Il lato sinistro della storia 1

(parte prima)

di Paolo Repetto, 28 gennaio 2022

Per aiutarvi ad ammazzare il tempo, in attesa che la variante omicron ci abbia visitati tutti e che venga eletto un nuovo presidente della repubblica, proponiamo i capitoli iniziali di uno studio in progress (in realtà fermo da un paio d’anni, dall’epoca pre-covid). In tempi di siccità si spremono anche i cactus, ed è quello appunto che stiamo facendo, visto che l’auspicato ricambio generazionale non si lascia scorgere. Dovrebbero seguire ulteriori capitoli, ma non promettiamo nulla. Al momento preferiamo considerarla un’opera aperta, non a una molteplicità di interpretazioni, ma ad integrazioni e sviluppi che arrivino da e si muovano verso ogni possibile direzione.

 

Il mistero esistenziale
segna tutta la mia vita
Sono un uomo o un animale
mi domando ad ogni uscita.[1]

Da piccolo, intendo dire fino attorno ai sette o otto anni, non ero quel che si dice un bambino propriamente sveglio. O almeno: lo ero per certe cose, leggere, scrivere, disegnare, ma sul versante appena appena più pratico ero un vero disastro. Oggi mi certificherebbero subito gravi disturbi dell’attenzione, e potrei tranquillamente fregarmene di studiare, e dedicarmi a tempo pieno ai miei libri, ai miei fumetti, ai miei giochi preferiti. All’epoca però non funzionava così, e per sopravvivere dovevi comunque adeguarti. Io, ad esempio, ho continuato a lungo ad avere dubbi sulla localizzazione della destra e della sinistra: per cui per distinguerle ricorrevo al segno della croce. Essendo naturalmente destrimane la cosa mi aiutava (fossi stato mancino genitori, preti e maestre mi avrebbero “rieducato”, con le buone o con le cattive), e così col tempo la distinzione è diventata automatica, nel senso che non faccio più il segno della croce, ma il riferimento non conscio al braccio persiste.

Qualcosa di quella confusione deve però essermi rimasto in testa, per cui a dispetto dell’automatismo fisico non sono mai riuscito in verità a raccapezzarmi perfettamente nelle lateralizzazioni. Soprattutto poi quando il terreno di gioco è quello della politica.

Avete già capito dove voglio andare a parare. Ci risiamo. Per l’ennesima volta (è l’ultima, lo giuro) torno sul tarlo che da tempo mi rosica, anche perché spesso è stuzzicato dagli amici: ma io, alla fin fine, sono di destra o di sinistra?

So benissimo che è un tormentone insensato e anacronistico, visto che queste appartenenze, già molto confuse di per sé, da quando il “pensiero liquido” ha ufficialmente cancellata ogni distinzione sono concordemente schifate da una parte e dall’altra: e anche perché di una mia eventuale “collocazione” importa poi in realtà a nessuno. Ma tant’è, il rosichìo del tarlo continua, è fastidioso, e a me importa. Perché liquido non lo sono affatto, nelle situazioni di ambiguità mi trovo a disagio e alle differenze ci tengo. Ed è anche significativo della confusione dei tempi il fatto stesso che uno si ponga la domanda. Visto dunque che una qualche risposta vorrei riuscire a darmela, il modo migliore che ho è costringermi a rifletterci su per iscritto, per procedere con un minimo di ordine. Per Roland Barthes scrivere era un verbo intransitivo: per me è un riflessivo.

Confesso subito però che quello dell’appartenenza politica, pur nascendo da un interrogativo reale, è solo un pretesto: un trampolino per tuffarmi un po’ più in profondità. Quando ho iniziato a pensare a questo pezzo ero convinto di cavarmela con quattro paginette, invece la cosa mi ha preso la mano e la curiosità ha alzato l’asticella. Ciò che cerco davvero è infatti una chiave di interpretazione che chiarisca, sia pure molto all’ingrosso, le mie convinzioni e i comportamenti che ne conseguono, non solo nella sfera politica, ma in tutti gli ambiti relazionali. Cerco ciò che mi distingue, per capire se la sempre più ricorrente sensazione di estraneità è frutto solo del trascorrere degli anni o rivela un’anomalia rispetto a una misura universale. È in fondo una curiosità fine a se stessa: voglio semplicemente capire un po’ di più, e non mi aspetto che una maggiore consapevolezza, quale che sia, possa poi influire su quei comportamenti, o addirittura modificarli. Fumo da cinquant’anni, e a dispetto di ogni negativa evidenza non ho mai cercato di smettere. Ma il sapere perché lo faccio mi dà una certa illusione di controllo.

Ora, non essendo appassionato di oroscopi e nutrendo ancor meno fiducia nella psicanalisi, nella ricerca di questa chiave, della mia, ma per forza di cose anche di quella universale, mi affiderò solo al pochissimo che ho appreso dalla biologia, dall’antropologia e dalla storia, saltando da un ambito all’altro, incrociando e collegando, magari del tutto arbitrariamente, ciò che credo di aver capito. Non so se ne verrà fuori un identikit verosimile, ma penso che almeno il percorso possa risultare in qualche misura interessante anche per altri. In fondo, non sono poi così originale. Per questo cercherò di documentarne le tappe.

Con un’avvertenza. Dietro questo scritto non ci sono geniali intuizioni: è tutto molto semplice e scontato. Lo schema suppone un tot di innato, un tot di acquisito e una percentuale di “costruito”. Su un fondo di determinazione genetica, in pratica il corredo che ci trasmettono i genitori, gli errori di replicazione del DNA e le contingenze storico-ambientali hanno sviluppato delle variabili, quelle che danno origine al carattere individuale. È storia comune, nemmeno molto diversa dalla lettura zodiacale che fa il mago Otelma: nasci con un segno (l’influsso astrale, in questo caso quello genetico) e lo declini poi in base alle congiunzioni o alle opposizioni dei pianeti. Ma io, da buon Scorpione[2], tendo a sottrarmi alla regola, e finisco per complicare le cose: mi piacciono i quadri molto mossi. E per sapere quanto lo è il mio devo capire quanto è davvero immobile quello comune.

Il lato sinistro 02

  1. Da che parte sto?

Dunque: sto a destra o a sinistra? Visto che sono partito da questa domanda proseguo per il momento nel gioco, e penso che la mossa più logica d’apertura sia riesaminare i significati originari delle due categorie politiche e seguire, sia pure per sommi capi, i loro aggiustamenti successivi, affrontando poi su questa base la presunta crisi identitaria odierna (e la mia in particolare)[3].

Fino a che il confronto è con Berlin, con Bobbio e con altri filosofi “classici” della politica devo dire che le cose funzionano, nel senso che bene o male è ancora possibile “riconoscersi”. In buona sostanza, come riassume perfettamente Bobbio, “il criterio rilevante per distinguere la destra e la sinistra è il diverso atteggiamento rispetto all’ideale dell’uguaglianza, e il criterio rilevante per distinguere l’ala moderata e quella estremista, tanto nella destra quanto nella sinistra, è il diverso atteggiamento rispetto alla libertà”. Ovvero: stai a destra se poni l’accento sulla libertà (con possibili eccezioni estremistiche, quando quest’ultima viene sacrificata ad una qualsivoglia presunta “identità” tradizionale), stai a sinistra se lo poni sull’uguaglianza, sulla “giustizia sociale” (anche qui, in uno spettro molto vasto di accezioni, che arrivano fino alla sovrapposizione con quelle della destra estremistica). All’interno di questo schema, come si vede, col variare dei rapporti percentuali tra gli elementi in gioco le combinazioni possibili sono infinite, e le appartenenze si sfumano. Oggi più che mai, perché è venuto a mancare, o almeno è diventato meno visibile, per l’una parte e per l’altra, l’antagonista. È difficile quindi definirsi, come si faceva un tempo, semplicemente per contrasto, puntando sul “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Va (andrebbe) chiarito ciò che intendiamo quando parliamo di uguaglianza (o più genericamente di giustizia sociale) e di libertà.

Quanto all’eguaglianza, ad esempio, io la interpreto così: tutti devono poter godere di eguali opportunità, il che significa azzerare (almeno tecnicamente: parlo di condizioni economiche, di opportunità scolastiche) gli svantaggi culturali e compensare quelli naturali: ma una volta realizzate queste condizioni, ciascuno è poi responsabile delle sue ambizioni e delle sue scelte, degli eventuali successi e delle possibili delusioni. L’eguaglianza ha da essere la condizione di partenza, non quella d’arrivo.

Perché qui poi entra in ballo la libertà: che è appunto libertà di fare delle scelte (Berlin la definisce libertà “positiva”, libertà di), purché queste non vadano a ledere la libertà altrui, e quindi di perseguire gli obiettivi e gli stili di vita più diversi. Le scelte sono veramente tali quando non sono condizionate da costrizioni o da forme subdole di persuasione (libertà da, o libertà “negativa”), ma nemmeno dall’invidia per quelle altrui e dalla imitazione puramente competitiva. Quando sono cioè totalmente responsabili e coerenti.

Per essere chiari: se ritengo non valga la pena dannarmi l’anima per possedere una casa al mare o in montagna (ma anche semplicemente per possederne una), e preferisco dare la precedenza ad altri valori o a più immediate soddisfazioni, non devo poi recriminare sul fatto che qualcuno possa permettersela: sempre che mi sia stata data in partenza la stessa possibilità e che quel qualcuno non abbia acquistata la casa coi soldi fatti sulla mia pelle. L’esempio è talmente banale da sembrare persino stupido, ma a mio avviso riassume, sia pure in maniera semplicistica, le dinamiche elementari dei rapporti (e dei conflitti) sociali. In base a questo criterio potrei dire, come Berlin, che “sto nel mezzo: sono all’estrema destra della sinistra e all’estrema sinistra della destra[4].

Questa posizione rientra ancora in una concezione “classica” della sinistra. Persino Berneri e gli anarchici, almeno quelli seri, l’avrebbero sottoscritta: ma non corrisponde, per contro, a quella marxista, o meglio a quella declinazione del marxismo di cui si è fatto monopolista il comunismo novecentesco. Credo si debba assumere un terzo criterio per una definizione corretta dell’essere “a sinistra”: essere consapevoli che non potrà mai esistere una “società giusta” (magari una un po’ più giusta di altre, si), ma essere convinti che possano esistere, ed esistano, uomini giusti. La differenza è netta: io parlo di una “rigenerazione sociale” che deve partire dal basso, dalla presa di coscienza e dall’assunzione di responsabilità da parte dei singoli individui, mentre il marxismo-leninismo parla di una “rivoluzione” calata dall’alto e di individui eteroguidati, “rieducati”. Dal momento che ritengo che la vicenda cambogiana, per citarne una, non costituisca un’aberrazione, ma sia il naturale esito di quell’idea spinta sino alle sue estreme conseguenze, è chiaro che non ho dubbi: io sono “la sinistra”, mentre gli altri sono quando va bene degli illusi, quando va male dei criminali.

Il problema si complica invece, come dicevo, allorché provo a confrontarmi tanto con le declinazioni ultime, post-comuniste, del significato dello “stare a sinistra”(da Toni Negri ai vari neo-populismi e neo-machiavellismi), quanto con i teorizzatori dell’avvenuta dissoluzione delle categorie contrapposte, da Alain de Benoist a Maffesoli e, dalle nostre parti, da Tarchi a Cacciari: un po’ perché ci capisco poco, un po’ perché c’è davvero poco da capire, e comunque, quando accade, non ne trovi due che concordino, dal momento che gli scenari coi quali confrontarsi si sono complicati parecchio. E infine perché, a conti fatti, io stesso non concordo con nessuno, pur riconoscendo che il mio percorso, in questi ultimi quarant’anni, è stato comune a quello di molti altri, a volte solo per alcuni tratti, in qualche caso sino in fondo. Non sempre però lo stesso sentiero, anche quando si snoda attraverso gli stessi panorami, porta a cogliere identici scenari. Ma su questo torneremo.

Quindi: o il problema dell’appartenenza, del posizionamento su una sponda o sull’altra, davvero non ha più senso, oppure va affrontato partendo da molto più lontano (in fondo la valenza politica di “destra” e di “sinistra” ha solo tre secoli). Per esempio, prendendo spunto dalle analisi a vasto raggio delle motivazioni dei comportamenti umani sviluppate da René Girard, che individua nel “desiderio mimetico” e nel risentimento che ne consegue il senso originario dell’ambiguità delle relazioni sociali. Oppure da quelle storico-sociologiche di Alexis de Tocqueville, che scriveva “Ho per le istituzioni democratiche un gusto della mente, ma sono aristocratico per istinto”, riassumendo perfettamente tutto quello che andrò a dire.

Ma anche su questo tornerò. L’ho anticipato solo per dire che per comprendere l’origine delle nostre propensioni, anche di quelle politiche, è necessario andare oltre il lessico politico. Capire cioè se classificazioni come “di destra” e “di sinistra” abbiano un carattere ed una origine puramente convenzionali[5], oppure se ci siano alle loro spalle delle ragioni di ordine “naturalistico”. È opportuno allora ripensare i concetti di “destra” e “sinistra” andando a ritroso nel tempo, partendo da una primordiale connotazione fisiologica. Questo porta a sconfinare dal discorso prettamente “politico” verso ambiti che toccano la linguistica, l’antropologia, la storia naturale, la biologia e la neurofisiologia, per poi rientrare attraverso la sociologia. Il rischio è quello di dar vita aduno sconclusionato helzapoppin, ma potrebbero anche scaturirne elementi di conoscenza curiosi e inattesi.

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  1. Un tuffo nella linguistica

La risalita a monte ha preso avvio dalla casuale riscoperta di un libro che possedevo da un pezzo e davo per scontato. Si tratta di “La rappresentazione collettiva della morte”, di Robert Hertz, edito da Savelli più di quarant’anni orsono. Oltre al saggio che fornisce il titolo, il volume contiene un breve studio su “La preminenza della mano destra”, che è un capolavoro di intuizione e di sintesi. Quest’ultimo non ricordavo di averlo letto. Probabilmente, a dispetto delle sottolineature che ho riconosciuto per mie, si era trattato di una lettura superficiale, perché la sua ripresa ha costituito un’autentica rivelazione (ma forse nemmeno questo è del tutto vero: forse certe cose avevano continuato a girarmi in testa anche dopo che ne avevo dimenticato la fonte).

Hertz era un brillante studioso tedesco di origine ebraica, cresciuto alla scuola sociologica di Durckheim e morto precocemente combattendo sul fronte francese durante la prima guerra mondiale. Sulle circostanze di questa morte e sul personaggio nel suo assieme varrà senz’altro la pena soffermarci in altra occasione: per il momento mi interessa invece la domanda con la quale si apre il secondo saggio: “La mano destra è il simbolo o modello di ogni aristocrazia, la mano sinistra di tutte le plebi. Quali sono i titoli di nobiltà dell’una, e da dove deriva la servitù dell’altra?”.

Per farla breve riassumo subito la risposta dell’autore. Fermo restando che l’uso prevalente della mano destra – ma in realtà di tutti gli arti e degli organi sensoriali situati nel lato destro del nostro corpo – ha una motivazione prevalentemente fisiologica (come vedremo più oltre), è interessante tutto ciò che ne consegue: l’identificazione cioè della destra con il positivo e la “demonizzazione” della sinistra, quella che potremmo definire l’elaborazione simbolica della differenza, frutto di un lungo lavoro della cultura collettiva. Secondo Hertz questo lavoro è legato al fatto che noi umani tendiamo a leggere il mondo, la realtà che ci circonda, in base a uno schema di polarità contrapposte. Dalla quotidiana alternanza delle esperienze fisiche esterne (luce e buio, caldo e freddo, vita e morte) e di quelle psicologiche interne (gioia e dolore, amore e odio, ecc …) abbiamo desunto la divisione dell’universo in due poli, che nella primitiva interpretazione religiosa rappresentano l’uno il sacro e l’altro il profano. Entro queste polarità si iscrivono rispettivamente tutte le coppie oppositive esistenti: il puro e l’impuro, il bene e il male, la forza e la debolezza, ecc …

Ora, questa lettura del mondo attraverso categorie oppositive ci è necessaria per elaborare un linguaggio della differenza, ai fini pratici immediati della sopravvivenza (commestibile-velenoso, innocuo–pericoloso) e a quelli sociali e identitari di difesa o offesa (amico-nemico). Le polarità originariamente religiose si secolarizzano poco alla volta in polarità sociali, e il funzionamento di ogni comunità finisce per fondarsi su una strutturazione bipolare: dentro-fuori, identità-diversità.

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Fin qui Hertz. A questo punto, con parecchia presunzione, inserisco una digressione mia, sia pure seguendo la linea da lui tracciata. Mi sposto sull’analisi lessicale, che mi è costata decine di ore di ricerche, ma mi ha regalato grosse sorprese e molte soddisfazioni.

Protagonista principale e al tempo stesso testimone chiave del processo che volevo ricostruire, sin dalle origini più remote cui possiamo risalire, è il linguaggio. Il perché lo vedremo. Per ora ci basti sapere che negli idiomi protoindoeuropei esiste una radice “dek” (presente in “tekh’s”, che indica appunto la mano destra, e più genericamente il lato destro) dalla quale germogliano una serie di voci tutte riferibili a valori positivi: dekos, ad esempio sta per onore, giustizia, bontà, decoro, ordine, misura, gradevolezza. Il lessema dek connota e identifica il campo del positivo, di ciò che è favorevole. E mantiene questa valenza nelle successive derivazioni: nel sanscrito dàkša (idoneo, capace), ad esempio. La discendenza lessicale poi è perfettamente rintracciabile nella lingua greca (dove destro è dexiteron) e in quella latina (dexter), per arrivare infine alle lingue neoromanze, ma anche a quelle germaniche: e assieme al suono si perpetua la valenza simbolica. Ad esempio, in latino c’è un tema verbale cui fanno capo azioni positive: decet, oppure, doceo, o ancora disco. Nell’antico germanico c’è Zeche, ordine, nell’irlandese dess (appropriato) e deis (compagno, amico).

Nella lingua italiana i termini derivati o direttamente apparentati con la destra sono una folla. Addestrare è impartire un buon insegnamento; maldestro è colui che sbaglia; destrezza è al contrario segno di abilità; il destrosio è un energetico, mentre il destriero è un cavallo di razza; avere il destro significa godere di una buona opportunità. Troviamo anche, oltre ai termini strettamente connessi con destra, quelli riferibili al suo equivalente, la “dritta” (che è ancora usato nel linguaggio marinaresco), dal quale abbiamo dritto, diritto, dirittura, ecc … Dritta è probabilmente traslato dal francese droite, che al maschile sta sia per diritto (sostantivo) che per giusto, onesto, dritto (aggettivi). Ha un equivalente nelle lingue celtiche e sassoni: right significa destro e significa anche giusto, regolare. Anche in italiano locuzioni come tenere la schiena dritta, prendere la dritta via, guardare dritto negli occhi, hanno rapporto con un atteggiamento giusto e leale. E anche i gesti della quotidianità sono orientati in tal senso: a destra si dà la precedenza; a destra si avvita per stringere, mentre a sinistra si allenta, ecc …

Non accade la stessa cosa per il concetto di sinistra. Non esiste cioè un radicale originario altrettanto evidente, e già questo è sintomatico. Mentre la radice da cui originano la destra e l’universo di significati positivi ad essa legati è unica, ed ha attraversato tutte le epoche e le culture linguistiche (almeno quelle occidentali), il concetto di sinistra non presenta alcuna stabilità morfologica, e questa assenza di continuità suggerisce di per sé l’idea di disordine. Possiamo risalire solo al latino sinis, che significherebbe “a differenza di”, e che combinato col suffisso -ter (di comparazione e opposizione) dà sinister. Indica ciò che è diverso dalla norma, in particolare “la mano anormale”. Pare che in realtà nel mondo romano il termine non avesse sempre un significato negativo, almeno nei rituali religiosi (i romani officiavano rivolgendosi a sud, e il levante, dal quale provenivano gli auspici positivi, veniva a trovarsi a sinistra): ma nella quotidianità prevaleva senz’altro l’abbinamento con il negativo, la disgrazia, la disonestà, derivante direttamente dalla interpretazione greca (i greci officiavano rivolti a settentrione). Non a caso Catullo quando bacchetta Asinio Marrucino fa riferimento al “cattivo uso della mano sinistra”.

Sinister, tra l’altro, convive nel latino con un termine più antico, laevus, da cui l’inglese attuale left (originariamente debole, inutile): ma in inglese è presente anche sinister, che non indica una condizione fisico-geografica, ma si riferisce solo ai significati negativi e infausti del lessema. E anche lo spagnolo ha una parola derivata dal latino sinistrum: siniestro, i cui significati ricalcano quelli del corrispettivo italiano, compreso l’incidente.

Questo ci riporta all’uso lessicale italiano. Come sostantivo un sinistro è un appunto un incidente, una disgrazia: come aggettivo sta ad indicare sgradevole, sfavorevole, tragico, sciagurato, minaccioso, pauroso, funesto, nefasto, cattivo, maligno, ecc … L’oppositivo di dritta è, guarda caso, manca, che dichiara esplicitamente una condizione imperfetta, di assenza. In francese accade pressappoco la stessa cosa: a droite si oppone gauche, che deriva da gauscir, deformare, alterare, curvare.

Direi che c’è già materia a sufficienza per tirare un po’ di somme. Tutta questa esibizione di competenze filologiche che in realtà non possiedo sta a spiegare come “destra” e “sinistra” diventino, a partire da una tendenza fisiologica e attraverso la mediazione del linguaggio, i simboli e la sintesi di una opposizione ancestrale intrinseca all’universo.

Questo processo lo possiamo constatare già nella Bibbia, dove la “mano destra” viene menzionata molto più spesso della sinistra,e quando si parla della gloria e della potenza di Dio si precisa che “è piena di giustizia la tua mano destra” (Salmo 48,11) e che “il Signore con la mano destra compie prodigi” (Sal 118,15-16), ma anche che “La tua destra, Signore, terribile per la potenza, la tua destra, Signore, annienta il nemico” (Es 15,6. 12). Il riferimento, almeno quando a parlare è il Signore, è sempre ad una sola mano. Dio con essa crea (“Tutte queste cose ha fatto la mia mano ed esse sono mie” (Is 66,1-2,), si prende cura, sostiene, salva, offre protezione, ma anche giudica, corregge, condanna e punisce. La destra indica la potenza e l’abilità di Dio, la dolcezza e l’elezione, la capacità di uccidere e di guarire. Le stesse attribuzioni, soprattutto quelle connesse alla misericordia, le ritroviamo nel Nuovo Testamento, nel costante richiamo alla mano risanatrice o benedicente di Gesù.

Ma il processo si sviluppa contemporaneamente nel mondo greco. È significativo ad esempio che Pitagora parta dall’opposizione tra i numeri (pari/impari) per dedurne la suddivisione di tutta la realtà in categorie antitetiche, e dunque una visione dualistica del mondo. La sua dottrina individua dieci coppie di contrari, gli “opposti pitagorici”, una delle quali è appunto destra-sinistra. Alla destra corrispondono unità, quiete, retta, luce, bene, maschio, limitato, dispari e quadrato. Alla sinistra molteplicità, movimento, curva, tenebre, male, femmina, illimitato, pari e rettangolo. Insomma, a destra sta la perfezione, perché perfezione nel mondo classico comporta anche il senso del limite (perfectus=compiuto, definito), mentre la sinistra è imperfezione, disordine.

Sia nella cultura classica che in quella giudaico-cristiana, se la destra è associata all’idea del divino la sinistra è invece collegata al magico. Nel mondo pre-cristiano tuttavia non sempre quest’ultimo legame comporta una valenza negativa: a volte l’uso della mano sinistra ha un valore apotropaico. Nella Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, ad esempio, viene prescritto per le operazioni magico-mediche curative e profilattiche: le piante medicinali vanno raccolte con la mano sinistra. Il cristianesimo medioevale sottolinea invece la distinzione tra magia bianca e magia nera, e naturalmente le due sfere vengono “lateralizzate” secondo il modello oppositivo. Quando poi la sfera del sacro si formalizza in canone (ad esempio con la controriforma) quella magica assume connotati equivoci e torbidi (e scatta la caccia alle streghe).

Il Cristianesimo ribadisce comunque l’opposizione: “dopo il giudizio, i giusti siederanno alla destra del padre, gli empi alla sinistra; i primi erediteranno il regno, i secondi bruceranno tra le fiamme dell’inferno”. (Matteo 25, 31-46). Nella quasi totalità delle raffigurazioni del peccato originale – da Wiligelmo a Michelangelo, a Rubens, ecc … – Eva coglie la mela con la sinistra, e con quella la porge ad Adamo. (Sempre nella cappella Sistina, però, Michelangelo mostra le dita della mano destra di Dio che toccano quelle della sinistra di Adamo. E questa non me la spiego, se non per ragioni di equilibrio della composizione – a meno che non stia a significare che prima del peccato, in un universo non diviso, ai fini della conoscenza destra e sinistra erano equivalenti).

La demonizzazione della sinistra è fatta naturalmente propria anche dall’islam. La tradizione islamica afferma che ogni cattiva azione viene iscritta sul braccio sinistro, mentre le buone azioni vengono iscritte sul braccio destro, e che il Giorno del Giudizio universale ogni uomo che avrà commesso del male tenterà, invano, di tenere il braccio sinistro nascosto dietro la schiena. Allo stesso modo, nel mondo mussulmano durante lo svolgimento dei pasti è obbligo utilizzare la mano destra, perché la sinistra è considerata haram, proibita in quanto impura. Ed è necessario lavarsi le mani cominciando dalla destra.

Bene. Abbiamo visto come la destra diventi in questo modo la depositaria di un comportamento adeguato rispetto ad un ordine stabilito (dalla natura, dagli dei, dagli uomini), mentre la sinistra rimanda alla trasgressione, all’alterazione, all’instabilità e all’inaffidabilità, e suscita sentimenti di inquietudine e di avversione.

Tutto questo trova espressione naturalmente anche nei rapporti tra i generi, e nella considerazione riservata a quello più debole. Accennavo a quel che ne pensava Pitagora, e aggiungo che i suoi connazionali erano tutti perfettamente d’accordo[6]. E non solo loro: troviamo che in epoca storica questa concezione è stata condivisa da tutte le culture e a tutte le latitudini[7]. Anche per le popolazioni più primitive destra è la parte del fegato, e fegato sta per “coraggio”. Una virtù solare, prerogativa, nella dominante concezione maschilista, degli uomini. Sinistra è invece la parte del cuore, quella che governa il lato femminile del sentimento (ciò che viene rimarcato soprattutto dalla cultura medioevale); è la parte sotterranea, satanica, passionale.

Pierre Bourdieu sintetizza in questo modo quanto ho cercato sino ad ora di raccontare: «Dunque, attraverso questi apprendimenti corporei, vengono insegnate delle strutture, delle opposizioni tra l’alto e il basso, tra il diritto e il curvo. Il diritto evidentemente è maschile, tutta la morale dell’onore delle società mediterranee si riassume nella parola “diritto” o “dritto”: “tieniti dritto” vuol dire “sii un uomo d’onore, guarda dritto in faccia, fai fronte, guarda nel viso”. La parola “fronte” è assolutamente centrale, come in “far fronte a”. In altri termini, attraverso delle strutture linguistiche che sono, allo stesso tempo, strutture corporali, si inculcano delle categorie di percezione, di apprezzamento, di valutazione, e allo stesso tempo dei princìpi di azione sui quali si basano le azioni, le ingiunzioni simboliche (le ingiunzioni del sistema di insegnamento, dell’ordine maschile, ecc.). In sintesi, è attraverso una logica disposizionale che l’ordine si impone.»

Il “comportamento adeguato” di cui parlavo sopra è oggetto nel corso del tempo di una codificazione. Si elabora un rituale al quale non è ammesso derogare, che governa gli scambi e le relazioni (con la divinità, o tra gli uomini). Si pensi ad esempio al motivo del duello che crea la fama, sinistra appunto, dell’Innominato: il non voler cedere la destra. Questa ritualizzazione è necessaria per diminuire gli attriti, le incomprensioni, le incertezze. Il comportamento adeguato viene riassunto in formule, e sacralizzato: diventa perciò appannaggio della casta sacerdotale, e successivamente di quella dominante (l’aristocrazia). La cosa si ripete in genere in conseguenza di ogni scossone, di ogni momento di grande trasformazione sociale. Nel rinascimento, ad esempio, quando la vecchia nobiltà di spada cede il passo a quella di roba, e gli assetti sociali vengono sconvolti dall’ingresso di nuovi attori, si moltiplicano i manuali di “comportamento adeguato” (il Galateo, Il Cortegiano, ecc …).

Hertz (e finalmente torniamo a lui) sottolinea però ancora un altro aspetto, quello in fondo più pertinente alla domanda dalla quale siamo partiti. Ritiene che la polarizzazione culturale abbia a sua volta un effetto reversivo, e nel contempo amplificatorio, proprio sulla tendenza fisiologica originaria. In altre parole, il fatto che la maggior parte della popolazione utilizzi la mano destra è almeno in parte imputabile all’essere orientata la nostra società in quella particolare direzione. Il che spiega l’accanimento col quale in passato si perseguitava o si cercava di correggere la “devianza” dei mancini. Ma anche nel presente, malgrado non pesi più su di essi un vero e proprio stigma sociale, è necessario che i mancini imparino, per “destreggiarsi” appunto nei comportamenti quotidiani, a utilizzare la mano destra, mentre i destrorsi non hanno la necessità opposta: per fare qualche esempio, si scrive da destra a sinistra, ciò che complica parecchio la vita ai mancini (tanto più quando devono scrivere sui tavolini reclinabili attaccati al bracciolo destro delle sedie), il cambio della macchina va gestito con la mano destra (tranne in Inghilterra, ma non per una maggiore apertura, piuttosto per spirito di contraddizione[8]), ecc … Sto banalizzando un ragionamento complesso, ma la sostanza è quella.

L’interpretazione di Herzt è senz’altro suggestiva, a patto di non estremizzarla. In effetti la lateralità specifica nell’uso degli arti è condivisa da altri primati, ma in essi non è altrettanto caratterizzante come nell’uomo. In genere usano quasi indifferentemente la destra e la sinistra. E questo parrebbe suffragare l’interpretazione di Hertz. Ma la spiegazione non può essere solo di carattere socio-antropologico. A oltre un secolo dalla formulazione di quella ipotesi, lo sviluppo delle neuroscienze, la conoscenza dei meccanismi cerebrali, le nuove scoperte della paleontologia, ecc … hanno modificato di parecchio l’approccio interpretativo.

Voglio dire che la prevalenza negli umani dell’uso della mano destra, per quanto poi enfatizzata da un accumulo di fattori sociologici e culturali, ha un’origine più complessa. Occorre dunque risalire oltre, fino ad un meccanismo ancora più remoto, quello biologico. Temo che la cosa mi stia prendendo la mano (destra, naturalmente: anche sulla tastiera). In effetti non mi sto più chiedendo se sono di destra o di sinistra, ma quanto l’idea stessa di questa appartenenza sia indotta da fattori culturali e quanto da una eredità biologica. In sostanza, se si sceglie o meno di essere “sinistrorsi” o “destrorsi”. Mi sto addentrando in un territorio pericoloso, pieno di sabbie mobili. (…)

Il lato sinistro 05

Note

[1] Interpolazione da Sandro Penna. L’originale recita così: “Il problema sessuale/ prende tutta la mia vita/ sarà un bene o sarà un male/ mi domando ad ogni uscita”.

[2] Max Jacob nel suo “Specchio di astrologia” associa questo segno all’occulto e al mistero. Mi ci riconosco poco, a meno di voler intendere che si può risultare “misteriosi” anche senza esserlo affatto, solo per motivi caratteriali. Concordo invece sull’idea che sia un segno amante del rischio (Jacob dice: più di tutti gli altri). In effetti spesso il rischio sono andato a cercarlo, ma non per dimostrare di essere il più coraggioso: l’ho fatto in genere quando ero solo, semplicemente perché le situazioni spericolate mi divertivano. Anche sul fatto che sia piuttosto difficile prendere in giro uno Scorpione sono d’accordo, non perché non abbia il senso dell’umorismo, ma perché ne ha sin troppo, e lo esprime attraverso l’ironia e più spesso ancora col sarcasmo. Quest’ultimo può essere anche interpretato come una manifestazione di cattiveria, ma in realtà è una reazione di risposta a sollecitazioni troppo idiote. A volte, ammetto, un po’ sproporzionata.

Jacob sostiene che gli Scorpioni hanno una concezione molto personale dell’equità, nel senso che dettano loro le regole e sono capaci di una discrezione assoluta ma, al contempo, sono capaci di infrangere le regole con una nonchalance impressionante. Qui la cosa va chiarita. Senz’altro amo dettare io le regole, e pretendo siano rispettate, ma sono comunque il primo a rispettarle: e quelle dettate dagli altri le violo solo se mi paiono palesemente inique o stupide, e lo faccio alla luce del sole, assumendomene la responsabilità. Mi piace anche il resto della descrizione, seppure mi corrisponda solo in parte: “Grazie al tagliente senso dell’umorismo, e al velo di mistero che le accompagna, le persone dello Scorpione hanno un fascino superiore a quello della maggior parte degli altri segni. È da tenere però in conto che lo Scorpione può essere difficile da gestire come partner (giustissimo). È da ricordare che l’animale Scorpione è l’unico capace di darsi la morte, con il proprio pungiglione, se si rende conto di non avere scampo”. O magari ne ha solo le scatole piene.

[3] In realtà evito di ripercorrere il cammino delle destre e delle sinistre storiche (per questo rimando a L’ultimo in fondo, a sinistra, in “Critica della ragion pigra“, Viandanti delle Nebbie 2004). Mi limito a ricordare che queste denominazioni sono invalse solo quando i rapporti gerarchici hanno cessato di viaggiare dall’alto al basso, all’interno di un ordine che si voleva i-mutabile e dettato da una sfera superiore, celeste, e ne era lo specchio terreno: cioè dopo la rivoluzione scientifica e quelle industriale e politica che ne sono conseguite.

[4] Mi riconosco nella posizione analoga espressa da Steven Pinker, quando constata di non essere né di destra né di sinistra, ma più vicino al liberalismo che all’autoritarismo. E, almeno in parte, in quella di Cristopher Lasch, che si definisce un “conservatore di sinistra”.

[5] Così potrebbe sembrare se considerassimo casuale il posizionarsi dei rappresentanti del terzo stato a sinistra negli Stati Generali del 1789 (ma già era accaduto nel Parlamento inglese nel 1648). In realtà si posizionarono a sinistra perché i conservatori avevano già saldamente occupati gli scranni di destra, con una precisa motivazione simbolica.

[6] Per i drammatici sviluppi di questa concezione nel mondo greco rimando a “La vera storia del-la guerra di Troia“, Viandanti delle Nebbie, 2014.

[7] La rappresentazione oggi più diffusa, nei testi cartacei e sul web, delle diverse funzioni degli emisferi, elenca come fondamentali caratteristiche del sinistro “analitico/mascolino/ egocentrico” e del destro “intuitivo/femminile/altruista comunitario”. Si tratta evidentemente di una banalizzazione, che ha però un suo fondamento.

[8] Simon Shama fa risalire la scelta inglese di viaggiare a sinistra alla volontà di contrapporsi alla normativa rivoluzionaria francese. In verità, da una serie di schizzi di Jan Bruegel (il vecchio) si evince ad esempio che il traffico dei carri sulle strade fiamminghe si svolgeva già nel 1500 secondo quello che sarà poi il modello anglosassone.

Carl Bodmer. Uno svizzero al paese dei Blakfoot

di Paolo Repetto, 7 novembre 2020 – dall’Album “Carl Bodmer. Uno svizzero al paese dei Blakfoot

Non sempre il tempo è “giusto di gloria dispensiere”. Se andate a cercare notizie di Johan Carl Bodmer sul web, per trovare una sua stringatissima biografia in italiano dovete saltare alla quarta pagina. Eppure Bodmer realizzò il primo vero e proprio reportage iconografico sulle popolazioni native americane (per usare il politicamente corretto. Altrimenti leggi: pellerossa), anche se nelle storie della pittura del West viene quasi sempre citato come un epigono del ben più famoso George Catlin o addirittura come un imitatore di Charles Bird King, che gli indiani li ritraeva nel suo studio a Washington.

In realtà Bodmer visitò il West esattamente negli stessi anni in cui vi soggiornò Catlin, e lo percorse per ventotto mesi, senza averne avuto precedentemente la minima esperienza. Era nato a Zurigo nel 1809, nello stesso anno e nello stesso mese di Darwin, ed esattamente come Darwin a ventitré anni incontrò uno di quei colpi di fortuna che ti cambiano totalmente la vita. Nipote di artisti e talento precoce, venne infatti invitato dal principe Massimiliano di Wied-Neuwied, scienziato ed etnologo, a partecipare ad una spedizione scientifica nel Nord America come illustratore. Scopo della spedizione era esplorare i bacini dei maggiori fiumi, partendo dal Golfo del Messico e risalendo il Mississippi, il Missouri e l’Ohio. Karl ripagò ampiamente la fiducia che gli era stata accordata: nel corso del viaggio produsse più di 400 disegni ed acquerelli, nei quali erano raffigurati con precisione scientifica i membri di diverse tribù indiane, nei loro abbigliamenti e nelle loro acconciature distintive, e poi i villaggi, le sepolture, i costumi, le danze, oltre agli animali e ai paesaggi offerti dal West. L’insieme costituisce un corpo documentale etnografico eccezionale, la principale testimonianza della cultura e dell’ambiente di vita degli indiani a quell’epoca. È anche Arte con la maiuscola? Molto probabilmente Bodmer questo problema non se lo poneva (ce lo poniamo noi, condizionati come siamo da un’estetica che è ormai solo un’appendice del Mercante in fiera). Il suo compito era di supportare iconograficamente quello che il suo amico e committente relazionava per iscritto: avesse posseduto una macchina fotografica lo avrebbe fatto con quella (e infatti più tardi, divenne un ottimo fotografo). Di fatto, le opere realizzate nella maturità, dopo che si trasferì in Francia ed entrò in contatto con la scuola di Barbizon, non le ricorda nessuno, mentre i suoi acquerelli americani hanno fatto conoscere all’Europa una immagine completamente nuova dei pellerossa e hanno contribuito in maniera determinate a ribaltare l’attitudine nei loro confronti.

Gli amerindi di Bodmer si presentavano infatti con caratteristiche inedite. Sono ad esempio sempre elegantemente e riccamente vestiti, mentre l’iconografia tradizionale, dalle incisioni di Theodor de Bry in poi, li presentava in genere seminudi, a sottolinearne la selvatichezza e la barbarie. Sono ritratti in atteggiamento pacifico, in posa, né più né meno che i gentiluomini europei loro contemporanei, e inseriti nel contesto della loro quotidianità, della vita e dei costumi dei loro villaggi, anziché in istantanee di agguati e di scontri feroci. Vengono evidenziate la fierezza e la bellezza dei loro tratti, e sono sottolineate le differenze somatiche esistenti tra l’una e l’altra tribù, mentre in precedenza erano accomunati in una tipologia fisiognomica indifferenziata.

Diverso è anche lo sguardo che Bodmer ha per il paesaggio. A differenza dei pittori americani della scuola dell’Hudson, portati ad esaltare e qualche volta ad esasperare colori e dimensioni, a “drammatizzare” il paesaggio con rilievi scoscesi e cascate e fiumi impetuosi, Bodmer sembra colpito piuttosto dalla vastità, in certo qual modo anche monotona, dei panorami che ha di fronte. Gli orizzonti dei suoi dipinti non sono mai chiusi da imponenti catene montuose, quelle che ad esempio in Bierstadt o in Thomas Moran evidenziano la frontiera: lo sguardo scivola su corsi d’acqua che percorrono piatti e tranquilli immense vallate.

Va sottolineata infine un’altra cosa. Pochissimi anni prima che vi penetrassero Catlin e Bodmer il West era stato visitato da due intellettuali, anche in questo caso un americano, Washington Irving, e un europeo, Alexis de Tocqueville, che ne avevano riportato una immagine molto diversa. I nativi che avevano incontrato, appartenenti a tribù da tempo a contatto con la “civilizzazione” occidentale, erano ridotti ormai a larve prive di ogni dignità e di ogni fierezza, sporchi, alcoolizzati, costretti ad uno stile di vita per il quale erano assolutamente inadatti.

A chi credere? Forse sono vere entrambe le immagini, forse Bodmer e Catlin si erano spinti più a occidente. Noi preferiamo credere ai loro occhi e ai loro pennelli, che hanno ritratto l’America un attimo prima che iniziasse l’era Trump.

Alexis, o le stagioni dell’amicizia

di Paolo Repetto, 2010

– Perché ti porti dietro un rudere come me?
– Abbiamo cominciato insieme e insieme finiremo.
– Anch’io la penso così, e così concepisco l’amicizia.
Edmond O’Brien e William Holden

Alla fine di novembre del millenovecentosettantaquattro Werner Herzog parte da Monaco di Baviera per recarsi a Parigi. Gli hanno fatto sapere che un’anziana amica che vive nella capitale francese, Lotte Eisner, è in punto di morte. Herzog decide di percorrere il tragitto a piedi, in pieno inverno, perché è convinto che questa “espiazione” possa in qualche modo salvare la vita a Lotte. Quando arriva a Parigi, dopo un viaggio di ventidue giorni in mezzo alla neve e al ghiaccio, trova l’amica già ristabilita.

Chi conosce un po’ il cinema di Herzog, e magari anche qualcosa della sua vita, le scazzottate quotidiane con Klaus Kinsky mentre giravano Aguirre o il sadismo col quale infliggeva disagi alla troupe di Grido di pietra, non si stupirà che un’idea così balzana possa essergli passata per il cervello. Ma sa anche che Herzog non avrebbe mai fatto nulla di simile per una sorella o per una donna amata. Si sarebbe magari precipitato, avrebbe preso il primo treno o il primo aereo, avrebbe percorso a rotta di collo l’autostrada, come feci io quando operarono d’urgenza mio nipote, ripetendomi che se fossi arrivato prima dell’intervento tutto sarebbe andato bene; ma non avrebbe affrontato una prova del genere.

Nell’amicizia il coinvolgimento è di tutt’altro tipo. Non è questione di legami di sangue o di impegni più o meno “ufficiali”: c’entra una speciale consonanza, che non solo sopporta, ma anzi esige ritmi diversi e tempi molto più lunghi.

Gustave de Beaumont e Louis de Kergolray si alternano al capezzale di Alexis de Tocqueville nell’ultimo mese della sua vita. Li ha chiamati lui stesso. È il maggio del 1859. A Beaumont ha scritto: “Mio caro amico, non so se mai qualche cosa mi sia costata tanto quanto quello che sto per dirvi: vi chiedo di venire […] So che vi domando una prova immensa di amicizia. Lo so, ma so anche a chi mi rivolgo”. La prova immensa in realtà la sta dando lui, perché ad un amico vorresti sempre offrirti nella forma migliore, e non cercarlo nel bisogno, anche se c’è tutta una retorica che predica il contrario. Alexis non si adegua a questa retorica: chiama l’amico perché proprio pensa di non poterne fare a meno, perché ha l’impressione che mentre lui sta per morire tutto vada a sfascio, la famiglia, i domestici, la moglie soprattutto (di quelle che se dici che stai male rispondono: anch’io, sapessi!, non certo per empatia, ma per un automatismo egoistico di difesa). A Cannes, dove è stato inviato dai dottori per tentare di combattere la malattia polmonare, ci sono anche i suoi due fratelli: ma è a Beaumont che si rivolge: “Che altro dirvi, amico mio, se non: VENITE. VENITE più presto che potete. Voi solo potete rimetterci in carreggiata”.

Kergolray ha lasciato a Parigi una moglie a sua volta ammalata e prostrata dalla perdita di un figlio di pochi mesi. È accorso, sobbarcandosi quasi tre giorni di viaggio, non appena Beaumont gli ha fatto sapere delle condizioni del comune amico. Né l’uno né l’altro potranno scongiurare la morte di Alexis, ma riescono quanto meno ad impedire che vengano rovinati gli ultimi istanti della sua vita, aiutandolo a resistere alle insistenze della moglie perché riceva i sacramenti e si riconcili con il cristianesimo.

Un terzo sodale, Jean Jacques Ampére, è partito da Roma prima ancora di ricevere l’ultima lettera a lui indirizzata da Alexis: purtroppo giungerà a Cannes il giorno successivo alla morte di quest’ultimo, e potrà essergli vicino solo nel funerale. Manca Eugène Stoffels, coetaneo e compagno di avventure dall’infanzia: ma è giustificato, perché ha già lasciato questo mondo da quattro anni.

In una lettera a Beaumont del 1829 Tocqueville aveva scritto: “Noi siamo ora legati intimamente, legati per la vita, penso”. E nel 1828, a Kergolray: “Sicuramente, amico mio, non vi è che l’amicizia che significhi qualcosa in questo mondo”. Coerentemente, al momento della morte raccoglie accanto a sé gli amici, a suggello di una vita della quale l’amicizia non è stata un corollario, ma il vero senso e l’unico fondamento.

Tocqueville è famoso per due saggi che sono pietre miliari della filosofia politica, La democrazia in America e L’Antico regime e la Rivoluzione. Ma non intendo parlare di questi, o del suo pensiero politico. Prendo spunto da altri due libri, che raccolgono l’uno le lettere di una vita agli amici più intimi, quelli che ho citato sopra, l’altro lo scambio epistolare con un corrispondente famoso – e per alcuni famigerato – Arthur de Gobineau (proprio lui, quello del Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane). Entrambe le raccolte offrono il destro per qualche considerazione sui diversi significati e valori che l’amicizia può assumere.

Prima, però, due parole sulla natura stessa dei documenti che utilizzo. A Kergolray Alexis scrive nel 1828: “Non ho mai sentito con tanta forza il valore dell’amicizia che ci lega come quando la posso leggere nelle tue lettere”. E al povero Stoffels: “Quanto alla lettera stessa, ti dirò francamente che la trovo superiore a tutte le tue conversazioni”. Al di là del particolare valore certificativo che sembra avere per Tocqueville la parola scritta, io credo in questa cosa delle lettere. Se oggi posso raccontare di un rapporto che considero eccezionale, e nel mio piccolo magari indagarne la natura, o proporne l’esemplarità, è perché esiste di quel rapporto un supporto documentario duraturo. Qualcosa è rimasto. Mi chiedo quali testimonianze avremo invece di grandi amicizie della nostra epoca, sempre ammettendo che siano ancora possibili. Non potremo fare alcun conto sulle telefonate (le intercettazioni ci parlano di tutto, tranne che di amicizie) né sui messaggini, e meno ancora sulle mail o sui tracciati di Facebook. Non rimarrà proprio nulla, sempre che ancora ci sia qualcosa degno di rimanere. Forse in realtà la nostra epoca non sopporta più i sodalizi veri, perché questi non si prestano al consumo veloce, hanno bisogno di tempi lunghi, come il viaggio di Herzog.

Un’altra cosa poi non va dimenticata. Tocqueville scrive le sue lettere nella consapevolezza che rimarranno. Anzi, le scrive già pensando ad una destinazione aperta, ad una possibile pubblicazione. Conserva gelosamente tutta la corrispondenza in ingresso, sapendo che altrettanto faranno i suoi corrispondenti, e spesso si fa anche una copia di quella in uscita. Non si sa mai. Questo non significa che la realtà delle vicende o dei sentimenti venga falsata. Viene piuttosto piegata ad una funzione più ampia di quella prettamente comunicativa, alla costruzione di una immagine, di sé prima di tutto, e in questo caso anche di un gruppo. Ma è in fondo il normale decalage indotto dalla scrittura: anch’io sto facendo la stessa cosa, mentre scrivo queste righe. Semmai, questa consapevolezza spiega e giustifica la particolare insistenza, il richiamo costante ai “doveri” dell’amicizia. L’epistolario deve diventare, nelle intenzioni di Tocqueville, al tempo stesso il codice scritto dell’amicizia e la testimonianza della sua possibilità.

Credo che non potrei mai inoltrare una richiesta d’aiuto (che in questo caso somiglia molto ad un ordine di servizio) come quella di Tocqueville. Non so se chiamare questo impedimento orgoglio o pudore, e immagino che qualcuno obietterà che allora non ho affatto capito cosa sia l’amicizia. Può essere. Magari ne ho una concezione troppo alta, o troppo bassa, o forse, semplicemente, l’ho più evocata che cercata.

Dagli amici in fondo non pretendo molto, sotto il profilo pratico; ma per altri versi sono esigentissimo. Ho con loro un rapporto egoistico, simile a quello con i libri: voglio imparare. Il mio piacere per la frequentazione non è mai fine a se stesso: non posso perdere tempo (sensazione che provo, con l’età, sempre più frequentemente), devo uscirne in qualche modo arricchito. Di positivo c’è che mi sento arricchito da quasi tutto, anche se non nego che ci sono persone che mi arrecano piacere al solo vederle, ed altre un po’ meno. Una serata di pettegolezzi con gli amici giusti, che esclude di per sé la cattiveria e la volgarità, o una camminata in perfetto silenzio, se il silenzio implica reciproco rispetto anziché distanza, le considero già una ricchezza.

Non scriverei una lettera come quella, ma penso di comprenderne le motivazioni. Come ho già detto, Tocqueville chiede costantemente agli amici un impegno reciproco “totale”, una lealtà a prova di tempo, di carriera, di altri rapporti e sentimenti. Ai nostri orecchi non più abituati a certe espressioni il linguaggio pare persino esagerato, molto oratorio, troppo plutarchiano. Ma non si tratta di formule retoriche: Tocqueville crede profondamente in quello che scrive. O meglio: vuole insistentemente crederci.

Scrive a Kergorlay: “Tu hai potuto notare in me, durante la nostra infanzia, un effetto singolare della falsa esperienza che troppo presto ritroviamo nei libri. Io diffidavo di ogni sentimento generoso: non mi ci abbandonavo se non con un senso di rimpianto, come a qualche cosa di esaltante, ma per sua natura non duraturo. E questo valeva per quella bella passione dell’amicizia, il cui ideale mi sembrava solo il frutto dell’immaginazione esaltata della prima giovinezza. Ma invece più procedo nella vita e più credo che l’amicizia, così come la concepivo, può in effetti esistere e conservare sempre il suo carattere, certamente non con tutti gli uomini, ma con alcuni si”.

Le lettere degli anni giovanili sono infarcite di queste teorizzazioni. Tocqueville avverte precocemente che i valori sui quali vuole fondata l’amicizia non sono gli stessi che governano il mondo degli adulti. E cerca di rifiutare, almeno in una dimensione, quel mondo nel quale dovrà comunque entrare. È come se dicesse: almeno tra noi, viviamo come se le cose potessero andare così, come se questi valori fossero davvero fondanti per la nostra esistenza.

È una posizione un po’ forzata, ma comprensibilissima. E diventa comprensibile in questa luce anche la richiesta che non ammette repliche, fatta in punto di morte. È come se Tocqueville volesse anche formalmente suggellare il fatto che si è davvero potuto vivere così, che qualcuno ce l’ha fatta. Gli amici riuniti al capezzale si impegnano tacitamente a mantenere vivo questo specialissimo sodalizio nel nome della sua memoria. Dobbiamo ammettere che ha realizzato un capolavoro. In quello stesso periodo Dumas ne pubblica un altro, “I tre moschettieri”.

Ecco dunque il vero significato di tanta insistenza sui reciproci doveri, sulla lealtà, sull’indissolubilità del vincolo. L’amicizia è vissuta come una possibilità di esistenza autentica, pura: quella che non è dato vivere nella politica, nella società, nell’economia, e nemmeno nella famiglia, per via dei compromessi ai quali è necessario piegarsi, dei calcoli, dei fini, dei rapporti diseguali che caratterizzano questi ambiti. Tutto questo è sotteso ad ogni discorso, ad ogni azione, quando si è assieme: e qualora subentri la distanza deve essere costantemente ribadito per iscritto. Il patto di sangue viene rinnovato ogni volta, riconsacrato indelebilmente con l’inchiostro.

Ma come nasce un’amicizia? Tocqueville scrive a Kergolray: “Essa non può nascere a tutte le età: ma una volta che è nata, non vedo perché l’età dovrebbe indebolirla o farle cambiare natura”. Trattandosi della lettera di un ventiduenne vien da pensare che a suo giudizio un rapporto sincero, profondo, indissolubile possa avere origine solo nella giovinezza, quando ancora si è disponibili ai sentimenti puri. Non è però una semplice questione di innocenza, di assenza di cinismo: l’amicizia sembra potersi fondare per Tocqueville solo su esperienze forti vissute in comune, sui riti di passaggio condivisi nell’infanzia e nell’adolescenza, come con Kergolray e con Stoffels, o nell’ingresso alla maturità, come con Beaumont.

In effetti, per molti versi funziona così. La giovinezza propizia le complicità, le scoperte, le trasgressioni comuni; induce ad affrontare prove nelle quali ci si fa coraggio l’uno con l’altro, ci si affida l’uno all’altro in piena incoscienza, totalmente, come sarà possibile più tardi solo di fronte a situazioni estreme (sto pensando ad esempio alle spedizioni esplorative, alle ascensioni in montagna, alla guerra o alla lotta partigiana, che cementano rapporti di eccezionale intensità: ma anche in questo caso, in genere, si tratta di giovani). Queste esperienze si incidono nell’anima, e quando si pesca nella memoria sono le prime a riemergere. Occorre però distinguere.

C’è una prima forma di amicizia, direi meglio ancora primordiale, che è istintiva, spontanea, nasce da un rapporto di pelle e resiste, sia pure sbiadita, alle usure del tempo, alle diverse strade intraprese, alle possibili lunghe separazioni: non ha in effetti la necessità di sostanziarsi di nulla, nel corso degli anni, perché sono sufficienti a nutrirla i comuni ricordi. Sento ancora oggi il bisogno di rivedere ogni tanto vecchi compagni di giochi coi quali l’empatia era immediata, i miei uomini di banda, quelli con i quali ho affrontato le prime sale da ballo e magari anche le prime baruffe, sui campi da gioco e fuori, con i coetanei dei paesi attorno. Le regole fondamentali erano già valide allora: la lealtà, la sincerità assoluta, il sostegno prestato ad ogni costo. Soltanto, erano implicite. Mancava ogni coscienza e ogni riflessione sulla profondità e sulle ragioni di questo attaccamento, sul bisogno di condividere ogni esperienza, sulla sottile inquietudine di quando, al rientro da una breve assenza, ritrovavi gli altri a parlare di vicende cui non avevi partecipato. Non c’era del resto alcun motivo per cercare spiegazioni, o per sottoscrivere impegni: si faceva, si condivideva, ci si cercava, ci si azzuffava, tutto riusciva immediato e naturale. E naturale era anche, malgrado fossimo convinti ogni volta dell’indissolubilità dei legami, che tutto potesse finire. Questo tipo di rapporto non è infatti esclusivo: mantiene anzi una struttura aperta, nella quale possono essere inseriti di volta in volta nuovi elementi. Non essendo per l’appunto “razionale” non crea vincoli morali: è soggetto all’estro, all’impulsività, alla forte affinità fisica. Per certi versi proprio l’intensità fisica lo destina, se non alla dissoluzione, ad un rapido ridimensionamento.

È in definitiva un’amicizia tutta giocata sul presente, come del resto ogni sentimento dell’infanzia e della fanciullezza. Non guarda oltre, non si prefigge mete e finalità, e quindi non postula una futura coerenza. I turbamenti dell’amore, i doveri del matrimonio, della carriera, della famiglia, ecc …, tutte quelle cose che incombono all’orizzonte e che verranno a scombinare un equilibrio statico perfetto (parlo da ragazzo fortunato: so che purtroppo non per tutti è stato così) paiono lontani anni luce. Si hanno davanti vite diverse, ma questo ancora non si sa.

Tocqueville ha senz’altro vissuto intensamente questa fase, l’ha condivisa con Steffels e Kergolray, suoi inseparabili amici sin dall’infanzia, ai quali si rivolge con il “tu”. Le prime lettere, che risalgono a quando tutti e tre sono sui vent’anni, ci raccontano di macchinosi e improbabili complotti per una vacanza lampo in Inghilterra, all’insaputa dei parenti e con carte false, con Alexis nei panni dell’ispiratore e dell’organizzatore e gli altri che lo assecondano, malamente secondo lui, senz’altro piuttosto perplessi. Quelle successive già accennano ai casini sentimentali nei quali il solito ipercinetico Alexis riesce a cacciarsi, e dai quali gli amici cercano in tutti i modi di tirarlo fuori. Sempre all’insegna dell’uno per tutti, tutti per uno (che poi, nella fattispecie, sarebbe sempre lui). Ne viene fuori un’indiscussa leadership del giovane Tocqueville, più apparente però che reale, perché il suo ardore propositivo è temperato dalla necessità costante dell’approvazione di Kergolray (che non lascerà una riga di suo, ma alla cui revisione saranno sottoposti preventivamente tutti gli scritti di Tocqueville) e dal tacito riconoscimento di un suo superiore buon senso. Equilibrio dei poteri, come nelle migliori democrazie: c’è anche la funzione (non il potere) esecutiva, nel senso terra terra di chi viene a rimorchio, delegata a Stoffels. Messa così, si capisce anche perché poi Tocqueville pretenderà, transitato nella fase adulta, di mantenere intatto lo spirito di quel gruppo, governandolo però con la ragione e con la volontà.

La fase in cui nasce l’amicizia con Beaumont è invece quella della consonanza spirituale. Allorché si maturano degli ideali e ci si prefiggono delle mete si cominciano a selezionare le persone attorno a noi in base a questa condivisione. Ci si incontra e ci si riconosce attorno a dei progetti di vita o di società proiettati nel futuro, magari col tramite di maestri o con la complicità di letture comuni. È un rapporto eminentemente spirituale, a differenza del primo, che era connotato soprattutto dalla fisicità.

Tocqueville cerca sulle prime di trasferire in questa amicizia lo stesso impeto, gli stessi obblighi fisicamente vincolanti che caratterizzavano quelle precedenti. Scrive a Beaumont nel 1829, nel primo anno del loro sodalizio: “Sento che due uomini della nostra età che sono riusciti ad aprirsi vicendevolmente, a scendere fin nel fondo della loro anima, a toccarne tutti i punti cruciali, e a far crescere una relazione di amicizia e di intimità, sento che questi due uomini non possono più cambiare molto. Devono assolutamente restare amici per tutta la vita. E devono per forza di cose vedersi sovente ed è assolutamente necessario che rimangano l’uno vicino all’altro mantenendo l’abitudine di una grande confidenza”.

Non possono più cambiare molto”. La verità è che Tocqueville non vorrebbe cambiare affatto, si appella ad una adolescenziale immagine di se stesso e del mondo, piena di idealità e di speranze, mentre sente che quel mondo gli scivola sotto i piedi e che egli stesso comincia a vacillare. Quando Beaumont accetta il trasferimento da Versailles, dove i due lavoravano nello stesso tribunale e condividevano l’alloggio, gli fa quasi una scenata, rimproverandogli di aver tradito il patto, di aver anteposto la carriera alla salvaguardia di un sentimento sincero, ecc …; salvo poi riconoscere che non c’era alternativa. Ad offrire una nuova base e a dare sostanza diversa al legame sarà il viaggio comune in America, una di quelle esperienze che all’epoca potevano davvero segnare tutta la vita, e che se positivamente condivise (perché a volte può accadere anche il contrario) diventano il cemento di un’amicizia indissolubile. Non si tratta di un viaggio iniziatico, della scoperta fatta assieme del mondo fuori casa, delle sue crudeltà e del suo fascino, alla maniera per intenderci di Stand by me. La condivisione è in questo caso sia fisica che spirituale, ma è naturalmente il secondo aspetto quello destinato a pesare maggiormente nel futuro.

L’esperienza è tale da resistere anche al “tradimento” di Tocqueville, al suo scriteriato matrimonio (dal quale gli amici con molta discrezione, e inutilmente, dissentono): anzi, proprio il matrimonio, che rende impossibile la continuità di frequentazione predicata ossessivamente da Alexis, finirà per equilibrare il rapporto, sottraendolo all’imperiosità del dovere e riconducendolo ad un piacere (e ad una possibilità di difesa appunto, o di fuga momentanea, contro l’irrompere della vita – non solo matrimoniale, ma anche politica).

L’amicizia con Beaumont nasce quindi istintiva (questa componente c’è sempre, a tutte le età) ma si traduce poi in un legame elettivo, per il quale a scegliere non è più il cuore, ma la testa. È il tipo di rapporto che può instaurarsi ad esempio con colleghi coi quali si è percorso un tratto di cammino, sufficiente a far scoprire affinità e consonanze (il senso della “missione” educativa, la priorità del dovere, il fascino della montagna, l’amore “critico” per la letteratura o per la storia, ecc…). Con coloro dei quali ti ritrovi a immaginare, e quindi prima ancora a chiederti, cosa penserebbero e come reagirebbero in particolari situazioni.

È un’amicizia tranquilla, che non necessita di grandi prove, che ti rassicura e ti fa pensare come in fondo, anche senza impegni scritti e giuramenti, sia possibile incontrare persone con le quali vivere “come se”. Anzi, vivere e basta. Non hai bisogno di vederli spesso, ti è sufficiente sapere che ci sono per sentirti meno solo, per non cercare alibi ai cedimenti, per darti una spiegazione di come mai il mondo continui a funzionare.

Nell’equilibrio della maturità Tocqueville troverà spazio anche per un terzo tipo di amicizia, quella prettamente culturale. È il tipo di legame che può instaurarsi per la consonanza non degli ideali, ma degli interessi, e che quindi può nascere solo tra persone abbastanza smagate da non preporre gli ideali a tutto, da esercitare una certa tolleranza anche nei confronti degli ideali altrui, da prenderli almeno in considerazione, magari per confutarli, senza tracciare linee immediate di esclusione. Può nascere in qualsiasi stagione della vita, ma di solito coinvolge persone di età diversa.

Di un rapporto del genere parla Leopardi in una lettera a Pietro Giordani. “Quante volte ho supplicato il cielo che mi facesse trovare un uomo di cuore, di ingegno e di dottrina straordinario, il quale trovato potessi pregare che si degnasse di concedermi l’amicizia sua”. Non sta parlando di cameratismo, ma di sintonia intellettuale. E la ritiene possibile solo in particolari condizioni: “Quantunque si sia sempre detto che l’uguaglianza è l’una delle più certe fautrici dell’amicizia, io trovo oggidì meno verisimile l’amicizia tra due giovani che tra un giovane e un uomo di sentimento già disingannato del mondo, e disperato della propria felicità. Questo non avendo più desideri forti è capace assai più di un giovane d’unirsi ad uno che ancora ne abbia, e concepire vivo ed efficace interesse per lui, formando così un’amicizia reale e solida quando l’altro abbia anima da corrispondergli”. Leopardi ha ventidue anni, sta cercando un amico esperto e disinteressato del cui giudizio potersi fidare e dalla cui esperienza farsi guidare, e ritiene di averlo trovato nel molto più maturo Giordani. E Giordani? Cosa cerca in Leopardi? Beh, diciamo intanto che persegue una lusinga biologica: l’apprezzamento e la devozione di un giovane sono un ottimo investimento per il futuro, garantiscono una continuità ai geni culturali che si vogliono trasmettere. È il tipo di rapporto che può instaurarsi ad esempio con un allievo, se si ha l’onestà e l’accortezza di non degradarlo ad un plagio. Perché ciò non avvenga è necessario che la stima sia davvero reciproca, e tale da lasciare all’altro una completa autonomia di scelta, anche quando se ne dissenta. La ribellione al maestro è un passo avanti, l’abiura ad una amicizia è un fallimento.

Tocqueville sperimenta questo particolare legame con un giovane brillante e sicuro di sé, Arthur de Gobineau. Lo ha conosciuto per via di un articolo sulla situazione politica, è conquistato dall’ampiezza dei suoi interessi e delle sue conoscenze, è anche divertito dalla sua spavalderia, che a tratti diventa sicumera. Gli scrive: “Io sono di quelli che si sentono ben felici di poter lodare qualcuno, tanto che hanno una specie di riconoscenza verso chi procura loro questo piacere … Voi siete proprio quello che ci vuole per interessare. Avete, conoscenze svariate, molta intelligenza, i modi della migliore società. […] Aggiungete a tutte queste ragioni un’altra che vi lusingherà meno, ed è che non si sa bene, vedendovi, quel che avverrà di tante belle doti, e se le malattie epidemiche del secolo, di cui siete affetto allo stesso grado dei vostri contemporanei, non le renderanno del tutto vane. Sicché voi interessate per quel che potete essere e per quel che si teme che non siate”.

In effetti, quest’ultimo timore si rivelerà almeno in parte fondato. Una certa delusione Tocqueville arriverà a provarla, e a manifestarla, mano a mano che si renderà conto di dove vanno a parare gli studi e le conclusioni antropologico-filosofiche di Gobineau (“Le vostre dottrine sono approvate, citate, commentate da chi? Dai proprietari di negri e a favore della schiavitù perenne che si fonda sulla radicale differenza di razza”. 14 gennaio 1857). Non gli risparmierà alcuna critica e rifiuterà con fermezza di proporne l’opera alla pubblica discussione: ma con tutto questo non cambierà di una virgola la sua opinione sull’onestà e sulla profondità intellettuale del giovane diplomatico, e soprattutto non sentirà affatto scalfita l’amicizia che li lega. I due riusciranno a non incontrarsi per anni, in un curioso gioco di appuntamenti mancati per un soffio che ad un certo punto sembrerebbe essere persino voluto, e Gobineau non sarà tra i chiamati al letto di Alexis morente. Ma in effetti il tipo di rapporto nel quale rientra può essere coltivato anche a distanza, senza nulla perdere della motivazione iniziale: la stima, una volta concessa, perdura sino alla fine.

Vorrei chiudere con due contemporanei di Tocqueville, uniti anch’essi da un viaggio in America. Alexander von Humboldt e Aimée Bompland hanno percorso per cinque anni, tra il 1779 e il 1804, le zone più remote dell’America del Sud. Hanno visto assieme cose fantastiche, vissuto avventure incredibili e pericolose, compiuto vere e proprie imprese. Al ritorno la vita li ha separati, il mondo sembra aver avuto la meglio sulla loro amicizia. Ma in realtà non hanno mai smesso di corrispondere e di pensarsi. Una lettera di Bompland ad Humboldt del 2 settembre 1855 (sono entrambi ultraottantenni, non si rivedono da quasi quarant’anni, da quando Bompland è tornato in Sudamerica) dice: “Mi piace intrattenermi nella lettura delle tue opere; spesso mi sembra quasi di sentirti parlare, e questo risveglia in me dei piacevolissimi ricordi”.

È un commovente esempio della pacata solidarietà dei vecchi di fronte all’assenza di prospettive, di una forma di amicizia che si sostanzia soprattutto dei ricordi comuni: come a dirsi che in fondo la vita non la si è buttata, si sono vissute tante cose, e il ricordarle assieme le rende anche più vere.

Se avessero chiesto ad Humboldt perché a novant’anni continuava a scrivere a ritmi che avrebbero stroncato un ventenne, perché ancora si sobbarcava tutta quella fatica, quando ormai la gloria la conosceva da almeno sessanta, e il suo genio era stato riconosciuto e celebrato di qua e di là dell’oceano, avrebbe risposto: scrivo per Bompland, scrivo per gli amici.

Lo capisco perfettamente: è, nelle debite proporzioni, ciò che continuo a fare anch’io.

I testi cui faccio riferimento sono:
A. de Tocqueville – L’amicizia e la democrazia – ED. LAVORO 1987
A. de Tocqueville, A de Gobineau – Sul Razzismo – DONZELLI 2008
A. von Humboldt, A. Bompland – Correspondance – L’ARMATTAN, Paris 2004
Giacomo Leopardi – La vita e le Lettere – GARZANTI 1983
Stand by me (Ricordi di un’estate) è forse il più bel racconto di Stephen King, portato sullo schermo nel 1986 da Rob Reiner.
La citazione in esergo è tratta naturalmente da “Il Mucchio Selvaggio”, di Sam Peckinpah, 1969. Non so perché sia giudicato un film intriso di cupo pessimismo. Io lo trovo invece un inno all’amicizia: chi ha dimenticato ogni altro valore, chi ha disertato da tempo qualsiasi idealità, può trovare un riscatto, fosse anche suicida, solo in grande gesto d’amicizia. Magari non scriverei la lettera di Tocqueville, ma mi batterei al fianco di William Holden.