Buoni propositi

di Paolo Repetto, 31 dicembre 2021

Sono le otto del mattino del 31 dicembre e ho deciso di accettate la sfida. La sfida è con me stesso, e consiste nel riuscire a buttar giù entro le prossime dodici ore un elenco di possibili temi di discussione con i quali festeggiare (insomma) la dipartita di questo ennesimo anno funesto. È una cosa da fare entro le venti per consentire a Fabrizio di postare il tutto sul sito, ed entro oggi perché immagino una serata in tono minore (o maggiore, a seconda dei punti di vista) per un sacco di gente, soprattutto per gli amici che non godranno della mia compagnia: un capodanno trascorso mestamente in casa, col rischio di intossicazione alcoolica o televisiva. Ho quindi in mente come destinatarie di questo messaggio riunioni amicali o familiari ristrette, di quelle in cui lo spazio per la comunicazione di eventi quotidiani positivi o negativi (accoppiamenti/separazioni, promozioni/problemi sul lavoro, ecc. ) o di gossip ordinario è molto ridotto, perché si sa già tutto di tutti, mentre è per una volta un po’ più ampio quello temporale per affrontare argomenti di stampo diverso. Ma potrebbe anche essere il caso di un capodanno solitario, o di coppia, e in questo caso l’interlocutore potrebbe diventare magari il computer (sono un po’ scettico sul livello del dibattito domestico, a prescindere dall’oggetto dibattuto).

I temi che propongo alla discussione non sono in effetti quelli scelti di solito per riempire l’attesa di un’ora tanto simbolica. Ma anche gli argomenti apparentemente meno distensivi possono essere trattati con un filo di leggerezza, come si conviene alla specifica occasione: ad esempio, riflettendo sul fatto che nelle varie parti del globo quell’ora è diversa, che in Australia quando noi facciamo fare il botto allo spumante si accingono al primo pranzo dell’anno nuovo, mentre a New York escono dal lavoro dell’ultimo giorno di quello vecchio. E che per altri ancora, più della metà dell’umanità, il capodanno arriva in un altro giorno (quello ortodosso, ad esempio, il 14 gennaio) o addirittura in un altro mese (quello cinese il 1 febbraio). Il che sarebbe già più che sufficiente a togliere ogni sacralità e legittimità al nostro festeggiamento, e a farci laicamente decidere di andare a letto (col che il problema di riempire l’attesa non si porrebbe).

Buoni propositi 02Mettiamo però che per qualche loro ragione, fosse anche solo per abitudine, il gruppetto, la coppia o il singolo decidano di tirare dritto e approdare alla mezzanotte. Non possono rimanere con forchetta e coltello in mano dalla cena all’ora x, almeno qui in Piemonte, dove il pasto serale inizia alle 20. Bisogna mettere sul tavolo, oltre ai ravioli, alle lenticchie, ai panettoni e alle bevande, anche qualcos’altro. E non è necessario farlo in maniera ufficiale, dichiarando il tema della serata e inducendo subito tutti a lasciar cadere le braccia e le posate. Si può buttare l’amo con leggerezza, innescandovi un banale riferimento o una battuta: che so, la nascita di un nipote o il rifiuto sempre più diffuso di responsabilità familiari da parte dei figli potrebbe aprire la strada a un dibattito sulla sovrappopolazione; una considerazione sul tipo di fauna che monopolizza i programmi televisivi potrebbe far scivolare verso la questione gender, ecc. L’importante è che poi la discussione e le argomentazioni rimangano su un piano di assoluta levità: ovvero, non scadano nel litigio o nella volgarità, e l’occasione non venga sfruttata per tenere conferenze o impartire lezioni.

Confesso però che quello dell’attesa “impegnata” è solo un escamotage. Non sono così sadico da voler rovinare a qualcuno la serata. Il vero scopo di questo elenco non è quello di nobilitare “culturalmente” la vigilia. L’ho pensato come un’agenda da trasmettere al prossimo anno: una serie di punti che vorrei vedere trattati nell’immediato futuro sul sito, con tutta la serietà possibile, che significa con ragionevolezza e con un po’ di cognizione di causa. La sfida in questo caso non è al tempo, ma agli amici e a tutti i frequentatori del nostro sito. Esistono senza dubbio innumerevoli altri argomenti di altrettanta rilevanza, ma quelli che troverete elencati già bastano ed avanzano per giustificare l’attività di riflessione di un intero anno, e anche di quelli successivi, se verranno. Ed è evidente che nessuno ha la presunzione di dare risposte o scovare formule che salvino il mondo o ne correggano anche in infinitesima parte le storture: semplicemente, si tratta di viverci, in questo mondo, per quel poco di tempo che ci è dato, in maniera per quanto possibile consapevole e dignitosa. Di provarci, almeno.

Col che, bando alle chiacchiere e passiamo a considerare questi possibili argomenti. Non li elenco secondo un qualche criterio di rilevanza, ma semplicemente in ordine di apparizione (alla mia mente)

Buoni propositi 031. L’intelligenza artificiale, ad esempio. Viene per prima perché è lo stimolo che ha fatto scattare tutta questa operazione. Ne ragionavo ieri con Nico, e mi è rimasto in testa. Non è, come dicevo sopra, uno degli argomenti di cui si parla normalmente a tavola, soprattutto in questo periodo, nel quale la pandemia ha fatto uscire semmai allo scoperto un grave deficit di intelligenza naturale. Ma il motivo vero per cui non se ne parla è che le competenze in proposito sono decisamente poco diffuse. Preferiamo lasciare che se ne occupino i matematici, gli informatici e i cognitivisti.

Eppure, con l’intelligenza artificiale già conviviamo da un pezzo. È applicata in campo medico, nel controllo della finanza, nella traduzione e nell’elaborazione di testi. Abbiamo a che farci quotidianamente guidando le automobili di ultima generazione, segnatamente quelle elettriche, e stanno arrivando quelle a guida totalmente autonoma. Oppure, nella comunicazione, interloquiamo costantemente con assistenti telefonici automatici, mentre oltreoceano troviamo addirittura quotidiani già diretti da un software. Il fatto è che, a differenza di quanto accade per i mutamenti climatici, questa presenza non la notiamo granché, ad essa ci stiamo rapidamente assuefacendo. Ma non è nemmeno questo il nocciolo del problema. La domanda è: sarà in grado l’intelligenza artificiale di superare quella umana? E se si, quali possono essere le conseguenze? Io naturalmente qualche idea ce l’ho, e la butto lì come innesco alla riflessione. L’intelligenza artificiale è in grado di viaggiare, nell’elaborazione dei dati e nella formulazione delle risposte, a una velocità infinitamente superiore a quella del cervello umano. Il suo vantaggio è questo. Il suo handicap, paradossalmente, è invece costituito dal fatto che non può sbagliare, almeno in relazione alle cose per le quali è programmata. E noi sappiamo che le conquiste umane, l’evoluzione stessa, si basano sulla possibilità di errore: ogni mutazione biologica è frutto di un errore di duplicazione cromosomica, ogni grande scoperta è frutto di uno scarto da quella che appariva la giusta strada. Quindi: l’intelligenza artificiale, per complessa che sia, non dovrebbe arrivare a superare quella umana. Ma senz’altro può mettere fuori gioco quest’ultima, proprio in ragione della velocità. Abbiamo sempre più bisogno di questa velocità, ma a questo punto l’intelligenza artificiale è diventata autoreferenziale ed è essa stessa a indurre questo bisogno, lasciandoci sempre più indietro. Già si stanno creando le condizioni per le quali non riusciremo più a tenerla a bada. Inoltre, proprio perché organizzata in modo da non contemplare l’errore, l’intelligenza artificiale sviluppa e impone una logica tutta sua, lineare, con la quale interpreta un mondo che lineare non è affatto, che è invece dominato da forze che sfuggono a qualsiasi riduzione ad algoritmo, e abitato da uomini che agiscono in maniera tutt’altro che logica e prevedibile. L’unica cosa che possiamo ragionevolmente prevedere è che, comunque la si metta, non ne verrà fuori nulla di buono.

Buoni propositi 042. Altro argomento poco affrontato all’ora di cena, ma anche in tutte le altre, è quello del sovrappopolamento del pianeta, In questo caso a indurci a glissare sono diversi fattori. Intanto la convinzione che si tratti di un fenomeno ineluttabile, rispetto al quale non c’è politica o scelta che tenga, e che sarà semmai la natura stessa presto o tardi a farsene carico. Poi il disagio, un fastidio da un lato e quasi un senso di colpa dall’altro, che proviamo nel renderci conto come in realtà dalle nostre parti sia in atto già da un pezzo un decremento demografico, mentre altrove, nelle aree che un tempo erano definite sottosviluppate e che in gran parte sono effettivamente tali ancora oggi, la direzione si inverte. Di oggettivo ci sono solo alcuni dati: ci stiamo approssimando agli otto miliardi, e a questo ritmo il prossimo capodanno li avremo superati, perché la popolazione mondiale è cresciuta nell’ultimo anno di oltre ottantun milioni: negli ultimi trentacinque anni è rimasta pressoché stabile in Europa, è più che raddoppiata in Africa, è aumentata di oltre il cinquanta per cento in Asia e in America Latina, e del quaranta per cento nell’America del nord. In Italia il saldo demografico è negativo da dieci anni, il che significa che la popolazione è calata sotto i sessanta milioni, dopo averli abbondantemente superati: quello naturale, il rapporto cioè tra nati e morti, è stato lo scorso anno quasi di uno a due, le nascite sono state la metà dei decessi. Sulle cause di questi differenti fenomeni non mi dilungo, dovrebbero essere appunto il sale della discussione.

Lo stesso vale per le proiezioni: quelle più catastrofiche parlano di una popolazione mondiale che toccherà i dodici miliardi alla fine di questo secolo, altre più ottimistiche si fermano a quasi nove miliardi, prevedendo un picco verso la metà e un calo considerevole nell’ultimo quarto. Ma anche questa seconda prospettiva non modifica significativamente la portata del problema, perché il peso della popolazione è già oggi insopportabile per il globo, e considerando anche lo stato attuale di sfruttamento delle risorse, a partire dall’acqua, la stima di quello ottimale per ripristinare un equilibrio non va oltre i tre miliardi. E non basta appellarsi ad una distribuzione più equa delle risorse: comunque divisa, la torta rimane quella.

Bene, tutte queste cifre spiegano il perché del nostro senso di impotenza e il modo in cui la crescita si differenzia spiega invece il perché del nostro disagio. In sostanza: il decremento demografico in teoria ci va bene, solo vorremmo che si verificasse anche nelle altre parti del mondo. Ma il decremento comporta anche un invecchiamento medio della popolazione, quindi sempre meno lavorativi attivi in grado di garantire il benessere di quelli inattivi. Il che rimanda immediatamente al tema dell’immigrazione. In Italia, ad esempio, abbiamo bisogno di importare forza-lavoro, ma in questo modo importiamo anche culture non sempre compatibili con la nostra (con buona pace dei multiculturalisti): per garantire la sopravvivenza di quest’ultima (sempre che lo si ritenga necessario, e anche su questo le opinioni sono molto diverse) dovremmo invece favorire una politica di incentivazione delle nascite, sul tipo di quelle adottate nei paesi del nord Europa. Contravvenendo però in tal modo a quello che la natura suggerisce. Insomma, un gran pasticcio, del quale siamo decisamente poco consapevoli e meno ancora informati.

Buoni propositi 053. Si parla molto, invece, anche troppo, di identità di genere, e l’impressione è che lo si faccia sempre in termini sbagliati, o quantomeno ambigui. In realtà se ne sente parlare quasi esclusivamente da chi questa identità la vive come un problema, ciò che di per sé sarebbe più che giusto, o da chi l’ha ridotta allo stato “liquido” oggi tanto di moda, e questo invece ci irrita. A disturbarci sono prima di tutto i modi e i luoghi della discussione, l’esasperazione isterica e i salotti televisivi, la sua resa totale alla spettacolarizzazione. Nemmeno questo è dunque un argomento conviviale, sia pure per tavolate ristrette, perché affrontarlo ci mette in difficoltà: da un lato c’è sempre il rischio di urtare la sensibilità di qualcuno direttamente o indirettamente interessato, dall’altro abbiamo timore di essere fraintesi, oppure proviamo la sensazione di tradire la nostra vocazione “di sinistra”, progressista, che dovrebbe vederci disponibili alle più ampie aperture. Finisce così che quando capita di sbatterci contro liquidiamo la faccenda o assumendo posizioni ideologizzanti o trincerandoci sarcasticamente dietro banali battute.

Questo accade perché ancora una volta un problema reale, quello di educare alla parità e al rispetto delle differenze e a considerare le diversità un valore, è stato estremizzato sino all’affermazione dell’inesistenza di differenze tra i sessi biologici, dalla quale discenderebbe la possibilità di variare a piacimento la propria identità sessuale. Leggevo ieri che in Danimarca dall’anno entrante l“appartenenza” sarà anche ufficialmente quella “percepita” dal soggetto, sarà cioè sufficiente dichiararla per cambiare il proprio stato anagrafico. Le ricadute di carattere sociale, giuridico e psicologico sono difficili da immaginare, e infatti sino ad oggi l’esercizio è stato proprio quello di provare a immaginarle, troppo spesso però, anzi, quasi sempre, fermandosi al livello della barzelletta o del paradosso. Anche se personalmente non ritengo che al problema si debba dare una priorità assoluta (contrariamente a quanto abbiamo visto accadere con la legge Zan, che ha provocato addirittura tumulti in parlamento, mentre all’atto della discussione e dell’approvazione di una legge sull’eutanasia Montecitorio era deserto), forse varrebbe la pena di cominciare a trattarlo con un po’ di serietà, lasciando da parte ogni “politicamente corretta” ipocrisia.

Buoni propositi 064. In questo gioco delle ipocrisie la “sinistra”, o quel che ne resta, o quel che ancora si autoetichetta tale, senza dubbio primeggia. Non avendo uno straccio di idea, di progetto, di visione del presente e tanto meno del futuro, vive di continui apparentamenti, insegue movimenti e campagne d’opinione specifiche, cerca di stare al passo con un mondo in trasformazione ma non ha chiara nemmeno la direzione in cui muoversi. La miopia relativa al presente e al futuro nasce dalla rimozione del passato. Voglio dire che la sinistra, quella eterodossa non meno di quella tradizionale, non ha mai fatto una pulizia reale nella propria storia: nel secondo caso l’ha semplicemente messa in soffitta pensando di potersi riconvertire (in cosa?) senza pagare alcun dazio, nel primo continua a trastullarsi con scampoli di nostalgie o con cause abbracciate senza alcuno spirito critico, per avere una qualche bandiera, uno slogan, una kefiah da esporre, e un nemico su cui scaricare i mali del mondo. Mi piacerebbe poter sognare una “rifondazione” della sinistra a partire da alcune basilari prese d’atto, ad esempio quella relativa all’inesistenza di una “natura umana” positiva (alla Rousseau, per intenderci) e alla “naturalezza” invece delle soluzioni culturali escogitate dall’uomo per garantirsi la sopravvivenza, con tutto quel che nel bene e nel male ne è conseguito: ma sembra proprio si continui a viaggiare nella direzione opposta. Anzi, a marciare sul posto. L’antisemitismo sinistrorso riemergente e la riscoperta di un’antropologia ideologizzata (i pacifici cacciatori-raccoglitori del paleolitico, le società libere dei nomadi) sono lì a confermarmelo.

Questo si, è un argomento da tavolata, anche di fine anno. Lo è stato, almeno, ai vecchi tempi prepandemici (gli anni ormai sembrano secoli), quando le tavolate si facevano e parlare di sinistra sembrava avere ancora un senso. Potrebbe essere l’occasione per riprendere in piccolo l’abitudine, e il senso reinventarlo. Mi riferisco naturalmente non alla serata, ma all’anno che verrà, anche se nulla vieta di anticipare un po’ i tempi. Ma in questo caso va fatta attenzione al menù: la discussione sulla sinistra si concilia bene solo col cotechino.

Buoni propositi 075. Il cotechino rappresenta un piccolo tassello di conservazione della memoria. Rimanda al maiale, alla sua importanza nell’economia e nella dieta contadina, ai significati positivi che in quella alimentazione rivestivano i cibi molto grassi e alle simbologie ad essi connesse. Questo della conservazione della memoria è un altro tema particolarmente consono alla serata. In fondo si celebra un rituale tradizionale di rinnovamento, che sia pure in tempi diversi è presente presso tutti i popoli della terra.

Due letture recenti mi hanno indotto, attraverso sollecitazioni molto differenti, a soffermarmi proprio su questo tema. Nel saggio La memoria del futuro Alexander Stille analizza i modi in cui, nel vorticoso avvicendarsi dei mutamenti tecnologici, il nostro rapporto con il passato si sta trasformando. Questo rapporto dipende da come il passato lo registriamo, lo fissiamo, ed è naturalmente molto diverso farlo attraverso la tradizione orale, con la scrittura o con le tecnologie informatiche. Ciò può sembrare lapalissiano, ma la cosa si fa interessante quando consideriamo ad esempio la differente idea di conservazione presente nelle culture architettoniche del legno rispetto a quelle della pietra. I giapponesi, per citare un caso, ricostruiscono ritualmente ogni vent’anni tale e quale un tempio scintoista realizzato nel VII secolo d.C., e affidano la patente di antichità piuttosto all’idea che alla sua espressione concreta. Allo stesso modo in Cina prevale la cultura della copia: dal momento che la maggior parte dei dipinti cinesi erano eseguiti su carta, l’opera degli artisti maggiori ci è stata tramandata nei secoli attraverso la realizzazione di copie. Al contrario, in Occidente hanno prevalso tecniche come l’affresco, la pittura a olio e, in campo architettonico, le costruzioni in pietra. Ha prevalso la cultura dell’“autenticità” materiale.

Buoni propositi 08Ora, questo ha qualcosa a che vedere con le lenticchie e tutto il resto? In un certo senso si, e mi riferisco soprattutto alle modalità conservative orientali, dal momento che quelle che chiamiamo tradizioni son in realtà delle copie, nel nostro caso nemmeno tanto fedeli, di costumi antichi. Ma quel che trovo interessante non sono tanto i modi quanto i moventi alla conservazione. Voglio dire: ha senso tenere in vita queste testimonianze del passato, quando poi nella realtà, al di là di un interesse puramente affettivo o nostalgico (quando va bene), esse non ci parlano più?

Me lo chiedevo proprio ieri, dopo che gli effetti collaterali di una ricerca sul web mi avevano condotto ad un sito che ospitava storie a fumetti complete, tratte dal Vittorioso dei primi anni Cinquanta. Le ho scaricate tutte, di alcune avevo un vago ricordo, altre le ho scoperte per la prima volta, ed emanavano lo stesso fascino che mi aveva ammaliato quando le leggevo a sette o otto anni. Mi è parso di aver ritrovato un tesoro, ma appena l’entusiasmo ha cominciato a scemare ho realizzato che quel tesoro non era più spendibile, era tutto in valuta fuori corso, non avrei potuto trasmetterlo nemmeno a mio nipote.

A questo volevo arrivare. Il cotechino ci sta benissimo, e così i ravioli, o le lasagne, o qualsiasi altro piatto legato al rituale celebrativo. Ma manca l’ingrediente principale, non dico la fame, perché non l’ho mai conosciuta, ma almeno l’eccezionalità del menù, quella che creava e giustificava l’attesa. Vale lo stesso per la storia. Non c’è più fame di storia, perché la storia era un propulsore per l’avvenire, e oggi non c’è più avvenire. Quella che consumiamo è storia ripulita, precotta, offerta in confezioni plastificate, che si può congelare e scongelare a piacere. Spesso non nemmeno tale, è soltanto “memoria”, che oggi tira molto di più. Soprattutto ci viene servita in mezzo a innumerevoli altri piatti altrettanto appetitosi, e i gusti si perdono e si confondono. Qual è allora la vera ragione per la quale ci ostiniamo nell’opera di “conservazione”?

Mi sembra a questo punto che il menù sia già sin troppo ricco: può riuscire pesante. Ma volendo si potrebbero introdurre delle varianti: i temi cui attingere non mancano, soprattutto se si scende ai piatti poveri, e vanno dallo stato pietoso dell’informazione alla rinnovata fenomenologia della stupidità, dal breve risveglio ambientalista allo stordimento culturale ed emozionale da pandemia.

Manca solo il dessert, e quello lo offro io, assieme alla promessa (alla minaccia?) che su questi temi tornerò.

Buoni propositi 09Dunque. Due settimane fa sono andato a prendere mia figlia Chiara che sbarcava a Linate. Tra ritardi e controlli sanitari rafforzati ho atteso più di un’ora davanti al varco d’uscita, cosa che si verifica ogni volta e che tutto sommato non mi spiace più di tanto, perché mi consente una panoramica spesso assai divertente sul mondo dei traveller’s. Stavolta però a guastarmi il piacere c’erano sei cani, che giustamente per tutto il tempo dell’attesa hanno fatto cagnara, con sommo compiacimento dei loro padroni, che al contrario dei cani hanno subito fraternizzato. Non mi era mai capitato prima, credevo anzi che fosse loro interdetto l’accesso. Non solo, ma quando finalmente i passeggeri sono sbarcati, all’apparire dal varco il loro grido di gioia era rivolto non a genitori o fratelli o fidanzati, ma ai cani, e così anche il primo abbraccio. Ora, io mi chiedo, e vi chiedo: tutto questo, vorrà dire qualcosa?

Avete un anno per pensarci. Oppure, se pensare vi costa troppa fatica, prendetevi un cane.

Sul futuro delle nostre scuole

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 6, maggio1997

Ho tra le mani l’Emilio di Rousseau. Mentre lo scorro non posso fare a meno di interrogarmi su che razza di uomo fosse l’autore. Mi chiedo com’è possibile che il censore di ogni pedagogia coercitiva, l’illuminato precursore di ogni moderno sistema educativo, risulti contemporaneamente il peggiore dei padri. Può la stessa persona che predica l’educazione naturale, che celebra la costruzione dell’uomo nuovo e della nuova società, destinare poi i propri cinque figli agli orrori dei brefotrofi settecenteschi? Mi rispondo che può, eccome; e non solo in virtù di una natura particolarmente contorta, ambigua e opportunista. Può per una ragione più profonda, che vale per quasi tutti i grandi riformatori. Per il fatto che è possibile non limitarsi a coltivare il sogno di una società migliore, e pretendere invece di aver trovato la formula perfetta, e volerla attuare, solo se si parte da un profondo disprezzo per l’umanità in genere (e per quella più prossima in particolare), se si percepisce quest’ultima unicamente nei termini della sintonia o della dissonanza col proprio progetto. Se si mette cioè l’umanità al servizio di un’idea, non l’idea al servizio dell’umanità.

Chi ama gli uomini in fondo li accetta come sono, anche se non gli piace come si comportano, come si relazionano tra di loro, e se tutto questo gli comporta un profondo disagio, una sensazione di estraneità. Li accetta nel senso che prende atto dei loro (dei propri) limiti, e con questi coabita, ma sceglie di vivere nella tensione dell’utopia, operando “come se” una rigenerazione etica e sociale fosse davvero possibile, pur nella perfetta coscienza che non lo è, nè lo sarà mai. Chi ama gli uomini non è quindi così determinato a cambiarli, come lo è invece il riformatore: sperimenta su se stesso la sua riforma e ne paga con serenità il prezzo. È, letteralmente, un utopista.

Voler cambiare gli uomini significa invece, per chi pretende che la realtà corrisponda ai propri sogni, volerli disciplinare, assoggettare a parametri assoluti di comportamento e di valutazione. Significa, anzitutto, “scolarizzarli”. Ogni grande progetto di palingenesi sociale assegna un ruolo fondamentale alle istituzioni e ai modelli formativi. E Rousseau interpreta perfettamente, con la sua pedagogia pseudo-libertaria, l’esigenza di rinnovamento indotta dalla modernità. Afferma di voler fare del giovane Emilio non un cittadino, ma un uomo, stigmatizza i danni di una didattica coattiva e pedantesca e caldeggia un’educazione che favorisca lo sviluppo spontaneo e libero dello spirito; ma per giungere poi a questa conclusione: “… non deve voler fare altro che quel che vogliamo che faccia: non deve muovere un passo senza che noi l’abbiamo previsto: né aprir bocca senza che noi sappiamo quel che egli sarà per dire.” Perfetto. In questo brano è già mirabilmente sintetizzato tutto il senso, sono già racchiuse tutte le strategie e le finalità della pedagogia contemporanea. Si afferma una nuova forma di autoritarismo, larvato, subdolo, imposto non con la costrizione ma con il convincimento. È la scuola, l’educazione come primo stadio di un addomesticamento alle logiche e agli interessi del nuovo modo di produzione e del sistema globale che attorno ad esso si sviluppa.

La scuola moderna, l’istituzione scolastica così come noi oggi la conosciamo, nasce infatti nell’ambito di un più vasto disegno di accentramento, di razionalizzazione e di controllo, che ha preso l’avvio nell’età dell’assolutismo e che all’epoca di Rousseau è già perfettamente delineato. Tale disegno interessa tutte le funzioni sociali e le relative istituzioni, da quelle sanitarie (creazione di ospedali, manicomi, ospizi e brefotrofi) a quelle repressive (istituzione dei corpi di polizia e dei penitenziari), da quelle militari (eserciti di leva) a quelle amministrative (creazione di un apparato burocratico di funzionari dipendenti), da quelle culturali (fondazione di accademie) a quelle, per l’appunto, educative. La scuola moderna è quindi connessa alla rivoluzione borghese, alla ridefinizione in termini centralistici del concetto di stato e alla sua nuova configurazione istituzionale e funzionale, al processo di secolarizzazione dei saperi, al passaggio da una economia di sopravvivenza ad un regime economico articolato e in via di progressiva autonomizzazione.

L’istruzione estesa, obbligatoria, “normalizzata”, resa cioè uguale per tutti (attraverso i programmi comuni, “ministeriali”, imposti su tutto il territorio nazionale) è finalizzata ad omogeneizzare tanto gli idiomi (con la definizione di una normativa unificante delle strutture fonetiche, della ortodossia grafica – la grammatica – e dei sistemi relazionali tra le parole – la sintassi -) quanto i linguaggi (matematici, scientifici, ecc…, sulla scorta del processo di normalizzazione in atto nelle scienze stesse: discorso sul metodo, tassonomia, catalogazione, adozione di unità di misura universali, ecc…) e i contenuti (definizioni dei campi e delle discipline, esclusione e marginalizzazione del non-scientifico, del non positivo, del non razionale, storicizzazione del sapere – storia della filosofia, storia della letteratura, ecc…), e quindi per ricaduta i gusti, e a tradurre in versione snaturata e sterilizzata tradizioni, culture, saperi altri (il fatto stesso della trascrizione isola e devitalizza quanto attiene a culture di trasmissione orale, e comunque fortemente contestualizzate in climi, economie, condizioni materiali e spirituali specifiche, ecc…): in pratica prepara il terreno di coltura per un dominio molto più morbido, meno visibile, ma anche molto più capillare, totale.

Se i cittadini debbono imparare a leggere è anzitutto perché la legge scritta, unica, valida su tutto il territorio “nazionale” si sostituisce alla consuetudine particolaristica, immutabile, trasmessa oralmente. La nuova normativa giuridica si evolve, cambia, è in costante e progressiva trasformazione, e non può essere trasmessa oralmente e ritenuta mnemonicamente. Si impara a leggere per essere edotti e informati delle trasformazioni, si impara a scrivere per apporre la firma, legalizzare i propri impegni. Nei confronti di un potere sempre più anonimo e lontano, così come in rapporti economici sempre più estesi, non possono valere la stretta di mano, la parola, ecc…, garanzie valide solo nella cerchia ristretta della conoscenza personale. La scuola svolge per secoli (nel nostro paese, per uno) questa funzione di creazione del buon cittadino, rispettoso delle leggi, guidato e convinto dalle buone letture (in vari modi, il sistema arriva a gestire o a controllare tutta o quasi l’editoria). Ogni passo nuovo va in direzione di questa normalizzazione. Alle scuole umanistiche si affiancano quelle tecniche, non appena l’esplosione dell’industria e l’evoluzione degli armamenti creano la domanda di personale tecnicamente specializzato, indi quelle commerciali, e via di seguito. Le scuole nascono su richiesta diretta del mercato, da esigenze connesse al settore economico, a quello militare, a quello amministrativo, ecc…; quelle primarie sgrossano e rimodellano il materiale umano informe, selezionando i pezzi meglio riusciti per i ruoli direttivi o tecnici. Il meccanismo è perfetto e agisce in sintonia, oltre che con le esigenze produttivo-amministrative, anche con quelle del consumo, l’educazione al quale avviene sia attraverso la sollecitazione diretta (messaggi pubblicitari) sia attraverso quella indiretta (creazione di un “gusto”, di indirizzi, mode ecc…): e quindi si assiste ad un adeguamento costante dei programmi anche a questa esigenza (è significativo l’esempio dei problemi di matematica: il signor Rossi, che un tempo cintava l’orto, o comprava il pane e le acciughe, è passato poi a calcolare i consumi della lavatrice o dell’auto, e oggi deve tener conto dei fusi orari o dei costi della scuola privata per i figli).

Però, qualcosa ancora non funziona. È il fatto che una cultura, una volta messa in moto, per quanto controllata, indirizzata, sterilizzata, tende sempre e comunque a lievitare: fornisce cioè quel tanto di attitudine critica che può indurre a rivoltarsi contro i mezzi stessi della persuasione; oppure educa a parametri ai quali poi la realtà non corrisponde, creando così frustrazione. È pur vero che anche le forme di rifiuto insite nella cultura finiranno per essere fagocitate e riciclate dal sistema (vedi il caso dell’arte, il mercato delle avanguardie, ecc…), ma è anche vero che quest’ultimo è costretto ogni volta ad una rincorsa, ad un recupero, nelle more del quale per un certo periodo la situazione sfugge parzialmente al controllo. E, comunque, è allarmante per il sistema il fatto che a livello di fruitori possa esserci una non completa omologazione.

A tutto però c’è rimedio. Quello ottimale è fornito oggi dalla simbiosi tra il mezzo televisivo e l’informatica. Il primo rende obsoleta la cultura scritta ai fini della creazione di consenso e della veicolazione pubblicitaria. Non è più necessario essere alfabetizzati per ricevere i messaggi del potere o del sistema di consumo. Il coinvolgimento dell’utente è totale (più sensi impegnati), lo sforzo che gli viene richiesto è minimo (mente non impegnata). Già per la natura del suo agire il mezzo televisivo ha per il sistema minori controindicazioni. Ottunde, banalizza l’informazione, rende tutto uguale, oltre ad omologare, omogeneizza. Necessita inoltre di apparati costosi per la gestione e l’emissione, quindi è meno soggetto a cadere in mani “sbagliate”: e anche nel caso ciò avvenga non si crea in realtà alcun pericolo, perché la natura stessa dello strumento provvede ad disinnescare ogni potenziale eversivo dell’informazione, a neutralizzare quest’ultima incanalandola su percorsi obbligati (la spettacolarità, la superficialità, il consumo rapido). La televisione è onnivora, digerisce qualunque cosa e la metabolizza in glucosio per il sistema. Il medium è il messaggio, scriveva McLuhan: è un veicolo che trasporta solo merce (informazione) preselezionata. Tutto il resto rimane fuori. Il pericolo di un uso “distorto” della televisione è comunque azzerato dalla dovizie di anticorpi di cui il sistema (i grandi network) dispone, sia sul piano tecnico (capillarità di diffusione e potenza di emissione), sia su quello spettacolare (offerta più accattivante), con i quali può sconfiggere qualsiasi agente di disturbo infiltrato.

L’abitudine alla mediazione televisiva comporta alla lunga che solo ciò che passa sul teleschermo, che viene “inquadrato” dal monitor sia legittimato ad essere, a valere, e di conseguenza che la trasmissione della “cultura” sia progressivamente sottratta alla istituzioni educative per antonomasia, la scuola e la famiglia, per essere demandata alla pedagogia globale della televisione. L’unificazione dei contenuti viene garantita in primo luogo dalla semplificazione del controllo sugli strumenti. Le variabili che bene o male continuavano ad essere rappresentate dall’elemento umano della mediazione, insegnanti e genitori, sono ridotte o neutralizzate. I fattori incontrollabili, i virus delle scelte e delle suggestioni personali, l’emotività stessa implicata dal rapporto docente-discente, vengono bonificati. Menti educate ad una assimilazione acritica, imbevute della priorità dell’apparenza sulla sostanza, assuefatte alla velocità e alla superficialità dell’immagine, e non ai tempi e alla profondità della riflessione, possono essere pascolate in greggi sempre più numerose e incanalate lungo il medesimo tratturo.

In quest’ottica possiamo dunque leggere, ad esempio, i recente accordi tra la Pubblica Istruzione e la RAI, che contemplano la diffusione di trasmissioni e la produzione di videocassette mirate alle scuole. Il fatto che le prime vengano messe in onda in concomitanza con l’orario scolastico è meno incongruente di quanto possa sembrare. È probabile infatti che si intenda indurre un’abitudine al ricorso agli audiovisivi, caldamente raccomandato in tutti i nuovi indirizzi programmatici, cominciando magari con un’ora di teledidattica nell’ambito delle lezioni, e integrando poi con l’utilizzo delle lezioni preconfezionate in cassetta. Col tempo ciò consentirà di relegare l’insegnante ad un ruolo di tecnico, di “operatore” culturale nel senso stretto di colui che accompagna i discenti nella sala multimediale e sceglie per il momento le immagini da proporre. Per il momento, perché in un futuro meno prossimo (ma nemmeno troppo remoto) la manovra di imbonimento e di controllo potrà essere perfezionata coniugando il supporto televisivo con quello informatico. Al computer spetta infatti il tocco finale: trasformare lo spettatore passivo in discente disarmato ma reattivo, portarlo dall’accettazione al consenso, integrarlo nel nuovo modello tele-pedagogico offrendogli l’illusione di interagire col monitor, di scegliere, di esprimere se stesso giocando, disegnando, calcolando, scrivendo, navigando in Internet, di essere autore e protagonista. L’utilizzo del computer educa in realtà all’adozione di parametri logico-operativi standardizzati, ad una formulazione schematica ed essenziale, informativa e non comunicativa, e comunque resa impersonale, sterilizzata dal passaggio attraverso i filtri dello strumento. Il fatto stesso di non fare più riferimento ad uno specifico interlocutore, ma ad una galassia sterminata di potenziali ed anonimi utenti, ad una nebulosa nella quale infinite voci si confondono, modifica radicalmente oltre le modalità di codificazione anche quelle dell’elaborazione concettuale e, più a monte, irregimenta le motivazioni e lobotomizza ogni capacità di scelta.

Proviamo dunque ad ipotizzare il probabile futuro scenario del nostro sistema educativo. Un primo grande risparmio, di tempo e di energie, e un significativo incremento del controllo si otterrà con l’adozione di un orario scolastico uguale per tutti gli istituti, direttamente e capillarmente gestito dal ministero (al più possiamo immaginarlo differenziato per le tre aree, corrispondenti ai canali della televisione pubblica: primo per i licei, secondo per i tecnici, terzo per i professionali, o viceversa), che quindi potrà trasmettere in simultanea le stesse lezioni per tutte le scuole. Col passo successivo sarà eliminata la sala multimediale, e tutti potranno dialogare con il centro unico di controllo direttamente da casa, tramite computer, modem, videotelefono, fax o altre diavolerie. Niente spese per gli insegnanti, per la costruzione e la manutenzione degli edifici, per riscaldamento ecc… Nessuna interferenza, nessun disturbo nella comunicazione. Un omogeneizzato culturale inoculato via cavo, che alimenta per endovena  dei replicanti dal cervello disattivato.

Non stiamo parlando di fantascienza. I replicanti già ci sono, non si è dovuta attendere la clonazione: basta guardarsi in giro. Esiste già anche un progetto concreto, del quale si hanno ogni giorno anticipazioni. La più recente (“un computer su ogni banco”) è rimbalzata da una parte all’altra dell’oceano. La prossima, logicamente conseguente, riguarderà la messa in rete di tutta la dotazione informatica della scuola, con gestione a centralità regionale o nazionale. Questo in una prima fase, perché in seguito, quando il linguaggio informatico si sarà imposto come il tramite principale, o unico, di comunicazione, potrà veramente essere realizzato il villaggio scolastico globale. Già da ora, però, in attesa che sia resa tecnicamente possibile l’attivazione della grande rete unificata e si esauriscano le ultime resistenze passatiste, tutti i paesi occidentali stanno rapidamente adeguando i propri modelli scolastici ad uno standard unico, nel tentativo di recuperare almeno in parte il ritardo accumulato nei confronti di una realtà economica e culturale da tempo mondializzata.

Ed ecco allora lo scenario. Al controllo tele-visivo del tempo libero si somma (e si confonde) quello tele-informatico del tempo scolastico. La forza di penetrazione degli input del sistema ne risulta moltiplicata, sia perché questi operano in un terreno già dissodato dalla persuasione televisiva, sia perché presuppongono e sollecitano nei “discenti” un’interazione, un farsi soggetto, collaboratore del sistema stesso. L’utopia illuministica di un’educazione omogenea e diffusa, eguale per tutti gli uomini della terra, fondata sulla partecipazione attiva dell’allievo si concretizza: e se la forma è un po’ diversa, il risultato, la sostanza sono quelli auspicati da Rousseau. Che spediva i figli a morire nei lager della pubblica assistenza. Con perfetta coerenza.