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Sulle tracce di Arnold Henry Savage Landor

di Paolo Repetto, 24 febbraio 2020 – vedi Album Sulle tracce di Arnold Henry Savage Landor

Una volta esistevano personaggi di questo calibro: un po’ perché così ci nascevano, un po’ perché il mondo fino ad un secolo fa consentiva (o imponeva) di essere tali.  Di essere cioè veri viaggiatori, veri artisti, veri spiriti liberi, di inseguire la propria insaziabile curiosità solo muovendosi, possibilmente lenti, preferibilmente a piedi, e di vederlo davvero il mondo, e di ritrarlo da dentro.

Arnold Henry Savage Landor il mondo lo ho visto, e ritratto, praticamente tutto. Non aveva terraferma. Nato a Firenze (1865) in una famiglia inglese, si è formato sui libri di Verne e sui diari degli esploratori, ha coltivato la sua passione per la pittura negli studi di artisti affermati, ha cominciato a viaggiare giovanissimo in Europa e nei paesi nordafricani. A vent’anni varca l’oceano e per qualche tempo vive dell’attività di ritrattista negli Stati Uniti. Quindi attraversa il Pacifico per approdare in Giappone (1889), e anche qui si impone subito, viene chiamato addirittura a dipingere alla corte del Mikado: ma non è quel mondo a interessarlo. Trova invece i suoi soggetti ideali nell’isola di Hokkaido, tra gli Ainu. E ancora, in Corea (all’epoca praticamente sconosciuta agli europei), e poi in Cina e finalmente in Australia (1891), dove ritrae il primo ministro. Breve riposo in Inghilterra (mostra direttamente i suoi quadri alla regina Vittoria), poi nuovamente in Asia, nel Tibet “proibito”, dove viene catturato dai briganti e torturato. Riesce a scansarla per un pelo e torna in Cina, nel frattempo sconvolta dalla ribellione dei Boxers (1900): di lì in Russia, poi in Persia, in India e nelle Filippine (1901). Ancora negli Stati Uniti, e di qui nuovamente in Africa (in Abissinia fa un ritratto del Negus). Gli manca l’America Latina, ma rimedia subito: Mato Grosso e Rio delle Amazzoni (1911-12), canoa, mosquitos, serpenti, rapide. In Europa torna giusto a tempo per partecipare alla guerra (sul fronte italiano) e per distinguersi come progettista di armamenti avanzati (aerei e carri armati).

Alla fine del conflitto la salute non lo sorregge più. Rinuncia ai viaggi, fa vita semi-mondana tra Roma e Firenze, conosce (e dipinge) reali e diplomatici e attrici al tramonto. Tramonta anche lui, prima di toccare i sessant’anni, lasciando vivacissimi resoconti dei suoi viaggi (chissà perché, mai tradotti in italiano) e un enorme patrimonio iconografico, che ha però trovato scarso spazio nei musei, forse per le ridottissime dimensioni della maggior parte delle sue opere.

Landor riassume perfettamente le caratteristiche dei semi-irregolari del suo tempo. Condivide con Guido Boggiani l’amore per la pittura “documentaria”, per le esplorazioni e per l’etnologia (oltre ad un ironico disprezzo per D’Annunzio), con Albert Robida la passione per le macchine belliche futuristiche, e con l’alter ego di quest’ultimo, Saturnino Farandola, le avventure in ogni angolo del globo.

È coetaneo anche di Gorkji, di London e di Knut Hamsun, e a modo suo esprime il loro stesso spirito vagabondo. Lo fa naturalmente all’inglese, tenendosi in perfetto equilibrio malgrado poggi un piede sulla strada e l’altro sugli scaloni dell’alta società.

Anche nella pittura si muove controcorrente. Ignora tutti i fermenti impressionistici e post-impressionistici, non si cura di rivoluzioni tecniche ed estetiche. La pittura non è la sua vita. Non gli basterebbe, ha ben altro con cui riempirla. L’arte è uno strumento al servizio della sua curiosità, le dà corpo e la riassume. È antropologia per immagini, che si sovrappone ai racconti di viaggio e acquista poi una dignità autonoma. Landor affida la testimonianza agli occhi (e ai pennelli) anziché all’obiettivo, fissa figure, situazioni e ambienti sul legno delle tavolette anziché sulle lastre fotografiche. Può sembrare una scelta snobistica, in realtà è motivata proprio dall’equilibrio tra le sue passioni. Ed è una scelta che alla fine paga. Perché quelle immagini, a differenza di quelle fotografiche, non sono invecchiate col tempo. Gli Ainu di Landor sono nostri contemporanei, mentre quelli delle rarissime fotografie dell’epoca sono scomparsi da oltre un secolo. La sua arte è inattuale, ma inattuale non significa superata: significa mai attuale, ovvero sempre fuori dal tempo e dalle mode.

Che è quanto all’arte si dovrebbe chiedere.

Futuro anteriore

di Paolo Repetto, 16 febbraio 2020

Seconda puntata del caso Albert Robida. In quella precedente abbiamo visto che ci sarebbero mille motivi per riesumare lo scomparso Saturnino Farandola (la mia copia, letteralmente), non ultime le bellissime immagini che impreziosivano l’edizione originale. Ora vorrei concentrarmi invece su un aspetto della immensa produzione di Robida che in Italia è praticamente ignorato: quello visionario-fantascientifico. Anche perché nel frattempo ho scoperto l’esistenza di una setta di cultori di questo autore, gli adepti dello Steampunk, che da qualche anno ne sta promuovendo il culto. La cosa da un lato non può che farmi piacere, ma dall’altro un po’ mi inquieta, perché ho sempre in sospetto ogni forma di beatificazione. In questo caso, poi, siamo già molto al di là del sospetto, visto che figuranti in costumi steampunkers hanno cominciato a sfilare e ad esibirsi nei carnevali e nei festival del fumetto.

Il mio rinnovato interesse per Robida muove da stimoli diversi e viaggia in un’altra direzione, anche se è legato proprio alla tematica che più caratterizza la sua opera e che sta all’origine del “movimento artistico e culturale” (o del fenomeno modaiolo, a seconda dei punti di vista), cui accennavo sopra: quella del rapporto con le tecnologie. Il tema era già presente nel Saturnino in forma di benevola parodia di Verne, ma è stato poi affrontato e sviluppato dall’autore in una trilogia fantastica della quale sinceramente fino a ieri sapevo nulla. Provo adesso a recuperare.

Al trittico fantascientifico sono arrivato per vie traverse, partendo dalla lettura di un libro di André Gorz, L’immateriale, l’ultimo scritto dal filosofo prima della Lettera a Dorine e del tragico e romantico suicidio della coppia. Nel saggio Gorz cerca di immaginare quale possa essere il futuro del lavoro, e questo mi ha rimandato ad altri scritti sullo stesso tema editi recentemente (sui quali intendo tornare). Ma soprattutto mi ha fatto imbattere in una citazione da un romanzo di Robida, Il ventesimo secolo, l’unico tradotto in italiano oltre al Saturnino, che prometteva sviluppi interessanti. Di qui sono partiti la caccia immediata al testo (necessariamente in rete, e quindi già in qualche misura connessa al tema), e il rinnovarsi della fascinazione per le immagini disegnate da Robida, già a partire da quella di copertina. Subito appresso è arrivata però anche la sorpresa dell’attualità dei contenuti: ho scoperto che Robida aveva anticipato tutta una serie di innovazioni tecnologiche con le quali facciamo i conti oggi e che hanno ridisegnato la nostra quotidianità.

Le Vingtième siecle è come dicevo il primo volume di una trilogia che si completa con La guerre au Vingtième siècle e La vie électrique. I tre romanzi sono stati scritti in quest’ordine nell’arco di una decina d’anni, tra il 1883 e il 1892, e sono comparsi nella classica forma del feuilleton, in fascicoli a puntate. Ma alcuni spunti, ad esempio quello della radicale trasformazione dei conflitti nell’età moderna, l’autore li aveva in testa almeno da una ventina d’anni: lo dimostrano gli album giovanili inediti che aveva riempito di disegni di battaglie futuribili. Lo stimolo immediato a scrivere questi romanzi fu costituito probabilmente dal successo arriso a Saturnino Farandola: occorre però tener presente che quel periodo fu caratterizzato da una vera ubriacatura di massa per le potenzialità e le meraviglie connesse all’uso dell’energia elettrica. Robida non ne fu immune, ma rimase sufficientemente sobrio per guardare un po’ più lontano.

Nel 1881 l’Esposizione Universale di Parigi aveva celebrato definitivamente l’ingresso dell’Europa (e del mondo) nell’era dell’elettricità e aveva acceso ogni tipo di fantasia. L’Expò rappresentava il culmine di un percorso iniziato nella capitale francese quarant’anni prima, con la sperimentazione di lampade ad arco per l’illuminazione pubblica. Quelle lampade producevano però una luce molto instabile, soggette com’erano alla velocissima erosione degli elettrodi, quindi necessitavano di una manutenzione costante e costosissima; erano belle a vedersi, la luce era bianca e intensa, ma rimanevano meraviglie più spettacolari che funzionali. Solo dopo la metà degli anni settanta erano state brevettate le prime lampadine a incandescenza, a luce regolare e continua, che potevano invece essere adatte anche ad un uso domestico diffuso. Nel frattempo il telegrafo aveva iniziato a far viaggiare via cavo i suoi impulsi oltre gli oceani, aprendo nuovi orizzonti all’informazione e alla comunicazione, ed erano state brevettate le prime apparecchiature telefoniche. Tutte queste novità venivano propagandate da una fiorentissima pubblicistica di volgarizzazione scientifica e tecnica, e avevano preparato il terreno all’esplosione di quella che potremmo definire una “elettromania”.

Vediamone gli effetti. Intanto, la tecnologia elettrica prometteva di rendere obsoleta quella del carbone, responsabile negli ultimi due secoli di enormi e immediatamente tangibili danni ambientali, e quella del vapore, con i suoi limiti funzionali (quella del petrolio era ancora a venire, e all’epoca non faceva affatto presagire i suoi futuri sviluppi). Poi produceva un eccezionale impatto sull’immaginazione: per la prima volta si potevano davvero abbattere i confini tra la luce del giorno e la tenebra notturna, e quelli tra il tempo del lavoro e quello del riposo. Di notte le strade illuminate diventavano invitanti, e l’invito era ribadito dalle luminarie di facciata subito adottate dai teatri e dai grandi magazzini.

Da un lato quindi l’elettricità ampliava in modo smisurato il campo del possibile, dall’altro eleggeva le città a luoghi per eccellenza dell’utopia. Non solo: era associata alla velocità, in quanto la comunicazione per via elettrica diventava istantanea, e a congegni sempre più maneggevoli, a meccanismi di accensione e di regolazione semplici, quindi accessibili a tutti. L’abbondanza elettrica ventura faceva davvero presagire il passaggio dalla società dello stretto necessario a quella di un consumismo universalmente allargato. E infine, l’elettricità creava anche bellezza, o almeno contribuiva a rivelarla o a spettacolarizzarla: diventava icona di una società del piacere.

Tra gli innumerevoli cantori di questa meraviglia Robida occupa un posto particolare. Non certo per la qualità della scrittura, che non si scosta molto da quella dei romanzi d’appendice, anche se l’ironia di fondo la riscatta, ma senz’altro per la novità dell’impianto e la genialità delle intuizioni. Non si limita infatti a riprodurre e a celebrare l’esistente: ne ipotizza i futuri possibili sviluppi, i prolungamenti, e spinge l’innovazione fino a limiti che all’epoca sua potevano sembrare assurdi. Racconta le macchine, ma racconta soprattutto la società nella quale le macchine agiscono, i mutamenti culturali e sociali che il loro utilizzo induce, e che già stanno avvenendo sotto i suoi occhi: il ruolo dell’educazione, l’informazione di massa, la nascita del movimento femminista, la società dei consumi, ecc.

Robida fotografa la mutazione in corso con gli strumenti che gli sono propri, la scrittura appunto, ma soprattutto il disegno. Colloca le vicende dei suoi romanzi all’incirca attorno alla metà del ‘900, concedendosi uno spettro previsionale di sessanta/settant’anni. In realtà in questi romanzi le trame quasi non esistono, sono solo il pretesto per descrivere con taglio più sociologico che narrativo un mondo dominato e trasformato dalle tecnologie. E nel contempo, e principalmente, per dare la stura ad una immaginazione grafica strabordante (d’altro canto, anche questo scritto è in realtà un pretesto per offrire un assaggio delle immagini create da Robida. Non resistevo alla tentazione di condividerle). Nell’economia del suo racconto le immagini non sono né un semplice ornamento né una ripetizione del testo con un altro linguaggio: sono invece elementi costitutivi del testo stesso. Vanno a sostituire spiegazioni sui dettagli tecnici delle apparecchiature che risulterebbero pesanti e noiose, e che comunque all’autore non interessano affatto, mentre gli interessa la loro collocazione in situazioni che ci raccontano non tanto l’oggetto ma come, e da chi, l’oggetto è usato, come viene recepito, la sua penetrazione sociale, i meccanismi comportamentali o le abitudini cui dà origine.

A differenza di Verne, che rimane comunque il riferimento esplicito, Robida non guarda alle invenzioni eclatanti (sommergibili, razzi lunari, ecc…) quanto piuttosto ai dispositivi destinati ad un uso comune e universale. Ciò che vuol raccontare non è la meraviglia intrinseca agli oggetti, le leggi scientifiche e i processi tecnologici che ne determinano il funzionamento, dei quali sono portato a pensare avesse una conoscenza rudimentale (non possedeva certo le competenze di Verne, e neppure si avvaleva di consulenze scientifiche), ma l’impatto che quegli oggetti hanno sulla quotidianità, sui comportamenti, sul modo di pensare. E quindi immagina apparecchi il cui futuribile contesto d’uso sia il più ampio e comune possibile. Anche se non manca di intuizioni strabilianti, per la gran parte delle novità di cui parla fa riferimento ad oggetti già esistenti: la sua prerogativa è quella di coglierne i futuri possibili sviluppi e la connessione col cambiamento sociale.

Per farla breve: mentre Verne anticipa una evoluzione tecnologica che non nasce dalle esigenze quotidiane, tanto che le invenzioni che descrive sono il parto di “scienziati pazzi” o comunque di personaggi che con la vita normale hanno rotto i ponti, Robida prefigura le ricadute di questa evoluzione su tutti gli aspetti della vita umana, anche quelli un tempo considerati meno significativi. Ed è proprio questo a consentirgli di avere intuizioni a volte davvero straordinarie: la sua scelta prospettica tiene conto di quelle che potrebbero essere le richieste del grande pubblico, di come potranno essere suscitate o indirizzate, degli ambiti nei quali la tecnologia non è ancora presente, delle funzioni inaspettate che potrà andare a ricoprire.

Non stupisce quindi che presagisca fin nei minimi dettagli l’evoluzione dei comportamenti, i cambiamenti che interverranno, ad esempio, nella condizione femminile: donne che portano i pantaloni, che fumano, che non solo godono degli stessi diritti politici dei maschi, come elettrici e come candidate, ma ricoprono ruoli fondamentali nella giustizia, nell’economia e nei servizi. Ha assistito, è vero, ai primi deboli vagiti del movimento femminista, alle prime manifestazioni delle suffragette: ma da episodi che all’epoca venivano liquidati quasi all’unanimità come stravaganti e disdicevoli bizzarrie ha tratto indicazioni per disegnare un assetto sociale futuro assolutamente inconcepibile per i suoi contemporanei. E lo stesso vale per l’affermarsi del turismo di massa, o per i problemi creati dall’inquinamento. Insomma, legge il domani scrutando con incredibile perspicacia le viscere del presente.

Questo fa si che il suo sguardo sia tutt’altro che ottimista ed entusiasta. Robida non scioglie alcun peana alla tecnologia. Si mantiene costantemente su un registro ironico, e dalla sua scrittura traspare una sensazione di cauto distacco nei confronti delle innovazioni tecnologiche. Si riserva un margine di riflessione che gli lascia intravvedere immediatamente anche i possibili risvolti negativi. Le sue anticipazioni assumono quindi un sapore diverso da quelle di Verne, che pure è forse ancor più pessimista: per quest’ultimo la futura decadenza dell’umanità sarà causata dallo sganciamento del progresso tecnico dalla crescita morale, da un’euforia tutta canalizzata verso l’arricchimento individuale, anziché verso un aumento generalizzato del benessere spirituale e materiale (“Ma gli uomini del 1960 non si stupivano più alla vista di quelle meraviglie; ne usufruivano tranquillamente, senza gioia … poiché si intuiva che il demone della prosperità li spingeva avanti senza posa e senza quartiere”): per Robida il germe è già presente nella scienza stessa. E ne parla come se anticipare il futuro fosse il solo modo per esorcizzarlo.

Non crede affatto, insomma, che con un buon uso delle tecnologie il domani potrebbe essere migliore. Teme piuttosto che nella civiltà futura non ci sarà spazio per l’autenticità e l’avventura, i paesaggi diventeranno tutti ugualmente piatti e uniformi, ogni ambiente sarà controllato e addomesticato. Ciò che sembra essere da lui raccontato come una grande conquista, se riletto in filigrana si rivela invece inquietante. Si veda ad esempio questo brano: “Delle nevicate erano cadute in grandi quantità da due settimane, ricoprendo tutta la Francia, tranne una piccola zona del Mezzogiorno, di uno spesso tappeto bianco, magnifico ma molto fastidioso. Secondo l’usanza, il Ministero delle vie e comunicazioni aeree e terricole ordinò un disgelo artificiale, e la postazione del grande serbatoio di elettricità N (dell’Ardèche) incaricato dell’operazione riuscì in meno di cinque ore a sgombrare tutto il nord-ovest del continente di questa neve, il lutto bianco che la natura un tempo portava per settimane e mesi (bellissima questa immagine!), gli orizzonti già tanto rattristati dalle livide brume dell’inverno. […] Quando i venti feroci ci soffiano il freddo delle banchise polari, i nostri elettrici dirigono contro le correnti aeree del Nord delle controcorrenti più forti che le inglobano in un nucleo di cicloni fittizi e conducono questi a riscaldarsi al di sopra dei diversi sahara d’Africa, d’Asia e di Oceania. Così sono state riconquistate le sabbie di Nubia e le infuocate Arabie. Allo stesso modo quando il sole estivo riscalda le nostre pianure e fa bollire dolorosamente i cittadini, delle correnti fittizie stabiliscono tra noi ed i mari glaciali una circolazione atmosferica rinfrescante”. Il fatto che la capacità odierna di controllo del clima sia addirittura peggiorata, nel senso che persino la scienza previsionale ci sta sempre più sfuggendo di mano, non inficia affatto il valore dell’intuizione. Quello che l’autore scorge, e paventa, dietro l’apparenza di una glorificazione del progresso, è l’intento di una pianificazione da incubo.

Robida mette in conto quindi i possibili e più che probabili costi della rivoluzione tecnologica, fino a stilarne un bilancio tutt’altro che positivo. È talmente convinto che le prospettive future non siano entusiasmanti da ipotizzare, ne “La vita elettrica”, la creazione in Bretagna di una valvola di sfogo, una sorta di riserva dalla quale è bandita ogni forma di tecnologia e nella quale ogni tanto i francesi potranno andare a rigenerarsi, a ritrovare un po’ di autenticità e di tranquillità. Tra l’altro, i due protagonisti del romanzo si incontrano proprio per un incidente elettrico, un corto circuito prodotto da un uragano che ha stravolto il funzionamento dei sofisticatissimi strumenti di telecomunicazione. Perché tra i risvolti negativi bisogna annoverare anche gli incidenti, il possibile scatenamento incontrollato di tanta energia e le paure sia fisiche che psicologiche che le sono connesse. L’elettricità attrae, ma al tempo stesso inquieta. Non a caso ad un certo punto i due giovani innamorati decidono di rifugiarsi proprio in Bretagna.

Alla fin fine, tecnologia o no, Robida raffigura ne Il Ventesimo Secolo un mondo privo di ideali e dominato dal denaro, dalla pubblicità, dal consumismo e dall’egoismo, nel quale anche la politica è ridotta a uno spettacolo rituale, con tanto di elezioni farsa e finte rivoluzioni. In questo si trova perfettamente d’accordo con quanto raccontato dall’amico-rivale Verne in Parigi nel XX secolo, scritto almeno una ventina d’anni prima della trilogia di Robida ma ritrovato e pubblicato solo più di un secolo dopo (l’editore, che temeva una reazione negativa del pubblico all’eccessivo pessimismo espresso dal romanziere, ne aveva sconsigliato all’epoca la pubblicazione). Entrambi parlano in realtà di un mondo che già conoscono, della Francia tra il Secondo Impero e la Terza Repubblica, dello strapotere della finanza anche sulla politica, ma esasperandone le caratteristiche negative arrivano a fotografare perfettamente la nostra epoca. Robida lo fa immettendoci la sua consueta dose di humor, e in effetti le sue opere risultano più piacevolmente leggibili, al di là della forza delle immagini, di quella di Verne: ma quanto a capacità previsionale, ambedue sono andati ben oltre la gittata che si proponevano.

Per verificarlo possiamo analizzare alcune delle intuizioni più significative di Robida, quelle che riguardano gli sviluppi futuri delle comunicazioni, si tratti del trasporto fisico di uomini e merci o di quello elettrico di suoni e immagini. Gli scorci urbani rappresentati nei suoi disegni ci mostrano città innervate da tubature di ogni genere e dimensione, entro le quali l’elettricità o l’aria compressa fanno viaggiare persone, cose, informazioni, spettacoli, dati. I cieli sono solcati da aeromobili dalle forme più bizzarre, che ci proiettano direttamente in un tipo di mobilità futuribile anche per noi, saltando in pratica direttamente oltre la fase della motorizzazione automobilistica. E altrettanto congestionato appare il traffico sotto la superfice marina.

Ciò che riesce davvero sorprendente sono però le anticipazioni sul trasporto e sull’uso delle merci immateriali, ovvero dell’informazione.

Negli anni in cui Robida scriveva era ancora fortissima l’impressione destata dalle prime sperimentazioni di telefonia, propagandate in giro per il mondo, con conferenze e dimostrazioni pratiche, da almeno una decina di diversi inventori in competizione per il brevetto. Basandosi su queste suggestioni, Robida immagina un utilizzo pubblico del telefono tramite postazioni alle quali hanno accesso, utilizzando una chiave personale, tutti gli abbonati (tradotto poi nella realtà, fino a pochi anni orsono, nella cabina telefonica con funzionamento a gettoni), ma anche il superamento della funzione di puro tramite comunicativo a distanza riservata all’apparecchio. Pensa come primo sviluppo ad un telefonografo, che funziona come un vivavoce, e consente di dettare e registrare le notizie e di distribuirle via cavo agli abbonati; ma il “perfezionamento supremo del telefono” è raggiunto col telefonoscopio. “Tra le molte invenzioni sublimi di cui il ventesimo secolo può vantarsi, il telefonoscopio spicca come la più impressionante, l’apice della gloria dei nostri scienziati. Il vecchio telegrafo elettrico — quella primitiva applicazione dell’elettricità — è stato rimpiazzato dal telefono e poi il telefono è stato rimpiazzato dal suo più alto perfezionamento, il telefonoscopio. Il vecchio telegrafo permetteva di comunicare a distanza con un interlocutore. Il telefono permise di sentirlo. Il telefonoscopio superò entrambi rendendo possibile anche vederlo. Che si può volere di più? […] Il pubblico accolse con entusiasmo l’invenzione del telefonoscopio. Gli abbonati che ordinavano il nuovo servizio potevano avere l’apparato installato sui loro telefoni per un canone mensile extra”.

Cosa è dunque il telefonoscopio? È una combinazione di telefono, radio, televisione, videocitofono, che può essere piegata agli usi più diversi. “Consiste di un semplice schermo di cristallo, posto contro il muro o appeso sopra il caminetto come uno specchio”. In sostanza un televisore a schermo piatto. La spiegazione tecnica finisce qui. Più dettagliata è invece quella delle condizioni d’uso, che come accade attualmente per la televisione o per la connessione internet sono vincolate a un canone o a un abbonamento, e non al pagamento a consumo o a tempo. Anche questa modalità di erogazione di un servizio è per l’epoca molto avveniristica.

L’abbonato in regola può a questo punto fruire di svariati servizi. Le videochiamate, in primo luogo: anche se lo stesso Robida non sembra molto convinto che tutti vogliano davvero rinunciare ad essere invisibili all’interlocutore, e prefigura i possibili inconvenienti (l’apparecchio che rimane acceso in camera da letto e la centralinista che sbaglia le connessioni). A meno che non si tratti di situazioni particolari, e volute, come nel caso degli innamorati mielosi o in quello del colloquio tra i due coniugi lontani, che suggerisce alla fantasia di Robida interpretazioni maliziose.

Il telefonoscopio funge anche, e direi quasi principalmente, da televisore. Vengono ripresi e mandati in onda i più importanti spettacoli teatrali, ai quali si può assistere tranquillamente da casa propria, standosene in poltrona. E ancora, l’apparecchio consente di seguire corsi o lezioni a distanza, ma anche di fare acquisti, come si direbbe oggi, on line. O di ascoltare, oltre quelli dal vivo, spettacoli musicali registrati, pescando da un archivio sterminato. E poi ci sono naturalmente i notiziari, costantemente aggiornati. L’arrivo di notizie fresche è annunciato da uno squillo, e chiunque può seguire in tempo reale gli avvenimenti in ogni parte del mondo. C’è inoltre, implacabile e abbondante, anche la pubblicità, non meno ossessiva e smaccata di quella odierna, in parte “occultata” all’interno dei programmi, ma in alcuni casi sfacciatamente esplicita: “Cos’è questo?” chiese Hélène. “Un altro romanzo?” “Sì,” rispose il giornalista. “Questo è un romanzo pubblicitario. Avrai compreso che il giornale telefonico non può trasmettere lo stesso tipo di pubblicità che fanno i giornali cartacei. Gli abbonati non le ascolterebbero. Bisogna trovare un altro modo per infilare le pubblicità e così sono nati i romanzi pubblicitari. Ascolta…”

Non manca nemmeno la “tivù spazzatura”, la possibilità di accedere a spettacoli “piccanti”:
“Barnabette ebbe un’improvvisa ispirazione: “Perché non approfittiamo che papà si è addormentato per guardarci qualche scena di quegli spettacoli che ci ha proibito di vedere?”
“Buona idea!” Barbe approvò con entusiasmo. “Assaggiamo il frutto proibito e visitiamo i teatri vietati alle giovani donne. Ah! Il Palais-Royal! Alcune delle mie amiche sposate non si perdono mai gli spettacoli lì o al Variétés.”
“E il Palais-Royal sia. Controlla la guida: che stanno facendo?”
“L’ Ultimo degli Scapoli, una farsa piccante in quindici scene.”
“Rapida Barnabette, colleghiamoci!”

Il telefonoscopio ha infine anche un uso pubblico: maxischermi giganti trasmettono senza interruzione, in genere davanti alle sedi dei giornali più importanti, notiziari e promozioni pubblicitarie. Ora basterà solo inventare anche il calcio o i megaconcerti.

Direi che c’è già tutto: tutto ciò che conosciamo oggi e in cui ci possiamo riconoscere. Quel che ha caratterizzato la seconda metà dello scorso secolo, e una buona parte di ciò che sta caratterizzando gli inizi di quello attuale. Certo, non ci sono gli smartphone, non c’è internet, non c’è la tecnologia digitale, ma le applicazioni e le implicazioni comportamentali ci sono già tutte. E questo vale anche per ogni altro settori. Robida immagina ad esempio un’editoria che tende a far a meno del cartaceo, sostituito da audiolibri che si possono tranquillamente noleggiare o scaricare: ciò favorisce anche il moltiplicarsi di autori autoprodotti, che diffondono on line le loro opere, nonché l’affermarsi degli instant book e dei libri-spazzatura. Esattamente quel che sta accadendo.

Oppure, porta alle estreme conseguenze la grande distribuzione alimentare. “Avete mai visitato la cucina della Grande Compagnia di alimentazione? È una delle curiosità di Parigi … Gli altiforni rosticcieri cuociono ventimila polli contemporaneamente […] Abbiamo anche due enormi marmitte di ghisa e terracotta che contengono ciascuna mille litri di brodo […] niente cuochi né cuciniere: il pasto è assicurato da un abbonamento alla Nuova Compagnia di Alimentazione e arriva attraverso tubature come le acque della Loira e della Senna … È un progresso considerevole. Che fastidio in meno per la padrona di casa. Quante preoccupazioni evitate, senza parlare del grande risparmio che ne risulta!

Noi siamo ancora alla pizza da asporto, ma col digital takeway ci stiamo avviando alla distribuzione porta a porta del già cotto. Il prossimo passo potrebbe essere la creazione diretta e casalinga del cibo con la tecnologia 3D.

Robida ci uscirebbe di testa.

Rimane da considerare un fondamentale risvolto. Ne La guerre au vingtième siècle il discorso sulle nuove tecnologie imbocca direttamente la strada delle loro derive funeste, quelle dell’uso militare. L’umorismo e la fantasia con i quali l’argomento viene trattato non sono sufficienti a dissimulare il vero sentimento di Robida: la desolante percezione che anche nel nuovo secolo la guerra sarà inevitabile e che sarà anzi sempre più atroce e devastante. Non si può che negare che vedesse giusto (e purtroppo ebbe modo lui stesso di constatarlo, nel corso del primo conflitto mondiale).

A dispetto del numero incredibile di disegni dedicati al tema (de La guerre au vingtième siècle ha editato tre differenti versioni) Robida non è affatto un guerrafondaio. Lo attira invece la possibilità di immaginare avveniristici congegni e rappresentare situazioni particolarmente spettacolari, e occorre riconoscere che in tal senso si è davvero sbizzarrito. Più ancora che nei precedenti romanzi il racconto è affidato qui alle immagini. Il testo ha l’andamento di uno scarno bollettino bellico, nel quale si seguono le fasi del conflitto scopppiato per ragioni puramente economiche tra gli stati del Mozambico e dell’Australia. Non a caso vengono ipotizzate due nazioni giovanissime, figlie del nuovo secolo, a dimostrazione che nelle dinamiche dei rapporti tra stati, progresso o no, non cambierà assolutamente nulla. Il conflitto immaginato da Robida sembra essere la prova generale di quello che scoppierà realmente un quarto di secolo dopo: vi si sperimentano armamenti, tecniche, strategie che avranno il loro battesimo proprio nella prima guerra mondiale. Si parla di armi chimiche (le bombe al cloroformio), si riprendono direttamente dal Saturnino Farandola quelle “miasmatiche”, o biologiche (la bombe al vaiolo), si raccontano i duelli tra aeronavi corazzate, le incursioni dei carri armati semoventi, l’impiego di paracadutisti e sommozzatori.

Robida prefigura la guerra-lampo, e persino la violazione della neutralità di uno stato terzo per sorprendere alle spalle il nemico. Ma soprattutto ha la precisa consapevolezza che quella del futuro sarà una guerra totale, combattuta sopra e sotto i mari, per terra e nei cieli, tra gli eserciti ma egualmente contro le popolazioni civili inermi. A risolvere il conflitto sono il bombardamento chimico e la presa per asfissia di Melbourne (per inciso, quella dell’Australia sembra un po’ una fissa di Robida, a partire gia dal Saturnino. Si diverte a farla sconfiggere e invadere da qualcuno, e descrive i suoi abitanti come sleali e prepotenti: ma il vero bersaglio è senza dubbio l’Inghilterra, della quale l’Australia all’epoca era ancora una colonia. E non una colonia di popoli assoggettati, come l’India, ma popolata da inglesi).

Quella del futuro sarà dunque una guerra scientifica, combattuta con i mezzi sempre più sofisticati e letali messi a punto da scienziati di entrambe le parti. La scienza, una volta posta al servizio della distruzione e della morte, rivela qui tutta la sua natura ambigua. Robida aveva espresso già ne “Le vingtième siecle” la sua diiffidenza per questa particolare tipologia umana, mettendo in caricatura conventicole di scienziati con crani enormi e corpi esili, anemici, quasi atrofizzati, a rappresentare “la decadenza fisica delle razze troppo evolute”. L’eccesso di pensiero, di razionalità fredda, costituisce a suo avviso una degenerazione della specie umana. Certo, questi scienziati rachitici dai crani esagerati sono agli antipodi del modello umano rappresentato da Saturnino. Vivono in un mondo teorico che sembra letteralmente risucchiarli, spremerli. Hanno perso ogni contatto con la scimmia originiaria, e quindi con quella natura che hanno la pretesa di dominare (e che Saturnino, al contrario, torna a riabbracciare).

Infine, quasi un post-scriptum. Dal momento che sono su Albert Robida, vado sino in fondo. Ho provato a verificare che ruolo assegnano al nostro le diverse storie della fantascienza che possiedo. Su cinque, quattro nemmeno lo considerano. L’unico che ne parla è ovviamente un francese, Jacques Sadoul (autore di una famosa storia del cinema), che nella sua “Storia della fantascienza” lo cita tra i precursori e gli dedica dieci righe. Ma in queste righe, dopo aver appena nominato Le XXe siècle, parla de “L’horloge des siècles”, pubblicato da Robida nel 1902, riassumendolo così: “Storia di un cataclisma che comincia nel modo più banale: un uomo sente rispuntare un dente caduto. Infatti un fenomeno cosmico sconosciuto fa ruotare la terra a rovescio e il tempo comincia a regredire. Se all’inizio tutto va bene (i vecchi ringiovaniscono, le mogli bisbetiche ridiventano dolci fanciulle) quando anche i morti cominciano a rinascere, le società per azioni sono costrette a restituire il capitale agli azionisti, e così via, la civiltà minaccia di crollare. Robida non dà una conclusione al racconto, ma lo interrompe bruscamente all’epoca della battaglia di Waterloo”.

Quelle dieci righe mi hanno turbato. A tutto avevo pensato fino ad oggi, tranne che alla possibilità di uno scorrimento alla rovescia del tempo. È una sfida incredibile al pensiero. E non solo incredibile: insostenibile. In realtà Robida non ha alcuna intenzione di raccoglierla e di provare a seguire o almeno a fingere un percorso logico. Si diverte invece per un po’ a sparigliare le carte e a giocare con le possibili rocambolesche conseguenze di questa inversione. Di primo acchito, la cosa non è male: tutti ringiovaniscono, vedono cancellati gli errori che hanno commesso, ritrovano i loro cari scomparsi, le coppie divorziate si ricompongono e conoscono nuovamente il perduto amore. Ma c’è anche ad esempio chi dopo tanti sacrifici aveva fatto fortuna, e si ritrova ora povero in canna. Il gioco non può però essere tirato troppo in lungo. È impossibile orizzontarsi in questo rimescolamento di generazioni, in questa situazione capovolta, tanto che alla fine anche l’autore si arrende. E lo fa quando arriva alla ricomparsa della sua bestia nera, Napoleone I, che torna a cavalcare, rappresentato a fianco della morte, per rinnovare la rovina dell’umanità.

È un libro davvero straniante. Anche se Robida evita di porsi le domande serie e se ne infischia della logica, quelle domande arrivano al lettore da sole: se i morti resuscitano, e cominciano il loro cammino nella vita alla rovescia, che ne è dei neonati? Tornano embrioni e poi spermatozoi e poi il nulla? E che senso avrebbe ripercorrere la propria esistenza riavvolgendo il nastro, senza mai alcuna possibilità di scegliere, perché si sceglie solo in funzione del futuro, e senza nemmeno poter correggere le scelte errate, ma solo vederle svanire.

Come per le altre opere di cui ho sin qui parlato, anche “L’orologio dei secoli” è in verità un semplice pretesto. Questa volta non solo per legare assieme le immagini, ma per tutta una serie di riflessioni critiche che investono gli idoli della nostra società, il progresso, l’innovazione, la velocità, il successo, l’arricchimento, e i loro corollari negativi, la polluzione, il sovrappopolamento, l’impoverimento dei suoli, l’inquinamento delle acque e dell’aria, e più in generale il senso del tempo e quello della storia, la guerra e la questione sociale.

L’idea di Robida è stata ripresa tale e quale quasi settant’anni dopo da Philip K. Dick, nel romanzo In senso inverso. Il meccanismo è lo stesso: un cataclisma siderale inverte la freccia del tempo, facendo scorrere quest’ultimo al contrario. Dick spinge molto più avanti, in senso anche crudamente realistico, il gioco creato da Robida (senza peraltro denunciarne da nessuna parte, a quel che mi risulta, la paternità): si inverte ad esempio, anche il processo alimentare, per cui ci si nutre di escrementi (naturalmente assunti per la via consona a questi ultimi) che sono poi trasformati dall’apparato digerente in cibo, a sua volta vomitato dalla bocca e ricollocato sui banchi dei supermercati. E allo stesso modo si fuma partendo dai mozziconi, e fumo e cenere si ricondensano in sigarette, tornano nei pacchetti. La Biblioteca non ha il compito di custodire il sapere ma di cancellare le testimonianze scritte di eventi che non sono accaduti, e anche quello che potrebbe sembrare l’effetto più positivo, il ringiovanimento, rivela poi drammaticamente il suo rovescio: perché ringiovanendo si perde l’esperienza, si cancella ogni sapere acquistato. Persino il linguaggio si adegua: si accoglie qualcuno con un “addio” o un “arrivederci”, ci si congeda con le formule di accoglienza. E la più comune imprecazione scatologica diventa: “Cibo!”

Insomma, un disastro. Che Dick cerca di raccontare con una coerenza “inversa”, ma che ad un certo punto sopraffà anche lui. E stende i suoi lettori.

La differenza tra i due sta tutta in quel dente che ricresce. Solo Robida poteva affidare ad un’inezia del genere (insomma!), tra i tanti possibili sintomi, il ruolo di spia del capovolgimento. Comunque, in entrambe le versioni, l’originale di Robida e il remake di Dick, la conclusione che si impone è desolante: perché la vita, che già minaccia di aver poco senso quando corre in avanti e una giustificazione se l’attende dal futuro, rivela poi tutta la propria insensatezza e insignificanza se srotolata e rivista all’indietro. A meno di accettare l’idea che il futuro in realtà non esiste, e che noi siamo essenzialmente passato: e quindi abbiamo anche la responsabilità di difendere questo passato, prima che la Biblioteca lo cancelli.

È tutto. Forse è persino troppo. Ma se davvero volete sapere cosa mi ha dato la misura più inequivocabile delle capacità previsionali-profetiche di Robida, date un’occhiata all’ultima immagine. Il viandante con gli auricolari non lascia dubbi. Quell’uomo aveva capito.

Il mondo salvato dalle scimmie

di Paolo Repetto, 9 febbraio 2020

L’abbiamo cercato tutto il pomeriggio, Leo ed io, prima in casa e poi al capanno. Non c’è stato verso. Sono saltati fuori cinque o sei Verne “minori” (Il testamento di uno stravagante, La Jancada, Il paese delle pellicce, …) e persino quel José il Peruviano che davo da tempo per scomparso, ma non il mio Saturnino Farandola. Non ho idea di dove possa essere finito. È incredibile: ho conservato quel libro per sessant’anni come una reliquia, non ho consentito nemmeno a mio fratello di leggerlo, sapendo come l’avrebbe trattato, e mio figlio assicura di non averlo mai visto. Mi aggrappo ancora al dubbio che sia imboscato da qualche parte, ma dopo la perquisizione a tappeto di oggi non so proprio più dove guardare. Quel che più mi spiace, oltre naturalmente alla perdita secca, è che essendomi tornato in mente proprio in questi giorni ne avevo parlato a Leonardo fino a metterlo nella voglia, certo che fosse in mezzo a quanto ho salvato delle mie prime letture. Adesso dovrò partire in caccia nei mercatini, ma ho poche speranze. Non me ne è mai capitata sott’occhio una copia (l’avrei subito presa!). In rete ho trovato solo un’edizione molto recente, venduta a prezzi che neanche Sotheby’s: ma voglio che mio nipote lo legga nella riduzione nella quale l’ho conosciuto, quella delle edizioni Carroccio-Aldebaran, dalla copertina rossa, che ha pressappoco la mia età ed è senz’altro più adatta alla sua.

Chi è dunque Saturnino Farandola, e perché mi scaldo tanto per lui? È il protagonista del libro più famoso (un tempo) di Albert Robida, il cui titolo originale recitava: “Le straordinarissime avventure di Saturnino Farandola nelle cinque o sei parti del mondo (e in tutti i paesi visitati e anche in quelli non visitati dal signor Giulio Verne)”. Proprio così. Robida era un ecclettico spiritaccio francese, discreto scrittore e giornalista, illustratore e caricaturista incredibilmente prolifico, anarchico sui generis. Sembra abbia prodotto almeno sessantamila disegni, che hanno illustrato tutti i maggiori capolavori letterari, dal Gargantua ad Alice nel paese delle meraviglie, e ha scritto anche diversi altri libri, sugli argomenti più peregrini, sui quali tornerò.

Saturnino è un personaggio a metà strada tra il barone di Munchausen e Indiana Jones (in effetti, sta a metà strada tra i due anche cronologicamente: è uscito nel 1879) che ha fornito spunti al Kipling de I libri della Jungla e a Edgar RiceBurrougs per Tarzan, forse addirittura anche a Collodi per Pinocchio. Le sue avventure sono davvero troppe, e troppo straordinarie, per poterle anche lontanamente riassumere: nell’edizione integrale occupano seicento pagine, sia pure infarcite di oltre quattrocento immagini.

Per quel che ricordo, la parte migliore del romanzo è la prima, nella quale si narra dell’infanzia di Saturnino, allevato dalle scimmie di un’isola polinesiana, e delle sue avventure sulla “Bella Leocadia”, una nave che lo ha raccolto vagante alla deriva su una piroga e della quale ben presto diventa il comandante. Nel corso dei viaggi successivi incontra i più famosi personaggi dei libri di Verne, dal capitano Nemo a Phileas Fogg, sposa una palombara, che sarà poi ingoiata da una balena e risputata viva giusto in tempo per spirargli tra le braccia, combatte contro i pirati dell’Isola Misteriosa guidati dal crudele Bora Bora, conquista l’Australia con un esercito di scimmie e si autonomina imperatore, si muove tra Apaches e banditi negli Stati Uniti, diventa capo della repubblica nicaraguense del Nord (in guerra con quella del sud, guidata appunto da Phileas Fogg), sfugge ai Patagoni, cerca l’Elefante Bianco nel Siam, si sposta in Africa dove rischia di finire bollito ma poi sconfigge i cannibali, libera due principesse e fugge su un ippopotamo a vela, arriva in Egitto dove viene sepolto vivo tra le mummie, e quindi fa a zig zag tra India, Tibet, Cina, Giappone, Polo Nord e Russia. Senza trascurare lo spazio, perché riesce a fare una capatina su Saturno e a combattere anche lì contro gli indigeni locali. Forse ho confuso un po’ l’ordine delle avventure, ma la sostanza è quella.

Insomma, Saturnino non si fa mancare proprio nulla, la sua è una autentica ottocentesca Odissea, ed è chiaro che da una simile sarabanda non ci si può attendere una scrittura particolarmente raffinata. Non è questa la principale preoccupazione dell’autore, che usa pochissimo i dialoghi (al contrario, ad esempio, di Salgari) e lascia la parte del leone a un narratore esterno, quasi un cronista. Si diverte invece come un matto a inventare le situazioni e le vicende più assurde e strampalate e a lasciarle correre a briglia sciolta: ed essendo dotato di un incredibile senso dell’ironia riesce a far divertire anche chi legge. Io stesso, che a dieci anni ero già un inguaribile rompiscatole, insofferente di tutto ciò che puzzasse di scarsa verosimiglianza, di fronte a Robida dopo un iniziale sconcerto mi sono arreso incondizionatamente e mi son fatto trascinare nel suo mondo fantastico.

In realtà avevo conosciuto il personaggio ancor prima di incontrarlo nel romanzo. Mi erano passate per le mani alcune riduzioni a fumetti dei primi anni quaranta (ora so che erano sceneggiate da Pedrocchi e disegnate da De Vita), che tuttavia non avevano suscitato un interesse particolare. Questo era nato solo dopo l’impatto diretto con l’originale. Non avevo però condiviso l’entusiasmo con i miei compagni di battaglie al bosco della Cavalla, un po’ perché non volevo dare in prestito il libro, ma soprattutto perché ritenevo Robida troppo avanti per essere adeguatamente compreso (e quanto gli è accaduto dopo mi ha confermato che vedevo giusto).

Non erano della stessa idea evidentemente due autori che lavoravano per la Disney, Guido Martina (quello di Pecos Bill) e Pier Lorenzo De Vita (lo stesso che aveva disegnato anche il fumetto “serio” d’anteguerra); nello stesso periodo in cui leggevo il romanzo usciva su Topolino “Le straordinarie avventure di Paperino Girandola”, una rivisitazione in chiave paperopolese che si rifà comunque abbastanza fedelmente alle peripezie del nostro eroe.

Era seguita poi un’eclisse di vent’anni. Il Saturnino Farandola non era più stato riedito, non compariva nelle collane dei classici per ragazzi, e io stesso nei primi anni di insegnamento lo infilavo raramente tra le indicazioni di lettura, sapendo che era quasi impossibile da ritracciare. Mi rendevo anche conto che le sue avventure per certi versi erano molto datate, facevano il paio con quelle di Gordon sul pianeta Mongo o con quelle che comparivano su “l’Avventuroso”: avevano funzionato bene nella fantasia giovanile della prima metà del secolo, che aveva solo bisogno di spunti da sviluppare in proprio nei giochi, ma erano poi state in qualche modo superate dalla realtà. Lo stesso valeva per la qualità della scrittura, molto più simile a quella dei centoni omerici o dei poemi epici che non a quella cinematografica e televisiva. Saturnino sembrava destinato a sopravvivere solo nel mio personalissimo Pantheon.

Per questo, quando venni a sapere, nel 1977, che Rai due avrebbe mandato in onda uno sceneggiato in più puntate tratto dalle avventure di Saturnino Farandola, entrai in agitazione. Avevo i miei motivi. Tutte le trascrizioni televisive dei libri che ho amato sono risultate deludenti, salvo forse “L’isola del tesoro” (ma allora avevo dieci anni, seguivo la tivù nel circolo parrocchiale e mi accontentavo davvero di poco). L’anno precedente era stato trasmesso il Sandokan con Kabir Bedi, e ne era venuto fuori un polpettone inverosimile, da far piangere i salgariani doc, e tre anni prima era andato in onda “L’avventura del grande Nord”, costruito saccheggiando London, che aveva il merito di una adeguata ambientazione, ma era poi insopportabilmente lento, come tutti gli sceneggiati italiani. Ora, davanti a Saturnino, davvero non riuscivo a immaginare come potessero cavarsela: temevo una riduzione cucita sul Quartetto Cetra (che a suo modo poteva anche starci, ma non per tredici puntate) o un teatrino tipo “Giovanna, la nonna del Corsaro Nero” (che tuttavia, almeno per i più piccoli, era riuscito divertente).

Magari fosse andata così!

Pur essendo ormai prossimo ai trent’anni, e padre, e allergico alla televisione, mi ero preparato per l’evento alla maniera fantozziana: coprifuoco in casa e mio figlio a fianco, anche se un po’ scalpitante. Fu una cosa tremenda. Dopo cinque minuti Emiliano mi guardava con occhi smarriti. Il Saturnino Farandola di Raidue andò oltre le più pessimistiche previsioni: fosse stato un titolo di borsa avrebbe affossato Wall Street. Era l’epoca in cui andavano di moda il teatro d’avanguardia, gli indiani metropolitani, la psicanalisi, la decostruzione dei testi, un sacco di scemenze insomma, e gli autori erano riusciti a infilarcele tutte. Una boiata mai vista, devastante, e a pagarla fu la tivù dei ragazzi, che difatti di lì a poco chiuse i battenti. Penso sia davvero cominciato tutto lì: da un simile abisso di idiozie non poteva che venir fuori la generazione dei paninari, seguita a ruota da quella dei consulenti finanziari, giù giù a scendere fino a Salvini. I grandi mutamenti storici nascono sempre dalle inezie: o meglio, sono le apparenti inezie a fornirne i primi veri sintomi. Dopo aver seguito una sola puntata (naturalmente: ma mandarono in onda, implacabili, tutte le altre dodici, divise in due serie) non era più possibile conservare una qualche fiducia nel futuro dell’umanità.

Allora. Tanto per cominciare, il protagonista, Mariano Regillo, più che allevato dalle scimmie sembrava cresciuto da una banda di cretini: girava vestito da dandy o da fachiro e dava l’impressione di metterci molto del suo per toccare il fondo del brutto (devo dire, con eccezionali risultati). Ho provato a dimenticarne il nome, ad applicare la damnatio memoriae, ma non c’è santo: è rimasto l’emblema della stupidità televisiva. E tutto attorno a lui, dalle vicende all’ambientazione, dalla sceneggiatura alla recitazione dell’intero cast, fino alla sigla musicale, sembrava mirare a quello scopo. Comunque, se tra chi legge queste righe ci fosse un amante del kitch più squallido, deve scordarsi di gustare oggi quelle puntate, perché sembra siano misteriosamente scomparse dalle teche Rai. Forse qualcuno ancora capace di vergogna ha voluto cancellare quell’obbrobrio. Il problema è, però, che quell’obbrobrio ha cancellato anche Saturnino. È sparito dalla circolazione. A ripensarci bene, mi spiego adesso perché non ho poi mai raccontato o fatto leggere a mio figlio le sue avventure: temevo fosse rimasto scioccato da quello spettacolo indegno, e che ogni menzione di Saturnino potesse provocargli crisi di rigetto.

A questo punto, quarant’anni dopo, spero abbia superato il trauma, e allora dedico idealmente a lui queste pagine: sapendo che ormai non leggerà più Saturnino Farandola, ma che potrà farmi da sponda per farlo leggere a mio nipote, quando riuscirò a metterglielo tra le mani. Nella riduzione del Carroccio.

Ma torniamo invece all’originale. Ripensato oggi (dopo averlo velocemente scorso nella versione francese che si trova in rete – ma non è scaricabile), se proprio si vuol trovare un filo che non sia quello della pura fantasia sfrenata, credo che il romanzo giochi su tre filoni principali: il rapporto amore-odio con Verne, la carica utopistica, che almeno nella prima parte è rappresentata dai piani di riforma del mondo coltivati da Saturnino, l’attenzione alle tecnologie, quelle militari in primo luogo, e ai loro futuri possibili sviluppi. In mezzo ci stanno poi le riflessioni più bislacche, lunghe tirate contro la poligamia dei mormoni o contro l’Inghilterra, il razzismo delle scimmie nei confronti del primate privo di coda, il ruolo delle donne, nella società e anche nell’avventura, ecc … Cose che magari spezzano il ritmo – e ogni tanto davvero se ne sente il bisogno – ma fanno balenare qua e là idee controcorrente, intuizioni geniali, senza mai indurre il sospetto che siano state cacciate lì solo per tirarla in lungo, alla maniera degli inserti naturalistici salgariani (d’altro canto, essendo apparso il romanzo prima nella sua forma completa, con un enorme successo, ed essendo stato solo successivamente ripubblicato a fascicoli, non avrebbe avuto senso).

Il rapporto con Verne, dicevo, è un po’ particolare. Il riferimento di partenza è senz’altro quello, e non poteva essere diversamente, perché all’epoca Verne era l’autore francese di maggior successo presso il grande pubblico e perché ha dato dignità “letteraria” a quel mondo fantascientifico nel quale anche Robida amava evadere. Ma se Verne rimane sempre e comunque sullo sfondo, il modello narrativo sembra piuttosto ripreso da L’Asino d’oro di Apuleio o dai romanzi picareschi spagnoli del Seicento (nonché, per certi versi, anche dal Candide di Voltaire. Un Candido alla rovescia, naturalmente, che gli eventi non li subisce ma li fa accadere). È l’unico modello che consenta di esprimere una fantasia allo stato brado, quasi onirica, non controllata e organizzata e finalizzata. Cosciente di non poter battere Verne sul suo terreno, Robida sceglie di puntare sulla carta dell’esagerazione parossistica, dell’avventura incalzante e fine a se stessa, senza preoccuparsi di sfu mare i caratteri o di rendere minimamente credibili e conseguenti le situazioni e le vicende. Non fa la parodia di Verne, anche se lo cita continuamente e qualche volta lo chiama direttamente in causa (già nel titolo!): crea piuttosto un personaggio ariostesco trapiantato nell’età del positivismo e del colonialismo. E a differenza di Verne non vuole insegnare nulla: nel romanzo non c’è alcun messaggio ideologico o insegnamento scientifico, nessuna traccia di moralismo trapela dalle sue storie. Lo stesso Saturnino parte rivoluzionario e finisce uomo d’affari, la sua nave affonda sotto il peso dell’oro che è riuscito ad ammassare, il tutto senza ripensamenti o rimorsi. È divertimento allo stato puro.

Quanto all’utopismo, quindi, occorre intenderci. Il mondo ideale che Saturnino prefigura è un impero, di cui lui stesso naturalmente sarà a capo, che partendo dall’Australia e previa cacciata degli inglesi dall’India e sistemazione della questione mediorientale (che evidentemente non esiste da oggi) arrivi ad inglobare anche la vecchia Europa, avendo come capitale Parigi. L’impero dovrà consentire la nascita di una nuova civiltà, dalla quale saranno eliminati, nell’arco di dieci anni, eserciti e monarchie e confini nazionali, e nella quale verranno garantite finalmente libertà e giustizia per tutti. Un programma a dir poco piuttosto vago, e comunque abbastanza comune, almeno un tempo, nelle menti fervide degli adolescenti, ma che presenta una particolarità interessante: ad attuarlo saranno congiuntamente bipedi e quadrumani, gli uomini e le scimmie, nei confronti delle quali Saturnino sembra nutrire maggior fiducia che nei suoi simili. Altro che società multirazziale o multietnica: qui si parla di convivenza paritaria tra diverse specie, e addirittura di unioni matrimoniali interspecifiche. Saturnino al riguardo non è contrario, ma solo molto cauto. La teoria darwiniana, attorno alla quale all’epoca infuriava la polemica, deve aver colpito molto Robida, che l’ha fatta propria e l’ha applicata alla sua maniera spiccia: se siamo parenti prossimi delle scimmie, non si vede perché non coinvolgerle direttamente nel progetto di una futura risistemazione del mondo.

C’è un poi altro aspetto, che non ricordavo perché probabilmente all’epoca mi era parso di scarsissimo rilievo. Ad un certo punto Saturnino decide di sopprimere tutti i giornali australiani, che stanno attaccando le sue riforme e alimentano una campagna di paure e di calunnie, forti del fatto che le scimmie non sanno leggere e scrivere e quindi non possono difendersi con le stesse armi. Messa così, sembra l’attacco ad una delle libertà fondamentali della nostra civiltà. Ma dal punto di vista non antropocentrico che Robida adotta le cose appaiono un po’ diverse. Quella libertà, malamente usata, diventa a sua volta uno strumento di condizionamento e di oppressione. La stampa è nelle mani di gruppi di potere che soffiano sul razzismo per mantenere le proprie posizioni di privilegio, ma che poi non si fanno scrupoli ad approfittare della situazione per inventare sempre nuove opportunità di guadagno (nascono agenzie specializzate nei matrimoni interspecifici, parte la produzione di capi d’abbigliamento pensati per le diverse taglie delle scimmie, ecc …). Lo sguardo di Robida è scanzonato, ma non è affatto miope: vede benissimo ad esempio come funziona l’informazione, quali veleni possa produrre sia quando è eccessivamente controllata che quando sfugge al controllo. Sembra addirittura essersi allungato sino ai tempi nostri, al dominio delle fake news, al travisamento e alla manipolazione di fatti, situa zioni, vicende, storie. È tutt’altro che ingenuamente ottimista. Anzi, è abbastanza smagato da fermare la rivoluzione di Saturnino prima che il sogno utopico possa trasformarsi in un incubo, prima che l’avventuriero libertario possa diventare un tiranno. Questo si chiama saper guardare avanti.

Paradossalmente, a cavallo tra il XIX e il XX secolo in questo esercizio si sono rivelati molto più perspicaci i letterati, e nella fattispecie quei romanzieri ritenuti fino a ieri (ma anche oggi) di serie B, che non i filosofi, gli storici o i pensatori politici. Dal Samuel Butler di Erewhon al London de Il tallone di ferro, sono loro ad aver saputo meglio scorgere la china lungo la quale l’umanità, proprio nel momento in cui si celebravano i suoi trionfi nelle esposizioni universali, si stava incamminando. E i cui effetti sono poi stati descritti con altrettanto agghiacciante lucidità, mezzo secolo dopo, ancora da romanzieri, da Huxley, da Orwell, da Zamjatin.

Dunque, se una morale si può trarre dalle avventure/disavventure di Saturnino, è che una società giusta gli uomini non la vogliono, tant’è vero che per attuarla occorrerebbe imporla attraverso i loro parenti più prossimi, e allora non sarebbe più giusta e non avrebbe senso. Qui risiede a mio modo di vedere l’anarchismo di Robida. Saturnino è il prototipo dell’uomo libero che non vuole vivere la sua libertà nella fuga dal mondo e nell’isolamento, ma tuffandosi nel mondo, pur senza mai rimanerci invischiato. Quindi raddrizza come e quando può i torti, si schiera dalla parte dei deboli, è disposto come Garibaldi o come Cipriani a combattere per ogni causa persa, ma nel contempo è consapevole di come non sia sufficiente emancipare gli schiavi se questi poi (o meglio ancora, prima) non si autoemancipano dentro. Non pretende riconoscenza, ma chiede che ad un certo punto ciascuno si assuma la responsabilità di pensare e decidere in proprio. E non c’è causa più persa di questa. La sua è dunque la versione avventurosa del solitaire, solidaire di Camus (e, fatte le debite proporzioni, anche mio), che tutto sommato non è poi così adolescenziale come potrebbe apparire.

Ma Saturnino è anche quello che, dopo averle provate proprio tutte, si rende conto che l’unico luogo in cui potrà finire davvero libero i suoi giorni è Pomotù, l’isola delle scimmie nella quale è stato allevato. Mi sembra una bellissima metafora, perfettamente adeguata a ciò che sto facendo io in questo momento: dopo aver provato il mondo, non certo come Saturnino, ma insomma, quel tanto che basta, mi rifugio nell’isola del passato, nei territori fantastici della mia fanciullezza. La verità è che solo lì, in mezzo ai libri che mi hanno allevato, mi sono sentito un tempo davvero libero.