Sulle tracce di Norman Douglas

di Vittorio Righini, 24 aprile 2026

Quando ho scritto quelle quattro e incomplete righe su Giuseppe ‘‘Pino’’ Orioli (Sono arrivato a un bivio, ma ho sbagliato strada), ho anche evidenziato che ero partito per scrivere qualcosa a proposito delle mie letture dei libri di Norman Douglas.

Riprendo quindi il cammino interrotto ma non aggiungo altro sulla biografia dello scrittore inglese (anzi, austro-scozzese, perché tale era la sua origine).

Innamorato del Sud Italia, in particolare della Calabria, di Napoli, di Ischia, Capri e Firenze. Di biografie ne esistono più di una, di pagine internet ce ne sono decine; ci sono testi meritevoli ai quali ci si può accostare. Ho già citato Rachel Hope Claves come sua meritevole biografa, ma possono essercene di migliori.

MI interessa di più lo scrittore prima che l’uomo; ma pure dell’uomo devo scrivere comunque qualcosa, perché personaggio a dir poco “particolare” e perché è necessario inquadrarlo per delineare meglio la sua opera.

Anzitutto, si tratta di uno dei (tanti) anglosassoni che si sono innamorati dell’Italia (nella prima metà del XX secolo). La sua venuta (o meglio, il suo mancato ritorno in Inghilterra), è dovuta anche a un processo al quale non si volle presentare, perché in patria gli omosessuali erano pesantemente perseguiti, col carcere o con forme diverse di costrizione.

Ricordate quel genio di Alan Turing, giovane matematico inglese, che costruì una ‘‘macchina’’ – un antenato del computer – capace di imitare i codici di Enigma, cioè il codice di trasmissione segreto tedesco nella Seconda Guerra Mondiale, decrittarli, e dare un enorme aiuto alla causa bellica? Probabilmente, milioni di persone si sono salvate grazie a lui, eppure finì suicida anche perché venne sottoposto a un trattamento forzato di castrazione chimica tramite iniezioni di ormoni, imposto dal governo britannico come alternativa alla prigione dopo la sua condanna per omosessualità nel 1952.

Non si poteva divulgare cosa avesse fatto Turing per l’umanità, e i vertici della intransigente Inghilterra non si ricordarono di lui. Per non dire di Oscar Wilde, che ne sa qualcosa della stessa “evoluta” Inghilterra della prima metà del XX secolo e delle sue carceri.

Douglas da giovane era un vero sciupafemmine, poi divenne omossessuale. Sposato, due figli, il matrimonio è durato due anni e poi se ne è andato per la sua strada; i vincoli e i legami non facevano per lui. Per concludere questo argomento, credo che la sua (e quella di Pino Orioli) fosse soprattutto una visione del bello. Un giovanetto bello nelle forme non significava automaticamente una deviazione sessuale. Una visione epicurea della vita, accompagnata da un estetismo proveniente da una smisurata cultura e da gusti raffinati gli permetteva di apprezzare una vecchia statua malconcia in una diroccata chiesa calabra, come un fanciullo particolarmente bello in un piccolo villaggio di montagna. Douglas l’era l’iconoclasta per eccellenza, tutto quello che non era di suo gradimento andava demolito. Collerico, bilioso e psicologicamente meteoropatico, molto dipendeva dal suo risveglio al mattino. Tutto girava intorno a lui, come intorno al Sole; poteva permetterselo, perché raramente ha vissuto momenti di difficoltà economica.

Ma la sua intelligenza, la sua spropositata cultura (era anche un esimio biologo), la sua prodigiosa memoria, la sua capacità di apprendimento di lingue straniere (e di dialetti locali!), hanno permesso la nascita di alcuni suoi splendidi libri.

C’entra molto la narrativa di viaggio; anche i romanzi, ma sempre attenti al territorio in cui si svolgono i fatti (Nepente – o Nepenthe – altro non è che Capri, raccontata in Siren Land e South Wind, entrambi tradotti in italiano). Si definiva caprese, napoletano e fiorentino, non più inglese. E qui concludo il discorso sull’uomo, perché in fondo scrivo quel che ho letto e penso di aver capito, ma nelle varie interpretazioni ci sono molte discordanze. So solo che, per qualche motivo che non mi è dato conoscere, un brutto giorno interruppe il rapporto quasi “coniugale” con Pino Orioli, e lo lasciò a morire in miseria a Lisbona nel 1942, in piena Seconda Guerra.

Entriamo nel dettaglio dei suoi scritti. I suoi lavori principali, libri tradotti nella nostra lingua, sono:

  • La Terra delle Sirene (Siren Land);
  • Fontane nella sabbia (Fountains in the Sand);
  • Vento del Sud (South Wind);
  • Vecchia Calabria (Old Calabria).

Tutti questi primi libri (eccetto Fontane nella s sono incentrati sulla vita nell’Italia del sud nei primi anni del XX secolo.

Seguono:

  • Paneros, appunti su afrodisiaci e simili;
  • Capri, Materiali per un una descrizione dell’isola;
  • Isole d’estate: Ischia e Ponza;
  • Biglietti da visita (Looking back);
  • Venere in cucina (pseudonimo Pilaff Bey, libro di ricette);
  • Raccolta finale.

Sono quelli che mi risultano tradotti in italiano, ce ne sono altri disponibili solo in inglese. Poi, per leggere di Douglas, come ho già scritto, sono molto di aiuto i libri di Pino Orioli e un libro molto interessante, dal titolo Sulle tracce di Norman Douglas, Avventure fra le Montagne della Vecchia Calabria di Francesco Bevilacqua, grande lettore di Douglas, camminatore, alpinista e profondo conoscitore dell’entroterra Calabro, come quello percorso dall’autore.

Vecchia Calabria lo si può considerare come il capolavoro di Douglas. Pubblicato nel 1915, racconta di una terra semisconosciuta a quei tempi, povera e disperata sotto molti aspetti, ma bellissima e abitata da un mix di bravissime persone e/o di briganti patentati. Girarla soprattutto a piedi come fece Douglas non deve essere stato semplice a inizio XX secolo.

Ci sono diversi autori, anche precedenti, che hanno scritto della Calabria (Dumas, Leary, Didier, Gissing, Slaughter, perfino il Lombroso e molti altri italiani), e che hanno dimostrato interesse verso una regione fino a pochi decenni fa abbandonata a se stessa. Ora le cose sono, finalmente, un po’ cambiate, e l’editore Rubbettino ha anche pubblicato una collana di alcune decine di libri tutti a tema Calabria.

Resta il fatto che la penna di Douglas è sovrana, e Vecchia Calabria è un vero capolavoro della narrativa di viaggio, che a più di 110 anni dalla sua pubblicazione si legge ancora con gioia.

Biglietti da visita è un libro curioso, particolare; Douglas per una vita raccoglie i biglietti da visita dei suoi conoscenti e li deposita in un antico bruciaprofumi giapponese ricevuto in dono da una donna assai interessante, per ringraziarlo di averle ritrovato il cane bassotto smarrito.

Douglas pesca un biglietto alla volta, e ci ricama sopra. A volte un punto interrogativo a significare che di quel nome non ricorda nulla; a volte una storiella di qualche pagina sul personaggio in questione. Gli fa onore il fatto che, se l’intestatario del biglietto è coinvolto in una storia non proprio adamantina, Douglas si limita a mettere le iniziali. Il libro si legge davvero poco alla volta, lo si può tenere sul comodino e prenderlo in mano ogni tanto per leggere qualche paginetta su curiosi personaggi. Ci sono nomi famosi, Lawrence, Hudson, per citarne alcuni, nei ricordi di Douglas. Questo è un libro felice; concordo quando scrive “una volta ci divertivamo di più”.

La fama però era già arrivata con i romanzi: Vento del Sud, che incantò i soldati in trincea nella Grande Guerra con i suoi racconti di mari limpidi e terre calde e accoglienti. Una storia peraltro torbida in un’isola al largo dell’Africa, Nepente (altro non era che Capri) in cui il caldo opprimente condiziona gli eventi. La contrapposizione tra gli anglosassoni residenti sull’isola e i locali consente a Douglas di evidenziare una volta di più la grettezza puritana delle civiltà nordiche dalle quali lui proviene in confronto a una civiltà più libertina, nella povera Italia del sud. Non amo questo romanzo, e mi interessa di più la Terra delle Sirene, una raccolta di 13 racconti sulla Penisola Sorrentina e sulle isole del golfo di Napoli. Scritto con ironia, freschezza e intelligenza, affronta svariati temi, ma quasi tutti incentrati sul tentativo di afferrare il genius loci di ciò di cui narra.

Fontane nella sabbia riporta di un viaggio del 1909, fatto in compagnia di un giovane maestro (e bravo fotografo) per le oasi della Tunisia. Ma Douglas non subisce il fascino del deserto. Anzi, il suo edonismo lo contrappone alle pratiche di vita musulmana, che detesta. Non apprezza i costumi, non apprezza la cucina, forse perché è troppo abituato all’Italia per comprendere la bellezza e la purezza del deserto.

Isole d’estate è quasi una guida turistica a Ischia e Ponza, breve ma tutto sommato gradevole.

Venere in cucina è una raccolta di ricette ‘‘afrodisiache’’, sostiene lui, che ha accumulato in una vita, a contatto con la cucina del Sud.

Non ho letto altri suoi libri, ma un paio di quelli sopra indicati occupano un posto importante nella mia libreria di casa.

Concludo ricordando che Douglas (nato l’8 dicembre del 1868 a Thuringen, Austria) morì a Capri nel 1952, dopo una lunga malattia e una overdose di medicinali. È sepolto nel Cimitero Acattolico di Capri, e sulla sua lapide cita Orazio: “Omnes eodem cogimur” (Tutti finiamo quaggiù).

Sono arrivato a un bivio, ma ho sbagliato strada

di Vittorio Righini, 11 aprile 2026

Recentemente mi sono infatuato, nel leggere Vecchia Calabria, di Norman Douglas, un caposaldo della letteratura di viaggio; così mi sono poi precipitato su Biglietti da visita, altro suo libro, per me interessante soprattutto per la varietà dei personaggi rappresentati e delle loro intricate storie.

Ho letto un paio di altri libri di Douglas tradotti in italiano, oltre a Ricette erotiche pubblicato sotto lo pseudonimo di Pilaff Bey. La mia intenzione era di scrivere qualche riga su questo autore che, allontanato dalla perfida Albione (per presunte – o probabili– molestie sessuali nei confronti di un bel giovinetto), ha trovato in Calabria prima e in Campania poi luoghi dove vivere in pace e far prosperare il suo gusto, la sua cultura, il suo sense of humour, senza scandalizzare troppo i costumi locali, molto più elastici di quelli inglesi, a causa delle sue deviazioni sentimentali ; luoghi ove poter vivere con irriverenza e con il suo essere libero e privo di convenzioni, Capri su tutti.

Ma mentre leggevo Douglas, mi sono imbattuto in Giuseppe “Pino” Orioli, un amico di Douglas, libraio ed editore in Inghilterra e in Italia, che con l’inglese ha speso parte del suo tempo, per poi essere dimenticato fino alla morte avvenuta a Lisbona nel 1942, praticamente in miseria.

Pino, come lo vorrei chiamare d’ora innanzi, era anzitutto un uomo per bene. Nato ad Alfonsine, in una famiglia contadina, nel febbraio del 1884, trascorse un’infanzia povera ma decorosa nel ravennate, facendo vari mestieri prima di diventare uno dei più rinomati librai antiquari d’Europa.

Aprì librerie prima a Londra poi a Firenze, e in Toscana si dedicò anche all’editoria.

Divenne un grandissimo esperto di incunaboli e cinquecentine, di tutti i libri tra il 1455 (dalla Bibbia di Gutenberg) ai primi decenni del secolo successivo; i libri senza frontespizio furono pane per i denti di Pino. La sua conoscenza di queste rarità, lo rese un protagonista assoluto tra i collezionisti e gli esperti librai internazionali. Ecco perché, se amate i libri, vi consiglio la lettura del libro principale di Pino, la sua autobiografia dal titolo: Le avventure di un libraio.

Il libro è del 1937, scritto in modo semplice e non ricercato, e si legge con una sensazione di attualità, di moderna comprensione. La prima parte del libro è l’autobiografia diretta di una persona che racconta la sua modesta ma felice gioventù con la massima onestà. Poi, verso metà libro, comincia la storia della passione, della ricerca e della scoperta degli incunaboli e dei libri rari, e allora la storia diventa interessante ancor più di un romanzo.

Nel periodo editoriale di Firenze, ha stampato libri anche per Norman Douglas, e quel pizzico di fama che lo circonda (su Wikipedia.org troverete una risicata paginetta in inglese su di lui) soprattutto all’estero è dovuto alla collana di pubblicazioni chiamata Lungarno Series, stampata in Firenze da Pino tra il 1929 e il 1937, e fortemente osteggiata dal regime fascista.

Pino fu il primo a pubblicare L’amante di Lady Chatterley di D.H. Lawrence in Italia, testo osteggiato in Gran Bretagna; poi, lavori di Somerset Maugham, di Aldington, di Acton e, appunto, di Douglas. Scrivere ora della Lungarno Series è cosa lunga e complessa (sebbene abbia edito solo 12 titoli); non saprei condensarla, ma se l’argomento vi interessa, leggete: Una proposta anglofiorentina degli Anni Trenta: The Lungarno Series di Ornella De Zordo.

La bibliografia di Pino è ristretta; oltre al primo e più importante libro, Le avventure di un libraio, interessanti sono due brevi testi, il primo dal titolo In Viaggio, 150 pagine che narrano la sua esplorazione della Calabria insieme a Norman Douglas. Un libro onesto e affettuoso verso la povertà che contraddistingue quella regione in quel periodo storico (1933, pre-fascismo). Pino osserva le persone, la natura, gli animali, e la povera cucina calabrese contadina, e racconta con parole semplici e garbate. Poi, 64 pagine di un libretto dal titolo Giro indipendente dell’isola di Ischia, un giro che dura alcuni mesi, a piedi, e rende Pino un grande conoscitore dei segreti dell’isola, che lui riesce a godersi prima del turismo di massa.

Il rapporto con Douglas è incerto: per alcuni decisamente omosessuale, per altri matrimoniale …

Cito la biografa di Norman Douglas, Rachel Hope Cleves: “There is no evidence that they were lovers, but they behaved like a married couple”. Infine, Richard Aldington scrive un libro su di lui e su Norman Douglas, dal titolo Pinorman, purtroppo edito solo in inglese e che non possiedo.

Volevo scrivere di Norman Douglas, ma ho sbagliato strada, e mi va bene così, perché Giuseppe “Pino” Orioli è un personaggio ingiustamente dimenticato. Per Douglas c’è tempo …

Due biografie monumentali

di Vittorio Righini, 9 luglio 2024

Ho avuto modo di leggere di recente due biografie monumentali (oltre 600 l’una e oltre 450 pagine l’altra) e farmi un’idea di entrambe, grazie al confronto emozionale che mi hanno fornito.

La prima è La Vita a Modo Mio di Wilfred Thesiger, autore di due tra i migliori libri sul deserto e sul mondo arabo, su regioni poco esplorate e su popoli dimenticati. La biografia è uscita in Italia di recente.

Due biografie monumentali 02 Wilfred ThesigerWilfred Thesiger

Il primo dei due libri di cui sopra è Sabbie Arabe, che The Observer ha definito “un classico della letteratura di viaggio, scritto in un linguaggio volutamente carica di risonanze epiche”. Sono d’accordo, l’Empty Quarter, in lingua locale Rub el-Khali, è uno dei deserti più ostici da attraversare, e la parte sud è la più inospitale. È il più grande deserto sabbioso contiguo del mondo, con 650.000 chilometri quadrati di sabbia e pietra, ed è così inospitale e con pochissime oasi da renderlo quasi inabitato. Non c’è da stupirsi che sia chiamato “il quartiere vuoto”, che è una perfetta traduzione dell’arabo “Rub al Khali”. Ricopre un terzo della penisola arabica, estendendosi sui territori di quattro paesi: Oman, Arabia Saudita, Yemen ed Emirati Arabi Uniti. Il famoso T.E. Lawrence, per noi comunemente Lawrence d’Arabia, lo traversò in modo memorabile trent’anni prima di Thesiger (1915/1945). Lo fece non certo per diletto e ce ne ha lasciato ampia memoria scritta.

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L’altro libro è Quando gli Arabi vivevano sull’acqua. Questo secondo lavoro è altrettanto mirabile quanto il primo, soprattutto perché tratta di una zona veramente ignota a molti di noi, il sud della Mesopotamia, la terra chiusa dal Tigri e dall’Eufrate. Nel 1951, quando Thesiger vi si recò in esplorazione, il Tigri e l’Eufrate erano ancora fiumi degni di tal nome in quanto a portata, e in primavera, con lo scioglimento delle nevi sui monti della Persia e della Turchia, si creavano paludi che resistevano a lungo. Un mondo acquatico, popolato da flora e fauna vari. Gli Arabi si spostavano remando su barche a bordo basso, pescando e costruendo abitazioni, casoni e magazzini con i giunchi. Insomma, leggere di un mondo arabo basato sull’acqua è stato davvero una sorpresa, originale e interessante. In entrambi i libri la scrittura è colta ma scorrevole, il racconto è originale e interessante.

Così quando è stata tradotta in italiano la biografia di Thesiger, La Vita a Modo Mio, (è quella da oltre seicento pagine) mi sono precipitato ad acquistarla, nonostante il prezzo proibitivo che usualmente pratica Edizioni Settecolori per i suoi libri di narrativa, non solo di viaggio (tra questi Peter Hopkirk, Peter Fleming, Paul Morand e altri ancora).

Ho iniziato a leggerlo nel settembre dello scorso anno, mentre ero in viaggio in Grecia con Paolo Repetto. Lui aveva portato due libri brevi: uno lo divorò in un paio di giorni, l’altro, a quanto pare molto palloso, lo mollò immediatamente. Non mi rimaneva che passargli la biografia e leggere altre cose che avevo con me. Alla fine del viaggio Paolo era ai due terzi della lettura, e volle tenerlo ancora una settimana: ma non mi era parso particolarmente entusiasta.

In questa prima parte dell’estate ho ripreso in mano il libro, dal punto in cui lo avevo lasciato a Salonicco, con immutate illusioni di trovarlo avvincente.

Ma vediamo intanto in breve il personaggio.

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Thesiger è nato ad Addis Abeba nel 1910. Educato con rigore e fermezza a Eton e a Oxford, è stato campione di boxe universitario e ottimo sportivo; un grande fisico sempre allenato, alto, magro, forte. Prima della Seconda Guerra Mondiale ha fatto parte della Sudan Defense Force, “un’unità delle forze ausiliarie coloniali britanniche creata nel Sudan anglo-egiziano nel 1925, per assistere la polizia locale nei compiti di sicurezza interna e mantenere l’integrità territoriale. Durante la guerra ha preso parte prima alla campagna dell’Africa orientale e poi ha combattuto in Nord Africa, nella campagna del deserto occidentale”. È rimasto nel SDF dal 1935 al 1940, per poi passare appunto, allo scoppio della guerra, alle ‘Forze di Difesa del Sudan, aiutando a organizzare la resistenza abissina contro gli occupanti italiani. Tra i vari riconoscimenti e titoli, gli è stato assegnato il DSO, cioè la medaglia del Distinguished Service Order, per aver catturato Agibar e la sua guarnigione di 2.500 soldati italiani. Successivamente ha prestato servizio presso lo Special Operations Executive in Siria e presso lo Special Air Service durante la campagna del Nord Africa, raggiungendo il grado di Maggiore. Dal 1943 al 1945 ha funto da consigliere politico del principe ereditario Asfa Wossen dell’Etiopia. Era un personaggio orgoglioso ed eccentrico, benestante, che veniva da una famiglia facoltosa. Ciò gli ha permesso di viaggiare in luoghi lontani e semi sconosciuti senza problemi economici.

Dopo la guerra, in qualità di socio emerito della Royal Astronomical Association inglese e di innumerevoli altre organizzazioni culturali, si e è dedicato ai viaggi nei paesi africani e arabi, e ha vissuto prevalentemente in Kenya. È morto nel 2003 a Croydon, vicino a Londra, dove è sepolto come Sir Wilfred Patrick Thesiger.

Tornando al libro, giunto nella lettura quasi a metà, l’ho chiuso e accantonato. La motivazione, me ne rendo conto, è molto personale, ma nessuno mi paga per leggere, quindi lo faccio solo se quello che leggo mi piace. E quello che stavo leggendo mi piaceva poco.

Sir Thesiger spesso dopo cena diceva ai suoi boys: toh, esco e mi faccio un leone! Se trovava le femmine le ammazzava tutte, e il giorno dopo ci riprovava, finché non eliminava il maschio. Provava un grande piacere a sparare a qualunque cosa si muovesse, dalla rara gazzella del deserto al leone appunto, dal becco selvatico del Sahara alle capre del Tassili. Un giorno i servitori gli portarono due cuccioli di leone, ai quali aveva probabilmente ucciso la madre la sera prima, e lui li allevò amorosamente finché, a nove mesi, erano diventati un impiccio e un pericolo per i locali. Con un certo dispiacere (!) dovette abbatterli. Non sono più riuscito a leggere una pagina.

Se sembro sentimentale me ne dispiace, ma non posso cambiare; se mi dite che erano altri tempi, credo che non cambi nulla, io sono sempre stato contrario alla caccia indiscriminata, la sola caccia che accetto è quella ancestrale per procurarsi il cibo. Mangio carne? si, con gusto, carne allevata s’intende. Ma no, a sparare proprio non provo nessun piacere.

L’altro aspetto per me non particolarmente invitante è la narrazione relativa a certi luoghi dove Thesiger ha vissuto: luoghi che non ho mai avuto intenzione di visitare, per un certo disinteresse verso quelle zone. Faccio un esempio: ci saranno un centinaio di pagine sulla Dancalia, ho dovuto cercarla sulle mappe, nel nord dell’Etiopia. Viene presentata come segue (sul web, copio e incollo): «In passato definita “la terra del diavolo” per i suoi paesaggi infuocati, aride distese di sale e vulcani perennemente attivi e i geyser sulfurei alimentati da acque roventi, la Dancalia è uno dei luoghi più inospitali del pianeta e allo stesso tempo uno dei più suggestivi e affascinanti». Non ne sono particolarmente affascinato, ho come l’impressione che se un libro narra di un luogo che mi piace, lo leggo molto più volentieri. Per il resto della sua vita non vi so dire, mi sono fermato nella lettura e il mio giudizio, ovviamente, è basato sulla prima metà del libro.

A merito di Thesiger va ascritto che la sua grandezza letteraria risiede anche nella descrizione delle culture di alcuni popoli dell’Africa orientale, frutto di un’indagine veramente minuziosa e completa, che è rimasta di riferimento per gli studi successivi. Il problema di alcuni dei rappresentanti di questa nobile stirpe di eruditi inglesi del secolo scorso credo fosse la mancanza di umiltà, condita a un pizzico di snobismo, forgiato probabilmente dalle vergate ricevute sui banchi di Eton e Oxford. La fascetta di copertina, a firma di un giornalista del The Times, dice: “la più avvincente biografia mai letta”. Non sono d’accordo, e pur non sconsigliandone la lettura, io l’ho riposto.

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L’altra autobiografia che ho letto, frutto di un fortunato acquisto al mercatino dell’usato di Predosa, è di Heinrich Harrer. La mia sfida al destino. Dall’Eiger al Tibet, dall’Alaska al Ruwenzori. Un’avventura lunga una vita.

Due biografie monumentali 06 bisHeinrich Harrer

“Heinrich Harrer nasce a Huttenberg, un paesino della Carinzia, nel sud dell’Austria, nel luglio del 1912, quindi in pieno Impero Austro-Ungarico. Il padre lavora alle Poste, la madre casalinga, poi ci sono altri tre fratelli più giovani. Dopo svariati successi nel mondo dello sport sulla neve, nel 1933 si iscrive all’Università di Graz e studia geografia. Grazie alla sua capacità sportiva, e alla sua adesione alle SA di Hitler (Sturm Abteilungen, squadre d’assalto), senza la quale sarebbe stato boicottato, viene convocato nella squadra di sci alpino per le olimpiadi invernali di Garmisch-Partenkirchen del 1936. Nel 1937, con l’Anschluss (l’annessione forzata) dell’Austria alla Germania, passa alle SS (le famigerate Schutz-Staffein, squadre di protezione).”

Non indossa mai la divisa delle SS perché parte nel 1938 per una spedizione preliminare al Nanga Parbat in Himalaya. Della sua militanza nelle SS dice: “Ero giovane. Lo ammetto, ero estremamente ambizioso e mi era stato chiesto se avessi voluto diventare l’istruttore di sci delle SS. Devo dire che approfittai subito dell’occasione. Devo anche dire che se mi avesse invitato il Partito Comunista, mi sarei unito a loro. E se mi avesse invitato il diavolo in persona, sarei andato con il diavolo”.

Il suo più grande desiderio è quello di scalare le vette più ardite ed entrare nella storia dell’alpinismo. Prima di partire per il Nanga Parbat, con l’amico e scalatore Fritz Kasparek, progetta una impresa a detta di molti quasi impossibile: scalare la parete nord dell’Eiger, in Svizzera. Una montagna non particolarmente alta (3.967 mt.), ma quasi invalicabile dal lato nord. Incontrano casualmente durante l’arrampicata due scalatori tedeschi, Ludwig Vorg e Andreas Heckmair e insieme riescono, sebbene in mezzo ad un sacco di avversità (ben narrate nel libro Parete Nord) a raggiungere la vetta il 24 luglio. Una grande impresa, perché l’Eiger nord solo due anni prima aveva portato alla morte due alpinisti tedeschi, mentre altri, alcuni italiani compresi, avevano rinunciato prima della vetta. Questa impresa è il trampolino di lancio verso il lungo viaggio che lo aspetta in Himalaya. La Fondazione Himalayana Tedesca, finanziata dal partito nazionalsocialista, che crede al valore d’immagine delle grandi imprese non per scopo scientifico o sportivo, ma per inneggiare ancora di più al Furher, si affretta ad ingaggiarlo.

Due biografie monumentali 07 Eiger parete nordEiger, parete Nord

Raccomandato alla Fondazione da Himmler stesso, Harrer è inserito in una spedizione guidata da Peter Aufschnaiter, alpinista di grande esperienza, che nel 1938 dovrebbe studiare i migliori passaggi per arrivare in cima al Nanga Parbat, in previsione di una successiva spedizione tedesca in grande stile del 1939. Prima di partire sposa però Hanna Charlotte Wagener, figlia del grande esploratore tedesco Alfred Wagener, che rimane incinta. Quando il padre è già in India nasce un figlio, Peter, che incontrerà il genitore solo molti anni dopo.

Mentre la spedizione attraversa l’India scoppia la Seconda Guerra Mondiale. La nave che dovrebbe rimpatriarli non arriva in tempo, così sono catturati dagli inglesi a Karachi, all’epoca appartenente all’India Britannica, e deportati al campo di Ahmednagar, vicino a Bombay (attuale Mumbay). I ripetuti tentativi di fuga del gruppo convincono gli inglesi a trasferirli al campo di Dehra Dun, a nord, non troppo distante dal Nepal e dal Tibet, paese neutrale nel quale Harrer e Aufschnaiter sperano di approdare. (è curioso notare che il Dalai Lama, quando fuggì definitivamente dal Tibet nel 1959, venne ospitato per un certo periodo proprio a Dehra Dun, prima di essere trasferito definitivamente a Dharamsala, sempre nel nord dell’India, a un centinaio di km. dal confine con il Tibet, oggi Cina). Tornando a Harrer, nel 1944, al quinto tentativo di fuga, lui e altri cinque riescono a fuggire. Harrer e Aufschnaiter optano per il Tibet, mentre gli altri compagni puntano a sud e al Giappone.

Due biografie monumentali 08Mappa dell’India Britannica e paesi circostanti nel 1909

I due decidono di puntare su Lhasa e dopo un lungo, pericoloso e stentatissimo viaggio a piedi, varcano il confine della città il 15 gennaio del 1946. A poco a poco, grazie anche al fatto che Aufschnaiter ha studiato il tibetano, i due avventurieri si guadagnarono la fiducia e il rispetto dei cittadini, mostrandosi umili e rispettosi, quindi integrandosi anche svolgendo mansioni utili alla comunità.

Due biografie monumentali 09Vista laterale di Lasha e del Potala

Da qui in avanti, la fonte migliore è il libro Sette Anni in Tibet, più completo del riassunto fatto nell’autobiografia di cui sto parlando. Harrer entra davvero in confidenza con il Dalai Lama, e la loro amicizia durerà tutta la vita. Nel 1950, al momento della prevista invasione cinese, Harrer si ritira in India, mentre Aufschnaiter rimane a vivere fino alla sua scomparsa poco distante da Lhasa. Harrer scriverà: “Ovunque vivrò, proverò nostalgia del Tibet. Spesso penso di poter ancora sentire le grida delle oche selvatiche e delle gru e il battito delle loro ali mentre volano sopra Lhasa al freddo chiaro di luna. Il mio più sincero desiderio è che la mia storia possa creare un po’ di comprensione per un popolo la cui volontà di vivere in pace e in libertà ha conquistato così poca simpatia in un mondo indifferente”.

Nel periodo successivo al 1950, dopo il rientro in Austria, comincia a ricevere inviti: la sua fama lo mette al centro dell’attenzione, e gli sono offerti viaggi in varie parti del mondo. Invitato a New York, al termine del ciclo di conferenze compie tre scalate in Alaska a tre vette inviolate, poi nelle Ande, in Africa, in Oceania. Esplora alcune zone amazzoniche del Brasile, per incontrare delle tribù locali che vivono come al tempo della pietra. Nel 1957 esplora il Suriname e la Guyana Francese con l’ex Re dei Belgi Leopoldo III, assistendo anche a un (fallito) lancio di un satellite dal centro spaziale di Kourou. Entrambi contraggono la malaria, al tempo poco conosciuta, e sono curati per lungo tempo in ospedali europei, arrivando entrambi a un passo dalla morte. Esplora parte del Borneo, poi la Nubia e il Sudan per incontrare il bellicoso popolo Hadendoa. Nel 1962 scala una delle vette più ardue al mondo, la Cartsensz Pyramid o Puncak Jaya, in Indonesia, di quasi 4.900 metri. Sempre nel 1962, è graziato dalla sorte: non si imbarca per un ritardo a Bangkok, sul volo 771.

Due biografie monumentali 10Il palazzo del Potala

Il volo Alitalia 771 è un Douglas DC-8-43 partito da Sydney che dovrebbe percorrere le tratte di Darwin, Bangkok, Bombay, Karachi e Teheran prima di atterrare a Roma, con 94 passeggeri a bordo. L’aereo si schianta in avvicinamento a Bombay, probabilmente per un errore umano. Nessun superstite.

Tornando alla biografia di Harrer, la trovo più avvincente, più scorrevole rispetto a quella di Thesiger, sebbene sia scritta in modo meno ricercato, più semplice.

Le prime 150 pagine, dalla sua infanzia fino alla partenza dal Tibet, sono pagine che si divorano, letteralmente. La parte successiva, soprattutto il periodo delle interviste, delle conferenze e delle apparizioni pubbliche è senz’altro più monotona, poi Harrer riprende a narrare di esplorazioni nelle zone più sperdute del mondo, veramente in stile Eric Shipton, e il racconto torna ad essere avvincente.

Durante una esplorazione all’interno della Papua Nuova Guinea cade in una cascata e viene salvato per miracolo. Le molte fratture e le successive operazioni al torace si faranno sentire a lungo, ed è l’unico grave incidente in tutta la sua lunga vita. Interessante il paragrafo sulla visita ai pigmei delle Andamane, così come a quelli del Congo; altrettanto interessante il capitolo sul Buthan e sul piccolo Tibet, il Ladakh.

Una delle straordinarie caratteristiche di Harrer consiste nell’essere uno sportivo a tutto tondo, al punto che nel 1955 scopre casualmente il golf, ci si dedica intensamente, nel 1959 diventa campione austriaco (!), tre anni dopo presidente del golf club Kitzbuhel. Probabilmente, se avesse fatto corsa, ippica o canottaggio avrebbe prevalso comunque.

Rivede alcune volte, in giro per il mondo, l’amico Dalai Lama. L’ultima volta a casa sua, a Huttenberg nel 2002, per il suo novantesimo compleanno. Harrer muore il 7 gennaio 2006 a 93 anni. Il Dalai Lama così ne omaggia la memoria: “Sono particolarmente addolorato perché Heinrich Harrer era un amico personale. […] Quando l’ho incontrato per la prima volta nel 1949 proveniva da un mondo che non conoscevo. Ho imparato molte cose da lui, in particolare sull’Europa. […] Voglio cogliere questa opportunità per esprimere la mia immensa gratitudine e il mio apprezzamento per aver creato così tanta consapevolezza sul Tibet e sul popolo tibetano attraverso il suo famoso libro Sette anni in Tibet e le numerose conferenze che ha tenuto nel corso della sua vita. Il suo amore e rispetto per il popolo tibetano sono molto evidenti nei suoi scritti e nei suoi discorsi. […] Riteniamo di aver perso un fedele amico dell’Occidente, che ha avuto l’opportunità unica di sperimentare la vita in Tibet per sette lunghi anni prima che il Tibet perdesse la sua libertà. Noi tibetani ricorderemo sempre Heinrich Harrer e ci mancherà moltissimo”.

Oggi il celebre alpinista austriaco riposa nel cimitero della sua città natale, a Hüttenberg, dove ha sede l’Heinrich Harrer Museum. che contiene circa 4500 pezzi portati in Austria dall’esploratore dai i suoi tanti viaggi nel mondo, moltissimi di origine tibetana. Invece la collezione di antichità, costruita nel corso degli anni anche con l’aiuto della terza fedelissima moglie, Katharina Haarhaus, confidenzialmente Carina, era stata venduta al Museo etnografico di Zurigo, per una scelta di carattere economico. Harrer voleva infatti garantirsi una tranquilla vecchiaia. Al tempo stesso molti capolavori dell’arte del mondo diventavano visibili a tutti, all’interno di un Museo, e non rimanevano relegati nelle stanze del collezionista. Questo atteggiamento era stato particolarmente apprezzato dal Dalai Lama, perché più si parlava di Tibet, più si cercava di risvegliare le coscienze contro gli invasori cinesi. Purtroppo, la convinzione intima di Harrer, e cioè che il Dalai Lama un giorno sarebbe tornato libero nel suo palazzo del Potala, non si è realizzata e non si realizzerà in futuro.

Due biografie monumentali 11Heinrich Harrer e un giovane Dalai Lama

La prima cosa che distingue Harrer da Thesiger, oltre alla nazionalità, è l’origine popolare: un’infanzia contadina presso il nonno, ma con una visione del mondo fuori dai suoi ristretti confini, alimentata da curiosità e entusiasmo. Il suo primo e unico interesse era raggiungere il gotha dell’alpinismo, ma non nel senso stretto della parola, cioè entrare nell’elite aristocratica di quello sport, bensì nell’ottenere formidabili risultati nelle scalate. La sensazione che ho avuto è che lui fosse un ottimo alpinista, ma non un fenomeno dell’arrampicata. Non un Herzog, un Hillary, un Messner per intenderci. La sua scalata alla Nord dell’Eiger rappresenta il punto più alto (non metricamente) da lui raggiunto, e si tratta di una prima assoluta su di una parete difficilissima e mortale. In seguito però, vuoi per gli avvenimenti che glielo hanno impedito, vuoi per una certa ruggine provocata dai sette tranquilli anni trascorsi in Tibet, non ha più ritrovato la grinta che aveva da giovanissimo. Harrer mi ricorda un po’ Eric Shipton. Come Shipton (lui davvero autore della più bella autobiografia che io abbia letto, dal titolo Quel mondo inesplorato, libro che non deve mancare sullo scaffale degli appassionati del genere), anche Harrer si gode le valli intorno ai picchi più elevati, ammira le vette anche dalle stanze dei suoi rifugi, studia le popolazioni autoctone senza ambire obbligatoriamente ad arrivare alla vetta.

Harrer ha certo un carattere particolare, e non perché cambia tre mogli, pure in tempi in cui non era così comune come oggi. A merito del film Sette Anni in Tibet va ascritto che l’atteggiamento assai poco simpatico che Brad Pitt interpreta all’inizio, poi nel viaggio e nella fuga, è probabilmente molto veritiero: il cambiamento caratteriale viene mostrato solo durante i sette anni nel Tibet. Semplicemente, come scrive lui in un passo citato prima, pur di partire per un viaggio in montagna, con la sua ambizione avrebbe accettato anche l’offerta del diavolo, scavalcando qualunque regola morale, il che non lo rendeva certo simpatico.

Harrer ha un rapporto di rispetto con le popolazioni che incontra, sia nel viaggio in fuga dall’India, sia nella sua lunga permanenza a Lhasa. Anche Thesiger ha un rapporto protettivo e rispettoso verso le popolazioni che descrive, in questo entrambi si integrano nelle realtà locali con facilità. Poi, a parte il dettaglio che Harrer non va a caccia (o almeno non ne parla mai) e che rispetta gli animali, le differenze stanno nei luoghi dove si svolge la loro storia, e nel linguaggio usato. Harrer scrive in modo più semplice e immediato, Thesiger è più raffinato e colto, sicché le origini dei due vengono alla luce. Fondamentalmente, Harrer opera su tre piani distinti: da giovane è un alpinista, con la mezza età diventa esploratore e negli ultimi anni, prima di ritirarsi, un etnologo; questa tripla definizione la si percepisce soprattutto in questa sua lunga biografia.

I luoghi descritti dai due autori sono certo ostili, ma per loro sono ospitali, e in tutta onestà io nutro una grande passione per il plateau himalayano rispetto a quello africano: così non mi è difficile schierarmi dalla parte dell’austriaco.

Last but not least, come scrivono gli inglesi (questa magari potevo risparmiarmela …), Sette Anni in Tibet ha avuto una notevole influenza su di me. Quando ereditai dai miei cari la casa di campagna in cui vivo tuttora, trentacinque anni fa circa, trovai in un mobile una copia di questo libro (prima edizione Garzanti, del 1953). Era appartenuto a mio zio, Aldo Montorzi, Tenente Colonnello dell’Esercito Italiano, marito della sorella di mia madre, teatino duro come una roccia da fuori, ma buono come il pane dentro, che rimase alcuni anni prigioniero di guerra in India. Lo aveva comprato (presumo) perché nel libro c’erano molti riferimenti ai campi di prigionia inglesi in India, e lui ne sapeva … abbastanza. Questo libro, anche se a volte un po’ romanzato, narra in modo mirabile un’avventura straordinaria. La prefazione dell’edizione inglese è opera di Peter Fleming, autore di narrativa di viaggio, inglese, a me poco gradito per il modo ampolloso e snob di scrivere (e per la brutta abitudine di cacciare le tigri, in questo collega di Thesiger), che ospita Harrer a Londra con tutti gli onori al suo ritorno in Europa, e verso il quale l’austriaco prova molto rispetto.

L’altro libro, molto fortunato e apprezzato, è Parete Nord e racconta la conquista della Nord dell’Eiger (Il Ragno Bianco credo sia il titolo della prima edizione di Parete Nord); un libro di puro alpinismo, consigliabilissimo. Il terzo libro, Ritorno al Tibet (un ritorno a Lhasa nel 1982), invece è una operazione un po’ forzata, utile solo (e comunque non è poco) a denunciare la tirannia cinese in Tibet. In realtà il paragrafo dedicato a questo viaggio, inserito nella biografia di Harrer, è già esaustivo sull’argomento. Ci sono altri libri, ma li ho trovati solo in inglese, e quello sul Buthan solo in tedesco; non so se esistono traduzioni in italiano dei seguenti:

  • Lost Lhasa (1953)
  • Tibet is My Country (1961) – an autobiography of the Dalai Lama’s older brother, Thubten Jigme Norbu, as told to Harrer
  • I Come from the Stone Age (1965)
  • Ladakh: Gods and Mortals Behind the Himalayas (1980)
  • Return to Tibet: Tibet After the Chinese Occupation (1998)
  • Denkich an Bhutan (2005)

Concludo andando in fuorigioco, ma solo perché penso a quanti luoghi, quante località, se notate, sono state citate in queste poche pagine. Penso a Harrer che si iscrive all’Università e sceglie Geografia, un percorso di studi che ho seguito anch’io.

Allora penso che a mia figlia di trentatré anni (mio figlio, lo ammetto, è più curioso e competente), che se chiedo dov’è Crotone mi risponde in Cambogia. Per questo motivo invito i quattro o cinque lettori di questo articolo a ricordarsi la sera, prima di coricarsi, di Mariastella Gelmini, che quindici anni addietro, nelle vesti di Ministro della Pubblica Istruzione, ritenne che l’insegnamento della geografia fosse una spesa inutile per le casse dello stato.