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Relazione di Spagna

di Paolo Repetto, 22 agosto 2019

Avevo promesso agli amici una relazione veridica sulla mia scappata in terra ispanica, ed eccomi sollecito all’appuntamento. La butto giù così, a caldo (è proprio il caso di dirlo, date le temperature di Madrid), cercando di non disperdere le impressioni e le suggestioni che si sono affastellate in questi giorni roventi. Non sarà quindi una cosa ordinata e sistematica, buona per le guide EDT (del resto, non credo si aspettino alcunché del genere), ma una zuppa leggera e fredda – un gazpacho, tanto per entrare in tema, tanto sale e poche vitamine. Mi sono imposto però un minimo di traccia: parlerò prima di quel che ho visto e poi di quel che ho fatto.

Con una premessa: in pratica questo è stato il mio primo vero – per quanto breve e circoscritto ad un’area molto limitata – soggiorno in Spagna. Avevo toccato il suolo spagnolo un paio di altre volte, l’ultimo pochi anni fa, con incursioni brevissime, e non ne avevo tratto alcuna impressione. O meglio, nell’occasione più recente ero scappato via di corsa, dicendomi, alla maniera di Obelix: “Sono matti questi spagnoli”. Arrivavo da un giro nella zona catara, dai paesini pacifici e addormentati dei Pirenei francesi, e appena attraversato il confine mi sono trovato in mezzo a ruspe, cantieri, pavimentazioni e asfaltature a tappeto, in ogni angolo. Dava la sensazione di un furore demolitorio febbrile, nel tentativo di recuperare il tanto tempo perso tra guerra civile e franchismo, ma senza alcun criterio o rispetto conservativo del passato: in buona sostanza, quel poco che avevo visto non mi era piaciuto affatto. Quanto agli spagnoli in genere, ne avevo un’immagine un po’ stereotipa, condizionata dalle reminiscenze manzoniane, dagli orrori della Conquista e dallo strapotere calcistico: per il resto, non dico flamenco e paella, ma quasi (di alcune ragazze spagnole, invece, conservo da sempre un ottimo ricordo).

Insomma, appena approdato a Madrid l’impressione di attivismo frenetico si è rinnovata: cantieri ovunque, lavori in corso in ogni quartiere. Ma con una differenza: intanto i cantieri una volta aperti vengono poi anche chiusi, a differenza che a casa nostra, nel senso che le cose viaggiano, e a ritmi cinesi. La più alta concentrazione di martelli pneumatici e perforatrici per chilometro quadrato mai vista, inizio lavori alle sette del mattino e sospensione in tarda serata, con l’accorgimento però di creare il minor disagio possibile alla viabilità dei residenti e ai flaneurs come me. Poi, i risultati si vedono: i palazzi del sei e del settecento paiono costruiti ieri, le facciate tutte riportate a nuovo, e non solo nel centro della città, ma ovunque. Gli spagnoli sembrano avere in orrore la patina del tempo, e detto così potrebbe dare l’idea di una città posticcia, di un enorme outlet turistico, ma l’effetto non è quello. Anzi, dopo un primo sconcerto ti accorgi che il risultato è una personalità specifica e forte: una città con un grande passato, che lo mostra tirato a lucido e proiettato nel futuro. L’esatto contrario di quel che accade, ad esempio, per Roma. Anche un passatista come me, nostalgico dell’ancient time, deve ammettere che gli spagnoli hanno centrato gli interventi. I viali sono magnifici, gli stili architettonici dei palazzi che li costeggiano sono perfettamente amalgamati, anche quando la “rivisitazione” è stata più pesante, nelle vie interne sono conservate tutte le vecchie insegne, le vetrine e i rivestimenti caratteristici, ma tutto è ripulito e restaurato, le piazze sono luoghi di vita e di incontro e non enormi parcheggi, il traffico è scorrevole, la metropolitana ti porta ovunque, non c’è una buca nei marciapiedi. Ho visto quel che vorrei vedere quando giro per l’Italia, e non trovo mai. La mia non è esterofilia: semmai, al contrario, è eccesso di amore per il mio paese, e disappunto nel vederlo così ridotto.

Ma scendiamo più nel particolare, alle cose cui ostinatamente bado quando mi muovo fuori d’Italia, o che mi si impongono, e rappresentano i criteri coi quali misuro la temperatura civile di un luogo. Anche qui, vira tutto al positivo. Non ho visto, o quasi, escrementi di cani per le strade. A dire il vero ho visto anche pochi cani. Dal che si desume che gli spagnoli sono poco inclini alla moda animalista che da noi furoreggia, oppure che sono più responsabili e ripuliscono accuratamente. Opterei per la prima ipotesi. Ho trovato, inoltre, servizi igienici pubblici pulitissimi (e gratuiti) in tutte le piazze, nei musei, nei giardini e in ogni luogo che ho visitato: il che, soprattutto per gli amanti un po’ attempati, come me, del latte al cioccolato e della birra, ha la sua importanza. Nessuno ha poi tirato a fregarmi sui prezzi e mi è stato rilasciato sempre ed ovunque, nei bar, nei negozi, nei ristoranti, lo scontrino fiscale. Ho trascorso diverse serate bighellonando attorno a quello che è l’ombelico di Madrid, la Puerta del Sol, ascoltando rapito i concertini di un fantastico sestetto d’archi che si esibiva per strada, ma soprattutto ammirando lo spettacolo della folla che scendeva compostamente o risaliva verso la piazza da sette grandi vie laterali, e non ho sentito una volta qualcuno alzare la voce, malgrado la metà almeno dei turisti fosse italiana, e per la maggioranza romana. Segno che la città stessa induce ad una fruizione pacifica, discreta, rispettosa anche coloro che di norma hanno comportamenti diversi. C’è in giro molta polizia (la stazione della metropolitana di Puerta del Sol è stata teatro dell’attentato del 2004), ma è una presenza tutt’altro che invadente. Gli ambulanti abusivi sono provvisti di teli a chiusura rapida, per facilitare le fughe repentine, ma in realtà sembra siano tollerati o addirittura ignorati dagli agenti: credo che la pantomima del fuggi fuggi che scatta alla comparsa di una loro auto faccia parte delle attrattive turistiche, perché non una volta ho visto l’auto fermarsi e gli agenti scendere. E ho anche notato che ci sono pochissimi mendicanti, a smentire l’immagine che della città davano gli scrittori spagnoli fino a tutto l’800. Ancora, ho mangiato bene, e molto, ovunque, a prezzi più che onesti, esattamente quelli dichiarati nei menù esposti, ho ritrovato intatto lo zainetto che avevo dimenticato in trattoria e sono stato pazientemente e cortesemente assistito a più riprese dagli addetti di fronte ad ogni operazione di prelievo, versamento o acquisto automatizzato, che per me costituiscono ostacoli quasi insormontabili. Cose che possono apparire normalissime, ma nella mia quotidiana battaglia in patria non lo sono affatto. Infine, fondamentale, ho avuto accesso gratuito a tutti, sottolineo tutti, i musei della città, semplicemente esibendo il documento d’identità con su scritto Dirigente scolastico (in qualche caso non ne ho avuto neppure bisogno, perché nei festivi l’ingresso è gratuito). Da noi non sono considerati validi neppure gli attestati specifici rilasciati dalle scuole.

Ora, magari sono stato fortunato, o magari sono altri i parametri di giudizio da adottare: ma per quel che mi riguarda Madrid (e così anche le altre due città che ho visitato) è promossa a pieni voti.

Veniamo ora a quel che ho fatto, che non è poi granché diverso da quel che fanno tutti i turisti. Ho appunto visitato tutti i possibili musei, a partire dal Prado, ma ho trovato eccezionale, per come è strutturato e per quel che offre, soprattutto il Thyssen-Bornemisza. Vi sono ospitate, tra l’altro, alcune tele stupende dei miei negletti paesaggisti nordamericani, Bierstadt, Church e Cole, e persino di George Catlin (non una delle loro opere è presente nei musei italiani). Al Prado la sala dedicata a Jeronimus Bosch vale da sola il viaggio sino a Madrid. Al contrario, al Reina Sophia faceva un po’ specie vedere la folla accalcarsi ad ammirare “Guernica” (che, diciamolo, al di là del valore ideologico è un grande falso, furbescamente costruito) e ignorare completamente le opere di Tanguy e di Magritte. Dal momento che a me interessano più i visitatori che le opere, e che ero in grado di cogliere solo i commenti degli italiani, limitati in genere alle lamentele per la lunga coda sotto il sole giaguaro del primo pomeriggio, non ne ho ricavato un gran campionario. Solo, all’uscita della sedicesima sala dei pittori novecentisti spagnoli, un: “A Marià, m’hai fatto rostì n’ora là fori, pe’ ste du’ palle!”

Ho fatto naturalmente anche la cosa più turistica che si possa immaginare, quella che ho sempre pensato riservata ai giapponesi. Ho preso il bus che fa il giro della città, quello col piano superiore scoperto, e non me ne sono pentito affatto. Col biglietto giornaliero si può scendere a ciascuna delle fermate previste e risalire sul mezzo successivo (ne transita uno ogni dieci minuti), e la cosa è estesa anche al circuito esterno, che porta nelle zone più periferiche. In questo modo ho potuto constatare come la pulizia e il risanamento abbiano toccato o stiano toccando ogni parte della città. Sono stati operati interventi ciclopici, per destinare ad esempio al verde pubblico immense aree in pieno degrado, che un tempo accoglievano attività produttive ormai obsolete. Ma il verde non manca nemmeno al centro della città: il parco del Retiro mi ha consentito di difendermi egregiamente dal solleone nei pomeriggi più torridi, in mezzo ad un silenzio vivo, animato.

Non mi sono comunque limitato alle visite d’obbligo. Avevo in mente alcune mete ben precise. Sono dunque andato in traccia di Cervantes: ho visto la casa in cui ha abitato nell’ultimo periodo (in Calle Cervantes, naturalmente: tra l’altro, una parte dell’edificio è in vendita, e mi sono informato sul prezzo), ho visitato la sua tomba nel convento delle Trinitarie Scalze (una delusione: una lastra marmorea recentissima, con su una breve frase del poeta e per il resto completamente spoglia, che fa a pugni con l’arredo pesantemente ma coerentemente barocco grondante dalle pareti e dal soffitto della chiesa), ho mangiato (bene) nel ristorante Cervantes (che chissà perché si spaccia per ristorante italiano – il cuoco è cinese, il padrone spagnolo, il cameriere sudamericano) e ho cercato libri antichi (troppo cari per le mie tasche) nella libreria Cervantes y Compañia (comunque, un gioiellino). Forse, dopo questa immersione, mi deciderò a rileggere come si deve il Don Chisciotte. Nella stessa via è nato ed ha abitato per tutta la vita anche Lope de Vega, che a quanto pare se la passava bene, perché la casa è piccola ma molto carina, e ha mantenuto tutti i tratti originari: i due comunque non si sopportavano, e immagino che, abitando a brevissima distanza, abbiano dovuto fare salti mortali per non incontrarsi. Lope mi è caro, come si suol dire, “di sponda”, per la traduzione e la messa in scena di molte sue opere da parte di Camus. Rileggendolo con gli occhiali camusiani ho scoperto un autore incredibilmente attuale, ma di una modernità che sta agli antipodi di quella del Chisciotte. Ho anche cercato e trovato, ma non visitato, la casa di Ortega y Gasset. La mappatura dei luoghi nei quali i nostri autori preferiti hanno trascorso la loro esistenza, specie se erano sedentari e abitudinari come Ortega e Lope, non è l’attività puramente collezionistica e gratuita che potrebbe sembrare: l’orientamento delle loro finestre spiega al contrario moltissimo di come vedevano il mondo. Ad esempio, Ortega y Gasset abitava proprio di fronte all’ingresso principale del parco del Retiro, di quello cioè che, complici le giornate torride, mi è sembrato un vero e proprio eden: e deve aver assistito con angoscia alla sua crescente appropriazione e magari indisciplinata frequentazione da parte dei borghesi e dei proletari massificati nel periodo tra le due guerre. Dalle sue finestre assisteva alla progressiva “dissacrazione del mondo”, non temperata da una crescita di istruzione e quindi della capacità individuale di responsabilizzarsi. Per questo ne “La ribellione delle masse” prefigura l’avvento prossimo del populismo fascista e anche quello più remoto, quello al quale stiamo assistendo, del populismo mediatico “democratico”.

Non c’è però solo Madrid, di cui pure, anche dopo una permanenza di una sola settimana, rimarrebbe molto altro da dire. Ho visitato, con blitz giornalieri, le due città più vicine alla capitale, Toledo al sud e Segovia al nord, attraversando per arrivarci un paesaggio lunare (soprattutto nel viaggio verso Toledo): brullo, piatto, bruciato completamente dal sole. Mi sono chiesto come potessero sopravviverci le pecore di cui il cavaliere della Mancha fa strage, nella totale assenza di un solo arbusto o filo d’erba verdeggiante. E ho anche visto, ai margini dell’autostrada, le scorie di un boom che per qualche anno, a cavallo tra i due millenni, deve avere dato alla testa agli spagnoli: intere aree commerciali e industriali abbandonate, capannoni tirati su in tutta fretta quindici o venti anni fa e già vuoti e fatiscenti, che in prospettiva non saranno neppure rimangiati dalla vegetazione perché vegetazione non ce n’è, e che avviliscono ulteriormente con la loro bruttura e il loro messaggio di precarietà un panorama già di per sé desolante.

Tanto più sorprendente è dunque trovare quasi all’improvviso, in un simile ambiente, piccole città che conservano intatta tutta la loro bellezza storica e architettonica, e che investono sul turismo senza lasciarsene, almeno per il momento, deturpare. Segovia, in particolare, ha attivato tutti i miei sensori alla bellezza, resi ancora più acuti proprio dallo squallore sofferto durante il viaggio. C’è un acquedotto romano perfettamente integro, che sovrasta di trenta metri l’ingresso della città e unisce per una lunghezza di oltre settecento i due versanti della valle. È costruito con blocchi di granito posati a secco, che si reggono a incastro, e sta lì da duemila anni, mentre i nostri ponti autostradali crollano dopo nemmeno mezzo secolo: per cento generazioni, quelle di coloro che vivevano alla sua ombra o che lo scorgevano di lontano, ha simboleggiato tanto la grandezza del passato quanto la sicurezza di una continuità nel futuro; anche perché fino ad un paio di decenni fa è rimasto attivo, continuando a rifornire d’acqua metà della cittadinanza.

Un discorso analogo vale per la cattedrale, o per l’incredibile Alcazar, ma anche per qualsiasi altra vestigia dell’altrieri, chiese, palazzi nobiliari o case borghesi, botteghe artigianali. Mentre ne ammiri il disegno o la semplicità elegante o la ricchezza non puoi non pensare alle sofferenze di tutti coloro che queste cose le hanno costruite, alle fatiche che sono costate, alle ingiustizie di cui sono impastate le mura, i pilastri e le colonne; ma hai l’impressione che un sia pur minimo riscatto di tutto ciò arrivi proprio dalla loro durata, dalla sfida vittoriosa al tempo e dalla testimonianza di un gusto del bello che ancora ci affascina ma che non siamo più in grado di coltivare concretamente.

Queste considerazioni valgono naturalmente per ogni luogo che abbia mantenuto ben visibile il suo rapporto con la storia, quindi non sono applicabili solo alla Spagna. Ma la mia impressione è che in terra spagnola questo rapporto sia davvero ancora pulsante, sia molto più intensamente e genuinamente sentito che dalle nostre parti. E che non si traduca dunque solo in un feroce campanilismo interno o in atteggiamenti sciovinisti nei confronti dell’esterno. Non so per quanto tempo ancora gli spagnoli riusciranno a gestirlo positivamente, senza scadere nelle caricature rozze e ideologiche dietro le quali altrove si nasconde la realtà dell’uniformazione culturale. Al momento, visto che anche a prezzo di una lunga “marginalità” storica hanno conservato quasi intatte e, sia pure per necessità, bene o male funzionali le loro vestigia storiche, sembrano ancora capaci di difendersi. È un’impressione a pelle, ripeto, limitata a una porzione molto piccola e probabilmente molto particolare del paese. Ma è sufficiente a farmi pensare che la Spagna sia un paese molto vivibile (sempre che i suoi abitanti si diano in tempo una calmata).

Da ultimo, aggiungo un paio di digressioni estemporanee, che non hanno a che vedere con lo specifico spagnolo, quanto piuttosto con l’occasione creata dal viaggio.

Mi era già capitato molte altre volte di cogliere in mezzo alla folla delle fisionomie famigliari, ma a Madrid il riconoscimento da casuale è diventato ad un certo punto intenzionale, scatenando un vero e proprio gioco di ricerca. Tutto ha avuto inizio quando ho incrociato in una calle un tizio che somigliava come una goccia d’acqua ad un mio conoscente di Montaldeo. Stavo per avvicinarmi e salutarlo, ma mi sono trattenuto all’ultimo momento, quando anche lui ha incrociato me e non ha dato segno di riconoscermi. Ancora sotto l’impressione di quella straordinaria epifania, nemmeno un’ora dopo ho incontrato su un passaggio pedonale il sosia quasi perfetto di un altro conoscente. Non l’ho salutato ma mi sono bloccato a metà dell’attraversamento, a vederlo allontanarsi di schiena, rischiando di farmi investire da un automobilista impaziente. Di lì è partita, ed è andata avanti anche nei giorni appresso, una serie di altre quasi-agnizioni, favorite ormai dal fatto che in tutti i volti che incrociavo cercavo le possibili somiglianze.

Per fortuna il gioco non si è fermato lì. Sarebbe stato piuttosto stupido. Mi ha portato invece a riflettere sul senso e sull’origine di queste somiglianze, con un percorso altrettanto strampalato, ma che penso valga la pena ricostruire sommariamente. Si dice che ciascuno di noi abbia in qualche parte del mondo almeno un sosia. A me pare una bufala colossale, ma è anche vero che su sette miliardi di persone, o su due se escludiamo gialli, neri, andini e ed esquimesi, qualcuno che ci somigli parecchio potrebbe ben esserci. Non ha dunque senso sperare (o temere, a seconda dei caratteri) di incontrare un sosia, mentre è interessante definire tutta una serie di particolari tipologie morfologiche, che possono essere anche trasversali rispetto al colore o ai caratteri specifici che in genere connotano un’etnia.

Senza tirarla troppo per le lunghe: i “tipi” fisici individuati dalle varie scuole fisiognomiche, da Aristotele a Lombroso, passando per Giovanbattista della Porta e Lavater, in effetti esistono. Sono senz’altro da rigettare le correlazioni dirette tra l’aspetto esteriore e le qualità dell’anima, o il carattere, se vogliamo metterla giù in termini laici, soprattutto quelle individuate dalla deriva pseudo-scientifica lombrosiana o ipotizzate a supporto dell’ideologia razzista, ma non si può nemmeno escludere che le successive ricombinazioni genetiche agiscano entro uno spettro vastissimo, e pur tuttavia limitato. In altre parole, sono convinto che la determinazione genetica di alcuni caratteri fisici (alto, basso, esile, massiccio, ecc…) combinandosi con le condizioni ambientali (naturali, sociali e culturali), determini o favorisca l’assunzione di comportamenti o modelli di pensiero simili. E che ciascuno di noi sia dotato di sensori “naturali” per il riconoscimento di tali caratteri, se sa dare loro ascolto.

Questo con Madrid non c’entra niente, ma a me trasmette una certa sicurezza. Ho l’impressione di sapere “a pelle”, anche a migliaia di chilometri di distanza dalla nicchia dei miei rapporti consueti, con chi ho o potrei avere a che fare. E devo dire che in genere la cosa funziona. A Madrid, ad esempio, ha sempre funzionato.

Infine, un passaggio al volo. Anzi, all’imbarco per il volo. Al momento della prenotazione del biglietto le compagnie offrono la possibilità di accedere, per una decina di euro in più, alla priority di imbarco: tradotto, sali prima sull’aereo. Dal momento che i posti sono comunque già assegnati (e non in base alla priority), e che allo sbarco l’uscita è vincolata unicamente alla distanza dal portellone, l’unico vantaggio è appunto quello di imbarcarsi con qualche minuto d’anticipo. Al Gate 20 dell’imbarco per Bergamo la fila della priority era sei volte più lunga di quella dei viaggiatori “ordinari”: col risultato che tra gli ultimi della priority, che avevano pagato dieci euro in più, e gli ultimi della fila normale non è trascorso nemmeno un minuto, sempre ammettendo che stiparsi uno o dieci minuti prima in quella scatola di sardine comporti un qualche vantaggio. Mi è venuto in mente l’episodio del cancelliere Ferrer: E tutti, alzandosi in punta di piedi, si voltano a guardare da quella parte donde s’annunziava l’inaspettato arrivo. Alzandosi tutti, vedevano né più né meno che se fossero stati tutti con le piante in terra; ma tant’è, tutti s’alzavano. E ho pensato che quando gli irriducibili come me saranno ridotti a meno del dieci per cento, la compagnia dovrà abolire la possibilità di accesso ordinario e inventare qualche nuova forma di priorità.

Insomma, sono andato a Madrid in cerca di Cervantes, e sulla via del ritorno ho ritrovato Manzoni. Se si spegne la tivù, anche in Italia è rimasto qualcosa di buono.


L’educazione di Gertrude

L’educazione al femminile: Tre conversazioni

di Paolo Repetto, aprile 2010

A metà del IX capitolo de I promessi sposi, mentre si accinge a descrivere l’incontro tra Lucia e la monaca di Monza, Manzoni introduce una digressione storica, attraverso la quale illumina il lettore sul passato e sulla personalità della seconda e gli fornisce le chiavi per interpretare la diversa disposizione delle due donne nel colloquio. Come accade per la presentazione storica di altri personaggi, dall’Innominato a Carlo Borromeo, la digressione s’inserisce perfettamente nel contesto della vicenda, senza appesantirla, e guadagna alla narrazione quella veridicità e quella fondatezza storica che tanto stavano a cuore all’autore. La drammaticità del caso ha poi ritagliato alla figura della monaca di Monza un posto di primo piano nell’interesse dei lettori, dei critici e degli storici che hanno approfondito lo studio delle sue sventure: ma questo con ogni probabilità non rientrava negli intenti del romanziere, al quale Gertrude serviva invece, più che come elemento di tensione drammatica, come fattore di contrasto, da opporre all’immagine di Lucia per far risaltare le virtù positive di quest’ultima.

Gertrude personifica al femminile una delle tre possibilità che sono date all’uomo: la grazia, il peccato, l’ignavia. Per carattere è esclusa dalla terza scelta: ha il carattere di una protagonista, non di una comparsa. Le rimangono solo le prime due, e lei sceglie il peccato. Potrebbe anche sembrare che Manzoni, attribuendole una personalità dominante, l’abbia voluta escludere a priori dal numero dei giusti, di quegli umili che ha eletto a protagonisti, destinandola alla malvagità e non concedendole alternative. Ma le cose non stanno così. Altre personalità forti compaiono nel romanzo, come l’Innominato e Carlo Borromeo, ma scelgono la via del bene, mentre ad optare per il male sono i deboli di spirito, i prepotenti alla Don Rodrigo.

Nel caso di Gertrude Manzoni sembra tenere un atteggiamento più complesso. La donna è una “sventurata”, che arriva a macchiarsi dei peggiori delitti in un crescendo di infamia e di protervia; ma c’è, all’origine di questo traviamento, qualcosa che non dipende da lei, qualcosa che se non la giustifica (perché avrebbe anche potuto scegliere il sacrificio in umiltà) ci aiuta almeno a comprenderla e ad averne compassione: c’è la violenza, ora subdola e insinuante, ora palese, che ha caratterizzato la sua educazione. Le motivazioni che inducono l’autore a soffermarsi sui particolari dell’infanzia e dell’educazione di Gertrude sono diverse.

In primo luogo c’è una necessità narrativa. Se il personaggio fosse stato ripescato dalla storia ed introdotto nel romanzo sulla sola scorta degli atti del processo il suo ruolo non avrebbe potuto andare oltre quello dell’ospite speciale, del pretesto per conferire una patina di storicità alla vicenda. Manzoni vuole invece presentare al lettore non una figurina storica, ma una donna a tutto tondo, con la sua passionalità, i suoi difetti, le sue disperazioni, da mettere a confronto con Lucia. Deve pertanto ricostruire, seguendo il suo ferreo criterio di verosimiglianza, la formazione della personalità di Gertrude, portare per mano il lettore a capire chi c’è veramente dietro quella grata e cosa la spingerà a comportarsi come si comporterà nei confronti della stessa Lucia.

In secondo luogo c’è il particolare interesse di Manzoni per il problema dell’educazione, che va ben oltre lo specifico della vicenda e che è testimoniato da vari interventi, in diverse fasi della sua vita (il più famoso rimane la Lettera a Ruggero Bonghi). Per ricostruire l’atmosfera e i modelli educativi in vigore nella famiglia di Gertrude l’autore non ha dovuto fare grandi sforzi di fantasia, perché quell’atmosfera e quei modelli erano ancora presenti nella sua epoca, ed egli stesso li aveva conosciuti sia nella casa paterna sia nei collegi ecclesiastici ai quali era stato affidato durante l’infanzia. Come accade per il. problema politico, anche in questo caso Manzoni parla al passalo ma si riferisce al presente.

C’è poi una motivazione etica. La vicenda della monaca di Monza e delle infamie che si consumano dietro le mura di un convento, di un luogo sacro, mette il dito su una piaga, quella delle vocazioni non sincere, e più in generale dell’ipocrisia che si nasconde troppo spesso dietro l’ufficialità della professione cristiana. Per un neo convertito come Manzoni, per di più arrivato alla fede cattolica attraverso la frequentazione giansenista e calvinista, nessun compromesso è tollerabile nella pratica della fede; e meno che mai è accettabile che la copertura religiosa sia utilizzata al fine di una meschina autodifesa (don Abbondio) o per abusare del potere che conferisce (Gertrude).

Nel racconto dell’educazione e della forzata monacatura di Gertrude è implicita la denuncia di un costume corrente e la richiesta di una riforma dello stesso.

Manzoni risponde infine, a modo suo, al richiamo di una tradizione letteraria ormai consolidata e destinata a conoscere grande fortuna nella letteratura romantica: quella dell’infanzia perseguitata o sventurata, in generale, e nello specifico quella del difficile o crudele destino delle fanciulle. A quest’ultimo tema e a quello dell’educazione sono dedicate le prime due parti di questo lavoro, mentre alla terza è riservato l’approfondimento delle motivazioni etiche e letterarie della pagina manzoniana. La forma di condizionamento che abbiamo definito “educazione” e che è operata nei confronti di Gertrude ha conosciuto nel corso della storia un’eccezionale continuità. Sono cambiate le forme della religiosità e della politica, le modalità espressive della cultura, i costumi, le idee, un po’ tutto insomma ciò che concerne i rapporti tra gli uomini, ma le finalità e i principi ispiratori dell’educazione al “ruolo femminile” sembrano essere rimasti sostanzialmente gli stessi. I1 primo di questi principi è che in fondo alla donna un’istruzione ampia e diversificata non serva.

Lo sostenevano già i filosofi e i letterati del mondo classico, lo hanno ribadito i teologi medievali, i riformatori e i pedagogisti dell’età moderna. Da sempre questa posizione, che è stata via via giustificata dalle teorie o dalle dottrine scientifiche, religiose e sociali più diverse, si fonda tacitamente su una semplice considerazione economica, e cioè che l’investimento nell’istruzione di una fanciulla (tanto più in epoche nelle quali l’istruzione ha costi alti e la linea ereditaria è maschile) non è remunerativo per l’economia familiare, poiché le ragazze sono comunque destinate a lasciare la famiglia. All’epoca di Gertrude questo principio continuava in linea di massima ad essere considerato sacrosanto e a riguardare la gran parte dell’universo femminile, senza distinzioni di casta o di ceto; ma con l’Umanesimo e col Protestantesimo, e con la conseguente nascita dello spirito borghese, anche il ruolo della donna cominciava ad essere riconsiderato. Non le era attribuita alcuna autonomia o facoltà di scelta e di decisione, ma era chiamata a collaborare attivamente alla riuscita economica della famiglia: e per metterla in condizione di farlo occorreva coltivarne alcune doti pratiche. Nell’età moderna pertanto il principio è mitigato nel senso che un po’ di istruzione nelle donne non guasta, ma deve essere rigorosamente finalizzata all’economia domestica. Già nella prima metà del ‘500 l’umanista Luis de Vives trattava l’argomento nel De institutiones foeminae Christianae, proponendo la linea educativa che si sarebbe imposta nei secoli successivi, sino ad essere perfettamente sintetizzata da Rousseau, che ne era un convinto sostenitore: “La donna deve imparare molto, ma solo quelle cose che le è utile sapere”. Dove per conoscenze utili si deve intendere quelle che incoraggiano l’obbedienza ai doveri e alle virtù familiari. All’atto pratico queste finalità educative si concretizzarono nell’istituzione di ordini religiosi femminili dediti appunto all’istruzione “mirata” delle fanciulle, dalle Orsoline alle Madri Pie, nella nascita di scuole specializzate di vario livello, da quelle per le orfanelle ai collegi esclusivi, dove variava molto il trattamento alimentare e disciplinare ma ben poco il tipo di istruzione impartita, e nella proliferazione di manuali e trattati pedagogici che ribadivano tutti lo stesso concetto.

All’epoca in cui Manzoni scriveva qualcosa cominciava a muoversi, almeno ufficialmente, un po’ per effetto dell’Illuminismo, un po’ sotto la spinta di una presenza più attiva, in ruoli da protagoniste, delle donne nella cultura romantica. Per quanto concerne Manzoni stesso, che sotto questo profilo è erede del pensiero illuminista, l’atteggiamento pare piuttosto ambiguo, o perlomeno cauto: da un lato descrivendo l’educazione di Gertrude denuncia una forma di condizionamento inaccettabile, dall’altro sembra propenso a sottoscrivere l’opinione dì Vìves e di Rousseau, pur avendo avuto modo di vivere a contatto con donne molto colte, come la stessa madre Giulia Beccaria o l’amica Sofìe de Condorcet. O forse proprio la figura materna, amatissima ma per nulla corrispondente a quell’ideale di “modestia” che l’autore incarna in Lucia, gli suggerisce la necessità di contenere entro certi limiti l’emancipazione culturale della donna.

E questo ci porta direttamente al secondo principio, quello per cui un eccesso di cultura nella donna risulta addirittura dannoso. Il principio ha una sua giustificazione, potremmo dire storica, dal momento che, in effetti, ogni volta che le donne hanno conquistato o ottenuto un minimo di considerazione sociale, e quindi anche un diverso spazio culturale (con l’avvento del cristianesimo, ad esempio, o con quello della società industriale), le basi del tradizionale dominio maschile sono state scosse, e per rinsaldarle si è dovuto ricorrere alla caccia alle streghe, in modo più o meno cruento. In questo senso dunque l’istruzione femminile risulta pericolosa (per l’ordine tradizionale) in quanto porta la donna a prendere maggiormente coscienza del ruolo subalterno cui è relegata, a non accettarlo e a mettere quindi in pericolo l’intero sistema dei rapporti di forza.

Da ciò conseguono direttamente le finalità tradizionali dell’educazione femminile, che sono quelle di preparare le giovinette essenzialmente e soltanto ai loro ruolo di spose, di madri e di massaie.

Il caso di Gertrude ci porta però a considerare una forma di condizionamento femminile più specifico, legato ad un periodo e ad una società particolari: quella della monacazione forzata. Come spiega con semplicità e chiarezza Manzoni, nelle famiglie aristocratiche le ragazze conoscevano, oltre a quella del matrimonio combinato per interesse, un’altra, forse peggiore, forma di coercizione: il convento. Anche in questo caso valeva una considerazione economica. Per dare in sposa una ragazza la famiglia era costretta a fornirle un’adeguata dote, in denaro o in beni, mentre la soluzione del convento risultava decisamente più economica. Il padre di Gertrude è così determinato a trasmettere intatto il patrimonio familiare al primogenito da imporre l’assunzione dei voti a tutti i figli cadetti, maschi e femmine: tanto più a Gertrude, che è l’ultimogenita. L’educazione della fanciulla è quindi finalizzata, sin dalla nascita, a farle accettare la sua sorte come naturale e senza alternative. Tratteremo più avanti i modi di questo condizionamento; per il momento è sufficiente ricordare che l’imposizione di una scelta claustrale ha continuato ad essere esercitata, nella società occidentale, fino alle soglie della nostra epoca, soprattutto per coprire o cancellare intollerabili perdite dell’onore da parte delle fanciulle e delle famiglie stesse. Ancora oggi, del resto, in molte aree del terzo mondo l’assunzione dei voti religiosi rimane per molte giovani l’unico modo per sfuggire alla miseria e ad una condizione familiare di vera e propria schiavitù.

Si è già sottolineato come la ricostruzione dell’infanzia di Gertrude, pur risultando pienamente verosimile (perché fondata sull’esperienza diretta dello stesso Manzoni e sulla sua conoscenza dei comportamenti sociali e familiari) rappresenti nel contesto dell’intera vicenda la parte più decisamente letteraria, nel senso che è totalmente frutto dell’invenzione narrativa dell’autore. Manzoni aveva tuttavia anche presenti, nello scrivere queste pagine, dei modelli narrativi particolarmente diffusi nel Settecento e nella cultura romantica. Il tema dell’educazione femminile era stato toccato, infatti, da innumerevoli autori, sia nel teatro (Goldoni, Molière, ecc) che nel romanzo (De Foe, Richardson, ecc) da posizioni e con atteggiamenti diversi. In genere, quando la trattazione aveva il senso di una denuncia, ad essere messi in discussione erano i modi, severi ed antiquati, e non la sostanza o la finalità. Erano rappresentate fanciulle soggette ad una disciplina feroce e stupida, e si sottolineavano gli esiti negativi, a volte addirittura tragici, di questa pratica. Nei rari casi in cui venivano raccontate esperienze felici, con genitori illuminati e atmosfere serene, il risultato era comunque la perfetta integrazione della giovane nel suo ruolo domestico: anche perché in fondo a raccontare erano sempre gli uomini.

Manzoni si allinea perfettamente a questa tradizione: ad un’educazione sbagliata e costrittiva corrisponde una pessima monaca, ad una disciplina amorevolmente trasmessa corrisponde Lucia, la perfetta moglie e madre. Le cose si complicano quando cominciano a raccontarsi, in opere dal carattere fortemente autobiografico, le donne stesse. È il caso ad esempio di Charlotte Bronte, che in Jane Eyre rievoca la drammatica esperienza di un sistema educativo capace di spegnere nella donna ogni scintilla di fantasia, di intelligenza e di autonomia. Con le Bronte, con Jane Austen (che non ha raccontato nei suoi romanzi questa esperienza, ma l’ha in parte vissuta, almeno sino a quando il padre, ben diverso dal principe manzoniano, non decise di ritirarla dalla scuola femminile tradizionale e di darle una libera e moderna educazione in casa), con le altre scrittrici che cominciano a fiorire soprattutto in Inghilterra e in Francia nell’età del Romanticismo il tema dell’educazione femminile, collegato a quelli più generali delle pari capacità intellettive della donna e della necessità di modificare i rapporti tra i due sessi, diventa comune. Poco alla volta anche l’atteggiamento maschile comincia ad essere riveduto, come dimostra Thackeray ne La fiera delle vanità, dove è rappresentato il conflitto tra i modelli educativi proposti alle due figlie dal padre, favorevole ad un’educazione libera ed aperta, finalizzata solo a sviluppare l’intelligenza e le capacità, e dalla madre, rimasta legata all’idea che l’unico ruolo femminile sia quello domestico. Meno comune, ma anch’esso frequente, soprattutto nella letteratura d’appendice del secondo Romanticismo, sarà il tema della monacatura forzata. Basti ricordare, tra le opere più significative, la Storia di una capinera di Verga.

Le pagine nelle quali Manzoni racconta il percorso educativo di Gertrude presentano moltissimi motivi di interesse, sia sul piano della tecnica narrativa che su quello della posizione etica dell’autore. Cercheremo di coglierne ed approfondirne alcuni tra i più significativi. Gertrude viene introdotta sulla scena del racconto come la nostra infelice, ne uscirà come la sventurata. In mezzo c’è una storia che il lettore segue già con la consapevolezza che si tratterà di un dramma e già conoscendo, in fondo, la disposizione d’animo dell’autore al riguardo. È una tecnica opposta a quella della narrazione oggettiva, nella quale il narratore finge di conoscere gli sviluppi di una vicenda assieme al lettore. Viene eliminato l’elemento della sorpresa, delle possibilità diverse di sbocco: il lettore viene da subito guidato ad accostarsi alla storia con una particolare disposizione. Sappiamo che Gertrude sarà un’infelice anche prima di sapere per quali motivi, e leggeremo la sua storia preparati a viverne la drammaticità. Manzoni però non si limita ad anticiparci la chiave di lettura della vicenda: ci offre anche gli elementi per interpretare il suo sentimento al riguardo. Nel caso di Gertrude l’autore fa un’eccezione al suo rigorismo morale e sembra ammettere che qualche volta il male non sia solo una scelta, e una responsabilità di chi lo compie, ma quasi un destino. Gertrude non incarna certo le virtù cristiane, ma bisogna ammettere che tutto e tutti, in famiglia come nel convento, sembrano congiurare affinché queste virtù non le conosca nemmeno.

Un altro elemento narrativo importante è costituito dalla figura del padre. È una delle tante sfaccettature attraverso le quali Manzoni dipinge un’unica figura, quella del gentiluomo aristocratico. Ne abbiamo già conosciuti in precedenza altri aspetti: la prepotenza meschina e vile in don Rodrigo, l’impudenza sfacciata nel cugino Attilio, l’arroganza del potere nel Conte zio e quella del rango nell’avversario di Ludovico. Lungo il racconto ne incontreremo altri ancora, come la fossilizzazione intellettuale in don Ferrante, ecc. Il padre di Gertrude vi aggiunge la grettezza e l’aridità dei sentimenti, estesa persino all’istinto più naturale, quello paterno. Non è improbabile che, almeno per certi tratti di questa figura, Manzoni si sia ispirato al carattere del proprio padre, il conte Pietro; ma è un’intera classe sociale, e il suo modo di intendere il prestigio e il potere, ad essere messa sotto accusa.

Uno dei momenti più toccanti della storia giovanile di Gertrude è quello del passaggio dalla condizione di povera innocentina, ignara della sua sorte, alla consapevolezza di dover sottostare ad un obbligo, e al conseguente rifiuto. Gli stati d’animo successivi vengono analizzati magistralmente dall’autore, dall’innocenza alla disperazione, e quindi dall’abbandono al peccato. Nel corso della trasformazione, il progressivo smarrimento di Gertrude è sottolineato dai comportamenti estremi entro i quali ella si dibatte: ora, infatti, invidia le compagne destinate al matrimonio, le odia e cerca di ferirle con cattiverie e sgarbatezze, ora ne ricerca invece la compagnia e il conforto. Quando arriva il momento della prima uscita dal monastero, dopo otto anni di noviziato, ogni sua volontà positiva è definitivamente schiacciata, ma agli occhi del lettore la poverella risulta ormai solo una vittima. Ha tentato di essere sincera, di esporre anche le sue ragioni, e ne ha ricavato solo una gran collera del principe, che le viene comunicata con un contegno di mistero, di disgusto e di compassione dalla badessa. Non le rimangono alternative all’ipocrisia: “La giovinetta intese, e non osò domandar più in là”.

Per quanto riguarda più strettamente il nostro tema, e cioè l’educazione di Gertrude, è da notare che tra gli argomenti utilizzati dai genitori per indirizzare la fanciulla alla vita monastica non ce n’è alcuno di carattere religioso o morale. Le si parla di prestigio, di potere, del rango e del comportamento più confacente allo stesso, ma mai di possibili gioie dello spirito o di doveri morali. La modestia, l’umiltà, la carità – le virtù richieste ad una buona cristiana e tanto più ad una monaca – non sono nemmeno prese in considerazione. Le cose non cambiano in convento, dove alla bambina viene riservato un trattamento di riguardo che la distingue dalle altre e contribuisce a coltivarne il senso di superiorità, oltre che ad isolarla dalle sue coetanee. La religione”, dice Manzoni, come l’avevano insegnata alla nostra poveretta, e come essa l’aveva ricevuta, non bandiva l’orgoglio, anzi lo santificava e lo proponeva come mezzo per ottenere una felicità terrena”.

Infine, un’ultima considerazione. Manzoni sottolinea il carattere insinuante e subdolo di questa educazione: “Nessuno non le disse mai direttamente: tu devi farti monaca. Era un’idea sottintesa e toccata incidentalmente in ogni discorso che riguardasse i suoi destini futuri”. A Gertrude vengono dati, già dalla prima infanzia, dei balocchi che la condizionino a ciò che per lei è già stato deciso: bambole vestite da monaca, santini ecc., e persino i complimenti o i rimproveri che le vengono rivolti sono finalizzati ad abituarla al suo ruolo. “Che madre badessa!” è la lode massima per il suo aspetto.

In fondo si ha la sensazione che le cose, per le ragazze, non siano cambiate molto dai tempi di Gertrude. Oggi non si vedono proporre santini, ma sin dai primi anni di vita sono inondate di Barbie, di kit per indossatrici, per creatrici di moda o, nelle famiglie meno ambiziose, per cuoche provette: e poi arrivano i modelli televisivi e cinematografici, quelli dei rotocalchi e tutto l’apparato di persuasione che impone di essere belle e vincenti, simili a questa o a quest’altra. Una pubblicità televisiva recita: “o sei gazzella o sei leone” e sintetizza molto bene quello che in fondo da ogni parte, in famiglia, nelle compagnie, a scuola, sul lavoro, viene loro ogni giorno ripetuto e che il padre di Gertrude, più esplicitamente, esprimeva dicendole: quando sarai madre badessa, allora comanderai a bacchetta, farai alto e basso”. Quando sarai madre badessa, quando cioè sarai quella che io voglio che tu sia.