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Essenziali attributi per consiglieri di libri

di Fabrizio Rinaldi, 25 gennaio 2020

A chi sfida una qualunque platea pubblica (metropolitana, sala d’aspetto o parco pubblico che sia) col semplice gesto di aprire un libro e leggere, sarà capitato di sentirsi dire: Hai un libro da consigliarmi? Quando leggi? perché io non ho tempo per farlo. Magari il rompiscatole nel frattempo smanetta sul cellulare, gli occhi incollati allo schermo per giocare, vedere un filmato o “socializzare” con gente con cui, nella realtà, probabilmente non avrebbe voglia di bere nemmeno un caffè.

Le distrazioni mediatiche non sono lì per caso: hanno lo scopo preciso di impedire l’elaborazione di un qualunque pensiero che non sia connesso ai messaggi commerciali. Quindi chi legge sulle pagine di un libro anziché sullo schermo di uno smartphone crea disarmonia nel quadro. Suscita curiosità e inquieta anche un po’.

Ma il libro è anch’esso soggetto a leggi di mercato, le stesse che valgono per qualsiasi altra mercanzia. E queste leggi prevedono un acquisto, ovvero un esborso, non sempre (quasi mai) proporzionale al valore dei contenuti. Il problema vero nasce però dopo: se hai acquistato un libro si suppone che abbia anche desiderio di leggerlo (a meno di essere un bibliomane feticista). Ma per leggerlo è necessario dedicargli una buona disponibilità di tempo: e qui la cosa si complica, perché a differenza del lavativo qui di fianco, seduto sulla panchina col libro in mano, la gran parte dei potenziali lettori quel tempo ritengono di non averlo.

Quindi accade che in molti casi ci si limiti all’acquisto del volume desiderato, rimandandone la lettura a tempi meno zeppi di impegni, magari ad una vecchiaia da trascorrersi in panciolle, sulla sdraio. Dimenticando, o fingendo di ignorare, che il fiato del lavoro ci rimarrà sul collo fino alla fine dei nostri giorni.

Abbiamo così individuato due diverse modalità di rapporto col libro: quella del lettore e quella del compratore, che non sempre coincidono.

Le richieste di consigli di lettura rientrano nella ritualità del compratore di libri, piuttosto che in quella del lettore: si demanda infatti ad altri la scelta (sempre perché non ho tempo per sceglierli io), contando sul fatto che i testi vengano suggeriti tenendo conto delle predilezioni del richiedente. Cosa che, in realtà, difficilmente accade.

Di fronte ad una situazione del genere è difficile immaginare un ruolo per il “facilitatore di letture”. È una attività decisamente anacronistica, specie in un paese in cui leggere un quotidiano o un libro è ritenuta dai più una perdita di tempo, o un obbligo cui sottostare di malavoglia solo in età scolastica.

Una volta invece questo ruolo era importante. I primi suggeritori di letture erano naturalmente gli insegnanti e i genitori, quando andava bene (spesso no), ma poi quello più autorevole diventava il libraio di fiducia, che conoscendo i gusti e le aspettative dei suoi clienti li indirizzava verso le cose “giuste”.

Oggi, per la fauna in estinzione che prova ancora il desiderio di leggere, questo ruolo se l’è assunto Amazon. Il nostro profilo è tracciato e costantemente aggiornato nei suoi archivi digitali in funzione degli acquisti che abbiamo fatto o dei volumi che abbiamo memorizzato nei “desiderati”, e consente al famigerato algoritmo di anticipare i nostri desideri e proporre tutto ciò che potrebbe suscitare il nostro interesse.

L’unico, illusorio margine di autonomia che conserviamo è quello di visionare le recensioni scritte da altri lettori sulle riviste specializzate, su Anobii, su Amazon stesso o su siti ritenuti “intelligenti”. Sono questi i nuovi “consiglieri di libri”. Hanno assunto il ruolo che un tempo era degli amici, dei librai o degli insegnanti. Il problema è che lì troviamo per lo più delle conferme alle nostre ipotesi d’acquisto, perché anche le recensioni hanno la funzione di indurci a comprare quel libro.

È dunque necessario riabilitare la professione (gratuita e in declino) del “consigliere di libri”, la si eserciti a voce o tramite bit. E possiamo provare a farlo individuando alcune competenze e stabilendo alcune regole per un corretto esercizio.

  • Va innanzitutto tenuto presente che all’aspirante lettore, in realtà, interessa soprattutto conoscere i contenuti del libro indicato. Alla fine, probabilmente il libro non lo leggerà neppure (i consigli sono richiesti, ma difficilmente sono seguiti). È comunque opportuno saperlo presentare bene, non tanto per lo scopo che si potrebbe ottenere, ma per il semplice gusto di farlo.
  • È sempre bene suggerire i classici, tanto non li legge più nessuno. Quelli che millantano di averlo fatto, di norma si sono limitati a leggerne la trama su Wikipedia. Consigliare i libri del momento invece non è saggio: in genere il lettore che chiede suggerimenti ne sa più del consigliere, perché ha già spulciato sul web le varie recensioni (perlopiù lusinghiere).
  • Allo stesso modo, al lettore molto informato su un argomento o su un genere letterario non ha senso raccomandare testi che probabilmente conosce già. Invece è opportuno suggerirgli letture che si situino fuori dai suoi orizzonti ordinari e gliene facciano intravvedere di nuovi. È un azzardo, ma può anche creare la fama di suggeritore leggendario. E comunque, un risultato lo si ottiene: se il richiedente storce il naso ci si libera di uno scocciatore che impedisce a noi di leggere.
  • Sarà magari scorretto tranciare giudizi su ciò che legge chi chiede consiglio, ma visto che il parere – per lo più – è preteso, gratuito e alla fine non accolto, ci si può permettere di stroncare tutto ciò che consideriamo spazzatura. È anzi più che mai lecito in questo caso proporre testi che cozzano totalmente con le abitudini di lettura del richiedente: ad uno che legge Volo, consiglia Byron (magari scorgerà la luce).
  • Qualora il consigliato rimanga deluso, si deve perseverare nel parere proposto. Ai suoi fendenti di disapprovazione, è necessario rispondere con un tocco di ironia sulle lecite differenze di opinioni.
  • Come fa il medico, per esercitare la professione di suggeritore è necessario aggiornarsi continuamente: quindi leggere, leggere, leggere. Non ci sono scorciatoie. È l’unico modo per mantenere accesa la fiamma della curiosità letteraria (e non solo quella). Il paziente deve assimilare, quasi per osmosi, dalle parole del facilitatore non soltanto le coordinate del libro, ma anche l’emozione che s’è provata nel leggerlo. Anche se poi, come ogni buon malato, non seguirà le prescrizioni.
  • La responsabilità di un consigliere è grande: deve indicare la direzione di marcia verso un paradiso, letterario o utopistico che sia. Non può tradire la fiducia che gli è accordata, millantando saperi che non possiede, pena essere smascherato appena il richiedente pone delle domande intelligenti. Quindi, deve aver letto i libri che propone (sembra ovvio, ma lo è meno di quanto si creda).
  • È bene che il consigliere di percorsi letterari accetti a sua volta consigli da altri. Scendere ogni tanto dal piedistallo della conoscenza e mettersi nei panni del richiedente aiuta a conoscere altri percorsi letterari, magari inesplorati.
  • È consentito rifilare anche libri che non si sono apprezzati appieno, ma dei quali si percepiscono le possibili compatibilità col richiedente. È stuzzicante pensare che forse altri potranno gradirli. Capita un po’ come per alcune donne verso le quali si prova una rasserenante consolazione sapere che qualcun altro le possa amare.
  • L’ego smisurato del consigliere di libri a volte fraintende gli intenti di chi gli rivolge la parola, magari solo per attaccar bottone … I saputelli propinano subito un tomo sulla semiotica di Eco, quando – magari – la fanciulla cercava un approfondimento tangibile sul Kamasutra (forse questo è il sogno segreto di ogni consigliere maschio).
  • La donazione dei consigli di lettura non è vincolata a luoghi o situazioni deputati: poco importa se avviene durante una cena fra amici o attraverso un video su Youtube. L’importante è che assuma un carattere di esclusività e di originalità. Il gran maestro dei consiglieri di libri è colui che riesce a rendere la Bibbia accattivante per i suoi contenuti originali.
  • Scrivere è, oggi più che mai, un’operazione commerciale. La responsabilità della pubblicazione di cose dozzinali è da ripartire equamente tra chi scrive da cane e l’editore che gli dà voce. Ma anche chi questi testi poi li suggerisce è da denunciare per reati contro l’intelligenza. La vendetta del lettore deluso si abbatterà su questo impostore. Ma intanto ne va della credibilità dei tanti consiglieri onesti …

 

In sintesi: fare il promoter di letture intelligenti è un mestiere tutt’altro che remunerativo, che presuppone tuttavia molta responsabilità e coscienza. Tutte cose che qualificano chi continua a svolgere questo ruolo come un dotto o come un fesso, a seconda dell’ottica nella quale lo si inquadra. E tuttavia, non è un’attività ormai del tutto priva di senso.

Continuano ad essere ancora molti coloro che non trovano in alcun videogioco o film, sui social o nell’intrattenimento virtuale, quello stimolo ad un dialogo silenzioso e intimo che l’oggetto libro è invece ancora in grado di suscitare. Per incoraggiarli ci sarà sempre bisogno di qualcuno che li guidi in mezzo alle nebbie. Qualcuno che offra, lungo la strada, il ristoro di un Punto di vista.

 

Bugiardini digitali (eBook)

di Marco Moraschi, 20 maggio 2019

Gli EULA (End-User License Agreement) sono indubbiamente i bugiardini del terzo millennio. Come per i medicinali, infatti, questi contratti digitali accorrono in aiuto ai software che assumiamo con fede ogni giorno, sperando che ci aiutino a fare le cose meglio, guarendoci dalla fretta del vivere. E come i bugiardini, sono spesso chilometrici e pieni di controindicazioni, per cui ne saltiamo a piè pari la lettura convinti che essere ignari del loro contenuto ci renda più liberi nel loro utilizzo e certamente più sereni, un po’ come recita quella vecchia massima “Ho letto che bere fa male. Ho smesso di leggere”.

Leggere nel dettaglio un contratto di licenza per i software e i servizi digitali che usiamo ogni giorno può però essere sorprendente, oltre che incredibilmente noioso, e renderci più consapevoli circa le condizioni che regolano il nostro rapporto tra la società che ci fornisce il servizio e il servizio stesso. Di recente l’ho fatto per le condizioni di utilizzo del Kindle, il lettore per gli eBook di Amazon, dopo essere stato ravvisato da un amico (digitale anche lui) circa una “condizione di utilizzo” che vado qui a riportare. La premessa sensata, a dire il vero non così troppo nell’era del digitale, ci arriviamo, sarebbe quella che se compro un libro digitale questo mi appartiene alla stregua di uno cartaceo, come chiaramente suggerito dal pulsante con la scritta: “Acquista adesso con 1-Click”. Al di là dello svilimento che subisce l’acquisto di un bene senza più alcun contatto umano e senza alcuno sforzo (ne parleremo magari in una prossima puntata), cosa significa comprare un bene digitale? Secondo Amazon “Con il download del Contenuto Digitale e con il pagamento dei relativi costi (comprese le tasse applicabili), il Fornitore di Contenuti vi concede il diritto non esclusivo di visualizzare e usare il Contenuto Digitale per un illimitato numero di volte. […] Salvo che sia diversamente specificato, il Contenuto Digitale vi viene concesso in licenza d’uso e non è venduto dal Fornitore di Contenuti”. In altre parole, nonostante l’evidente bottone rosso sopra segnalato mi suggerisca che sto acquistando il libro, nella realtà dei fatti lo sto in realtà prendendo a prestito per un tempo indefinito, essendomi concesso in licenza di leggerlo un numero illimitato di volte. Sembrerebbe quasi la stessa cosa, ma a questo punto si entra di diritto nell’annoso dibattito tra sostenitori dei libri digitali vs libri cartacei. Sorge quindi spontanea la domanda: e se Amazon chiude? E se da un giorno all’altro Amazon decide di uscire dal mercato dei libri digitali? E se…? E la risposta ancora una volta è che: “Potremo modificare, sospendere o interrompere il Servizio, in tutto o in parte, aggiungendo o rimuovendo del Contenuto di Abbonamento al Servizio, in qualsiasi momento. Potremo modificare i termini del presente Contratto a nostra discrezione pubblicando i nuovi termini sul sito Amazon.it”. Costruendo quindi una ricca libreria di libri digitali (si fa per dire) il rischio è quello di trovarsi in futuro a vederla bruciare dall’oggi al domani senza alcuna possibilità di replica. Ma la questione naturalmente non si esaurisce qui, dal momento che non solo non sto comprando il libro, non solo Amazon può togliermi i miei libri quando e come vuole, sed etiam “non potete vendere, dare in noleggio o affitto, distribuire, divulgare, concedere in sublicenza o altrimenti trasferire qualsiasi diritto relativo al Contenuto Digitale o qualsiasi parte dello stesso a terzi, e non potete togliere o modificare alcuna informazione o etichetta circa la proprietà riportata sul Contenuto Digitale. Inoltre, non potete bypassare, modificare, annullare o eludere i dispositivi di sicurezza che proteggono il Contenuto Digitale.” Quindi, mentre un libro cartaceo posso venderlo, prestarlo a un amico, a un cugino, o regalarlo a una biblioteca se non mi serve più, per il beneficio di qualcun altro, il libro digitale rimane una schiera di bit concessa in licenza per il mio solo utilizzo, schiera di bit costantemente a rischio di essere sovrascritta dalle controindicazioni sul bugiardino. A questo punto la domanda si trasforma e diventa: ma allora, un eBook è sempre un libro oppure no? In effetti la risposta è meno sorprendente di quanto possa sembrare (o forse di più, dipende da voi): no, un eBook non è un libro. Distinzione peraltro in accordo con le leggi fino a poco tempo fa, in quanto in materia di tassazione solo ai libri cartacei era riconosciuta l’IVA agevolata al 4%, di cui non beneficiavano gli eBook; segno che, evidentemente, un eBook non aveva i requisiti per essere considerato un libro, opinione che lo Stato italiano ha cambiato nel 2015 applicando l’IVA agevolata anche ai “libri” digitali.

L’era del digitale sembra quindi spingerci sempre di più verso una sorta di “comunismo privato”, in cui non ci appartiene più nulla, ma tutto è preso a prestito da grandi entità societarie, da Amazon a Netflix, a fronte di un canone mensile, settimanale, una tantum, da pagare in soldi veri e avendo cura di non leggere il bugiardino. Car sharing, musica e film in streaming, libri digitali, è finita l’era del possesso, si attendono a breve case in streaming, cibo olografico e carta igienica digitale. Meglio o peggio? Come al solito, ai posteri l’ardua sentenza.

Link: https://www.amazon.it/gp/help/customer/display.html?nodeId=201014950


Avvisi di fermata

di Paolo Repetto, 12 marzo 2019

Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.
GIORGIO CAPRONI

Ultimamente i messaggi che mi chiamano a riflettere sulla morte si sono moltiplicati. Ce ne sono di espliciti, direttamente inviati dal mio fisico e, sia pure con encomiabile tatto, dalle ditte di onoranze funebri: di sottintesi, come gli appelli dell’AIDO per la donazione di organi e della chiesa per altri tipi di donazione; oppure di minacciosi, testardamente recapitati porta a porta dai Testimoni di Geova. Ma non è di questi che voglio parlare. Mi riferisco invece a segnali che non sembrano specificamente mirati e che non nascondono secondi fini.

Questi ultimi mi hanno colpito per la loro successione ravvicinata e perché provenienti da fonti inattese: e non credo si tratti solo di un acuirsi della mia sensibilità, dovuto al fisiologico approssimarsi del gran giorno. In realtà io alla morte non ci penso granché, e il tema non ricorre spesso nemmeno nei discorsi dei miei coetanei. Al più vi si accenna in occasione della scomparsa di un amico, ma almeno in apparenza senza particolari inquietudini. Può darsi si tratti di una strategia per esorcizzare la paura, ma sinceramente mi sembra altro: mi sembra quasi indifferenza.

Sul perché adesso l’argomento torni così insistentemente, e tirato in ballo da gente molto più giovane di me, che quando pensa al futuro ha qualche opzione in più rispetto all’inumazione o alla cremazione, non ho spiegazioni plausibili. Forse è l’inconscia risposta al nuovo governo, o ai cambiamenti climatici, oppure è l’effetto dei social-media che comincia a farsi sentire: sta di fatto che i segnali ci sono.

Qualche avvisaglia l’ho avuta tempo fa da un divertente e spero prematuro necrologio dedicatomi da Fabrizio (Una dose di pensiero divergente, pubblicato sul sito il 30 aprile 2018). Fabri vede la mia anima aleggiare attorno al Capanno anche dopo la mia scomparsa, e la cosa mi piace molto. È un po’ come leggere il proprio nominativo sui manifesti a lutto, ciò che a me accade spesso, data la diffusione della mia schiatta nella zona. Quando capita non mi affretto a toccarmi per scaramanzia, mentre sono invece intrigato dalla possibilità di vivere (appunto) la situazione contemporaneamente nei panni del protagonista e in quelli dello spettatore. Lo scritto di Fabrizio, poi, era già scaramantico di per sé, direi rassicurante. Per uno come me, che ha la sindrome del controllo, è importante avere un’idea anche di come ti penseranno dopo (e soprattutto sapere che ti penseranno). Nel frattempo, comunque, mi sono deciso a fare al Capanno alcuni lavori di consolidamento e ad apportare qualche miglioria: mi piacerebbe aleggiare a lungo, e in sicurezza.

Di lì a poco mi ha colpito un bellissimo pezzo di Marco Moraschi (Ancora un altro giorno, in sguardistorti n. 04 – ottobre 2018). Marco è un ragazzo eccezionalmente maturo, e chi segue il nostro sito ha avuto più di un’occasione per constatarlo: ma quel breve articolo era una cosa davvero speciale, inattesa, spiazzante. Trattava il tema della morte con una lucidità e una serenità sorprendenti, e più sorprendenti ancora erano la partecipazione delicata e il senso profondo della perdita. Voglio dire che se lucidità e serenità possono essere spiegate dalla distanza che un giovane giustamente immagina rispetto all’ineluttabile, la profondità e la partecipazione possono essere frutto solo di una sensibilità fuori del comune. Mi sono chiesto se alla sua età mi fossi mai fermato a riflettere seriamente su queste cose, e devo confessare di non ricordarlo affatto. Neppure la morte di mio nonno, che era forse la persona con la quale sentivo maggiore affinità, aveva prodotto qualcosa di diverso dalla registrazione un po’ egoista di una perdita personale. Parlando delle sensazioni provate di fronte alla morte dei suoi nonni Marco invece scrive: Sembrava quasi che la morte avesse aggiustato tutto, avesse riportato le cose a uno stato di perfezione originaria. Alla propria perdita antepone il loro ritorno alla perfezione originaria, il loro diritto alla dignità. E poi aggiunge: Ad essere sincero, la morte non mi ha mai spaventato. La mia morte intendo. Ciò che mi spaventa di più non è la mia morte, ma la morte altrui, perché noi invece sopravviviamo alla dipartita degli altri e rimaniamo quindi un pochino più soli ad affrontare la vita. Non so quanto sia diffuso questo modo di considerare la cosa, almeno tra i giovani. Pensavo fosse una prerogativa degli anziani, indotta dal progressivo accumularsi sulle loro spalle della responsabilità di essere i prossimi. Probabilmente lo è invece delle persone intelligenti, a prescindere dall’età.

Passano un paio di settimane e arriva un nuovo input. Questa volta da Roberto, che mi chiede notizie di un libro di Shelly Kagan, “Sul morire”. L’autore è un docente di filosofia, ha scritto libri come La geometria del deserto e I limiti della morale, non pubblicati in Italia ma piuttosto popolari negli States. Il libro non lo conoscevo, ma ne ho scaricato un estratto e mi son fatto un’idea. Sembra abbia avuto un grande successo in America, e da quel poco che ne ho letto posso anche capire perché: ma dubito che ne avrà altrettanto in Italia. Nell’introduzione l’autore promette: Cercherò di convincervi che l’anima non esiste. Cercherò di convincervi che l’immortalità non sarebbe un vantaggio. Che la paura della morte non è una risposta appropriata alla morte. Che la morte non è particolarmente misteriosa. Che il suicidio, in determinate circostanze, può essere giustificato sia razionalmente sia moralmente. Con un lettore italiano sfonderebbe porte aperte e perderebbe il suo tempo: non ne conosco uno che sia convinto che l’anima è immortale o che la morte sia particolarmente misteriosa. E soprattutto, che sia davvero interessato all’argomento. Credo che solo gli americani possano appassionarsi a queste cose.

A Roberto ho dunque risposto così: “Il modo migliore per sapere se un libro merita di essere letto è cominciare a leggerlo. Naturalmente, senza comprarlo. Per i libri pubblicati in formato kindle è possibile scaricare un estratto, in genere molto sostanzioso, che risponde perfettamente alla nostra esigenza. L’ho scaricato e te lo allego. Personalmente ho provato a leggerlo, ma ho smesso molto presto. É scritto bene, offre argomentazioni chiare e semplici, ma è il tema a non interessarmi. Non si tratta di un rifiuto scaramantico, semplicemente credo di aver troppe cose ancora da sistemare e da conoscere in vita per preoccuparmi del dopo, sempre che ce ne sia uno. Preferisco cercare di capire il passato, sul quale almeno qualche certezza seria si può avere. Al resto, casomai, avremo tempo di pensare.

A dirla tutta il libro mi ha persino un po’ infastidito. Non per il tema in sé, ma per il modo nel quale lo tratta e per le finalità che si propone. Mi ricorda un po’ la crociata atea di Richard Dawkins, che ha speso cinquecento pagine per dimostrare che Dio non esiste, ottenendo il risultato di renderlo quasi simpatico. Se l’intento è quello di esorcizzare la paura, o di sfatare il mistero, temo si risolva in un flop completo. Per queste cose non c’è spiegazione razionale che tenga. È questione di attitudine di fondo. Quando l’autore afferma: “Riflettere sulla morte. La maggior parte di noi si sforza di non farlo” ne ho la riprova. Appartengo a quella minoranza che non ha bisogno affatto di sforzarsi. Come recita la poesia di Caproni, sono approdato alla “disperazione calma, senza sgomento”.

La domanda secca, diretta, mi è stata infine rivolta, pochi giorni orsono, da un’amica, questa volta una mia coetanea. “Ma tu, ci pensi mai alla morte?” mi ha chiesto. Così, secco. Avrei potuto rispondere: “Beh, per forza; mi ci state tirando tutti per la giacchetta”, ma per una volta ho voluto essere serio, e mi sono limitato a dire semplicemente: no.

È così. Non mi riesce proprio di pensarci, e se anche ci provo mi distraggo subito. È vero quel che ho risposto a Roberto: mi manca il tempo, ho sempre qualcosa che urge da sistemare, da riordinare o da inventare.

Eppure proprio adesso ne sto scrivendo. Lo faccio per lo stesso motivo per il quale scrivo su ogni altro possibile argomento. Per liberarmi di qualcosa che ha cominciato a ronzarmi nella mente (in questo caso per istigazione esterna) devo trattarlo come un libro trovato al mercatino: sfogliarlo, farmene un’idea, rimetterlo in ordine con un po’ di restauro e una bella ripulita, e finalmente riporlo nel posto che gli spetta (ho aggiunto nuovi scaffali e lo spazio ora c’è). Quindi tratterò in questo modo anche del mio rapporto con la morte: il che significa che non lo affronterò in termini “esistenziali”, ma facendo mente ai risvolti prosaicamente “fenomenici” , immediati, pratici.

Non è una rimozione. Anzi, mi sento a disagio, perché davvero non ne penso nulla, e sembra impossibile anche a me. Come si fa a non pensare alla morte? A meno che … a renderla invisibile e indicibile non sia proprio la coscienza costante della sua presenza. Magari la spiegazione è proprio questa: se hai della morte una consapevolezza piena, non di cosa è ma del fatto che c’è, finisci per dimenticarla, perché sei troppo occupato a riempire di senso la vita. O forse è solo un lascito dell’educazione cattolica, che con la morte ambiguamente ci gioca, e alla fine impedisce di prenderla sul serio.

Quando mi butto in queste riflessioni rischio però sempre di incartarmi. Preferisco non spingermi troppo in là e approfitto invece per redigere un breve testamento spirituale e biologico.

Nella prospettiva di partire per un’assenza a tempo indeterminato è importante fare un consuntivo di ciò che si lascia: debiti, ricordi, affetti, cose (e già l’ordine in cui questi lasciti mi sono venuti in mente è probabilmente significativo).

a) Debiti. Non ho bisogno di un foglio molto grande per farne l’elenco. Da buon contadino non ne ho mai contratti di materiali: la regola di mio padre voleva liquidata ogni pendenza entro la fine di ciascun anno. Diverso è invece il discorso per quelli morali. Ho un po’ di cose segnate in rosso: incomprensioni o irrigidimenti dovuti al mio carattere poco duttile, impuntature che viste in questa prospettiva appaiono proprio stupide, e che per fortuna dovrei essere ancora in tempo a sanare. Anche perché a soffrirne sono probabilmente molto più io che non i miei creditori.

b) Ricordi. Ci tengo naturalmente a lasciare un buon ricordo in chi mi ha conosciuto: una cosa ristretta e a tempo, senza ambizioni d’immortalità: piuttosto per quella leggera increspatura dell’acqua che il ricordo positivo, e prima ancora la condizione o la relazione che lo crea, possono produrre, e che sia pure in misura microscopica aiuta la corrente della storia a fluire un po’ più limpida. Gli esempi di chi mi ha immediatamente preceduto sono stati fonda-mentali nella mia vita. Nel dubbio ho avuto sempre la possibilità di chiedermi cosa avrebbe pensato, cosa avrebbe fatto, come si sarebbe comportato: di avere insomma una bussola nel mio agire. Mi piacerebbe trasmettere a mia volta qualche utile coordinata a chi verrà immediatamente dopo.

c) Affetti. Spero di aver ricambiato almeno in parte l’affetto dal quale sono stato circondato. E se non l’ho fatto non è per aridità, ma per un certo burbero impaccio nel manifestarlo, che a volte può essere stato interpretato per freddezza. Non lo era: posso onestamente affermare di aver amato i miei simili, e penso di essere stato sempre fortunato, perché non ho dovuto sforzarmi molto. Le arrabbiature e il sarcasmo sono nati sempre dal disappunto non per il male che gli altri potevano fare a me – perché, davvero, non me ne hanno mai fatto – ma per quello che si stavano facendo con le proprie mani.

d) Le “cose” richiedono invece un discorso un po’ più articolato. Non volendo farla troppo lunga lo riassumo in quattro domande:

Cosa sarà dei miei libri? Può sembrare assurdo, ma la preoccupazione maggiore, rispetto al dopo, riguarda proprio loro. E non è così assurdo che mi preoccupi del loro futuro, perché in fondo sono la parte di me meno deperibile, ciò che più concretamente rimarrà. Potrei far incidere sullo stipite della porta del mio studio il motto di Scholem: Io non ho una biografia, ho una bibliografia. I miei libri sono e raccontano la mia storia. Per questo vorrei che rimanessero assieme, che non andassero divisi e dispersi, e probabilmente vincolerò ogni altro lascito (poca roba) alla loro salvaguardia. Tenerli tutti, e mantenerli nella loro attuale disposizione, che non è casuale, ma ha un senso.

Cosa sarà della mia campagna? Il rapporto con la campagna è diverso. Non posso pretendere che significhi per chi verrà dopo le stesse cose che ha significato per me. Certo, mi piacerebbe che qualcuno avesse cura della terra e del Capanno, chiunque possa essere. Ma se ciò non avvenisse, provvederà la natura stessa a riprenderseli, e va bene anche così.

Cosa sarà della mia casa? Ne faccio un problema sia tecnico che affettivo. Tecnico perché è un edificio molto vecchio (la struttura originaria risale alla prima metà del Settecento) che necessita di costanti attenzioni, e non sono sicuro che ci sarà qualcuno disposto a prestargliele (d’altro canto, avendolo restaurato in gran parte con le mie mani, impianti elettrici e idraulici compresi, sono in realtà l’unico a conoscerne i segreti, i punti deboli, ecc…). Affettivo perché mi piacerebbe che i miei figli, a dispetto delle tendenze nomadi che manifestano, vivessero con la casa lo stesso rapporto che ho vissuto io. Ne sarebbero senz’altro ripagati. Come per i libri, se ameranno la mia casa ameranno anche tutta quella parte di me che ho mescolato a pietre, mattoni e cemento nel rimetterla in piedi.

Ecco che pensando alla terra e alla casa vien fuori il mio vero rovello di fronte all’idea della morte. Ad ogni lavoro che faccio, ad ogni risistemazione che opero è tacitamente sottesa la domanda: come farà il mondo senza di me? C’è rammarico non per ciò che perderò io, ma per ciò che perderà il mondo, privato dell’opportunità che rappresento. Non di grandi gesta, di capolavori o di scoperte scientifiche fondamentali, ma di quella manutenzione spicciola della quale ha un gran bisogno. Hai voglia a dirti che l’umanità ha tirato avanti per quattro milioni di anni facendo tranquillamente (insomma) a meno di te, e che presumibilmente lo farà anche in futuro: ma senza di te non sarà la stessa cosa.

Infine: Cosa sarà del mio corpo? È ciò di cui francamente mi importa meno, e a ragion veduta. Comunque vada, so già benissimo cosa ne sarà. Potrebbe cambiare qualcosa se disponessi di qualche organo riciclabile, ma dubito che sarebbe un buon investimento. I pezzi stanno assieme in un equilibrio ormai precario, smembrati sarebbero da buttare. Forse, se già esistesse il trapianto di cervello, potrei sperare in una distribuzione allargata, in dosi omeopatiche: perché non vada del tutto sprecato quel poco di conoscenze e di consapevolezza che ho acquisito durante questo mio piacevole soggiorno.

Tutto qui. Capisco che rispetto ad un tema che stato, è e presumibilmente, a dispetto della ricerca scientifica cinese, continuerà ad essere centrale per il pensiero umano, possa sembrare terribilmente banale. Non so che farci. Alla fine comunque ho risposto alle sollecitazioni, l’argomento l’ho affrontato. Adesso, per altri vent’anni almeno, non voglio più pensarci. Ma forse, riflettendoci meglio, il problema non sta nel come ci si rapporta alla morte, ma nel come questo rapporto ci dispone nei confronti della vita. Della nostra, e prima ancora, ma conseguentemente, di quella altrui.
Steinbeck scriveva che occorre “vivere in modo che la nostra morte non porti sollievo al mondo”. Spero gliene abbia portato almeno un poco, nel suo piccolo, la mia vita.


Alla fiera dell’extra-mondo

di Fabrizio Rinaldi, 3 agosto 2018da sguardistorti n. 04 – ottobre 2018

Libri appartenuti al nonno comunista o fascista, uniti nella comune dismissione, lenzuola del corredo della zia zitella, tazzine della nonna, falsi cimeli di guerra, suppellettili della casa di campagna, mobili tarlati. È ciò che si può scovare nelle innumerevoli fiere dell’antiquariato fiorite in ogni città o paese sperduto, scandite ormai da precisi calendari. Al punto che i miei blitz vacanzieri sono motivati in primo luogo proprio dai mercatini di cianfrusaglie presenti nei luoghi da vedere.

La passione per i mercatini l’ho ereditata da mio padre. Lui però mi supera in spregiudicatezza – è un integralista del tutto gratis – e contempla uno spettro molto più ampio di siti dove trovare chincaglierie – i dintorni dei cassonetti dei rifiuti. Lì trova elettrodomestici che con la sostituzione di un filo tornano a funzionare perfettamente, fumetti scartati di qualche ex-ragazzo disilluso, lampade inguardabili, la cui rottamazione è perfettamente giustificata, ma alle quali riesce a ridare dignità con piccolissime modifiche: la mia cucina è illuminata da un’anonima lampada da terra cui ha aggiunto come cappello una museruola per mucche: è al limite del buon gusto, ma la trovata mi piace. Una volta ha scovato una grande scatola in legno per caricatori di mitragliatrice (cosa diavolo se ne faceva il proprietario!) che oggi trova un utilizzo più degno in bagno come contenitore per la carta igienica. Ultimamente però l’attività di ricerca e riabilitazione dell’obsoleto è in crisi, perché siamo tutti vittime della dittatura della raccolta differenziata e gli oggetti ingombranti finiscono direttamente in discarica. Sono finiti i bei tempi in cui ai bordi delle strade si scovavano eccedenze di traslochi … anche se sui limiti del rispetto degli italiani per l’ordine si può sempre far conto.

A questa frustrazione mio padre pone rimedio oggi vagando nei mercatini della zona, ma non ne ricava le stesse soddisfazioni.

Io, vivendo nell’era della “rumenta controllata”, non miro ai bidoni, ma ai banchi. Ho una predilezione per i libri a pochi euro, ma non disdegno neppure le tavolate di inverosimili suppellettili e le piazzuole dei mobili: ho arredato casa con credenze, poltrone, piattaie e tavoli scovati proprio lì.

In questi luoghi cerco tracce di ricordi, reali o idealizzati, concretizzati in un oggetto che alluda ad un passato ai più sconosciuto. Per me si tratta in realtà di un “trapassato” perché sono troppo “giovane” per averlo vissuto. Disdegno invece ciò che ricorda gli anni ’70 e ’80, quelli della mia infanzia: mobili in formica, lampadari a palla, insegne luminose, tutto ciò che è di plastica. Eppure c’è gente che compra anche le statuine dei puffi …

Forse la mia mente ha una naturale repulsione per l’orrido, di qualunque epoca. O forse non sono un vero cultore del vintage e sicuramente non lo sarò mai.

Mi è capitato invece  di acquistare un “prete” all’imbarazzante cifra di dieci euro. Per chi non lo sapesse questo oggetto non ha nessun rapporto con la sfera religiosa. Era una semplice struttura in legno – come si vede nella foto – che in inverno, nelle gelide camere delle case di campagna, veniva fatta scivolare per qualche minuto sotto le lenzuola, a protezione di un contenitore di brace bella calda. Teoricamente serviva a scaldare il letto, qualche volta finiva per mandarlo a fuoco. Non l’ho mai visto in uso e credo che anche i vecchi lo usassero con molta, moltissima parsimonia e prudenza per le possibili conseguenze. L’ho acquistato esclusivamente per la sua bellezza estetica, ma confesso che la tentazione di sperimentarlo è forte.

Anni fa in un mercatino in Provenza ho comprato per pochi euro una brocca di terracotta dalla linea semplice, piacevole al tatto e capiente, che oggi dispensa del buon vino durante le cene con amici. Magari i moderni attrezzi di casa avessero la sobrietà e la “gentilezza” nello stile che ha quel pezzo. Il corrispettivo odierno sono invece gli spremiagrumi a forma di ragno!

Non ci deve essere un’arte staccata dalla vita: cose belle da guardare e cose brutte da usare. Se quello che usiamo ogni giorno è fatto con arte (non a caso o a capriccio) non avremo niente da nascondere. 
BRUNO MUNARI, Arte come mestiere, Laterza 2008

L’eleganza del prete e quella della brocca sono testimonianza di quanto i vecchi contadini sapessero coniugare il gusto delle linee semplici con la funzionalità dell’oggetto, che molto spesso era creato da loro stessi (vedi i mestoli in legno realizzati in inverno, davanti alla stufa) o dal vicino di casa. Erano esempi di progettazione d’interni “a chilometro zero”: sarebbero tanto di moda oggigiorno.

Gli oggetti vengono attivati – cioè si destano e rilevano la propria utilità e il proprio valore – solo nel momento in cui si focalizza l’attenzione su di essi. Quando il momento di attenzione si conclude, gli oggetti escono dal palcoscenico della nostra consapevolezza immediata, cedendo il posto ad altre cose. Tornano a essere «ordinari».

LEONARD KOREN, Wabi-Sabi Altri pensieri, Ponte alle Grazie 2015

Se fossimo in Giappone avremmo dato un nome a questa estetica, ci avremmo scritto su dei trattati, sarebbero nate delle filosofie. Ma siamo in Italia, quindi niente. Loro lo hanno fatto secoli fa. Hanno chiamato wabi-sabi l’estetica centrata su semplicità, modestia, imperfezione e transitorietà. Tutti elementi che caratterizzavano la maggior parte degli oggetti presenti nelle case dei contadini di un tempo e che oggi ritroviamo, insieme a tantissima rumenta, nei mercatini dell’usato.

Quando compriamo in un mercatino, ferme restando le nostre personalissime inclinazioni o motivazioni, ci allineiamo quindi in realtà ad una tendenza in crescita: dare una sorta di dignità e significato ad oggetti che altrimenti finirebbero in discarica. Questo comporta una gratificazione supplementare, oltre a quella del possesso. Stiamo agendo in maniera “ecologicamente corretta”, e ci terremmo che la cosa fosse riconosciuta.

Sotto sotto, però, agisce anche l’illusione di trovare in mezzo a tanta paccottiglia “l’affare”, di entrare in possesso per pochi euro di un oggetto che ne varrebbe molti di più. Capita molto raramente: di solito il venditore non è uno sprovveduto, e quando crediamo di aver trovata la chimera ci portiamo a casa una patacca.

A volte, invece, ci si imbatte in venditori colpevolmente sprovveduti. Accade soprattutto per i libri. Paolo l’altro giorno ha comprato per un euro una copia praticamente nuova de I Sanssôssí di Augusto Monti – dico un euro! – mentre io ne ho spesi una trentina quando lo acquistai più di dieci anni fa. Ha realizzato un colpaccio: un bellissimo volume, scritto da una figura poco conosciuta ma importantissima nella cultura piemontese della prima metà del secolo scorso. Poco importa che ne possieda già altre due copie.

L’oggetto libro merita però un discorso a parte.

Chi li vende generalmente dà l’impressione di aver acquisito dimestichezza con la carta stampata attraverso Le Ore, piuttosto che sui volumi che propone agli acquirenti. Questa è una fortuna per chi ama i testi non comuni, i titoli scomparsi da tempo dalle librerie o dai cataloghi, le edizioni giunte all’ultima spiaggia prima del macero.

Se ha un occhio davvero allenato individua immediatamente nelle file o nelle pile gli oggetti di possibile interesse, quelli che gli mancano o quelli dei quali è già in possesso, ma in edizioni diverse, e che possono riservare sorprese.

Il volume usato racconta infatti anche le storie dei precedenti proprietari: dediche, sottolineature, segnalibri scordati dentro, sono parte di un passato altrui che creano un ponte con le vite di sconosciuti.

I libri scovati nelle bancarelle a pochi euro inducono, però, altre riflessioni, un po’ malinconiche. Anzitutto di tipo economico: il libro acquistato solo alcuni anni prima, magari a un prezzo elevato, viene oggi svenduto a pochi soldi: quindi il valore monetario dell’oggetto libro è praticamente nullo, tranne che per i testi da collezionisti. E questo mi tocca da vicino, perché temo che prima o poi anche la mia modesta collezione, accumulata investendo una cospicua parte dei miei stipendi, finirà per essere svenduta.

Ma c’è anche una speranza, un’esile speranza.

L’immagine d’apertura, tratta dal film Blade Runner 2049, allude ad un ipotetico futuro nel quale un padre andrà alla fiera dell’extra-mondo, e comprerà al figlio, invece del topolino, ologrammi, giochi virtuali o replicanti dismessi.

In quell’epoca interamente consacrata al sapere digitale, il libro di carta circolerà solo entro una piccolissima nicchia di amatori: ma esisteranno ancora spacciatori di sapere cartaceo, magari considerati come folli utopisti, fuori dal mercato e potenzialmente persino pericolosi.

Per un momento, forse, quel bambino si distrarrà dall’offerta di oggetti impalpabili, per avvicinarsi al banco che offrirà pile di libri invecchiati, ma piacevoli al tatto e all’olfatto – spero che almeno quei sensi non saranno completamente atrofizzati. Si ritroverà a sfogliare libri appartenuti a chissà quante persone, magari anche a me, e ad immergersi in un tempo e in un universo alternativi.

Mi auguro dunque che i miei discendenti abbiano la bontà di non mandare la mia biblioteca alla discarica, ma al limite – se proprio non dovesse rivestire per loro alcun interesse – la cedano, la regalino magari, a qualche futuro bancarellista.

Anche spolpata pezzo a pezzo, potrebbe procurare gioia a qualche amante di libri. Forse proprio a quell’ipotetico bambino attratto dall’oggetto libro.

È una piccola illusione d’immortalità. L’unica a cui ambisco.


Il ritorno dell’acchiappatore nella segale

di Fabrizio Rinaldi, 30 giugno 2018, da sguardistorti n. 03 – luglio 2018

Se davvero avete voglia di sentire questa storia … vi dico subito che il “cacciatore nella segale” non è un ricercatore di rarissime specie di frumenti, il cui uso è riservato a pochi sapienti, come qualcuno – spero pochi – può aver ipotizzato.

È sulla cattiva strada anche chi, al sentir parlare di “ritorno”, pensa ad un’ambientazione western.

Il mio titolo allude invece alla traduzione letterale di quello del libro più famoso di Jerome David Salinger: The catcher in the ray, in italiano diventato Il giovane Holden.

Quanto al “ritorno”, sta a significare che fisicamente è tornata fra le mie mani la copia del libro che avevo letto e prestato anni fa. È questa eventualità, decisamente rarissima, che vado ad analizzare: il fortunato caso in cui, dopo parecchio tempo, i libri prestati tornano al legittimo proprietario.

Di norma i casi sono due: o il libro ti viene restituito in tempi ragionevoli o, più sovente, puoi ritenerlo perduto.

In quest’ultimo caso la nostra memoria, forse per difendersi dal torto subito, fa un’operazione non so quanto inconscia: cerchiamo di dimenticare a chi abbiamo prestato il prezioso libro, anzi, di scordarci proprio di quel libro, di averlo posseduto e di averlo letto.

È una reazione che s’innesca per proteggere e preservare ciò che riteniamo più importante, cioè il legame con l’altra persona, rispetto al quale il libro, per quanto amato, passa in secondo piano.

Ma non è così facile. La mente non si lascia ingannare per troppo tempo, e il dolore – anche fisico – per l’assenza del libro in questione ristagna, e ogni tanto riemerge.

I “percorsi mentali” che intraprende un lettore assiduo diventano dopo un po’ dei sentieri, segnalati da stupa non di pietre, ma di libri letti. Questi libri identificano il viaggiatore letterario più della carta d’identità: questa invecchia, mentre il piacere di aver letto Pessoa, Chatwin, Rigoni Stern e Sbarbaro rimane sempre vivo. Certi autori segnano il carattere come le cicatrici la pelle. Ora, proprio perché l’identità del lettore rimane immutata, la tendenza è quella di ripercorrere gli stessi passi lungo le mulattiere letterarie, sedersi ogni tanto sulle pile di libri che siamo certi di possedere ed accorgersi che la pila è più bassa del solito. Frugando nella libreria personale alla ricerca del libro che è tornato alla mente scopriamo che non si trova dove dovrebbe essere. Lo cerchiamo in altri ripiani, ma non c’è verso: il libro, di cui ricordiamo il colore della copertina, le frasi sottolineate, addirittura l’odore, è definitivamente sparito.

Allora ci sforziamo, inutilmente, di ricordare a chi lo abbiamo dato, fino poi ad arrenderci, incolpando magari l’avanzare dell’età. In realtà non credo sia questa a farci scordare il beneficiario della nostra fiducia. La mente cancella la persona a cui avevamo dato il libro, come se avesse compreso che evidentemente non era all’altezza della nostra stima, e la rimuove dalla memoria.

Non è questo il mio caso. Io ricordavo invece benissimo la beneficiaria.

Quando abbiamo a che fare con il mondo femminile tutto si complica – e non credo valga solo per me. Entrano in gioco i sentimenti, specie quelli adolescenziali: all’epoca provavo per questa persona un’infatuazione di quelle che lasciato il segno, anche se è vero che col tempo ci si ricorda più dell’infatuazione che della persona.

Nonostante abbia avuto occasione ogni tanto di incontrarla, non le ho mai chiesto indietro il mio Holden, perché temevo mi dicesse che non rammentava di averlo ricevuto o, peggio ancora, di averlo letto. Sarebbe evaporata l’idea di lei che mi ero costruito e che si era scolpita nella mia mente. Mi piaceva pensare che quel libro l’avesse letto e che quell’oggetto fosse rimasto l’unico tramite del nostro rapporto, di un rapporto beninteso totalmente idealizzato e mai concretizzato.

Sono un povero idiota!

Questo è il guaio con le ragazze. Ogni volta che fanno una cosa carina, anche se a guardarle non valgono niente o se sono un po’ stupide, finisce che quasi te ne innamori, e allora non sai più dove diavolo ti trovi. Le ragazze. Cristo santo. Hanno il potere di farti ammattire. Ce l’hanno proprio.
J. D. SALINGER, Il giovane Holden, Einaudi 1961

Il ritorno a casa del mio Holden non è stato del tutto fortuito. Se ne è fatta intermediaria mia moglie, che casualmente è collega della ragazza. Le è bastato chiedere il libro indietro per ottenerlo immediatamente: una semplice richiesta, quella che a me era parsa impossibile per anni.

Mia moglie ha avuto l’opportunità unica di farmi un regalo del tutto inaspettato, permettendomi di tornare in possesso della copia sottolineata dell’Holden. Ma ha avuto anche l’occasione di sfrugugliare nella mia vita adolescenziale, e di verificare quale tipo d’interesse eventualmente la tizia in questione avesse provato o potesse ancora provare per me, e io per lei: insomma, ha attivato quel gusto sommerso di indagare nel passato del proprio compagno che non è esclusivo, ma è senz’altro tipico delle donne, e che prescinde dal fatto che ci siano sospetti di rimpianti o meno. Ha realizzato un capolavoro. Spero non mi fraintenda – anzi, sono certo che non lo farà –, ma è innegabile che il modo in cui si sono sviluppati gli eventi le abbia offerto un grosso vantaggio in quella eterna partita a scacchi che è il matrimonio.

Il cerchio intanto si è chiuso: un’assenza sofferta è divenuta presenza tranquillizzante nella mia libreria. Ho eliminato la copia surrogato acquistata dopo lo smarrimento e ho reintegrato al suo posto la vecchia edizione Einaudi un po’ sgualcita, con il quadrato bianco in copertina.

La ragazza, ormai donna e madre, Il giovane Holden lo ha letto e riletto (lo ha confermato a mia moglie), e lo dimostra anche lo stato di consunzione del libro. Per un feticista dell’oggetto libro sarebbe un colpo al cuore, mentre per me ha acquisito un valore infinitamente maggiore che se fosse rimasto a dormire inutile per tutti questi decenni nello scaffale della letteratura americana.

I libri vanno infatti affidati a chi riteniamo degno della loro lettura. Certo, la separazione è dolorosa, spesso si ha il presentimento che possa essere definitiva. Ma a volte proprio la loro assenza induce a nuove letture, fa posto ad altri libri, apre a connessioni letterarie diverse e a nuovi sentieri. Un libro troppo sacralizzato rischia di creare dei recinti e di chiudertici dentro: la distanza, magari anche solo momentanea, rende più laico il rapporto.

Il ritrovamento dell’Holden mi ha ad esempio incoraggiato a rileggerne alcune parti. Ho realizzato quanto sia, a tratti, lontano dal mio modo d’essere di oggi, ma ho anche compreso il perché all’epoca mi piacque tanto. La lettura non suscita più l’entusiasmo ingenuo di allora, non la stessa identificazione. I decenni trascorsi si sentono. Però hai molto più chiaro ciò che il libro ti ha trasmesso, e in questo caso ha trasmesso a milioni di altri lettori.

Io abito a New York, e pensavo al laghetto di Central Park, vicino a Central Park South. Chi sa se quando arrivavo a casa l’avrei trovato gelato, mi domandavo, e se era gelato, dove andavano le anitre? Chi sa dove andavano le anitre quando il laghetto era tutto gelato e col ghiaccio sopra. Chi sa se qualcuno andava a prenderle con un camion per portarle allo zoo o vattelapesca dove. O se volavano via. 
J. D. SALINGER, Il giovane Holden, Einaudi 1961

Il ragazzo che si chiede dove vattelappesca vadano le anatre d’inverno, quando il lago gela, fa quello che tutti i giovani in un modo o nell’altro fanno (o almeno, facevano): si pone delle domande apparentemente assurde, dei quesiti senza risposta, che lo inducono comunque a immaginare un mondo differente, un pensare ed un agire non “conformi” . Gli adulti non si pongono questo genere di domande perché devono badare alle esigenze quotidiane, hanno la mente piena di apprensioni e ben poco tempo per fantasticare sul dove vadano le anatre d’inverno.

Ma non sempre. Io, per mia fortuna, non ho smesso di cercarle ogni tanto, quelle maledette anatre …

Ad ogni modo, mi immagino sempre tutti questi ragazzi che fanno una partita in quell’immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c’è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere nel dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l’acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l’unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia. 
J. D. SALINGER, Il giovane Holden, Einaudi 1961

Lo so che è una pazzia. Lo so benissimo anch’io, come so che Holden è sostanzialmente un inconcludente, uno che attende che il mondo gli passi accanto per afferrarne qualche brandello, senza avere la benché minima idea di cosa realizzare nella vita.

Ma come si fa a resistere all’assurda e poetica immagine che va a scovare per descrivere il mestiere che vorrebbe fare, un mestiere unico nel suo genere: l’acchiappatore nella segale, colui che trattiene i bambini che corrono nella direzione sbagliata, verso il dirupo. Ci sono degli innocenti, inconsapevoli del pericolo che sta loro davanti, più fragili ancora del protagonista (che è tutto dire). E lui fa la differenza, con un gesto semplice ma decisivo, perché comprende quale possa essere la deriva, e agisce.

Lo fa a suo modo, acchiappandoli prima che la voragine delle scelte di vita sbagliate li inghiotta. Ai bambini offre una seconda possibilità, una differente visione di sé stessi e della situazione in cui si stanno cacciando. Ammette anche i suoi limiti, quando afferma appunto “Lo so che è una pazzia”. Sa che nessuna altra opportunità potrà salvarli, senza una volontà di cambiamento da parte loro.

Esistono ancora acchiappatori capaci di suggerire una visione difforme del comune pensiero? Lo spero tanto, perché altrimenti la segale che abbiamo davanti agli occhi ci impedirà di vedere il burrone verso cui ci dirigiamo.

Io intanto mi piazzo in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco


Il bibliomane di serie B

di Paolo Repetto, 30 aprile 2018, da sguardistorti n. 03 – luglio 2018

Prima di affrontare le derive maniacali della bibliofilia sono andato ad accertarmi che non ci avesse già pensato Umberto Eco. Che lo avesse fatto, in realtà, ero sicuro: dovevo solo verificare la piega che aveva data al discorso, e se rimaneva qualche margine.

Come sospettavo Eco aveva già trattato il tema addirittura in una lectio magistralis alla Fiera del libro di Torino (ma anche in sacco d’altre occasioni), dicendo molte delle cose che avrei voluto dire io, e facendolo naturalmente meglio. Ma un margine lo ha lasciato, perché nei suoi interventi parla di una cosa un po’ diversa da quella che io avevo in mente. Eco fa infatti riferimento alla bibliofilia come è classicamente intesa, ovvero all’amore per i testi rari o per quelli in qualche modo impreziositi da fattori estrinseci (autografi, dediche, annotazioni, oppure prime edizioni, tirature ritirate dal commercio, ecc.). Io invece vorrei trattare di qualcosa di molto più terra terra, che nulla ha a che vedere col valore antiquario o con qualsiasi altro “plusvalore” caricato sulle opere. Esiste anche una patologia secondaria, decisamente più a buon mercato.

In sostanza, la domanda che mi pongo è: cosa induce uno come me a crearsi una dotazione libraria che va ben oltre il possesso delle opere lette o di quelle che prevede ragionevolmente di leggere?

Per farmi capire parto da un esempio concreto. Proprio ieri ho preso a Borgo d’Ale una ventina di libri d’occasione (quasi tutti a un euro). Di questi volumi solo un paio comparivano da tempo tra i miei desiderata. Gli altri li ho acquistati per i motivi più diversi, che provo a sintetizzare.

Due sono libri di viaggi. Uno (Inuk) proprio non lo conoscevo. Fa parte di una vecchia collana Garzanti della quale avevo già trovato alcuni pezzi interessanti e che mi piacerebbe completare. In realtà non è propriamente un libro di viaggi, ma un piccolo saggio di antropologia. Il missionario che lo ha scritto ha comunque viaggiato molto nell’estremo Nord. L’altro (Colombo, Vespucci, Verrazzano) lo possedevo identico, ma è una bella edizione della UTET, e ho pensato che potrebbe essere gradito a qualcuno dei miei amici.

Quattro sono biografie: Le Memorie della mia vita di Giolitti, il Casanova di Gervaso nella edizione Rizzoli con cofanetto, una biografia di Matilde di Canossa e lo Stalin di Robert Conquest. È quasi certo che non avrò il tempo di leggerne nessuno: ma intanto, mentre nel pomeriggio restauravo gli sbreghi della sovracoperta del Giolitti gli ho dato un’occhiata, e ho trovato cose interessanti, che dovrò approfondire. Autobiografico è anche il racconto dell’esperienza del gulag che Gustav Herling fa in Un mondo a parte, e questo ho già iniziato a leggerlo (era tra quelli che cercavo).

Poi ci sono due volumi di Mark Twain, il Viaggio in paradiso e una raccolta di racconti (Lo straniero misterioso). Quest’ultimo già lo avevo in una edizione più recente ma non rilegata, che diventa ora disponibile per eventuali donazioni. Twain lo prendo ormai ad occhi chiusi, è una scoperta continua.

Altri due volumi riguardano la storia dell’ebraismo. Una ennesima Storia dell’antisemitismo, che ad un primo rapido assaggio ha promesso bene, e Vento Giallo, di David Grosmann, scritto ai tempi della prima intifada, prima ancora che Grosmann perdesse il figlio nel corso di un’azione militare. L’argomento, e i modi della sua trattazione, appaiono però tutt’altro che datati.

Ci sono poi un saggio su Hitler (Il mistero Hitler), uno sul fascismo rivoluzionario (La rivoluzione in camicia nera) e una storia del mondo miceneo. Il secondo è già sul mio comodino.

Tre sono monografie di una collana d’arte che sto ricomponendo poco alla volta (quella di Skira), e tre sono testi di filosofia: due di Bertrand Russell e uno di Popper. Russel è stato importante nella mia formazione: la sua Storia della filosofia occidentale mi aveva riconciliato col pensiero filosofico dopo le mezze delusioni del liceo: con Anarchismo, socialismo, sindacalismo mi aveva invece aiutato a guarire dalle infatuazioni politiche giovanili. Ora prendo i suoi libri quasi per dovere, e non tutti li leggo (questi sì, però, perché se conosco un po’ l’autore i Ritratti a memoria dovrebbero essere una fonte di gossip straordinaria, e i Saggi scettici una doccia di buon senso). Anche Popper, sia pure in una ristampa di Euroclub, non guasta mai.

Infine, quattro pezzi già presenti nella mia biblioteca in copie plurime. Una vecchia edizione dei Canti leopardiani, quella curata da Calcaterra, in una veste elegante e ben conservata, e che si impone comunque anche solo per l’apparato di note. Un Passaggio a nord-ovest un po’ ingiallito dal tempo ma molto vintage, con due splendide mappe nei retri della copertina; e da ultimi Foto di gruppo con signora e Il mestiere di vivere, nella edizione einaudiana rilegata grigia, che andrà a sostituire quelle in brossura. Potevo lasciarli lì?

Proviamo ora a fare un bilancio. C’è una logica, negli acquisti che ho fatto?

A prima vista no, assolutamente. Non disegnano alcun percorso, solo un procedere disordinato in cinquanta direzioni diverse, per nulla coerenti o conseguenti tra loro, e non rispondono ad alcun reale bisogno. La logica arriva dopo: si costruisce a posteriori.

Accade questo.

Se ho urgenza di un libro, il che significa semplicemente venire a conoscenza, attraverso recensioni o rimandi o indicazioni di amici, di un testo che può interessarmi, lo compro. Avendo abbastanza chiaro ciò che davvero può essermi utile, e non coltivando altre passioni dispendiose, me lo posso permettere. Questo è il dato positivo della mia condizione attuale: ma c’è anche un risvolto negativo.

Per molti anni il primo piacere procuratomi da un libro desiderato è stato quello dell’attesa. Mi crogiolavo in calcoli e ricalcoli per farlo rientrare in budget sempre troppo ristretti. Ai tempi del liceo stornavo in letteratura gli striminziti buoni-pasto che i miei mi passavano per i due giorni di rientro scolastico pomeridiano (mi rifacevo abbondantemente con la cena). Poi, con una famiglia sulle spalle e una vita ancor tutta da costruire, ho istituito una voce di spesa da coprire con entrate straordinarie, che erano tali solo in quanto tutt’altro che frequenti, e soprattutto con tagli ai bisogni superflui (il gioco consisteva nel far sembrare superflui i bisogni). In questo modo un ulteriore godimento arrivava, al momento dell’acquisto, dalla sensazione di possedere qualcosa che in realtà non avrei potuto permettermi.

Nel frattempo avevo affinato tutta una serie di altre strategie, amici o amiche impiegati in grandi case editrici che mi rifornivano del nuovo a metà prezzo, remainder’s, promozioni dei club del libro, librerie dell’usato, ecc., dando avvio a quella spirale per cui, a prezzo scontato, diventano appetibili anche le cose non “urgenti”.

Ebbene, questo alone di contorno oggi non c’è più. Continuo ad essere fissato col metà prezzo, sono quasi un azionista del Libraccio di Alessandria e spendo senz’altro il triplo di quanto spenderei in un rapporto normale con i libri, ma la magia, il godimento di tenere tra le mani ciò che sembrava fuori della mia portata, quello è scomparso.

Ho dovuto sostituirlo con qualcos’altro. E qui entrano in scena i mercatini. Come esiste una logica del mercato esiste anche una logica del mercatino. Nel mercato, come in libreria, vai a cercare di norma (almeno, quelli come me) il conosciuto: nel mercatino cerchi invece proprio l’inaspettato. Tu non sai di desiderare una copia del Don Chisciotte di grande formato, con illustrazioni ottocentesche: anche perché ne possiedi già due o tre edizioni diverse, una in lingua originale. E invece quando lo vedi lì, ad un prezzo irrisorio rispetto al suo reale valore, ti rendi conto che non puoi rischiare che vada a far tappezzeria in una casa nella quale i libri sono una suppellettile, o peggio ancora, finisca invenduto e rovinato dalle intemperie. Te lo porti a casa, e là comincia il vero problema, perché devi scovargli una collocazione adeguata, e questo significa mettere a soqquadro i ripiani della letteratura ispanica e riposizionare un sacco di volumi. Alla fine comunque una soluzione si trova sempre. E può anche accadere che ti venga voglia, mentre lo stai sfogliando e ti compiaci della tua buona azione, di rileggerlo daccapo, e di scoprire che è una cosa diversa da quella che ricordavi.

Il piacere sommo nasce però da un altro tipo di acquisizione. Mettiamo ad esempio che dalla bancarella ad un euro ti strizzi l’occhio I proscritti, di von Salomon. Ne hai sentito parlare, soprattutto come di un testo ostracizzato dall’establishment politicamente corretto, ma non avevi capito che si tratta di una sorta di autobiografia piuttosto che di un romanzo. Non lo avevi preso in considerazione proprio per questo motivo, e non per la presunta scorrettezza: al prezzo di un caffè, tuttavia, e visto il perfetto stato del volume, lo si può imbarcare. A casa naturalmente lo sfogli, e ti rendi conto che hai in mano una di quelle storie nelle quali potrebbe comparire all’improvviso Corto Maltese, di quelle mai raccontate, o che comunque non hai mai trovato nella storiografia ufficiale. Finisce che il libro lo divori, ma solo per avvertire una nuova fame. Per la breccia aperta su un periodo e su un’area che conoscevi solo confusamente passano delle sinapsi, si attiva un circuito, si affollano le reminiscenze, tornano alla mente altri titoli che potrebbero avvalorare o ampliare quel racconto. Non solo. Ti accorgi anche che la vicenda incrocia in più punti percorsi già intrapresi molti anni fa, e va insomma ad integrare, ad infittire la rete di connessioni che copre sempre più strettamente gli scaffali della tua biblioteca.

Rinvenimenti di questo tipo mi mandano in fibrillazione. È come quando acquisti un attrezzo agricolo nuovo. Appena mi sono dotato, recentemente, di una motosega leggera, di quelle che si usano con una sola mano, ho scoperto attorno a me tutto un mondo vegetale che chiedeva di essere potato, capitozzato, sistemato. Mi sono aggirato per due giorni nel bosco e nel frutteto invaso da un sacro fuoco amputatorio. Ho dovuto frenare l’entusiasmo per non cimare anche gli steccati e i pali delle pergole. Allo stesso modo, un libro apparentemente superfluo può resuscitarne mille altri.

In alcuni casi certamente l’acquisizione non è del tutto casuale. Si tratta spesso di libri che consideravi “minori” o marginali rispetto ai tuoi interessi, ma che comunque già avevano con quelli una connessione. Per altri invece la sorpresa è totale: sono cose che magari hai preso solo per arrivare ad una cifra tonda, e appena varcata la soglia dello studio cominciano inaspettatamente a dialogare a destra e a sinistra con i vicini di ripiano.

 

Si è ribaltato tutto. Questo è accaduto. Prima l’offerta rispondeva a uno stimolo, ora lo crea. A ben considerare è il meccanismo tipico della società dei consumi (compreso il tre per due euro), che induce bulimia, eccita la curiosità, anziché soddisfarla, e porta alla dispersione. Ma non è del tutto così. Perché i libri, o almeno i libri che raccolgo io, non sono un prodotto usa e getta. Al contrario, li recupero dagli scarti nei quali qualcuno li aveva gettati, li sottraggo al macero, in vista di un “consumo”, anzi, di un impiego, molto lento. E si integrano perfettamente nella polifonia che arriva dai miei scaffali.

Ecco che una logica si disegna: prendo solo ciò che “sento” essere possibili tessere di quel grande mosaico del sapere che ho in testa, dalle quali mi attendo frammenti di immagine inaspettati e rivelatori. Ogni nuovo tassello contribuisce a definire la mappa, ma non la completa: piuttosto la espande in altre direzioni.

 

 

È vero però che in questa bulimia gioca anche un’altra componente: la sindrome collezionistica, quantitativa. Ho tanti libri perché mi piace averne tanti, e per quanti già ne possieda, e a dispetto del fatto che non so più dove ficcarli, vorrei possederne di più. Un amico mi raccontò, mezzo secolo fa, di aver visto in casa di Franco Antonicelli oltre ventimila volumi, stipati per ogni dove, persino nel bagno (oggi sono patrimonio di una fondazione a lui intitolata). Di Antonicelli sapevo poco, ma quella rivelazione lo ha fatto balzare in testa alle mie classifiche: dove peraltro è rimasto, dopo che naturalmente mi sono affrettato a cercare notizie e a leggere le cose sue. Credo sia stato lui, indirettamente, a convincermi che quella era la mia strada. Ventimila era un numero molto alto, ma possibile. E così, una delle mete che mi proponevo a vent’anni era di arrivare a possedere una biblioteca come la sua.

Quando parlo di un movente “quantitativo” non intendo comunque un accumulo indiscriminato: la quantità è interna e funzionale ad una qualità. Da anni raccolgo ormai quasi solo saggistica, e non tutta. Per alcune aree il mio interesse è molto tiepido (l’economia) o quasi nullo (la psicanalisi, il mondo dello spettacolo, la critica d’arte “militante”, ecc.), ma anche negli altri ambiti sono alquanto selettivo. Ad esempio, non prenderei i libri di Zichichi o di Alberoni nemmeno se l’euro lo dessero a me.

La quantità ha anche una sua valenza estetica (in senso kantiano, di percezione sensoriale). Può sembrare strano ma è così. Paperone godeva a tuffarsi tra i dollari del suo deposito. Anch’io mi immergo, e godo a guardare i dorsi dei miei libri, che sono tante madeleine. L’unico rammarico è di non averli tutti in un’unica sala: potrei far scorrere lo sguardo ininterrottamente per ore, fermandolo ogni tanto, e dicendo: “Ah, eccoti!”

 

 

La coazione all’accumulo (librario), assieme all’origine contadina (o come diretta conseguenza di quest’ultima), è tra le ragioni che mi hanno sempre impedito di aderire convintamente ad ogni concezione “comunistica”. Come contadino non ho mai creduto nella collettivizzazione della terra, come giovane romantico inorridivo all’idea di una comunione delle donne, ma soprattutto come bibliofilo non potevo assolutamente concepire un possesso comune dei libri. E nemmeno ho fatto molto affidamento sulle biblioteche pubbliche (che peraltro dalle mie parti non esistevano). Quando un libro o un attrezzo per i lavori agricoli o per il fai da te mi servono voglio averli disponibili subito e a tempo indeterminato. Ho quindicimila libri (Antonicelli è ancora lontano, devo darmi una mossa o smettere di fumare, per cercare di campare altri vent’anni), tre motoseghe, tre trapani, due decespugliatori, una decina di serie di chiavi inglesi e cacciaviti e brugole di tutte le misure. Sono le mie protesi.

Ciò non mi ha comunque impedito di far circolare i miei libri (e di mettere a disposizione degli altri le mia attrezzature). Ho tenuto per anni un libro mastro dei prestiti, sono arrivato ad avere contemporaneamente in giro una sessantina di volumi, molti non li ho più visti tornare: ma questo non toglie che quei libri continuino ad essere miei. Quando non mi affanno troppo per riaverli è perché penso possano essere più utili a chi li ha in uso che a me: e in quel caso, se capita l’occasione, non ho problema a ricomprarli.

La cosa davvero importante, in definitiva, è che la tessera sia già stata inserita nel mosaico, abbia già coperto il suo spazio bianco, la sua piccola porzione di terra incognita. Parafrasando Ungaretti, è la mia testa la biblioteca più affollata.


Al paese di Bengodi

di Paolo Repetto, dicembre 2017, da sguardistorti n. 02 – aprile 2018

Il mercatino di Borgo d’Ale è diventato un appuntamento imperdibile. Aspetto da un mese all’altro la terza domenica, e non ci sono impegni o circostanze che tengano. La vince con i matrimoni, le comunioni e ogni tipo di evento culturale, e questo va da sé, li diserterei comunque, ma anche ormai con le occasioni di scampagnate e ritrovi con gli amici. È il tempo sacro che ritorna: da ragazzino avevo il primo venerdì del mese, da anziano ho la terza domenica.

Non sono l’unico ad aver abbracciato questa nuova forma di religione. Anche se parto molto presto, perché c’è più di un’ora di auto-strada, quando arrivo trovo auto parcheggiate ai lati dello stradone o nei campi già un chilometro prima. Sembra tra l’altro che gli organizzatori (e i frequentatori) abbiano stretto un patto col diavolo, perché non ho mai incontrato maltempo e non c’è mai stato un rinvio.

Negli ultimi due anni non ho mancato l’appuntamento una sola volta. Ho visto raddoppiare gli espositori, che a questo punto saranno ben oltre il mezzo migliaio, senza che tuttavia si guastasse l’atmosfera strapaesana (anche se temo che non durerà a lungo).  Ho appreso nel frattempo tutti i trucchi e memorizzato la mappa dell’area, per cui riesco in genere a parcheggiare a poche. decine di metri dall’ingresso. Appena varcato il cancello che immette nell’enorme spiazzo (ospita il più grande mercato ortofrutticolo del Piemonte orientale) mi fiondo dal mio personal pusher, che ha una postazione fissa praticamente al centro.

I libri a un euro coprono un enorme tavolo, libero da tutti i lati, che consente di girargli attorno. I volumi non sono buttati lì a casaccio, ma impilati ordinatamente in piccole colonne, e avverti che sono stati inscatolati con un certo criterio. Li passo febbrilmente in rassegna, a volte sgomitando un po’ con quei clienti occasionali che non sanno cosa vogliono o con i curiosi che cincischiano e frugano disordinatamente, e si meravigliano se li guardi storto. I cercatori seri li riconosci invece subito: fanno passare i libri da una colonna a quella precedente, di modo che al termine della mattinata ogni volume rimasto ha praticamente fatto quattro o cinque volte il giro del tavolo, e soprattutto non intralciano il traffico, rispettano le precedenze e vanno a colpo sicuro. Naturalmente nessuno è veloce come me nell’esplorazione, ma io sono favorito da una lunghissima pratica di bancarelle e da criteri di ricerca che escludono in partenza tutti i titoli associati a determinate case editrici, riconoscibili ad una prima occhiata anche dal dorso. Gli specialisti poi, quelli appunto come me, sono dotati di uno strabismo che consente di adocchiare le cose interessanti anche mentre passano per le mani di un altro. Alimentano il loro mucchietto e quando diventa troppo ingombrante da spostare lo consegnano al pusher, che provvede alle prime imborsate provvisorie. Questa prassi è molto diffusa, tanto che nel primo pomeriggio sotto il bancone attendono di essere ritirate decine di borse, mentre i compratori flanellano lungo le file del mercato nell’eterna speranza di imbattersi nell’imprevisto.

Di norma, dopo dieci minuti dall’arrivo ho già giustificato il viaggio e la giornata. Ho la fortuna di cercare cose in genere poco appetite dagli altri, e di essere comunque onnivoro. Spesso poi mi faccio ammaliare da edizioni eleganti di opere che già possiedo, magari in economica. Trovo quindi invariabilmente qualcosa, e di norma non mi stacco dal banco senza aver cumulato almeno una ventina di volumi. La coppia che lo gestisce ormai mi conosce bene, credo sia persino un po’ in soggezione, e si premura di liberarmi ogni tanto le braccia, ritirando ciò che ho già messo da parte, per facilitare la mia ricerca.

Tornato al lato di partenza, effettuo quasi sempre un secondo giro, molto più veloce, di controllo, per accertarmi che non mi sia sfuggito nulla o per ripescare ciò che avevo lasciato in forse: so già che mi pentirei immediatamente di non averlo preso. Agli altri due banchi, quelli dei libri a tre o a cinque euro, do solo una veloce occhiata: di solito non offrono nulla di interessante, puntano su volumi più nuovi e rilegati, ma è solo materiale di dozzina, e quello che vale già lo possiedo. Quindi pago, lascio in deposito le mie due o tre borse  e posso cominciare la perlustrazione a pettine del mercatino.

Una ricognizione completa richiede almeno tre ore. Alla dozzina di bancarelle fisse del cartaceo se ne aggiungono di volta in volta di occasionali, ma non frequento tutti gli spacci di libri. Ormai ho imparato a riconoscere il tipo di offerta di ciascuno, e alcuni li scarto a priori. Un paio ad esempio propongono solo storia legata al fascismo e militaria, alcuni praticano prezzi che neanche Sotheby’s, altri ancora ammucchiano i libri come cumuli di letame, oppure li affastellano in modo da rendere quasi impossibile la ricerca. Ammetto che in qualche caso scattano anche pregiudizi razziali: non riesco a mercanteggiare con chi tratta i libri come immondizia, salvo poi sparare “cinque euro” appena mostri interesse per qualcosa; o peggio, con chi cerca di giustificare la richiesta spiegandoti il valore intrinseco dell’opera, senza avere la minima idea di cosa sta parlando.  Queste ricognizioni di norma non approdano a nulla, ma riservano talvolta inaspettate sorprese. Capita anche, invariabilmente, di trovare a un prezzo irrisorio opere che si erano cercate invano per mesi e ci si era poi risolti ad acquistare in rete, magari solo una settimana prima. È chiaro che a quel punto se ne possiederanno due copie.

Il mercatino non è però soltanto libri. Non compro altro, ma non lo frequento solo per appagare a poco prezzo la mia bibliomania. Mi piace per un sacco di altri motivi. Intanto, l’atmosfera. Calcolando che la metà almeno del nostro prossimo vive in uno stato di perenne irritazione, e che qui si concentra in poche migliaia di metri quadrati una miriade di persone che muovono in direzioni opposte, guardano, toccano, contrattano, e per la gran parte viaggiano in coppia e hanno interessi e gusti differenti, si dovrebbe navigare in mezzo a un tasso di adrenalina litigiosa altissimo. Invece no, non ho mai sentito nessuno alzare la voce. Il mercatino è zona franca. Si va alla ricerca dell’assolutamente inutile, quindi non valgono le comuni leggi e i consueti rapporti commerciali, e neppure quelli coniugali. Chi vende non campa su quel lavoro, chi compra non vuole realizzare l’affare, ma togliersi uno sfizio. Circola la moneta, ma la filosofia di fondo sembra quella del baratto piuttosto che quella dell’acquisto. È impressionante vedere la gente che riprende la via per l’auto carica delle cose più inverosimili, sedie sgangherate, mastelli di legno, tritacarne per insaccare il maiale, vecchie radio a valvole, strumenti musicali fuori uso, giacconi di pelle (una volta ne ho presi due per quindici euro). Non sa cosa ne farà, non può giustificarli con alcuna necessità, ma è felice di portarseli via.

La maggior parte cerca però in realtà solo l’atmosfera, la gioia che danno agli occhi oggetti mai visti o non più rivisti da tempo. Credo che il motivo maggiore di attrazione sia proprio questo: il mercatino è il Bengodi della memoria. Dai banchi occhieggiano suppellettili sparite non solo dal circuito commerciale ma anche dall’arredo delle case moldave, fumetti degli anni trenta o cinquanta, utensili che parrebbero risalire al paleolitico, le scatole da biscotti di latta che vedevi da bambino a casa di tua nonna, giocattoli con la carica a corda. È tutta una madeleine di ricordi che proprio col tramite degli oggetti riemergono, e non solo, confliggono con la melassa artificiale e virtuale dalla quale siamo ricoperti.

Il fenomeno infatti va controcorrente, perché sembra confutare l’imperativo dell’usa e gatta. È tutta roba già scartata e ora rimessa in circolo, che non intende morire. E segna la rivincita del legno e dei metalli primari (ferro, rame, stagno, …) e delle leghe (bronzo) sulla plastica (ma anche del vinile sui CD, del panno sulle fibre, dei fumetti sui videogiochi). Una immersione nel mercatino è una eccezionale lezione di storia del costume, del gusto, della tecnica, delle idee. Dovrebbe essere meta di gite scolastiche, con gli studenti condotti tra i banchi in formazione militare, guidati da docenti in veste di ciceroni e di sergenti. Ma forse no: non avrebbero nulla da ricordare, e dubito siano disposti ad imparare qualcosa. Meglio limitare i danni ai musei e ai monumenti.

Insomma, il mercatino è certamente un non-luogo, di quelli classificati come tali da Marc Augé: ma lo è in un’accezione positiva. È il regno dell’utopia, perché l’utopia mira in fondo a fermare il tempo, e qui una volta al mese questo accade.

Paradossalmente, però, nonostante la cornice sia vecchia e la velatura sul vetro risulti autentica, il mercatino è anche un ottimo specchio della società attuale. La deforma solo leggermente, ma questo invece di imbruttirla le conferisce quella patina un po’ surreale che rende tutto meno pesante e insopportabile. A proposito di cornici: proprio ultimamente ho udito un tizio dire alla moglie: “Roba da non credere. Quattrocento euro per una cornice! Neanche fosse d’oro massello!” Bene, cose così a Borgo d’Ale, anziché irritarmi, mi fanno felice: sono perle che raccolgo e conservo gelosamente, giustificano da sole duecento e passa chilometri.

Dicono della nostra società più di un libro di sociologia, e almeno lo fanno in maniera divertente.

 

Critica della ragione informatica

di Paolo Repetto, 2013

Le molte ore trascorse davanti al computer per realizzare questo libretto mi hanno costretto a rimeditare il mio rapporto con la tecnologia. Ne sono scaturite alcune elementari considerazioni, che sarà il caso magari di sviluppare e argomentare meglio in altra sede, ma che vorrei già qui proporre come stimolo, per me e per gli amici, a proseguire lungo il cammino intrapreso. Questo lavoro è stato reso possibile da un supporto tecnologico che è ormai alla portata di chiunque, ma che solo dieci anni fa sarebbe apparso (almeno a noi) fantascientifico. In questo frattempo non è caduto solo il muro di Berlino, sono crollate ben altre barriere. Oggi chiunque è in grado, con un po’ di buona volontà, di far circolare le proprie idee in una veste dignitosa. La stampa e l’impaginazione non hanno nulla da invidiare a quelle dell’editoria professionale, e il risultato non è solo l’appagamento di uno sfizio estetico, ma una leggibilità che si traduce in rispetto per il lettore e incentivazione alla lettura.

Non dobbiamo illuderci, naturalmente, che tutto questo non abbia dei costi, e non mi riferisco a quelli materiali per l’acquisto, la gestione e il ricambio degli strumenti. Mi riferisco a due aspetti, due rovesci di medaglia connessi a questa nuova potenzialità. Il primo concerne proprio la qualità del prodotto. Ciò che ciascuno di noi è in grado di produrre oggi ha sì un aspetto dignitoso, ma si tratta di una dignità conquistata con l’omologazione ad uno standard: ogni nostro discorso sembra acquisire credibilità ed autorevolezza nella misura in cui si allinea, almeno nell’incarto della confezione, al linguaggio ufficiale del sistema. La potenziale diversità dei contenuti viene mimetizzata dalla conformità dell’etichetta, e forse davvero già in parte disinnescata dall’atteggiamento, o meglio dal tipo di attenzione, che induce nel lettore. Per capirci, quando ci si trova di fronte a caratteri e forme del tutto simili a quelli con cui viene confezionata ogni velina del sistema si finisce per rapportarsi al testo con attitudine non molto dissimile.

Ma non è tutto. Una forma di condizionamento viene esercitata dalla informatizzazione del testo anche alla fonte, nel momento in cui abbiamo la possibilità di tradurre in tempo reale i nostri concetti nel formato stampa, cioè in qualche modo di ufficializzarli, e di leggerli in una veste che almeno graficamente ha già le caratteristiche del prodotto finito. La sensazione di precarietà, di soggettività, e quindi lo stimolo al ripensamento implicito nella scrittura manuale, vengono meno quando le nostre parole si allineano in perfetto ordine sul monitor, e prefigurano l’impeccabile schieramento sulla pagina: uno schieramento più adatto allo spettacolo della parata che al caos della battaglia, che finisce per condizionare fortemente anche la manovra dei concetti. Paradossalmente, proprio la possibilità di intervenire infinite volte sul testo in tempi brevissimi, di integrarlo e modificarlo senza scomporne l’ordine visivo, possibilità che così bene si attaglia all’andamento spezzato e cumulativo del nostro pensiero, disattiva le barriere critiche e i filtri di una meditata rilettura.

Di questo dobbiamo essere consapevoli. E tuttavia questa consapevolezza non può andare disgiunta da un’altra, quella che la tecnologia primitiva del ciclostyle, rozza ibridazione tra la manualità e la riproduzione a stampa celebrata come alternativa alla sofisticazione degli strumenti del potere, si alimentava in realtà di un falso mito, gratificava solo chi i testi li produceva (se era di bocca buona) ma non ha mai incoraggiato nessuno a leggerli.

La seconda obiezione attiene invece all’aspetto quantitativo. L’enorme massa di prodotti culturali messi in circolazione sia dalle reti sia dalla produzione editoriale personalizzata vanifica in realtà l’apparente democratizzazione comunicativa. Le voci che prima erano escluse dal coro ora si perdono nella infinita folla dei coristi. Forse era davvero più facile trovare un uditorio minimo ma attento quando gli strumenti di cui si disponeva non erano accordati, e il loro suono risaltava proprio per la distonia. E ancora: perché dovrebbe importarci di giungere virtualmente a milioni di interlocutori, quando ciò che abbiamo da comunicare non attiene più alle idealità universali di liberazione ma ad un riscatto quotidiano e singolare dalla miseria dell’esistenza, ed è in verità condivisibile solo con pochi intimi?

Forse tutto questo è vero, e forse il lavoro che sto facendo è solo una povera compensazione di quel che è andato perduto. Ma questa consapevolezza non riesce comunque a rovinarmi il piacere che ne ho tratto e quello che ancora me ne attendo. Ho realizzato un piccolo sogno, governandone ogni passo, decidendone le sequenze, i tempi, il colore e persino il numero e la qualità dei destinatari. Mi è stato possibile grazie ad una particolare tecnologia, e gliene sono grato. Non mi sono arreso alle sirene dell’utopia tecnologica e non mi sono convertito al suo credo: ho semplicemente sfruttato qualcosa che bene o male avevo a disposizione. Ora me ne stacco, e lo lascio lì, spento e inerte. Sino alla prossima volta.

 

L’asino di Stevenson e altre storie di viaggio non vissute

di Paolo Repetto, 2013

Anni fa, tra la metà e la fine dei settanta, l’esercito italiano decise di darsi un assetto più moderno. I primi ad essere sacrificati alle nuove tecnologie furono i protagonisti della grande guerra, i muli, ancora in forza a migliaia nel corpo degli alpini e nell’artiglieria di montagna. I poveri animali vennero messi all’asta, e venivano via per cifre irrisorie (sarebbe interessante sapere che fine abbiano fatto, probabilmente oggi si dovrebbe aprire un’inchiesta).

In quell’occasione vidi profilarsi la possibilità di realizzare un sogno covato da tempo: quello di un trekking a zig zag sull’Appennino, da fare rigorosamente da solo, in perfetta autonomia, lungo i sentieri meno conosciuti o ormai non più battuti. Si era in piena fase di spopolamento delle campagne e più ancora delle zone montane, e immaginavo quel viaggio come un’immersione in una natura che stava velocemente tornando padrona dell’ambiente. La possibilità di acquisire un mulo per pochi soldi forniva il supporto perfetto: avrei caricato sul suo dorso la tenda e le vettovaglie, e avrei potuto affrontare qualsiasi sentiero, senza l’incombenza di trovare riparo ogni notte e cibo ogni giorno.

Devo confessare che, come per tutte le cose della mia vita, c’era dietro anche una forte suggestione infantile. Attorno ai cinque o sei anni mi aveva entusiasmato al cinema comunale la serie di Francis, il mulo parlante, (quello con Donald O’Connor, che dopo i primi episodi lasciò il set perché il mulo riceveva più lettere di lui), e ne avevo riportato la convinzione (peraltro mai del tutto abbandonata) che i muli siano molto più intelligenti degli uomini. L’ipotesi di acquistare un mulo non era comunque campata per aria, perché disponevo di una stalla e perché riuscivo a giustificarne moralmente il possesso con l’utilizzo per i lavori agricoli. Nulla avrebbe quindi potuto ostare al sogno, se non il fatto che tra gli impegni familiari, quelli del lavoro a scuola e quelli del lavoro in campagna, la ristrutturazione della casa appena acquistata e la collaborazione ad una impresa editoriale ambiziosa, era difficile persino pensare di trovare il tempo per quella fuga. Alla fine, complice anche l’ostilità di mio padre, che ci vedeva un aggravio insensato di preoccupazioni (e non del tutto a torto, perché anche il mulo necessita di cure, e nelle mie condizioni a quel tempo era difficile pensare di potergliele offrire), lasciai perdere. Salvo poi pentirmene per tutto il resto della vita.

All’epoca non avevo ancora letto il Viaggio nelle Cevennes in compagnia di un asino, di Stevenson: un vero peccato, perché se lo avessi conosciuto senz’altro il mulo lo avrei preso, e non starei qui ora a recriminare. Stevenson ha viaggiato esattamente come avrei voluto fare io: in assoluta libertà. O meglio, nella libertà relativa consentitagli da Modestine, l’asina affittata per quell’avventura, che dimostrò nel corso del viaggio di possedere una sua spiccata personalità e di voler partecipare alle decisioni sugli itinerari, sulle soste, sulla distribuzione del carico, ecc. – il che in qualche modo conferma l’idea che mi ero fatta con i film di Francis. Oggi quell’itinerario è offerto in pacchetto turistico, asino compreso, a dimostrazione di come ormai tutto finisca inevitabilmente per diventare merce: ma all’epoca di Stevenson, e ancora anche alla mia, era uno spicchio di avventura tranquilla e quasi domestica, senza adrenaline particolari ma con tutti gli altri ingredienti originali.

Il mancato viaggio con il mulo è solo una delle tante esperienze non vissute per un soffio, e al tempo stesso ripetute con la fantasia innumerevoli volte. Oggi sarebbe difficile da organizzare, e poi mi imbarazzerebbe sapere che non è per nulla originale (ho incontrato un paio d’anni fa una ragazza poco più che ventenne che arrivava direttamente dalla Francia in compagnia di un asinello): ma non mi sono ancora rassegnato. Potrebbe essere un modo per riempire i giorni della pensione, se verranno.

Un altro viaggio quasi fatto, e pensato e studiato tante volte che mi capita di pensare talora di averlo compiuto davvero, è anch’esso legato all’Appennino. Quella dell’Appennino è una fissa facilmente spiegabile. I suoi contrafforti partono subito alle spalle della casa in cui ho sempre vissuto, le sue alture e le sue vette hanno costituito il limite dell’orizzonte dalla finestra della mia camera e del mio studio. Da ragazzo immaginavo, molto prima di aver letto l’Infinito, di superarle a volo, e mi ero costruito mentalmente tutto un paesaggio, e piccoli borghi e vallate al di là, talmente realistici da tornare uguali a popolare i miei sogni per innumerevoli notti. Ancora oggi, se sosto sovrappensiero alla finestra, per un attimo ho la percezione che al di là di quelle creste ci siano le valli e le case e le persone che mi figuravo nell’infanzia.

È comprensibile allora che abbia progettato di cavalcare quelle creste per dritto e per sbieco, attraversando a zig zag la catena, un giorno sul versante tirrenico, l’altro su quello padano. E che per farlo abbia pensato, una volta svanito il sogno del mulo, come mezzo più indicato proprio all’equivalente meccanico di un piccolo mulo, una cinquecento giardinetta rossa che ho posseduto e sfruttato per quindici anni, ma che già al momento dell’acquisto aveva alle spalle dieci anni di onorato servizio. Tecnologicamente ed esteticamente era il mezzo più primitivo e rozzo che si possa immaginare, l’anello di congiunzione tra la carriola e l’auto. Un motore di nemmeno cinquecento centimetri cubici, una velocità massima di ottanta all’ora (da nuova) cambio non sincronizzato, freni a tamburo, sterzo totalmente manuale, e via dicendo. E poi, nelle mie mani aveva finito per perdere il fondo, sostituito da una lastra di metallo saldata alla meglio all’assale, e per lamentare una cronica mancanza d’olio. Ma aveva anche un sacco di qualità: la meccanica era semplicissima, al punto che in una situazione di emergenza ho potuto utilizzare una stringa in sostituzione di un cavo rotto: il raffreddamento era ad aria, per cui non c’era pericolo di fondere il motore per la mia solita sbadataggine; nella parte posteriore, sganciando il sedile, era possibile ricavare uno spazio dove coricarsi, sia pure in posizione fetale. Infine, unico vero lusso, era dotata di un tettuccio apribile in tela incerata, un po’ rabberciato e difficile a richiudersi ma sufficiente a tener fuori il grosso di eventuali piogge, che avrebbe permesso di godere all’interno la libera circolazione dell’aria e del sole (e ce n’era bisogno, dal momento che il motore, anche se posteriore, mandava in cabina una puzza terribile di olio).

Per quel che avevo in testa io era perfetta. Avrei percorso strade secondarie, comunali, vicinali, sterrate, e avrei dovuto comunque viaggiare sempre a ritmi da tartaruga, quasi di passo, godendomi così appieno i panorami e gli ambienti. Non avrei nemmeno dovuto preoccuparmi per il ricovero notturno, perché alla mala parata avrei sempre potuto dormire in macchina.

Questo viaggio, come dicevo, non si è mai realizzato. Ero entrato in una ulteriore fase di impegni che non mi consentiva di liberarmi per più di due o tre giorni di seguito. Ho continuato a rimandarlo a tempi meno convulsi, ma nel frattempo la giardinetta ha chiuso la sua carriera. E tuttavia, anche di questa idea ho trovato una realizzazione altrui, e la relativa testimonianza letteraria. Stavolta però il copyright è mio. Un’esperienza di questo tipo è stata fatta da Paolo Rumiz nel Duemilauno, su una Topolino risalente ai primi anni cinquanta. Rumiz si è spostato esattamente come intendevo fare io, tra l’altro partendo proprio da queste parti, e ha cucito a croce i due versanti dell’Appennino fino all’estrema punta della Calabria, con un supplemento in Sicilia. Ha visto luoghi, conosciuto persone che parevano vivere in un altro tempo, proprio quello che mi attendevo io: è stato ospitato, accolto, ha trovato ritmi completamente diversi da quelli frenetici e insensati di valle. Ha incontrato una dimensione umana che nulla ha a che vedere con quella in cui annaspiamo quotidianamente. Tutto questo lo ha poi narrato in un fantastico resoconto, La leggenda dei monti naviganti, che anziché suscitarmi invidia mi ha reso felice: ho vissuto attraverso i suoi occhi e le sue parole quello che già nella mia immaginazione mi ero centinaia di volte prefigurato, e l’ho vissuto attraverso un racconto totalmente privo di retorica e di concessioni al folklore.

Rumiz ha grosso modo la mia età, forse un paio di anni in meno. Trovo normale che abbia maturato l’idea di questo viaggio: naviga evidentemente sulla mia stessa lunghezza d’onda. Mi ha invece sorpreso trovare una continuità con i miei progetti, e la capacità di portarli anche a termine, in un ragazzo dell’età di mio figlio, Enrico Brizzi, quello che vent’anni era già famoso per Jack Frusciante e che ha fatto del viaggio a piedi la sua cifra di vita e letteraria. Proprio mio figlio mi ha fatto scoprire un suo libro, Nessuno lo saprà, che racconta, magari con qualche punta romanzata, la traversata dello stivale coast to coast, dall’Argentario al Conero, a piedi e in compagnia di un paio di amici. Nulla di particolarmente estremo; lo stesso Brizzi ha percorso qualche anno dopo lo stivale nella sua intera lunghezza, calcando le orme di Seaume, di Belloc e di un sacco d’altri, che questi percorsi li facevano però nell’Ottocento, quando camminare a piedi era la norma, e non una stravaganza. Nulla di trascendentale, dicevo, non fosse che quasi lo stesso itinerario l’ho esplorato in auto una ventina d’anni fa, ripromettendomi di tornare il prima possibile per percorrerlo a piedi. Naturalmente, non ci sono riuscito. Ma la ciliegina è venuta da un altro libro, e da un altro viaggio di Brizzi, quello raccontato ne Il pellegrino dalle braccia tatuate, resoconto anch’esso romanzato di una traversata a piedi delle Alpi, nel corso di un itinerario sulla via Francigena. Ennesimo itinerario più volte covato nella mente e arrivato in fase di progetto, per poi essere eclissato dagli impegni, ma soprattutto dalla pigrizia e dall’età avanzanti.

Per ultimo ho lasciato l’incredibile trekking negli Appalachi di Bill Bryson, quello raccontato in Una passeggiata nei boschi, che mi ha fatto scoprire Bryson, del quale non perdo oggi una riga, e rimpiangere di non aver mai provato a scrivere nulla su questo tema. Un trekking appalachiano non lo avevo mai messo in conto, nemmeno sapevo esistesse questo sentiero lungo quasi tremila chilometri che taglia da nord a sud gli Stati Uniti occidentali, seguendo le creste e le foreste di una catena che sta alle Montagne Rocciose come appunto gli Appennini stanno alle Alpi. E tuttavia, anche senza averne mai sentito parlare, quel sentiero l’ho riconosciuto subito, perché esiste un archetipo di tutti i sentieri, al quale tutti somigliano. L’archetipo è naturalmente nella testa di chi li percorre, nelle motivazioni per le quali lo fa (non mi riferisco naturalmente alle performance affrontate con spirito sportivo, per battere record di velocità o per collezionare chilometri), nel fatto che vede e nota più o meno le stesse cose, soffre gli stessi disagi, si imbatte in avventure simili. Quello di Bryson non l’ho sentito in verità come un viaggio mancato, ma anzi, come il modello ideale del viaggio a piedi contemporaneo, nel quale ho riconosciuto e rivissuto un po’ tutte le mie esperienze.

Perché alla fine la mia storia non è fatta solo di camminate o viaggi rimasti fermi a tavolino: qualche soddisfazione me la sono tolta anch’io. Ho camminato in Corsica e nella Foresta Nera, attorno al Monte Bianco e al Monviso, lungo il sentiero dei Lagorai e sul crinale appenninico sino all’Umbria, in Olanda e nel Parco degli Abruzzi. E nel mio piccolo ho anche viaggiato, con i mezzi più diversi. Non ho alcuna intenzione infatti di lamentarmi: ma al solito, quelle che ci rimangono più impresse sono le cose che non abbiamo fatto, e che realisticamente avremmo potuto fare. È chiaro che quando si tratta di viaggi le possibilità, e quindi le recriminazioni, sono infinite. Una consolazione però c’è: il sapere che qualcuno prima o poi avrà la tua stessa idea, e la metterà in pratica, e la racconterà, dicendo probabilmente le cose che avresti potuto dire tu. E allora, se ti senti parte di una grande spirito, non universale, per carità, ma accomunante almeno quelli che amano guadagnarsi le cose, è come se quel viaggio lo avessi vissuto tu stesso.

 

P.S. Rimane da spiegare perché non ho mai provato a raccontare un’esperienza di viaggio, o una camminata. Me lo sono chiesto, e sono anche arrivato a darmi una risposta: è sempre una questione di tempo. Paradossalmente, per uno che ai temi del viaggio, delle esplorazioni e dell’alpinismo ha dedicato gli ultimi trent’anni del proprio impegno culturale, non ho mai trovato il tempo o la concentrazione per raccontare un qualsiasi mio itinerario o una scalata. Ho tenuto spesso dei piccoli diari dei viaggi fatti, a partire dagli imbarchi di quarantacinque anni fa sino agli ultimi trekking, ma quando li ho poi ripresi in mano non me la sono sentita di farne una trasposizione letteraria. Ho l’impressione che rispecchino un modo di viaggiare mai rilassato, sempre oppresso da tempi limitati, o addirittura dall’idea di rubare quel tempo a più giuste cause, e teso più a raggiungere di volta in volta la meta che a godere ciò che sta in mezzo: un modo che non consente di vedere e apprezzare realmente le cose. Mi tengo dunque i miei diari, immagino con quale sollievo degli amici. Confesso però che, a differenza delle altre cose che scrivo, ogni tanto li rileggo volentieri: per il motivo di cui parlavo sopra raccontano un me che non riconosco, parlano d’altri, e questo mi rende più facile sopportare il rammarico per tante occasioni perdute.

 

Bibliografia de “Lo zio Micotto e le cattive compagnie”

di Paolo Repetto, 2012

La bibliografia sull’anarchismo è naturalmente sterminata. Cito soltanto le opere che ho maggiormente utilizzato per questi scritti

ADAMO, P. – Camillo Berneri. Anarchia e società aperta – M&B

AA VV – Gli Anarchici – Classici del Pensiero, UTET 1985

AA VV – L’altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico 1 – Jaka Book 2012

BERNERI, C. –Epistolario inedito – Arch. Famiglia Berneri 1984

BERNERI, C. – Guerra di classe in Spagna – RL, Genova 1979

BERNERI, C. – Pensieri e battaglie – Parigi 1938, (RL Napoli 1945)

BERNERI, C. – Mussolini grande attore – Arch. Fam. Berneri 1983

BERNERI, C. – Umanesimo e anarchismo – E/O,1990

BERNERI, C. – Il lavoro attraente – Ginevra, 1938 (LiberLiber)

BERNERI, C. – L’ebreo antisemita – Parigi 1934 (LiberLiber)

BERNERI, C. – Il federalismo libertario – LiberLiber, progetto Manuzio

BERNERI, C. – Il cristianesimo e il lavoro – LiberLiber, progetto Manuzio

BERNERI, C. – L’emancipazione della Donna (La Garçonne e la madre) – 1926

BERTI, G. – Un’idea esagerata di libertà – Milano 1998

BERTI, G. – Il pensiero anarchico dal settecento al Novecento – Lacaita, 1998

CAFIERO, C. – Compendio del “Capitale” – Demetra, 1996

CANCOGNI, M. – Gli angeli neri; storia degli anarchici italiani – Firenze 1994

CARR, E. – Bakunin – Rizzoli, 2002

CASAS, J. G. – Storia dell’anarcosindacalismo – Jaka Book, 1975

DEL CARRIA, R. – Proletari senza rivoluzione – Savelli, 1975

DE MARIA, C. – Camillo Berneri. Tra anarchismo e liberalismo – Franco Angeli 2004

D’ERRICO, S. – Anarchismo e politica – Mimesis, 2006

EMILIANI, V. – Gli anarchici: vite di Cafiero, Costa, Malatesta, Cipriani, Gori, Berneri, Borghi – Milano 1973.

GUILLEMINAULT, G. /MOHÈ, A. – Storia dell’anarchia – Vallecchi, 1974

KROPOTKIN, P. – Memorie di un rivoluzionario – Feltrinelli 1961

KROPOTKIN, P. – La conquista del pane – Feltrinelli 1961

KROPOTKIN, P. – Il mutuo appoggio – Feltrinelli 1961

KROPOTKIN, P. – La morale anarchica– Stampa alternativa, 1999

JOLL, J. – Gli anarchici – Il saggiatore, 1970

MALATESTA, E. – L’Anarchia – Datanews, 2001

MALATESTA, E. – Individuo, società, anarchia – E/O, 1998

MANIAS, G. A. – Camillo Berneri tra Carlo Rosselli e Antonio Gramsci – Firenze 2007

MASINI, P. C. – Storia degli anarchici italiani da Bakunin a Malatesta – Rizzoli 1969

MASINI, P. C. – Storia degli anarchici italiani nell’epoca degli attentati – Rizzol 1981

NATALINI, G. – Amilcare Cipriani, la vita come rivoluzione – Firenze Libri 1987

ORWELL, G. – Omaggio alla Catalogna – Mondadori 1982

PANI, F. / VACCARO, S. – Il pensiero anarchico – Demetra 1997