Folletti burloni

di Paolo Repetto, 13 dicembre 2021

Folletti burloni 01L ’immagine d’apertura, che è quella utilizzata come sfondo per la copertina dell’edizione “magnum” di Fenomenologia dello spirito lermese, non riesce forse particolarmente accattivante, ma ha una storia: ed è questa storia a renderla significativa e a connetterla al titolo di quel volume. Provo dunque brevemente a raccontarla.

La cosa risale a una quindicina d’anni fa, proprio in questo periodo. A metà di una mattinata prenatalizia suona alla porta un rappresentante dell’azienda produttrice del Folletto, che balbetta timidamente di accordi presi con Mara per telefono e chiede di poter effettuare una dimostrazione della capacità aspirante del nuovo modello e della praticità delle sue applicazioni. Mara naturalmente se ne è del tutto dimenticata, per cui ci scusiamo e per non fargli perdere altro tempo lo informiamo di non avere in mente alcun acquisto: ma il tizio, un minuto signore di mezza età, privo delle più elementari doti di imbonitore ma animato da tanta voglia di fare, è così convinto della sua missione che non ce la sentiamo di deluderlo: gli consentiamo dunque di ripassare ogni angolo della casa e tutti i materassi. Quando termina è in un bagno di sudore, malgrado si sia in pieno inverno, e ci spiace davvero molto ribadirgli che non cambieremo i nostri piani di spesa. L’omino ripone mestamente tutto lo strumentario sfoderato, si schermisce quando lo invitiamo a pranzare con noi (nel frattempo è arrivato mezzogiorno), ma abbozza un sorriso e, quasi a prendersi una innocua rivincita, all’atto di uscire fa scorrere una pezzuola candida sul battente superiore della porta d’ingresso, ritraendola poi soddisfatto, per mostrarci come la polvere e l’untume si annidino nei punti più impensati. Con lo sporco – dice – non bisogna mai illudersi di avere tutto sotto controllo. Tiè.

Una volta congedato il poveruomo mi ritrovo in mano la pezzuola, prova fumante della nostra colpa: ma mentre sto per gettarla noto come l’impronta grigiastra che vi è stampata sopra disegni un’immagine misteriosa, molto delicata, che può essere letta in tanti modi: io ad esempio ci vedo un busto umano, Mara un ruscello gorgogliante tra le rocce. Stiro allora delicatamente la pezzuola, scovo una cornice vetrata di misura, scrivo con grafia appena decifrabile un nome (Roald Follett), una data e un titolo (Microaspirazioni 2004) sul cartoncino posteriore. Cinque minuti dopo la composizione fa la sua bella figura su un ripiano della libreria.

Caso vuole che la sera stessa siano ospiti a cena una coppia di amici impallati con l’arte, grandi frequentatori di mostre e di cataloghi, sempre molto attenti ad ogni piccola novità, ai quadri, ai disegni, alle statuine, insomma alle cianfrusaglie che ci divertiamo ad alternare sulle pareti o sui ripiani. Il caso in verità c’entra solo fino ad un certo punto, perché il resto lo creo io, avendo in mente proprio la loro visita.

Gli amici trovano dunque una casa tirata a lucido come mai prima, e in attesa di sedere a tavola cominciano come di consueto a guardarsi attorno. Non mi sono sbagliato. Il quadretto fa immediatamente colpo. Dove l’hai scovato, quando, quanto l’hai pagato. Non ricordo ora cosa posso aver raccontato, probabilmente sono riuscito a tenermi molto sul vago: sta di fatto che i due a fine serata se ne vanno riconfermati della mia capacità di scovare le cose più strane e interessanti. Tanto che torneranno alla carica, in seguito, più volte, per avere maggiori informazioni: fino a quando sventatamente Mara rivelerà alla moglie l’arcano.

Ho quasi perso un amico, ma ho avuto la riprova, una volta di più, che è assurdo oggi parlare di arte. Non esiste in realtà un’arte contemporanea. Esiste qualcosa che al pari di tutto il resto, dalla finanza alla politica, e persino allo sport e all’amicizia, rientra in una enorme bolla virtuale, nella quale l’unico criterio vigente è la legge del mercato. Non che avessi bisogno di conferme: in quell’occasione semplicemente mi ha divertito constatare quanto sia facile montare una farsa “artistica”. Ma è proprio questo il problema. Certo, l’amico è un ingenuo, sia pure in buona fede, perché crede nella funzione provocatoria dell’arte (e in quella distributiva del mercato): ma ho visto lunghe file di ingenui come lui soffermarsi pensierosi davanti alle pietre strappate al greto del Piota da mio fratello (vedi Pietre. Arte per fede, non per opere), e, se vogliamo “volare più alto”, intere scolaresche indottrinate da volenterosi insegnanti al cospetto delle “merde d’artista” di Pietro Manzoni. La mia pezzuola sporca potrebbe benissimo essere esposta nel Museo del Novecento accanto a quelle, 0 magari in uno speciale spazio dedicato all’Arte Preterintenzionale, col titolo: Tracce del tempo. Probabilmente incontrerebbe un gradimento maggiore. Se poi qualcuno spiegasse che quelle macchie sono tutto ciò che rimane del trascorrere delle stagioni , delle illusioni degli uomini, della tracotanza tecnologica, beh, allora saremmo al capolavoro assoluto.

Mi rendo conto che rischio di ricascare in argomenti usati a suo tempo da Hitler o da Kruscev per demonizzare le avanguardie: spero però si capisca che sto facendo un ragionamento diverso. Qui non è più un problema di avanguardie, che per antonomasia sono quelle che si mettono a rischio: a rischio oggi non c’è nessuno, se non il buon senso. E nessuno si scandalizza, e se scandalo c’è fa aggio, viene immediatamente monetizzato. Per favore, non raccontiamoci ancora che queste cose hanno un valore di rottura, di denuncia, che creano consapevolezza e inducono a riflettere: l’unico valore che hanno è quello attribuito loro dai galleristi e da tutta la fauna di critici e mezzani che ci campano sopra, gli uni e gli altri tutt’altro che ingenui, ma talmente coinvolti nel raccontarsela a vicenda da finire spesso col crederci davvero. Chiarito questo, poi, non è che si possa fare a meno dell’arte: ma forse il problema sta nell’uso dei termini. Anche ammettendo che non esista un canone universale (e già qui non sarei d’accordo), che tutte le manifestazioni della cultura umana siano soggette ad evoluzione e a a trasformazione, un qualche confine, un qualche parametro occorre ipotizzarlo, se si vuole che l’etichetta abbia ancora un senso. Oppure si stacca l’etichetta, e amen.

Voglio dire che il gesto artistico davvero innovatore, e coraggioso, dovrebbe essere proprio la “ridefinizione” di quell’ambito che un tempo si chiamava Arte: il che non significa, come sta accadendo, aprire i cancelli per lasciar entrare tutto, ma al contrario, chiudere i cancelli e tener fuori tutto quello che dichiaratamente persegue la “destrutturazione” dell’arte. Chiedo solo un po’ di coraggio e di onestà: se vuoi destrutturare l’arte, liberissimo di farlo, ma non mi esibire poi il certificato di cittadinanza artistica per vendere le macerie.

Questo primo passo è necessario, anche se non sufficiente: fuori gli imboscati. Il secondo è più complesso: bisogna decidere se non sarebbe il caso di coniare una terminologia nuova per una fenomenologia dello spirito umano (leggi: rifiuto delle competenze) totalmente inedita. Ma non è certo un problema mio.

A me resta solo da spiegare come mai ho scelto proprio quell’ immagine. È semplicissimo: quell’immagine non ha alcun valore “artistico”, ma la sua storia testimonia perfettamente come si manifesti lo spirito lermese. Che ama l’ordine, ma è capace anche di sdrammatizzare la persistenza di qualche angolo un po’ meno pulito: anzi, di incorniciarlo e di sorriderne.

P.S. Per la cronaca: il quadretto lo possiedo ancora, da allora è rimasto esposto sullo scaffale. E si fa sempre più interessante, perché è un’opera in divenire, che manifesta una tendenza entropica. Dopo tutti questi anni la polvere appiccicata alla tela ha preso a staccarsi e a depositarsi verso il fondo, e l’immagine risulta mano a mano più sbiadita. Funziona come il ritratto di Dorian Gray: col tempo l’immagine tende a svanire, e mi ricorda che è quanto sta accadendo anche a me.

Forse me ne sono accorto troppo tardi. Forse avevo in casa una vera opera d’arte. 

Ariette 7.0

di Maurizio Castellaro, 11 dicembre 2021

Le “ariette” che postiamo dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». (n.d.r).

Una candela accesa

Ariette 7 01

Mirco Marchelli, “Di luce naturale”, 2021

C’era un tempo in cui arte, poesia e letteratura erano espressione di una comunità che condivideva valori e certezze, orizzonti di senso politici e religiosi. In alto stava Dio, appena sotto Trono e Altare. Lo confermavano chiaramente pittori, musicisti e poeti, in ogni dipinto, nota o parola presenti in ogni chiesa e in ogni reggia. C’erano ingiustizia, miseria, ignoranza, violenza. Nulla da rimpiangere, certo. Ma questo tempo di certezze bambine ha reso meravigliose e uniche le infinite città d’Europa, per conoscerle tutte non basta una vita. Poi siamo cresciuti, e la tela del senso che ci teneva insieme si è strappata. Il sacro si è dileguato dai templi, il potere si è trasformato in forme, ogni Io è diventato Dio e la tecnica ci ha lanciato in questa corsa magnifica e inarrestabile verso la consunzione. L’arte, la poesia, la musica resistono, ma non c’è più una comunità che attende la loro parola. Ogni artista è chiamato ad autolegittimare il proprio gesto, a costruire in solitaria fatica i propri codici, ad utilizzare metafore che non rimandano che a se stesse. E se questo fosse sufficiente? E se fosse questo oggi l’umanesimo possibile? Contemplare con lucidità pacificata un’assenza, tenere comunque sempre accesa la nostra candela, rischiarare attorno a noi, dare senso all’ossigeno che miracolosamente ci tiene in vita.

Sulla collina

Ariette 7 02

Un Edoardo Sanguineti d’annata (1974), polemizzando ironicamente con Alberto Moravia, evidenzia i rischi che si corrono a prendere come modello di intellettuale Amleto che, con il suo “essere o non essere?” consapevole e vile diventa figura del divorzio tra ideologia e prassi, tra cultura e politica. “Morire, dormire, sognare forse”, non significa solo fuggire dalla realtà, rifugiarsi in giochi consolatori e velleità inconcludenti, metafore e oggetti simbolici che aiutano a dare un senso all’esistenza personale e sociale. Per il militante Edoardo l’intellettuale amletico borghese, non solo non fa presa sulla realtà, ma non è neppure in grado di tenere a bada i dèmoni della storia (il fascismo nelle sue infinite forme). Anzi, da questi dèmoni rischia nuovamente di essere sedotto alla prima occasione. Nell’inesorabile ragionare di Edoardo oggi noi vediamo chiaramente il baco della fine dell’ideologia marxista che ne era il presupposto, ma mi sono fatto qualche domanda su quel che resta. Poi ho pensato che nel 1943 sulle nostre colline sono saliti a farsi ammazzare ragazzi analfabeti, avvocati, poeti, meccanici e soldati. Alcuni erano comunisti pronti alla rivoluzione, ma in maggioranza erano semplicemente uomini indignati. Alcuni perché l’educazione al bello era stata sufficiente (perché anche il bello è “simbolo della libertà”, come ci ricorda Kant, con buona pace dell’estetismo parassita del tempo). La maggior parte perché semplicemente sentivano dentro di sé che quella era la cosa giusta da fare, la più degna. Anzi, l’unica in grado di dare ancora senso alla loro esistenza. Insomma, la storia ci insegna che alla fine Amleto ha deciso di passare all’azione, anche se le cose alla fine non sono andate proprio come si era immaginato. In fondo è capitata la stessa cosa anche ai piani dei ragazzi che sono saliti sulle colline nel 1943. Ma valeva la pena provarci. Con questa tranquillizzante convinzione sono andato a dormire, a sognare forse.

Ariette 6.0

di Maurizio Castellaro, 1 novembre 2021

Le “ariette” che postiamo dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». (n.d.r).

Ariette 6 01Ciascuno cresce solo se sognato (a Danilo Dolci)

Il sogno del seme di pisello è diventare pisello, il sogno del bruco è diventare farfalla. Una direzione univoca, un progetto definito. Per i cuccioli d’uomo le cose non sono mai così semplici. La parte migliore delle storie di formazione è quella che racconta di quando l’eroe non sa ancora di essere tale. Dell’eroe in formazione incanta la densità delle infinite possibilità che racchiude, una densità che comprende anche il fallimento, e che non si risolve con una pianificazione deterministica, ma con la ricerca di un’ispirazione che indichi la rotta attraverso l’oscura nuvola atomistica delle combinazioni infinite che ci abitano e ci attraversano. Nei primi voli rischiosi dei cuccioli d’uomo le luci dei Maestri rischiarano strade possibili e promettono un porto sicuro, anche se provvisorio. Fortunati i futuri eroi che hanno occhi in grado di scorgere i loro segnali e coraggio per abitare e crescere nei loro inesausti sogni di levatrici.

Ariette 6 02

Di corsa (a Giancarlo Soldi)

Il padre lo sognava ciclista, ma Giancarlo preferiva scegliersi da solo le salite da affrontare, e infatti si sognava pittore. Ma in fondo, nel suo modo saggio e bambino, Giancarlo il sogno di papà lo ha realizzato negli infiniti ciclisti che ha disegnato nella sua vita. Nel suo gesto incantato il quadro dei corridori in corsa somiglia un po’ alla vita: veloce, faticosa, fuori controllo, piena di colori e bellissima.

​Ariette 5.0

di Maurizio Castellaro, 2 ottobre 2021

Le “ariette” che postiamo dovrebbero essere «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». (n.d.r).

​Nel vortice

Ariette 5 01Durante il mio recente viaggio a Napoli all’inizio ho fatto fatica a risintonizzarmi sulle frequenze della mia città del cuore. Poi mi hanno riassestato certi incontri al Quartiere Sanità, certi occhi al Rione Forcella, certi Caravaggio e Gentileschi al Museo di Capodimonte. Inutile sforzarsi di tenere separati alto e basso, miseria e nobiltà, sublime e sordido. Inutile tentare di difendersi dal disagio con la spada del Giudizio. Giudica l’occhio del colonialista, che sa già in anticipo cosa si aspetta di trovare. Il senso del viaggio è forse altro, e ce lo ricorda il primo esule Dante/Ulisse, quando afferma che a ripartire da Itaca lo spinse “l’ardore / ch’i ebbi a divenir del mondo esperto, / e delli vizi umani e del valore”. Vizi e valore sullo stesso piano dell’esperienza. Allora, in questo breve viaggio che è la vita, meglio sentirsi esuli su questo pianeta rotante e fragile. Meglio assumere il rischio che anche la nostra nave si perda nel vortice incomprensibile della complessità di ciò che è. Può darsi che alla fine ci sarà dolce naufragare in questo mare.

Leggero

Ariette 5 02Ma insomma cosa vogliono da noi gli dei della Grecia? Perché li ritroviamo dappertutto, cos’hanno ancora da dirci questi meravigliosi fiori recisi dalla loro terra, dal loro tempo? Per anni mi sono chiesto il motivo di questa inspiegabile passione per la mitologia greca, cresciuta quasi a dispetto della mia formazione kantiana. Solo da poco i pezzi del puzzle sono andati a posto. Esistono, spiega Aristotele, i philòsophos, gli amanti della sapienza. E poi ci sono i philòmythos, gli amanti dei miti. La differenza? I primi partono dallo stupore, raggiungono filosofando le vette della sapienza e a quel punto si stupiscono solo del fatto che si possa dubitare di ciò che è. Anche gli amanti dei miti partono dallo stupore, ma nello stupore permangono. Sembrerebbero non esserci dubbi su quale sia il livello di conoscenza più alto. Ma Nietzsche il dionisiaco ci ha spiegato “come il mondo vero finì per diventare favola”, nel meriggio di Zarathustra che ha spazzato via in un colpo solo il mondo “vero” e il mondo “apparente”. Cosa resta allora, dopo oltre un secolo di relativismo e nichilismo? Restano gli dei della Grecia e le loro storie, che sono metamorfosi, natura, eros, festa del presente. Presenze ancora vive e reali attorno a noi, che si manifestano attraverso la grande arte, che in infiniti tempi e forme si è nutrita dei loro segreti. Resta, per fortuna, la possibilità di permanere nello stupore di fronte a tutto ciò, di permanere in questa saggezza bambina che profuma di felicità.

La fuga di Paperino

di Angela Cresta e Maurizio Castellaro, 20 dicembre 2020

La fuga di Nemo

di Angela Cresta e Maurizio Castellaro, 6 dicembre 2020

Ad Ovada c’era il mare

di Angela Cresta e Maurizio Castellaro, 18 novembre 2020

 

Carl Bodmer. Uno svizzero al paese dei Blakfoot

di Paolo Repetto, 7 novembre 2020 – dall’Album “Carl Bodmer. Uno svizzero al paese dei Blakfoot

Non sempre il tempo è “giusto di gloria dispensiere”. Se andate a cercare notizie di Johan Carl Bodmer sul web, per trovare una sua stringatissima biografia in italiano dovete saltare alla quarta pagina. Eppure Bodmer realizzò il primo vero e proprio reportage iconografico sulle popolazioni native americane (per usare il politicamente corretto. Altrimenti leggi: pellerossa), anche se nelle storie della pittura del West viene quasi sempre citato come un epigono del ben più famoso George Catlin o addirittura come un imitatore di Charles Bird King, che gli indiani li ritraeva nel suo studio a Washington.

In realtà Bodmer visitò il West esattamente negli stessi anni in cui vi soggiornò Catlin, e lo percorse per ventotto mesi, senza averne avuto precedentemente la minima esperienza. Era nato a Zurigo nel 1809, nello stesso anno e nello stesso mese di Darwin, ed esattamente come Darwin a ventitré anni incontrò uno di quei colpi di fortuna che ti cambiano totalmente la vita. Nipote di artisti e talento precoce, venne infatti invitato dal principe Massimiliano di Wied-Neuwied, scienziato ed etnologo, a partecipare ad una spedizione scientifica nel Nord America come illustratore. Scopo della spedizione era esplorare i bacini dei maggiori fiumi, partendo dal Golfo del Messico e risalendo il Mississippi, il Missouri e l’Ohio. Karl ripagò ampiamente la fiducia che gli era stata accordata: nel corso del viaggio produsse più di 400 disegni ed acquerelli, nei quali erano raffigurati con precisione scientifica i membri di diverse tribù indiane, nei loro abbigliamenti e nelle loro acconciature distintive, e poi i villaggi, le sepolture, i costumi, le danze, oltre agli animali e ai paesaggi offerti dal West. L’insieme costituisce un corpo documentale etnografico eccezionale, la principale testimonianza della cultura e dell’ambiente di vita degli indiani a quell’epoca. È anche Arte con la maiuscola? Molto probabilmente Bodmer questo problema non se lo poneva (ce lo poniamo noi, condizionati come siamo da un’estetica che è ormai solo un’appendice del Mercante in fiera). Il suo compito era di supportare iconograficamente quello che il suo amico e committente relazionava per iscritto: avesse posseduto una macchina fotografica lo avrebbe fatto con quella (e infatti più tardi, divenne un ottimo fotografo). Di fatto, le opere realizzate nella maturità, dopo che si trasferì in Francia ed entrò in contatto con la scuola di Barbizon, non le ricorda nessuno, mentre i suoi acquerelli americani hanno fatto conoscere all’Europa una immagine completamente nuova dei pellerossa e hanno contribuito in maniera determinate a ribaltare l’attitudine nei loro confronti.

Gli amerindi di Bodmer si presentavano infatti con caratteristiche inedite. Sono ad esempio sempre elegantemente e riccamente vestiti, mentre l’iconografia tradizionale, dalle incisioni di Theodor de Bry in poi, li presentava in genere seminudi, a sottolinearne la selvatichezza e la barbarie. Sono ritratti in atteggiamento pacifico, in posa, né più né meno che i gentiluomini europei loro contemporanei, e inseriti nel contesto della loro quotidianità, della vita e dei costumi dei loro villaggi, anziché in istantanee di agguati e di scontri feroci. Vengono evidenziate la fierezza e la bellezza dei loro tratti, e sono sottolineate le differenze somatiche esistenti tra l’una e l’altra tribù, mentre in precedenza erano accomunati in una tipologia fisiognomica indifferenziata.

Diverso è anche lo sguardo che Bodmer ha per il paesaggio. A differenza dei pittori americani della scuola dell’Hudson, portati ad esaltare e qualche volta ad esasperare colori e dimensioni, a “drammatizzare” il paesaggio con rilievi scoscesi e cascate e fiumi impetuosi, Bodmer sembra colpito piuttosto dalla vastità, in certo qual modo anche monotona, dei panorami che ha di fronte. Gli orizzonti dei suoi dipinti non sono mai chiusi da imponenti catene montuose, quelle che ad esempio in Bierstadt o in Thomas Moran evidenziano la frontiera: lo sguardo scivola su corsi d’acqua che percorrono piatti e tranquilli immense vallate.

Va sottolineata infine un’altra cosa. Pochissimi anni prima che vi penetrassero Catlin e Bodmer il West era stato visitato da due intellettuali, anche in questo caso un americano, Washington Irving, e un europeo, Alexis de Tocqueville, che ne avevano riportato una immagine molto diversa. I nativi che avevano incontrato, appartenenti a tribù da tempo a contatto con la “civilizzazione” occidentale, erano ridotti ormai a larve prive di ogni dignità e di ogni fierezza, sporchi, alcoolizzati, costretti ad uno stile di vita per il quale erano assolutamente inadatti.

A chi credere? Forse sono vere entrambe le immagini, forse Bodmer e Catlin si erano spinti più a occidente. Noi preferiamo credere ai loro occhi e ai loro pennelli, che hanno ritratto l’America un attimo prima che iniziasse l’era Trump.

Heinrich Kley. Incubi in bianco e nero

di Paolo Repetto, 17 ottobre 2020 – dall’Album Heinrich Kley. Incubi in bianco e nero

Kley (tedesco, nato nel 1863) non gode di grande notorietà in Europa, nemmeno nella sua patria. È invece molto conosciuto negli USA, probabilmente perché il più grande ammiratore e collezionista dei suoi di-segni era Walt Disney. La prima parte della sua carriera artistica è quella tipica del pittore ottocentesco, che campava dipingendo paesaggi piuttosto convenzionali, nature morte e scene storiche. Poi è approdato alla modernità, diventando un “artista industriale” e rappresentando momenti di lavoro. Infine, al volgere del secolo, è approdato a “Simplicissimus”, la più famosa rivista satirica tedesca del primo novecento, antimilitarista, anticlericale e antifeudale, alla quale hanno collaborato lungo il mezzo secolo di esistenza letterati come Frank Wedekind e artisti come George Grosz e Alfred Kubin. Sulle sue pagine Kley si è scatenato, approfittando del fatto che la rivista si era presto trasformata in una palestra per disegnatori dallo stile grafico molto innovatore, influenzato dall’Art Nouveau, e dal simbolismo. Più ancora che satirici i suoi disegni danno sfogo ad una fantasia maliziosa e “perversa”, e prefigurano un incubo che verrà poi ripreso, nella seconda metà del ‘900, da disegnatori come Moebius e da pubblicazioni come Metal Hurlant. 
C’è sempre qualcosa di inquietante e misterioso nelle sue immagini. Inquietante il fatto che, a dispetto della stravaganza, vi leggiamo il mondo che ci circonda. Misteriosa rimane la sua fine: sono addirittura indicate per la sua morte tre diverse date, il 1940, il 1945 e il 1952. Più viva che mai, a distanza di un secolo, rimangono la sua arte e la sua fantasia.

L’arte alla prova del coronavirus

di Carlo Prosperi, 8 giugno 2020

Per Sigmund Freud l’artista è un «uomo che si distacca dalla realtà perché non sa adeguarsi al primo scotto che essa esige: la rinuncia a soddisfare le pulsioni; e lascia che i suoi desideri di amore e di gloria si realizzino nella vita della fantasia». Dichiarazione, questa, che sembra agli antipodi di quanto sostiene Tony Godfrey nella sua recente e corposa indagine su L’arte contemporanea edita da Einaudi, in cui tra l’altro scrive: «L’arte contemporanea riecheggia i problemi che affrontiamo nelle nostre vite quotidiane: come dobbiamo comportarci, pensare, a cosa credere». A ben riflettere, però, la contraddizione è più apparente che reale. E basta gettare uno sguardo sugli ultimi olî di Concetto Fusillo, ispirati dalla pandemia del coronavirus, per rendersene conto. Nessuno sfugge al proprio tempo, ai drammi e alle stigmate che lo contraddistinguono, nemmeno quando, per reazione ad essi, l’artista s’involi, sulle ali della fantasia, verso altri mondi. Foss’anche l’Isola che non c’è. O la Luna a cui approda, con l’ippogrifo, l’ariostesco Astolfo, per scoprire, con sua grande sorpresa, che lassù, nel vallone delle cose perdute, «vi son tutte l’occurrenze nostre: / sol la pazzia non v’è poca né assai: / che sta qua giù, né se ne parte mai».

Per anni la critica ha visto nell’Orlando Furioso una fuga dal reale verso il mondo della «pura arte», «dove non è alcuna serietà di vita interiore, non religione, non patria, non famiglia, e non sentimento della natura, e non onore, e non amore» (De Sanctis). Un abbaglio che in epoca a noi più prossima si è riproposto per Tolkien e la sua saga, scambiando per evasione fine a se stessa, per “escapismo”, quella che, nelle intenzioni dell’autore, era un controcanto al tempo presente, alla “nostra miseria fatta da sé” (cfr. Tales from the Perilous Realm), una reazione, se vogliamo, alle miserie dell’età dei robot, alla povertà, alla fame, alla morte. Non è un caso che una parte dell’epistolario tolkieniano sia stato pubblicato con il titolo de La realtà in trasparenza. Le vicende della “Terra di Mezzo” miravano infatti a prospettare «un riscatto dal pensiero di tutta la miseria umana che [esisteva ed] esiste attualmente nel mondo: i milioni di persone divise, angosciate, che sprecano giornate inutilmente – senza contare la tortura, il dolore, la morte, le perdite, l’ingiustizia. Nessun uomo può giudicare quello che sta veramente accadendo al momento sub specie aeternitatis. Tutto quello che sappiamo, ed anche questo in larga parte per diretta esperienza, è che il male agisce sempre con grande potenza e successi continui – inutilmente: preparando sempre e solamente il terreno affinché il bene inaspettatamente germogli. Così accade in generale e così accade anche nelle nostre vite». Per Tolkien, che era credente, la Resurrezione era la più grande “eucatastrofe” possibile. Nei secoli d’acciaio dei totalitarismi, del loro spietato ateismo, della massificazione ideologica, egli contribuì a socializzare valori inattuali – il coraggio, l’amicizia, la comunità, il rifiuto del potere, l’onore, la fede – nella convinzione che l’immersione in un mondo “altro” ci consentisse di rientrare ritemprati nel nostro mondo. Allo stesso modo la vera arte, lungi dall’essere una vana e gratuita fuga dalla realtà, da quelli che Jack Kerouac chiamava il «miserabile qui» e il «pidocchioso adesso», aspira sempre ad essere una intensificazione di essa.

Per tornare a Concetto Fusillo, diremo che egli si sta tuttora misurando con il dramma dei nostri giorni, con la realtà del Covid 19, e lo fa nei modi e nelle forme che gli sono più congeniali: partendo dall’oggi, ma senza assolutizzarlo, senza astrarlo dal suo legame con il passato e con il futuro. Il suo è un atteggiamento che potremmo definire manzoniano, giacché egli rifugge da un’arte meramente emozionale e, per ciò stesso, epidermica, di facile effetto; no, egli ama riflettere e invitare alla riflessione, senza peraltro nascondere il peso emotivo che la situazione esercita su di lui. «Sentire e meditare», insomma. E se, da un lato, questo ne ingigantisce l’angoscia, giacché a quella presente si agglutina quella immane dei secoli e dei millenni trascorsi, quasi a sancire inesorabilmente la miseria della condizione umana, da sempre esposta a mille rischi di morte e di distruzione, dall’altro, però, proprio dall’anamnesi storica ci viene un messaggio di speranza. Sia pure a prezzo di uno scialo terribile di vite e di incredibili sofferenze, l’umanità è sempre riuscita, finora, a scamparla, a superare cioè le prove alle quali la sua fragilità l’ha esposta. Anche a quelle più apocalittiche. C’è in Fusillo, di fronte alla sequela di pandemie che sugli uomini si sono nei secoli riversate e che tante tracce (e ustioni) hanno lasciato nei libri, nelle testimonianze di storici e poeti, ma anche nei documenti d’archivio, lo stesso stupore che faceva dire a Guicciardini: «Quando io considero a quanti accidenti e pericoli di infirmità, di caso, di violenza, e in modi infiniti, è sottoposta la vita dell’uomo, quante cose bisogna concorrino nello anno a volere che la ricolta sia buona, non è cosa di che io mi maravigli più che vedere uno uomo vecchio, uno anno fertile».

Il pittore si affaccia alla finestra, allo specchio. E guarda fuori, traguarda lontano. Dietro alla sinistra sagoma del coronavirus, che incombe minacciosa e ossessiva, si stagliano mille altre epidemie che hanno infestato il nostro pianeta. Una pioggia di fogli vergati a mano si rovescia a cascata davanti all’artista che ne contempla e ne misura la dolorosa portata. Sono testimonianze di vite consunte, di flagelli che, per quanto remoti, si rivelano attuali. Sono piaghe cicatrizzate che si riaprono e buttano ancora sangue. È un passato di cui pensavamo di esserci finalmente liberati, confidando nelle formule magiche della scienza, nei portenti della tecnologia. E invece… Viene da dare ragione a Dickson Carr: c’è «una maledizione insita nelle cose in generale». Così, nei corsi e ricorsi della storia, di quando in quando tornano a irrompere i quattro cavalieri dell’Apocalisse. Tornano i medievali “trionfi della morte”. Il sole stesso si oscura e nella sua spera si disegna il volto grifagno del morbo, lo spettro inquietante del coronavirus. E nella luce crepuscolare, in luogo della hegeliana nottola di Minerva, ecco volitare un nugolo di pipistrelli: gli stessi che volteggiano, malauguranti, intorno all’angelo mantegnesco intento a reggere la scritta dedicatoria ai Gonzaga. L’angelo porta la mascherina e ci fissa con occhi spiritati.

La natura stessa sembra contaminata dal male: non più che qualche albero spoglio su uno sfondo opaco. Di cenere. Memento, homo, quia pulvis es… Nient’altro che un riflesso nello specchio, in un riquadro di finestra. Dentro e fuori si corrispondono, si confondono. Dietro i vetri, sagome indefinite, volti senza nome e senza storia. Destini comuni. Prigionieri costretti alla clausura. Il filo spinato evoca Lager, cavalli di Frisia. Anche questa, in fondo, è una guerra. Ideogrammi cinesi rimandano all’origine della pandemia, adombrano misteriosi messaggi, addensano lo spaesamento. Nemmeno le stelle stanno a guardare. Ed anche l’occhio di Dio, che pure signoreggia dall’alto il creato, sembra assistere impassibile all’opera dissolutrice del morbo. Il mondo, almeno quello che conoscevamo, quello delle relazioni sociali, dell’interconnessione globale, pare andare in frantumi o, meglio, venire obliterato. Di colpo. Qualcuno ha passato una spugna sulla lavagna.

Eppure, ogni morte è (dovrebbe essere) una rinascita. E l’arte non si limita a recitare De profundis, a sigillare epitaffi. L’arte può pure esorcizzare le malattie e la psicosi da coronavirus, può dischiudere nuovi orizzonti, preannunciare – con la Scrittura – «cieli nuovi e terra nuova», prefigurare – chi sa? – un domani diverso, una umanità migliore. Dire insomma una parola di conforto, fare di una tenue sorgente luminosa un’aurora boreale. Come ha detto Jerry Saltz: «La creatività è una strategia di sopravvivenza». E Fusillo non ignora o non dimentica questa lezione. L’angelo del Mantegna – che non a caso proviene dal Rinascimento – ha ali leggiadre di farfalla e già nel mondo greco-romano la farfalla era simbolo dell’anima immortale, di rigenerazione e di resurrezione per i Padri della Chiesa. Dall’albero senza foglie pendono ciocche di ciliegie: azzurre nella loro miracolosa, surrealistica improbabilità. Al globo terracqueo cancellato se ne affianca un altro che, pur segnato dalla calamità sofferta, sembra animato da una nuova volontà di vivere. Pronto a riprendere il suo cammino, sia pure sfrondato da certe deleterie illusioni, da entusiasmi infondati e da folli eccessi di volontà di potenza. Allora, per dirla con le parole rivolte da Enea ai compagni gettati sulle spiagge libiche da una furiosa tempesta, per rincuorarli, forsan et hoc meminisse iuvabit: «forse un giorno proveremo piacere nel ricordarci anche di queste cose». D’altra parte, se è vero che il mondo esisterebbe indipendentemente dall’uomo, non meno vero è che proprio all’uomo, con un atto di coscienza, spetta il compito di dare senso e concretezza alla realtà. Come l’arte da sempre esemplarmente dimostra. Non ultima, anche quella, nutrita di speranza non meno che di consapevolezza storica, di Concetto Fusillo.