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Di(re)gressioni

di Paolo Repetto, 15 gennaio 2021

Per una volta mi ero ripromesso di essere serio fino in fondo. Ma non ce la faccio. Evidentemente non è nella mia natura, o forse è oggettivamente impossibile rimanere seri affrontando un argomento come quello del complottismo (cfr. “Piovono sauri!”); o magari sento la necessità di sdrammatizzare un problema che purtroppo drammatico è, per come si presenta e più ancora per il modo in cui è affrontato. Però, essere seri significa anche dire la verità: e quindi faccio outing.

Lo confesso: alla fine mi sono scoperto anch’io complottista. Non per quel processo che si verifica di solito, di identificazione con l’oggetto dei propri studi, si trattasse anche di Jack lo Squartatore. E neppure perché il ritorno a Foucault o addirittura l’imbarazzante lettura di Icke mi abbiano creato dubbi e ripensamenti. No. É arrivato tutto da una direzione impensata. Su segnalazione di Nico sono andato a recuperare un racconto di fantascienza scritto esattamente settant’anni fa, che mi ha intrigato da subito per il titolo: Gli idioti in marcia. Pur essendo un estimatore del genere fantascientifico non ne avevo mai sentito parlare, così come non conoscevo affatto l’autore, Cyril Michael Kornbluth (ho scoperto dopo che Kornbluth è morto poco più che trentenne, interrompendo un lavoro che prometteva molto). D’altro canto, il racconto era stato pubblicato su “Galassia”, una imitazione piuttosto malriuscita di Urania, solo nel 1971, in un clima politico, tra l’altro, tutt’altro che adatto ad apprezzarlo (ma recentemente, nel 1994, è stato ripubblicato da Bompiani nell’antologia Le grandi storie della fantascienza 13, con una nuova traduzione).

Kornbluth mi ha lasciato secco. Ambienta Gli idioti in marcia in un mondo futuro sovrappopolato, e per di più abitato da persone con un quoziente d’intelligenza estremamente basso. Il pianeta tira avanti solo grazie al lavoro di una piccola élite di super-intelligenti, dotati di competenze di altissimo livello, guidati da un gruppo di genetisti che ha capito verso quale destino l’umanità sta correndo, ma non riesce a trovare soluzioni. A fornirle loro sarà un venditore immobiliare che arriva dal passato, dove era stato ibernato dopo un incidente, e che sterminerà gli idioti facendoli emigrare su Venere, dopo averli convinti con la sua esperienza di imbonitore che si tratta di un paradiso tropicale. Una soluzione che i cervelli raffinati degli intelligenti non avevano considerato, tanto è lontano il loro modo di pensare dall’affarismo cinico e rapace dell’uomo venuto dal passato. Alla fine del racconto però anche lui è imbarcato su un’astronave per la stella del mattino, seguendo il destino delle sue vittime.

Il racconto non è un capolavoro, è tirato via molto velocemente, senza badare troppo alle incongruenze, e anche lo stile riesce (almeno nella traduzione) un po’ approssimativo: ma è comunque efficace, e la storia presenta aspetti davvero inquietanti per quanto anticipano il presente: predice infatti il rimbecillimento progressivo e veloce degli umani, la condizione di clandestinità alla quale sono costretti i coscienti, la perfetta campagna pubblicitaria imbastita dai complottanti.

Dunque, intanto il resuscitato si accorge abbastanza velocemente che tutto quello che lo circonda – razzi, auto avveniristiche, palazzi, rampe sospese, ecc… – è un effetto teatrale (vedi The Truman Show), una scenografia imbastita abbastanza rozzamente, truccando ad esempio tutti i tachimetri delle auto e facendo volare scatoloni di lamiera in forma di razzi, ma sufficiente a ingannare una popolazione pressoché ebete, rissosa, indolente, pronta a bersi qualsiasi messaggio pubblicitario. Subodora immediatamente un complotto: “Avanti, non faccia la commedia. Lei e tutti gli altri aristocratici vivete nel lusso sul sudore degli schiavi oppressi. E avete paura di me perché volete mantenerli nell’ignoranza”.

Ma si sente rispondere: “Non avrebbe potuto ingannarsi in modo più clamoroso. La verità sacrosanta è che milioni di lavoratori vivono nel lusso, sul sudore di un pugno di aristocratici”.

Il termine “Aristocratici” fa venire in mente i cortigiani di Versailles, ma qui è inteso letteralmente, “oi aristòi”, i migliori, i più intelligenti. Quelli sopravvissuti ad una sorta di selezione in negativo. Il complotto quindi c’è, ma a scopo di autodifesa.

Ma, e voi chi siete?

Siamo diversi. Qualche generazione fa, gli specialisti di genetica hanno capito finalmente che nessuno avrebbe dato ascolto a quello che andavano predicando, perciò hanno smesso di parlare e sono passati ai fatti. In particolare, hanno reclutato aderenti per una corporazione chiusa destinata a mantenere ed a migliorare la stirpe. Noi siamo i discendenti di quella corporazione… siamo circa tre milioni. Gli altri sono cinque miliardi, e noi siamo i loro schiavi.

La spiegazione che viene data del degrado mentale degli “altri cinque miliardi” farebbe inorridire e gridare allo scandalo qualunque “progressista”.

Abbiamo bisogno dei falsi razzi e dei tachimetri truccati e di queste città pazzesche perché lei e altri come lei vi siete comportati da stupidi egoisti, avete permesso che le condizioni economiche e sociali vi inducessero a non mettere al mondo figli in nome della prudenza e della preveggenza, mentre gli operai immigrati, i baraccati e i contadini continuavano a mettere al mondo figli … a metterli al mondo senza pensarci. Mio dio, quanti ne hanno messo al mondo. La vostra intelligenza è andata al diavolo. L’intelligenza è quasi scomparsa dal nostro mondo. Il quoziente di intelligenza media è di quarantacinque.” Terribile vero? (Per capirci: Sharon Stone ha un QI di 148). Ma se al quoziente intellettuale sostituiamo il quoziente culturale forse non si allontana di molto dal vero. È quanto sta accadendo di fatto nel nostro paese, e un po’ in tutto l’occidente.

E sta anche accadendo che chi è in grado di pensare con la propria testa, chi trae soddisfazione dal proprio lavoro, chi si sente ferito dalla maleducazione e dall’ignoranza, debba non darlo troppo a vedere, pena essere incluso in quelle “élites” contro le quali è partita la rivolta: “Tinny-Peete non aveva nessuna voglia di finire a pezzi, e sapeva benissimo che sarebbe finita proprio in quel modo, se la popolazione avesse imparato, dall’uomo venuto dal passato, che c’era una piccola aristocrazia la quale si considerava ben al di sopra della massa. Il fatto che quella convinzione fosse perfettamente fondata e che l’aristocrazia fosse condannata dalla propria superficialità ad una esistenza di lavoro faticosissimo non avrebbe contato un bel niente: quella che contava era la differenza”.

Eccola, la rivelazione. La risposta ai dubbi che mi tormentavano ormai da tempo. Continuavo a chiedermi, ogni volta che in televisione sentivo parlare un politico, un esperto o un tuttologo, come fosse possibile che un pianeta abitato da quasi otto miliardi di persone simili a quelle potesse tirare avanti. Mi stupivo quando ruotavo la chiavetta di accensione e l’auto si metteva in moto, o usavo un computer o un frullatore, o mi imbarcavo su un aereo: com’è che queste cose (quasi) sempre funzionano? Se chi le deve costruire e far funzionare avesse le stesse capacità di quei politici – e quei politici sono lo specchio della maggioranza della popolazione – dovremmo essere tornati da un pezzo alla tecnologia della pietra scheggiata.

Pensavo allora che doveva esserci qualcuno capace di lavorare come si deve e, certo, qualcuno anche lo conoscevo, qualcuno lo avevo incontrato nell’ambito del mio lavoro, ma erano mosche bianche. Non era possibile che il mondo potesse funzionare così. A meno che …

A meno che la cospirazione esista davvero, e sia talmente autentica da rimanere completamente segreta, invisibile, malgrado il numero di coloro che vi sono coinvolti. Una congiura di persone che svolgono silenziosamente il loro lavoro, non compaiono in tivù, non messaggiano sui social, non partecipano ai flash mob. Che non possono venire allo scoperto perché verrebbero subito attaccate e smascherate come rettiliane, ma che in realtà non vogliono nemmeno farlo, perché sanno che richiamare alla realtà gli scemi è il più inutile e ingrato degli impegni, e poi perché va bene loro così, la soddisfazione la trovano nel fare bene ciò che fanno. E che almeno per il momento non hanno nemmeno la necessità di spedire su Venere la zavorra umana.

Non sono così pessimista come Kornbluth, uno zero virgola cinquanta di popolazione utile mi sembra un po’ poco per poter reggere, penso ad una percentuale addirittura cinquanta volte superiore. Ci sta tutta, per essere comunque una minoranza operosa e silenziosa. Soprattutto, se l’ordine delle cifre fosse quello, potrei presumere di rientrarci anch’io.

Qualcosa però mi preoccupa. Il mio sangue è ancora rosso, e non blu, eppure io un po’ di gente su Venere l’avrei già spedita, magari in low coast, dispersa appena fuori dell’atmosfera, per risparmiare qualcosa. Per questo nel frattempo ho cominciato, quasi senza accorgermene, a esplorare con le dita la mia pelle, per verificare se per caso non fosse squamosa, a controllare segni eventuali di biforcutismo della lingua, a preoccuparmi per l’accentuata eterotermia che mi ha sempre caratterizzato, tanto che chi mi sta attorno dice che vado ad energia solare.

Vuoi vedere, mi dico, che sono addirittura un rettiliano?

Futuro anteriore

di Paolo Repetto, 16 febbraio 2020

Seconda puntata del caso Albert Robida. In quella precedente abbiamo visto che ci sarebbero mille motivi per riesumare lo scomparso Saturnino Farandola (la mia copia, letteralmente), non ultime le bellissime immagini che impreziosivano l’edizione originale. Ora vorrei concentrarmi invece su un aspetto della immensa produzione di Robida che in Italia è praticamente ignorato: quello visionario-fantascientifico. Anche perché nel frattempo ho scoperto l’esistenza di una setta di cultori di questo autore, gli adepti dello Steampunk, che da qualche anno ne sta promuovendo il culto. La cosa da un lato non può che farmi piacere, ma dall’altro un po’ mi inquieta, perché ho sempre in sospetto ogni forma di beatificazione. In questo caso, poi, siamo già molto al di là del sospetto, visto che figuranti in costumi steampunkers hanno cominciato a sfilare e ad esibirsi nei carnevali e nei festival del fumetto.

Il mio rinnovato interesse per Robida muove da stimoli diversi e viaggia in un’altra direzione, anche se è legato proprio alla tematica che più caratterizza la sua opera e che sta all’origine del “movimento artistico e culturale” (o del fenomeno modaiolo, a seconda dei punti di vista), cui accennavo sopra: quella del rapporto con le tecnologie. Il tema era già presente nel Saturnino in forma di benevola parodia di Verne, ma è stato poi affrontato e sviluppato dall’autore in una trilogia fantastica della quale sinceramente fino a ieri sapevo nulla. Provo adesso a recuperare.

Al trittico fantascientifico sono arrivato per vie traverse, partendo dalla lettura di un libro di André Gorz, L’immateriale, l’ultimo scritto dal filosofo prima della Lettera a Dorine e del tragico e romantico suicidio della coppia. Nel saggio Gorz cerca di immaginare quale possa essere il futuro del lavoro, e questo mi ha rimandato ad altri scritti sullo stesso tema editi recentemente (sui quali intendo tornare). Ma soprattutto mi ha fatto imbattere in una citazione da un romanzo di Robida, Il ventesimo secolo, l’unico tradotto in italiano oltre al Saturnino, che prometteva sviluppi interessanti. Di qui sono partiti la caccia immediata al testo (necessariamente in rete, e quindi già in qualche misura connessa al tema), e il rinnovarsi della fascinazione per le immagini disegnate da Robida, già a partire da quella di copertina. Subito appresso è arrivata però anche la sorpresa dell’attualità dei contenuti: ho scoperto che Robida aveva anticipato tutta una serie di innovazioni tecnologiche con le quali facciamo i conti oggi e che hanno ridisegnato la nostra quotidianità.

Le Vingtième siecle è come dicevo il primo volume di una trilogia che si completa con La guerre au Vingtième siècle e La vie électrique. I tre romanzi sono stati scritti in quest’ordine nell’arco di una decina d’anni, tra il 1883 e il 1892, e sono comparsi nella classica forma del feuilleton, in fascicoli a puntate. Ma alcuni spunti, ad esempio quello della radicale trasformazione dei conflitti nell’età moderna, l’autore li aveva in testa almeno da una ventina d’anni: lo dimostrano gli album giovanili inediti che aveva riempito di disegni di battaglie futuribili. Lo stimolo immediato a scrivere questi romanzi fu costituito probabilmente dal successo arriso a Saturnino Farandola: occorre però tener presente che quel periodo fu caratterizzato da una vera ubriacatura di massa per le potenzialità e le meraviglie connesse all’uso dell’energia elettrica. Robida non ne fu immune, ma rimase sufficientemente sobrio per guardare un po’ più lontano.

Nel 1881 l’Esposizione Universale di Parigi aveva celebrato definitivamente l’ingresso dell’Europa (e del mondo) nell’era dell’elettricità e aveva acceso ogni tipo di fantasia. L’Expò rappresentava il culmine di un percorso iniziato nella capitale francese quarant’anni prima, con la sperimentazione di lampade ad arco per l’illuminazione pubblica. Quelle lampade producevano però una luce molto instabile, soggette com’erano alla velocissima erosione degli elettrodi, quindi necessitavano di una manutenzione costante e costosissima; erano belle a vedersi, la luce era bianca e intensa, ma rimanevano meraviglie più spettacolari che funzionali. Solo dopo la metà degli anni settanta erano state brevettate le prime lampadine a incandescenza, a luce regolare e continua, che potevano invece essere adatte anche ad un uso domestico diffuso. Nel frattempo il telegrafo aveva iniziato a far viaggiare via cavo i suoi impulsi oltre gli oceani, aprendo nuovi orizzonti all’informazione e alla comunicazione, ed erano state brevettate le prime apparecchiature telefoniche. Tutte queste novità venivano propagandate da una fiorentissima pubblicistica di volgarizzazione scientifica e tecnica, e avevano preparato il terreno all’esplosione di quella che potremmo definire una “elettromania”.

Vediamone gli effetti. Intanto, la tecnologia elettrica prometteva di rendere obsoleta quella del carbone, responsabile negli ultimi due secoli di enormi e immediatamente tangibili danni ambientali, e quella del vapore, con i suoi limiti funzionali (quella del petrolio era ancora a venire, e all’epoca non faceva affatto presagire i suoi futuri sviluppi). Poi produceva un eccezionale impatto sull’immaginazione: per la prima volta si potevano davvero abbattere i confini tra la luce del giorno e la tenebra notturna, e quelli tra il tempo del lavoro e quello del riposo. Di notte le strade illuminate diventavano invitanti, e l’invito era ribadito dalle luminarie di facciata subito adottate dai teatri e dai grandi magazzini.

Da un lato quindi l’elettricità ampliava in modo smisurato il campo del possibile, dall’altro eleggeva le città a luoghi per eccellenza dell’utopia. Non solo: era associata alla velocità, in quanto la comunicazione per via elettrica diventava istantanea, e a congegni sempre più maneggevoli, a meccanismi di accensione e di regolazione semplici, quindi accessibili a tutti. L’abbondanza elettrica ventura faceva davvero presagire il passaggio dalla società dello stretto necessario a quella di un consumismo universalmente allargato. E infine, l’elettricità creava anche bellezza, o almeno contribuiva a rivelarla o a spettacolarizzarla: diventava icona di una società del piacere.

Tra gli innumerevoli cantori di questa meraviglia Robida occupa un posto particolare. Non certo per la qualità della scrittura, che non si scosta molto da quella dei romanzi d’appendice, anche se l’ironia di fondo la riscatta, ma senz’altro per la novità dell’impianto e la genialità delle intuizioni. Non si limita infatti a riprodurre e a celebrare l’esistente: ne ipotizza i futuri possibili sviluppi, i prolungamenti, e spinge l’innovazione fino a limiti che all’epoca sua potevano sembrare assurdi. Racconta le macchine, ma racconta soprattutto la società nella quale le macchine agiscono, i mutamenti culturali e sociali che il loro utilizzo induce, e che già stanno avvenendo sotto i suoi occhi: il ruolo dell’educazione, l’informazione di massa, la nascita del movimento femminista, la società dei consumi, ecc.

Robida fotografa la mutazione in corso con gli strumenti che gli sono propri, la scrittura appunto, ma soprattutto il disegno. Colloca le vicende dei suoi romanzi all’incirca attorno alla metà del ‘900, concedendosi uno spettro previsionale di sessanta/settant’anni. In realtà in questi romanzi le trame quasi non esistono, sono solo il pretesto per descrivere con taglio più sociologico che narrativo un mondo dominato e trasformato dalle tecnologie. E nel contempo, e principalmente, per dare la stura ad una immaginazione grafica strabordante (d’altro canto, anche questo scritto è in realtà un pretesto per offrire un assaggio delle immagini create da Robida. Non resistevo alla tentazione di condividerle). Nell’economia del suo racconto le immagini non sono né un semplice ornamento né una ripetizione del testo con un altro linguaggio: sono invece elementi costitutivi del testo stesso. Vanno a sostituire spiegazioni sui dettagli tecnici delle apparecchiature che risulterebbero pesanti e noiose, e che comunque all’autore non interessano affatto, mentre gli interessa la loro collocazione in situazioni che ci raccontano non tanto l’oggetto ma come, e da chi, l’oggetto è usato, come viene recepito, la sua penetrazione sociale, i meccanismi comportamentali o le abitudini cui dà origine.

A differenza di Verne, che rimane comunque il riferimento esplicito, Robida non guarda alle invenzioni eclatanti (sommergibili, razzi lunari, ecc…) quanto piuttosto ai dispositivi destinati ad un uso comune e universale. Ciò che vuol raccontare non è la meraviglia intrinseca agli oggetti, le leggi scientifiche e i processi tecnologici che ne determinano il funzionamento, dei quali sono portato a pensare avesse una conoscenza rudimentale (non possedeva certo le competenze di Verne, e neppure si avvaleva di consulenze scientifiche), ma l’impatto che quegli oggetti hanno sulla quotidianità, sui comportamenti, sul modo di pensare. E quindi immagina apparecchi il cui futuribile contesto d’uso sia il più ampio e comune possibile. Anche se non manca di intuizioni strabilianti, per la gran parte delle novità di cui parla fa riferimento ad oggetti già esistenti: la sua prerogativa è quella di coglierne i futuri possibili sviluppi e la connessione col cambiamento sociale.

Per farla breve: mentre Verne anticipa una evoluzione tecnologica che non nasce dalle esigenze quotidiane, tanto che le invenzioni che descrive sono il parto di “scienziati pazzi” o comunque di personaggi che con la vita normale hanno rotto i ponti, Robida prefigura le ricadute di questa evoluzione su tutti gli aspetti della vita umana, anche quelli un tempo considerati meno significativi. Ed è proprio questo a consentirgli di avere intuizioni a volte davvero straordinarie: la sua scelta prospettica tiene conto di quelle che potrebbero essere le richieste del grande pubblico, di come potranno essere suscitate o indirizzate, degli ambiti nei quali la tecnologia non è ancora presente, delle funzioni inaspettate che potrà andare a ricoprire.

Non stupisce quindi che presagisca fin nei minimi dettagli l’evoluzione dei comportamenti, i cambiamenti che interverranno, ad esempio, nella condizione femminile: donne che portano i pantaloni, che fumano, che non solo godono degli stessi diritti politici dei maschi, come elettrici e come candidate, ma ricoprono ruoli fondamentali nella giustizia, nell’economia e nei servizi. Ha assistito, è vero, ai primi deboli vagiti del movimento femminista, alle prime manifestazioni delle suffragette: ma da episodi che all’epoca venivano liquidati quasi all’unanimità come stravaganti e disdicevoli bizzarrie ha tratto indicazioni per disegnare un assetto sociale futuro assolutamente inconcepibile per i suoi contemporanei. E lo stesso vale per l’affermarsi del turismo di massa, o per i problemi creati dall’inquinamento. Insomma, legge il domani scrutando con incredibile perspicacia le viscere del presente.

Questo fa si che il suo sguardo sia tutt’altro che ottimista ed entusiasta. Robida non scioglie alcun peana alla tecnologia. Si mantiene costantemente su un registro ironico, e dalla sua scrittura traspare una sensazione di cauto distacco nei confronti delle innovazioni tecnologiche. Si riserva un margine di riflessione che gli lascia intravvedere immediatamente anche i possibili risvolti negativi. Le sue anticipazioni assumono quindi un sapore diverso da quelle di Verne, che pure è forse ancor più pessimista: per quest’ultimo la futura decadenza dell’umanità sarà causata dallo sganciamento del progresso tecnico dalla crescita morale, da un’euforia tutta canalizzata verso l’arricchimento individuale, anziché verso un aumento generalizzato del benessere spirituale e materiale (“Ma gli uomini del 1960 non si stupivano più alla vista di quelle meraviglie; ne usufruivano tranquillamente, senza gioia … poiché si intuiva che il demone della prosperità li spingeva avanti senza posa e senza quartiere”): per Robida il germe è già presente nella scienza stessa. E ne parla come se anticipare il futuro fosse il solo modo per esorcizzarlo.

Non crede affatto, insomma, che con un buon uso delle tecnologie il domani potrebbe essere migliore. Teme piuttosto che nella civiltà futura non ci sarà spazio per l’autenticità e l’avventura, i paesaggi diventeranno tutti ugualmente piatti e uniformi, ogni ambiente sarà controllato e addomesticato. Ciò che sembra essere da lui raccontato come una grande conquista, se riletto in filigrana si rivela invece inquietante. Si veda ad esempio questo brano: “Delle nevicate erano cadute in grandi quantità da due settimane, ricoprendo tutta la Francia, tranne una piccola zona del Mezzogiorno, di uno spesso tappeto bianco, magnifico ma molto fastidioso. Secondo l’usanza, il Ministero delle vie e comunicazioni aeree e terricole ordinò un disgelo artificiale, e la postazione del grande serbatoio di elettricità N (dell’Ardèche) incaricato dell’operazione riuscì in meno di cinque ore a sgombrare tutto il nord-ovest del continente di questa neve, il lutto bianco che la natura un tempo portava per settimane e mesi (bellissima questa immagine!), gli orizzonti già tanto rattristati dalle livide brume dell’inverno. […] Quando i venti feroci ci soffiano il freddo delle banchise polari, i nostri elettrici dirigono contro le correnti aeree del Nord delle controcorrenti più forti che le inglobano in un nucleo di cicloni fittizi e conducono questi a riscaldarsi al di sopra dei diversi sahara d’Africa, d’Asia e di Oceania. Così sono state riconquistate le sabbie di Nubia e le infuocate Arabie. Allo stesso modo quando il sole estivo riscalda le nostre pianure e fa bollire dolorosamente i cittadini, delle correnti fittizie stabiliscono tra noi ed i mari glaciali una circolazione atmosferica rinfrescante”. Il fatto che la capacità odierna di controllo del clima sia addirittura peggiorata, nel senso che persino la scienza previsionale ci sta sempre più sfuggendo di mano, non inficia affatto il valore dell’intuizione. Quello che l’autore scorge, e paventa, dietro l’apparenza di una glorificazione del progresso, è l’intento di una pianificazione da incubo.

Robida mette in conto quindi i possibili e più che probabili costi della rivoluzione tecnologica, fino a stilarne un bilancio tutt’altro che positivo. È talmente convinto che le prospettive future non siano entusiasmanti da ipotizzare, ne “La vita elettrica”, la creazione in Bretagna di una valvola di sfogo, una sorta di riserva dalla quale è bandita ogni forma di tecnologia e nella quale ogni tanto i francesi potranno andare a rigenerarsi, a ritrovare un po’ di autenticità e di tranquillità. Tra l’altro, i due protagonisti del romanzo si incontrano proprio per un incidente elettrico, un corto circuito prodotto da un uragano che ha stravolto il funzionamento dei sofisticatissimi strumenti di telecomunicazione. Perché tra i risvolti negativi bisogna annoverare anche gli incidenti, il possibile scatenamento incontrollato di tanta energia e le paure sia fisiche che psicologiche che le sono connesse. L’elettricità attrae, ma al tempo stesso inquieta. Non a caso ad un certo punto i due giovani innamorati decidono di rifugiarsi proprio in Bretagna.

Alla fin fine, tecnologia o no, Robida raffigura ne Il Ventesimo Secolo un mondo privo di ideali e dominato dal denaro, dalla pubblicità, dal consumismo e dall’egoismo, nel quale anche la politica è ridotta a uno spettacolo rituale, con tanto di elezioni farsa e finte rivoluzioni. In questo si trova perfettamente d’accordo con quanto raccontato dall’amico-rivale Verne in Parigi nel XX secolo, scritto almeno una ventina d’anni prima della trilogia di Robida ma ritrovato e pubblicato solo più di un secolo dopo (l’editore, che temeva una reazione negativa del pubblico all’eccessivo pessimismo espresso dal romanziere, ne aveva sconsigliato all’epoca la pubblicazione). Entrambi parlano in realtà di un mondo che già conoscono, della Francia tra il Secondo Impero e la Terza Repubblica, dello strapotere della finanza anche sulla politica, ma esasperandone le caratteristiche negative arrivano a fotografare perfettamente la nostra epoca. Robida lo fa immettendoci la sua consueta dose di humor, e in effetti le sue opere risultano più piacevolmente leggibili, al di là della forza delle immagini, di quella di Verne: ma quanto a capacità previsionale, ambedue sono andati ben oltre la gittata che si proponevano.

Per verificarlo possiamo analizzare alcune delle intuizioni più significative di Robida, quelle che riguardano gli sviluppi futuri delle comunicazioni, si tratti del trasporto fisico di uomini e merci o di quello elettrico di suoni e immagini. Gli scorci urbani rappresentati nei suoi disegni ci mostrano città innervate da tubature di ogni genere e dimensione, entro le quali l’elettricità o l’aria compressa fanno viaggiare persone, cose, informazioni, spettacoli, dati. I cieli sono solcati da aeromobili dalle forme più bizzarre, che ci proiettano direttamente in un tipo di mobilità futuribile anche per noi, saltando in pratica direttamente oltre la fase della motorizzazione automobilistica. E altrettanto congestionato appare il traffico sotto la superfice marina.

Ciò che riesce davvero sorprendente sono però le anticipazioni sul trasporto e sull’uso delle merci immateriali, ovvero dell’informazione.

Negli anni in cui Robida scriveva era ancora fortissima l’impressione destata dalle prime sperimentazioni di telefonia, propagandate in giro per il mondo, con conferenze e dimostrazioni pratiche, da almeno una decina di diversi inventori in competizione per il brevetto. Basandosi su queste suggestioni, Robida immagina un utilizzo pubblico del telefono tramite postazioni alle quali hanno accesso, utilizzando una chiave personale, tutti gli abbonati (tradotto poi nella realtà, fino a pochi anni orsono, nella cabina telefonica con funzionamento a gettoni), ma anche il superamento della funzione di puro tramite comunicativo a distanza riservata all’apparecchio. Pensa come primo sviluppo ad un telefonografo, che funziona come un vivavoce, e consente di dettare e registrare le notizie e di distribuirle via cavo agli abbonati; ma il “perfezionamento supremo del telefono” è raggiunto col telefonoscopio. “Tra le molte invenzioni sublimi di cui il ventesimo secolo può vantarsi, il telefonoscopio spicca come la più impressionante, l’apice della gloria dei nostri scienziati. Il vecchio telegrafo elettrico — quella primitiva applicazione dell’elettricità — è stato rimpiazzato dal telefono e poi il telefono è stato rimpiazzato dal suo più alto perfezionamento, il telefonoscopio. Il vecchio telegrafo permetteva di comunicare a distanza con un interlocutore. Il telefono permise di sentirlo. Il telefonoscopio superò entrambi rendendo possibile anche vederlo. Che si può volere di più? […] Il pubblico accolse con entusiasmo l’invenzione del telefonoscopio. Gli abbonati che ordinavano il nuovo servizio potevano avere l’apparato installato sui loro telefoni per un canone mensile extra”.

Cosa è dunque il telefonoscopio? È una combinazione di telefono, radio, televisione, videocitofono, che può essere piegata agli usi più diversi. “Consiste di un semplice schermo di cristallo, posto contro il muro o appeso sopra il caminetto come uno specchio”. In sostanza un televisore a schermo piatto. La spiegazione tecnica finisce qui. Più dettagliata è invece quella delle condizioni d’uso, che come accade attualmente per la televisione o per la connessione internet sono vincolate a un canone o a un abbonamento, e non al pagamento a consumo o a tempo. Anche questa modalità di erogazione di un servizio è per l’epoca molto avveniristica.

L’abbonato in regola può a questo punto fruire di svariati servizi. Le videochiamate, in primo luogo: anche se lo stesso Robida non sembra molto convinto che tutti vogliano davvero rinunciare ad essere invisibili all’interlocutore, e prefigura i possibili inconvenienti (l’apparecchio che rimane acceso in camera da letto e la centralinista che sbaglia le connessioni). A meno che non si tratti di situazioni particolari, e volute, come nel caso degli innamorati mielosi o in quello del colloquio tra i due coniugi lontani, che suggerisce alla fantasia di Robida interpretazioni maliziose.

Il telefonoscopio funge anche, e direi quasi principalmente, da televisore. Vengono ripresi e mandati in onda i più importanti spettacoli teatrali, ai quali si può assistere tranquillamente da casa propria, standosene in poltrona. E ancora, l’apparecchio consente di seguire corsi o lezioni a distanza, ma anche di fare acquisti, come si direbbe oggi, on line. O di ascoltare, oltre quelli dal vivo, spettacoli musicali registrati, pescando da un archivio sterminato. E poi ci sono naturalmente i notiziari, costantemente aggiornati. L’arrivo di notizie fresche è annunciato da uno squillo, e chiunque può seguire in tempo reale gli avvenimenti in ogni parte del mondo. C’è inoltre, implacabile e abbondante, anche la pubblicità, non meno ossessiva e smaccata di quella odierna, in parte “occultata” all’interno dei programmi, ma in alcuni casi sfacciatamente esplicita: “Cos’è questo?” chiese Hélène. “Un altro romanzo?” “Sì,” rispose il giornalista. “Questo è un romanzo pubblicitario. Avrai compreso che il giornale telefonico non può trasmettere lo stesso tipo di pubblicità che fanno i giornali cartacei. Gli abbonati non le ascolterebbero. Bisogna trovare un altro modo per infilare le pubblicità e così sono nati i romanzi pubblicitari. Ascolta…”

Non manca nemmeno la “tivù spazzatura”, la possibilità di accedere a spettacoli “piccanti”:
“Barnabette ebbe un’improvvisa ispirazione: “Perché non approfittiamo che papà si è addormentato per guardarci qualche scena di quegli spettacoli che ci ha proibito di vedere?”
“Buona idea!” Barbe approvò con entusiasmo. “Assaggiamo il frutto proibito e visitiamo i teatri vietati alle giovani donne. Ah! Il Palais-Royal! Alcune delle mie amiche sposate non si perdono mai gli spettacoli lì o al Variétés.”
“E il Palais-Royal sia. Controlla la guida: che stanno facendo?”
“L’ Ultimo degli Scapoli, una farsa piccante in quindici scene.”
“Rapida Barnabette, colleghiamoci!”

Il telefonoscopio ha infine anche un uso pubblico: maxischermi giganti trasmettono senza interruzione, in genere davanti alle sedi dei giornali più importanti, notiziari e promozioni pubblicitarie. Ora basterà solo inventare anche il calcio o i megaconcerti.

Direi che c’è già tutto: tutto ciò che conosciamo oggi e in cui ci possiamo riconoscere. Quel che ha caratterizzato la seconda metà dello scorso secolo, e una buona parte di ciò che sta caratterizzando gli inizi di quello attuale. Certo, non ci sono gli smartphone, non c’è internet, non c’è la tecnologia digitale, ma le applicazioni e le implicazioni comportamentali ci sono già tutte. E questo vale anche per ogni altro settori. Robida immagina ad esempio un’editoria che tende a far a meno del cartaceo, sostituito da audiolibri che si possono tranquillamente noleggiare o scaricare: ciò favorisce anche il moltiplicarsi di autori autoprodotti, che diffondono on line le loro opere, nonché l’affermarsi degli instant book e dei libri-spazzatura. Esattamente quel che sta accadendo.

Oppure, porta alle estreme conseguenze la grande distribuzione alimentare. “Avete mai visitato la cucina della Grande Compagnia di alimentazione? È una delle curiosità di Parigi … Gli altiforni rosticcieri cuociono ventimila polli contemporaneamente […] Abbiamo anche due enormi marmitte di ghisa e terracotta che contengono ciascuna mille litri di brodo […] niente cuochi né cuciniere: il pasto è assicurato da un abbonamento alla Nuova Compagnia di Alimentazione e arriva attraverso tubature come le acque della Loira e della Senna … È un progresso considerevole. Che fastidio in meno per la padrona di casa. Quante preoccupazioni evitate, senza parlare del grande risparmio che ne risulta!

Noi siamo ancora alla pizza da asporto, ma col digital takeway ci stiamo avviando alla distribuzione porta a porta del già cotto. Il prossimo passo potrebbe essere la creazione diretta e casalinga del cibo con la tecnologia 3D.

Robida ci uscirebbe di testa.

Rimane da considerare un fondamentale risvolto. Ne La guerre au vingtième siècle il discorso sulle nuove tecnologie imbocca direttamente la strada delle loro derive funeste, quelle dell’uso militare. L’umorismo e la fantasia con i quali l’argomento viene trattato non sono sufficienti a dissimulare il vero sentimento di Robida: la desolante percezione che anche nel nuovo secolo la guerra sarà inevitabile e che sarà anzi sempre più atroce e devastante. Non si può che negare che vedesse giusto (e purtroppo ebbe modo lui stesso di constatarlo, nel corso del primo conflitto mondiale).

A dispetto del numero incredibile di disegni dedicati al tema (de La guerre au vingtième siècle ha editato tre differenti versioni) Robida non è affatto un guerrafondaio. Lo attira invece la possibilità di immaginare avveniristici congegni e rappresentare situazioni particolarmente spettacolari, e occorre riconoscere che in tal senso si è davvero sbizzarrito. Più ancora che nei precedenti romanzi il racconto è affidato qui alle immagini. Il testo ha l’andamento di uno scarno bollettino bellico, nel quale si seguono le fasi del conflitto scopppiato per ragioni puramente economiche tra gli stati del Mozambico e dell’Australia. Non a caso vengono ipotizzate due nazioni giovanissime, figlie del nuovo secolo, a dimostrazione che nelle dinamiche dei rapporti tra stati, progresso o no, non cambierà assolutamente nulla. Il conflitto immaginato da Robida sembra essere la prova generale di quello che scoppierà realmente un quarto di secolo dopo: vi si sperimentano armamenti, tecniche, strategie che avranno il loro battesimo proprio nella prima guerra mondiale. Si parla di armi chimiche (le bombe al cloroformio), si riprendono direttamente dal Saturnino Farandola quelle “miasmatiche”, o biologiche (la bombe al vaiolo), si raccontano i duelli tra aeronavi corazzate, le incursioni dei carri armati semoventi, l’impiego di paracadutisti e sommozzatori.

Robida prefigura la guerra-lampo, e persino la violazione della neutralità di uno stato terzo per sorprendere alle spalle il nemico. Ma soprattutto ha la precisa consapevolezza che quella del futuro sarà una guerra totale, combattuta sopra e sotto i mari, per terra e nei cieli, tra gli eserciti ma egualmente contro le popolazioni civili inermi. A risolvere il conflitto sono il bombardamento chimico e la presa per asfissia di Melbourne (per inciso, quella dell’Australia sembra un po’ una fissa di Robida, a partire gia dal Saturnino. Si diverte a farla sconfiggere e invadere da qualcuno, e descrive i suoi abitanti come sleali e prepotenti: ma il vero bersaglio è senza dubbio l’Inghilterra, della quale l’Australia all’epoca era ancora una colonia. E non una colonia di popoli assoggettati, come l’India, ma popolata da inglesi).

Quella del futuro sarà dunque una guerra scientifica, combattuta con i mezzi sempre più sofisticati e letali messi a punto da scienziati di entrambe le parti. La scienza, una volta posta al servizio della distruzione e della morte, rivela qui tutta la sua natura ambigua. Robida aveva espresso già ne “Le vingtième siecle” la sua diiffidenza per questa particolare tipologia umana, mettendo in caricatura conventicole di scienziati con crani enormi e corpi esili, anemici, quasi atrofizzati, a rappresentare “la decadenza fisica delle razze troppo evolute”. L’eccesso di pensiero, di razionalità fredda, costituisce a suo avviso una degenerazione della specie umana. Certo, questi scienziati rachitici dai crani esagerati sono agli antipodi del modello umano rappresentato da Saturnino. Vivono in un mondo teorico che sembra letteralmente risucchiarli, spremerli. Hanno perso ogni contatto con la scimmia originiaria, e quindi con quella natura che hanno la pretesa di dominare (e che Saturnino, al contrario, torna a riabbracciare).

Infine, quasi un post-scriptum. Dal momento che sono su Albert Robida, vado sino in fondo. Ho provato a verificare che ruolo assegnano al nostro le diverse storie della fantascienza che possiedo. Su cinque, quattro nemmeno lo considerano. L’unico che ne parla è ovviamente un francese, Jacques Sadoul (autore di una famosa storia del cinema), che nella sua “Storia della fantascienza” lo cita tra i precursori e gli dedica dieci righe. Ma in queste righe, dopo aver appena nominato Le XXe siècle, parla de “L’horloge des siècles”, pubblicato da Robida nel 1902, riassumendolo così: “Storia di un cataclisma che comincia nel modo più banale: un uomo sente rispuntare un dente caduto. Infatti un fenomeno cosmico sconosciuto fa ruotare la terra a rovescio e il tempo comincia a regredire. Se all’inizio tutto va bene (i vecchi ringiovaniscono, le mogli bisbetiche ridiventano dolci fanciulle) quando anche i morti cominciano a rinascere, le società per azioni sono costrette a restituire il capitale agli azionisti, e così via, la civiltà minaccia di crollare. Robida non dà una conclusione al racconto, ma lo interrompe bruscamente all’epoca della battaglia di Waterloo”.

Quelle dieci righe mi hanno turbato. A tutto avevo pensato fino ad oggi, tranne che alla possibilità di uno scorrimento alla rovescia del tempo. È una sfida incredibile al pensiero. E non solo incredibile: insostenibile. In realtà Robida non ha alcuna intenzione di raccoglierla e di provare a seguire o almeno a fingere un percorso logico. Si diverte invece per un po’ a sparigliare le carte e a giocare con le possibili rocambolesche conseguenze di questa inversione. Di primo acchito, la cosa non è male: tutti ringiovaniscono, vedono cancellati gli errori che hanno commesso, ritrovano i loro cari scomparsi, le coppie divorziate si ricompongono e conoscono nuovamente il perduto amore. Ma c’è anche ad esempio chi dopo tanti sacrifici aveva fatto fortuna, e si ritrova ora povero in canna. Il gioco non può però essere tirato troppo in lungo. È impossibile orizzontarsi in questo rimescolamento di generazioni, in questa situazione capovolta, tanto che alla fine anche l’autore si arrende. E lo fa quando arriva alla ricomparsa della sua bestia nera, Napoleone I, che torna a cavalcare, rappresentato a fianco della morte, per rinnovare la rovina dell’umanità.

È un libro davvero straniante. Anche se Robida evita di porsi le domande serie e se ne infischia della logica, quelle domande arrivano al lettore da sole: se i morti resuscitano, e cominciano il loro cammino nella vita alla rovescia, che ne è dei neonati? Tornano embrioni e poi spermatozoi e poi il nulla? E che senso avrebbe ripercorrere la propria esistenza riavvolgendo il nastro, senza mai alcuna possibilità di scegliere, perché si sceglie solo in funzione del futuro, e senza nemmeno poter correggere le scelte errate, ma solo vederle svanire.

Come per le altre opere di cui ho sin qui parlato, anche “L’orologio dei secoli” è in verità un semplice pretesto. Questa volta non solo per legare assieme le immagini, ma per tutta una serie di riflessioni critiche che investono gli idoli della nostra società, il progresso, l’innovazione, la velocità, il successo, l’arricchimento, e i loro corollari negativi, la polluzione, il sovrappopolamento, l’impoverimento dei suoli, l’inquinamento delle acque e dell’aria, e più in generale il senso del tempo e quello della storia, la guerra e la questione sociale.

L’idea di Robida è stata ripresa tale e quale quasi settant’anni dopo da Philip K. Dick, nel romanzo In senso inverso. Il meccanismo è lo stesso: un cataclisma siderale inverte la freccia del tempo, facendo scorrere quest’ultimo al contrario. Dick spinge molto più avanti, in senso anche crudamente realistico, il gioco creato da Robida (senza peraltro denunciarne da nessuna parte, a quel che mi risulta, la paternità): si inverte ad esempio, anche il processo alimentare, per cui ci si nutre di escrementi (naturalmente assunti per la via consona a questi ultimi) che sono poi trasformati dall’apparato digerente in cibo, a sua volta vomitato dalla bocca e ricollocato sui banchi dei supermercati. E allo stesso modo si fuma partendo dai mozziconi, e fumo e cenere si ricondensano in sigarette, tornano nei pacchetti. La Biblioteca non ha il compito di custodire il sapere ma di cancellare le testimonianze scritte di eventi che non sono accaduti, e anche quello che potrebbe sembrare l’effetto più positivo, il ringiovanimento, rivela poi drammaticamente il suo rovescio: perché ringiovanendo si perde l’esperienza, si cancella ogni sapere acquistato. Persino il linguaggio si adegua: si accoglie qualcuno con un “addio” o un “arrivederci”, ci si congeda con le formule di accoglienza. E la più comune imprecazione scatologica diventa: “Cibo!”

Insomma, un disastro. Che Dick cerca di raccontare con una coerenza “inversa”, ma che ad un certo punto sopraffà anche lui. E stende i suoi lettori.

La differenza tra i due sta tutta in quel dente che ricresce. Solo Robida poteva affidare ad un’inezia del genere (insomma!), tra i tanti possibili sintomi, il ruolo di spia del capovolgimento. Comunque, in entrambe le versioni, l’originale di Robida e il remake di Dick, la conclusione che si impone è desolante: perché la vita, che già minaccia di aver poco senso quando corre in avanti e una giustificazione se l’attende dal futuro, rivela poi tutta la propria insensatezza e insignificanza se srotolata e rivista all’indietro. A meno di accettare l’idea che il futuro in realtà non esiste, e che noi siamo essenzialmente passato: e quindi abbiamo anche la responsabilità di difendere questo passato, prima che la Biblioteca lo cancelli.

È tutto. Forse è persino troppo. Ma se davvero volete sapere cosa mi ha dato la misura più inequivocabile delle capacità previsionali-profetiche di Robida, date un’occhiata all’ultima immagine. Il viandante con gli auricolari non lascia dubbi. Quell’uomo aveva capito.

3. Mi son perso nel labirinto

di Paolo Repetto, 30 settembre 2018,da sguardistorti n. 04 – ottobre 2018

Francamente, cosa (e chi) sono non lo so. Me lo chiedo da settant’anni e ancora non sono riuscito a darmi una risposta soddisfacente: forse i miliardi di cellule che perdo ogni giorno, soprattutto quelle cerebrali, sono più di cento, e questo mi crea una grossa confusione. Ho deciso da un pezzo di adottare come motto la battuta (ma non era una battuta) di Sholem: “Io non ho una biografia, ho una bibliografia”. Ovvero, sono quello che ho esperito (fisicamente, psicologicamente, sentimentalmente), quello che ho letto, quel che ho pensato in questi settant’anni. Vuol dire tutto e niente, e questo si presta perfettamente alla bisogna. A dispetto della senile passione per le scienze il mio retroterra è profondamente umanistico, e tendo a considerare il corpo, con tutte le sue cellule che trafficano e si sbattono e si riproducono e muoiono, e le conseguenti trasformazioni morfologiche e pulsioni ed eccitazioni (ahimè, un ricordo!) e, molto prosaicamente, i mal di schiena e gli affaticamenti (questi, invece, molto attuali) come un veicolo per la mia dotazione “libraria”: uno di quei bibliobus che si vedono nei telefilm scandinavi o australiani.

Fuor di metafora: penso che noi siamo uno e centomila (il nessuno lo escludo), non nell’accezione pirandelliana di come ci vediamo noi e come ci percepiscono gli altri, ma in quella biopsicologica di entità in continua evoluzione (significato neutro, che allude solo al cambiamento, involuzioni incluse), che conservano tuttavia una identità di fondo. Un po’ come la Golf, per capirci. In questo senso, avrei qualche obiezione alla lettura “meccanicistica” che Marco sembra adottare (sia pure con la giusta elasticità). Sarà pur vero che ”l’Io bambino è diverso dall’Io adolescente, così come l’Io adulto è diverso dall’Io vecchio”, e tuttavia tanto morfologicamente che psicologicamente l’adolescente, l’adulto e il vecchio non sono determinati solo da un programma già caricato nei nostri geni ma anche, e in misura rilevante, dagli scarti dal programma e dagli accidenti esterni, cui conseguono scelte interiori, sulle quali incidono, al di là della naturale disposizione di ciascuno, il tipo di opzioni offerte. A me da ragazzino regalavano i libri di Salgari, e si sente, mentre Edoardo deve essersi trovato in casa l’intera collezione di Urania (e si sente anche questo). Il materiale era quello, la scelta riguardava l’uso da farne. Credo si chiami epigenetica, e se non è proprio quella, è una parente.

Voglio dire che c’è un programma iniziale, e poi ci sono le contingenze e le occorrenze esterne che ne condizionano lo svolgimento (come a scuola, insomma), ma c’è anche un fattore incognito che è sì frutto della combinazione dell’uno e delle altre, ma in realtà la trascende: così che il risultato è diverso (in positivo o in negativo) dalla somma degli addendi. Questo vale anche a livello fisico: il mio io bambino, rotondetto e pacifico, non piaceva molto al mio io adolescente, che si è imposto una svolta più tonica e battagliera. Sulla spinta dell’abbrivio l’io adulto ha finito per non avere più terraferma e quello vecchio rompe ora le scatole perché si ostina a voler reggere certe velocità. Nel frattempo chissà quante generazioni di cellule si sono avvicendate, ma credo che sui ritmi dell’avvicendamento e sulle scelte di rottamazione abbia avuto il suo peso quella svolta, cioè un certo tipo di autocoscienza e una certa determinazione ad assumere un parziale controllo del processo. Dovrebbe essere questa la “cosa che non ha nome” di cui parla Saramago: noi siamo il prodotto di un banalissimo (insomma) egoismo “di specie”, siamo poi soggetti all’arbitrio del caso, ma ci ritagliamo entro tutto questo uno spazio di scelta, ovvero di libertà, e quindi di responsabilità. Noi siamo essenzialmente quello spazio: sia come singoli individui che come specie umana, momentaneamente egemone, siamo dunque responsabili (nell’accezione positiva e in quella negativa). E già il Marco di 4 anni si preparava, magari a suo modo (molto a modo suo), magari sperimentando in un laboratorio “tutelato” gli effetti dell’irresponsabilità, ad essere il Marco “responsabile” di 25 anni. Evidentemente la muta delle sinapsi ha funzionato meglio del cambio-gomme alla Ferrari e le informazioni hanno preso la strada giusta. Le sostanze chimiche (il carburante), gli impulsi elettrici e la struttura meccanica ci stanno tutti, ma il fine comune delle cellule, il traguardo, a questo punto non è più solo l’adeguamento al naturalissimo e sacrosanto processo di nascita-riproduzione-morte comune a tutte le creature, bensì l’“individuazione”, attraverso l’autocoscienza e il suo allargamento a “coscienza”, di quella particolare creatura di nome Marco.

Bene, ecco lì che il pippone paventato proprio da Marco è gonfiato a dismisura. Conviene tornare da dove siamo partiti, al futuro prospettato da Edoardo. Confesso che alla prima lettura mi avevano colpito, più che l’assunto generale, alcuni aspetti che trovo di fosca attualità. Darei per scontata ormai l’esistenza (e la pervasività) degli androidi organici, quelli che in Blade Runner sono chiamati replicanti. L’ultimo successo della Lego, la produzione (in crescita esponenziale) di copie in 3D dell’omino Di Maio, con giacca blu d’ordinanza, camicia bianca, capelli scolpiti a bassorilievo e faccette dentali a luce alogena, ha sciolto ogni dubbio. Purtroppo si sono dimenticati di distruggere l’originale. La novità sta piuttosto nella possibilità di sostituire i tessuti cerebrali con omologhi sintetici (a dire il vero, il sospetto che siamo già oltre la fase della possibilità lo coltivo da tempo, e si rafforza ogni volta che accendo il televisore). Se anziché sostituirli, ciò che postula l’esistenza di materiale organico di base, si arrivasse anche a crearli ex novo, la multinazionale dei mattoncini realizzerebbe il Di Maio perfetto. Certo, l’idea di una loro maggiore durata mi turba parecchio.

Il quesito giurisprudenziale se depositario di tutti i diritti debba essere o meno l’originale mi vede pertanto schierato dalla parte di Berlusconi, sintetico solo fisicamente, che rientra in gioco a ottantadue anni (la mia è anche una solidarietà anagrafica), contro le sue varie copie, tra l’altro malriuscite, che tentano di farlo fuori. E sia chiaro: se mio figlio domani mi intentasse una battaglia legale, cosa già oggi tutt’altro che insolita, per dimostrare che ho perso una parte di me e quindi non sono più io, rischierei di avvalorare la sua tesi prendendolo per la prima volta a calci nel sedere. Perderei la causa, ma almeno sarei io a determinare e a difendere i confini di ciò che sono.

Infine: l’eventualità di una mia copia, perfettamente identica, che circola per il mondo, è addirittura raccapricciante. Già fatico a dare una giustificazione della mia presenza, figuriamoci di quella di un doppio. Sarebbe solo un inutile spreco, d’aria, d’acqua, di risorse, persino di tempo. Oltretutto, visto che un po’ mi conosco, non riuscirei assolutamente ad andarci d’accordo, così come mi succede con me stesso. La cosa comunque mi ha turbato. Un tempo il mio incubo ricorrente era quello di perdere tutti i denti. Da qualche mese è diventato quello di essere padre della super-blogger alessandrina “discriminata” dalla scuola perché non ha tempo per frequentare le lezioni, e quindi marito della signora che ha impazzato sui social per tutta l’estate. Ora rischio di sognare tutte le notti una tragedia stevensoniana di gemelli identici, anzi, togliamoci il “gemelli”, in mortale conflitto. Dovrò ricorrere agli psicofarmaci.

E chiudo qui. Mi rimane però aperta una domanda.

A proposito di fattori esterni (epigenetici?) che incidono sulla coscienza: di cosa si nutre Edoardo?

Il pericolo viene dallo spazio

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 8, gennaio 1998

Questo articolo è stato pubblicato vent’anni fa su una piccola rivista (CONTRO) animata dallo stesso spirito di SOTTOTIRO e, stanti i tempi, da qualche illusione politica in più. Ci è parso opportuno riproporlo perché si prestava ottimamente ad introdurre il discorso sulla “filosofia del post-umano”, anzi, ne costituiva già la prima parte. Chi lo ha scritto voleva cogliere – e bene o male, alla luce degli sviluppi successivi, pensa di essere riuscito nell’intento – le sottili e tutt’altro che banali implicazioni di un fenomeno che all’epoca veniva ignorato o liquidato con sufficienza dalla cultura di sinistra. Il ragguaglio che lo segue non fa che verificare la traduzione di tali implicazioni in realtà corrente. Il tono dei due articoli è molto diverso, e qualcuno troverà il secondo un po’ greve: ma due decenni lasciano tracce pesanti, sul carattere, oltre che sul mondo.

I compagni che hanno figli in età compresa tra i tre e i tredici anni capiranno subito di cosa sto parlando. Durante le ultime feste natalizie sarà capitato anche a loro di trovarsi di fronte il pargolo armato del suo nuovo Goldrake “più veloce della luce”; di aver sorriso e annuito distrattamente alla domanda: “Pa’, vuoi vedere come funziona?”; e di essersi così beccati in un occhio il doppio maglio perforante, o di aver avuto il setto nasale spostato da un colpo di alabarda rotante. Dove poi i nonni non hanno badato a spese per comprarsi l’affetto dei nipotini si è giunti probabilmente anche ad ustioni di vario grado, dovute all’impiego di mini-laser.

Bene, questi compagni devono armarsi di tanto coraggio, perché non siamo che agli inizi. Per il prossimo Natale sono previsti robot più sofisticati, astronavi anti-lampadario, dotate di mitragliera paralizzante, e contraeree al laser con gittata fino a cinquecento metri, per guerreggiare da un palazzo all’altro, o contro i passanti, alla faccia delle nuove leggi antiterrorismo. E si prevedono anche i primi morti, che se non altro avranno l’onore di essere le prime vittime accertate degli Ufo.

Però intanto qualche “scomparsa” la si può già registrare. Una è di minor conto, perché riguarda il buon senso degli adulti, babbi natale o befani, che già era latitante da un pezzo e sul quale non ci si facevano più soverchie illusioni. Più preoccupante appare invece un’altra miserevole constatazione, quella che concerne l’annichilimento della capacità reattiva e della fantasia infantili. Perché se è vero che sono stati gli adulti a comprare i Goldrake e i Mazinga, è anche vero che, a differenza di quanto accadeva in passato, per altri giochi altrettanto sofisticati e scemi, stavolta non hanno dovuto faticare per imporre la loro scelta. Al contrario, sapevano di andare a colpo sicuro, potevano far conto su indici di gradimento elevatissimi e proporzionali al livello di sofisticazione dell’aggeggio.

Ciò significa che qualcosa è cambiato in questi ultimi tempi: che quelle difese inconsce che spingevano i bambini a preferire l’orsetto di pezza alla bambola che canta, cammina e fa la pipì sono state disattivate: che l’immancabile trionfo della semplicità, almeno nell’ambito del gioco infantile (sul quale amava esercitarsi la retorica del “più poveri, più felici”, ma che in definitiva era un dato vero, e soprattutto confortante) appartiene già ad un’altra epoca. Probabilmente c’era da aspettarselo, anche se qualcuno sperava che anni e anni di caroselli avessero prodotta una sorta di immunità, come quella delle zanzare nei confronti del DDT. È avvenuto invece il contrario: le soglie di resistenza sono state poco alla volta sgretolate, e al momento opportuno si è dato il via ad una operazione più articolata e complessa, nei mezzi come nei fini. Questa operazione è cominciata proprio con Goldrake. Circa un anno fa. Un tentativo d’assaggio coronato da immediato successo, che ha spalancato le porte al cartoon fantascientifico giapponese ed ha innescato un vero e proprio bombardamento a tappeto del cervello infantile. Le antenne pubbliche e private fanno ormai a gara per diffondere il nuovo messaggio fantatecnologico, e i risultati non tardano a farsi vedere.

Ma il problema non è certo quello dello sfruttamento pubblicitario. Sarebbe troppo semplice. No, la verità è che questa operazione va molto più in là, sottintende significati nuovi di cui sarà bene prendere coscienza. Il lancio del robot-giocattolo costituisce in fondo solo una fase secondaria e integrativa, si potrebbe dire “di verifica”, dell’attacco più subdolo e micidiale che in questi ultimi anni sia stato sferrato contro la sensibilità pre-adolescenziale. È un attacco tutt’altro che occulto, un’azione in grande stile che si sviluppa a vari livelli, in perfetta combinazione tattica.

In primo luogo c’è lo sforzo, rozzo ma efficace, di calamitare l’attenzione del bambino coinvolgendone appieno oltre la sensibilità visiva anche quella uditiva, attraverso un ininterrotto susseguirsi di esplosioni, urla, fischi laceranti, tonfi, schianti e via di seguito: un’accozzaglia esasperante di rumori che fornisce già di per sé un’iniziazione efficace ad un futuro di fabbrica, di traffico automobilistico e di discoteca, immunizzando il ragazzino contro i traumi di impatto o di rigetto. Mi si obietterà che anche il vecchio cartoon stile Warner Bros liquidava il dialogo a favore dei rumori. Ma là si trattava di rumori orchestrati, di un vero e proprio contrappunto musicale. Il bip bip creava attesa, annunciava l’esplosione, e poi la irrideva e la vanificava: il felpato passo di danza di Silvestro saliva in un crescendo ritmico, sino allo scontro col ringhio del bulldog: il monotono e accattivante tema della Pantera Rosa scandiva e riassorbiva gli schianti e i crolli più rovinosi. Ogni rumore risultava funzionale e indispensabile alla vicenda, in quanto si iscriveva in una sorta di sovrasistema di segni acustici che traevano significato proprio dal loro ripetersi e dal legame con un personaggio o una situazione particolare. Erano quindi suoni carichi di senso (sia pure di un senso autonomo e non trasferibile nel quotidiano tridimensionale) assunti in un contesto a suo modo logico e tali da consentire alla mente una ricezione critica.

Goldrake propone invece il rumore puro, mutuato dalla realtà, amplificato e concentrato oltre ogni limite tollerabile e oltre ogni soglia critica: il rumore che non comunica, ma stordisce, non attiva la suspence ma disarma ogni capacità di razionalizzare la percezione: non ammicca e non allude, ma si impone brutalmente.

L’attacco non si esaurisce comunque nell’uso annichilente del rumore. Esso si sviluppa invece paracadutando sulle macerie della recettività infantile una serie di messaggi elementari e perentori, efficaci proprio perché inoculati in dosi massicce e continuative. Per cogliere nella sua importanza e pericolosità tutto il peso di questa operazione è forse opportuno tornare al confronto col cartone animato classico (intendo Tom e Jerry, Silvestro ecc…; la produzione disneyana vorrebbe invece un discorso più complesso). La storia di animazione vecchio stile si fonda sul presupposto di una dimensione a sé stante, di un trasferimento nel surreale suggerito e sottolineato dalla tecnica stessa del disegno. Personaggi e situazioni funzionano solo all’insegna di questo trasferimento e di una adesione incondizionata, proprio perché lucida e cosciente. Se accettiamo di seguire le vicende di Silvestro non dobbiamo poi porci il problema di come sopravviva all’esplosione del candelotto che teneva in mano, o riprenda forma dopo essere passato a sfoglia da un rullo compressore. Ora, in questa dimensione, proprio perché consciamente circoscritta come irreale, i veri eroi finiscono per essere i “malvagi”, gli sfortunatissimi persecutori che immancabilmente diventano vittime, ai quali se non altro vanno riconosciute una eccezionale perseveranza e una sincera dedizione alla causa. I confini tra bene e male sono pertanto dissolti dalla ottimistica ricomposizione nel gioco. Non solo. Figure come quella di Willie Coyote, sorta di apprendista stregone affetto ad un maniacale amore per le tecniche più raffinate e complicate e da una cieca fiducia nella razionalità, che puntualmente vengono disattesi e finiscono per ritorcersi contro di lui, costituiscono in fondo delle simpatiche notazioni autoironiche sui pericoli del tecnicismo. In ogni storia il risultato è scontato: il diabolico marchingegno messo in moto funziona in ritardo, o addirittura al contrario, ed è questo a far scattare il meccanismo umoristico: assieme al fatto che senza essere sfiorato da alcun dubbio, senza perdersi d’animo, solo ogni volta un po’ più malconcio, il nostro “eroe-suo-malgrado” torna all’attacco. Ciò che più importa, comunque, è che a determinare la sconfitta è sempre il caso, l’imponderabile, il non-senso, e non una superiore capacità razionale e tecnica dell’avversario.

Di tutto questo nel nuovo cartoon fantascientifico non rimane niente. Esso non ci proietta in un universo sganciato dalle categorie spazio-temporali, ma in una realtà futura, suggerita come possibile e probabile. Presuppone soltanto un trasferimento temporale, e perde così una delle caratteristiche precipue del gioco, optando invece per una relativa “serietà”. Il disegno stesso è di stampo banalmente realistico, e rivela che in questo caso l’uso del cartoon è solo un espediente per una produzione a costi bassi e a ritmi intensi.

Trattandosi di una possibile “realtà” non è consentito giocare con la positività o la negatività dei ruoli. Il confine tra bene e male è tracciato con precisione manichea. Da un lato gli invasori extragalattici, forti di un impressionante apparato bellico e votati alla distruzione del pianeta: dall’altro i terrestri, che non sono divisi in blocchi contrapposti ma mostrano di sapersi tenere al passo con armi sofisticatissime. Altro che accordi Salt!

L’arma decisiva è comunque costituita proprio da lui, dal nuovo robot-eroe, un misto formato gigante di samurai e di marine (in omaggio alla produzione e alla distribuzione). È il robot come necessità e speranza futura dell’uomo. Per esigenze spettacolari appare qui impegnato soltanto contro gli invasori spaziali, ma tutto lascia supporre che potrebbe risultare egualmente attivo ed essenziale e indispensabile contro le calamità naturali, il dissesto ecologico, la crisi energetica, il decremento delle nascite, ecc… e si badi bene a non liquidarlo come un surrogato o un epigono di Superman. È tutt’altra cosa, nasce da presupposti ben diversi. Il robot è il frutto della fiducia che l’uomo, reso edotto dalle enciclopedie mediche a dispense sui limiti naturali del suo fisico, va acquistando nei confronti del proprio potenziale mentale (o meglio, di quello collettivo). Superman apparteneva alla fantasia, al sogno: in fondo si trattava di un residuato mitologico, la trasposizione nel ventesimo secolo dell’antica “invidia” per gli Dei. Goldrake invece è il futuro, la realtà, il possibile. Anzi, l’ineluttabile. Come tale lo si è adattato, modellato, reso accettabile, conferendogli sembiante umano. Non ha nulla del robot-standard degli anni eroici, testa a cubo, corpo tozzo, movimenti a scatti … No, Goldrake è l’uomo-robot, quanto di più antropomorfico si possa immaginare nel campo della robotizzazione. Ha persino i suoi bravi problemi esistenziali e sentimentali (sotto il petto d’acciaio batte un transistor angosciato), e c’è pure la ragazzina che non lo molla un momento, in attesa forse che i sociobiologi elaborino una opportuna combinatoria genetica.

Proviamo ora ad immaginare che messaggi assimilerà, al di là delle vicende puramente contingenti e comunque sempre uguali, la mente-spugna del ragazzino in stato di trance. Non è difficile. In primo luogo la convinzione che il robot è positivo, una cosa buona per l’umanità. Se gli dicessero che a Torino, alla Fiat, fanno casino contro la robotizzazione, penserebbe ad una infiltrazione di emissari di Vega, e caldeggerebbe un pronto intervento di Agnelli armato di laser. Poi, la constatazione che tra uomo e robot non c’è in fondo quella gran differenza: che l’uno può trasformarsi nell’altro e viceversa, e che il processo è comunque sempre reversibile. È una disposizione mentale che avrà il suo peso, per chi andrà a lavorare tra 10 o 15 anni, e si troverà le braccia attrezzate a sparare non magli perforanti, ma bulloni. Infine, neanche tanto mimetizzato, l’ammonimento che il pericolo incombe sempre, e che un buon strumentario difensivo (magari Nato, e magari anche a livello atomico) non guasta. Non a caso l’unico a voler trattare, in questo cartoon, è un vecchio citrullo, deforme anche fisicamente, che finisce sempre nei guai e che solo una superiore e “democratica” pietà filiale impedisce di rinchiudere definitivamente in una casa di cura.

Questa la sostanza. E non mi si dica che esagero la forza di suggestione e l’influenza del goldrakismo. Basta vedere con che velocità Piccoli e i suoi soci, che non si perdono un episodio della serie, hanno fatto installare anche da noi un po’ di missili nucleari. Non si sa mai che idee abbiano su Vega, e i nostri Cozinga danno poche garanzie: non sono ancora allo stadio del corpo d’acciaio: per ora hanno solo la faccia di bronzo.