Sono arrivato a un bivio, ma ho sbagliato strada

di Vittorio Righini, 11 aprile 2026

Recentemente mi sono infatuato, nel leggere Vecchia Calabria, di Norman Douglas, un caposaldo della letteratura di viaggio; così mi sono poi precipitato su Biglietti da visita, altro suo libro, per me interessante soprattutto per la varietà dei personaggi rappresentati e delle loro intricate storie.

Ho letto un paio di altri libri di Douglas tradotti in italiano, oltre a Ricette erotiche pubblicato sotto lo pseudonimo di Pilaff Bey. La mia intenzione era di scrivere qualche riga su questo autore che, allontanato dalla perfida Albione (per presunte – o probabili– molestie sessuali nei confronti di un bel giovinetto), ha trovato in Calabria prima e in Campania poi luoghi dove vivere in pace e far prosperare il suo gusto, la sua cultura, il suo sense of humour, senza scandalizzare troppo i costumi locali, molto più elastici di quelli inglesi, a causa delle sue deviazioni sentimentali ; luoghi ove poter vivere con irriverenza e con il suo essere libero e privo di convenzioni, Capri su tutti.

Ma mentre leggevo Douglas, mi sono imbattuto in Giuseppe “Pino” Orioli, un amico di Douglas, libraio ed editore in Inghilterra e in Italia, che con l’inglese ha speso parte del suo tempo, per poi essere dimenticato fino alla morte avvenuta a Lisbona nel 1942, praticamente in miseria.

Pino, come lo vorrei chiamare d’ora innanzi, era anzitutto un uomo per bene. Nato ad Alfonsine, in una famiglia contadina, nel febbraio del 1884, trascorse un’infanzia povera ma decorosa nel ravennate, facendo vari mestieri prima di diventare uno dei più rinomati librai antiquari d’Europa.

Aprì librerie prima a Londra poi a Firenze, e in Toscana si dedicò anche all’editoria.

Divenne un grandissimo esperto di incunaboli e cinquecentine, di tutti i libri tra il 1455 (dalla Bibbia di Gutenberg) ai primi decenni del secolo successivo; i libri senza frontespizio furono pane per i denti di Pino. La sua conoscenza di queste rarità, lo rese un protagonista assoluto tra i collezionisti e gli esperti librai internazionali. Ecco perché, se amate i libri, vi consiglio la lettura del libro principale di Pino, la sua autobiografia dal titolo: Le avventure di un libraio.

Il libro è del 1937, scritto in modo semplice e non ricercato, e si legge con una sensazione di attualità, di moderna comprensione. La prima parte del libro è l’autobiografia diretta di una persona che racconta la sua modesta ma felice gioventù con la massima onestà. Poi, verso metà libro, comincia la storia della passione, della ricerca e della scoperta degli incunaboli e dei libri rari, e allora la storia diventa interessante ancor più di un romanzo.

Nel periodo editoriale di Firenze, ha stampato libri anche per Norman Douglas, e quel pizzico di fama che lo circonda (su Wikipedia.org troverete una risicata paginetta in inglese su di lui) soprattutto all’estero è dovuto alla collana di pubblicazioni chiamata Lungarno Series, stampata in Firenze da Pino tra il 1929 e il 1937, e fortemente osteggiata dal regime fascista.

Pino fu il primo a pubblicare L’amante di Lady Chatterley di D.H. Lawrence in Italia, testo osteggiato in Gran Bretagna; poi, lavori di Somerset Maugham, di Aldington, di Acton e, appunto, di Douglas. Scrivere ora della Lungarno Series è cosa lunga e complessa (sebbene abbia edito solo 12 titoli); non saprei condensarla, ma se l’argomento vi interessa, leggete: Una proposta anglofiorentina degli Anni Trenta: The Lungarno Series di Ornella De Zordo.

La bibliografia di Pino è ristretta; oltre al primo e più importante libro, Le avventure di un libraio, interessanti sono due brevi testi, il primo dal titolo In Viaggio, 150 pagine che narrano la sua esplorazione della Calabria insieme a Norman Douglas. Un libro onesto e affettuoso verso la povertà che contraddistingue quella regione in quel periodo storico (1933, pre-fascismo). Pino osserva le persone, la natura, gli animali, e la povera cucina calabrese contadina, e racconta con parole semplici e garbate. Poi, 64 pagine di un libretto dal titolo Giro indipendente dell’isola di Ischia, un giro che dura alcuni mesi, a piedi, e rende Pino un grande conoscitore dei segreti dell’isola, che lui riesce a godersi prima del turismo di massa.

Il rapporto con Douglas è incerto: per alcuni decisamente omosessuale, per altri matrimoniale …

Cito la biografa di Norman Douglas, Rachel Hope Cleves: “There is no evidence that they were lovers, but they behaved like a married couple”. Infine, Richard Aldington scrive un libro su di lui e su Norman Douglas, dal titolo Pinorman, purtroppo edito solo in inglese e che non possiedo.

Volevo scrivere di Norman Douglas, ma ho sbagliato strada, e mi va bene così, perché Giuseppe “Pino” Orioli è un personaggio ingiustamente dimenticato. Per Douglas c’è tempo …

Non sono un robot (?)

di Paolo Repetto, 24 marzo 2026

Ce ne siamo accorti all’improvviso. L’Intelligenza Artificiale stava subdolamente insinuandosi nelle nostre vite, ma ancora non aveva ricevuto un battesimo ufficiale. Ora che ha un nome la si chiama in causa ovunque, a proposito e soprattutto a sproposito. Se un missile centra una scuola anziché un covo di terroristi, se arriva una bolletta del gas da suicidio, se una sorridente Julia Roberts ti sussurra un messaggio d’amore e ti chiede un prestito, è tutta opera e responsabilità dell’AI. Prima la ignoravamo e ora la diamo per scontata, e domina persino le conversazioni in famiglia e tra amici, nelle quali il “se Dio vuole” sarà a breve sostituito dal “se l’AI lo consente”. È in sostanza l’argomento del giorno, e sarebbe opportuno anche trattarlo con cognizione di causa, perché in ballo c’è il futuro dell’umanità, e non quello remoto: anzi, c’è già il presente.

Io stesso sul sito ne scrivo ormai con una certa frequenza. Non so molto a proposito dei suoi ultimi straordinari sviluppi, così del resto come la maggior parte di quelli che conosco: so solo che la utilizzo più o meno consapevolmente da tempo, ad esempio già per scrivere questo pezzo; che a questo punto per condurre una normale vita di relazione non potrei farne a meno; e che la casetta nel bosco può essere una scelta, ma non è una soluzione. Non mi sento dunque autorizzato a parlarne da un preconcetto ideologico nei confronti della tecnica: semplicemente ritengo che per affrontare il tema dal punto di vista che adotto io non sia obbligatorio possedere particolari conoscenze. È sufficiente guardarsi attorno, cogliere gli indizi copiosamente offerti dalla nostra quotidianità e trarne le conseguenze.

Muovendo da queste premesse sono giunto alla conclusione che il vero problema del nostro futuro non consista nel quando e in che misura l’AI supererà quella umana, quanto piuttosto nel fatto che quella umana si va già allineando a quella artificiale, ne sta rapidamente mutuando le caratteristiche. E che stante il divario che sconta quanto a potenza, velocità e capacità di memoria, è destinata nel confronto a soccombere.

Con ciò dico niente di nuovo, anche se magari lo argomento in un modo che altri trovano troppo pessimista e semplicistico. Queste cose le aveva intuite e le scriveva già Philip K. Dick nel 1968, in un racconto divenuto famoso dopo che Ridley Scott ne ha tratto un film di straordinario successo, Blade Runner. E Dick era senz’altro più pessimista di me. Non demonizzava la tecnologia per partito preso, ma ne esemplificava efficacemente i prevedibili esiti prima ancora nei caratteri dei protagonisti e nelle atmosfere che attraverso la vicenda narrata. Il suo racconto ha un titolo enigmatico, Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (in italiano tradotto inizialmente come Il cacciatore di androidi), e a dire il vero al film ha offerto solo l’ambientazione e l’ossatura, perché poi i temi di fondo sono sviluppati in direzioni molto diverse.

Mi è capitato di riprenderlo in mano recentemente. Non a caso, perché ogni tanto torno a sfogliare i classici della mia giovinezza (Verne, Robida), o dell’adolescenza (Swift, Mary Shelley, Meyrink), e trovo che già all’epoca ero particolarmente intrigato dall’ambiguo rapporto dell’uomo con la tecnica.

In particolare il tema degli androidi circolava sin dai primordi della cibernetica e dell’informatica, sia nella letteratura che nel cinema fantascientifico [basti pensare a Io Robot (1950) di Asimov, o a 2001. Odissea nello spazio (1968) di Kubrick]: ma nell’ottica che interessava a me lo aveva trattato solo Dick, proprio in quello specifico racconto. Molto probabilmente lo spunto gli era arrivato dalla creazione nel 1966 di Shakey, uno dei primi robot mobili dotati di intelligenza artificiale. Il resto è tutta farina del suo sacco. Qualche anno dopo quello spunto era stato ripreso da Brian Aldiss per scrivere Supertoys che durano tutta l’estate, dal quale Steven Spielberg avrebbe tratto nel 2001 A.I. – Intelligenza artificiale. Le vicende dei due romanzi sono completamente diverse, ma partono dalla stessa profonda riflessione su ciò che è umano e ciò che non lo è.

In realtà, fatte salve alcune eccezioni di distopie che esulavano dai confini del genere (si pensi a Il Mondo nuovo di Huxley e a 1984 di Orwell: ma anche ad opere minori, come Gli idioti in marcia di C.M. Kornbluth), prima dell’uscita de “Il cacciatore di androidi” la visione fantascientifica del futuro era tutto sommato ottimista, come lo erano in fondo quella politica, quella economica e quella sociale: il genere umano avrebbe continuato ad evolversi, la tecnologia avrebbe liberato gli uomini dalla fatica, dalla fame e dalla malattia, le società sarebbero diventate più giuste ed eguali. Lo stesso 2001. Odissea nello spazio, pur introducendo un po’ di dubbi, mostrava l’uomo proteso verso il cosmo per accedere ad una conoscenza superiore piuttosto che per conquistarlo. Nel libro di Dick c’è invece un genere umano che ai guasti prodotti dalla tecnologia cerca desolatamente di sopravvivere. È il tema che diverrà dominante nella letteratura cyberpunk.

Stiamo parlando di sessant’anni fa, ed è impressionante come la migliore fantascienza di allora abbia saputo immaginare un mondo che non è più nemmeno dietro l’angolo, ma è già qui presente. C’era tutto quel che oggi ci riguarda: lo scenario della guerra e delle estreme conseguenze cui questa può portare, la determinazione persistente ad andare nello spazio (ma per necessità piuttosto che per scoperta), l’ambigua possibilità di duplicare la vita (concretizzata trent’anni dopo con la clonazione della pecora Dolly): l’impossibilità ormai di distinguere il vero dal falso; e, appunto, il tema dell’intelligenza artificiale.

Ora, prima di procedere devo riassumere brevemente la storia, sia per quelli che il racconto di Dick non lo avessero letto, presumo molti, sia per chi pur avendo magari visto il film non lo ricordasse bene (presumo pochissimi). Mi limito però ad una sintesi molto stringata, perché posso approfittare di una felice opportunità (per me e per voi): del fatto cioè che già una decina d’anni fa Beppe Rinaldi ha prodotto una serratissima analisi del film, evidenziandone le tematiche fondamentali ma raccontando nel dettaglio anche la vicenda. Vi rimando dunque al saggio che compare sul sito in contemporanea col mio scritto, dal titolo: I replicanti sognano unicorni? Penso sia opportuno leggerlo prima di tornare a queste pagine. So che siete pigri, e che una lettura ponderata del saggio potrebbe richiedervi un paio d’ore: ma garantisco che le vale tutte.

La storia è questa. In un futuro post guerra nucleare (che Dick ipotizza non molto remoto, nel 1992) la terra è quasi spopolata. I suoi abitanti sono migrati in gran parte nelle colonie disseminate nello spazio, dove sono loro assegnati dei “replicanti”, androidi fisicamente e cognitivamente simili agli umani, destinati alle incombenze più impegnative ma incapaci di sentimenti e programmati con tempi di scadenza molto brevi. I pochi uomini rimasti sul nostro pianeta sono socialmente suddivisi in categorie di “adeguatezza”, l’appartenenza alle quali è determinata da particolari test che relegano gli “inadatti” (definiti “gli speciali”) in una umiliante esclusione. In una condizione del genere i rapporti interumani sono rarissimi. Sulla Terra inoltre i “replicanti” non possono essere costruiti o utilizzati, e la maggior parte delle specie animali si sono estinte. È dunque quasi impossibile soddisfare il bisogno di empatia che accomuna tutti gli esseri viventi, se non tramite il possesso di un qualche animale domestico (destinato peraltro per la sua rarità a diventare anche simbolo di un particolare status sociale). Chi non si può permettere questo lusso deve accontentarsi di un surrogato, un “replicante animale”, come appunto la pecora elettrica del titolo, purtroppo ben poco gratificante. E deve combattere lo sconforto con la possibilità di modulare a piacere il proprio umore tramite un apposito dispositivo, che se usato male può portare ad effetti disastrosi. Insomma, l’intera esistenza degli umani, persino il loro stato emozionale, è resa dipendente dall’intelligenza artificiale.

In questo desolante scenario si inserisce la vicenda di un “cacciatore di taglie”, al quale viene affidato l’incarico di individuare ed eliminare alcuni replicanti evasi da una colonia marziana e mescolatisi agli umani sulla terra. Non è un compito facile, perché si tratta di androidi dell’ultimissima generazione, i Nexus 6, tanto perfezionati da essere propagandati con lo slogan “più umano dell’umano” e risultare quasi indistinguibili dai normali terrestri. La ricerca è ulteriormente complicata dalle vicende sentimentali del protagonista, e a dispetto del fatto che quest’ultimo sembri ogni tanto avere dei dubbi sulla liceità di quanto sta facendo e soprattutto sulla stessa sua natura, viene portata sino in fondo. Il tutto si svolge nel corso di una sola giornata. Detto così, non è neppure immaginabile quanto complesso sia lo sviluppo della storia e il dibattito che le soggiace, ma a me interessa solo rilevare come il tema vero che la percorre sia quello dell’“autenticità”, che sfugge ai criteri coi quali sono formulati i test per riproporsi invece a livello di libertà individuale.

A questo punto, dando per scontato che nelle linee di massima la vicenda sia conosciuta, mi preme evidenziare soprattutto le differenze tra il testo filmico e quello del racconto. Le due versioni infatti, come dicevo sopra, non sono del tutto simili; un po’per ragioni tecniche oggettive, perché nessuna trasposizione cinematografica può pretendere di rappresentare tutte le sfumature offerte dalla scrittura (sto parlando di libri di un certo valore), ma soprattutto perché un film come Blade Runner, con costi di produzione elevatissimi, deve essere apprezzabile da una vasta platea, quindi deve proporre tesi semplici e trasmettere un certo ottimismo. Cosa che il racconto di Dick non si sogna minimamente di fare.

Vengo dunque alle differenze:

•     Per cominciare, è molto diversa l’ambientazione. La città dove si svolge la vicenda del film è una Los Angeles devastata e contaminata dalla guerra nucleare, ma non spopolata: o almeno, la popolazione rimasta si muove in un rumorosissimo caos. Le architetture e l’urbanistica sono quello che caratterizzano il post-moderno, con contaminazioni che vanno dal barocco al futurismo di D’Elia; gli abitanti sono mescolati in un crogiolo etnico che rende indistinguibili anche gli esseri umani dai replicanti. Il tutto bagnato da una pioggia continua, violenta, che appare artificiosa anch’essa e contribuisce a nascondere e a cancellare, non solo metaforicamente, le identità.

Nel racconto di Dick, ambientato a San Francisco, dominano invece la solitudine, il silenzio e un angosciante senso di disfacimento. Domina anche la malattia, perché continua l’azione delle polveri radioattive, che minano giorno dopo giorno l’intelligenza degli “speciali” (ma anche le facoltà dei pochi altri terrestri rimasti). L’impressione che si ricava da rari scorci urbani inseriti da Dick è quella di una immensa e desolatamente vuota periferia.

•     Il tema del rapporto con gli animali domestici compare solo nel romanzo. Le copie elettromeccaniche che dovrebbero sostituire gli originali, le uniche della quali è consentita la presenza sulla terra, non sono destinate al lavoro e alla produzione, ma a rispondere al vuoto di affetti. Per quanto perfette nei movimenti e nei comportamenti e programmate in maniera da simulare persino le emozioni, rimangono pur sempre dei robot. Chi le possiede ne è dolorosamente consapevole, e naturalmente cerca di procurarsi esemplari autentici di cui prendersi cura, che a loro volta siano in grado di ricambiare l’investimento affettivo in maniera pura e spontanea.

Non so cosa possa aver spinto Dick a dare tanto rilievo a questo aspetto della vicenda. Forse possedeva lui stesso un cane o una pecora o un qualche altro animale domestico capace di prestare docilmente ascolto al racconto delle sue psicosi e delle sue allucinazioni, al contrario delle cinque successive mogli, che regolarmente lo abbandonavano esasperate dopo qualche anno di matrimonio. Oppure era particolarmente sensibile alle problematiche ecologiche che proprio in quegli anni cominciavano ad emergere, e considerava l’accudire un animale come una sorta di riparazione per i danni arrecati alla terra e ai suoi ecosistemi. O forse, ancora, lo considerava un modo ipocrita per gli uomini per ripulirsi la coscienza e potersi considerare “empatici”.

Io ci colgo però anche un’altra motivazione fortemente anticipatrice, magari forzando il pensiero di Dick a coincidere col mio; ma non penso di essere del tutto fuori strada. Credo non sia un caso che nel suo libro gli uomini non cerchino la compagnia di altri esseri umani “normali”. Questi ultimi sono infatti capaci di dominare e controllare le proprie emozioni con la tecnologia (il modulatore di umore Penfield, sul quale tornerò), quindi non hanno più nulla di autentico. Il ricorso alle emozioni artificiali peraltro Dick lo sperimentava quotidianamente sulla propria pelle, visto che oltre ad assumere anfetamine in quantità industriale si faceva regolarmente di LSD e mescalina, fino a ridursi completamente dipendente dalla tecnologia farmacologica.

In alternativa agli animali potrebbero esserci i “semplici”: ma nei loro confronti vige uno stigma, c’è il problema di una differenza di status sociale da salvaguardare e di una (supposta) carenza intellettiva che rende difficile e poco confortante la loro compagnia. I replicanti umanoidi, quand’anche fosse loro consentito mescolarsi agli abitanti del nostro pianeta, pongono invece il problema inverso, perché sono più intelligenti degli uomini: ed è insopportabile l’idea di rapportarsi ad un essere che tanto ti somiglia, che è più preparato ed efficiente di te, ma che è incapace di provare nei tuoi confronti un sentimento vero.

Con gli animali questi problemi non ci sono: l’affetto o il surrogato di affetto che ti dimostrano è del tutto gratuito e sincero. Non ti contraddicono, sono dipendenti da te, offrono una purezza empatica che gli umani non sono in grado di esprimere; e sono preferibili persino quando si tratta di repliche.

Dick non ha fatto a tempo a veder esplodere il fenomeno dei tamagotchi, replicato oggi in una serie di altri dispositivi che possono trasmettere sensazioni visive, uditive o tattili (i Bitzee, i Punirunes, i Gigapets), ma sembra averlo lucidamente presentito. Lo sviluppo ultimo, che avvera nella maniera più inquietante le sue anticipazioni, è proprio il rapporto che sempre più persone vanno instaurando con l’AI di ultima generazione, diventata confidente e psicologa, sostegno morale e depositaria di affetto. Nel contempo è letteralmente esplosa la ricerca di compagnia pelosa, di cani, gatti, furetti o quant’altro, a riprova del fatto che il vuoto relazionale e affettivo, malgrado il pianeta sia tutt’altro che spopolato, si sta espandendo. È un’attrazione che lascia intravvedere un mondo niente affatto lontano, anzi, già presente, in cui gli animali sono considerati più importanti dei loro padroni (o dovrei scrivere compagni?) umani. E che andrebbe considerata preoccupante.

•     Nel libro si dà inoltre molto spazio alla nuova “religione dell’empatia”, il Merceriarismo, che nel film rimane invece sullo sfondo. Anche in questo caso Dick ha fatto riferimento a un fenomeno che già alla sua epoca stava dilagando, quello dei telepredicatori. Il nuovo verbo predicato dal “reverendo” Wilbur Mercer, che in realtà è un attore e un ubriacone, è un’accozzaglia di banalità e di rituali collettivi condivisi, tenuti assieme dal bisogno diffuso di sentirsi in comunione con qualcuno e da un misticismo di risulta che soffoca ogni problematicità. Il bisogno è reale, ma viene enfatizzato e guidato, anzi, teleguidato, attraverso una ininterrotto reality. La scatola empatica è un macchinario tramite il quale si può rivivere virtualmente, sulla propria pelle, il calvario patito dal santone, che sale una montagna sotto una pioggia di pietre. Tutta la scena è stata in realtà girata in uno studio televisivo, e attorno ad essa ruota un formidabile giro d’affari. La propaganda incessante che arriva dal teleschermo diventa la musica di fondo dell’esistente.

Lo scrittore ha anticipato dunque perfettamente il processo di imbonimento che sarebbe poi stato mostrato in Quinto potere di Sidney Lumet e al quale oggi assistiamo totalmente impotenti o addirittura complici. Al tempo stesso però il credo merceriano è sbeffeggiato da uno show comico, anch’esso in onda ventiquattrore su ventiquattro, e condotto tra l’altro da un replicante, che ne svela tutti i trucchi e ne irride i contenuti. Le rivelazioni e gli smascheramenti non demoliscono la falsa religione: ne rafforzano anzi lo scopo, che è quello di rendere indistinguibili e interscambiabili il vero e falso, di annullarne ogni valore.

Anche in questo caso Dick non ha avuto bisogno di inventare nulla, ha solo saputo interpretare l’andazzo che si profilava: la scatola empatica nella quale i fedeli riversano e condividono tutte le emozioni è la televisione stessa. I telespettatori che un tempo pensavano di entrare in comunione con Mercer oggi lo fanno direttamente con i più beceri e disparati programmi televisivi, che negli anni sono diventati sempre più il luogo di spaccio di emozioni forti ed effimere, lavorando sul dolore e sulle paure, depotenziandone gli effetti e facendone spettacolo. La condivisione virtuale e rituale di queste emozioni simula una sensibilità e una partecipazione che nella realtà vengono sempre più atrofizzate dalla distanza, dall’accumulo e dalla successione rapida.

•     Dick immagina poi altre soluzioni tecnologiche (nel film date per scontate) che ai nostri occhi risultano ben più che allarmanti, dal momento che in buona misura sono già state realizzate. La più inquietante è il modulatore d’umore Penfield, una sorta di computer primordiale attraverso il quale si può scegliere, selezionando un codice numerico, di vivere uno stato d’animo particolare. Deckard per esempio lo imposta in una modalità che gli consente di svegliarsi il mattino con la voglia di alzarsi dal letto. Oppure scegliendo un altro codice può indursi il “desiderio di guardare la tv, qualsiasi cosa trasmetta”. Sua moglie Iran, depressa cronica, al modulatore si affida ormai completamente, ed è talmente assuefatta e dipendente da sopravvivere in pratica come un replicante.

Direi che anche in questo siamo pienamente dentro la realtà attuale. Se per il momento gli stabilizzatori dell’umore più diffusi sono ancora i farmaci come il litio e gli altri antidepressivi, sono già allo studio (e probabilmente in fase di sperimentazione) dei “micromodulatori”, da inserire sottopelle o da introdurre nel corpo per via endovena, che trasmettono stimoli al nostro sistema nervoso, attivando l’emissione di particolari proteine e sollecitando risposte umorali “positive”.

•     Altrettanto attuale è il tema dell’utilizzo di test di riconoscimento dei replicanti (il test Voight-Kampff). “Su che cosa si basa la sua prova di Voigt-Kampff, signor Deckard?” “Sul responso empatico. Misurato sulla base di diverse situazioni. La maggior parte delle quali hanno a che fare con gli animali.” “Il nostro test molto probabilmente è più semplice – disse Resch – Il responso dell’arco di riflesso nei gangli superiori della colonna spinale dura diversi microsecondi di più nei robot umanoidi rispetto al sistema nervoso umano.” In effetti, quando Deckard incontra un androide che si spaccia per umano lo smaschera solo all’ultima domanda: perché pur essendo giusta la risposta la reazione del soggetto è troppo lenta. Essere umani o meno è questione di un battito di ciglia.

Se qualcosa determina oggi significativamente gli sviluppi della nostra esistenza, dalla carriera alla salute e al ruolo sociale, questi sono proprio i test. Siamo oggetto di una costante selezione e classificazione, per l’accesso alle attività lavorative o per l’orientamento agli studi, per l’assistenza sanitaria e per quella assicurativa, per la determinazione del QI e per il rilascio della patente: insomma, un po’ in tutti i campi.

Ciò che spesso si dimentica è che i test sono funzionali a riconoscere abilità specifiche, settoriali, e che non sono assolutamente in grado, checché se ne dica e per quanto sofisticati, di raccontarci qualcosa della personalità e del reale modo di sentire di qualsiasi essere umano. Nel mondo raccontato da Dick sono lo strumento per stabilire una autenticità umana, e l’intento dell’autore è evidentemente quello di negarne ogni minima validità.

•     Nel romanzo si parla in diverse occasioni di ricordi artificiali, che hanno una rilevanza maggiore rispetto a quella data loro nel film. Sembra siano stati impiantati in Rachele e vi accenna anche Roy. Ad un certo punto è lo stesso Deckard a dubitare della veridicità dei propri. “Il futuro e il passato si confondevano; ciò di cui aveva già avuto esperienza e ciò di cui avrebbe avuto esperienza si sovrapponevano, così che nulla restava tranne l’attimo, lo stare immobile.” Il tema è davvero inquietante. Se si può fabbricare e impiantare anche la memoria individuale, allora tutto il passato può essere reinventato e manipolato. Dick scrive che nessuno più ricorda chi sia stato il vincitore della guerra nucleare che ha decimato la popolazione mondiale, e soprattutto che a nessuno sembra importare saperlo. In questo modo si abolisce in pratica il tempo, lo si neutralizza e lo si trasforma in una merce che può essere acquistata, individualmente o collettivamente (in quest’ultimo caso attraverso la scatola empatica, ovvero attraverso la televisione o qualsivoglia altro media), e periodicamente sostituita.

Una situazione del genere la stiamo vivendo oggi, sia pure attraverso procedure di impianto molto più subdole. Alla storia, che bene o male il passato ce lo racconta, si vanno sostituendo le molteplici memorie individuali, che non sono soltanto punti di vista diversi sui fatti ma ricostruzione, invenzione e falsificazione. Se appunto non esiste più una verità, o qualcosa che almeno le si avvicini, le verità si moltiplicano e si annullano vicendevolmente e il passato diventa terra di nessuno. Ma il non avere alcun passato è caratteristica precipua degli androidi, e la cancellazione della memoria collettiva è uno degli effetti della trasmutazione dell’umano in androide.

•     Un’ulteriore notevole differenza sta infine nella caratterizzazione dei protagonisti. Rick Deckard, il cacciatore di androidi, nel libro non è affatto il detective duro ma romantico, sullo stile del Philiph Marlowe di Chandler, che Harrison Ford impersona nel film. Al contrario è un personaggio molto più grigio, con una vita famigliare penosa: è sposato, non ha figli e in giardino tiene una pecora elettrica, perché non può permettersi nemmeno quel minimo surrogato di affetto che potrebbe venirgli dal possedere una pecora autentica. Questa idea di avere un animale vero lo ossessiona, non solo perché gli animali danno prestigio sociale ma anche perché pensa potrebbe risollevare in maniera naturale l’umore della moglie. Inoltre vorrebbe vincere la noia della sua esistenza e dare a questa una parvenza di senso. Per questo accetta l’incarico speciale di ricercare (ed eliminare) gli androidi clandestini.

Non ha però molta fortuna. Quando crede ormai che il peggio sia passato la moglie disperata lo informa che Rachel ha buttato dal tetto del palazzo la pecora autentica che lui aveva comprato con i soldi della taglia. Deckard trova infine fortunosamente un rospo, che crede sopravvissuto all’estinzione, e se lo porta a casa: ma non c’è scampo, Iran scopre che anche l’anfibio è sintetico.

Molto diversa è anche la figura femminile più significativa, Rachael appunto, che nel film appare fragile e triste, un essere al confine tra l’androide e l’umano, capace persino di provare dei sentimenti, di amare la persona che più dovrebbe odiare al mondo; una figura fortemente romantica, così come a suo modo romantica è la storia che la lega a Deckard. Nel romanzo è invece un personaggio sfuggente, ambiguo, pronto a tutto per sopravvivere, e con lei il protagonista vive solo uno squallido intermezzo sessuale. Credo che la Rachael del libro sintetizzi in fondo il rapporto molto problematico di Dick con l’universo femminile (anche le altre donne che compaiono, la cantante lirica Luba Luft , Pris “modello piacere di base” , la stessa Iran, moglie di Deckard , replicanti o meno, non sono viste in una luce positiva), ma più in generale quello di tutto l’ex sesso forte nei confronti di un genere che non accetta più il ruolo subordinato nel quale storicamente era stato confinato (ricordiamoci che siamo in America). Senza voler eccessivamente forzare la cosa, oserei dire che si possono cogliere significative (e sinistre) analogie tra la strage di replicanti compiuta nel libro e il recente dilagare dei “femminicidi”.

Un discorso un po’ diverso vale per l’antagonista principale di Deckard, il replicante Roy Batty. In Blade Runner Roy è una macchina biologica da guerra, che mostra però di avere barlumi di una coscienza morale superiore rispetto a quella di molti umani. Intanto prova pietà per i suoi compagni già eliminati. Poi, alla fine, rinuncia alla vendetta e risparmia la vita a Deckard, non per altruismo, ma per dimostrare di saper coltivare una superiore nobiltà d’animo, quella stessa che gli fa accettare la morte come un atto libero. Insomma, più che un uomo appare, o comunque vorrebbe apparire, un superuomo.

Nel romanzo le cose non stanno esattamente così. Direi anzi che una immagine riassume nella maniera più efficace il tipo di auto percezione che Dick attribuisce agli androidi: «Il quadro mostrava una creatura calva e angosciata, con la testa che pareva una pera rovesciata, le mani premute sulle orecchie e la bocca aperta in un immenso urlo muto. Onde contorte del tormento della creatura, echi del suo grido, fluttuavano nell’aria che la circondava; l’uomo, o la donna, qualunque cosa fosse, aveva finito per esser contenuta nel proprio urlo. Si era coperta le orecchie proprio per non sentirlo. La creatura era in piedi su un ponte e non c’era nessun altro presente; urlava nell’isolamento più totale. Tagliata fuori dal suo sfogo – oppure, nonostante il suo sfogo. […]

“Secondo me” disse Phil Resch “è così che deve sentirsi un droide”.»

Quell’immagine originariamente voleva essere emblematica della condizione di tutta l’umanità. Al momento in cui l’ha usata Dick poteva forse esprimere il travaglio di una condizione di passaggio, della mutazione in atto. Oggi, a mutazione in pratica già avvenuta, nel senso del passaggio da uomo ad androide e non viceversa, l’urlo non è più nemmeno muto. Gli è succeduto un silenzio attonito, mascherato dietro il chiacchiericcio insulso di umani che non si pongono nemmeno più il problema di conservarsi tali. Sembrerebbe aver vinto Roy Batty, in realtà assistiamo solo a una sconfitta: la nostra.

Nel libro compare poi anche una figura che dal film è completamente assente, Isidore, lo “speciale” che nella sua semplicità rappresenta il poco che ancora rimane dell’animale sociale umano. Un quasi equivalente potrebbe essere visto in J. F. Sebastian, il genetista cofondatore dell’azienda produttrice dei replicanti, che concede la sua fiducia a un gruppo di essi in fuga, li ospita nel suo appartamento e li accompagna dal padrone dell’azienda stessa, salvo essere poi ucciso da Roy Batty, che ha visto respinte le sue richieste. Ma la somiglianza si ferma lì. Sebastian pur con tutti i suoi dubbi rimane dentro il sistema. Isidore ne è stato espulso da un pezzo e non accetta, non introietta passivamente la solitudine cui i suoi simili paiono condannati, e alla quale hanno condannato lui. Vuole relazionarsi, vuole essere e sentirsi utile agli altri. È l’unico in tutta la vicenda a provare un’empatia sincera, rivolta indiscriminatamente a umani e replicanti. Quando questi ultimi si trasferiscono a casa sua per tendere un agguato ad un altro cacciatore di androidi, Phil, è entusiasta di avere compagnia, anche se rimane poi sconvolto nel vederli torturare e uccidere un esemplare raro di ragno che aveva trovato. Quando poi Phil uccide tutti i replicanti, gli unici amici che aveva mai avuto, finisce per impazzire. L’unico barlume di umanità rimane dunque proprio negli “speciali”, che non hanno paura di provare emozioni o di ascoltare il silenzio.

•     Infine, pronta ad avvolgere e a nientificare il tutto, c’è la palta. La palta è la melma, la fanghiglia che penetra ovunque e ricopre tutto, la commistione della polvere proveniente dalle macerie che galleggia nell’aria e della pioggia incessante che le batte. Della palta parla proprio Isidoro in una sua riflessione. “Nessuno può battere la palta, tranne che per un po’ di tempo e forse in un posto solo, come nel mio appartamento, dove ho creato una specie di equilibrio tra la pressione della palta e della nonpalta, finché dura. Ma poi morirò o me ne andrò, e allora la palta prenderà il sopravvento. È un principio universale valido in tutto l’universo; l’intero universo è diretto verso uno stato di palettizzazione totale e assoluta.” È il movimento del tutto verso l’entropia: gioie, dolori, passioni saranno cancellati, assieme a ogni traccia del passaggio umano. Paradossalmente la palta verrà a risanare ciò che è stato inquinato dagli uomini, e al tempo stesso a fare giustizia delle loro ambizioni e delle loro scelleratezze. La progressiva uniformazione degli umani e dei replicanti ne è in fondo solo una tappa.

L’elenco delle differenze tra il libro e il film potrebbe essere molto più lungo, ma credo che quelle che ho indicato siano già sufficienti a consentire qualche breve considerazione riassuntiva. Dopo aver precisato tra l’altro che quando gli furono sottoposti alcuni spezzoni del già girato, poco prima di morire, Dick ne fu entusiasta, almeno per quanto concerneva l’ambientazione, perché confermava la sua visione pessimistica sul futuro di una società sempre più inumana.

Intanto la prima considerazione è che la fantascienza (ma vale anche per il genere horror) ha ereditato quelle ansie archetipiche universali che in passato si manifestavano nel mito e nelle fiabe. La principale è indubbiamente legata alla paura della morte, allo sgomento di fronte alla coscienza della caducità.

Essere coscienti della propria transitorietà induce una riflessione sul senso della vita, sull’autenticità delle emozioni e sull’evoluzione della coscienza. Impone agli umani di chiedersi cosa sono, come sono e perché sono così. Di qui l’ansia di non trovare rispose, ma anche di perdere, come accade a Deckard, quelle che ci si era (o ci erano state) date.

Di qui anche il ruolo fondamentale della memoria, per ricostruire il percorso che porta ad una identità. La memoria suscita la domanda basilare su come siamo arrivati alla condizione presente, e offre anche possibilità di risposta. Ma a chi ne ha il controllo offre anche quella di precostruire la risposta. Per questo impadronirsi della gestione della memoria, come già ipotizzato in 1984 da Orwell, significa avere il controllo del presente e del futuro.

Al di là di questo, per Dick la ricerca di senso è trasversale, tocca gli umani come i replicanti. Sia in Blade Runner che nel romanzo entra in gioco in più occasioni il ritrovamento di vecchie fotografie, che alla memoria offrono un importante supporto documentale. Nel film Deckard le trova nascoste in mezzo alla biancheria di un replicante, e di lì cominciano a sorgere i suoi primi dubbi. Rachel mostra una foto dell’infanzia, poi rivelatasi artefatta, a riprova della propria identità umana. “Le foto di Leon dovevano essere artefatte come quelle di Rachel. Non capivo perché un replicante collezionasse foto. Forse loro erano come Rachel. Avevano bisogno di ricordi.” Ma il cacciatore stesso ne ha bisogno, e ne tiene diverse sul leggio del suo pianoforte, quasi a volersi rassicurare sulla veridicità del proprio passato.

Lo scavo nel passato che unisce quasi tutti i protagonisti della storia, in entrambe la versione, è funzionale alla definizione di umanità, al tentativo di stabilire cosa ci rende davvero umani. (dico “quasi tutti” perché nel libro tanto Roy Batty quanto Phil Resch, il collega di Deckart, sembrano immuni da ogni sentimento positivo. Sono egualmente spietati, freddi e determinati, l’uno a sopravvivere e l’altro a fare piazza pulita) Nel mondo immaginato da Dick, tuttavia, nel quale tutto ciò che pareva certo viene messo in discussione e ribaltato, la definizione di umanità riesce impossibile: se un androide può provare affetto, paura, desiderio e dolore, è davvero solo una macchina? E se un uomo smette di provare empatia, resta ancora umano? E dipende da lui rimanere tale?

Proprio sulla risposta a questo interrogativo le due narrazioni divergono in maniera sostanziale. Nel libro il punto di vista è quello dell’umano Deckard. È lui a provare un’empatia che è puramente umana per gli androidi: nei confronti di Rachael poi prova addirittura attrazione e persino qualcosa che somiglia all’amore. Il suo è in realtà un sentimento a senso unico, poco gli importa di essere ricambiato. Oserei dire che gli importa soltanto di riconoscersi capace di amore, di empatia, avvalorando così la sua identità umana nel confronto con quella degli androidi. E forte di questo confronto accetta la condizione che ad un certo punto gli viene profetizzata: “Dovunque andrai, ti si richiederà di fare qualcosa di sbagliato. È la condizione fondamentale della vita essere costretti a far violenza alla propria personalità. Prima o poi, tutte le creature viventi devono farlo. È l’ombra estrema, il difetto della creazione; è la maledizione che si compie, la maledizione che si nutre della vita. In tutto l’universo”. Gli appare come un destino ineluttabile, e per questo deve fare costantemente violenza ai propri sentimenti, arrivando a sopprimere ad esempio, sia pure dopo un attimo di esitazione, la cantante Luba Luft, una delle voci più belle della lirica, una voce che gli aveva procurato gioia ed emozione.

Deckard insomma non osa valicare il confine. Prende coscienza del progressivo processo di umanizzazione interiore degli androidi, ma in lui prevale comunque la difesa della unicità umana contro il contagio tra il naturale e l’artificiale, tra il vero e il falso. Non tollera la perdita dell’identità di essere umano come unico detentore di “umanità”. Gli androidi vanno eliminati perché minano proprio quella; se la creazione dell’uomo eguaglia o supera in umanità l’uomo stesso, allora l’essere umano non ha neppure ragione di esistere, di sentirsi tale.

Nel film è proposto, al contrario, il punto di vista dell’androide. I replicanti, sia Rob che Rachael, e più larvatamente tutti gli altri, vogliono sia accettata l’idea che non sono rimasti tali e quali dal momento della loro creazione, ma si sono formati e trasformati indipendentemente, si sono evoluti nel tempo interagendo con gli umani. Di qui l’importanza da un lato di rivendicare una memoria, e dall’altro di cancellare la scadenza che è stata loro imposta. Ciò li sottrarrebbe alla volontà umana, e consentirebbe loro di accedere all’empatia, di colmare cioè la principale lacuna della loro programmazione.

Sono invece gli esseri umani che perdono l’umanità fino ad assomigliare agli androidi; grazie al modulatore di umore possono persino decidere quali sentimenti provare, divenendo “macchine” a loro volta. E per dimostrare di essere superiori agli androidi, di provare a se stessi di possedere quel quid che li distingue, ricorrono ad un altro strumento, la macchina empatica.

Sono stato tentato a questo punto di supporre anche una intenzione “politica” nel libro di Dick, e quindi di darne una interpretazione in quel senso. In fondo è stato scritto negli anni in cui arrivava a compimento in Asia e soprattutto in Africa il processo di decolonizzazione, e soprattutto mentre infuriavano in America le lotte contro la discriminazione razziale e per il riconoscimento a tutte le etnie dei diritti civili. Mi sono però subito ricreduto. La cosa può forse valere per il film, ma attribuirla anche al libro sarebbe davvero una forzatura. A Dick non interessano i diritti degli androidi, e tantomeno immagino quelli dei neri: è ossessionato dalla “schiavitù” nella quale stanno scivolando gli umani, nella fattispecie l’umano occidentale. Quindi mentre il messaggio di Blade Runner è: siamo tutti ugualmente umani, abbiamo tutti gli stessi diritti, quello di “Ma gli androidi sognano …” è: siamo, o stiamo diventando, tutti schiavi. Schiavi della tecnologia, della finanza, dell’industria, della pubblicità, dei farmaci, di tutto ciò che sta dietro e che condiziona la storia contemporanea.

Insomma, come vado ripetendo sino alla noia, e persino, lo confesso, con la presunzione di essere tra i pochi che se ne rendono conto o che almeno ne paventano le conseguenze: non sono gli androidi ad assomigliare sempre più agli uomini, ma gli uomini ad assomigliare sempre più agli androidi.

E già nel libro di Dick è adombrata l’altra inquietante domanda: quanti alieni già circolano tra di noi sotto mentire spoglie? E sono almeno veri androidi, o vanno classificati in una categoria ancora diversa, visto che sono si incapaci di sentimenti, di empatia, ma non hanno la caratteristica dell’intelligenza superiore e della maggiore efficienza?

P.S.: Sarebbe interessante ricostruire l’albero genealogico delle idee di Dick e le linee della sua discendenza. Mi limito a suggerire alcuni spunti e lascio ad altri l’incombenza. Al primo ascriverei senz’altro sul piano filosofico la Scuola di Francoforte, almeno per quanto concerne un discorso più generale sulla modernità; ma anche, per lo specifico del rapporto con tecnica, L’uomo è antiquato di Gunther Anders («L’uomo, novello Prometeo, si ritrova ad essere subalterno alle sue creazioni. È inadeguato di fronte a ciò che ormai la tecnica rende possibile. Ha creato le macchine e ne ha poi perso il controllo, il progresso della tecnologia è di gran lunga più rapido di quello umano. L’uomo è dunque condannato ad essere progressivamente meno efficiente, meno aggiornato rispetto ai mezzi tecnologici da lui stesso creati. Di più: questo uomo, ormai “antiquato”, è destinato a soccombere.»).

Non so se Dick conoscesse direttamente le opere di questi autori: il loro pensiero era comunque nell’aria. Senz’altro conosceva invece Gli strumenti del comunicare di Marshall Mc Luhan. («Oggi, dopo più di un secolo di tecnologia elettrica, abbiamo esteso il nostro sistema nervoso centrale fino a farlo diventare un abbraccio globale, abolendo limiti di spazio e tempo per quanto concerne il nostro pianeta […]. Una volta che abbiamo consegnato i nostri sensi e i nostri sistemi nervosi alle manipolazioni di coloro che cercano di trarre profitti prendendo in affitto i nostri occhi, le orecchie e i nervi, in realtà non abbiamo più diritti. Cedere occhi, orecchie e nervi a interessi commerciali è come consegnare il linguaggio comune a un’azienda privata o dare in monopolio a una società l’atmosfera terrestre»). Potrebbe anche essere stato influenzato dalle ultime opere di Lewis Munford, quelle nelle quali si parla della ‘megamacchina’, come di un “dispositivo tecnico” che abolendo la separazione mezzi-fini, vede nel suo accrescimento continuo il fine supremo che tende ad annullare l’autonomia dell’uomo.

Volendo si può naturalmente risalire molto più addietro, fino a La Mettrie e addirittura a Cartesio: ma, come sempre, a voler essere conseguenti si arriva davvero sino a Prometeo o alla mela di Eva.

Nelle filiazioni inserirei invece certi aspetti della filosofia postmoderna e del movimento cyber-punk: quindi, per lo specifico di una fantascienza con forti valenze sociologiche, autori come William Gibson e Bruce Sterling, mentre per diramazioni più sottili e incredibilmente ramificate posso essere presi in considerazione ad esempio filosofi di casa nostra come Massimo Cacciari, Mario Perniola e addirittura Antonio Negri. Ma lo stuolo è qui infinitamente ampio, dal momento che quella con l’AI è la sfida fondamentale del pensiero moderno.

A un livello molto più terra terra è divertente (o angosciante, dipende da come la si vuol mettere) vedere come viene percepito e vissuto dai “senzienti” il confronto (che si configura sempre più come un “conflitto”) con l’AI, e quali ricadute immediate ciò comporta.

Intanto c’è la paura: a motivarla concorrono i riscontri negativi più disparati, quelli più immediatamente percepibili: gli usi bellici, ad esempio, con gli attacchi a strutture o a singoli obiettivi umani attraversi i droni e altre simili diavolerie, e quelli alle istituzioni tramite hacheraggio; la sistematica violazione di ogni forma di privacy, finalizzata una sorveglianza globale e ad un utilizzo delle informazioni carpite per scopi tutt’altro che trasparenti; l’impatto sul mercato del lavoro, già stravolto dall’incalzate automatizzazione anche dei compiti cognitivi, con la prospettiva incombente di una sostituzione delle attività umane in ogni settore, e quindi di una disoccupazione di massa; la disinformazione, adoperata sistematicamente non solo per manipolare l’opinione pubblica, ma per mettere in piedi le truffe più sofisticate e fantasiose.

In risposta stanno già arrivando manifestazioni contro l’AI, organizzate da gente che si convoca reciprocamente attraverso il telefonino e comunica attraverso i social. Comunque hanno già avuto l’adesione dei ProPal, il che fa ben sperare. Si arriva anche alle proposte più radicali, come quella del Movimento per l’Estinzione Umana Volontaria, che sostiene che l’estinzione umana sia la soluzione per salvare l’ambiente, promuovendo la cessazione della riproduzione. Altro che produrre replicanti!

Pare che nessuno si renda conto davvero di quanto ci siamo già dentro, e di come l’estinzione, per il momento solo dell’intelligenza naturale, ma in prospettiva anche dei suoi supporti fisici, sia già dietro l’angolo.

Ah, dimenticavo. Avete notato che i nostri interlocutori digitali, che fino a poco tempo fa ci chiedevano di identificarci come umani attraverso la Captcha, riconoscendo una sequenza di lettere e numeri distorti, oggi si limitano a chiederci di spuntare la scritta “Non sono un robot”. Hanno abolito il test, vanno evidentemente sulla fiducia. O forse, ed è la cosa più probabile, hanno già realizzato che tra umani e androidi non c’è più alcuna differenza. Si sono portati avanti.

Il fine, non il mezzo

ricordo di Giorgio Bettinelli

di Vittorio Righini, 8 novembre 2025

Giorgio Bettinelli (Crema, 15/05/1955 – Jinghong, 16/09/2008) è, credo, lo scrittore di viaggi italiano meno noto agli amanti del genere, e penso per una ragione precisa: perché lo conoscono prevalentemente quelli che hanno uno scooter Vespa, vecchia o nuova, giacché lui il mondo che ha raccontato nei suoi libri l’ha girato e rigirato in Vespa. Temo appunto che molti non l’abbiano letto perché i suoi libri sembrano destinati ai motociclisti.

No, la Vespa è davvero solo il mezzo, non il fine; se ne parla il minimo indispensabile, per una foratura, per un getto sbagliato del carburatore e una conseguente grippata, per una caduta sotto la pioggia battente, e per piccoli problemi pratici; ma anche per scorrazzare 5 o 6 bambini nei più sperduti posti del mondo e portarli a fare un giro in paese accolti dai sorrisi aperti dei genitori e degli amici, o infine per caricare qualche temporanea fidanzata.

Non sono libri da comprare per leggere nuove informazioni sul più noto e popolare mezzo meccanico italiano a due ruote, che ha movimentato tanta brava gente dal dopoguerra in poi; semmai sono da leggere anche se non avete una Vespa, non siete mai saliti in moto ma amate la narrativa di viaggio, il fine ultimo di Bettinelli.

Ho letto molti libri di viaggi in moto: ad esser sincero, la maggior parte non mi sono piaciuti. Perché alla fine ciò che conta è l’autore, come ragiona, come vede le cose e come le racconta, come scrive. E Giorgio scriveva in modo semplice, corretto e molto scorrevole, fluido e senza terminologie astruse, spesso con le parole in lingua originale adeguatamente spiegate e rese comprensibili.

Posto queste paginette leggere per consigliare la lettura di uno dei suoi libri a tutti coloro che vogliono viaggiare per il mondo con la mente, andando indietro di qualche anno comodamente seduti in poltrona, e ancora non lo conoscono. Nella narrativa di viaggio italiana, Bettinelli secondo me è uno di quelli più ‘‘inglesi’’, nel senso positivo del termine, nel senso riferito ‘‘solo’’ ad alcuni scrittori inglesi, non a tutti. Umile, modesto, per nulla snob, sempre vicino ai più poveri, anche solo per quel poco che poteva dare.

Mai aggressivo, mai sentenzioso, mai tuttologo, mai politicamente sbilanciato, al contrario di qualche famoso e idolatrato scrittore italiano di genere simile che negli ultimi libri si era fatto prendere un po’ troppo la mano.

Un passato da musicista in gioventù in Italia, certo poco noto ai più ma abbastanza di successo (io non lo ricordo proprio), quando incise la hit Barista, una divertente canzone che riscosse consensi nella seconda metà degli anni ‘70, e che trovate su youtube eseguita con I Pandemonium.

Ha suonato in diversi gruppi, in televisione e nei tour, dalla musica sperimentale al pop, fino alla performance al Festival di Sanremo del 1979 proprio con I Pandemonium e alle collaborazioni col Maestro Mazza (il Maestro “Mazzo” di Arboriana memoria).

Ha lavorato con Gabriella Ferri, Rino Gaetano e altri ancora; inoltre era presenza fissa nelle puntate in televisione del Gino Bramieri show. Nel mentre si era laureato in Lettere all’Università di Roma e aveva continuato il suo peregrinare asiatico, iniziato all’età di 17 anni.

 Con la Vespa tutto era cominciato per caso, a Bali, dove un suo amico, per pagare un debito che Giorgio non avrebbe sicuramente riscosso, dato il suo carattere bonario e generoso, gli regalò una vecchia Vespa. Da quel momento in poi è stato seduto sul sellino per oltre 300.000 km, in ogni angolo del mondo. Sempre da solo … tranne che per qualche bella passeggera occasionale.

È morto nel 2008, a soli 53 anni, per una disgraziata infezione, accudito dalla amorevole compagna cinese Ya Pei, ma probabilmente curato in modo inadeguato dalle autorità mediche locali, a Jinghong, Cina, sulle rive del Mekong, dove abitava da qualche anno con Ya Pei. Stava completando un libro sul Tibet, ma non ci è riuscito.

In Brum Brum, il secondo libro, a pag. 215 c’è un passaggio che ben identifica il personaggio, e che vi trascrivo:

(Guadalajara, Messico, Hotel Los Escudos, fine anni ‘90):

“Seduta sul marciapiede davanti all’ingresso, con la pigmentazione del viso marezzata da una malattia della pelle e i polpacci deformati dalla gotta, una vecchia chiede la carità biascicando una giaculatoria, con un sorriso salivoso. Lascio cadere qualche peso cercando di non guardarla e di resistere all’odore che emana dai suoi vestiti, mentre ripenso a quel ragazzo (nota: ragazzo invalido di guerra incontrato in un precedente viaggio in Africa) della Sierra Leone e alle sue parole su questo shitty place pieno d’ingiustizie: ma sappiamo già tutto fin nei minimi dettagli, anche se cerchiamo di pensarci il meno possibile, come il meno possibile pensiamo alla morte, altrimenti la vita sarebbe insopportabile. Qualcuno riesce a fare di più, qualcun altro di meno; c’è chi prende un aereo e va nei lebbrosari di Calcutta, e c’è chi si trova ad entrare nel foyer di Los Escudos e prende una camera e una birra gelata. L’importante, credo, sia non fingere; giocare la partita con le carte che si hanno in mano cercando di essere più buena gente che hijo de puta, sentendosi più vicini alla nobiltà di chi ha perso che all’arroganza di chi ha vinto, e più lontani dalla meschinità di chi ha perso che dalla generosità di chi ha vinto.”

Giorgio dedica decine di pagine a ogni minuscolo stato del centro America, e poche paginette, scarne e distaccate, all’attraversamento degli Stati Uniti dall’Alaska al Messico, che lo lascia indifferente e poco entusiasta di quella parte di mondo.

Con la sua delicata scrittura, evita di avventurarsi in discorsi estremamente politicizzati, ma la sua simpatia per gli States è pari alla mia, cioè pari a zero. Lui, che appunto da giovanissimo era già arrivato all’Oriente e che a quel modo di vivere si era sempre ispirato, si sentiva fuori luogo sulle strade impeccabili degli Stati Uniti. Era troppo abituato a ostacoli metaforici e non solo, come le strade sterrate, piene di buche, trafficatissime e pericolose ma vive e animate dei suoi luoghi più amati. Di ogni paese incontrato, anche il più piccolo, narra brevemente storia recente e vicissitudini e questo permette di dare, almeno a me, una ripassata a luoghi e avvenimenti (spesso tragici) diversamente destinati all’oblio, trattandosi di paesi piccoli e lontani, e la memoria labile.

La sua posizione nei confronti della ex-Unione Sovietica e del periodo staliniano è esplicita; la descrive mentre attraversa faticosamente la Siberia da Mosca a Magadan (Brum Brum, pagina 270): “[…] durante la dittatura di Stalin la Siberia divenne sinonimo di morte: mentre Josif Vissarionovich sedeva al Cremlino, più di 20 milioni di uomini furono sterminati nei gulag, spesso con l’unica colpa di essere ebrei o artisti, o semplicemente conoscenti di ebrei a artisti […]. La storia dell’umanità sembra essere soltanto la cronistoria efferata dei crimini che gli uomini commettono contro altri uomini […]. Alcuni storici calcolano che nel quarantennio tra il 1918 e il 1958, sui fronti delle guerre, nei lager, nelle prigioni, siano morti complessivamente da 80 a 100 milioni di sovietici”.

Quasi 2 milioni di questi morti, aggiungo io, sono stati causati dalla folle politica di Stalin dello scambio delle popolazioni sul territorio sovietico: deportazioni forzate di intere etnie nelle più spopolate e inabitabili regioni sovietiche, come ad esempio molte etnie caucasiche, popolazioni considerate nazionaliste o contrarie al potere di Mosca, abituate al clima temperato delle loro regioni, trasferite in Jakuzia, Kamkatcka e fino a Vladivostok e al Mar del Giappone, nei posti più freddi al mondo, su terreni infertili.

Bibliografia

Il primo libro si intitola In Vespa. Da Roma a Saigon: (possiedo la prima edizione gialla della Feltrinelli Traveller, collana che amo e colleziono). Libro ispirato, libero e felice, per alcuni il migliore, ma forse anche perché è il primo.

Ho appena riletto Brum Brum, e ora rileggerò, con calma, La Cina in Vespa, forse la sua opera più matura, 39.000 km. in tutte e trentatre le provincie cinesi (sono in pochi ad averlo fatto), terminato nel 2007, un anno prima della morte prematura.

Infine comprerò Rhapsody in Black. In Vespa dall’Angola allo Yemen, l’unico che mi manca.

Ci sarebbe poi l’interessante libro fotografico In Vespa oltre l’orizzonte con le foto dell’autore, piuttosto raro e costoso.

P.S.: la mia vecchia Vespa PX bianca, come quella della foto di copertina a seguire, mi guarda, di sotto in garage, come a dire: ma tu, pirla, perché mi porti solo fino a Ponzone o al Beigua invece di affrontare le strade del mondo?

E io mi giro da un’altra parte e faccio finta di niente … torno in casa, mi metto in poltrona e salgo in Vespa con Giorgio. È più sicuro.

I viaggi nel futuro del reverendo Swift

di Paolo Repetto, 1° novembre 2025

La falsità spicca il volo
e la verità la segue zoppicando.

Jonathan Swift

Ci voleva l’ennesima personalissima emergenza sanitaria per indurmi a rileggere I viaggi di Gulliver, In realtà non si è trattato di una rilettura, perché la prima volta, più di sessant’anni fa, avevo tra le mani una versione ridotta, tanto ridotta da farlo sembrare un libro di avventure. Mi sono trovato a leggere in effetti un libro completamente nuovo, e a rimpiangere di non averlo fatto prima.

Ci sarebbe molto da raccontare, e su cui meditare, ma ho scelto ad esemplificazione del tutto alcune pagine che trovo particolarmente gustose e attuali. Il resto, se volete e se ancora non lo avete fatto, potrete trovarlo in una delle almeno dieci traduzioni italiane attualmente circolanti. In quella di cui mi sono avvalso (nell’Economica Feltrinelli) sono circa trecentocinquanta pagine.

Nella terza parte del libro il protagonista racconta il viaggio che lo ha portato a Laputa, un’isola sospesa per aria. Laputa è una roccia volante, sul tipo di quella de Il castello dei Pirenei di Magritte, che poggia su una base piatta di diamante e che può essere manovrata dai suoi abitanti utilizzando un gigantesco e complicato magnete (la cosa fa presumere una passata altissima capacità tecnologica, che sembra però ormai del tutto svanita). Gli isolani sono tutti scienziati, astronomi e filosofi, che vivono perennemente (e letteralmente) con la testa fra le nuvole, dedicandosi a esperimenti e invenzioni assurdi e totalmente inutili, perché non hanno alcun rapporto con la vita reale. “Sembra che codesta gente sia tanto immersa nelle sue profonde meditazioni da trovarsi in uno stato di perpetua distrazione, dimodoché nessuno può parlare né udire i discorsi altrui se qualche impressione esterna non viene a scuotere i suoi organi vocali o uditivi”. L’“impressione esterna” è creata da un particolare servitore personale, il “batacchiario”, “munito di un bastoncello con una vescica gonfia fissata in cima, piena di piselli secchi o di sassolini […] ed è compito di questo famulo, quando due o più persone si radunano, batacchiare dolcemente la vescica sulla bocca di chi deve parlare, indi sull’orecchio destro della persona, o delle persone cui il discorso è rivolto”. E ancora, durante il passeggio “dare al padrone una lieve batacchiata sugli occhi”, per evitargli di capitombolare o di dare col capo in ogni palo, o di spingere gli altri o di essere spinto nella cunetta di scolo”.

La roccia volante domina dall’alto un’area di terraferma, il regno di Balnibarbi, un tempo fiorente e ora ridotto alla desolazione e alla miseria, proprio a causa delle innovazioni nei metodi di coltivazione dei campi e di costruzione degli edifici imposti dai laputiani.

Nella capitale di questo regno, Lagado, ha sede una celebratissima Accademia, alla cui visita Swift dedica il quinto capitolo. Il suo alter ego descrive il funzionamento dell’accademia ed elenca le “arti e scienze in cui si esercitavano quei dotti”. Nel corso della visita, che si protrae per più giorni, il viaggiatore incontra una serie di personaggi l’uno più strambo dell’altro, tutti accomunati dall’aspetto esaltato, dagli abiti sporchi e stracciati, dal fetore che emanano e dall’abitudine di scroccare mance e oboli, oltre che da una spiccata tendenza a trafficare con gli escrementi. Ci troviamo quello che si dedica da otto anni a estrarre dai cetrioli i raggi del sole, per stoccarli in fiale di vetro e usarli poi per riscaldare le estati inclementi; quello che vuole ricondurre gli escrementi umani al cibo originale che li componeva, separando i diversi elementi; quello che vuole trasformare il ghiaccio in polvere da sparo; l’architetto che ha inventato un metodo per costruire le case partendo dal tetto e il biologo che vuole sostituire la seta dei bachi con le ragnatele tessute da insetti; il medico che cura le coliche aspirando per via rettale con un mantice le ventosità intestinali, o viceversa, insufflando aria con lo stesso strumento. Insomma, un vero e proprio manicomio. Questo per la parte dell’istituto riservata alle invenzioni meccaniche. Ma ce n’è un’altra, assegnata agli studiosi delle scienze astratte, non meno allucinata: e inquietante.

In questa seconda sezione “lavorano” i progettisti del “sapere speculativo”. E qui l’incubo di Gulliver si proietta nel futuro. Il primo sapiente che incontra presiede, con quaranta allievi, a un gigantesco macchinario simile ad un enorme telaio: “Tutti sanno, disse, che i metodi comunemente adottati per arrivare alle diverse nozioni scientifiche e ideali sono faticosi e difficili; col suo nuovo sistema, invece, anche un ignorante poteva scrivere libri di filosofia o di poesia, trattati di politica e di matematica, senza bisogno di speciale vocazione né di studio: bastava una modesta spesa e un piccolo sforzo muscolare.

Nello spiegarmi ciò, egli mi fece vedere il meccanismo intorno a cui stavano i suoi scolari. Il professore mi avvertì che stava per mettere in moto la macchina: a un suo cenno, infatti, ciascun allievo prese in mano un manubrio di ferro (ve ne sono quaranta fissati lungo il telaio). Essi, facendolo girare, cambiarono totalmente la disposizione dei dadi, e perciò delle parole corrispondenti. Allora il professore ordinò a trentasei dei suoi scolari di leggere fra sé le frasi che ne risultavano, via via che le parole apparivano sul telaio; e quando trovassero tre o quattro parole che avessero l’apparenza d’una frase, di dettarle agli altri quattro giovinetti, che facevano da segretari. Questo esercizio fu ripetuto diverse volte, e col successivo capovolgersi dei cubi sempre nuove parole e frasi comparivano sulla macchina. Gli scolari si dedicavano a tale occupazione per sei ore del giorno.

[…] Il professore mi fece vedere diversi volumi in folio pieni di frasi sconnesse ch’egli aveva raccolto e di cui pensava fare un estratto, ripromettendosi di cavar fuori da codesto materiale, il più ricco del mondo, una vera enciclopedia scientifica e artistica. Egli sperava che codesto suo lavoro, spinto con energia, avrebbe toccata la massima perfezione, a patto che la popolazione consentisse a fornire il denaro necessario per impiantare cinquecento consimili macchine in tutto il regno, e che i sovrintendenti dei vari istituti mettessero in comune le loro personali osservazioni.”

Il bersaglio neppure troppo mascherato della satira di Swift è qui la Royal Society, fondata settant’anni prima sul modello prefigurato da Francesco Bacone; ma più in generale è l’ideologia del progresso che va affermandosi in tutta la cultura europea sotto le specie dell’Illuminismo. Swift non è un antiscientifico né un oscurantista. Rifiuta però ogni dogma, e quindi anche quello illuminista secondo cui la scienza e la ragione porteranno inevitabilmente al progresso umano. Quando queste diventano fini a sé stesse, – ci dice – slegate dall’etica e dalla realtà, si trasformano in un’altra forma di superstizione. La satira di Laputa anticipa quindi la critica alla tecnocrazia e all’alienazione dell’intelligenza che attraverserà la modernità.

Con la macchina per produrre poesia o trattati filosofici e scientifici, siamo in presenza dei primi vagiti dell’Intelligenza Artificiale. Mi sembra significativo che i testi nascano da combinazioni di lettere, e poi di paragrafi, e così via. Queste combinazioni non sono propriamente casuali, seguono da un certo punto in poi una loro logica quantitativa di ricorrenza, ma non quella della pregnanza o della consequenzialità di un concetto. Non molto diversamente da quanto accade per i discorsi dei nostri politici o per le recensioni dei nostri critici letterari.

Di per sé, la selezione e memorizzazione di combinazioni dotate di senso a partire da una base di dati casuali è teoricamente possibile, anche se del tutto improbabile. Presuppone un algoritmo in grado di sondare per un tempo infinito una massa di dati altrettanto infinita. Swift sembra qui anticipare l’idea del teorema della scimmia instancabile di Borel, per il quale una scimmia che prema a caso i tasti di una tastiera per un tempo infinitamente lungo quasi certamente riuscirà a comporre qualsiasi testo prefissato, compresa la Divina Commedia. Solo che oltre che instancabile la scimmia dovrebbe essere anche immortale.

Ma forse aveva in mente un’invenzione molto più vicina al suo tempo, la calcolatrice meccanica progettata sessant’anni prima da Leibnitz, che azionata con una manovella avrebbe dovuto realizzare attraverso un sistema di ruote dentate ogni tipo di operazione matematica elementare. E soprattutto aveva presente il fiasco della presentazione di questa macchina alla Royal Society, che portò all’abbandono del progetto.

Passammo poi alla scuola delle lingue, dove tre professori discutevano insieme sul modo di perfezionare l’idioma del paese.

Il loro primo disegno era di rendere più conciso il discorso, riducendo tutti i polisillabi a monosillabi e sopprimendo i verbi e ogni altra parte del discorso, tranne i sostantivi: perché in realtà tutti gli oggetti di questo mondo si possono rappresentare con sostantivi.

I futuristi non hanno inventato nulla. Anzi, erano già stati ampiamente superati dal progetto di riforma laputiano.

Infatti: “Ma il sistema di riforma più radicale doveva consistere, secondo loro, nel fare a meno addirittura delle parole, con grande risparmio di tempo e beneficio per la salute; perché è chiaro che ogni parola da noi pronunziata corrode i nostri polmoni e li danneggia, accorciando così la nostra esistenza. Ora, siccome le parole sono in conclusione i nomi delle cose, costoro proponevano semplicemente che ognuno portasse seco tutti gli oggetti corrispondenti all’argomento delle varie discussioni. E la riforma sarebbe certamente stata adottata, con notevole vantaggio della salute e del comodo generale, se il popolaccio, e specialmente le donne, non avessero minacciato di fare addirittura la rivoluzione qualora fosse loro vietato di parlare nella solita lingua, come i loro antenati avevano fatto fin lì: tanto il volgo è costante e irreconciliabile nemico della scienza!

Tuttavia, il nuovo metodo era adoperato da alcuni dei più illuminati e dotti personaggi, i quali se ne trovavano benissimo. Il solo inconveniente s’affacciava quando costoro dovevano trattare di parecchi e complicati argomenti, perché in tal caso erano costretti a portare addosso dei pesi enormi; a meno che non potessero permettersi il lusso di mantenere un paio di robusti facchini per codesto ufficio. Più d’una volta ho osservato due di codesti scienziati, curvi sotto il peso del loro fardello, fermarsi in mezzo alla strada per conversare, posare in terra il sacco e slegarlo; poi, dopo un’ora di colloquio, aiutarsi reciprocamente a ripigliare il carico sulle spalle e riprendere il cammino.

S’intende che, mentre per i discorsi più comuni ciascuno portava indosso tutti gli oggetti necessari per farsi capire, in ogni casa v’era poi una provvista di molti altri oggetti; e nei locali dove si doveva tenere qualche adunanza di adepti della nuova lingua, si trovava ogni sorta di cose capaci di sopperire alla più complessa conversazione artificiale. E si noti che questo nuovo sistema aveva anche il sommo pregio d’essere universale, cioé di fornire un idioma comune a tutti i popoli civili, come sono loro comuni, press’a poco, tutti gli utensili e gli oggetti d’uso; né gli ambasciatori avrebbero avuto più bisogno, così, di studiare le lingue straniere per trattare coi principi e coi ministri degli altri paesi.”

Fantastico! Questa si chiama concretezza del linguaggio. Certo, funziona solo per la denotazione, e immagino che Heidegger per tenere le sue lezioni o conferenze avrebbe dovuto viaggiare con una carovana di muli. Ma a pensarci bene ci stiamo già avviando, a dispetto delle apparenze, proprio verso un uso essenzialmente denotativo (che è in fondo la condizione comunicativa e relazionale da cui siamo partiti). Il che potrebbe essere un bene per la sopravvivenza della specie, ci si capirebbe meglio, ma non lo è certo per la sua evoluzione.

E infine, Gulliver approda dove viene “concretamente” impartito il sapere sommo:

Visitai finalmente la scuola di matematica, in cui trovai un professore che adoperava, per l’istruzione dei suoi scolari, un metodo che in Europa nessuno sarebbe mai stato capace d’inventare. Ogni dimostrazione, proposizione o teorema veniva scritto sopra una piccola ostia, con uno speciale inchiostro di succo cefalico.

Lo studente inghiottiva l’ostia e stava digiuno tre giorni, nutrendosi solo d’un po’ di pane e acqua. Durante la digestione dell’ostia, il succo cefalico saliva al cervello e vi recava l’esercizio o il teorema desiderato.

Questo sistema non aveva dato, a quanto sentii riferire, risultati molto brillanti; ma ciò era dovuto solo al fatto d’essersi ingannati nel quantum, cioè nella dose del succo cerebrale; oppure anche al contegno maligno e ribelle degli scolari, i quali trovando nauseante il sapore dell’ostia, invece d’inghiottirla la sputavano da una parte, o dopo averla inghiottita la rivomitavano prima che potesse compiere il suo effetto, oppure anche non avevano la costanza di mantenere per tre giorni il regime d’astinenza necessario.”

Non sarà efficace, ma temo sia l’ultima possibilità che ci rimane. Magari aggiornando un po’ il sistema alle più recenti e sofisticate tecnologie: che so, inoculando ai nostri studenti per via endovena dei chips carichi di informazioni e di formule. Rimarrebbero degli asini comunque, ma almeno ci risparmieremmo i trucchi e le sceneggiate per copiare durante i compiti in classe e gli esami.

A questo punto sarà chiaro che Swift è tutto tranne un utopista. Semmai lo è al contrario. I quattro mondi in cui spedisce Gulliver sono il condensato di tutte le storture della società del suo tempo (e del nostro), e vengono esplorati seguendo lo schema perfettamente calibrato dei “mondi alla rovescia” (i lillipuziani sono un dodicesimo di Gulliver, i brobdingnaggiani sono dodici volte più grandi, in ossequio al modello duodecimale inglese: gli abitanti di Laputa sono tutto sommato degli asini irrazionali, mentre i cavalli che governano la Houyhnhnmland sono virtuosi e razionali, ma rigorosi sino alla crudeltà; e così via).

Alla fine I viaggi si rivelano essere un libello contro ogni fanatismo, che indica la via del buon senso comune non per fiducia nella natura umana ma anzi, per l’estrema sfiducia in una sua futura perfettibilità. Swift non crede nelle riforme né nelle rivoluzioni, e tantomeno in un nostalgico ritorno al passato. È un reazionario sui generis, che attacca tutti i pilastri della civiltà occidentale settecentesca, l’idea che la storia proceda verso il meglio, che la scienza porti verità, che la politica miri al bene comune; e ne ha ben donde: Come irlandese, sia pure protestante, e quindi appartenente alla classe dei dominatori, non può ignorare quanto è accaduto e quanto sta accadendo nella sua sfortunatissima isola, la miseria in cui vivono i suoi connazionali, il criminale disinteresse dell’amministrazione inglese, la corruzione che impera nelle istituzioni. Il suo pessimismo pesca però ancor più dal profondo, non nasce dalla situazione contingente in cui è immerso. Pensa che l’uomo sia intrinsecamente corrotto, ciò che in fondo pensava anche Kant, ma al contrario di quest’ultimo ritiene che ogni tentativo di riformarlo conduca al disastro o alla disumanizzazione. E qualche dubbio in proposito, se ci guardiamo attorno, riesce a sollevarlo.

Per quanto concerne poi le proiezioni sul futuro, occorre dire che malgrado il suo intento fosse di mettere alla berlina le fobie che angustiano i lapuziani (ad esempio, che la terra possa essere distrutta dalla coda di una cometa, o che il sole vada gradualmente esaurendo la sua energia) o l’assurdità dei loro progetti, paradossalmente in molti casi il nostro reverendo ci ha azzeccato. E non per un uso sfrenato della fantasia, ma perché evidentemente, a dispetto del suo sprezzo per le scienze e le tecnologie moderne, era anche molto informato. Ad esempio, attribuisce agli astronomi di Laputa la scoperta di due satelliti orbitanti attorno a Marte, scoperta che arrivò nella realtà solo un secolo e mezzo dopo la pubblicazione dei Viaggi. È molto probabile che Swift si rifacesse a una ipotesi già avanzata da Keplero, che a sua volta l’aveva formulata in base alla sua teoria che il numero dei satelliti del sistema solare segua una progressione geometrica. E addirittura, nell’indicarne le dimensioni e i tempi di percorrenza dell’orbita, applica proprio la terza legge di Keplero.

Persino quando satireggia i progetti più assurdi degli accademici di Lagado, quelli ad esempio del riciclo degli escrementi o dell’uso delle ragnatele in luogo della seta, non finisce molto lontano da quanto sta accadendo oggi. Per i primi al momento siamo ancora all’utilizzo per produrre non solo fertilizzanti, ma biometano, una fonte di energia rinnovabile: ma è presumibile che nei laboratori cinesi si stia già andando oltre. Quanto alle seconde, la seta di ragno, stanti le sue caratteristiche di eccezionale resistenza viene studiata per sviluppare materiali innovativi e ultrarobusti, da impiegare addirittura per i giubbotti antiproiettile. Solo l’esiguità della materia prima e la difficoltà di coltivare i ragni in allevamento impedisce oggi una produzione su larga scala, per cui si sta studiando di modificare geneticamente i bachi da seta, ibridandoli.

Questo significa che l’intenzione satirica non ha impedito a Swift di guardare avanti, sia pure con lucida e profonda angoscia. Non si è limitato a trattare come fantasie deliranti le promesse della tecnica, ma ha subodorato dove avrebbe potuto condurre il fanatismo che si stava sviluppando nei confronti di quest’ultima.

Del resto, una cosa simile ha fatto anche nella descrizione dei regimi politici e rapporti sociali vigenti negli altri stati che Gulliver visita. Ma lo scenario futurologico che più mi pare azzeccato rimane quello che vede i lapuziani ciondolare completamente rimbambiti per le strade dell’isola, seguiti dai “batacchiari”. È uno scenario che conosciamo benissimo: solo che anziché risucchiati dalle loro “profonde meditazioni” i moderni lapuziani lo sono dai monitor dei loro cellulari. E purtroppo non hanno batacchiatori a risvegliarli.

Ci sarebbe moltissimo altro da dire e da scoprire sul Gulliver: non vi si parla solo dei lillipuziani. Ma io non sono una scimmia instancabile, e il tempo che ho davanti è tutt’altro che infinito.

Per cui lascio a voi il piacere di farlo. Esistono ancora cose che possono riempirci intelligentemente la vita, e che spesso diamo troppo per scontate, mentre in realtà non le conosciamo affatto. Forse avremmo bisogno tutti quanti di “batacchiari” che ci facessero aprire ogni tanto gli occhi e rimettere in moto il cervello.

La via per il cavagno colmo

diario di una giornata tra funghi e piccole filosofie boschive

di Fabrizio Rinaldi, 14 settembre 2025

Quando lo propongo a mia figlia, lei accetta ad una condizione: “solo se viene anche il nonno”. Una formula che dice tutto: la fiducia riposta in me vacilla, mentre la figura del vecchio resta intatta, nonostante gli ottant’anni passati e un’autorevolezza che neppure gli acciacchi scalfiscono.

Dunque, non ho più scampo: “Andiamo a funghi?”. Ecco di che si tratta: cercare il più prezioso frutto del bosco. Mio padre non ci va da tempo perché consapevole delle sue diminuite capacità fisiche; d’altra parte, non trovo mai il tempo neppure io: il lavoro, la famiglia, le scuse pronte che giustificano l’inerzia. È però scontato che accetterà la proposta: un po’ perché non riuscirebbe a negarsi al “ti prego, ti prego” di mia figlia, un po’ perché – lo leggo dai suoi occhi – ha una voglia matta di andarci, specie da quando ha intuito che quest’anno ce ne dovrebbero essere.

Perché il fungo, lo sappiamo, non si concede facilmente: pioggia al momento giusto, umidità calibrata, terreno adatto (“terra rossa chiama cocone[1]”), distinte specie boschive (castagni, rovere, faggi, …), arbusti di brugo, erba stciapoia[2] e rovi. Un’alchimia rara in un tempo sospeso e incerto, rapido e aleatorio, dove l’attesa, la delusione e la sorpresa, fanno parte dell’esperienza. Cercare funghi è quindi un inno all’imprevedibilità e alla contingenza di un’infinità di condizioni di cui, spesso, non siamo consapevoli, ma che percepiamo quasi istintivamente. A chi li cerca capita di pensare che intorno ad un determinato cespuglio o albero ci saranno sicuramente, mentre nove volte su dieci non c’è nulla; oppure, inaspettatamente, eccoli dove non avresti immaginato.

Appuntamento fissato: sabato, ore sei zero zero, sotto casa dei miei. Missione impossibile: riempire il cavagno d’anveriöi[3].

Metto la sveglia alle 5:20 solo per mia figlia; io non ne avrei bisogno, visto che mi sveglio sempre molto presto (tanto “molto”: 3:30-4:00). A quell’ora neppure i cani si muovono dal loro giaciglio. Il caffè diventa allora il gradito rituale che mi concedo davanti al portatile, nel tentativo — prima del quotidiano andare al lavoro o del frastuono femminile familiare — di ritagliarmi un po’ di tempo per leggere, scrivere o sistemare il sito. A proposito: sto creando le singole pagine dei molti autori che stanno contribuendo al nostro inutile ma caparbio contributo di idee.

Mettiamo nello zaino la borraccia, due felpe e i guanti. Non prendiamo neppure il cavagno, certi che ci penserà mio padre: e comunque non ci facciamo grandi illusioni sul bottino che ci aspetta. Alle sei recuperiamo il nonno. Iris mugugna per la levataccia, ma so che sotto sotto è contenta. E non è la sola.

Destinazione: boh! Il fungo è il Santo Graal del bosco: la geografia dei “posti buoni” si tramanda di generazione in generazione ed esige un’adeguata iniziazione, che prevede ruzzolate fra i rovi e imprecazioni quando non si trova il posto che ci si era prefissati. Oppure si va a casaccio, come è capitato molte volte a mio padre e a me. Posso solo dire che siamo dalle parti del Monte Colma, a Tagliolo Monferrato, ma su quale versante, lungo quale canalone ve li scordate. Altrimenti poi dovrei uccidervi.

Dopo una po’ di chilometri in auto, su strada prima asfaltata e poi sterrata, arriviamo ad uno slargo da cui anni fa eravamo partiti per una ricerca che aveva riservato misere soddisfazioni, pur essendo buone le premesse: boschi di castagno e rovere e sufficiente umidità.

Attraversiamo un prato e ci infiliamo nel bosco. Sono le 6:40, buio pesto. “A chi è venuto in mente di uscire così presto?”, mi chiedo, pur conoscendo la mia responsabilità. Iris si ostina a tenere la torcia del cellulare accesa, mentre noi procediamo a lume di fiducia.

Continuiamo fra i rami e tronchi fino a raggiungere e attraversare un ruscello e, sempre nel semibuio, cominciamo a salire. Già, perché la ricerca del fungo è sempre in salita: nell’attraversare il bosco in quel modo lo sguardo va sempre dal basso verso l’alto, così da intravvedere meglio l’eventuale e ambito gambo. Difficilmente si trovano percorrendo la discesa, accade solo se ce ne sono davvero parecchi. D’altra parte, la salita non si affronta mai in verticale seguendo un sentiero o facendo la diretta (vedi Tobbio), ma in diagonale: si prosegue con piccoli zig zag a salire, passando attorno all’albero, all’arbusto, alle foglie smosse.

“Eccone uno!”, esplode Iris. Ma no, dai è impossibile: è buio, li cerca a casaccio e con la torcia! Invece sì, ha scovato il primo porcino della giornata. La fortuna della principiante … È un po’ mangiucchiato dalle lumache, ma tant’è l’ha trovato.

La logica impone di sminuire i ritrovamenti altrui, così da non intaccare la smania di chi resta a mani vuote. Ma subito dopo, ecco che anche mio padre ne trova due. Io niente. Porca miseria.

Errore madornale da evitare sempre: non parlare ad alta voce se non vuoi che altri fungau arrivino come mosche, ma a quest’ora siamo i soli a cercarli. Più tardi ronzeranno fastidiosi.

L’incontro fra escursionisti nei boschi è normalmente, piacevole e accompagnato da un cordiale saluto, riconosci nell’altro la stessa passione nel camminare e – fra l’altro – l’inconfessato desiderio di esser ricordato qualora ti smarrissi; la persona incontrata potrebbe dare ai soccorritori le indicazioni giuste per il ritrovamento, possibilmente in vita.

In stagione di funghi, invece, il diffidente fungaiolo vede l’altro come invasore del proprio “posto buono”. Il saluto si riduce a un mugugno, seguito dalla menzognera svalutazione del proprio bottino: “poca roba e camulöi[4]; siamo saliti da questo versante e ci spostiamo di là”. Ovviamente non c’è da credere alle indicazioni ricevute. In tali circostanze emerge la gelosa preservazione dei “posti buoni”, anche se la raccolta è stata infruttuosa. Non sia mai che altri scovino l’agognato bottino.

La logica dell’esclusiva appropriazione ricorda i redivivi nazionalismi, la difesa ossessiva delle risorse e della propria (o presunta tale) identità cultura e sociale. Le comunità serrano i confini e pochi individui accumulano privilegi a discapito della moltitudine. Il patrimonio pubblico sottratto al benessere comune, come la giusta posizione della fungaia celata alle attenzioni degli altri, dei foresti. Il micelio, lui che condivide tutto, se fosse in grado di giudicare, riderebbe della nostra meschina avidità.

Tornando allo stare nel bosco di notte, a nessuno è venuto in mente che eravamo i soli nel bosco fitto e praticamente buio. Un aspetto che, in situazioni differenti, avrebbe sicuramente spaventato mia figlia. Sarà la sicurezza nei gesti del nonno, sarà il procedere con tranquillità nella boscaglia, sarà l’obiettivo ben chiaro, ma nessuno è stato sfiorato dal timore di inoltrarci in un territorio sconosciuto e senza la possibilità di chiedere aiuto in caso di difficoltà, tantomeno Iris. È il potere che conferisce l’avere la finalità da perseguire ben chiara e la motivazione alta. E, non ultimo, il piacere di cominciare a trovarli. Pure io!

La luce lentamente rischiara e finalmente Iris ripone il cellulare che usava come torcia per immergersi nella ricerca del porcino, il quale si mimetizza fra le foglie meglio dei Navy SEAL.

Iris finalmente la smette di commentare ogni cespuglio e tace: pure lei è in modalità fungaiola. E ne trova, anzi ne troviamo tutti. Dopo i primi, s’innesca la caccia insaziabile che fa macinare chilometri senza sentire la stanchezza. La voglia è compulsiva; scatta la febbre dell’accumulo, pure di quelli divorati da lumache o altri animali. L’appagamento non si placa neppure quando il cavagno è pieno. Mi tocca tirar fuori la borsa di fortuna che avevo portato per scaramanzia.

Tutti e tre proseguiamo salendo in quello stato di quasi trance che s’innesca quando si comincia a scovarne un po’: si prosegue guardinghi; si passa da una parte e dall’altra dell’albero; si alzano piano le foglie; si segue l’odore come un segugio; si interpreta l’ombra e la lama di luce che supera la barriera della chioma per raggiungere proprio quel rigonfiamento che cela, forse, l’agognato porcino; in sintesi, si segue l’istinto (per chi ce l’ha).

Interpretare il bosco, comprenderne gli infiniti gradienti e segnali, ha bisogno di osservazione acuta e di propensione al dettaglio minimale. Le certezze qui evaporano mettendo in evidenza la nostra infinita insignificanza rispetto al processo evolutivo, morfologico e sotterraneo in atto mentre lo attraversiamo. A pensarci bene piegare la schiena e l’orgoglio (inchinarsi) per cercare funghi è un gesto necessario ma anche altamente simbolico, è il riconoscere la nostra insignificanza al cospetto di un processo che ci supera in tutto. Possiamo cogliere solamente alcuni aspetti di questa infinita complessità, che regalano, a volte, l’agognato fungo. E, per questo, dobbiamo ritenerci fortunati, perché avremmo potuto tornare a casa man scrullanda, senza sapere neppure il perché. Il bosco, per definizione, è l’antitesi della razionalità umana: è un intreccio fitto di vita e di decomposizione, di crescita e di morte. Chi vi cammina attraverso ha una mappa del territorio solo abbozzata, con qualche intuizione ed indizio frutto dell’esperienza e degli studi, ma sicuramente incompleta.

Tra l’altro, si sa, il vero fungo è nel sottosuolo ed è in simbiosi con specifiche piante in una correlazione complessa di interscambio di informazioni e nutrimenti. Ciò che vediamo e apprezziamo è solo il corpo fruttifero, la punta di un sistema sotterraneo sterminato, il micelio, appunto, che è, per lo più, invisibile e inafferrabile, come le ragioni profonde che reggono la nostra esistenza. Noi, eterni abitanti della superficie, viviamo di queste apparizioni temporanee, senza padroneggiarne mai davvero il senso.

Altra piccola disgressione. La ricerca delle fungaie acquisisce significato – prima ancora dell’assaporarne il frutto – se accompagnata dalla sua narrazione, subita da parenti e amici in casa, al bar o sui social, dove i dettagli sono sviscerati (tranne ovviamente i luoghi dei ritrovamenti) e spesso le quantità si moltiplicano. La condivisione del porcino ancora nel bosco è stata una caduta anche per me: non sono riuscito a resistere dal mandare qualche foto al gruppo whatsapp “Family” …

Sono ormai le dieci passate e siamo nel pieno della ricerca, ma cominciano ad arrivare gli usurpatori del nostro territorio. Maledetti! Per segnalarci i ritrovamenti ci scambiamo fischi, versi gutturali e il “Mapo” di mia figlia — unico, o almeno così mi illudo — che dovrebbe risultare indecifrabile agli invasori. Ogni porcino stanato genera speranza in altri ritrovamenti; la si potrebbe chiamare avidità, se solo volessimo riconoscerla, ma al momento siamo immersi nella nostra spasmodica caccia.

Quella che era divenuta per noi una pratica quasi meditativa — cullati dall’attenzione al dettaglio, scandita dal passo lento, e consapevoli della limitatezza del nostro gesto — si è trasformata in un cercare compulsivo. Anche la borsa di riserva, dentro la quale avevo messo una scatola di cartone per non schiacciare i delicati esemplari (i veri fungaioli mi lincerebbero se lo sapessero), è ormai piena. A malincuore dobbiamo tornare indietro: non sappiamo più dove infilare i funghi e rischiamo di rovinarli se scivolassimo.

Scendere si rivela un’impresa non facile: il terreno è esposto e friabile. Tocca spostarsi a sinistra e risalire un tratto per cercare un canalone meno scosceso o una strada. Iris comincia a brontolare, lamentando la sua stanchezza e sostenendo che ci siamo persi. Finito l’entusiasmo del cercare e trovare funghi, le gambe protestano. E non è la sola. Mio padre è dolorante per una piccola storta ed io sono sfinito.

Non posso ammettere a mia figlia che una guida naturalistica e uno che va a funghi da quando era bambino non sanno ritrovare la strada del ritorno. Per fortuna non è così: sappiamo esattamente dove siamo (???). Infatti raggiungiamo la traccia di una strada usata per portare via la legna e la percorriamo per un po’. Iris ed io arranchiamo con i cavagni colmi; mio padre ci precede sorreggendosi al bastone. Si vede che è dolorante per la caviglia, ma non demorde e avanza dritto. Nonostante la prospettiva di ore di cammino e la certezza delle sgridate delle rispettive mogli, pare (la certezza non c’è mai) felice. Vengono in mente i versi di Primo Levi presenti ne L’approdo:

Felice l’uomo che ha raggiunto il porto,
che lascia dietro di sé mari e tempeste,
i cui sogni sono morti o mai nati,
e siede a bere all’osteria di Brema,
presso al camino, ed ha buona pace.
Felice l’uomo come una fiamma spenta,
felice l’uomo come sabbia d’estuario,
che ha deposto il carico e si è tersa la fronte,
e riposa al margine del cammino.
Non teme né spera né aspetta,
ma guarda fisso il sole che tramonta.

Raggiungiamo poi due cascine perfettamente ristrutturate; non le ricordavo così, ma sicuramente sono state sistemate di recente. Alla fine della strada ci troviamo davanti a un cancello chiuso: siamo entrati in una proprietà privata — o, più probabilmente, in uno di quegli abusi che nascono quando chi vive nel bosco vuole proteggersi da malintenzionati chiudendo un’antica mulattiera che dovrebbe rimanere di passaggio per chiunque. Ma lasciamo perdere, non posso permettermi di polemizzare con la vecchia e rancorosa proprietaria che ci sta sbraitando contro. Chiediamo scusa e questa ci apre il cancello nel momento fortuito in cui passa un conoscente di mio padre, anche lui qui per funghi.

Per mezzogiorno siamo di ritorno all’auto: poi, arriviamo da mia madre, cui affidiamo il bottino. Il cercare funghi non necessariamente è correlato ad un equivalente piacere nel mangiarli. Mio padre li vorrebbe pure a colazione, mentre per me il fungo è più simbolo che piatto: il frutto proibito del bosco, che appare solo a chi ha la pazienza di cercare. Gli champignon in vaschetta del supermercato non danno emozione né nel trovarli né nel gustarli; il porcino, invece, è un’apparizione che ci ha regalato una giornata che rimarrà nella mente di tutti noi. Mia figlia, lo so, quando leggerà questo pezzo mi rimprovererà per qualche omissione o per aver dimenticato qualche dettaglio. Fa parte del gioco della memoria e della condivisione: la fungaia diventa subito racconto, e il racconto si moltiplica in narrazioni ogni volta più suggestive, omettendo, naturalmente, di nominare il “posto buono” delle fungaie.

Arrivato a casa, ho riguardato due libri che mi sono cari: la Guida pratica ai funghi in Italia a cura di Hans Haas (Selezione dal Reader’s Digest, 1983), un classico fondamentale per gli estimatori, e La via del bosco di Long Litt Woon (Iperborea, 2019). Questo ultimo non è solo un manuale di micologia, né soltanto un percorso di redenzione: è il resoconto di un attraversamento dell’autrice, alla quale è mancato l’amato compagno, verso una differente visione della propria intimità. Leggendolo m’è tornata l’idea che la ricerca — qui quella dei funghi, ma estensibile a molti aspetti della vita — non è riducibile al possesso, bensì alla capacità di tollerare la perdita. Imparare a vivere con l’assenza è già un obiettivo di tutto rispetto.

Ora però bisogna inventarsi altro per riuscire a stornare l’attenzione delle figlie dal cellulare … la prossima volta si va a pesca!


NOTE

[1] Ovolo (Amanita caesarea).

[2] Molinia caerulea.

[3] Termine dialettale ovadese per definire i funghi porcini.

[4] Le camole dei funghi sono dei minuscoli insetti detti “ditteri” ed appartengono al genere Diptera ed alla famiglia dei Mycetophilidae

 

Tsundoku – Breve Respiro

di Vittorio Righini, 1° settembre 2025

Tsundoku, in giapponese, più o meno significa: l’abitudine di accumulare libri con l’idea di leggerli in futuro. Esiste un’ossessione corrispondente, e più accentuata, che è quella di accumulare i vinili. Componenti fondamentali per i libri, e ancor più per i dischi in vinile, sono: a) l’edizione b) le condizioni c) la copertina. Ma con i libri conta anche la qualità e l’odore della carta.

Il contenuto è il più delle volte già noto nei vinili, è quindi un dato scontato, non si compra un vinile raro se sappiamo che il contenuto non è nelle nostre corde; più casuale il libro.

Ma qui arrivano le differenze: su un mercatino si trovano libri a 1, 2 o 3 euro, che comprati al tempo della loro pubblicazione sarebbero costati 10 o più migliaia di lire, o decine di euro. Il mercato è quello dello sgombero, lo dico in senso oggettivo, si fanno magnifici affari (ieri, mercatino di Acqui, trovato Napoli ‘44 della Adelphi, di Norman Lewis, a 2 euro … Signori, di cosa stiamo scrivendo!? Al banco di fronte mio figlio compra il vinile L’Indiano di De Andrè, copertina buona, vinile discreto, a 30 euro e il tipo sembra gli faccia un regalo).

I vinili sono già finiti in mano ai commercianti; conosco persone che, smesso il loro lavoro abituale, lo fanno di professione.

Baristi modesti, messi comunali in pensione, saltimbanchi d’ogni genere e forma che di musica hanno sempre saputo e capito poco o niente, e che oggi si ritrovano alle fiere del vinile e pontificano, convinti di avere di fronte a loro degli ignari, da imbonire con stronzate micidiali. Quando li incontro, faccio un sorriso e passo oltre, a favore di vecchi malati di musica, che vendono per campare ma sanno cosa propongono. Certo, i vinili sono più rari dei libri, ma c’è un limite a tutto.

Invece nel mondo dei libri l’offerta è tale che è difficile da valutare. Io spesso compro senza conoscere quel libro … sì, ma a 1 euro, 2 o 3. Non a 30/40/50 come ti chiedono per un vinile. Ne sto facendo una questione di vil denaro? anche.

Compulsivo, un termine di moda oggi; chi si compra una valanga di libri ad ogni mercatino spenderà poche decine di euro, ma a meno che non sia Matusalemme avrà ben poche possibilità di leggerli tutti. Però il piacere di possederli (e la gioia dell’Ikea che vende migliaia di librerie Billy, pur incocciando a volte con la pazienza delle mogli) è impagabile.

Un compulsivo del vinile deve avere un reddito notevole per paragonarsi a un compulsivo del libro (del libro normale per intenderci, non certo il collezionista di libri antichi e rari, quello vive su di un altro pianeta).

E la pigrizia dove la mettiamo? io non sono definibile “esagerato” per la quantità di libri che possiedo (vinili ne avrò 1500, ma li compro dal 1970, mentre i libri sono tantissimi, ma in parte per averli ereditati dai genitori, lettori accaniti, e in parte acquisiti negli ultimi 30 anni), eppure ho 7/8 librerie piene. Ho provato a tenerli in ordine, ma ormai i libri non letti sono in parte finiti in mezzo a quelli da leggere, c’è un certo caos, complicato da gestire in fase di ricerca.

L’altra sera prendo in mano Un sorriso nell’occhio della mente di Lawrence Durrell; il racconto narra di un conoscente cinese di Durrell che gli prospetta la filosofia Tao, e lo inizio con entusiasmo, per rendermi conto dopo le prime pagine che l’ho già letto e che mi era pure piaciuto … beh, che c’è di male? niente, basterebbe solo essere più ordinati, ma chi se ne fotte.

Tsundoku, termine nato nell’era Meiji (1868-1912), per la verità ha un significato più sottile di quello che ho indicato all’inizio: significa accumulare libri in casa senza sapere se mai li leggeremo, e questa interpretazione ci apre la mente ad altre e ben più curiose riflessioni. C’è chi ritiene che si tratti di una forma di dipendenza (ecco l’acquisizione compulsiva di cui scrivevo prima), chi ritiene invece che si tratti di una forma di umiltà, avere tanti libri per migliorare se stessi. Io ne propongo una terza, una via di mezzo: una insaziabile curiosità che spinge ad accumularli, i libri.

Leggo, in un articolo sul web, che l’altra parte della barricata è quella che dice che avere troppi libri in casa genera ansia, nella convinzione della brevità della vita, per la nostra incapacità di leggerli tutti, quindi per la nostra mancanza di tempo. No, non sono d’accordo; ottimista di natura, vedo l’accumulo dei libri in casa mia come Paperon de Paperoni vede il mucchio di monete nel suo mega salvadanaio a forma cubica (impresto i libri, non ho problemi, ma li timbro con l’ex-libris e sparo con un fucile a canne mozze a chi non me li rende, perché sono uno di buon cuore e non voglio far soffrire).

Sempre nello stesso articolo, leggo che lo psicologo, nel caso, consiglia di farsi un sacco di domande prima di comprare l’ennesimo libro, e rispettare regole come l’ordine, l’elencazione, la motivazione, la registrazione di ogni acquisto … no, no grazie. Mi perderei tutto il meglio, che razza di Tsundoku sarei?

Ps: esiste un libro che si chiama: Tsundoku. L’arte giapponese di accumulare libri, Raito Taiki, editore Giunti 2025, ma non ho la più pallida idea se ne valga la pena. A me basta andare due o tre volte l’anno da Paolo Repetto, a Lerma, dove il mistero viene svelato in tutta la sua pienezza.

Pps: cosa c’entra Breve Respiro? più di venti anni addietro, in occasione di una sosta nel Comune di Zogno (BG), mi invitarono a pranzo in una vecchia trattoria proprio sotto i monti, con a fianco un ponticello in pietra che scavalcava un minuscolo torrente, per poi inoltrarsi in una ripidissima mulattiera. I montanari, nel passato, si fermavano a bere un bicchiere o mangiare un piatto di casoncelli caldi prima di affrontare la salita, cioè prendevano un breve respiro. È quello che propongo anche io con la lettura di queste due semplici paginette: purtroppo mi mancano casoncelli e vino. Come dire: dopo aver letto dedicatevi a cose più serie.

Il re del mondo (Franco Battiato)

di) Vittorio Righini, 17 maggio 2025

E il mio maestro mi insegnò com’è difficile
trovare l’alba dentro l’imbrunire

Nella lontana estate del 1980, il 2 agosto, partii in auto con due cari amici di buon mattino da Acqui Terme, destinazione Brindisi, per imbarcarci sul traghetto che collegava la cittadina pugliese a Igoumenitsa e poi Corfù. Passammo inconsapevoli sulla tangenziale di Bologna più o meno alla stessa ora in cui scoppiò la bomba alla Stazione. Non ascoltavamo quasi mai la radio, preferivamo le musicassette registrate da noi, a quei tempi si usavano ancora le MC.

All’imbarco a Brindisi la gente ci parlò di quanto era successo. Lo sgomento fu tanto, anche se non avevamo capito la dimensione della strage, e le informazioni a caldo erano poco dettagliate.

Noi si partiva per una vacanza di un mese intero, con quattro lire in tasca e mille idee in testa, per cui non ci rendemmo veramente conto della gravità dell’accaduto fino al nostro ritorno in Italia.

Il mio amico Dracmo (lo chiamavamo così perché era il più dotato, dal punto di vista economico, oltre che proprietario della comoda Alfasud blu che ci scorrazzava a destra e a manca) aveva registrato molte MC e garantiva musica per tutto il mese. Sentimmo per la prima volta il lato A de L’era del Cinghiale Bianco, di Franco Battiato (da ora in avanti FB). Che belle canzoni!

(FB avrebbe definito questo album musica classica per poveri, e per me resta il punto più alto della sua carriera). Il problema era che Dracmo si era dimenticato di registrare, dall’ellepì originale, anche il lato B, il più bello, con in primis Il Re del Mondo, capolavoro assoluto, Stranizza d’Amuri, in dialetto siciliano, e la formidabile Pasqua Etiope, cantata come un requiem e imperlata dal migliore assolo di oboe abbia mai sentito (mi è ignoto il musicista; Fabio Zuffanti, autorevole autore di libri su FB, mi scrisse che era un Maestro di Conservatorio milanese, ma il nome non è certo; ci sono un oboe e un’arpa, entrambi non sono accreditati e resta la mia curiosità).

Noi continuammo a sentire solo la prima facciata, oltre alle MC di altri autori che, fortunatamente, Dracmo aveva registrato su entrambi i lati. Alla fine FB ci venne perfino un po’ a nausea, sempre i soliti quattro brani. Belli, però, molto belli, di quelli che ti ronzano in testa a lungo, ancora oggi quando li risento. La prima cosa che feci, al mio ritorno a casa, fu di recarmi nel solito negozio di vinili e comprarmi in LP L’era del Cinghiale Bianco, per scoprire il Lato B, ancora più bello forse per averlo tanto desiderato. Avrei strangolato Dracmo, a quel tempo, senza provare rimorso.

Esaurito il “nanetto” personale, mi accingo a scrivere di un musicista che non fu solo musicista, ma tante altre cose, e a scrivere dell’uomo, oltre che della sua musica.

FB nel 1979 lasciò (interruppe, o modificò, questo lo vedremo dopo) la musica di sperimentazione e l’elettronica, perché decise di voler piacere a tutto il pubblico, non solo a una parte di esso. Nacquero successi memorabili, canzoni pop anche, prima con Patriots poi soprattutto con La Voce del Padrone, che vendette oltre un milione di copie in Italia, il primo album di un autore italiano a raggiungere quel traguardo, al primo posto in classifica nell’estate del 1982.

Ma in quegli anni seguivo di più la musica straniera col prog, il pop, il rock, l’elettronica, la sperimentazione, il jazz, e le canzoni di Battiato mi suonavano un po’ troppo … canzonette.

Avevo recuperato i suoi primi album sperimentali ed elettronici come Sulle Corde di Aries, Fetus, Pollution, che mi erano graditi ma li ascoltavo con un certo colpevole ritardo, perché nei primi anni ‘80 c’erano molte cose interessanti ed evolute fuori dall’Italia. Eppure, FB nel 1978 si aggiudicò il Premio Stockhausen di musica contemporanea del Festival pianistico di Brescia e Bergamo, a dimostrazione del talento dimostrato nella sperimentazione.

Lo vidi poi dal vivo con un gruppo di eccellenti musicisti negli anni Novanta, e fu un bellissimo concerto, e altre volte ancora, anni dopo, sempre accompagnato da gruppi musicali.

Non posso dire la stessa cosa invece di una serata in un teatro ad Alessandria, credo nel 2004. Cantava accompagnato da un quartetto d’archi; era seduto su una cassapanca sulla quale era steso un tappeto (persiano, suppongo). Sembrava di leggere una Selezione del Reader’s Digest: una marea di brani tutti intorno ai 2 minuti, accennati e via; dopo mezz’ora così, arrivati al Re del Mondo, (durata originale 5’33”), qui condensato in un paio di minuti, me ne sono andato incazzato in mezzo a una platea estasiata che intonava in coro i motivi delle sue canzoni, neanche fossero “sorcini” a un concerto di Renato Zero. Nessuno è perfetto.

Quello che non immaginavo e che ho scoperto dopo è che la sua musica, ad anni di distanza, mi avrebbe affascinato, compresa quella all’apparenza facile e commerciale. Lo compresi soprattutto dopo la sua morte, che avvenne nella primavera del 2021, nella sua Villa Grazia (o anche casa Battiato), a Milo (CT), alle pendici del Mongibello, l’Etna insomma. Molti anni addietro Vincenzo Mollica, noto critico musicale, gli aveva chiesto cosa avrebbe voluto lasciare di sé ai posteri, e lui rispose “un suono”. Io aggiungo anche il suo tono di voce, unico, inimitabile.

FB era nato nella primavera del 1945 a Giarre e Riposto (CT), dall’antico nome di Ionia, poco distante da Milo. Nato Francesco, tramutò il suo nome in Franco nel 1967, su suggerimento dell’amico e mentore Giorgio Gaber. La storia dice che Gaber e Caterina Caselli dovevano presentare lui e Francesco Guccini al pubblico italiano nel programma televisivo Diamoci del Tu, e per non fare confusione nei nomi, accorciarono quello del giovane siciliano.

La sua morte, incidentalmente, ha risvegliato in me la curiosità su molti suoi lavori che non avevo mai ascoltato prima, e così ho cominciato a raccogliere i CD che mi mancavano, oltre a rispolverare i vecchi vinili già in mio possesso. All’inizio con un po’ di scetticismo, io, testardo musicofilo xenofilo, poi però sempre più convinto. Non sto certo qui a scrivere cosa mi piace di più e cosa di meno, quelli sono gusti, ma, ripeto, provo a raccontarvi l’uomo.

Aveva un grande rispetto per gli altri; era inclusivo, accettava tutto e tutti; e se si lamentava di qualcosa o di qualcuno, era solo per una questione di gusto personale. Non litigava con nessuno, e nessuno litigava con lui. Ogni scambio di pareri, soprattutto in ambito lavorativo, procedeva sempre nel dialogo, e generalmente finiva a tavola. Al tempo stesso raccontano, intorno a lui, che se dicevi qualcosa che lui culturalmente non condivideva, te lo smontava ed era difficile contraddirlo, perché in genere aveva ragione. E sul palco esigeva il massimo della professionalità.

Non aveva enorme interesse per il denaro, ma se ne aveva bisogno si dava da fare; quando vide, prima de L’era del Cinghiale Bianco, che di Fetus e Pollution non si campava, decise (dichiarandolo apertamente) che era giunto il momento di fare canzoni che accontentassero il pubblico, e al tempo stesso rendessero qualcosa (oltre un milione di copie vendute di La Voce del Padrone).

Inoltre, più volte dichiarò di non allontanarsi troppo dal suo periodo elettronico-sperimentale, ma a fare la differenza dai primi album fu l’utilizzo di una costante sezione ritmica che rese più fruibile al pubblico il tessuto sonoro. Da ascoltatore quale sono, non posso che plaudire questo concetto.

Lavorava, senza problemi, ma all’ora del pranzo o della cena non voleva sentire ragioni: a tavola, da solo o in trenta, purché si mangiasse bene; era uno dei suoi piccoli piaceri nella vita. In una bella intervista, Gavin Harrison, (attuale co-batterista nei King Crimson) dice che si ritrovò in uno studio di Parigi per registrare L’imboscata, e chiese a FB come doveva affrontare un determinato brano. Lui gli rispose: suona con tono violento, e lui così fece. Quando finì il brano cercò FB per chiedergli cosa ne pensava di quella interpretazione, ma lui non c’era, era andato a pranzo. Allora Harrison chiese al tecnico del suono: ma per quanto tempo ha ascoltato la mia interpretazione? mah, rispose l’altro, forse dieci secondi. Harrison si rese conto che FB ormai lo conosceva da anni e si fidava, così lo raggiunse a pranzo e si fecero quattro risate.

Non rifiutava mai un saluto, una stretta di mano, una risposta gentile; ha concesso moltissime interviste, fortunatamente, che ci consentono oggi di conoscere meglio il personaggio.

Assorbiva l’influenza araba nella sua cultura di matrice sicula; studiò approfonditamente l’arabo, cantando anche brani in quella lingua; fece un concerto a Baghdad, poi a Tunisi e in Libano; si fece influenzare dalle sonorità medio orientali e ne trasse i migliori benefici per i suoi album.

Era un poliglotta: cantava appunto in arabo, in spagnolo, inglese, tedesco, anche per onorare gli ospiti ai suoi concerti all’estero. E in siciliano, ovviamente. E sono sempre stato incantato dal tono della sua voce. Racconta un amico di FB in una intervista un dettaglio che adoro: la madre dell’amico, sicula, diceva della voce di FB: “canta calmo, sodato”, e sodato in siciliano significa sereno. Quel tono, che proviene da dentro, e fa vibrare il senso delle parole.

All’inizio degli anni ‘90 in lui subentrò l’interesse per la pittura. La sua produzione è di circa 80 dipinti, con tecnica ad olio, prevalentemente. E ha utilizzato tre sue opere per le copertine di Fleurs, Ferro Battuto e Come un cammello su una grondaia, oltre a illustrare il libretto dell’opera Gilgamesh. I suoi primi quadri sono firmati con lo pseudonimo di Suphan Barzani, e ha esposto in varie mostre in Italia e in Svezia. Oggi i suoi quadri sono introvabili, ma, per fare un esempio, una litografia numerata in 100 esemplari l’ho trovata in vendita a oltre 2500 euro sul web. Nella pittura FB praticava una forma di autoanalisi: essendosi convinto di non essere in grado di dipingere, voleva capire il perché di questa inadeguatezza e l’unico modo era provarci con la massima dedizione fino ad ottenere un risultato decoroso. Una forma di pittura che sa di antico, lontano dai canoni moderni, e, specialmente nella forma dei visi ritratti, a mio modesto parere, con caratteristiche della pittura iconica ortodossa. E questi ritratti erano una introspezione dell’anima, seguendo i prìncipi della fisiognomica: analizzare nei volti l’anima del personaggio.

FB, insieme al vecchio amico (dai tempi della leva militare a Udine) Juri Camisasca e a Saro Consetino, giovane musicista, si recarono al Monte Athos, e dopo molte difficoltà e privazioni (di tipo alimentare), furono accolti nel Monastero di Simonos Petras e restarono estasiati alla visione delle rarissime icone così come dall’atmosfera spirituale del luogo (e da buoni pasti, finalmente).

In seguito ritornò al Monte Athos, lui, definito uomo sedentario ma con la valigia sempre pronta.

Associo in qualcosa il suo pensiero a quello di Brian Eno, uno dei miei autori preferiti: entrambi, pur piangendo un’era in cui c’è troppa omologazione e globalizzazione non sempre positiva in ogni forma di cultura, riconoscono l’utilità dei mezzi tecnologici, che aprono a infiniti nuovi mondi musicali spesso inesplorati. (Soprattutto nel campo dei sintetizzatori elettronici, perché sia Eno che FB provavano le novità non appena messe in commercio, ed entrambi erano in grado di padroneggiarle con abilità in poco tempo, creando suoni innovativi).

Estraeva il meglio da chi collaborava con lui: Alice, ad esempio, con la quale lavorerà per molti anni, e per la quale nutriva una profonda amicizia. Le concesse di pubblicare, tra gli altri, Gioielli Rubati, un album in studio con solo brani di FB splendidamente reinterpretati dalla raffinata e mistica voce della cantante. E si incontrarono spesso ai concerti, dove Alice veniva spesso invitata sul palco a proporre un cammeo con l’artista siciliano.

La canzone Un’estate al Mare, scritta da FB e Giusto Pio, lancia la straordinaria voce di Giuni Russo nella top ten italiana, dove resta ben tre mesi; una canzone semplice, ma interpretata in modo magistrale, e non sarà l’ultima per la cantante siciliana prematuramente scomparsa. La capacità incredibile della voce della Russo permetteva interpretazioni straordinarie, quasi da trifonie dei mongoli; basta ricordare Lettera al Governatore della Libia con FB.

Altra bella collaborazione con Anthony Hegarty (conosciuta soprattutto per il gruppo Anthony & the Johnsons), con la quale si esibisce dal vivo, rispolverando l’elettronica e rivisitando alcune canzoni, con un mix davvero originale dal quale poi nasce il bellissimo Del suo veloce volo.

In passato c’erano stati Milva, Giorgio Gaber, Juri Camisasca, Morgan, Lino Capra Vaccina, Carlo Guaitoli, Angelo Privitera, Il Nuovo Quartetto Italiano e altri ancora a condividere il genio di FB.

A proposito di Milva, uno degli aneddoti più belli è il seguente: FB stava curando la produzione dell’ultimo disco della “Pantera di Goro”; il tecnico del suono, Patrizio, la chiamò al telefono per invitarla a venire in studio. Al che lei non riconobbe la voce e rispose: Non conosco nessun Patrizio. FB disse, ridendo: perfetto, abbiamo il titolo del nuovo album di Milva!

Frequentava personaggi interessanti, come Manlio Sgalambro, filosofo, scrittore e poeta che per più di quindici anni collaborò ai testi delle sue canzoni. Giusto Pio, violinista, arrangiatore, direttore d’orchestra, che compose più di cento brani anche lui in un ventennio di collaborazione con FB, e altri ancora, tra cui il grande pianista Antonio Ballista. E vanno ricordati i tanti amici, tra i quali Roberto Calasso, la moglie Fleur Jaeggy, Elisabetta Sgarbi, Enrico Ghezzi, Luca Volpatti.

Al tempo stesso, nonostante tutte le conoscenze e frequentazioni, FB non era mai allineato.

Era distante dai musicisti dell’epoca, e questo suo essere diverso lo allontanava da chi con la musica faceva ideologia. Nel suo mondo, personalissimo, era riuscito ad evadere da tutti i cliché che avvolgevano la canzone. I suoi testi, circondati dall’ironia, parlano di tutto ma poco dell’amore tradizionale, poco di politica, eppure sapeva dare del “rincoglioniti” ai governanti del nostro tempo, senza distinguo e a ragione. Gli album Povera Patria e Inneres Auge, ad esempio, riflettono in alcune canzoni la sua assoluta libertà di pensiero ed espressione non politicizzata.

Ha vissuto il periodo della contestazione giovanile con un certo distacco, non accettava certe forme di inutile violenza dirette verso l’arte, verso la cultura. Diceva “preferisco il ‘68 al ‘69”, come Ionesco, che quando si sporgeva alle finestre di Parigi nei giorni dei cortei, gridava “finirete tutti notai”. Quando inizia la forma organizzata della contestazione politica, FB si tira fuori e si schiera dalla parte dell’arte. Significativa la sua frase “E poi, quando sono nella mia veranda, cosa mi frega della politica?”. Potrà suonare banale, ma solo a chi non ha capito.

Va ricordato che FB ebbe, malauguratamente, una negativa esperienza politica come Assessore al Turismo, Sport e Spettacolo dal novembre 2012 al marzo 2013 per la Regione Sicilia, sotto la supervisione di Rosario Crocetta. Fin da subito rifiutò ogni compenso, lui voleva solo fare qualcosa per la Sicilia, ma questo passo falso durò pochi mesi prima di allontanarsi definitivamente da un’ambiente che non gli competeva, e verso il quale disse “i 5 mesi più inutili della mia vita”.

Riveriva la musica sacra: la sua Messa Arcaica, incisa su disco, ma anche filmata nella Basilica Patriarcale di Assisi nel 1993, diretta da Antonio Ballista, e che si può vedere ed ascoltare gratuitamente sul web, rende l’idea del suo rispetto verso i culti, il rispetto del sacro, e le influenze assorbite dalla conoscenza delle varie religioni. Eppure non aveva un credo dichiaratamente orientato. Si considerava aconfessionale nel non voler essere cattolico, buddista o induista. Ma credente, e il Divino aleggiava sempre nella sua musica e nei suoi testi.

Anche nella lirica si distinse: opere come Il Cavaliere dell’Intelletto, poi La Genesi, con l’Orchestra Sinfonica “Arturo Toscanini” e il Coro del Teatro Regio di Parma. Il Gilgamesh, in due atti e per ultima Il Telesio, dedicata al filosofo e naturalista del XVI sec. Bernardino Telesio. La rappresentazione sul palco di questa ultima opera è in forma oleografica tridimensionale, senza attori reali, veramente sperimentale.

Era un uomo ricco di umorismo, cresciuto nei vicoli della periferia Catanese ed abituato al lazzo e allo sberleffo popolare; era pervaso di una umanità che possiede solo chi ha vissuto insieme agli altri, lontano dallo sfarzo e dalle ricchezze, nella condivisione, nell’inclusione. Sdrammatizzava ogni tensione, ogni momento di rabbia nel suo lavoro con i tecnici del suono, i musicisti, i colleghi, sempre con un sorriso, spesso con una barzelletta e una parola buona. Lo dimostrò a lungo a Milano, quando arrivò nel 1965 senza soldi ma pieno di idee. E ha sempre rispettato Milano per quello che gli ha dato, quando più ne aveva bisogno: idee, ispirazione, contatti.

A tal proposito, bello il dialogo e il rapporto con Fiorello: il conduttore radio–televisivo lo imitava spesso, e FB si rotolava dalle risate, tra i due siciliani c’era complicità e intelligente ironia.

Formidabile, dopo tante imitazioni, una intervista reale tra i due in cui si sente FB rispondere con identica ironia a quel folletto di Fiorello. La si trova sul web e vale davvero la pena sentirla.

Quante immagini ci presenta, che, siamo sinceri, non avevamo mai sentito cantare prima: la paura sulla strada di campagna di schiacciare una lucertola, lo stupore della prima goccia bianca, strano come il rombo degli aerei da caccia un tempo stonasse con le piante al sole sui balconi, e cento altre immagini simili.

Come paragonare i testi di FB a quelli di altri cantanti a lui contemporanei che parlavano solo di amore o politica? Infatti non era schierato, non amava i cantautori politicizzati. In una intervista, dichiarò che non considerava utile la canzone politica, perché semplificare certi temi non aiuta la crescita; la rabbia che deriva dall’ascolto di certe canzoni distoglie da quello che è l’obiettivo principale, che può essere fare arte o semplici canzoni da intrattenimento.

«FB è il più grande, è il musicista che stimo di più. Siamo diversi, ma in questa diversità lui mi assomiglia più di ogni altro artista italiano: è “crossover” a 360 gradi, attraversa i territori musicali più lontani con grande intelligenza e restando sempre se stesso. Per essere coerenti in musica bisogna fare proprio così: smentire sempre se stessi, non avere paura di avventurarsi dove non si è mai stati, dove ci si sente malfermi, dove le proprie certezze crollano».

Lucio Dalla, un altro grandissimo e amatissimo autore italiano, afferma sopra la sua stima per FB in questa breve riflessione. Tra i due grandi della musica italiana l’affetto era sincero e motivato, e Dalla aveva una casa a pochi passi da quella di Battiato, così i contatti erano frequenti.

Interessanti anche i tour degli ultimi anni che coinvolgevano la Royal Philarmonic Orchestra di Londra; musicisti superbi, missaggi perfetti, accostamenti tra archi e sinth che solo FB poteva amalgamare in modo eccelso. Le collaborazioni con musicisti stranieri erano selezionatissime: il già citato Gavin Harrison, Jakko Jakszic, John Giblin, David Rhodes, Simon Tong e altri ancora ne certificano il livello. Così come, dall’anno 2000 in poi, la scelta di registrare in studi diversi, in città diverse. Lui lo motivava col fatto che si sentiva ispirato in modo diverso, assorbiva gli umori di Parigi o Londra e li metteva nella sua musica. I suoi tecnici invece erano contenti perché nel solito studio italiano era un via vai di amici, invitati o autoinvitati, con ricchi cabaret di paste e bignè alle quali FB non sapeva mai dire di no, e che “rubavano” un sacco di tempo al lavoro.

Una delle caratteristiche che prediligo dell’autore è la sua originalità musicale: non c’è nessuno, in Italia e all’estero, che gli somigli nel mondo della canzone; ma è senz’altro di ispirazione per tanti.

Fu autore di numerosi libri, non necessariamente musicali, ma che affrontano soprattutto le domande sui misteri della vita e sulla religione. Non sono libri di facile lettura, ma tra questi ricordo: In fondo sono contento di aver fatto la mia conoscenza, libro abbinato al film Niente è come sembra, in cui si parla del mistero dell’esistenza, e del rapporto tra atei e credenti, e si parla di cinema. Produsse nel 2003 il suo primo film, dal titolo Perduto Amor, che ha caratteristiche autobiografiche ed ottenne un decorosissimo successo. Un secondo film è del 2005, Musikanten, un film particolare, imperniato sulla figura di Beethoven. So poco di questi lavori, e non sono un conoscitore del cinema come lo sono invece della musica moderna, ma Perduto Amor fu molto apprezzato anche da un critico esigente come Enrico Ghezzi, e Musikanten vide la straordinaria interpretazione di Jodorowsky nella parte di Beethoven.

Degno di nota il docufilm La sua figura, dedicato a Giuni Russo del 2007, scomparsa prematuramente nel 2004 a 53 anni, con filmati di concerti ed interviste inedite. Importante anche Auguri Don Gesualdo del 2010, sulla figura dello scrittore siciliano Gesualdo Bufalino.

Alcuni sostengono che la famosa canzone La Cura sia dedicata a lui.

Realizzato da altri ma incentrato sulla figura di FB il docufilm Temporary Road – (una) Vita di Franco Battiato, del 2013 diretto da Giuseppe Pollicelli e Mario Tani. Si tratta di una raccolta di interviste e filmati, anche dietro le quinte dei concerti, che permettono di analizzare la carriera di FB e i legami con la sua ricerca interiore.

Vanno ricordati anche due lavori teatrali: Baby Sitter del 1977, una interpretazione ironica e provocatoria di un certo underground del tempo, e Gli Schopenauer, opera poco conosciuta. Una “piece teatrale sul pessimismo, cioè una contraddizione”, come la definì Manlio Sgalambro.

Tornando ai libri, vanno ricordati Il silenzio e l’ascolto, poi Conversazioni con Panikkar, Jodorowsky, Mandel e Rocchi, poi Attraversando il bardo e infine Lo stato intermedio.

Statua in bronzo di Dalla e Battiato a Milo (CT).

FB ha assorbito l’influenza di Gurdjeff sul suo essere, ma prima aveva già imparato a meditare; la sua conoscenza delle culture orientali gli permetteva di sentire necessaria, ogni giorno, una breve o lunga pausa di meditazione, per raccogliere il pensiero, per calmare l’animo, per riprendere più ispirato. Era un’abitudine che praticava da decenni, in genere nel tardo pomeriggio, e nessuno gliela avrebbe tolta fino alla fine dei suoi giorni. Penso fosse un tipo di meditazione personale, sviluppata col tempo e l’esperienza, e adattata al proprio respiro. Certo, il Sufismo gli era di grande ispirazione; all’interno della religione islamica, è una forma mistica la quale, attraverso l’ascetismo, la contemplazione e la meditazione, rende il credo religioso più profondo e intimo, e non limitato, come in molti casi dell’Islam moderno, al semplice e pedissequo rispetto delle leggi coraniche. In sostanza, il Sufismo potrebbe essere un antidoto contro l’integralismo, e penso che ce ne sarebbe bisogno ai nostri tempi.

La famosa canzone I Treni di Tozeur abbraccia il Sufismo; Tozeur è la prima vecchia oasi in Tunisia, dove il Sufismo era nato e aveva proliferato. Il pensiero di Gurdjeff, che non è poi così lontano dal Sufismo, si adatta all’Occidente, e FB lo fa immediatamente suo.

Un vecchio detto in campo musicale (e non solo) è: “don’t meet your heroes”; a volte, un musicista, un attore, uno scrittore idolatrato, quando lo si incontra finalmente di persona lascia a desiderare, delude caratterialmente. Gente strana, piena di sé o chiusa in se stessa, problematica in alcuni casi; oppure si tratta di una situazione inopportuna, e il nostro eroe è insofferente.

L’ho provato di persona con un musicista inglese da me idolatrato, una grande delusione, ma FB lo avrei incontrato davvero molto volentieri, e ne avrei sicuramente tratto beneficio.

Ci furono occasioni in cui si presentò l’improvvisazione, e non si ritrasse. Ad esempio, nella basilica di Monreale, con il suo bellissimo organo. Un enorme organo a più piani con le sue altissime canne che si perdono in alto tra le volte barocche e i marmi lucenti. Ma nessuno poteva toccare lo strumento, era vietatissimo dalla Curia. Allora, con la faccia di bronzo che FB sapeva tirar fuori al momento opportuno e la collaborazione di un amico fedele, si presentò al custode in veste di musicista americano espatriato dalla Sicilia da tempo. Usando un improbabile accento ameri-siculo, scongiurò il guardiano di fargli provare l’organo. Si accordarono per il pomeriggio successivo di una caldissima estate Palermitana. FB e l’amico portarono un tecnico, con un registratore Revoxa bobine, ma il giorno dopo, nella calura del primo pomeriggio, dopo solo venti minuti di sconvolgimento di tasti e canne urlanti, svegliarono un qualche prelato o vescovo sonnecchiante, che intimò al custode di far cessare lo scempio. Ad onore di Franco, a infamia del prelato. L’avessero lasciato fare, oggi avremmo interamente quel nastro.

Una delle sue canzoni più belle, e più famose, è certamente La Cura; questo brano nasce come un singolo, e poi viene inserito nell’album L’Imboscata del 1996, ripetutamente eseguito sul palco e nelle successive incisioni dal vivo. Scritta con Manlio Sgalambro, viene definita la più bella canzone d’amore degli ultimi anni ma, a mio parere (e non solo mio), l’amore descritto non è certo quello tradizionale. Ad ascoltare con attenzione, il testo sembra dedicato allo stesso musicista, perché ciò di cui ci si “cura” nel testo, è ciò di più gradito a FB. Ognuno è libero di dare a questa bella canzone (ma non la più bella di FB) l’interpretazione che preferisce.

Verso la fine della sua carriera, si dedicò a un piacere personale, un vecchio desiderio: cantare le canzoni di altri autori a lui gradite, in modo personale. Nacquero così i tre album Fleurs, in cui FB porge, col suo elegante modo e tono, un omaggio agli autori da lui cantati. Non sono lavori da me particolarmente amati, preferisco ascoltare i brani creati da lui, ma sono solo gusti.

Nel 2013 concluse il suo più grande progetto cinematografico, un film su Händel, che riteneva immenso musicista e libero genio, dal titolo Händel. Viaggio nel regno del ritorno. Un kolossal, già pronto e con un cast prestigioso. Come da sue abitudini, prima di realizzarne la regia studiò 3 anni la musica di Händel, leggendo 94 libri sul musicista. Il film non è mai uscito, nessuna casa cinematografica ha accettato la sfida, e questo per FB è rimasto il sogno nel cassetto.

Juri Camisasca, forse l’amicizia spirituale occidentale più intensa nella vita di FB (Camisasca fu musicista, poi per otto anni monaco benedettino poi di nuovo musicista), in una bellissima intervista, racconta che a suo parere negli ultimi anni l’amico si era avvicinato all’orizzonte culturale della Chiesa cattolica, ma solo nella sua essenza mistica. Aveva a lungo seguito e amato la cultura tibetana e l’aveva apprezzata nella sua forma così differente, frequentando monaci tibetani in Toscana, viaggiando in India, Nepal e Tibet, fino ad arrivare all’incontro col Dalai Lama.

Ma negli ultimi tempi non era più, come in passato, un convinto aconfessionale, un sincretista, un areligioso, ma approcciava al mondo dello spirito secondo i canoni dell’apofatismo. Non parlava mai di Dio perché il mondo dello spirito, il mondo divino non si può esprimere a parole. E il significato della parola “mistico”, da lui molto amata, spiegava il concetto: mistykos in greco significa misterioso, e deriva damyein che significa tacere.

Inoltre, FB fin da giovane ha molto meditato sul tema della morte, vista come una nuova apertura a possibilità infinite nel mondo dello Spirito, ci si è preparato a lungo e non l’ha mai temuta come un pericolo, ma come una nuova forma di creatività. E ha descritto questi concetti in un docufilm dal titolo Attraversando il Bardo. Sguardi sull’Aldilà.

E come tacere la grande passione di FB per i libri, come tutti noi. Al punto, nel 1985, di accettare la proposta di Henry Thomasson (allievo di Gurdjeff, e in seguito maestro di quell’insegnamento) e Francesco Messina (fotografo, grafico e musicista) di collaborare per provare a introdurre in Italia libri importanti. È cosa nota che alcuni capolavori sono arrivati in lingua italiana con secoli di ritardo (su tutti Siddhartha, scritto nel 1922 e pubblicato in Italia per la prima volta nel 1975 da Adelphi). I tre idearono la casa editrice L’Ottava, distribuita da Longanesi, cominciando con due titoli mai tradotti di Gurdjeff, poi altri 12 titoli rari. Non erano libri per tutti, e non erano destinati a tutti, ma colmavano delle lacune editoriali importanti nel panorama italiano.

Infine la Sicilia. Era il suo embrione. Lui ringraziava Milano, per quello che aveva imparato, per quello che negli anni giovanili gli aveva dato. E rispettava tutti i luoghi in cui era stato, a cantare o studiare, per tutti aveva un commento gentile. Ma negli ultimi anni era tornato ad abbeverarsi alla fonte. Il clima di Milo, la vista sul Mongibello e sul mare in lontananza, le antiche abitudini, la mitezza del clima pedemontano e la vicinanza di una città Mediterranea, di lontanissima influenza orientale. La cucina di casa. La veranda in giardino. Le lucertole che attraversano la strada …

Insomma, questo uomo che cominciò con le canzonette, poi passò all’elettronica, poi tornò alle canzoni elaborate, alla musica sacra, alla Lirica, e poi ancora alle canzoni, il cinema, i libri, ha operato un mare di cambiamenti dettati dal desiderio di innovazione, personale e musicale, sempre ricco di geniali illuminazioni e destinato a durare nel tempo.

Alla fine di queste quattro semplici righe, posso dire che, grazie a Francesco, detto Franco, qualche volta anche io ho trovato l’alba dentro l’imbrunire, e di questo gli sono immensamente grato.

Minima bibliografia suggerita

Per un primo approdo, Franco Battiato. Camminando con le aquile – David Nieri. Un libro semplice e breve ma che permette di avere una prima apprezzabile visione.

Anche il valido omaggio che la rivista a fumetti Linus del suo amico Igort fece a FB nell’estate del 2021 con un numero speciale è meritevole di attenzione, soprattutto per una bella intervista (sebbene interrotta e mai completata) che il musicista rilasciò a Elisabetta Sgarbi nel 2012.

Per un’analisi profonda, anche fotografica, attraverso le interviste a colleghi, collaboratori e amici, L’alba dentro l’imbrunire – a cura di Francesco Messina e Stefano Senardi. È il lavoro più completo e esaustivo si possa leggere, perché è proprio grazie a chi ha conosciuto, vissuto, collaborato e gioito e scherzato con Franco che si ricavano le informazioni più vere del grande autore siciliano.

Per la discografia, Franco Battiato: Tutti i dischi e tutte le canzoni, dal 1965 al 2019 – Fabio Zuffanti. Questa è una enciclopedica descrizione di tutta la produzione di FB, utile – anche – ai completisti.

Discografia suggerita

La vastità e la varietà della produzione di FB rende problematico stendere questa lista. Proverò a indicare le mie preferenze, per quel che valgono, tacendo molti altri lavori di mio gradimento.

Il periodo iniziale, elettronica e sperimentazione:
–     Fetus – 1972
–     Pollution – 1973

Periodo dal1979 alla fine degli anni ‘80:
–     L’era del Cinghiale Bianco – 1979
–     La Voce del Padrone – 1981
–     Orizzonti Perduti – 1983
–     Mondi Lontanissimi – 1985
–     Fisiognomica – 1988

Dagli anni ‘90 ad oggi:
–     Come un Cammello in una Grondaia – 1991
–     Caffè de la Paix – 1993
–     L’Imboscata – 1996
–     Ferro Battuto – 2001
–     Il Vuoto – 2007
–     Inneres Auge – 2009
–     Joe Patti Experimental Group – 2014

Dal vivo e raccolte:
–     Giubbe Rosse – 1989
–     Del Suo Veloce Volo – 2014
–     Anthology: Le Nostre Anime – 3 CD – 2015

Opere:
–     Gilgamesh – 1992
–     Messa Arcaica – 1994

Porosità

di Vittorio Righini, 8 aprile 2025

Il titolo sembra fuorviante, ma alla fine è corretto. La lettura di Una voce dal profondo di Paolo Rumiz mi ha offerto l’opportunità di ritrovare e rileggere Napoli porosa del filosofo Walter Benjamin e di Asja Lacis, nome d’arte (Anna Liepina, regista teatrale, militante comunista lettone conosciuta da Benjamin a Capri) micro-libro (e con micro non intendo da tasca, ma da taschino) che mi comprò un amico nel 2021 alla libreria Dante & Descartes che, insieme alla libreria Colonnese, alla Langella e alla Neapolis, rappresentano quello che per me è il sogno di libreria ideale, e tutte a Napoli, una più incantevole dell’altra. Il libro è talmente piccolo che era finito in un anfratto della mia libreria, sommerso da tomi grandi, ho faticato a ripescarlo.

Rumiz – che ultimamente sono solito criticare per il suo pessimismo cosmico, che ha scritto negli ultimi tempi libri veritieri, ma negativi al punto che vien voglia di dire: ma perché, se leggo per distrarmi, devo distruggermi con tutti questi guai? lasciatemi un po’ di sano egoismo, e fatemi leggere – anche – di effetti positivi. Rumiz dicevo racconta fatti e suppone futuri bui con ragione, per carità: però è una lettura triste, che io non voglio affrontare, almeno non solo quella, e al tempo stesso non voglio ridurmi a leggere solo gialli o romanzi, o libri di nani e ballerine con musica di tricche e ballacche e putipù per distrarmi … fatemi anche sentire una sonata di Corelli, come dice Battiato, o un Sakamoto orchestrale, cioè fatemi leggere anche qualche libro che conduca a un po’ di luce, un barlume di speranza, un momento di felicità.

Il succitato libro di Rumiz alterna momenti interessanti ad altri meno, e la ragione è da addurre al fatto che è prevalentemente una raccolta di reportage scritti per La Repubblica tra il 2009 e il 2023. Ecco perché è alterno, ecco perché si muove come un terremoto sulle menti rilassate con forti scosse e lunghe pause di assestamento.

Però i paragrafi su Napoli e dintorni, su cui per me si incentra tutto il libro, sono geniale intuizione e condivisibile ragionamento.

E proprio oggi, 8 aprile 2025, è morto Roberto De Simone (al quale tra l’altro Rumiz dedica il libro), un personaggio che di Napoli ha rappresentato la poliedricità, il genio, la cultura. Così, niente di meglio che ripescare Napoli porosa per raccontare anche la diversità tra Napoli e la Sicilia.

Rumiz domanda a una cuoca perché si rimane a vivere tutta una vita in un posto alle pendici di un vulcano, con ciò che ne consegue: perché vale il rischio, risponde la cuoca. Perché sei in mezzo a un bellissimo Mediterraneo, di fronte a uno dei più bei golfi del mondo. Resti perché la lava rende la terra fertilissima ed è un valido materiale da costruzione. Infine resti, perché come dicono i partenopei “di qualcosa si deve pure murì”.

Il Vesuvio è come un termitaio, brulicante di vita sopra e sotto. Ma mentre risiedere alla base del vulcano è una scelta privata, (il vulcano è pericoloso ma nulla al confronto con la caldera), risiedere ai Campi Flegrei è una scelta obbligata. Infatti, sopra al più pericoloso dei vulcani sotterranei vive una umanità obbligata, che non potrebbe permettersi un trasloco, e che dagli ammonimenti dei vulcanologi non viene nemmeno sfiorata, se ha da pagare bollette, un mutuo, difendersi dalla camorra e da tutte le altre scadenze e balzelliche ci affliggono ogni giorno.

Eppure, se salta il tappo alla caldera succede una catastrofe di dimensioni inimmaginabili. E anche il migliore sismologo al mondo vi dirà si, potrebbe saltare, ma non chiedetemi quando; la Scienza ad oggi non conosce ancora il modo di predire il futuro sismico, ma può solo informare e cercare di prevenire. Ai Campi Flegrei già solo i nomi incutono terrore: Lago di Averno, Acheronte, Sibilla, Cuma e la Solfatara.

Ma veniamo alla porosità (qui mi appoggio al libro di Benjamin e a quello di Rumiz). Walter Benjamin (1892-1940) scrisse nel 1925 a Capri un articolo per un giornale tedesco, e nel 2020 la libreria Dante & Descartes di Napoli fece pubblicare un micro-libro con le aggiunte alla prima redazione. Per Benjamin, “porosità significa non solo, o non tanto, l’indolenza meridionale nell’operare, bensì piuttosto, e soprattutto, l’eterna passione per l’improvvisare”. Leggo che solo un tedesco, abituato a schemi, perimetri e regole, poteva accorgersi di questo modo di vivere, un locale non se ne rende conto perché per lui è scontato. Per Benjamin tutto si mischia, perfino la luce e l’ombra, che non sono in antitesi drammatica come in Sicilia. Un siciliano non avrebbe potuto scrivere “O sole mio”, il siciliano non ama così tanto il sole. Poi, c’è la mescolanza tra i vivi e i morti, che a Napoli permette ai vivi di chiedere ai morti i numeri del Lotto. Quando Maradona vinse lo scudetto sui muri di un cimitero scrissero: “cosa vi siete persi”, per la grande considerazione che si ha dei morti. Napoli è inclusiva, qui non ti sentirai mai un estraneo, la città vive nei bassi, che hanno un significato sia altimetrico che sociale. A Napoli, Kant non funziona, meglio seguire i sensi.

Benjamin definisce gli antri dei portoni, le scale verso l’esterno, i ballatoi, i cortili, come una altissima scuola di regia. E i partenopei escono di casa, la vita è nei vicoli, nei cortili e nelle piazze, davanti ai portoni, non tra le mura domestiche. Se in una famiglia viene a mancare il padre (parliamo del 1925, beninteso) il piccolo andrà in affido automatico, per un tempo determinato, alla famiglia del vicino … se non è porosità questa!

Asja Lacis infatti nota, passeggiando per Napoli con Benjamin, che la porosità non è solo architettonica, ma in tutte le cose, e questa visione condizionerà poi tutti i suoi lavori teatrali. Osservare Napoli nei suoi aspetti diversi ma uguali, opposti ma legati, crea questo amalgama detto porosità. Insomma, in questa città “lutto e gioco, sacro e profano, sonno e veglia lasciano cadere ogni loro differenza tracimando ogni confine e permeandosi”.

E si arriva al confronto con la Sicilia; musicalmente, per il Maestro Riccardo Muti, Napoli è un Sol Maggiore; per altri, la Sicilia è un La minore. I Siciliani elaborano il lutto, i napoletani lo sdrammatizzano. Eppure entrambi convivono con vulcani, terremoti e calamità naturali, ma i napoletani ci stanno alla brasiliana, musicando tutto, mentre i siciliani preferiscono il silenzio, la quiete.

Vittorini narra di donne siciliane disposte a mettersi a letto col marito malato, pronte a morire con lui; le napoletane reagiscono col lazzo, lo scongiuro, la pernacchia. I Siciliani rifuggono il sole, e il loro fatalismo lo si ritrova ad esempio nelle novelle del Verga, tristi e malinconiche, al contrario dei poeti napoletani, esuberanti e pragmatici.  

I siculi il sole lo trovano solo nella loro cucina, che è veramente solare. Eppure entrambi hanno avuto i Borboni e gli Spagnoli, ma forse in Sicilia l’influenza araba e la Chiesa cattolica hanno fatto più danni morali che altrove. Battiato sarebbe stato un intruso a Napoli, Bennato o Pino Daniele dei modesti siciliani.

In parte mi sento di dissentire: Roberto Alajmo, palermitano d.o.c. del 1959, nel suo delizioso libretto Palermo è una cipolla, racconta che anche i palermitani dialogano coi morti, si, forse in modo più intenso, ma anche loro lo fanno in forma molto scaramantica. I siciliani vanno a trovare i morti il 2 di novembre al cimitero, molti si portano una seggiola e qualcosa da mangiare, e inizia un monologo tra il vivo e la tomba capace di durare mezza giornata, con frasi tipo “Ninetta si sposò, Calogero ebbe un maschietto, i vicini emigrarono, lo zio è morto …”. Lo facevano in passato, nelle catacombe dei Cappuccini, dove gli scheletri dei morti venivano tenuti in piedi e completamente vestiti, e i parenti li andavano a trovare e a raccontare loro le novità. Racconta Leonardo Sciascia di un anziano, agonizzante e consapevole di esserlo, attorno al quale parenti e amici si stringevano senza scrupoli per raccomandarsi di trasmettere messaggi di saluto ai compagni trapassati. All’ennesima richiesta, il moribondo ebbe un moto di desolazione: “Per favore, scrivetemeli su un foglietto tutti ‘sti cose, chè sennò me li scordo”.

Sulla morte si scherza anche in Sicilia, si ride per non piangere. E in questo Napoli e Palermo sono assai vicine.

Adoro Napoli, adoro la Sicilia.

Fatalismo siciliano e pragmatismo napoletano, zero a zero, palla al centro.

Esco a fare un giro in moto

(Robert Edison Fulton Jr., One Man Caravan)

di Vittorio Righini, 9 marzo 2025

Non avrei mai immaginato di raccontare sulle pagine dei Viandanti un libro basato su un giro del mondo in moto. Ne ho letti moltissimi, amo le motociclette fin dalla giovane età, e non mi sono mai fatto mancare libri su marchi attuali e del passato, produttori scomparsi poi ricomparsi, racconti di gare e, naturalmente, quelli sui viaggi in moto, dal Ted Simon de I Viaggi di Jupiter al povero Bettinelli e al suo girare il mondo In Vespa, e altri ancora ma meno noti. Pur essendo tutti libri graditi, non mi sono mai entusiasmato al punto di volerne raccontare, tantomeno sul sito dei Viandanti, dove gli eventuali rari lettori difficilmente potrebbero condividere la mia passione per la moto, e di sicuro non al punto in cui mi ha condotto Robert Edison Fulton Jr. (che non è il figlio dell’inventore della lampadina, anche se proprio da quest’ultimo, amico del padre, deriva il suo nome, né il nipote di quello della nave a vapore), in questo suo racconto del 1932/1933, edito poi nel 1937.

 

L’autore (figlio di Bob Fulton, facoltoso commerciante di mezzi pesanti, il marchio Mack Trucks, fondatore della compagnia di autobus Greyhound e personaggio carismatico) Robert Edison Fulton Junior (1909-2004) fin da ragazzino ebbe grandi esperienze: nel 1921 volò da Miami all’Havana in uno dei primi voli commerciali al mondo; nel 1923 assistette all’apertura della tomba di Tutankhamon in Egitto; si laureò nel 1931 a Harvard in Architettura ma fin da ragazzino, mentre i suoi amici battevano palle sui campi di baseball, lui si recava in fabbrica dal padre a mettere le mani nei motori e a curiosare nella meccanica. Junior si trova in Inghilterra quando, nel 1931, decide di seguire il consiglio paterno: “vai a est, incontrerai luoghi, genti e pensieri diversi, che ti apriranno la mente”. Invitato a una cena con personaggi di spicco dell’aristocrazia inglese, e con un bicchiere di troppo in corpo, espone ai convitati il suo progetto: voglio fare il giro del mondo in moto. In realtà si pente subito della sua boutade, ma ormai il dado è tratto, non può tirarsi indietro, tantomeno dopo che il proprietario della fabbrica di motociclette inglesi Douglas, seduto al medesimo tavolo, gli propone di fornirgli una moto adattata alle esigenze del suo viaggio. A quel punto, non può più rifiutare. Fervono i preparativi, aggiungi un serbatoio, aggiungi un portapacchi, insomma 350 kg. di ferro da portarsi in giro a poche miglia orarie, ove vi sono strade, e soprattutto in mezzo al nulla, come vedremo nella maggior parte dei luoghi raccontati nel libro.

Junior nella vita sarà un inventore (copio e incollo da Wikipedia):

«Durante la seconda guerra mondiale, Fulton inventò il primo simulatore di volo aereo da terra, l’“Aerostructor”, ma quando i militari non furono interessati, lo modificò in un ausilio per l’addestramento per i mitraglieri aerei, il primo simulatore di tiro aereo fisso, chiamato “Gunairstructor”. Dopo la guerra, a causa del tempo impiegato per viaggiare per dimostrare il simulatore di tiro, progettò e costruì un aereo che era convertibile in un’automobile, chiamato “Airphibian”. Charles Lindbergh lo pilotò nel 1950 e fu la prima auto volante mai certificata come idonea al volo dalla Civil Aeronautics Administration (ora FAA). Sebbene non fu un successo commerciale (i costi finanziari della certificazione di idoneità al volo lo costrinsero a cedere il controllo della società ad un’azienda, che non lo sviluppò mai ulteriormente), ora si trova allo Smithsonian Air & Space Museum. Durante gli anni ‘50, dopo aver studiato il modo in cui i treni in Gran Bretagna raccolgono i sacchi della posta a lato dei binari, Fulton sviluppò il sistema di recupero superficie-aria Fulton, chiamato anche Skyhook per la Central Intelligence Agency (CIA), la Marina degli Stati Uniti e l’Aeronautica Militare degli Stati Uniti. Era un sistema che veniva utilizzato per raccogliere le persone da terra con un aereo. Fu utilizzato dall’Aeronautica Militare U.S.A. fino al 1996. Un’invenzione gemella per i sommozzatori della Marina era chiamata Seasled.»

Una vita ricca e interessante, sicuramente frutto anche dal mix di culture cui si era accostato nel suo straordinario e giovanile viaggio in moto.

Nell’inverno del 1933 anche un altro grande narratore di viaggi lascia Londra e Hook von Holland per avviarsi verso Costantinopoli, ma a piedi. È Patrick Leigh Fermor, e nel suo viaggio, ben evidenzia (nel primo libro della trilogia) la prima parte in Olanda, Germania e Austria, con la descrizione della Germania all’inizio del Terzo Reich; al contrario, in questo libro l’Europa occidentale viene completamente ignorata; Junior non è Patrick, in tutti i sensi, l’Europa viene attraversata senza commenti, e solo all’arrivo in Grecia l’autore può cominciare a raccontare qualcosa: la polvere, soprattutto. Ma una volta arrivato in Grecia, è quella polvere l’aria nuova d’oriente, e Junior comincia a narrare. Butta via lo smoking e gli abiti da sera, e riparte, anche mentalmente. Molto interessante l’attraversamento della Turchia e delle sue regioni meno abitate, praticamente il primo assaggio di deserto, con i turchi, quelli che non hanno nulla, che sono sempre i più ospitali. Giù fino a Adana e Gaziantep, Alessandrina e poi la frontiera e la Siria. Antiochia, Aleppo, Homs e l’ingresso in Libano, Tripoli e Beirut. Il passaggio in Giordania, con una sosta a Damasco e un difficile e pericoloso deserto, poi l’Irak, fino alla complicata (all’epoca) Baghdad. Tutto questo in moto, signori, nel 1931… E poi in Pakistan fino a Karachi, poi in India, con una capatina (?!?) a nord, ai confini con L’Afghanistan, in uno dei posti più pericolosi all’epoca… il passaporto inglese di quei tempi, in una nota interna, ricorda ‘‘valido in tutti i paesi del mondo tranne l’Afghanistan’’; posto pericoloso oggi, pericoloso ai tempi di Kim, Kipling e di Junior. Ma l’autore ha 20 anni, passaporto americano, fegato e incoscienza da vendere, e rientra fino a Peshawar, per poi salire sul Khyber pass e ridiscendere in Afghanistan fino a Kabul.

La parte in India è tra le più belle del libro. Junior spesso racconta la storia dei luoghi e delle tribù, non è enciclopedico e completo come Fermor nei suoi libri, ma se ti vuole stupire ci riesce comunque. Spiccano alcune frasi che mi sono rimaste in mente. Un capitano inglese, (Watson), militare in India da una vita, dice a Junior:

Fulton, ha visto con quanta pazienza e fatica il cammello fa girare la ruota idraulica di quel bungalow? il cammello sta tutto il giorno con gli occhi coperti e solo a sera, quando viene allontanato dal pozzo, gli vengono tolti i paraocchi. Così non si renderà mai conto della sua forza né del frutto del suo lavoro. Gli indiani sono come quel cammello: possiedono un’enorme potere ma hanno gli occhi chiusi. Un giorno cadranno i paraocchi e allora succederanno grandi cose in questo paese”. E anche l’autore ogni tanto si lascia andare a battute sugli inglesi; nella località sperduta di Razmak, nel Waziristan (piccola regione montuosa tra il fiume Tochi e il fiume Indo, abitata dai peggio montanari possibili, che al confronto i Manioti raccontati da Fermor sono dei pacifisti), Junior viene ospitato al Razmak Club, il classico club inglese in mezzo al nulla… al che Junior scrive : “Scommetto che se tre inglesi facessero naufragio su un’isola deserta, due formerebbero un Club esclusivo e il terzo ne starebbe fuori” (nota vecchia battuta). Perdonatemi, ma questa vecchia abitudine inglese a mantenere certe tradizioni la trovo gradita.

Va detto che Junior non scrive per dare un appunto, non è un taccuino di viaggio per successivi coraggiosi viaggiatori motociclisti. Lui si muove sul filo del tempo: passa in certi paesi in un periodo in cui questi paesi sono felici di avere un ospite americano in visita (in Giappone verrà scortato da motociclisti locali, probabilmente gli stessi che qualche anno dopo combatteranno gli americani). Non si propone di fare un record, non è un viaggio immutabile che non può essere variato: ogni qualvolta subentra un problema grave, come le piogge monsoniche, Junior imbarca la moto in nave e proseguire il percorso via mare, o in treno se disponibile.

Dopo l’India c’è il folle viaggio fino a Khabul attraverso il Khyber pass, poi il ritorno in India del sud, e via nave a Sumatra, a Giava, poi a Singapore, nel Siam (nome della Thailandia fino al 1940 circa), la Cambogia, e poi una lunga, lenta e stentata esplorazione della Cina. Poi l’arrivo in Giappone, il viaggio da Nagasaki a Tokyo dove imbarca in nave per tornare negli Stati Uniti. Attraversa gli stati del sud degli USA e, nei pressi di Dallas, gli rubano la moto! non ha mai avuto nessun problema in tutti i paesi attraversati, e tornato a casa gli succede questa sfortuna, per lui una vera disgrazia. Ma nel giro di una settimana la Polizia trova la moto, e lui può ripartire per New York, la tappa definitiva del suo viaggio.

È sì un taccuino, ma di ricordi, riferiti a persone, fatti e luoghi; non è un libro per motociclisti, Junior non offre nessun consiglio ai futuri viaggiatori. Quando si guasta la moto, non spiega cosa si è rotto! e se anche offrisse suggerimenti per un viaggio in moto, i tempi non sarebbero più gli stessi, e i consigli sarebbero inutili. Anche se, a rileggere del valicare certi passi Afghani, o attraversare i deserti medio orientali, si potrebbe pensare di essere ai giorni nostri, con rischi più o meno uguali. Non nego che si potrebbe avere la sensazione che Junior abbia un atteggiamento coloniale di stampo inglese, con divertita superiorità rispetto alle culture incontrate, e tendente alla difesa col colonialismo, riconoscendone più i meriti che i demeriti; però nei suoi scritti c’è sempre garbo e rispetto per l’altrui cultura, curiosità e modestia. Siamo all’inizio degli anni ‘30, l’autore quando parte è poco più che ventenne, viene da una ricca famiglia americana e non conosce le privazioni… come non concedergli un certo aplomb.

A poco più di venti anni, Junior sfugge alle pallottole delle tribù Pashtun, ai banditi iracheni, soggiorna più volte nelle carceri turche, e si trova in mezzo a varie guerre civili. Eppure, apprezza e loda un the offerto in mezzo al nulla, da gente che non ha nulla, se non un buon sentimento di ospitalità, che contraddistingue la maggior parte dei poveri di tutto il mondo.

 

Altro che maturare, altro che crescere in fretta, il viaggio è una scuola di vita… Questo libro è per tutti gli amanti della letteratura di viaggio, va letto e riposto nell’angolo dei libri di pregio, perché noi, al giorno d’oggi, nemmeno ci possiamo sognare una simile avventura. E se non vi piacciono le moto, dimenticatele, qui la moto è davvero solo il mezzo, non certo il fine. (Non mi stupisce che poi nella vita Junior sia stato inventore: tutti quei km. su quel trabiccolo hanno comportato sicuramente riparazioni che un uomo privo della necessaria capacità meccanica non avrebbe potuto risolvere). Il libro contiene anche una serie di fotografie scattate dall’autore (ha usato a lungo anche la cinepresa, e al suo ritorno tutta questa documentazione di molti posti ai più sconosciuti lo aiutò a trovare un posto di lavoro alla Pan American Airlines).

One Man Caravan, di Robert Edison Fulton Jr., Elliot Edizioni, 2015

 

L’Emilio dei semplici

di Paolo Repetto, 28 febbraio 2025

La prima lettura de l’Emilio di Rousseau (portata avanti con molta fatica, perché avevo forse diciassette anni, e il libro è di una noia mortale: ma all’epoca divoravo qualunque cosa potesse aiutarmi a crescere) mi lasciò francamente deluso. Cercavo un’educazione alla libertà e avevo di fronte uno che la concepiva così: “Non deve voler fare altro che quel che vogliamo che faccia: non deve muovere un passo senza che noi l’abbiamo previsto: né aprir bocca senza che noi sappiamo quel che egli sarà per dire”. E che riteneva diseducativa prima dei vent’anni la lettura di qualsiasi altro libro che non fosse il Robinson Crusoe. Va da sé che ho cancellato Rousseau dall’elenco dei miei maestri (l’ho riletto solo per cercare conferme negative). Oggi, sessant’anni dopo, mi rendo conto che ho potuto sottrarmi alle seduzioni della sua falsa rivoluzione pedagogica perché avevo già in saccoccia la lettura di ben altro Emilio, maestro nostrano misconosciuto, e anzi, vilipeso, tanto dalla critica letteraria quanto dalla pedagogia più “innovativa”: l’Emilio Salgàri (accento sulla penultima sillaba) da Verona.

Nelle migliaia di pagine che ho scritto negli ultimi trent’anni il nome di Salgari compare però raramente, e solo di sponda. L’ho ingiustamente trascurato, forse perché continuo a darlo per scontato, mentre anche per i lettori più attempati non lo è più da un pezzo. Eppure, se volessi indicare il pilastro portante della mia educazione dovrei fare riferimento proprio a lui.

L’incontro con Salgari non ha celebrato il mio rito di passaggio dall’infanzia all’adolescenza: prima erano già venuti Kim e Capitani coraggiosi, e anche I ragazzi della via Paal. Ma a partire dagli otto-nove anni ho iniziato a ricevere da Genova, mittente un cugino di una decina d’anni più anziano, i primi tomi dell’inesauribile saga salgariana. La fornitura è andata poi avanti sino alla piena adolescenza. Erano volumetti in genere piuttosto consunti e gualciti (anche mio cugino li leggeva già di seconda mano, la gran parte erano stati pubblicati prima della guerra), edizioni povere, in brossura, stampate su carta grossolana e in caratteri piccolissimi, per economizzare sul numero di pagine. Ma avevano magnifiche copertine, e alcuni erano anche arricchiti da illustrazioni, dentro o fuori testo, che non potevano non farti sognare. Prima di approdare alle medie mi ero già ripassato per intero tutto il ciclo della jungla nera e quello dei corsari, nonché quello della prateria. E alla fine delle medie avevo collezionato (anche materialmente) più di cinquanta titoli, la maggior parte dei quali conservo tuttora, e ai quali voglio pagare qui un piccolo e purtroppo inadeguato tributo.

Niente paura: non intendo fare un’analisi critica delle trame o della scrittura, ma solo rievocare l’effetto che le letture salgariane potevano avere su un ragazzino di quell’età. E per farlo prescindo dai titoli e dai cicli più conosciuti, quelli che ho citato sopra. Salgari ha infatti scritto moltissimo altro (più di duecento tra racconti e romanzi) e ha spaziato con le sue storie in ogni angolo della terra e in ogni epoca della storia. Si va da Le figlie dei faraoni e Cartagine in fiamme a Le meraviglie del Duemila, passando per le guerre anglo-spagnole, la rivoluzione americana, la rivolta dei boxer, la guerra russo-giapponese, e saltando dai deserti africani alla steppa siberiana, al Siam e alla Cina, dall’Artide all’Antartide, dal Perù allo Yucatan e all’Alaska, dall’India alla Persia, e naturalmente solcando tutti i mari e gli oceani che ci stanno in mezzo.

Potrei già fermarmi qui. Qualche anno fa ho chiesto ad un allievo dell’istituto che dirigevo se sapeva dove si trovasse l’Atlante, e mi ha risposto “Probabilmente in biblioteca”. Aveva le sue brave ragioni, non dovevo fargli una domanda del genere, era come chiedergli dove si trovano Tomsk e Irkutsk, o lo Xi Jiang, ma a me sembrava naturale lo sapesse: sono i luoghi dove si svolgono le vicende de Sull’Atlante, de Gli orrori della Siberia e de La scimitarra di Budda. Sono convinto che pochissimi – o forse nessuno – tra gli studenti liceali di oggi possiedono conoscenze geografiche pari a quelle che avevo io all’uscita dalle elementari. A casa leggevo Una sfida al polo e Al Polo australe in velocipede, e a scuola andavo poi a rintracciare i luoghi delle vicende sul grande planisfero e sulla fantastica carta murale delle esplorazioni (quella che fa bella mostra di sé oggi al capanno) che hanno mitigato la mia noia per cinque anni. Per non parlare della storia. Non ho mai avuto il coraggio di chiedere cosa i miei studenti sapessero della rivolta dei boxer che mi aveva tanto intrigato ne I sotterranei della morte, temendo di sentirmi rispondere che erano una razza canina o un intimo maschile di Calvin Klein.

Basterebbe questo, dicevo. In realtà, non basta. Perché queste conoscenze, che peraltro non avrei potuto attingere a nessuna altra fonte, perché in casa non c’erano atlanti o enciclopedie o libri di storia, e che ho poi imparato ad affinare leggendo Verne e London e Dumas (perché a scuola, persino alle superiori, si guardavano bene dal trasmettermele), non erano affatto fini a se stesse, non si riducevano a un arido sapere enciclopedico, ma si traducevano immediatamente in modelli etici e in progetti di vita. All’epoca, un dodicenne che avesse visto i film di John Ford, letto i libri di Salgari, frequentato una scuola elementare nella quale ti insegnavano la calligrafia e un oratorio dove ti inculcavano il rispetto, aveva già appreso i fondamentali. Quel che veniva dopo erano variazioni sul tema. E intanto, per l’immediato, quelle conoscenze erano adrenalina cerebrale, tracce e fondali per i giochi collettivi nel bosco o al fiume e per quelli solitari in soffitta, con i soldatini mutilati (anch’essi eredità del parente genovese).

Salgari sgrossava alcune coordinate etiche, le stesse d’altra parte che si ritrovavano nei film di Ford e nei fumetti dell’Intrepido e del Vittorioso (e si, anche in quelli di Tex). Mostrava un’umanità divisa in buoni e cattivi, in persone oneste e leali e in farabutti infidi e malvagi, aggiungendo però che quasi mai le etichette e le immagini ufficiali corrispondono alla realtà: tanto che i suoi eroi sono o diventano nella quasi totalità dei ribelli, dei proscritti, dei perseguitati. Diceva insomma quello che gli uomini hanno sempre saputo, ma che la cultura dell’ultimo secolo sdegnosamente rifiuta in nome di un buonismo deresponsabilizzante e di un relativismo mal declinato, e che solo timidamente qualcuno comincia oggi ad accettare: che cioè l’indole di ciascun individuo non è forgiata dall’ambiente o delle contingenze storiche, ma determinata dalla natura, e l’ambiente e le contingenze possono al più accentuarne i tratti. Che la consapevolezza di questo dato di fatto è pienamente compatibile con il desiderio di vivere una vita più responsabile e di battersi per realizzare una società più giusta (non certo perfetta), e ne è anzi la condizione imprescindibile, perché consente di attrezzarsi spiritualmente, con sano realismo, contro gli scacchi e le disillusioni, e di perseverare. Le esperienze e le conoscenze maturate nei successivi sessanta e passa anni mi hanno aiutato a cogliere anche le sfumature, a leggere la storia e la società con criteri meno grossolani, ma direi che la sostanza è rimasta quella. Del resto, le conseguenze della lettura “politicamente corretta” le abbiamo quotidianamente sotto gli occhi.

Questo modo di pensare oggi non è affatto “mainstream”, collide decisamente con le tendenze della cultura dominante. Ne circola invece una versione stravolta, per la quale ciascuno si sente depositario di una sua “verità”, di una sua etica, di una sua memoria e di suoi diritti da opporre alle verità, ai diritti, alla memoria degli altri.

Salgari è stato naturalmente accusato dalla cancel culture di avere un approccio imperialista, quando basterebbe il ciclo della Malesia, l’eroe del quale è un asiatico mentre il perfido nemico è il colonizzatore inglese, a smentire questa accusa. Di essere razzista, mentre in realtà i protagonisti positivi dei suoi romanzi appartengono alle etnie più diverse, e spessissimo i loro antagonisti sono dei bianchi malvagi (vedi Le aquile della steppa, La favorita del Mahdi, La perla sanguinosa); e mentre ne I predoni del gran deserto il protagonista, un aeronauta che maneggia disinvoltamente tutte le tecnologie, sceglie alla fine di vivere con i tuareg del Sahara e di abbracciarne la cultura. Gli viene imputata anche la misoginia, senza considerare che in più di un’occasione sono le protagoniste femminili a condurre il gioco e a risolvere le situazioni (vedi Capitan Tempesta, o Jolanda, la figlia del corsaro Nero, o anche La scotennatrice).

Ora, questa mia difesa varrebbe tanto quanto le accuse che sono state mosse, se non si tenesse conto del clima intellettuale nel quale il veronese scriveva, e delle circostanze specifiche per cui lo faceva. Salgari scriveva all’epoca dei maggiori successi dell’imperialismo occidentale, celebrati con entusiasmo, salvo pochissime eccezioni, dal mondo della cultura, e in sostanza positivamente condivisi anche dai ceti popolari: e cercava di star dietro al gusto del pubblico, e di rispondere alle aspettative di chi finanziava le riviste sulle quali comparivano i suoi racconti. Scriveva cioè per sopravvivere, cosa che gli riusciva a stento, e quindi non ha senso attendersi da lui chissà quale spirito “alternativo”, anticapitalistico e anti-imperialistico. Oltretutto non sono sicuro che un Salgari meno anarcoide, più allineato agli odierni parametri della correttezza politica, mi sarebbe altrettanto piaciuto, e nemmeno mi interessa. So che mi ha raccontato un mondo tutt’altro che ideale, e che mi ha insegnato almeno che non bisogna mai arrendersi: io mi sono divertito, mi sono appassionato e ho continuato comunque a pensare con la mia testa.

Se invece la mettiamo sul piano della “qualità” letteraria il discorso certamente cambia. A cercare di rileggerlo oggi, infatti, fatta la tara alle suggestioni che una reimmersione nell’infanzia può evocare, Salgari riesce quasi indigeribile. E immagino lo sia tanto più per un nativo digitale, abituato a concentrarsi solo per lo spazio di un tweet. Non è Stevenson, e nemmeno Verne, non ha retto al tempo. D’altro canto, non ha mai ambito al Nobel, anche se come testimone dei temi della cultura popolare lo avrebbe meritato più di Dario Fo.

Anche sotto questo aspetto quindi le accuse che gli vengono rivolte dimostrano che non si è capito nulla dello spirito col quale scriveva e delle condizioni nelle quali lo faceva. Era pagato un tanto (in realtà, molto poco) a pagina, e questo spiega perché tirasse in lungo le vicende con ogni pretesto: così come si spiegano con la pubblicazione a puntate le molte incongruenze nelle quali cade. A volte era impegnato a scrivere due o tre storie contemporaneamente: è già molto non trovarne i protagonisti sballottati dall’una all’altra. Gli vengono imputate anche numerose imprecisioni o approssimazioni storiche (che volendo si possono trovare però persino in Tolstoj), la scarsa scorrevolezza, perché introduce continuamente lunghe dissertazioni di botanica, di zoologia, di geografia, di antropologia, e il ricorso massiccio al taglia e incolla, praticato pescando direttamente dalle enciclopedie dell’epoca, dai libri altrui o dal Giornale Illustrato dei Viaggi. La spiegazione è sempre la stessa, la necessità, il fiato degli editori costantemente sul collo (e del resto, la pratica del taglia e incolla è diffusissima negli ambienti culturali: con altri mezzi e con altro talento l’ha adottata anche Umberto Eco).

Chiarito ciò, la mia riconoscenza nei confronti di Salgari non muta di una virgola. Riguarda ciò che ha rappresentato, nella formazione mia e in quella di due o tre generazioni precedenti, non ciò che può rappresentare in assoluto nell’ambito della letteratura e della pedagogia. Riguarda il fascino che i suoi romanzi, a dispetto di tutti i loro limiti, esercitavano, il piacere immediato e i sogni e soprattutto la voglia di continuare a leggere, che sarebbe durata per tutta la vita, che riusciva a trasmettere. Per questo il mio tributo si ferma qui.

Piuttosto, vorrei aggiungere un paio di postille e di riflessioni che ho maturato proprio mentre stendevo questo pezzo.

•     La prima riguarda José il peruviano, che all’epoca era uno dei miei romanzi preferiti (anche perché sembrava lo avessi letto solo io). Bene, ho scoperto ultimamente che si tratta di un’opera postuma, pubblicata dal figlio Nadir sviluppando una trama già abbozzata dal padre. Avevo intenzione di provare a rileggerla, ma questa scoperta mi ha frenato. Preferisco lasciare intatta, anche se molto sbiadita, l’impressione che ne avevo riportato all’epoca.

•     Mentre leggevo Tra noi e la libertà, il racconto autobiografico di Sławomir Rawicz sulla fuga sua e di un gruppetto di compagni da un campo di lavoro sovietico in Siberia (ne è stato tratto anche un bel film, The Way Back, di Peter Weir), mi è parso che l’odissea dei fuggitivi ricordasse molto da vicino quella descritta ne Gli orrori della Siberia. Dubito che Rawicz abbia mai potuto leggere Salgari, ma in alcuni punti sembra che lui e gli altri cinque disperati abbiano seguito proprio lo stesso itinerario, incontrate le stesse difficoltà. Il che testimonia della preparazione del nostro, che la Siberia la conosceva solo sulle carte e dai giornali di viaggi. A meno che … L’unico precedente di narrazione di un’evasione dai gulag che io conosco è nelle Memorie di un rivoluzionario di Kropotkin, pubblicato nel 1899. Dal momento che il romanzo salgariano è stato pubblicato l’anno successivo, mi piace pensare che sia stato ispirato dalla conoscenza delle opere dell’anarchico russo.

•     C’è una indubbia attenzione di Salgari nei confronti delle nuove tecnologie emergenti, anche se è rivolta più agli aspetti emozionali che a quelli funzionali. Al polo australe in velocipede e Una sfida al polo rispondono naturalmente alle suggestioni e alle curiosità create dalle ultime grandi imprese di esplorazione, quelle polari: ma ciò che le rende particolari è il fatto che questa sfida si gioca coi mezzi tecnici più avanzati dell’epoca, le biciclette e le automobili, in realtà del tutto inadatte a quegli ambienti naturali.

Allo stesso modo, nel dittico dell’aria (I figli dell’aria e Il re dell’aria), che ricalca per molti aspetti le storie di Verne aventi come protagonisti Nemo e il Nautilus, e più ancora le vicende di Robur il conquistatore, si introduce una fantastica macchina volante, lo Sparviero, con la quale i protagonisti sfuggono dapprima ad una esecuzione in Cina e poi alla detenzione in un lembo estremo della Siberia. A differenza di Verne, però, Salgari non sembra affatto interessato ai dettagli tecnici e alla verosimiglianza del mezzo. Lo Sparviero evoca piuttosto le immagini di draghi preistorici che popolano gli odierni racconti fantasy.

•     Sui titoli e sulle copertine. Una parte della mia fascinazione per i romanzi salgariani va riconosciuta anche alle scelte dei titoli e alle copertine. Molte di queste ultime le ricordavo ancora, anche prima di riprendere in mano i volumi per scrivere queste righe. Non mi ero mai preoccupato però di verificare chi fossero gli illustratori. Ho trovato i nomi di Albertarelli, di D’Antona, di Della Valle e di altri maestri che avevo conosciuto negli stessi anni soprattutto attraverso i fumetti. Ho anche realizzato che lo stile delle immagini era esattamente lo stesso di quello dei manifesti cinematografici dell’epoca (e probabilmente erano gli stessi anche gli illustratori), il che contribuiva senz’altro a moltiplicare esponenzialmente le possibilità di fantasticare.

Quanto ai titoli, ne ho sperimentato la particolare forza evocatrice continuando a desiderare invano per anni Le selve ardenti, e fantasticandoci sopra. Quando finalmente sono arrivato a possederlo, ho atteso a lungo prima di leggerlo: un po’ perché avevo ormai parcheggiati in attesa un sacco di altri libri “più adulti”, ma soprattutto perché temevo che la storia si rivelasse non all’altezza di quelle che nel frattempo ero andato mentalmente costruendomi sollecitato da quel titolo straordinario. In effetti andò poi così, le aspettative furono un po’ deluse, ma il potere evocativo comunque rimane. Per rendersene conto è sufficiente fare il confronto con l’omologa titolazione di un altro libro che mi è rimasto carissimo, La foresta in fiamme, scritto da James Oliver Curwood. Questo mi dice di una foresta che brucia, l’altro di un mondo che può spaziare dalla fantasia di Dante a quella Tolkien, anche se il modello linguistico è in questo caso probabilmente D’Annunzio.

Con buona pace di Curwood, e dei non devoti di Salgari, almeno nei titoli non c’è confronto.