Sono arrivato a un bivio, ma ho sbagliato strada

di Vittorio Righini, 11 aprile 2026

Recentemente mi sono infatuato, nel leggere Vecchia Calabria, di Norman Douglas, un caposaldo della letteratura di viaggio; così mi sono poi precipitato su Biglietti da visita, altro suo libro, per me interessante soprattutto per la varietà dei personaggi rappresentati e delle loro intricate storie.

Ho letto un paio di altri libri di Douglas tradotti in italiano, oltre a Ricette erotiche pubblicato sotto lo pseudonimo di Pilaff Bey. La mia intenzione era di scrivere qualche riga su questo autore che, allontanato dalla perfida Albione (per presunte – o probabili– molestie sessuali nei confronti di un bel giovinetto), ha trovato in Calabria prima e in Campania poi luoghi dove vivere in pace e far prosperare il suo gusto, la sua cultura, il suo sense of humour, senza scandalizzare troppo i costumi locali, molto più elastici di quelli inglesi, a causa delle sue deviazioni sentimentali ; luoghi ove poter vivere con irriverenza e con il suo essere libero e privo di convenzioni, Capri su tutti.

Ma mentre leggevo Douglas, mi sono imbattuto in Giuseppe “Pino” Orioli, un amico di Douglas, libraio ed editore in Inghilterra e in Italia, che con l’inglese ha speso parte del suo tempo, per poi essere dimenticato fino alla morte avvenuta a Lisbona nel 1942, praticamente in miseria.

Pino, come lo vorrei chiamare d’ora innanzi, era anzitutto un uomo per bene. Nato ad Alfonsine, in una famiglia contadina, nel febbraio del 1884, trascorse un’infanzia povera ma decorosa nel ravennate, facendo vari mestieri prima di diventare uno dei più rinomati librai antiquari d’Europa.

Aprì librerie prima a Londra poi a Firenze, e in Toscana si dedicò anche all’editoria.

Divenne un grandissimo esperto di incunaboli e cinquecentine, di tutti i libri tra il 1455 (dalla Bibbia di Gutenberg) ai primi decenni del secolo successivo; i libri senza frontespizio furono pane per i denti di Pino. La sua conoscenza di queste rarità, lo rese un protagonista assoluto tra i collezionisti e gli esperti librai internazionali. Ecco perché, se amate i libri, vi consiglio la lettura del libro principale di Pino, la sua autobiografia dal titolo: Le avventure di un libraio.

Il libro è del 1937, scritto in modo semplice e non ricercato, e si legge con una sensazione di attualità, di moderna comprensione. La prima parte del libro è l’autobiografia diretta di una persona che racconta la sua modesta ma felice gioventù con la massima onestà. Poi, verso metà libro, comincia la storia della passione, della ricerca e della scoperta degli incunaboli e dei libri rari, e allora la storia diventa interessante ancor più di un romanzo.

Nel periodo editoriale di Firenze, ha stampato libri anche per Norman Douglas, e quel pizzico di fama che lo circonda (su Wikipedia.org troverete una risicata paginetta in inglese su di lui) soprattutto all’estero è dovuto alla collana di pubblicazioni chiamata Lungarno Series, stampata in Firenze da Pino tra il 1929 e il 1937, e fortemente osteggiata dal regime fascista.

Pino fu il primo a pubblicare L’amante di Lady Chatterley di D.H. Lawrence in Italia, testo osteggiato in Gran Bretagna; poi, lavori di Somerset Maugham, di Aldington, di Acton e, appunto, di Douglas. Scrivere ora della Lungarno Series è cosa lunga e complessa (sebbene abbia edito solo 12 titoli); non saprei condensarla, ma se l’argomento vi interessa, leggete: Una proposta anglofiorentina degli Anni Trenta: The Lungarno Series di Ornella De Zordo.

La bibliografia di Pino è ristretta; oltre al primo e più importante libro, Le avventure di un libraio, interessanti sono due brevi testi, il primo dal titolo In Viaggio, 150 pagine che narrano la sua esplorazione della Calabria insieme a Norman Douglas. Un libro onesto e affettuoso verso la povertà che contraddistingue quella regione in quel periodo storico (1933, pre-fascismo). Pino osserva le persone, la natura, gli animali, e la povera cucina calabrese contadina, e racconta con parole semplici e garbate. Poi, 64 pagine di un libretto dal titolo Giro indipendente dell’isola di Ischia, un giro che dura alcuni mesi, a piedi, e rende Pino un grande conoscitore dei segreti dell’isola, che lui riesce a godersi prima del turismo di massa.

Il rapporto con Douglas è incerto: per alcuni decisamente omosessuale, per altri matrimoniale …

Cito la biografa di Norman Douglas, Rachel Hope Cleves: “There is no evidence that they were lovers, but they behaved like a married couple”. Infine, Richard Aldington scrive un libro su di lui e su Norman Douglas, dal titolo Pinorman, purtroppo edito solo in inglese e che non possiedo.

Volevo scrivere di Norman Douglas, ma ho sbagliato strada, e mi va bene così, perché Giuseppe “Pino” Orioli è un personaggio ingiustamente dimenticato. Per Douglas c’è tempo …

Ariette 25.0: Micorrize

di Maurizio Castellaro, 4 maggio 2025

Le “ariette” che postiamo dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». (n.d.r).

Ci sono arrivato per gradi, anche se gli indizi erano evidenti. A Bogliasco qualcuno lascia libri sulle panchine, nei luoghi di passaggio dei turisti che scendono dal treno. Nessun nome, nessun progetto organizzato di booksharing. Solo misteriose ed eterogenee proposte di lettura. Solo dopo un po’ ho capito che al centro di questa ragnatela organizzata di doni sta il negozio del vetraio. Appena fuori dal negozio, al coperto, è posto il punto di raccolta dei libri. Anonimi donatori scaricano lì le biblioteche del nonno defunto e se ne vanno. Lui raccoglie, mette a disposizione e distribuisce per il paese, attento soprattutto a farsi trovare da chi viene da fuori. L’ultima volta ho trovato un Pennac, ma anche libroni di storia, un tomone sulla storia del fumetto italiano, un Conrad. Con il vetraio ho parlato solo una volta. Sapevo già cosa mi avrebbe detto. Da allora mi sento un po’ complice della sua impresa.
Quando penso a Bogliasco penso spesso a lui e alla sua instancabile missione, che ai miei occhi nobilita la comunità di cui fa parte. Tutto questo per riflettere sulla forza potente del dono, inteso in tutte le sue accezioni possibili. Dono può essere un libro, ma anche un’occhiata d’intesa, un sorriso, una parola non detta, una parola detta.
Sempre più mi convinco che siamo come gli alberi: apparentemente separati, ma in realtà connessi da una sotterranea rete micorrizica che ci tiene costantemente in contatto e ci nutre – anche a nostra insaputa, anche a nostro dispetto – e che fa di noi comunque foresta, anche se ci pensiamo deserto. In questo tempo in cui la linea della sabbia sembra avanzare inesorabile, mi aggrappo a questo pensierobambino come un talismano. Sempre e comunque accanto a noi – silenziosi, invisibili, organizzati – sono in azione i vetrai di Bogliasco.

Giulia Nelli, Quando gli uomini avevano le radici (collant su tela)

Pillole contro la bibliolatria

(confessioni di un libraio expat)

di Matteo Cavanna, 5 marzo 2023

La maggior parte dei libri attuali dà l’impressione
di essere stata fatta in una giornata
con dei libri letti il giorno avanti.
(de Chamfort, Massime e pensieri)

Mi ci sono voluti due anni per desacralizzare il libro. Dico desacralizzare perché quando ho iniziato a lavorare in libreria, dodici anni fa, avevo maturato un rapporto con il libro, con l’oggetto libro, per certi versi molto simile al rapporto che si intrattiene con il sacro. Un sentimento di soggezione e fascinazione. Un rispetto sconfinato. Qualsiasi libro, di qualsiasi natura fosse, romanzo o saggio, tascabile o libro d’arte. La spiegazione che ho dato di questo fenomeno sta nel fatto di non essere cresciuto coi libri, ma di averli scoperti in ambito scolastico. Da qui, il sentimento di soggezione. La fascinazione è venuta dopo, quando durante l’adolescenza ho iniziato a leggere libri che non erano in programma. Il retaggio scolastico ha prodotto in me l’idea che i libri fossero un sistema chiuso, riservato a una categoria specifica di persone, e che non avessero a che fare con la vita. Al contrario, l’esperienza adolescenziale mi ha fatto associare al libro una forma di apertura, un mondo che avesse a che fare con la vita, in cui potevo trovare storie e personaggi che mettessero in parole ciò che sentivo in modo confuso.

Pillole contro la bibliolatria 01

Due anni. Forse sono anche pochi, non lo so. Sta di fatto che in libreria mi sono imbattuto con una realtà editoriale che funziona con altre logiche. La produzione di libri è molto alta. Pensiamo che ogni anno, il solo mese di settembre, escono in Francia cinquecento romanzi. Troppi libri. Un sistema economico articolato supporta questo flusso produttivo, dalla pubblicità ai premi letterari. Il calendario editoriale francese prevede due momenti centrali: la Rentrée littéraire, a settembre, seguita dai premi letterari e dal periodo natalizio; e la Rentrée d’hiver, il mese di gennaio. Durante l’anno, ogni settimana ci sono delle novità. Un programma così ricco potrebbe sembrare una buona cosa, per certi versi lo è anche. Ma se scavassimo un po’ più a fondo cominceremmo a storcere il naso. Per farla breve, non credo che un’ampia scelta sia sinonimo di libertà di scelta. Anzi, spesso si risolve nel suo opposto e ci ritroviamo a leggere tutti gli stessi quattro o cinque libri ogni anno.

Pillole contro la bibliolatria 02

Ho consigliato libri per anni. Sono convinto che un buon libraio sia quello che, partendo da qualche informazione, riesca a individuare due o tre titoli che possono soddisfare il lettore. Soddisfare non significa assecondare. Ho sempre considerato il tempo della lettura come un tempo carico di aspettative. Non sopporto i libri che fanno perdere tempo. Una delle massime che ho seguito durante il mio lavoro la devo a Schopenhauer, il quale sosteneva che la sola maniera per leggere buoni libri è quella di non leggere quelli cattivi. Così ho sempre indirizzato i clienti seguendo questo criterio. Seguire questo criterio significa non seguire quello della logica di mercato, tenerne conto, certo, ma non seguirla. Questo mi ha creato alcune incomprensioni con la direzione della libreria, ma anche tante soddisfazioni coi lettori. E non solo, perché i risultati commerciali alla fine mi hanno dato ragione. Ma in fondo è una battaglia persa. Vale se appoggiata da una visione, una ricerca, altrimenti si è condannati a una forma silenziosa di ostracismo.

Cominciai a leggere perché la vita mi diceva no;
la lettura invece aveva la bontà di dire si…
(Robert Walser)

Se mi chiedo a cosa servano tutti questi libri, non ho dubbi: a cercare una risposta. A trovare il coraggio di alzarsi la mattina. È la mia personale spiegazione, quella che per il momento regge ancora il rapporto che ho con i libri. Diciamo che non provo più un rispetto incondizionato per questo oggetto: mantengo un rapporto condizionato. Dipende dal loro contenuto, dalla loro qualità. Sapendo poi che il settanta per cento dei tascabili invenduti finisce al macero per recuperare la carta e produrne di nuovi, non ho più esitazioni a buttare via un libro. Al contrario, se viene fatto consapevolmente, lo trovo un atto responsabile.

Ma ne riparleremo.