta di sinistra non poteva non costituire un grave problema.

La stessa giunta, dal canto suo, è riuscita a complicare ulteriormente la faccenda muovendosi in maniera un po’ confusa ed intempestiva. Ha infatti affidato alla Comunità Montana Alta Val Lemme e Alto Ovadese (i cui comuni sono in gran parte interessati territorialmente al Parco) il compito di preparare il terreno presso la popolazione, di informare, di sondare e di redigere infine un regolamento del parco che, basandosi sullo schema delle norme istitutive vigenti a livello nazionale, tenesse in considerazione le esigenze specifiche della zona e i problemi dei suoi abitanti: e questa sarebbe stata la soluzione ottimale, se all’interno di tale organismo esistesse un’unanime compattezza di intenti. Purtroppo la realtà è diversa, e la Comunità Montana finisce per riprodurre in miniatura gli stessi scontri politici e di interesse presenti a tutti gli altri livelli. Si sono così moltiplicati in seno alla commissione per il parco gli incontri, gli scontri e i ripensamenti, mentre all’opera di persuasione esterna si affiancava una neanche troppo sotterranea propaganda in direzione opposta. Soltanto dopo più di un anno tutta questa attività ha cominciato a dare frutti positivi. Sennonché, al momento in cui gli esausti rappresentanti della C.M. si accingono a tirare le somme e a presentare alla Regione una bozza di normativa vincolistica, ti arriva da Torino la comunicazione che la legge istitutiva è già stata varata, che alla Regione si sono spazientiti ed hanno deciso di darci un taglio.

Col risultato che il giorno in cui si dà inizio alla palinatura di delimitazione la Regione si trova isolata, ed hanno buon gioco le truppe dei cacciatori e dei residenti incazzati che spianano le paline, sotto l’occhio compiaciuto della tivù privata locale; mentre gli esterrefatti rappresentanti della Comunità Montana, con un diavolo per capello, mandano in mona regione e tutto il resto. In pratica è tutto da rifare. La regione deve prorogare l’entrata in vigore della legge istitutiva, subordinandola nuovamente alla revisione della C.M., soprassedere alla delimitazione dei confini del Parco, ecc… Il tutto fino a quest’anno, quando, come si è visto, bene o male la legge passa. E i boschi cominciano a bruciare.

Questi i fatti. Ora, in margine alla vicenda e in attesa di vedere se con l’arrivo della primavera si ricomincerà a sentire odore di fumo, alcune brevi considerazioni.

Un parco è, etimologicamente, una zona di rispetto, di salvaguardia. La sua stessa esistenza costituisce di per sé una denuncia: se deve essere creata una zona di rispetto ‚ perché il rispetto non esiste a livello di coscienza collettiva. Il concetto di parco non è quindi intrinsecamente positivo: esso nasce dal presupposto che il rapporto quotidiano e normale con la natura sia per forza di cose improntato allo stravolgimento e alla distruzione, e che non esistano alternative di reale simbiosi, ma soltanto esigenze di riequilibrio e di compensazione. La creazione di oasi strategiche, conservate sotto vetro e artificiosamente riservate alla “contemplazione”, risponde perfettamente alla logica del capitale, quella stessa cui fanno capo le divisioni lavoro – tempo libero, zona residenziale – zona industriale ecc… I parchi, il verde pubblico, l’urbanistica “a misura d’uomo”, non sono che uno dei tanti volti nuovi di un capitale che all’uomo ha preso appunto le misure, come un becchino, per chiuderlo in una cassa climatizzata, o come un sarto, per cucirglisi addosso come una seconda pelle. Fanno parte di una immensa ragnatela di assistenza-dipendenza che progressivamente ci avviluppa, sempre più elastica, sempre più trasparente, sempre più impermeabile, come un preservativo. Dalle mutue al sistema pensionistico, dagli asili agli ospizi per i vecchi, dalla televisione all’auto, alla scuola, alla droga, tutto diventa secrezione del capitale, filamento appiccicoso dal quale è sempre meno facile districarsi.

Su queste cose è urgente aprire gli occhi, lasciando perdere le religiose reverenze. Tra le due pulsioni di fondo entro cui si muove, quella dello sfruttamento incondizionato e selvaggio e quello della propria sopravvivenza e perpetuazione (anche qui Eros e Thanatos si confondono e si contrappongono) il capitale ha ormai privilegiata decisamente quest’ultima. Razionalizzandosi mira a garantirsi da un lato contro l’esasperazione dei soggetti, dall’altro contro il suo stesso impulso alla fagocitazione distruttiva di ogni risorsa, umana e naturale. Un parco, e con esso tutta la promozione ecologica degli ultimi tempi, entra a far parte automaticamente di questo disegno. Di ciò occorre essere coscienti, proprio mentre ci si muove a loro sostegno: sono concessioni, non conquiste. Quindi vanno accettate, anzi promosse e difese: ma solo nell’ottica di trasformarle in un reale possesso e in un trampolino per ben altre mete. Brecht avrebbe detto: beati i popoli che non hanno bisogno di parchi.