Cö-O-dindõ

di Lû Massin, 30 giugno 2021

Co-O-Dindo copertinapiccolo canzoniere in lingua (2007-2021)

Le poesie sono raccolte ‘in ordine di apparizione’ e presentate nella loro doppia versione genovese e italiana, pressoché letteralmente sovrapponibili nei testi più antichi, poi via via accostate con sempre maggiore libertà. Per tutte lo stimolo creativo è venuto dalla partecipazione a premi di poesia dialettale del ponente ligure (Bellissimi Versi di Dolcedo e Le Veglie d’Armo), quindi gli argomenti sono quelli proposti, anno dopo anno, dai bandi di concorso: il pane, l’acqua, il lavoro, il gioco, gli animali, il bosco, l’orto, la strada, le tradizioni, le stagioni, l’amicizia e così via. Cose semplici ed essenziali, che spalancano il mistero della vita.

i Nõmmi in-ti sò Anni (la Successione dei Testi)

LENGUA LUNGA DE SÂ – LINGUA LUNGA DI SALE (2007)
PARISSÊUA PICCINN-A – PICCOLA CINCIA (2007)
A GËXETTA – LA CHIESETTA (2007)
O SCIÒU DO XÊUO – L’AFFLATO DEL VOLO (2010)
PAN PIN D’OGNI BEN – PANE CHE TIENE L’OGNIBENE (2010)
VÖXE DO VERBO IMPASTÂ – VOCE DEL VERBO IMPASTARE (2010)
STAGNIN POSÒU – L’IDRAULICO INERTE (2012)
CHI O GH’È O GH’È E CHI NO GH’È O S’ARANGIA – CHI C’È C’È, CHI NON C’È … (2012)
CHÊU LÕ – IL LUPO NEL CUORE (2014)
A SCEIZA DA PAXE – LA SCESA DELLA PACE (2014)
ÆGUA D’ÊUGGI – ACQUA DAGLI OCCHI (2015)
DIVINN-A FIGÛA – IMAGO DEI (2018)
GIARDIN SCONCLUSIONÒU – HORTUS CONCLUSUS (2019)
CÖSE CHE DE LUNGO GÏAN – DEGLI ETERNI GIRI (2020)
TIÂ ÆGUA TRA E PRÏE – BAGNARE LA GRAMIGNA (2021)
(TRIPPÕN D’ TÛVIO) – LA PANCIA DELLA MUCCA (2010/2021)
quasi a voler dire, lasciando intendere

I testi qui raccolti hanno questa particolarità: sono stati scritti da uno Straniero, attraverso un meticoloso e autoironico lavoro di ricreazione linguistica, una ricerca di composizione che mira a disorientare l’autore, il tentativo di mettere continuamente a confronto la propria lingua con una lingua Altra, nell’inevitabile reciproca influenza e nel vicendevole arricchimento. Sono nato negli anni in cui i genitori cominciavano a parlare ai figli in italiano. La televisione e la scuola dell’obbligo dettavano le regole della grammatica e uniformavano il lessico. Perciò non sono un parlante, ma un ‘dialettante’, mi diverto a praticare la lingua della terra natale perduta, solo come luogo della Poesia. Una lingua Madre si fa usare, abbiamo imparato a maneggiarla in tutti i modi, è conosciuta in ogni suo angolo e, senza troppa fatica, riusciamo a manipolarla, fino a sottometterla. La lingua Padre, invece, comanda lei, vuole essere esplorata, reinventata, riconosciuta. Vorrebbe sentirsi nuovamente bene detta. Si tratta dunque di farsi usare dal dialetto, come il marmo si serve dello scultore, essere il suo strumento, perché la figura nascosta si possa rivelare. Diventare Forestiero, perdere conoscenza, rinunciare ai riferimenti consueti, avere tra le mani una giocosa e organica materia linguistica, come qualcosa che sempre ci sfugge, verità sconosciuta ma intravista, tentare di esprimere pensieri e sentimenti, senza saperli dire fino in fondo, partorirli con discreto travaglio, come tirandoli fuori dalla pancia delle generazioni. Quasi a far rinascere l’irricordabile Memoria dell’infanzia del dire, il Canto mai cantato da qualcuno che c’è già stato, che non è mai partito. Raccontar Tutto, ma come se rimanesse sempre sottinteso Qualcosa… “Cö-o dindõ”, appunto. (c.p.)

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