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Naturalmente

di Marco Moraschi, 12 novembre 2020

C’è un aspetto importante che questa pandemia ha fatto riaffiorare, ma che tuttavia non mi sembra sia stato ancora analizzato. Il coronavirus è la prima vera emergenza, non causata dall’uomo, a riguardare l’umanità intera da almeno 50 anni a questa parte. Per quanto mi riguarda, è la prima emergenza mondiale della mia vita. Credo che il disorientamento che molti di noi provano di fronte a questa situazione inedita sia dovuto al fatto che per la prima volta nelle nostre vite avvertiamo la Natura come Matrigna. L’immagine della Natura a cui siamo abituati è quella che vediamo nei documentari: paesaggi incredibili che destano invidia e stupore per un paradiso perduto, divelto dalla mano artificiale dell’uomo. Ovunque nelle pubblicità continuiamo a sentire il richiamo del naturale come qualcosa di incredibilmente attraente, che si contrappone a ciò che è invece artificiale, industriale, umano. Vogliamo cibo biologico ritenendolo più sano e sicuro di quell’altro (non saprei neanche come definirlo), ci facciamo i selfie in montagna per mostrare quanto amiamo l’ambiente selvaggio, lanciamo hashtags sui social per difendere l’orso polare che sta perdendo il suo habitat naturale nel pack artico.

Per noi la Natura è madre, è Madre Natura, una divinità buona e antica, la più antica di tutte, ritornata poi sotto altre vesti in Dio Creatore, buono e misericordioso, che ha creato la nostra bella Terra, l’Eden, paradiso naturale andato perduto per colpa dell’uomo. Le nostre remore di fronte a questo virus, e probabilmente il motivo per cui molti ne sono negazionisti, da chi sostiene che non esista a chi ritiene che sia stato creato in laboratorio, derivano credo tutte da quest’unica convinzione: la Natura non può allo stesso tempo essere Madre e aver creato un virus letale, dev’esserci sicuramente lo zampino dell’uomo. Il conflitto risulta ancora più evidente se anziché alla Madre, si pensa al Padre: come può Dio Padre, buono e misericordioso, che si prende cura dei suoi figli, aver creato quest’abominio? La risposta, a mio avviso, è ovviamente che Dio Padre non esiste, ma lascio i conflitti teologici a chi ha più tempo da perdere di me.

Non siamo mai stati così tanto amanti della natura come da quando ci siamo allontanati parecchio da essa, riparandoci al sicuro delle nostre case con riscaldamento, acqua potabile ed elettricità. Se vivessimo la natura da animali tra gli animali, in una savana piena di insidie e pericoli, ne saremmo terrorizzati. Nessun antibiotico a proteggerci dai batteri patogeni, nessuna protezione dalle intemperie, nessun aiuto da macchine artificiali che ci risparmierebbero la fatica. Così al sicuro nella modernità, chiusi nella nostra comoda bolla tecnologica, ci concediamo il lusso di disprezzare tutto ciò che l’uomo ha creato, credendo che un ritorno alle origini possa portare giovamento alle vite di tutti. Attenzione però, qui non si sta sostenendo che la Natura sia matrigna anziché madre. Il punto della riflessione è che l’aver considerato la Natura come Madre ci ha condotto in errore, così come lo farebbe il considerarla Matrigna. Questi appellativi sono infatti totalmente inadatti alla Natura (da qui in avanti lo scriverò con la n minuscola perché non amo gli assoluti): la natura non è né madre né matrigna, non è né logica né sensata, tutti giudizi che rientrano in sistemi di misura totalmente umani e inadatti a descrivere l’universo. La natura, la vita, l’universo non hanno senso perché il senso è una proprietà delle frasi del linguaggio, ed è un concetto che non ha senso (gulp) applicare altrove. La natura non ha naturalmente una propria coscienza e non può quindi essere buona, bella o cattiva: è semplicemente indifferente. Per la prima volta capiamo che la vita dell’uomo, nell’universo, è trattata alla pari delle altre specie viventi: il leone uccide e mangia la gazzella, i virus intaccano l’uomo e lo uccidono. L’uomo non ha nulla di speciale, è un essere vivente come tanti e in mezzo a tanti. La natura non ce l’ha con lui e non lo protegge: gli è semplicemente indifferente, indifferente alle sue vicissitudini quotidiane. Quali insegnamenti o considerazioni si possano trarre da tutto ciò lo lascio a voi, per il momento ci accontentiamo di questa riscoperta: siamo soli e proprio questo dovrebbe essere sufficiente a renderci conto che nella maggior parte dei casi siamo padroni di noi stessi. La scienza, la tecnologia, sono creazioni umane: ciò per cui vorremo usarle determinerà probabilmente il nostro destino. Il Covid verrà sconfitto grazie alle scoperte e alle tecnologie umane: sì, quelle artificiali.

Niente

di Marco Moraschi, 6 febbraio 2019

Non c’è niente che abbia senso, è tanto tempo che lo so. Perciò non vale la pena fare niente.
È così che comincia il romanzo “Niente” di Janne Teller. Se non c’è nulla che ha davvero senso, allora tanto vale non fare niente. E in effetti non ci sarebbe niente da obiettare, riducendo al nulla anche ogni eventuale obiezione. Ma è una frase che nella sua semplicità spaventa, perché sembra gettarci in faccia una triste verità pronunciata da un bambino di tredici anni, una logica disarmante che non si risolve fino alla fine del libro. È davvero così? Non c’è nulla che valga la pena fare? Ma soprattutto, non c’è niente che abbia senso?

Il significato è qualcosa che gli esseri umani ricercano per tutta la vita, nel tentativo di trovare una ragione per la quale valga la pena vivere, ritenendo evidentemente che la vita debba avere uno scopo, altrimenti non può considerarsi tale. E in effetti la morale, in particolar modo quella cristiana (cattolica), ha sempre insistito sul significato della vita e sul senso delle cose. Il che però non ha valore universale, ma solamente per chi crede che la vita gli sia donata da Dio e per questo vada onorata. Ma in un Universo in cui a regnare non è dio, ma la termodinamica, in cui lo spazio-tempo si espande anche senza Dante, il karma o la filosofia, il significato potrebbe anche non esistere, rivelandoci che ancor prima di cercare un senso nelle cose dovremmo limitarci a capire come funzionano. In definitiva non tutte le domande hanno significato e molto probabilmente la vita non ha senso. Ma quello che qui si intende è che non bisogna credere nell’esistenza di un significato assoluto, più elevato e comune, al quale tutte le cose facciano riferimento per determinarne l’importanza. Senza un assoluto di riferimento, non c’è un significato e una risposta univoca “alla Domanda Fondamentale sull’Universo, la Vita e Tutto quanto” (a parte 42!). Vedi Douglas Adams, Guida Galattica per gli Autostoppisti.

I compagni di scuola di Pierre Anthon, il bambino che pronuncia la frase a inizio libro, decidono di mostrare al loro amico che il significato esiste e iniziano un gioco pericoloso fatto di ricerca e sacrificio, in cui allestiscono con il tempo una “catasta del significato”, raggruppando insieme tutti gli oggetti che per loro hanno significato, nella speranza di trovare il vero significato per mostrarlo a Pierre Anthon. Ma le cose poco alla volta degenerano perché il significato sembra non essere mai definitivo, gli oggetti di significato cambiano per ogni bambino e anche quando la catasta sarà completa si accorgeranno che in realtà il significato non esiste.

Si rendono cioè conto che non esiste un qualcosa di comune e assoluto che possa dare significato alla realtà che ci circonda, alle nostre azioni quotidiane e al nostro essere.

Il significato è cioè relativo e, pertanto, come si accorgono alla fine del libro “privo di significato”. Il significato cioè non esiste, né in quanto assoluto, né in quanto relativo, perché non può chiamarsi significato.

E allora non vale la pena di vivere, dovremmo cioè non fare niente? Niente affatto, poco alla volta, durante la lettura, emerge la consapevolezza che, in modo un po’ retorico, la ricerca del significato è essa stessa il significato. L’uomo ricerca da sempre il significato, che non si nasconde alla fine di un tortuoso cammino, ma nel cammino stesso.

Come diceva Proust cioè “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. Mentre la catasta del significato inizia a deteriorarsi, come si deteriorano gli oggetti e tutto ciò che ci circonda, nei bambini si fa strada l’idea che “il marciume puzza, ma quando qualcosa marcisce vuol dire che comincia a diventare qualcosa di nuovo. E il nuovo che si crea, dà un buon odore. Perciò non c’è differenza tra un odore buono e uno cattivo, è solo parte dell’eterno girotondo della vita.

Nella ricerca del significato ognuno di noi si imbatte in qualcosa di diverso: chi in una libreria piena di libri, chi nell’alpinismo, chi nella Bibbia o in altre vetuste scritture. Ma ciò a cui dovremmo davvero fare attenzione è che come dice il famoso proverbio cinese: “Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”. E allora occhi aperti, perché il significato si nasconde, e potrebbe essere necessaria tutta la vita per scovarlo, ma è proprio per questo che vale la pena vivere.
Qualche volta vi sembrerà di essere vicini, altre molto lontani e potreste iniziare a perdere la speranza, ma non demordete, perché in fondo, anche quei bambini del libro, una cosa l’hanno capita.

Nessuno degli adulti ha spiegato loro cos’è il significato e decidono quindi di cercarselo da soli. “Piangevamo perché avevamo perduto qualcosa e trovato qualcos’altro. E perché è doloroso, sia perdere che trovare. E perché sapevamo che cosa avevamo perduto, ma non eravamo ancora capaci di definire a parole quello che avevamo trovato.” Che sia questo, dopotutto, il significato?