Segnali di fumo dal parco

di Paolo Repetto, da Contro n. 8/9, 1980

Dalla fine dell’agosto scorso i nostri polmoni possono contare su di un nuovo parco naturale, quello delle Capanne di Marcarolo. Intendiamoci, un parco provincialotto, un po’ sottotono rispetto ai dettami della cultura telefilmica su riserve, parchi e affini. Niente a che vedere con Yellowstone (quello dell’orso Yoghi) o col Kenia. Non ci sono i rangers con l’aereo né i loro aiutanti indiani o neri, e neppure i figli dei rangers col cane o con la foca intelligente. L’animale più feroce che vi è dato di incontrare è l’uomo, nelle sottospecie del bracconiere o del gitante maleducato; per il resto mucche, pecore, scoiattoli, ramarri e qualche cinghiale spaventato. È in realtà una striscia di terra esigua (circa 10000 ettari, un fronte di 10 chilometri per lato), che si è ristretta come un panno bagnato nei confronti del progetto iniziale, sotto una pioggia di critiche, di opposizioni e di manovre di disturbo di ogni genere.

Con tutto questo, rimane un angolino bello, pulito e tranquillo, dove vale la pena di camminare, respirare e guardarsi attorno. Purtroppo per il momento questo angolino è “parco” solo sulla carta, in quanto esiste giuridicamente ma non è dotato di alcuno strumento di salvaguardia o di valorizzazione. Nulla, anzi, potrebbe farne sospettare l’esistenza al pellegrino di passaggio che non fosse tra i lettori assidui del Bollettino Ufficiale della Regione Piemonte (la legge istitutiva è apparsa sul numero dell’11/9/1979).

Agli indigeni, comunque, anche a quelli non abbonati al bollettino regionale, è stato dato modo di accorgersi subito della sua istituzione: perché dopo una settimana i boschi hanno cominciato a bruciare, ad intervalli regolari, come in ogni parco che si rispetti, e in ciò almeno il nostro è all’altezza di quelli dei telefilm (con la differenza che là l’incendiario inciampa, si sloga una caviglia e se non arrivassero il cane e il figlio del ranger farebbe la fine del sorcio, così che lo portano via mezzo abbrustolito, mentre qui non accade, e non lo vede mai nessuno, e dopo una settimana ricomincia tale e quale).

La regolare combustione del nostro parco è alimentata da un ampio consesso di malevolenze. Vi ha senza dubbio la sua parte una componente di negligenza e di antipatia diffusa in tutto il paese nei confronti dei pubblici beni, tanto più se sono naturali. Ma il parco di Marcarolo di antipatie se ne è create parecchie anche per conto proprio, “personali”. E forse vale la pena di ripercorrerne a grandi linee la storia, per capire cosa brucia dietro questi incendi, e per trarne qualche considerazione.

Il progetto di attuare un parco appenninico aveva già trovato voce in seno alla prima amministrazione regionale, democristiana. Esso era inserito in un più vasto piano di “sistemazione” del territorio regionale, che prevedeva anche altre quattro aree di salvaguardia strategicamente dislocate in Piemonte. Il parco non è nato quindi in risposta a specifiche istanze locali, ad una particolare sensibilità ecologica o a scelte di sviluppo alternativo della popolazione: è piuttosto il frutto di una volontà politica di vertice. Ora, da queste parti è un po’ difficile credere ad una qualsiasi volontà politica democristiana finalizzata al bene collettivo. Una rapida occhiata in giro, a quello che tale volontà ci ha combinato in trenta e passa anni, porta a concludere che essa è al di sopra di ogni sospetto, non le è dato indirizzarsi al bene neanche per sbaglio. Viene quindi spontaneo domandarsi a cosa diavolo mirasse questa pianificazione (i più malevoli pensano a selvagge lottizzazioni nelle adiacenze del parco, o addirittura, stanti le voci che circolavano insistentemente, a raffinerie e a strutture retroportuali sloggiate dall’hinterland genovese, col parco a fare da contrappeso e a chiudere la bocca ai più riottosi) e ringraziare il cielo che non abbia avuto modo di “sistemare” ulteriormente il territorio, e noi con esso.

Il passaggio delle consegne amministrative regionali non affossa il progetto del parco: la giunta di sinistra lo fa proprio e lo rilancia, impegnandosi anche seriamente in vista di una concreta realizzazione. Questa volta è concesso sperare in una volontà politica meno sospetta ed ambigua: ma bisogna per contro rilevare una notevole mancanza di tatto. Arrivano infatti i funzionari regionali e annunciano: qui faremo un parco. I limitrofi, che già sentivano puzzo di raffineria, sono sollevati; meno tranquilli appaiono invece ii residenti nel territorio destinato al vincolo. Cristo, dicono, è una fregatura. Questi residenti, beati loro, sono poco appassionati di telefilm, e quindi la parola parco non evoca per essi automaticamente immagini di rangers o di foche intelligenti, ma suscita piuttosto il timore di avere tra i piedi degli esperti che non distinguono un salice da un abete e che spiegano come e quando e dove si deve tagliare la legna, o pascolare la mucca. Anzi, probabilmente non hanno neppure atteso di sapere cosa si volesse “fare” per pronunciarsi in proposito. Potevano dir loro facciamo un aeroporto, un bordello, una scuola per palombari, e la reazione sarebbe stata la stessa. Il fatto è che se vedono pochi telefilm hanno in compenso fatta tanta, troppa esperienza di interventi governativi, regionali, provinciali, mercato comunitari ecc…, e questa esperienza li ha indotti subito a pensare, per riflesso condizionato, alla fregatura.

I problemi maggiori non sono venuti però dai residenti. C’è voluto un po’ di tempo per superare la loro giustificata diffidenza e per spiegare i vantaggi connessi alla “sistemazione”, ma oggi il buon senso sembra avere prevalso. Chi invece non l’ha digerita proprio sono coloro che nella zona non vivono, ma vi coltivano interessi di grosso calibro, assolutamente inconciliabili con i vincoli di tutela di un parco. I proprietari di riserve venatorie, ad esempio, o le società “milanesi” (qui tutte le società fantasma e i soldi investiti in operazioni di cui a prima vista riesce difficile scorgere i vantaggi finiscono per essere “milanesi”, salvo poi rivelarsi molto meno esotiche) che hanno fatto incetta di cascinali abbandonati all’epoca della grande fuga verso la città, avendo in mente tanti bei “villaggi” (piscina, tennis, villette plurigemellari con fazzoletto di giardino all’inglese per i bisogni del cane). O i grossi speculatori immobiliari attratti dall’arrivo dell’autostrada, che fa dell’ovadese il polmone di Genova, e dalle prospettive di un arretramento trans-appenninico delle strutture inquinanti del genovese.

A tutti costoro la prospettiva del parco ha provocato un mezzo infarto, ed è comprensibile che appena ripreso fiato abbiano cominciato ad agitarsi, a brigare, ad aggrapparsi a destra e a sinistra per scongiurarla. Bisogna riconoscere che sono stati in grado di strumentalizzare sapientemente le perplessità dei residenti, fatti oggetto di una straordinaria campagna di “solidarietà “, e l’egoismo al solito ottuso dei cacciatori, facendo così muovere in prima linea una “opposizione popolare” che per una giunta di sinistra non poteva non costituire un grave problema.

La stessa giunta, dal canto suo, è riuscita a complicare ulteriormente la faccenda muovendosi in maniera un po’ confusa ed intempestiva. Ha infatti affidato alla Comunità Montana Alta Val Lemme e Alto Ovadese (i cui comuni sono in gran parte interessati territorialmente al Parco) il compito di preparare il terreno presso la popolazione, di informare, di sondare e di redigere infine un regolamento del parco che, basandosi sullo schema delle norme istitutive vigenti a livello nazionale, tenesse in considerazione le esigenze specifiche della zona e i problemi dei suoi abitanti: e questa sarebbe stata la soluzione ottimale, se all’interno di tale organismo esistesse un’unanime compattezza di intenti. Purtroppo la realtà è diversa, e la Comunità Montana finisce per riprodurre in miniatura gli stessi scontri politici e di interesse presenti a tutti gli altri livelli. Si sono così moltiplicati in seno alla commissione per il parco gli incontri, gli scontri e i ripensamenti, mentre all’opera di persuasione esterna si affiancava una neanche troppo sotterranea propaganda in direzione opposta. Soltanto dopo più di un anno tutta questa attività ha cominciato a dare frutti positivi. Sennonché, al momento in cui gli esausti rappresentanti della C.M. si accingono a tirare le somme e a presentare alla Regione una bozza di normativa vincolistica, ti arriva da Torino la comunicazione che la legge istitutiva è già stata varata, che alla Regione si sono spazientiti ed hanno deciso di darci un taglio.

Col risultato che il giorno in cui si dà inizio alla palinatura di delimitazione la Regione si trova isolata, ed hanno buon gioco le truppe dei cacciatori e dei residenti incazzati che spianano le paline, sotto l’occhio compiaciuto della tivù privata locale; mentre gli esterrefatti rappresentanti della Comunità Montana, con un diavolo per capello, mandano in mona regione e tutto il resto. In pratica è tutto da rifare. La regione deve prorogare l’entrata in vigore della legge istitutiva, subordinandola nuovamente alla revisione della C.M., soprassedere alla delimitazione dei confini del Parco, ecc… Il tutto fino a quest’anno, quando, come si è visto, bene o male la legge passa. E i boschi cominciano a bruciare.

Questi i fatti. Ora, in margine alla vicenda e in attesa di vedere se con l’arrivo della primavera si ricomincerà a sentire odore di fumo, alcune brevi considerazioni.

Un parco è, etimologicamente, una zona di rispetto, di salvaguardia. La sua stessa esistenza costituisce di per sé una denuncia: se deve essere creata una zona di rispetto ‚ perché il rispetto non esiste a livello di coscienza collettiva. Il concetto di parco non è quindi intrinsecamente positivo: esso nasce dal presupposto che il rapporto quotidiano e normale con la natura sia per forza di cose improntato allo stravolgimento e alla distruzione, e che non esistano alternative di reale simbiosi, ma soltanto esigenze di riequilibrio e di compensazione. La creazione di oasi strategiche, conservate sotto vetro e artificiosamente riservate alla “contemplazione”, risponde perfettamente alla logica del capitale, quella stessa cui fanno capo le divisioni lavoro – tempo libero, zona residenziale – zona industriale ecc… I parchi, il verde pubblico, l’urbanistica “a misura d’uomo”, non sono che uno dei tanti volti nuovi di un capitale che all’uomo ha preso appunto le misure, come un becchino, per chiuderlo in una cassa climatizzata, o come un sarto, per cucirglisi addosso come una seconda pelle. Fanno parte di una immensa ragnatela di assistenza-dipendenza che progressivamente ci avviluppa, sempre più elastica, sempre più trasparente, sempre più impermeabile, come un preservativo. Dalle mutue al sistema pensionistico, dagli asili agli ospizi per i vecchi, dalla televisione all’auto, alla scuola, alla droga, tutto diventa secrezione del capitale, filamento appiccicoso dal quale è sempre meno facile districarsi.

Su queste cose è urgente aprire gli occhi, lasciando perdere le religiose reverenze. Tra le due pulsioni di fondo entro cui si muove, quella dello sfruttamento incondizionato e selvaggio e quello della propria sopravvivenza e perpetuazione (anche qui Eros e Thanatos si confondono e si contrappongono) il capitale ha ormai privilegiata decisamente quest’ultima. Razionalizzandosi mira a garantirsi da un lato contro l’esasperazione dei soggetti, dall’altro contro il suo stesso impulso alla fagocitazione distruttiva di ogni risorsa, umana e naturale. Un parco, e con esso tutta la promozione ecologica degli ultimi tempi, entra a far parte automaticamente di questo disegno. Di ciò occorre essere coscienti, proprio mentre ci si muove a loro sostegno: sono concessioni, non conquiste. Quindi vanno accettate, anzi promosse e difese: ma solo nell’ottica di trasformarle in un reale possesso e in un trampolino per ben altre mete. Brecht avrebbe detto: beati i popoli che non hanno bisogno di parchi.

 

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