Buoni propositi

di Paolo Repetto, 31 dicembre 2021

Sono le otto del mattino del 31 dicembre e ho deciso di accettate la sfida. La sfida è con me stesso, e consiste nel riuscire a buttar giù entro le prossime dodici ore un elenco di possibili temi di discussione con i quali festeggiare (insomma) la dipartita di questo ennesimo anno funesto. È una cosa da fare entro le venti per consentire a Fabrizio di postare il tutto sul sito, ed entro oggi perché immagino una serata in tono minore (o maggiore, a seconda dei punti di vista) per un sacco di gente, soprattutto per gli amici che non godranno della mia compagnia: un capodanno trascorso mestamente in casa, col rischio di intossicazione alcoolica o televisiva. Ho quindi in mente come destinatarie di questo messaggio riunioni amicali o familiari ristrette, di quelle in cui lo spazio per la comunicazione di eventi quotidiani positivi o negativi (accoppiamenti/separazioni, promozioni/problemi sul lavoro, ecc. ) o di gossip ordinario è molto ridotto, perché si sa già tutto di tutti, mentre è per una volta un po’ più ampio quello temporale per affrontare argomenti di stampo diverso. Ma potrebbe anche essere il caso di un capodanno solitario, o di coppia, e in questo caso l’interlocutore potrebbe diventare magari il computer (sono un po’ scettico sul livello del dibattito domestico, a prescindere dall’oggetto dibattuto).

I temi che propongo alla discussione non sono in effetti quelli scelti di solito per riempire l’attesa di un’ora tanto simbolica. Ma anche gli argomenti apparentemente meno distensivi possono essere trattati con un filo di leggerezza, come si conviene alla specifica occasione: ad esempio, riflettendo sul fatto che nelle varie parti del globo quell’ora è diversa, che in Australia quando noi facciamo fare il botto allo spumante si accingono al primo pranzo dell’anno nuovo, mentre a New York escono dal lavoro dell’ultimo giorno di quello vecchio. E che per altri ancora, più della metà dell’umanità, il capodanno arriva in un altro giorno (quello ortodosso, ad esempio, il 14 gennaio) o addirittura in un altro mese (quello cinese il 1 febbraio). Il che sarebbe già più che sufficiente a togliere ogni sacralità e legittimità al nostro festeggiamento, e a farci laicamente decidere di andare a letto (col che il problema di riempire l’attesa non si porrebbe).

Buoni propositi 02Mettiamo però che per qualche loro ragione, fosse anche solo per abitudine, il gruppetto, la coppia o il singolo decidano di tirare dritto e approdare alla mezzanotte. Non possono rimanere con forchetta e coltello in mano dalla cena all’ora x, almeno qui in Piemonte, dove il pasto serale inizia alle 20. Bisogna mettere sul tavolo, oltre ai ravioli, alle lenticchie, ai panettoni e alle bevande, anche qualcos’altro. E non è necessario farlo in maniera ufficiale, dichiarando il tema della serata e inducendo subito tutti a lasciar cadere le braccia e le posate. Si può buttare l’amo con leggerezza, innescandovi un banale riferimento o una battuta: che so, la nascita di un nipote o il rifiuto sempre più diffuso di responsabilità familiari da parte dei figli potrebbe aprire la strada a un dibattito sulla sovrappopolazione; una considerazione sul tipo di fauna che monopolizza i programmi televisivi potrebbe far scivolare verso la questione gender, ecc. L’importante è che poi la discussione e le argomentazioni rimangano su un piano di assoluta levità: ovvero, non scadano nel litigio o nella volgarità, e l’occasione non venga sfruttata per tenere conferenze o impartire lezioni.

Confesso però che quello dell’attesa “impegnata” è solo un escamotage. Non sono così sadico da voler rovinare a qualcuno la serata. Il vero scopo di questo elenco non è quello di nobilitare “culturalmente” la vigilia. L’ho pensato come un’agenda da trasmettere al prossimo anno: una serie di punti che vorrei vedere trattati nell’immediato futuro sul sito, con tutta la serietà possibile, che significa con ragionevolezza e con un po’ di cognizione di causa. La sfida in questo caso non è al tempo, ma agli amici e a tutti i frequentatori del nostro sito. Esistono senza dubbio innumerevoli altri argomenti di altrettanta rilevanza, ma quelli che troverete elencati già bastano ed avanzano per giustificare l’attività di riflessione di un intero anno, e anche di quelli successivi, se verranno. Ed è evidente che nessuno ha la presunzione di dare risposte o scovare formule che salvino il mondo o ne correggano anche in infinitesima parte le storture: semplicemente, si tratta di viverci, in questo mondo, per quel poco di tempo che ci è dato, in maniera per quanto possibile consapevole e dignitosa. Di provarci, almeno.

Col che, bando alle chiacchiere e passiamo a considerare questi possibili argomenti. Non li elenco secondo un qualche criterio di rilevanza, ma semplicemente in ordine di apparizione (alla mia mente)

Buoni propositi 031. L’intelligenza artificiale, ad esempio. Viene per prima perché è lo stimolo che ha fatto scattare tutta questa operazione. Ne ragionavo ieri con Nico, e mi è rimasto in testa. Non è, come dicevo sopra, uno degli argomenti di cui si parla normalmente a tavola, soprattutto in questo periodo, nel quale la pandemia ha fatto uscire semmai allo scoperto un grave deficit di intelligenza naturale. Ma il motivo vero per cui non se ne parla è che le competenze in proposito sono decisamente poco diffuse. Preferiamo lasciare che se ne occupino i matematici, gli informatici e i cognitivisti.

Eppure, con l’intelligenza artificiale già conviviamo da un pezzo. È applicata in campo medico, nel controllo della finanza, nella traduzione e nell’elaborazione di testi. Abbiamo a che farci quotidianamente guidando le automobili di ultima generazione, segnatamente quelle elettriche, e stanno arrivando quelle a guida totalmente autonoma. Oppure, nella comunicazione, interloquiamo costantemente con assistenti telefonici automatici, mentre oltreoceano troviamo addirittura quotidiani già diretti da un software. Il fatto è che, a differenza di quanto accade per i mutamenti climatici, questa presenza non la notiamo granché, ad essa ci stiamo rapidamente assuefacendo. Ma non è nemmeno questo il nocciolo del problema. La domanda è: sarà in grado l’intelligenza artificiale di superare quella umana? E se si, quali possono essere le conseguenze? Io naturalmente qualche idea ce l’ho, e la butto lì come innesco alla riflessione. L’intelligenza artificiale è in grado di viaggiare, nell’elaborazione dei dati e nella formulazione delle risposte, a una velocità infinitamente superiore a quella del cervello umano. Il suo vantaggio è questo. Il suo handicap, paradossalmente, è invece costituito dal fatto che non può sbagliare, almeno in relazione alle cose per le quali è programmata. E noi sappiamo che le conquiste umane, l’evoluzione stessa, si basano sulla possibilità di errore: ogni mutazione biologica è frutto di un errore di duplicazione cromosomica, ogni grande scoperta è frutto di uno scarto da quella che appariva la giusta strada. Quindi: l’intelligenza artificiale, per complessa che sia, non dovrebbe arrivare a superare quella umana. Ma senz’altro può mettere fuori gioco quest’ultima, proprio in ragione della velocità. Abbiamo sempre più bisogno di questa velocità, ma a questo punto l’intelligenza artificiale è diventata autoreferenziale ed è essa stessa a indurre questo bisogno, lasciandoci sempre più indietro. Già si stanno creando le condizioni per le quali non riusciremo più a tenerla a bada. Inoltre, proprio perché organizzata in modo da non contemplare l’errore, l’intelligenza artificiale sviluppa e impone una logica tutta sua, lineare, con la quale interpreta un mondo che lineare non è affatto, che è invece dominato da forze che sfuggono a qualsiasi riduzione ad algoritmo, e abitato da uomini che agiscono in maniera tutt’altro che logica e prevedibile. L’unica cosa che possiamo ragionevolmente prevedere è che, comunque la si metta, non ne verrà fuori nulla di buono.

Buoni propositi 042. Altro argomento poco affrontato all’ora di cena, ma anche in tutte le altre, è quello del sovrappopolamento del pianeta, In questo caso a indurci a glissare sono diversi fattori. Intanto la convinzione che si tratti di un fenomeno ineluttabile, rispetto al quale non c’è politica o scelta che tenga, e che sarà semmai la natura stessa presto o tardi a farsene carico. Poi il disagio, un fastidio da un lato e quasi un senso di colpa dall’altro, che proviamo nel renderci conto come in realtà dalle nostre parti sia in atto già da un pezzo un decremento demografico, mentre altrove, nelle aree che un tempo erano definite sottosviluppate e che in gran parte sono effettivamente tali ancora oggi, la direzione si inverte. Di oggettivo ci sono solo alcuni dati: ci stiamo approssimando agli otto miliardi, e a questo ritmo il prossimo capodanno li avremo superati, perché la popolazione mondiale è cresciuta nell’ultimo anno di oltre ottantun milioni: negli ultimi trentacinque anni è rimasta pressoché stabile in Europa, è più che raddoppiata in Africa, è aumentata di oltre il cinquanta per cento in Asia e in America Latina, e del quaranta per cento nell’America del nord. In Italia il saldo demografico è negativo da dieci anni, il che significa che la popolazione è calata sotto i sessanta milioni, dopo averli abbondantemente superati: quello naturale, il rapporto cioè tra nati e morti, è stato lo scorso anno quasi di uno a due, le nascite sono state la metà dei decessi. Sulle cause di questi differenti fenomeni non mi dilungo, dovrebbero essere appunto il sale della discussione.

Lo stesso vale per le proiezioni: quelle più catastrofiche parlano di una popolazione mondiale che toccherà i dodici miliardi alla fine di questo secolo, altre più ottimistiche si fermano a quasi nove miliardi, prevedendo un picco verso la metà e un calo considerevole nell’ultimo quarto. Ma anche questa seconda prospettiva non modifica significativamente la portata del problema, perché il peso della popolazione è già oggi insopportabile per il globo, e considerando anche lo stato attuale di sfruttamento delle risorse, a partire dall’acqua, la stima di quello ottimale per ripristinare un equilibrio non va oltre i tre miliardi. E non basta appellarsi ad una distribuzione più equa delle risorse: comunque divisa, la torta rimane quella.

Bene, tutte queste cifre spiegano il perché del nostro senso di impotenza e il modo in cui la crescita si differenzia spiega invece il perché del nostro disagio. In sostanza: il decremento demografico in teoria ci va bene, solo vorremmo che si verificasse anche nelle altre parti del mondo. Ma il decremento comporta anche un invecchiamento medio della popolazione, quindi sempre meno lavorativi attivi in grado di garantire il benessere di quelli inattivi. Il che rimanda immediatamente al tema dell’immigrazione. In Italia, ad esempio, abbiamo bisogno di importare forza-lavoro, ma in questo modo importiamo anche culture non sempre compatibili con la nostra (con buona pace dei multiculturalisti): per garantire la sopravvivenza di quest’ultima (sempre che lo si ritenga necessario, e anche su questo le opinioni sono molto diverse) dovremmo invece favorire una politica di incentivazione delle nascite, sul tipo di quelle adottate nei paesi del nord Europa. Contravvenendo però in tal modo a quello che la natura suggerisce. Insomma, un gran pasticcio, del quale siamo decisamente poco consapevoli e meno ancora informati.

Buoni propositi 053. Si parla molto, invece, anche troppo, di identità di genere, e l’impressione è che lo si faccia sempre in termini sbagliati, o quantomeno ambigui. In realtà se ne sente parlare quasi esclusivamente da chi questa identità la vive come un problema, ciò che di per sé sarebbe più che giusto, o da chi l’ha ridotta allo stato “liquido” oggi tanto di moda, e questo invece ci irrita. A disturbarci sono prima di tutto i modi e i luoghi della discussione, l’esasperazione isterica e i salotti televisivi, la sua resa totale alla spettacolarizzazione. Nemmeno questo è dunque un argomento conviviale, sia pure per tavolate ristrette, perché affrontarlo ci mette in difficoltà: da un lato c’è sempre il rischio di urtare la sensibilità di qualcuno direttamente o indirettamente interessato, dall’altro abbiamo timore di essere fraintesi, oppure proviamo la sensazione di tradire la nostra vocazione “di sinistra”, progressista, che dovrebbe vederci disponibili alle più ampie aperture. Finisce così che quando capita di sbatterci contro liquidiamo la faccenda o assumendo posizioni ideologizzanti o trincerandoci sarcasticamente dietro banali battute.

Questo accade perché ancora una volta un problema reale, quello di educare alla parità e al rispetto delle differenze e a considerare le diversità un valore, è stato estremizzato sino all’affermazione dell’inesistenza di differenze tra i sessi biologici, dalla quale discenderebbe la possibilità di variare a piacimento la propria identità sessuale. Leggevo ieri che in Danimarca dall’anno entrante l“appartenenza” sarà anche ufficialmente quella “percepita” dal soggetto, sarà cioè sufficiente dichiararla per cambiare il proprio stato anagrafico. Le ricadute di carattere sociale, giuridico e psicologico sono difficili da immaginare, e infatti sino ad oggi l’esercizio è stato proprio quello di provare a immaginarle, troppo spesso però, anzi, quasi sempre, fermandosi al livello della barzelletta o del paradosso. Anche se personalmente non ritengo che al problema si debba dare una priorità assoluta (contrariamente a quanto abbiamo visto accadere con la legge Zan, che ha provocato addirittura tumulti in parlamento, mentre all’atto della discussione e dell’approvazione di una legge sull’eutanasia Montecitorio era deserto), forse varrebbe la pena di cominciare a trattarlo con un po’ di serietà, lasciando da parte ogni “politicamente corretta” ipocrisia.

Buoni propositi 064. In questo gioco delle ipocrisie la “sinistra”, o quel che ne resta, o quel che ancora si autoetichetta tale, senza dubbio primeggia. Non avendo uno straccio di idea, di progetto, di visione del presente e tanto meno del futuro, vive di continui apparentamenti, insegue movimenti e campagne d’opinione specifiche, cerca di stare al passo con un mondo in trasformazione ma non ha chiara nemmeno la direzione in cui muoversi. La miopia relativa al presente e al futuro nasce dalla rimozione del passato. Voglio dire che la sinistra, quella eterodossa non meno di quella tradizionale, non ha mai fatto una pulizia reale nella propria storia: nel secondo caso l’ha semplicemente messa in soffitta pensando di potersi riconvertire (in cosa?) senza pagare alcun dazio, nel primo continua a trastullarsi con scampoli di nostalgie o con cause abbracciate senza alcuno spirito critico, per avere una qualche bandiera, uno slogan, una kefiah da esporre, e un nemico su cui scaricare i mali del mondo. Mi piacerebbe poter sognare una “rifondazione” della sinistra a partire da alcune basilari prese d’atto, ad esempio quella relativa all’inesistenza di una “natura umana” positiva (alla Rousseau, per intenderci) e alla “naturalezza” invece delle soluzioni culturali escogitate dall’uomo per garantirsi la sopravvivenza, con tutto quel che nel bene e nel male ne è conseguito: ma sembra proprio si continui a viaggiare nella direzione opposta. Anzi, a marciare sul posto. L’antisemitismo sinistrorso riemergente e la riscoperta di un’antropologia ideologizzata (i pacifici cacciatori-raccoglitori del paleolitico, le società libere dei nomadi) sono lì a confermarmelo.

Questo si, è un argomento da tavolata, anche di fine anno. Lo è stato, almeno, ai vecchi tempi prepandemici (gli anni ormai sembrano secoli), quando le tavolate si facevano e parlare di sinistra sembrava avere ancora un senso. Potrebbe essere l’occasione per riprendere in piccolo l’abitudine, e il senso reinventarlo. Mi riferisco naturalmente non alla serata, ma all’anno che verrà, anche se nulla vieta di anticipare un po’ i tempi. Ma in questo caso va fatta attenzione al menù: la discussione sulla sinistra si concilia bene solo col cotechino.

Buoni propositi 075. Il cotechino rappresenta un piccolo tassello di conservazione della memoria. Rimanda al maiale, alla sua importanza nell’economia e nella dieta contadina, ai significati positivi che in quella alimentazione rivestivano i cibi molto grassi e alle simbologie ad essi connesse. Questo della conservazione della memoria è un altro tema particolarmente consono alla serata. In fondo si celebra un rituale tradizionale di rinnovamento, che sia pure in tempi diversi è presente presso tutti i popoli della terra.

Due letture recenti mi hanno indotto, attraverso sollecitazioni molto differenti, a soffermarmi proprio su questo tema. Nel saggio La memoria del futuro Alexander Stille analizza i modi in cui, nel vorticoso avvicendarsi dei mutamenti tecnologici, il nostro rapporto con il passato si sta trasformando. Questo rapporto dipende da come il passato lo registriamo, lo fissiamo, ed è naturalmente molto diverso farlo attraverso la tradizione orale, con la scrittura o con le tecnologie informatiche. Ciò può sembrare lapalissiano, ma la cosa si fa interessante quando consideriamo ad esempio la differente idea di conservazione presente nelle culture architettoniche del legno rispetto a quelle della pietra. I giapponesi, per citare un caso, ricostruiscono ritualmente ogni vent’anni tale e quale un tempio scintoista realizzato nel VII secolo d.C., e affidano la patente di antichità piuttosto all’idea che alla sua espressione concreta. Allo stesso modo in Cina prevale la cultura della copia: dal momento che la maggior parte dei dipinti cinesi erano eseguiti su carta, l’opera degli artisti maggiori ci è stata tramandata nei secoli attraverso la realizzazione di copie. Al contrario, in Occidente hanno prevalso tecniche come l’affresco, la pittura a olio e, in campo architettonico, le costruzioni in pietra. Ha prevalso la cultura dell’“autenticità” materiale.

Buoni propositi 08Ora, questo ha qualcosa a che vedere con le lenticchie e tutto il resto? In un certo senso si, e mi riferisco soprattutto alle modalità conservative orientali, dal momento che quelle che chiamiamo tradizioni son in realtà delle copie, nel nostro caso nemmeno tanto fedeli, di costumi antichi. Ma quel che trovo interessante non sono tanto i modi quanto i moventi alla conservazione. Voglio dire: ha senso tenere in vita queste testimonianze del passato, quando poi nella realtà, al di là di un interesse puramente affettivo o nostalgico (quando va bene), esse non ci parlano più?

Me lo chiedevo proprio ieri, dopo che gli effetti collaterali di una ricerca sul web mi avevano condotto ad un sito che ospitava storie a fumetti complete, tratte dal Vittorioso dei primi anni Cinquanta. Le ho scaricate tutte, di alcune avevo un vago ricordo, altre le ho scoperte per la prima volta, ed emanavano lo stesso fascino che mi aveva ammaliato quando le leggevo a sette o otto anni. Mi è parso di aver ritrovato un tesoro, ma appena l’entusiasmo ha cominciato a scemare ho realizzato che quel tesoro non era più spendibile, era tutto in valuta fuori corso, non avrei potuto trasmetterlo nemmeno a mio nipote.

A questo volevo arrivare. Il cotechino ci sta benissimo, e così i ravioli, o le lasagne, o qualsiasi altro piatto legato al rituale celebrativo. Ma manca l’ingrediente principale, non dico la fame, perché non l’ho mai conosciuta, ma almeno l’eccezionalità del menù, quella che creava e giustificava l’attesa. Vale lo stesso per la storia. Non c’è più fame di storia, perché la storia era un propulsore per l’avvenire, e oggi non c’è più avvenire. Quella che consumiamo è storia ripulita, precotta, offerta in confezioni plastificate, che si può congelare e scongelare a piacere. Spesso non nemmeno tale, è soltanto “memoria”, che oggi tira molto di più. Soprattutto ci viene servita in mezzo a innumerevoli altri piatti altrettanto appetitosi, e i gusti si perdono e si confondono. Qual è allora la vera ragione per la quale ci ostiniamo nell’opera di “conservazione”?

Mi sembra a questo punto che il menù sia già sin troppo ricco: può riuscire pesante. Ma volendo si potrebbero introdurre delle varianti: i temi cui attingere non mancano, soprattutto se si scende ai piatti poveri, e vanno dallo stato pietoso dell’informazione alla rinnovata fenomenologia della stupidità, dal breve risveglio ambientalista allo stordimento culturale ed emozionale da pandemia.

Manca solo il dessert, e quello lo offro io, assieme alla promessa (alla minaccia?) che su questi temi tornerò.

Buoni propositi 09Dunque. Due settimane fa sono andato a prendere mia figlia Chiara che sbarcava a Linate. Tra ritardi e controlli sanitari rafforzati ho atteso più di un’ora davanti al varco d’uscita, cosa che si verifica ogni volta e che tutto sommato non mi spiace più di tanto, perché mi consente una panoramica spesso assai divertente sul mondo dei traveller’s. Stavolta però a guastarmi il piacere c’erano sei cani, che giustamente per tutto il tempo dell’attesa hanno fatto cagnara, con sommo compiacimento dei loro padroni, che al contrario dei cani hanno subito fraternizzato. Non mi era mai capitato prima, credevo anzi che fosse loro interdetto l’accesso. Non solo, ma quando finalmente i passeggeri sono sbarcati, all’apparire dal varco il loro grido di gioia era rivolto non a genitori o fratelli o fidanzati, ma ai cani, e così anche il primo abbraccio. Ora, io mi chiedo, e vi chiedo: tutto questo, vorrà dire qualcosa?

Avete un anno per pensarci. Oppure, se pensare vi costa troppa fatica, prendetevi un cane.

Sulle tracce di Arnold Henry Savage Landor

di Paolo Repetto, 24 febbraio 2020 – vedi Album Sulle tracce di Arnold Henry Savage Landor

Una volta esistevano personaggi di questo calibro: un po’ perché così ci nascevano, un po’ perché il mondo fino ad un secolo fa consentiva (o imponeva) di essere tali.  Di essere cioè veri viaggiatori, veri artisti, veri spiriti liberi, di inseguire la propria insaziabile curiosità solo muovendosi, possibilmente lenti, preferibilmente a piedi, e di vederlo davvero il mondo, e di ritrarlo da dentro.

Arnold Henry Savage Landor il mondo lo ho visto, e ritratto, praticamente tutto. Non aveva terraferma. Nato a Firenze (1865) in una famiglia inglese, si è formato sui libri di Verne e sui diari degli esploratori, ha coltivato la sua passione per la pittura negli studi di artisti affermati, ha cominciato a viaggiare giovanissimo in Europa e nei paesi nordafricani. A vent’anni varca l’oceano e per qualche tempo vive dell’attività di ritrattista negli Stati Uniti. Quindi attraversa il Pacifico per approdare in Giappone (1889), e anche qui si impone subito, viene chiamato addirittura a dipingere alla corte del Mikado: ma non è quel mondo a interessarlo. Trova invece i suoi soggetti ideali nell’isola di Hokkaido, tra gli Ainu. E ancora, in Corea (all’epoca praticamente sconosciuta agli europei), e poi in Cina e finalmente in Australia (1891), dove ritrae il primo ministro. Breve riposo in Inghilterra (mostra direttamente i suoi quadri alla regina Vittoria), poi nuovamente in Asia, nel Tibet “proibito”, dove viene catturato dai briganti e torturato. Riesce a scansarla per un pelo e torna in Cina, nel frattempo sconvolta dalla ribellione dei Boxers (1900): di lì in Russia, poi in Persia, in India e nelle Filippine (1901). Ancora negli Stati Uniti, e di qui nuovamente in Africa (in Abissinia fa un ritratto del Negus). Gli manca l’America Latina, ma rimedia subito: Mato Grosso e Rio delle Amazzoni (1911-12), canoa, mosquitos, serpenti, rapide. In Europa torna giusto a tempo per partecipare alla guerra (sul fronte italiano) e per distinguersi come progettista di armamenti avanzati (aerei e carri armati).

Alla fine del conflitto la salute non lo sorregge più. Rinuncia ai viaggi, fa vita semi-mondana tra Roma e Firenze, conosce (e dipinge) reali e diplomatici e attrici al tramonto. Tramonta anche lui, prima di toccare i sessant’anni, lasciando vivacissimi resoconti dei suoi viaggi (chissà perché, mai tradotti in italiano) e un enorme patrimonio iconografico, che ha però trovato scarso spazio nei musei, forse per le ridottissime dimensioni della maggior parte delle sue opere.

Landor riassume perfettamente le caratteristiche dei semi-irregolari del suo tempo. Condivide con Guido Boggiani l’amore per la pittura “documentaria”, per le esplorazioni e per l’etnologia (oltre ad un ironico disprezzo per D’Annunzio), con Albert Robida la passione per le macchine belliche futuristiche, e con l’alter ego di quest’ultimo, Saturnino Farandola, le avventure in ogni angolo del globo.

È coetaneo anche di Gorkji, di London e di Knut Hamsun, e a modo suo esprime il loro stesso spirito vagabondo. Lo fa naturalmente all’inglese, tenendosi in perfetto equilibrio malgrado poggi un piede sulla strada e l’altro sugli scaloni dell’alta società.

Anche nella pittura si muove controcorrente. Ignora tutti i fermenti impressionistici e post-impressionistici, non si cura di rivoluzioni tecniche ed estetiche. La pittura non è la sua vita. Non gli basterebbe, ha ben altro con cui riempirla. L’arte è uno strumento al servizio della sua curiosità, le dà corpo e la riassume. È antropologia per immagini, che si sovrappone ai racconti di viaggio e acquista poi una dignità autonoma. Landor affida la testimonianza agli occhi (e ai pennelli) anziché all’obiettivo, fissa figure, situazioni e ambienti sul legno delle tavolette anziché sulle lastre fotografiche. Può sembrare una scelta snobistica, in realtà è motivata proprio dall’equilibrio tra le sue passioni. Ed è una scelta che alla fine paga. Perché quelle immagini, a differenza di quelle fotografiche, non sono invecchiate col tempo. Gli Ainu di Landor sono nostri contemporanei, mentre quelli delle rarissime fotografie dell’epoca sono scomparsi da oltre un secolo. La sua arte è inattuale, ma inattuale non significa superata: significa mai attuale, ovvero sempre fuori dal tempo e dalle mode.

Che è quanto all’arte si dovrebbe chiedere.

Quelli che dormono sulla montagna

di Paolo Repetto, 2012

Quando i Viandanti delle Nebbie si misero alla ricerca di riferimenti ideali si imbatterono quasi per caso negli Yamabushi. I riferimenti ideali sono importanti, soprattutto se sono abbastanza lontani nel tempo e nello spazio da rimanere ideali. Per noi gli Yamabushi erano perfetti: stavano dall’altra parte del globo ed erano praticamente spariti dalla circolazione da almeno un secolo e mezzo. In più, anche in piena New Age li conosceva nessuno (tanto che per un attimo l’idea di riesumarli ci ha sfiorato, e resto convinto che avremmo trovato adepti) e i loro rituali erano impegnativi solo sul piano fisico. Adoravano come noi le montagne, le salivano come noi, come noi le rispettavano, senza provare alcun bisogno di domarle e di sconfiggerle. Non c’era da cambiare una virgola nel nostro atteggiamento e nei nostri comportamenti. Gli Yamabushi sono quindi rimasti giustamente in Giappone, ma il loro spirito ha camminato e cammina tuttora con noi, le rare volte che ancora riusciamo ad accostarci ai monti. E, in fondo, anche quando non riusciamo a farlo.

Il testo che segue è tratto dalla prima presentazione del movimento, comparsa in forma ridotta sulla rivista “Sottotiro” e poi raccolta nell’opera fondamentale del sublime maestro Olao P., gli “Appunti per una riforma della filosofia Yamabushi”. Da allora la filosofia yamabushi non è stata riformata, il nostro modo di pensare la montagna, e la vita, forse si.

A differenza di quanto accade in Occidente, il mondo orientale sviluppa precocemente un sentimento positivo della sacralità della montagna, e lo mantiene poi intatto. Il culto delle cime e delle alture è testimoniato nell’Asia orientale già a partire dall’età prestorica, ed è diffuso un po’ dovunque: ma assume un rilievo particolarmente significativo nella cultura religiosa del Giappone. La geografia delle montagne giapponesi disegna un reticolo sacro di derivazione shintoista. I monti sono considerati i troni e le dimore dei Kami, le divinità shinto, che scendono benevole in pianura durante la stagione del raccolto e si ritirano a riposare sulle cime nei mesi più freddi. Tra le vette primeggia naturalmente il Fuji, oggetto da sempre di una timorosa venerazione (in fondo è un vulcano, e fino alla fine del settecento era piuttosto vivace), nonché meta di pellegrinaggi che possono svolgersi con le modalità e le finalità più diverse. Gli adepti della setta shinto Dusokyo lo scalavano ad esempio traducendo man mano l’ascensione fisica corporea in ascesi spirituale, invocando di tappa in tappa la purezza della vista, dell’udito, dell’odorato, del sentimento, e infine quella della percezione non corporea.

La diffusione del buddismo, a partire dal VI/VII secolo, avvenne attraverso la costante contaminazione con lo shintoismo preesistente, facilitata dal comune atteggiamento di rispetto e di attenzione nei confronti della natura. Ebbe successo in particolare una versione autoctona del buddismo, quella Shingon, più esoterica e settaria, e senz’altro più congeniale alla mentalità e alla cultura nipponica, che cercava la via dell’illuminazione nell’isolamento, nella contemplazione della natura e del sé interiore e nelle pratiche di resistenza fisica. Per tutte queste cose la montagna era evidentemente l’ambiente ideale. Si moltiplicarono quindi le scelte di vita isolata e ascetica e i romitaggi negli anfratti di rilievi particolarmente suggestivi e selvaggi, come il monte Hiei, vicinissimo a Kyoto, o il monte Koya, prossimo ad Osaka. Sempre nei pressi di Osaka sembra essersi svolta nel VII secolo d.C. la lunga esperienza eremitica e sciamanica di En-no-Gyoja, figura semi-leggendaria alla quale veniva attribuito, oltre alle doti taumaturgiche e alle reincarnazioni plurime (con vite anteriori sempre interessanti, come imperatore del Giappone o discepolo diretto del Budda), il merito di aver salito per primo (o meglio: di essere volato su) la vetta del monte Fuji. En-no-Gyoja ebbe moltissimi seguaci. I primi e i più antichi agivano isolatamente, vivevano come il maestro da perfetti eremiti ed erano conosciuti con il nome di hijri (i santi). Poi, poco alla volta, seguendo una parabola simile a quella del primo monachesimo cristiano, cominciarono a riunirsi in gruppi e a darsi rigide regole disciplinari, sotto la guida di sendatzu, o capi spirituali.

Dalla fusione di diversi riti shinto col buddismo nacque quindi lo Shugendō (la via dei cimenti: shu è l’illuminazione iniziale, gen la comprensione totale, dō la via che porta al Nirvana). Lo shugendō era praticato dai “maghi della montagna” o yamabushi (“i bivaccatori”,”coloro che giacciono sulle montagne”), i quali ben presto si divisero in due scuole, quella più rigorista del monaco Shobo (IX secolo) e quella “riformata” del monaco Zoyo (XI secolo). I seguaci della prima badavano piuttosto all’interiore redenzione che all’acquisto di poteri, all’identificazione con il Buddha cosmico che alla dominazione dei demoni: quelli della seconda erano più attenti agli aspetti liturgici e ritualistici, erano riuniti in confederazioni monastiche associate a singoli templi e coinvolte nelle vicende politiche. La versione più radicale di questo ramo dello Shugendō contemplava anche lo studio e la pratica delle arti marziali, e finì per assimilare i suoi praticanti ai monaci guerrieri delle tante sette che si confrontavano, destreggiandosi tra la corte imperiale e lo shogunato, nella tormentatissima storia del Giappone. (Balza agli occhi il parallelismo con la vicenda francescana, la divisione in spirituali e conventuali. A dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, che si tratta di uno schema ricorrente, di un processo comune a tutti movimenti). Non sono questi però gli aspetti dello spirito yamabushi che a noi interessano.

Ciò che davvero importa è che tutti condividevano una ideologia proto-alpinistica, che prevedeva lunghi periodi di permanenza in montagna, pratiche ascetiche spinte e anche forme di alpinismo quasi acrobatico. Lungo alcuni strapiombi si trovano ancora oggi pioli o catene di ferro vecchi di secoli, che agevolavano il superamento dei punti critici. Ma, soprattutto, gli Yamabushi cercavano nelle montagne la rigenerazione spirituale non aggredendole, non cavalcandole in rapide performances fisiche, ma vivendole con lentezza, con un approccio riverente e intimo al tempo stesso.

Il rituale tipico dell’ascensione era complesso e bizzarro, ricco come abbiamo visto di simbologie legate ai gradi dell’ascesi verso la perfezione. Facendosi preventivamente flagellare e purificare dalle acque gelide di una cascata, lo yamabushi risaliva poi i vari livelli della realtà: progressivamente si identificava con l’inferno, il mondo degli affamati, delle belve, dei titani e degli uomini. Via via che si inerpicava, calzando sandali e munito di un bordone, si fermava ai vari stupa per compiervi il sacrificio del fuoco e per recitare mantra o formule sacre evocanti i poteri delle divinità.

Quando il pellegrinaggio non era solitario, ad un certo punto della salita tutti i componenti del gruppo venivano sospesi a testa in giù sopra un precipizio, perché contemplassero la natura transeunte di tutte le cose e si pentissero del male compiuto. Gli Yamabushi raggiungevano infine una capanna o un tempietto, situati di norma presso le rocce sommitali, spesso appesi su un alto burrone isolato, vi si rinchiudevano nel buio assoluto e immaginavano di morire e di entrare nel grembo della montagna stessa. Nell’ultima notte del rituale essi bruciavano ceppi rappresentanti le ossa del corpo precedente, riducendo così in cenere quanto rimaneva delle loro passioni e illusioni. Il mattino seguente, al momento di scendere dalla montagna, si rannicchiavano in posizione fetale e balzavano in piedi con un grido acuto, simbolo del momento estatico della rinascita e dell’ingresso in una nuova vita che li avrebbe condotti all’illuminazione.

Durante il periodo medioevale molti Yamabushi, dopo aver acquisito poteri ascetici nei luoghi consacrati dello Shugendō, si dedicarono a sviluppare presso le comunità di valle il culto nei confronti di una particolare montagna delle vicinanze. Tra le cime più venerate c’erano il Dewa Sanzan e lo Yudono, e soprattutto lo Ontake-san. A piccoli gruppi di due o tre persone, indossando tuniche bianche, giravano di paese in paese annunciando il loro arrivo col suono caratteristico di buccine, le horagai, ricavate da grandi conchiglie. Erano ricercatissimi come indovini, guaritori, maghi e astrologi. Diffondendosi in questo modo, lo shugendō divenne la forma di religione predominante tra la gente umile del Giappone, fino a quando la restaurazione nazionalistica Meji del 1868 bandì ogni credenza diversa dallo shintoismo puro.

Fu però la rapidissima industrializzazione del paese a liquidare l’arcaica funzione degli Yamabushi. Essi sopravvivono oggi solo come associazioni folklorico-religiose, che hanno lo scopo di mantenere vive antiche tradizioni, come quella dei sacri fuochi. Anche i pellegrinaggi al Fuji continuano, ma sotto la forma di un perenne flusso turistico d’alta quota, agevolato anche da una linea ferroviaria che si inerpica sin oltre la metà della salita. La più sacra delle montagne del Giappone, il luogo per eccellenza del divino e dell’autoliberazione e il simbolo stesso dell’identità nipponica, è diventata, come i grandi santuari occidentali, il più classico dei non-luoghi.