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I tanti motivi per andare (e ritornare) in Africa

Uganda e Ruanda

di Stefano Gandolfi, 1 dicembre 2019  – dall’Album “Mal d’Africa

Turistici, paesaggistici, naturalistici, umanitari. Anche i ricordi storici, seppure macabri, che pure hanno segnato la storia recente del nostro mondo, come Idi Amin in Uganda, uno dei più spietati, crudeli e sanguinari dittatori dell’epoca moderna; e il massacro etnico fra hutu e tutsi in Ruanda, ferita aperta nella coscienza anche e soprattutto di noi occidentali che siamo stati testimoni passivi se non addirittura parte in causa attiva in nome di interessi politici ed economici. Ma soprattutto situazioni uniche al mondo fragili e a rischio di scomparsa a breve termine così come la minacciata estinzione di tante straordinarie specie animali, i leoni, gli elefanti, i rinoceronti, nel nostro caso i gorilla di montagna. Animali bellissimi, insieme agli scimpanzé i nostri parenti più stretti, coi quali condividiamo il 98% del patrimonio genetico. Ne sono rimasti 700 circa, di gorilla di montagna. In una ristretta area geografica compresa in un triangolo al confine fra Uganda, Ruanda e Congo. Le prime due nazioni da molti anni hanno imparato a proteggerli e tutelarli, se non per bontà umana, quantomeno per il valore economico che la loro salvaguardia crea in termini di afflusso turistico. In Congo purtroppo, una nazione in preda al caos e alla guerra civile perenne, sono a rischio di estinzione perché li uccidono per crudeltà, per gioco, per fame o per interessi economici di bassissimo spessore, come la vendita delle zampe per farne dei portacenere per i salotti buoni di ricchi stravaganti e crudeli.
Si va in Uganda col desiderio di conoscere i nostri cugini più stretti, poi si scopre un paese meraviglioso, come sempre in Africa. Si scopre il Nilo bianco le cui sorgenti, dal lago Vittoria, hanno costituito una sfida per tanti esploratori che hanno impiegato anni e talvolta anche la vita nella loro scoperta, quel Nilo bianco che più a nord, nel Sudan, si unisce a formare il grande Nilo fondendosi con le acque del Nilo azzurro che abbiamo navigato in un precedente viaggio in Etiopia.
Si scopre un paese verde, fertile, nel solco della parte occidentale della Great Rift Valley, con laghi vulcanici e montagne ricoperte di vegetazione che sono già il preludio alla grande foresta equatoriale del Congo. Si lascia ad est il paesaggio idilliaco della savana, alla “mia Africa”, per addentrarsi ad ovest nel mistero inquietante delle grandi foreste rigogliose, umide, che oscurano la luce del sole e che per chi ama la letteratura rievocano gli scenari del “Cuore di tenebra” di Conrad. Si naviga, anche qui, sulle acque del Nilo, su barconi piatti che potrebbero essere ribaltati in pochi secondi dagli ippopotami che gli passano a fianco e sotto fortunatamente con poco interesse ad un contatto fisico che per noi sarebbe micidiale, si naviga a poche decine di metri dalle sponde del fiume ove sonnecchiano i maestosi coccodrilli del Nilo, immobili con le fauci sempre aperte, i più grandi del mondo, che arrivano a lunghezze di 6-7 metri e a 900kg di peso.
Si naviga fino al fronte delle maestose cascate di Murchison, ancora oggi raggiungibili solo a piedi. Si viaggia a lungo sui Toyota land cruiser per i consueti safari africani, sorpresi di una popolazione di animali non così numerosa come ci si aspetterebbe, perché gli animali autoctoni erano stati tutti sterminati dalla soldataglia del dittatore Idi Amin, per noia, per gioco, per mangiarli perché anche i soldati morivano di fame …e poi passo dopo passo le savane e le praterie sono state ripopolate con esemplari acquistati dalle nazioni vicine.

In compenso l’Uganda è un vero paradiso per i bird-watchers, con il maggior numero di specie di uccelli di tutto il continente. Si viaggia immersi nelle nebbie alle pendici del Rwenzori. la terza montagna più alta del continente, che me-riterebbe da sola un viaggio per una impegnativa meta alpinistica. Si viaggia sempre stupiti di una terra verde, fertile, un paese non certo ricco né particolarmente progredito rispetto ad altri, ma dove non abbiamo visto miseria estrema né problemi evidenti di fame o di sopravvivenza precaria; anzi talvolta ci sembrava di entrare nel mitico shangri-la, constatando condizioni di vita semplice, ma di autosufficienza e con il solito equivoco di noi turisti occidentali che faticavamo a capire che questa vita tranquilla, quasi primordiale che tanto ci affascina, è agli antipodi delle aspettative e delle speranze di tanti giovani e giovanissimi che tendono invece a riversarsi nella metropoli, la capitale Kampala. Là perseguono il miraggio di un maggior benessere economico e dei simboli universali di autogratificazione quali cellulari, motociclette, vestiti, musica, alcol, fumo, il tutto condito con quella caratteristica africana di caos, colori, suoni e rumori, di vita vissuta per strada, che rendono unica l’Africa così come tutto il mondo extra occidentale, dal Nepal al Sudamerica.

E poi … ci sono i nostri cugini, che erano un po’ la finalità principale del nostro viaggio. Si comincia con gli scimpanzè dal parco nazionale di Kibale, con un facile trekking di un’ora nella foresta, una camminata rilassante, in piano, per cominciare a sentire risuonare nell’aria rumori, grida, richiami di ogni genere, a 360 gradi, per terra e per aria. Poi, finalmente, li vediamo. Sono in assoluto i nostri parenti più stretti, con il 98,77% del patrimonio genetico condiviso. Sono incredibilmente simili a noi, negli atteggiamenti, negli sguardi, nei comportamenti sociali: sono rissosi, polemici, casinisti, territoriali, autoritari, gerarchici, gli piace risolvere ogni diatriba con uno scontro fisico e sonoro; si compiacciono quando vincono, con la coda tra le gambe se perdono, ma sembra quasi che accampino scuse per la sconfitta e già meditano la rivincita…. sembra di ricordare qualcuno, sembra una descrizione abbastanza familiare, non è vero? talora sono anche inquietanti, perché, esattamente come gli umani, possono essere estremamente violenti nei loro scontri, fino addirittura alla morte dell’avversario, soprattutto nelle contese tra maschi per il dominio del branco.

Ti guardano con uno sguardo tenebroso, quasi ostile da parte dei maschi capi-branco, e per un attimo ti viene in mente il film “Il pianeta delle scimmie”, perché sorge veramente spontaneo il quesito di quanto poco ci vorrebbe per arrivare al livello umano, ammesso che non siamo già sufficienti noi! Però, se si guardano con attenzione le foto, vedete lo sguardo, vedete la mano a 5 dita con il pollice in opposizione alle altre 4 dita, che significa la possibilità di maneggiare oggetti e di fabbricare utensili, e allora viene anche in mente un’altra scena memorabile, quella iniziale del film “2001 Odissea nello spazio”, quando il nostro cugino utilizza come arma un osso e poi lo lancia nello spazio, e diventa qualcos’ altro da ciò che era fino a prima …

Si esce quindi dalla riserva di Kibale con un mix di emozioni, inquietudine, incredulità per le straordinarie similitudini con il genere umano, e poi la consapevolezza di quanto noi occidentali siamo fortunati rispetto alla gente locale, quando veniamo a sapere da Rita, la ragazza che ci accompagna nel viaggio, che oltretutto all’epoca era studentessa in biologia, che lei non aveva mai potuto vedere gli scimpanzé perché il costo dell’ ingresso nella riserva per lei era proibitivo; e alla fine del viaggio la sostanziosa mancia che le abbiamo lasciato riponeva anche la speranza che potesse servire per coronare quel suo sogno.
Si proseguiva quindi il viaggio, stretti in 7 persone su un land cruiser con i bagagli, con la guida, una ragazza cattolica, ed il pilota, un ragazzo musulmano, fianco a fianco per ore e ore sui sedili della jeep, nelle pause a tavola con noi nelle locande lungo la strada, forse addirittura anche nelle camerate comuni per le guide di notte nei lodge e negli alberghetti di strada: un esempio di integrazione che vale mille parole, così come lo stupore di entrambi quando gli chiedevamo se non avevano problemi con le loro religioni: e ci rispondevano facendoci vedere, lungo le strade, chiese e moschee vicine a pochi metri le une dalle altre.
E tutto questo è pericolosissimo per l’ISIS ed è quanto l’integralismo sta cercando di distruggere nell’ Africa multietnica e multireligiosa, come testimonia l’attentato in un bar di Kampala un mese prima che noi partissimo, costato la vita a 130 persone che stavano guardando una partita dei mondiali di football su un megaschermo.

E allora il viaggio è proseguito fino alla frontiera con il Ruanda, una frontiera terrestre assolutamente non turistica, dove si ha netta la percezione che in certe parti del mondo puoi ritrovarti in qualsiasi momento alla mercé di persone con una divisa addosso e con una pistola in mano che diventano padrone della tua vita; noi eravamo con un viaggio organizzato e abbiamo passato solo un’ora di disagio e d inquietudine, ma da soli sarebbe stata tutta un’ altra storia, e sicura-mente una bella mazzetta di dollari che cambiavano di tasca alla luce del sole per poter uscire da quella terra di nessuna che è una dogana africana … e poi ancora via verso i monti Virunga, il parco nazionale dei vulcani, territorio condiviso con l’ Uganda a nordest e con il Congo a nordovest.
Ruanda, dove inevitabilmente e con una certa curiosità morbosa si cercavano negli occhi delle persone tracce psichiche, fisiche della tragedia di vent’ anni prima, e ricevendone solo sguardi imperscrutabili, che sicuramente nascondevano storie inenarrabili e inesplicabili. Ruanda, paese ad altissimo tasso di sviluppo, nonostante e forse anche in conseguenza della strage etnica.

Ruanda, dove i gorilla di montagna sono protetti e dove convergono visitatori da tutto il mondo per questo incontro emozionante. I nostri secondi cugini con-dividono con noi il 97,7% del materiale genetico. Ne sono rimasti all’incirca 700 esemplari. Vivono in alta montagna, immersi nell’umidità e nella nebbia alle pendici di queste montagne vulcaniche che superano i 4500 m di quota. Ci si sveglia all’alba, le jeep ci portano all’ingresso del parco a circa 2000 m, si selezionano i gruppi in base all’età e all’attitudine fisica alla marcia e allo sforzo perché alcuni gruppi di gorilla sono più vicini, altri più nascosti in alta quota. Noi 5, più due ragazzi spagnoli, veniamo stimati molto abili perché ci destinano al gruppo più lontano.
Camminiamo tre ore per circa 700 m di dislivello, lasciamo campi coltivati a terrazzamenti ben ordinati, accompagnati da guardie armate di kalashnikov, mentre camminiamo già fradici di sudore riceviamo le prime istruzioni ed un sommario esame medico perché se qualcuno avesse il raffreddore deve dirlo adesso e verrà riaccompagnato al lodge e avrà diritto al rimborso del costo del gorilla-traking. perché uno sternuto o un colpo di tosse può essere fatale con la trasmissione di virus o batteri per noi innocui ma per loro letali.

Senza che quasi ce ne accorgiamo il paesaggio cambia, si suda ancora di più e all’improvviso ci si trova nel cuore della foresta equatoriale; vegetazione esuberante, ad altezza d’uomo, liane, alberi alti 10-15 metri che oscurano il cielo, torbiere, marcia nel fango fino a 2700 m. Il primo gorilla ti guarda di soppiatto da dietro un cespuglio di foglie, assolutamente non spaventato, abbastanza abituato alla presenza umana; un silverback non ci degna di uno sguardo entrando in una foresta di bamboo, il dorso ha il pelo argentato in segno di anzianità e di autorità. Sono alti fino a 220 cm e pesano fino a 200-230kg. I cuccioli sono curiosissimi, verrebbero vicino a toccarci e a giocare se non fosse che da una parte le loro mamme, dall’altra le nostre guide ci impediscono ogni contatto fisico, per evitare contagi pericolosi di microorganismi e reazioni aggressive dei genitori per proteggere i piccoli. Si osserva la loro vita, sono ancora più umani, se possibile, degli scimpanzé. Hanno una socialità elevatissima, scandita da tempi, rituali, norme fatte rispettare dai maschi alfa, i capibranco. C’è il tempo del risveglio, della colazione, della pulizia e dell’igiene, del gioco per i cuccioli, del pranzo, del riposo, della ricerca del posto migliore per dormire e per cercare cibo il giorno successivo.
Ognuno ha il suo ruolo, il capobranco, i giovani maschi subordinati, le femmine con i cuccioli, ognuno rispetta la gerarchia. Guardi i loro occhi, osservi il loro sguardo, poi noti le mani, anche loro, come gli scimpanzé, hanno il pollice che si oppone alle altre dita, solo loro, gli altri primati e noi umani.
Sono momenti da vivere secondo per secondo perché si rimane tassativa-mente un’ora e non un minuto di più, l’abitudine dei gorilla alla presenza umana non può sorpassare questi limiti di tempo. Li guardi, li fotografi, li filmi, ti sembra che fotografarli sia sprecare tempo, che sarebbe più giusto guardare tutto senza l’intermediazione dell’obiettivo della reflex, ma tutti cedono all’impulso quasi frenetico di catturare immagini. Forse è un errore, ma è quasi inevitabile. Alla fine ci si chiede se siamo noi a guardare loro o viceversa, ti chiedi cosa pensano, non se pensano, perché su questo non può esserci nessun dubbio, e anche in questo caso, come per gli scimpanzé, ti chiedi quale infinitesima percentuale di ulteriore sviluppo neuropsichico sarebbe sufficiente affinché venga totalmente pareggiata ogni differenza fra noi e loro, proprio come nel famoso film di fantascienza … ti chiedi anche se, in un ipotetico salto in avanti di sviluppo, diventerebbero esattamente come noi, con tutte le capacità distruttive del genere umano, o se invece manterrebbero una differenziazione virtuosa nei confronti dello sfruttamento della tecnologia e nell’uso perverso di essa, come facciamo noi.
Ovviamente sono domande, almeno per il momento, senza risposta. Si spera solo che noi umani gli concediamo la possibilità di sopravvivere, non fosse altro che per il grande potenziale economico del turismo finalizzato alla loro osservazione; e sperando anche che il loro mondo non diventi uno zoo, magari grande, ma con recinzioni e limiti invalicabili. Quello che praticamente sta già accadendo per la maggior parte degli animali selvatici d’ Africa, costretti in spazi sempre più ristretti dall’ urbanizzazione e dall’ aumento della popolazione umana, laddove non vengono uccisi per speculazione, come i leoni, gli elefanti, i rinoceronti.
Un pensiero sorge spontaneo, magari cinico, egoistico, ma inevitabile: che ogni esperienza di questo genere potrebbe essere l’ultima, e allora ci si tiene dentro l’emozione ed il ricordo come un enorme privilegio che ci è stato concesso. Magari sperando di avere le parole giuste, efficaci, e delle immagini sufficientemente belle per poter condividere queste emozioni con gli amici e con chiunque abbia a cuore questi animali, ammesso che si possa chiamarli così.
Si torna in Uganda e si ritrova l’Africa degli uomini, dei colori, dei mercati lungo le strade con bellissime architetture di frutta e di verdure di ogni genere, disposte ad arte su improvvisati banchetti di legno; si ritrova il piacere di fermarsi per una sosta a comprare banane, a salutare bambini curiosi e cordialissimi, non ancora spaventati dal turista bianco, a fotografare i colori della vita di tutti i giorni, che sprigionano allegria e vitalità per ribadire il concetto che basta pochissimo per vivere in armonia con quanto ti circonda.
Si ritorna verso il caos della capitale, ci si impiega tre ore per attraversarla e dirigersi verso le sorgenti del Nilo Bianco, sulle sponde del lago Vittoria. Adesso sono in mezzo alla civiltà, vicino a dighe e ad impianti idroelettrici, ma per decenni hanno costituito uno dei misteri più ostinati ed inestricabili per i migliori esploratori dell’epoca.
A sorpresa vediamo una statua di Gandhi, che nel suo testamento aveva chiesto di spargere le sue ceneri divise in quattro parti, alle sorgenti dei quattro fiumi più importanti del mondo. Un piccolo richiamo all’India che avremmo visitato un po’ di anni dopo. Pochi chilometri dopo, le rapide di Bujale, santuario di discese in rafting fra le più impegnative del mondo, una specie di Himalaya per gli appassionati del genere, un must sportivo che non ci aspetterebbe in queste terre.
E poi ancora per l’ultima volta a Kampala, capitale africana come Nairobi, Addis Abeba e tante altre, enorme, caotica, inquinata, vitale, sempre in movi-mento, con la vita sempre vissuta in strada, nei mercati, sui marciapiedi, perennemente in coda sui suoi viali, ma tanto non importa a nessuno perché la concezione del tempo è radicalmente diversa dalla nostra, non siamo noi ad influenzare il tempo, ma semplicemente ci si adegua ad esso: non è male come filosofia di vita, ci si stressa di meno, con più fatalismo e meno rabbia.
Poi la corsa all’aeroporto di Entebbe, con tre posti di blocco in 1 chilometro, con soldati armati che ci fanno scendere dalla jeep e ci obbligano a percorrere a piedi, trascinando i bagagli, per l’ultimo chilometro, a causa dei controlli dopo il recente attentato. Tutto ciò a ricordarci che non siamo noi turisti a dettare le leggi, ma le circostanze, e che un giorno potremmo essere obbligati a scordarci di poterci muovere liberamente, forse anche a pochi chilometri da casa nostra. Ma questa è un’altra storia.

Relazione di Spagna

di Paolo Repetto, 22 agosto 2019

Avevo promesso agli amici una relazione veridica sulla mia scappata in terra ispanica, ed eccomi sollecito all’appuntamento. La butto giù così, a caldo (è proprio il caso di dirlo, date le temperature di Madrid), cercando di non disperdere le impressioni e le suggestioni che si sono affastellate in questi giorni roventi. Non sarà quindi una cosa ordinata e sistematica, buona per le guide EDT (del resto, non credo si aspettino alcunché del genere), ma una zuppa leggera e fredda – un gazpacho, tanto per entrare in tema, tanto sale e poche vitamine. Mi sono imposto però un minimo di traccia: parlerò prima di quel che ho visto e poi di quel che ho fatto.

Con una premessa: in pratica questo è stato il mio primo vero – per quanto breve e circoscritto ad un’area molto limitata – soggiorno in Spagna. Avevo toccato il suolo spagnolo un paio di altre volte, l’ultimo pochi anni fa, con incursioni brevissime, e non ne avevo tratto alcuna impressione. O meglio, nell’occasione più recente ero scappato via di corsa, dicendomi, alla maniera di Obelix: “Sono matti questi spagnoli”. Arrivavo da un giro nella zona catara, dai paesini pacifici e addormentati dei Pirenei francesi, e appena attraversato il confine mi sono trovato in mezzo a ruspe, cantieri, pavimentazioni e asfaltature a tappeto, in ogni angolo. Dava la sensazione di un furore demolitorio febbrile, nel tentativo di recuperare il tanto tempo perso tra guerra civile e franchismo, ma senza alcun criterio o rispetto conservativo del passato: in buona sostanza, quel poco che avevo visto non mi era piaciuto affatto. Quanto agli spagnoli in genere, ne avevo un’immagine un po’ stereotipa, condizionata dalle reminiscenze manzoniane, dagli orrori della Conquista e dallo strapotere calcistico: per il resto, non dico flamenco e paella, ma quasi (di alcune ragazze spagnole, invece, conservo da sempre un ottimo ricordo).

Insomma, appena approdato a Madrid l’impressione di attivismo frenetico si è rinnovata: cantieri ovunque, lavori in corso in ogni quartiere. Ma con una differenza: intanto i cantieri una volta aperti vengono poi anche chiusi, a differenza che a casa nostra, nel senso che le cose viaggiano, e a ritmi cinesi. La più alta concentrazione di martelli pneumatici e perforatrici per chilometro quadrato mai vista, inizio lavori alle sette del mattino e sospensione in tarda serata, con l’accorgimento però di creare il minor disagio possibile alla viabilità dei residenti e ai flaneurs come me. Poi, i risultati si vedono: i palazzi del sei e del settecento paiono costruiti ieri, le facciate tutte riportate a nuovo, e non solo nel centro della città, ma ovunque. Gli spagnoli sembrano avere in orrore la patina del tempo, e detto così potrebbe dare l’idea di una città posticcia, di un enorme outlet turistico, ma l’effetto non è quello. Anzi, dopo un primo sconcerto ti accorgi che il risultato è una personalità specifica e forte: una città con un grande passato, che lo mostra tirato a lucido e proiettato nel futuro. L’esatto contrario di quel che accade, ad esempio, per Roma. Anche un passatista come me, nostalgico dell’ancient time, deve ammettere che gli spagnoli hanno centrato gli interventi. I viali sono magnifici, gli stili architettonici dei palazzi che li costeggiano sono perfettamente amalgamati, anche quando la “rivisitazione” è stata più pesante, nelle vie interne sono conservate tutte le vecchie insegne, le vetrine e i rivestimenti caratteristici, ma tutto è ripulito e restaurato, le piazze sono luoghi di vita e di incontro e non enormi parcheggi, il traffico è scorrevole, la metropolitana ti porta ovunque, non c’è una buca nei marciapiedi. Ho visto quel che vorrei vedere quando giro per l’Italia, e non trovo mai. La mia non è esterofilia: semmai, al contrario, è eccesso di amore per il mio paese, e disappunto nel vederlo così ridotto.

Ma scendiamo più nel particolare, alle cose cui ostinatamente bado quando mi muovo fuori d’Italia, o che mi si impongono, e rappresentano i criteri coi quali misuro la temperatura civile di un luogo. Anche qui, vira tutto al positivo. Non ho visto, o quasi, escrementi di cani per le strade. A dire il vero ho visto anche pochi cani. Dal che si desume che gli spagnoli sono poco inclini alla moda animalista che da noi furoreggia, oppure che sono più responsabili e ripuliscono accuratamente. Opterei per la prima ipotesi. Ho trovato, inoltre, servizi igienici pubblici pulitissimi (e gratuiti) in tutte le piazze, nei musei, nei giardini e in ogni luogo che ho visitato: il che, soprattutto per gli amanti un po’ attempati, come me, del latte al cioccolato e della birra, ha la sua importanza. Nessuno ha poi tirato a fregarmi sui prezzi e mi è stato rilasciato sempre ed ovunque, nei bar, nei negozi, nei ristoranti, lo scontrino fiscale. Ho trascorso diverse serate bighellonando attorno a quello che è l’ombelico di Madrid, la Puerta del Sol, ascoltando rapito i concertini di un fantastico sestetto d’archi che si esibiva per strada, ma soprattutto ammirando lo spettacolo della folla che scendeva compostamente o risaliva verso la piazza da sette grandi vie laterali, e non ho sentito una volta qualcuno alzare la voce, malgrado la metà almeno dei turisti fosse italiana, e per la maggioranza romana. Segno che la città stessa induce ad una fruizione pacifica, discreta, rispettosa anche coloro che di norma hanno comportamenti diversi. C’è in giro molta polizia (la stazione della metropolitana di Puerta del Sol è stata teatro dell’attentato del 2004), ma è una presenza tutt’altro che invadente. Gli ambulanti abusivi sono provvisti di teli a chiusura rapida, per facilitare le fughe repentine, ma in realtà sembra siano tollerati o addirittura ignorati dagli agenti: credo che la pantomima del fuggi fuggi che scatta alla comparsa di una loro auto faccia parte delle attrattive turistiche, perché non una volta ho visto l’auto fermarsi e gli agenti scendere. E ho anche notato che ci sono pochissimi mendicanti, a smentire l’immagine che della città davano gli scrittori spagnoli fino a tutto l’800. Ancora, ho mangiato bene, e molto, ovunque, a prezzi più che onesti, esattamente quelli dichiarati nei menù esposti, ho ritrovato intatto lo zainetto che avevo dimenticato in trattoria e sono stato pazientemente e cortesemente assistito a più riprese dagli addetti di fronte ad ogni operazione di prelievo, versamento o acquisto automatizzato, che per me costituiscono ostacoli quasi insormontabili. Cose che possono apparire normalissime, ma nella mia quotidiana battaglia in patria non lo sono affatto. Infine, fondamentale, ho avuto accesso gratuito a tutti, sottolineo tutti, i musei della città, semplicemente esibendo il documento d’identità con su scritto Dirigente scolastico (in qualche caso non ne ho avuto neppure bisogno, perché nei festivi l’ingresso è gratuito). Da noi non sono considerati validi neppure gli attestati specifici rilasciati dalle scuole.

Ora, magari sono stato fortunato, o magari sono altri i parametri di giudizio da adottare: ma per quel che mi riguarda Madrid (e così anche le altre due città che ho visitato) è promossa a pieni voti.

Veniamo ora a quel che ho fatto, che non è poi granché diverso da quel che fanno tutti i turisti. Ho appunto visitato tutti i possibili musei, a partire dal Prado, ma ho trovato eccezionale, per come è strutturato e per quel che offre, soprattutto il Thyssen-Bornemisza. Vi sono ospitate, tra l’altro, alcune tele stupende dei miei negletti paesaggisti nordamericani, Bierstadt, Church e Cole, e persino di George Catlin (non una delle loro opere è presente nei musei italiani). Al Prado la sala dedicata a Jeronimus Bosch vale da sola il viaggio sino a Madrid. Al contrario, al Reina Sophia faceva un po’ specie vedere la folla accalcarsi ad ammirare “Guernica” (che, diciamolo, al di là del valore ideologico è un grande falso, furbescamente costruito) e ignorare completamente le opere di Tanguy e di Magritte. Dal momento che a me interessano più i visitatori che le opere, e che ero in grado di cogliere solo i commenti degli italiani, limitati in genere alle lamentele per la lunga coda sotto il sole giaguaro del primo pomeriggio, non ne ho ricavato un gran campionario. Solo, all’uscita della sedicesima sala dei pittori novecentisti spagnoli, un: “A Marià, m’hai fatto rostì n’ora là fori, pe’ ste du’ palle!”

Ho fatto naturalmente anche la cosa più turistica che si possa immaginare, quella che ho sempre pensato riservata ai giapponesi. Ho preso il bus che fa il giro della città, quello col piano superiore scoperto, e non me ne sono pentito affatto. Col biglietto giornaliero si può scendere a ciascuna delle fermate previste e risalire sul mezzo successivo (ne transita uno ogni dieci minuti), e la cosa è estesa anche al circuito esterno, che porta nelle zone più periferiche. In questo modo ho potuto constatare come la pulizia e il risanamento abbiano toccato o stiano toccando ogni parte della città. Sono stati operati interventi ciclopici, per destinare ad esempio al verde pubblico immense aree in pieno degrado, che un tempo accoglievano attività produttive ormai obsolete. Ma il verde non manca nemmeno al centro della città: il parco del Retiro mi ha consentito di difendermi egregiamente dal solleone nei pomeriggi più torridi, in mezzo ad un silenzio vivo, animato.

Non mi sono comunque limitato alle visite d’obbligo. Avevo in mente alcune mete ben precise. Sono dunque andato in traccia di Cervantes: ho visto la casa in cui ha abitato nell’ultimo periodo (in Calle Cervantes, naturalmente: tra l’altro, una parte dell’edificio è in vendita, e mi sono informato sul prezzo), ho visitato la sua tomba nel convento delle Trinitarie Scalze (una delusione: una lastra marmorea recentissima, con su una breve frase del poeta e per il resto completamente spoglia, che fa a pugni con l’arredo pesantemente ma coerentemente barocco grondante dalle pareti e dal soffitto della chiesa), ho mangiato (bene) nel ristorante Cervantes (che chissà perché si spaccia per ristorante italiano – il cuoco è cinese, il padrone spagnolo, il cameriere sudamericano) e ho cercato libri antichi (troppo cari per le mie tasche) nella libreria Cervantes y Compañia (comunque, un gioiellino). Forse, dopo questa immersione, mi deciderò a rileggere come si deve il Don Chisciotte. Nella stessa via è nato ed ha abitato per tutta la vita anche Lope de Vega, che a quanto pare se la passava bene, perché la casa è piccola ma molto carina, e ha mantenuto tutti i tratti originari: i due comunque non si sopportavano, e immagino che, abitando a brevissima distanza, abbiano dovuto fare salti mortali per non incontrarsi. Lope mi è caro, come si suol dire, “di sponda”, per la traduzione e la messa in scena di molte sue opere da parte di Camus. Rileggendolo con gli occhiali camusiani ho scoperto un autore incredibilmente attuale, ma di una modernità che sta agli antipodi di quella del Chisciotte. Ho anche cercato e trovato, ma non visitato, la casa di Ortega y Gasset. La mappatura dei luoghi nei quali i nostri autori preferiti hanno trascorso la loro esistenza, specie se erano sedentari e abitudinari come Ortega e Lope, non è l’attività puramente collezionistica e gratuita che potrebbe sembrare: l’orientamento delle loro finestre spiega al contrario moltissimo di come vedevano il mondo. Ad esempio, Ortega y Gasset abitava proprio di fronte all’ingresso principale del parco del Retiro, di quello cioè che, complici le giornate torride, mi è sembrato un vero e proprio eden: e deve aver assistito con angoscia alla sua crescente appropriazione e magari indisciplinata frequentazione da parte dei borghesi e dei proletari massificati nel periodo tra le due guerre. Dalle sue finestre assisteva alla progressiva “dissacrazione del mondo”, non temperata da una crescita di istruzione e quindi della capacità individuale di responsabilizzarsi. Per questo ne “La ribellione delle masse” prefigura l’avvento prossimo del populismo fascista e anche quello più remoto, quello al quale stiamo assistendo, del populismo mediatico “democratico”.

Non c’è però solo Madrid, di cui pure, anche dopo una permanenza di una sola settimana, rimarrebbe molto altro da dire. Ho visitato, con blitz giornalieri, le due città più vicine alla capitale, Toledo al sud e Segovia al nord, attraversando per arrivarci un paesaggio lunare (soprattutto nel viaggio verso Toledo): brullo, piatto, bruciato completamente dal sole. Mi sono chiesto come potessero sopravviverci le pecore di cui il cavaliere della Mancha fa strage, nella totale assenza di un solo arbusto o filo d’erba verdeggiante. E ho anche visto, ai margini dell’autostrada, le scorie di un boom che per qualche anno, a cavallo tra i due millenni, deve avere dato alla testa agli spagnoli: intere aree commerciali e industriali abbandonate, capannoni tirati su in tutta fretta quindici o venti anni fa e già vuoti e fatiscenti, che in prospettiva non saranno neppure rimangiati dalla vegetazione perché vegetazione non ce n’è, e che avviliscono ulteriormente con la loro bruttura e il loro messaggio di precarietà un panorama già di per sé desolante.

Tanto più sorprendente è dunque trovare quasi all’improvviso, in un simile ambiente, piccole città che conservano intatta tutta la loro bellezza storica e architettonica, e che investono sul turismo senza lasciarsene, almeno per il momento, deturpare. Segovia, in particolare, ha attivato tutti i miei sensori alla bellezza, resi ancora più acuti proprio dallo squallore sofferto durante il viaggio. C’è un acquedotto romano perfettamente integro, che sovrasta di trenta metri l’ingresso della città e unisce per una lunghezza di oltre settecento i due versanti della valle. È costruito con blocchi di granito posati a secco, che si reggono a incastro, e sta lì da duemila anni, mentre i nostri ponti autostradali crollano dopo nemmeno mezzo secolo: per cento generazioni, quelle di coloro che vivevano alla sua ombra o che lo scorgevano di lontano, ha simboleggiato tanto la grandezza del passato quanto la sicurezza di una continuità nel futuro; anche perché fino ad un paio di decenni fa è rimasto attivo, continuando a rifornire d’acqua metà della cittadinanza.

Un discorso analogo vale per la cattedrale, o per l’incredibile Alcazar, ma anche per qualsiasi altra vestigia dell’altrieri, chiese, palazzi nobiliari o case borghesi, botteghe artigianali. Mentre ne ammiri il disegno o la semplicità elegante o la ricchezza non puoi non pensare alle sofferenze di tutti coloro che queste cose le hanno costruite, alle fatiche che sono costate, alle ingiustizie di cui sono impastate le mura, i pilastri e le colonne; ma hai l’impressione che un sia pur minimo riscatto di tutto ciò arrivi proprio dalla loro durata, dalla sfida vittoriosa al tempo e dalla testimonianza di un gusto del bello che ancora ci affascina ma che non siamo più in grado di coltivare concretamente.

Queste considerazioni valgono naturalmente per ogni luogo che abbia mantenuto ben visibile il suo rapporto con la storia, quindi non sono applicabili solo alla Spagna. Ma la mia impressione è che in terra spagnola questo rapporto sia davvero ancora pulsante, sia molto più intensamente e genuinamente sentito che dalle nostre parti. E che non si traduca dunque solo in un feroce campanilismo interno o in atteggiamenti sciovinisti nei confronti dell’esterno. Non so per quanto tempo ancora gli spagnoli riusciranno a gestirlo positivamente, senza scadere nelle caricature rozze e ideologiche dietro le quali altrove si nasconde la realtà dell’uniformazione culturale. Al momento, visto che anche a prezzo di una lunga “marginalità” storica hanno conservato quasi intatte e, sia pure per necessità, bene o male funzionali le loro vestigia storiche, sembrano ancora capaci di difendersi. È un’impressione a pelle, ripeto, limitata a una porzione molto piccola e probabilmente molto particolare del paese. Ma è sufficiente a farmi pensare che la Spagna sia un paese molto vivibile (sempre che i suoi abitanti si diano in tempo una calmata).

Da ultimo, aggiungo un paio di digressioni estemporanee, che non hanno a che vedere con lo specifico spagnolo, quanto piuttosto con l’occasione creata dal viaggio.

Mi era già capitato molte altre volte di cogliere in mezzo alla folla delle fisionomie famigliari, ma a Madrid il riconoscimento da casuale è diventato ad un certo punto intenzionale, scatenando un vero e proprio gioco di ricerca. Tutto ha avuto inizio quando ho incrociato in una calle un tizio che somigliava come una goccia d’acqua ad un mio conoscente di Montaldeo. Stavo per avvicinarmi e salutarlo, ma mi sono trattenuto all’ultimo momento, quando anche lui ha incrociato me e non ha dato segno di riconoscermi. Ancora sotto l’impressione di quella straordinaria epifania, nemmeno un’ora dopo ho incontrato su un passaggio pedonale il sosia quasi perfetto di un altro conoscente. Non l’ho salutato ma mi sono bloccato a metà dell’attraversamento, a vederlo allontanarsi di schiena, rischiando di farmi investire da un automobilista impaziente. Di lì è partita, ed è andata avanti anche nei giorni appresso, una serie di altre quasi-agnizioni, favorite ormai dal fatto che in tutti i volti che incrociavo cercavo le possibili somiglianze.

Per fortuna il gioco non si è fermato lì. Sarebbe stato piuttosto stupido. Mi ha portato invece a riflettere sul senso e sull’origine di queste somiglianze, con un percorso altrettanto strampalato, ma che penso valga la pena ricostruire sommariamente. Si dice che ciascuno di noi abbia in qualche parte del mondo almeno un sosia. A me pare una bufala colossale, ma è anche vero che su sette miliardi di persone, o su due se escludiamo gialli, neri, andini e ed esquimesi, qualcuno che ci somigli parecchio potrebbe ben esserci. Non ha dunque senso sperare (o temere, a seconda dei caratteri) di incontrare un sosia, mentre è interessante definire tutta una serie di particolari tipologie morfologiche, che possono essere anche trasversali rispetto al colore o ai caratteri specifici che in genere connotano un’etnia.

Senza tirarla troppo per le lunghe: i “tipi” fisici individuati dalle varie scuole fisiognomiche, da Aristotele a Lombroso, passando per Giovanbattista della Porta e Lavater, in effetti esistono. Sono senz’altro da rigettare le correlazioni dirette tra l’aspetto esteriore e le qualità dell’anima, o il carattere, se vogliamo metterla giù in termini laici, soprattutto quelle individuate dalla deriva pseudo-scientifica lombrosiana o ipotizzate a supporto dell’ideologia razzista, ma non si può nemmeno escludere che le successive ricombinazioni genetiche agiscano entro uno spettro vastissimo, e pur tuttavia limitato. In altre parole, sono convinto che la determinazione genetica di alcuni caratteri fisici (alto, basso, esile, massiccio, ecc…) combinandosi con le condizioni ambientali (naturali, sociali e culturali), determini o favorisca l’assunzione di comportamenti o modelli di pensiero simili. E che ciascuno di noi sia dotato di sensori “naturali” per il riconoscimento di tali caratteri, se sa dare loro ascolto.

Questo con Madrid non c’entra niente, ma a me trasmette una certa sicurezza. Ho l’impressione di sapere “a pelle”, anche a migliaia di chilometri di distanza dalla nicchia dei miei rapporti consueti, con chi ho o potrei avere a che fare. E devo dire che in genere la cosa funziona. A Madrid, ad esempio, ha sempre funzionato.

Infine, un passaggio al volo. Anzi, all’imbarco per il volo. Al momento della prenotazione del biglietto le compagnie offrono la possibilità di accedere, per una decina di euro in più, alla priority di imbarco: tradotto, sali prima sull’aereo. Dal momento che i posti sono comunque già assegnati (e non in base alla priority), e che allo sbarco l’uscita è vincolata unicamente alla distanza dal portellone, l’unico vantaggio è appunto quello di imbarcarsi con qualche minuto d’anticipo. Al Gate 20 dell’imbarco per Bergamo la fila della priority era sei volte più lunga di quella dei viaggiatori “ordinari”: col risultato che tra gli ultimi della priority, che avevano pagato dieci euro in più, e gli ultimi della fila normale non è trascorso nemmeno un minuto, sempre ammettendo che stiparsi uno o dieci minuti prima in quella scatola di sardine comporti un qualche vantaggio. Mi è venuto in mente l’episodio del cancelliere Ferrer: E tutti, alzandosi in punta di piedi, si voltano a guardare da quella parte donde s’annunziava l’inaspettato arrivo. Alzandosi tutti, vedevano né più né meno che se fossero stati tutti con le piante in terra; ma tant’è, tutti s’alzavano. E ho pensato che quando gli irriducibili come me saranno ridotti a meno del dieci per cento, la compagnia dovrà abolire la possibilità di accesso ordinario e inventare qualche nuova forma di priorità.

Insomma, sono andato a Madrid in cerca di Cervantes, e sulla via del ritorno ho ritrovato Manzoni. Se si spegne la tivù, anche in Italia è rimasto qualcosa di buono.


Polinesia Francese – che ci faccio qui?

di Vittorio Righini, 3 aprile 2019, dal Quaderno “Quando viaggiare era un mestiere

la lumaca non indietreggia mai
A. Vialatte

Il sogno di una vita! Chi, davvero, non ha mai sognato un viaggio in Polinesia? Quante coppie hanno risparmiato a lungo pur di poter fare il viaggio di nozze a Papeete, Tahiti, il Paradiso in terra.

La ditta con cui collaboravo aveva un buon cliente a Tahiti, un tizio che era già stato almeno un paio di volte in Italia a visitare i nostri uffici. Quindi si rendeva indispensabile una visita nelle lontane Isole del Pacifico, per ricambiare e rinsaldare l’amicizia commerciale.

Questa fu la tattica che utilizzai per convincere il Capo ad autorizzare questo lungo e costoso viaggio. Ma, va scritto a onor suo, il Capo non era mai contrario ai viaggi, anzi era contento che i suoi due Export Manager viaggiassero molto e producessero molto. (Dividevo le zone del mondo con un più giovane collega, e tra noi c’era tutto sommato un buon rapporto: facevamo sempre molta attenzione a non pestarci i piedi reciprocamente).
Convinsi quindi il Capo, giustificando l’ingente spesa del viaggio col fatto che al ritorno avrei fatto sosta anche in California dove avevamo vari interessi commerciali.

Volai direttamente su Los Angeles: poi un lungo scalo nella hall, che generalmente è la cosa più antipatica. Arrivi da quattordici ore di volo in economy, sei bollito come un cappone nel brodo a Natale, e ti piazzano quattro o cinque ore a ciondolare da un bracciolo all’altro di una anonima sala d’aspetto, con un condizionatore a manetta.
Gli americani sono maestri in queste cose. In più, a inizio operazione di rullaggio in pista, un problema tecnico all’aeromobile ci riportò indietro alla sala d’aspetto, in attesa di riparazione del guasto o di cambio volo. Perdonatemi il breve excursus: ho sempre pensato che se un Comandante decide, all’inizio della pista, di tornare indietro, ha sicuramente le sue buone ragioni. Questo lo decise alla fine della pista, dopo un decollo abortito. Aveva più che mai ragione, pensai. Io sono un tipo pragmatico: Comandante, ti pagano, se parti con l’aereo scassato potresti cadere, non ti pagherebbero più e daresti un grosso danno alla Compagnia, oltre a fare centinaia di morti, te compreso. Per cui, se a te non va, anche a me non va. Non è uno sciopero dei Cobas delle Ferrovie, è ben altra cosa, non mi fa affatto arrabbiare … fine excursus.

Tutto ciò però si tradusse in cinque ore di ritardo, e atterrammo al Faa’a di Tahiti alle tre del mattino ora locale. Usciti dall’aereo, dove l’aria condizionata ci aveva cullato in un sonno ristoratore, mi sembrò di sprofondare in un cuscino d’aria calda e umida. Ci vennero incontro graziose fanciulle locali leggermente obese, completamente addormentate, che ci buttarono al collo ghirlande di fiori e ballarono danze locali. Cori di benvenuto al suono dei tamburi e degli ukulele.
Travolto dal caldo umido, dalla stanchezza e dal sonno, scappai velocemente a prendere un taxi e schizzai verso il mio hotel.
Ora, bisogna ricordare che tra Milano e Tahiti ci sono dalle dieci alle undici ore di fuso orario, dipende dalla nostra ora legale. La buona regola del viaggiatore è cercare di resistere in piedi e andare a dormire alle 22.00, cioè a un orario che sia localmente quello del riposo, e non quello del paese d’origine. Ma io arrivai alle quattro del mattino in Hotel, quindi i giorni che seguirono furono un calvario, quello che vi andrò a descrivere.

Alle 08.30 avevo già il primo appuntamento con l’amico / cliente, che non sapeva delle cinque ore di ritardo. Mi svegliai alle 07.30, ma mi sembrava di essere un terrestre appena sceso su Saturno.
Il cliente, Monsieur Sylvain, mi accolse senza collana di fiori ma con una birra gelata. Ora, sia chiaro, io sono un bevitore coi fiocchi, ma non riesco a bere mai prima di pranzo; però, a quel punto, che ora era? le nove del mattino di Papeete, le undici di sera di Milano, o le cinque su Saturno? La birra non mi fece poi così male, ma diciamo che la giornata cominciò in modo originale. Inoltre, era domenica, sarei stato lontano dal lavoro tutto il giorno, e in quelle condizioni era senz’altro un bene per tutti.
Cominciammo a visitare l’isola, in particolare alcune baie incantevoli, e ci fermammo a Papara, dove M. Sylvain aveva amici che ci invitarono nel loro bungalow. Mi offrirono birra (ma la Polinesia non era terra di straordinaria frutta tropicale e relative spremute? troppi francesi, come ovunque …) e un dolcissimo tortino al cocco. Feci il mio primo bagno nel Pacifico, all’interno di una bella laguna, con acqua tiepida, trasparente e rilassante, un vero paradiso. Poi proseguimmo in auto verso una località poco nota, dove avrei assaggiato una delle specialità culinarie dell’isola. Pregustavo un seviche di pesce crudo, oppure la famosa aragosta macerata in polpa di lime e erbette locali o un mahi mahi (pescione dalle ottime carini bianche) cotto alla griglia. No. Niente di tutto questo. La specialità erano le anguille alla griglia. Ora, non mi parve il caso di spiegare che, vivendo in Piemonte, ho pescato da ragazzo di notte le anguille nei torrenti della mia zona dai quattordici anni in poi, e ne ho mangiato le carni cotte in tutti i modi. Anzi, feci un balzo, e con educato stupore commentai “che rara squisitezza”. Tra me e me, invece, mi dissi: cazzo, trentasei ore di viaggio per mangiare anguilla …

Nel pomeriggio ci mettemmo in spiaggia, e dopo un bel bagno mi sdraiai sulla sabbia ripromettendomi di non addormentarmi. Mi svegliò M. Sylvain alle diciotto, faceva buio e dovevamo andare a cena.
Non sapevo chi ero, da dove venivo, soprattutto dove andavo … Mi scusai; lui comprese il disagio del volo del giorno prima. Mi promise una cena memorabile, con un piatto assolutamente diverso dal solito. E questa volta aveva ragione. Cenammo infatti sempre a base di pesce, ma assaggiai il Taioro, pesce fermentato in latte di cocco, dal gusto aspro e indescrivibile. Quando chiesi come si faceva mi rovinai la vita, scoprendo la parte relativa alla durata della fermentazione del pesce una volta pescato. Il mio già debole intestino però resistette gloriosamente. Mi ritirai in camera convinto che sarei morto di lì a poco, ma nonostante il fuso orario mi addormentai subito, per risvegliarmi alle quattro del mattino.
Stavo bene, ma era come se fossero le sette, non avevo sonno. Ero “dormito”, come mi diceva un amico da ragazzo, uno che aveva studiato poco. Feci passare in qualche modo le ore che mi separavano dagli incontri d’affari, e ricominciai la giornata. Nei tre giorni successivi, a parte il problema del sonno che mi prendeva in primissima serata con degli abbiocchi pazzeschi (l’abbiocco è quando ti crolla la capoccia sul petto, una sorta di svenimento da sonno), e del risveglio alle quattro, puntuale come un orologio svizzero e fresco come un fiore, il lavoro andò a buon fine e arrivò il momento di lasciare Papeete.
Mi ero ritagliato tre giorni e due notti a Bora Bora, la mitica Bora Bora …. Qui andavo a mie spese, quindi prenotai un albergo che in foto sembrava modestissimo, ma era carissimo; solo che gli altri costavano di più. Per il cibo mi sarei aggiustato, un panino a pranzo, una cenetta leggera la sera in qualche ristorantino locale. Volai con un ATR 42, un breve volo e un atterraggio su una pista che a fianco era priva di sala aeroportuale, c’era solo una capanna di legno e paglia, e quando arrivava un volo ci si recavano un paio di dipendenti dello scalo. Una cosa comunque simpatica. Poi una barca per arrivare al mio hotel, composto da una serie di bungalow a due passi dal mare. Il sogno da copertina delle riviste di viaggio, e io c’ero! Disfatto il poco bagaglio, costume maglietta infradito libro e asciugamano, mi recai al chiosco dell’Hotel, e ordinai un french toast e una birretta. Buono, ma pagai l’equivalente odierno di quaranta euro. Per i giorni successivi avrei dovuto prestare maggiore attenzione ai prezzi. Pagavo io, mica il Capo!

Alla sera, dopo aver camminato un paio di km., trovai un localino molto modesto, quasi privo di luce, dove c’erano cinque o sei coppiette in viaggio di nozze, o amanti, o quel che erano, comunque tutti piuttosto arrapati. Io ero l’unico single, ma mi dissi “che ti frega, pensa, sei a Bora Bora, che diavolo!!!”.
Pagai circa ottanta euro per pollo e patatine, il solito dolce al cocco, e qualche birra. Rifeci tutta la strada alla luce di una mezza luna (a quel tempo non c’erano gli smartphone con la torcia incorporata), inciampando con le fottute infradito almeno una decina di volte. Provato, alle 22.00, come da regola, mi infilavo sotto al lenzuolino leggero e accendevo il ventilatore a pale, che per me vale molto di più dell’aria condizionata. Alle quattro del mattino, sveglio come un galletto all’alba, ero a bagno nella laguna, ma non proprio a fare il bagno. Siccome non ci vedevo un granché, anche perché c’era poca luna in quel periodo, stavo a mollo nell’acqua tiepida fino alla cinta chiedendomi, in puro stile Chatwin: che ci faccio qui?

Oggi, mi domando cosa ci vanno a fare i turisti in Polinesia, soprattutto gli italiani, che hanno la Sardegna, la Sicilia, isole come Lampedusa, il Giglio, le Tremiti, Salina, Pantelleria, per dire solo le prime che rammento, raggiungibili in pochissimo tempo, climaticamente ottime, con una cucina notevole e splendidi vini, oppure la vicina ed amatissima Grecia. Chi glielo fa fare di spendere migliaia di euro per un viaggio fin laggiù. Forse il fascino dell’esotico, forse il desiderio di andare lontano per poterlo poi al ritorno raccontare, forse il fatto che poi si vivrà una vita a Sapri, a Genzano o a Mandrogne, e almeno ci si potrà cullare nel ricordo.
Ma, in fondo, anch’io sono stato giovane, anche io sono stato tentato dal fascino dell’Oceano Pacifico.

Un medico a 4500 metri di quota

Una storia vera sotto forma di racconto

di Stefano Gandolfi, marzo 2018 (Tibet-Nepal, ottobre 2001), da sguardistorti n. 02 – aprile 2018

Steve viaggiò molto, dentro e fuori se stesso, nel mondo e nel proprio caos interiore.

Non viaggiò tanto come i viaggiatori di professione, come i cacciatori di visti sul passaporto, come i collezionisti di dogane e frontiere. Le vere frontiere da superare forse si riesce una sola volta nella vita a varcarle veramente, ed ancora più difficile risulta il non tornare più indietro.

Viaggiò comunque a sufficienza da stampare nel proprio DNA emozioni e ricordi che solo la dissoluzione della mente, l’Alzheimer o la morte potranno sottrargli.

 

Si trovò anche ad attraversare, in momenti e circostanze che ancora adesso oscillano fra sogno e realtà, i maestosi altipiani tibetani in una lungo raid su fuoristrada da Lhasa a Kathmandu, sempre al limite tra terra e cielo, a quote che a casa nostra sono dominio delle nevi e dei ghiacci. Conobbe strani e meravigliosi personaggi che gli spiegarono in una lingua sconosciuta ma perfettamente comprensibile come sia possibile avvicinarsi alle risposte cercate invano per tutta la vita, ammesso che qualcuno abbia dentro di se almeno ancora la volontà di porsi certe domande.

Conobbe la saggezza in volti devastati dall’ipossia, dalla fame, dalla brutalità dell’invasione cinese: in quegli occhi vide ostinatamente, spudoratamente la gioia, la serenità, l’accettazione del proprio destino, la consapevolezza che nel fluire del tempo e della vita il singolo individuo è un frammento insignificante che non può e non deve sprecare energie per cercare di cambiare ciò che è infinitamente superiore al più forte degli esseri umani: ovvero il significato del proprio viaggio che fin dalla nascita corre su binari prefissati e con una meta sconosciuta ma scritta nel codice genetico prima ancora di iniziare la fatica di vivere.

Ovviamente non poté assolutamente capire né accettare queste risposte, tanto erano estranee al modo di vivere al quale era stato educato e cresciuto e dal quale cercava di fuggire, ma senza avere gli strumenti per poterlo fare veramente.

Conobbe le montagne straordinarie dell’Himalaya, che toccò con mano, calpestò fin dove le circostanze del viaggio gli permisero di fare. Le vide dall’aereo di linea nel volo dal Nepal al Tibet, le vide dalle polverose piste sterrate della trans-himalayana, dai finestrini delle Toyota Land Cruiser che viaggiavano indifferenti fra valichi a 5300 metri di quota ed altipiani infiniti e misteriosi, tra cime maestose e senza nome perché non aveva senso dare loro un nome, salvo che per gli alpinisti cinesi ed europei, americani e giapponesi accomunati dalla frenesia di poter scalare vette ancora vergini e prestigiose per il proprio curriculum.

Le vide da un piccolo aereo turistico pilotato da un folle aviatore nepalese che lo portò così vicino al suo amato Everest da fargli temere per un attimo di atterrare in modo poco convenzionale al colle Sud ad ottomila metri di quota: ma una virata incredibile a 180 gradi quando erano ormai a non più di due chilometri in linea d’aria dalla parete sud gli permise di imprimersi in modo irreversibile nella mente l’immagine della “sua” montagna e di tornare incolume all’aeroporto di Kathmandu.

 

Vide le limacciose, sacre acque del Bhagmati, affluente del Bramhaputra, attraversare il quartiere induista di Kathmandu per raccogliere le ceneri dei cadaveri bruciati su cataste di legna e poi affidati al fiume nel loro ultimo viaggio; e vide la gente lavarsi nel fiume e raccogliere l’acqua per bere e per cucinare, la vide fare bucato nel fiume accanto alle pire fumanti.

 

Vide i bambini degli altipiani, figli delle tribù di nomadi e pastori, giocare con gli yak e con palle di stracci; indossavano maglie, felpe, pantaloni di incredibili e sgargianti colori con scritte occidentali, regali dei turisti che gli portavano gli abiti dei loro figli.

Li vide con la pelle scura, perché non avevano mai conosciuto il sapone. Ma erano sani e sembravano felici. Li vide aspettare in disparte, silenziosi, che alla fine dei pic-nic dei turisti si offrisse loro qualcosa da mangiare: e Steve si adattò a mangiare sotto il loro sguardo discreto, educato ed incuriosito dallo strano cibo degli occidentali, dal grana padano e dallo speck portato di scorta nel caso che il cibo locale non fosse di troppo gradimento.

Vide i templi ed i monasteri bhuddisti, distrutti dai bombardamenti cinesi e ricostruiti ostinatamente pietra su pietra dai monaci e dalle popolazioni dei villaggi vicini. Calpestò i loro pavimenti di legno, scivolosi e lisciati dal passaggio di migliaia di pellegrini, respirò l’odore del burro di yak, utilizzato per ogni scopo, come fondamento della loro alimentazione e come combustibile da bruciare nelle lampade votive: enormi recipienti di rame accoglievano centinaia di lumini che creavano un irreale, tenue illuminazione in ambienti privi di finestre e di corrente elettrica, e sullo sfondo le enormi statue delle divinità bhuddiste troneggiavano con quei sorrisi rassicuranti ma al tempo stesso inquietanti e così difficili da comprendere nel loro significato simbolico.

Vide i cieli incredibilmente azzurri come si possono vedere solo dove l’aria è estremamente rarefatta ed i colori sono così saturi, intensi da sembrare artificiali.

Vide i cilindri di preghiera, e Steve non si stancò mai di farli girare perché così anche lui contribuiva a far salire in cielo le preghiere contenute dentro di essi.

Vide il Potala, la residenza del Dalai Lama fino al giorno in cui dovette fuggire in India per proseguire in modo libero ad esercitare la sua influenza morale sul popolo tibetano. E rimase come tutti sgomento e senza fiato davanti alla maestosità dell’edificio: aveva paura di un impatto emotivo indebolito dalle centinaia di foto e di filmati visti e rivisti sul palazzo e su Lhasa, ma si rese conto subito che esserci veramente davanti annulla ogni immagine vista a casa ed ogni descrizione letta a tavolino. La stessa sensazione che aveva avuto in Perù visitando Machu-Picchu: pensava di conoscere ogni singola pietra del villaggio Inca e di non potersi emozionare più di tanto a vederlo dal vivo, invece l’impatto fu straordinario. Questo fa la differenza fra il viaggiare con la fantasia ed esserci davvero.

Vide i militari cinesi pattugliare armati la piazza del Jokhang, e comprese che lì, davanti al tempio più sacro del buddismo, avvennero fatti molto più sanguinosi che a Tien-an-Men, ma praticamente nessuno al mondo se ne accorse o volle accorgersene. Su quella piazza, a distanza di anni dal tentativo di resistenza tardivo, quasi patetico del popolo tibetano ma soffocato con violenza inaudita dai “liberatori”, ancora adesso era vietato “radunarsi” in gruppi di più di tre-quattro persone, pena il materializzarsi di una guardia del popolo a far cessare subito l’adunata sediziosa.

Vide molte altre cose e tante persone, ognuna delle quali meriterebbe un racconto ed una citazione, ma tutto ciò rimane indelebilmente nella sua memoria e questa è la cosa più importante: “ricordati tutto ciò che hai visto, perché tutto ciò che dimentichi ritorna a volare nel vento” disse un saggio apache.

Al termine di un ennesima lunga, faticosa e straordinaria giornata consumata su piste sterrate al limite dell’impraticabilità, dopo il guado di diversi torrenti ed infinite deviazioni per visitare un minuscolo monastero in uno dei villaggi più solitari e suggestivi dell’altipiano tibetano, la piccola carovana di Land Cruiser arrivò, come mai più in quel viaggio, vicina all’Everest.

Steve riuscì a convincere i compagni di viaggio a cambiare destinazione per la notte, d’accordo con la guida, e sul tardo pomeriggio arrivarono a Tingri. Villaggio di poche decine di case, a 4500 metri di altitudine, esattamente di fronte alla parete ovest dell’Everest. Il destino volle che della grande montagna non si vedesse nulla: nuvole basse coprivano completamente l’orizzonte e non si dissolsero né per il tramonto né la mattina dopo. Ma non aveva importanza: tutti sapevano che essa era là davanti a loro, non si poteva, forse, pretendere di averla a disposizione così facilmente. E forse l’averla sognata così intensamente ha lasciato nell’immaginazione di tutti un ricordo ancora più nitido e vivo che se la si fosse potuta vedere veramente.

Un piccolo “lodge”, una via di mezzo fra un rifugio alpino in stile tibetano ed un bed &breakfast molto spartano, diede ospitalità a Steve, a sua moglie Augusta ed ai loro compagni. Piccole stanze, tutte al piano terreno, disposte su tre lati di una corte quadrata, rigorosamente senza luce elettrica e con un unico bagno comune che difficilmente svanirà dal ricordo degli ospiti: praticamente cinque-sei latrine separate da murettini alti si e no mezzo metro; l’ultima, più appartata, era più larga per esigenze specifiche il che creava anche il rischio di caderci dentro se di notte, al buio, con una lampada frontale in testa e con una feroce emicrania da ipossiemia il coraggioso fruitore non stava ben attento a divaricare adeguatamente le gambe …

Dentro le stanze una candela accesa: una sfida all’intelligenza degli occidentali poco acclimatati; perché non si capì subito che anche il poco ossigeno consumato dalla candela era meglio conservarlo per irrorare il cervello. Un lavabo stile nostre campagne del secolo scorso ed un grosso recipiente termico per conservare l’acqua calda (riscaldata dall’enorme stufa della cucina) completavano l’arredo delle stanze: tutto l’essenziale, nulla di superfluo. Il pagliericcio non era neanche poi scomodo.

Ad un’estremità della corte, la grande stanza con la cucina, un’enorme stufa in mezzo ed il locale comune per mangiare, proprietari ed ospiti tutti insieme. Niente sedie; tappeti e cuscini per terra tutt’attorno a un lungo tavolo quasi al livello del pavimento; così che si finiva per mangiare comodamente e mollemente coricati in posizione orizzontale. Acqua e birra tibetana, cibo a volontà e probabilmente in quello sperduto lodge al altissima quota Steve e soci mangiarono meglio che in qualunque albergo di standard di lusso per i parametri cinesi, con un ospitalità che andava ben oltre i doveri dei gestori di un locale a pagamento.

Ma prima di mangiare, una ben strana esperienza toccò Steve nel cuore. Entrando nella grande sala, già con la mente un po’ annebbiata dall’ipossia, dalla stanchezza della giornata passata sui fuoristrada e dalle birre tibetane bevute poco prima, Steve venne accolto da Pino, il ragazzo di Torino che accompagnò il gruppo per tutto il viaggio.

Pino era un personaggio eccezionale, amava il Tibet, la filosofia buddista in modo totale ed era riuscito nel non facile obiettivo di coniugare la grande passione della sua vita con il lavoro, diventando accompagnatore turistico nella regione himalayana per conto di un importante tour operator italiano: da dieci anni passava almeno sei mesi all’anno fra Nepal e Tibet.

Conosceva perfettamente la lingua nepalese e tibetana, parlava con i monaci e si permetteva il lusso di spiegare loro alcuni aspetti della dottrina religiosa che essi stessi non conoscevano. Recitava i “mantra” insieme ai pellegrini che continuamente si incontravano nei villaggi e nei monasteri e spesso ne insegnava loro di nuovi. Era amico personale del Dalai Lama e più volte gli fece da interprete nelle sue visite in Italia. Aveva proposto a Steve un trekking intorno al Kailash, la montagna sacra dei tibetani, per vivere un’esperienza mistica e sportiva allo stesso tempo. Visitare quei luoghi con Pino era un privilegio che trasformava un viaggio turistico in una full-immersion nella più straordinaria filosofia di vita che Steve avesse mai conosciuto.

Dunque Pino aspettava Steve nella grande sala da pranzo, e gli chiese, quasi con imbarazzo, se non voleva fare qualcosa per la figlia più piccola dei proprietari: era malata, e i loro genitori sarebbero stati onorati se un medico venuto da così lontano avesse avuto la compiacenza di visitare la loro bambina.

Steve rimase sgomento: un medico occidentale, con tutto il suo bagaglio di grandi conoscenze scientifiche ma privo di ogni strumento, per non parlare della possibilità di effettuare o prescrivere esami, si sente istintivamente inadeguato nel suo compito e si trova di fronte, quasi con violenza, alla povertà spirituale della propria condizione, basata su presupposti fondamentalmente tecnologici. E quando ti ritrovi a disporre solo delle tue mani, degli occhi, della mente e forse del cuore, un grande disagio ti pervade.

Anche perché, Steve lo capì subito, per i suoi interlocutori lui era più di un medico, era un marziano, qualcuno venuto da un altro pianeta, probabilmente alla stregua di un dio, tanta era la differenza culturale, psicologica, tecnologica fra questi due mondi che si incontravano davanti alla grande madre di tutte le montagne: e la differenza non significava assolutamente inferiorità di qualcuno o superiorità di qualcun altro, significava semplicemente due modi totalmente diversi di vivere.

E mentre Steve masticava faticosamente questi concetti, si ritrovò davanti a tutta la famiglia riunita in cucina: la mamma teneva in braccio una bambina spaventatissima; poteva avere sei o sette anni, era visibilmente denutrita, aveva un aspetto sofferente, il colore della pelle era grigio, impossibile dedurre dalla cute o dagli occhi segni di itterizia o di anemia.

La bambina doveva essere visitata in braccio alla mamma, se no avrebbe pianto istantaneamente alla vista di questo stregone venuto da un altro mondo. E Steve, nei limiti del possibile, le toccò la pancia, le mise un orecchio sul cuore e sul torace, le guardò le sclere, cercò di valutare il tono muscolare e dei riflessi articolari, cercando di immaginare cosa avrebbe fatto un suo collega dell’ottocento, quali ragionamenti avrebbe sviluppato in una situazione forse normale per l’epoca …

La pancia era gonfia: “potrebbe avere un problema al fegato, chissà quale infezione intestinale, una malattia del sangue, un disturbo congenito del cuore …” disse a Pino affinché traducesse, ma più che altro per spezzare la tensione, per dire qualcosa, per non sembrare completamente impotente. Perché effettivamente così era.

“Bisognerebbe portarla al più presto a Shi-gatze, la città più vicina, perché possa effettuare degli esami in un ospedale cinese” aggiunse Steve (almeno a qualcosa si rendano utili, gli invasori, disse dentro di sé): Pino riferì e la risposta fu sconcertante: “fra cinque-sei mesi, quando sarà finito l’inverno e andranno in città per fare acquisti ai mercati, di cibo e di ogni altra cosa, porteranno la bambina all’ospedale”.

“Se sarà ancora viva…” Steve lo pensò solamente, ma era evidente la perplessità nei suoi occhi.

 

“Non giudicarli male – mreplicò subito Pino – so cosa stai pensando, ma devi capire cos’è il loro mondo e il loro modo di vivere: da secoli in queste terre si nasce, si vive, si muore nella totale indifferenza dell’umanità e nessun fattore esterno può influenzare, se non in male, la loro esistenza. Invasioni di popoli stranieri, dominazioni che cambiavano solo nella lingua e nell’aspetto dei nemici, istinto di sopravvivenza radicato ma anche realismo ed accettazione del proprio destino. Nessuno ti regala nulla né offre alcuna possibilità di cambiare la tua vita. Questi genitori amano sicuramente la loro bambina più di se stessi, ma sono perfettamente consapevoli che non possono modificare il suo destino. La loro vita è scandita da comportamenti, abitudini, eventi immutabili da molto prima che nascessero loro e i loro genitori, e che rimarranno tali anche dopo la loro morte.

Per loro andare nella grande città al di fuori del tempo previsto e dei motivi abituali costituisce non solo uno sforzo economico al di fuori delle loro possibilità, ma anche un cambiamento psicologico nelle loro tradizioni inconcepibile. Lo so che per noi occidentali tutto questo è inaccettabile, ma non possiamo neanche permetterci di venire qui per due-tre settimane e pensare di cambiare il loro modo di essere né tanto meno di giudicare le loro azioni.

Ti sono infinitamente riconoscenti per aver visitato la loro bambina, tu rimarrai impresso nei loro ricordi per tutta la vita per avergli concesso questo onore, ma loro con i soldi che spenderebbero per portare la bambina a Shi-gatze a farla curare dai cinesi garantiranno per almeno un anno la sopravvivenza agli altri figli, la possibilità di farli studiare e di dargli una chance di migliorare la loro vita …

Ma ora dobbiamo onorare i cibi che hanno preparato per noi: per loro sono l’equivalente di un banchetto nuziale, di una cerimonia straordinaria, non dobbiamo deluderli”.

Steve non disse nulla, ma meditò a lungo sulla concezione della vita nel suo mondo: si arrivano a spendere cifre incredibili per salvare la vita ad ultraottantenni affetti da almeno cinque-sei malattie croniche degenerative, la maggior parte delle quali correlate allo stile di vita di una società ricca che si puo ‘permettere il lusso di rovinarsi la salute per il troppo mangiare, la sedentarietà, il fumo, l’obesità e l’opulenza, bisogna sprecare risorse per curare gli eccessi e non le carenze. Poi capiti dall’altra parte del mondo e resti indignato se una bambina è destinata a morire nell’indifferenza e nell’accettazione di un destino che non è mai stato ne mai sarà benigno. Quella sera bevve molta birra tibetana prima di riuscire a tornare in sintonia con i suoi compagni, poi cominciò ad immergersi nel personaggio che doveva interpretare e raccontò, come tutti si aspettavano, la storia della conquista dell’Everest. Steve era un narratore affascinante e catturò a lungo l’attenzione di tutti con la struggente ed eroica sfida di George Mallory a quel pezzo di roccia proteso verso il cielo.

Se tu hai mai alzato gli occhi
in una fredda notte d’inverno
quando il cielo è terso
e le stelle si mischiano
come in un mare di latte incandescente.
Se un nodo è salito alla tua gola
di fronte a questo universo
assurdamente grande
tu hai nel cuore tutte le risposte
inespresse e impronunciabili.
ANONIMO

Alla fine della cena le donne del gruppo presero da parte le figlie più grandi della famiglia e valorizzarono la loro bellezza utilizzando tutte le armi della cosmesi occidentale. Per la prima volta, e forse unica nella loro vita, poterono truccarsi e non credettero ai loro occhi quando si specchiarono e si guardarono fra di loro. Le risate di tutti risuonarono fino a tardi e la felicità pervase la grande sala da cucina in questo strano connubio tra due mondi.

Nessuno vide più né seppe più nulla di quella bambina.

La vita riprese il suo corso ordinario, dopo gli strani eventi di quella sera passati a tentare di vedere l’Everest in mezzo alle nuvole ed a cercare il senso della vita stando attenti a non sprofondare in una latrina tibetana pagando il dazio alle troppe birre bevute.

La mattina dopo, all’alba, con l’Everest sempre sdegnosamente nascosto, i potenti motori dei Land Cruiser portarono lontano gli occidentali, a toccare il cielo sui valichi più alti del mondo, fra centinaia di file di bandierine di preghiera e di sciarpe di seta bianca lasciate in segno di devozione là dove la terra compie un ultimo sforzo per avvicinarsi agli dei prima di ripiegarsi verso il basso per buttarsi a capofitto verso le foreste nepalesi, verso il confine fra due mondi, verso la mitica incredibile frontiera fra il Tibet, ovvero la Cina, ed il Nepal, ovvero l’avamposto della società occidentale a ridosso della grande potenza orientale.

I cinesi, come tutti i dominatori, si permettono anche un distorto senso dell’ironia.

E così hanno deciso di chiamare “ponte dell’amicizia” quello stretto precario nastro di cemento sospeso sopra la gola del Dude-Khosi che in realtà separa fisicamente e militarmente due universi.

Il paesaggio sembrava assecondare, con i suoi cambiamenti, quella crescente inquietudine che pervadeva l’animo dei viaggiatori man mano che ci si avvicinava a Zangmu, paese di frontiera, avamposto del nulla, monumento all’assurdità della condizione umana: se Francis Ford Coppola avesse avuto bisogno di qualche ulteriore fonte di ispirazione, oltre al “Cuore di tenebra” di Conrad, per ambientare il suo “Apocalipse Now”, sicuramente poteva attingere a piene mani a Zangmu, alla sua popolazione, alla sua atmosfera.

Dopo il dissolversi nel nulla della cortina di ferro e lo smantellamento del muro di Berlino, nessuno può capire cos’è una frontiera se non passa da Zangmu e dal Ponte dell’Amicizia.

Dopo giorni interi sui grandi altipiani, dove l’orizzonte ed i pensieri del viaggiatore corrono verso l’infinito, quasi all’improvviso la terra si ripiega su se stessa aprendosi in una selvaggia profonda ferita provocata dallo scorrere delle acque del Dude-Khosi: un’enorme gola, con le pareti che cadono a picco, quasi verticali, verso il fiume che a malapena si riesce a distinguere centinaia di metri più in basso. Sul lato orientale della gola, i cinesi ed i nepalesi hanno costruito un’arditissima pista sterrata (chiamarla strada è decisamente esagerato) che con infiniti tornanti perde quota scendendo verso le foreste a sud dello spartiacque himalayano.

I cinquanta chilometri da percorrere in territorio cinese sono degni di un Camel Trophy: la parete della montagna frana continuamente e la pista, già di per sé stretta, spesso si riduce a permettere a malapena il passaggio di un veicolo con la ruote sull’orlo del baratro, zigzagando fra cumuli di detriti ammucchiati ai bordi della strada; diventò ben presto un’abitudine non vedere altro che il vuoto dai finestrini per i passeggeri seduti sul lato destro dei Land Cruiser; rivoli d’acqua che scendevano dalla parete non di rado si trasformavano in vere e proprie cascate ed il massimo divertimento dei piloti era di fermarsi proprio sotto questi diluvi per lavare i fuoristrada dalla polvere e dalla sabbia accumulati nel viaggio. Ma la cosa più straordinaria era il fatto che la pista, ovviamente, non era a senso unico, costituendo l’unica arteria stradale fra il Nepal e la Cina: di conseguenza ogni dieci-quindici metri si verificava un incrocio fra fuoristrada, camion, pulmini, mezzi militari e rare automobili civili che percorrevano ininterrottamente la strada dai due lati.

Un fluire lento, quasi immobile ma ostinatamente in movimento di veicoli che sfidava ogni legge della fisica e del buon senso. Vedere due enormi camion carichi all’inverosimile di masserizie, generi alimentari e quant’altro affiancarsi la dove lo sterrato accennava appena ad allargarsi, salire letteralmente sul fianco della montagna con due ruote, al limite del ribaltamento ed incrociarsi con le lamiere che stridevano toccandosi fu uno spettacolo indimenticabile che proseguì per ore, perché in queste circostanze si percorrevano a malapena dieci-quindici chilometri orari.

All’improvviso cominciarono ad apparire sui bordi della strada le prime case di Zangmu, abbarbicate alla parete della montagna lungo gli interminabili tornanti che tagliavano il fianco della gola. Quando la densità delle costruzioni aumentò, la pista sterrata diventò sempre più stretta, trasformandosi in un rivolo melmoso che raccoglieva a cielo aperto gli scarichi delle abitazioni e dove al caos del traffico di veicoli si sovrapponeva la costante presenza di bambini, polli, maiali, cani, uomini e donne indaffaratissimi e del tutto indifferenti agli inutili, continui, disperati suoni di clacson effettuati più per abitudine che per la speranza di ottenere strada.

Alberghetti di infimo livello, ristorantini per tutte le tasche, scambiatori di valuta clandestini ma che lavoravano tranquillamente sotto gli occhi di tutti, prostitute sulla soglia delle case, sui marciapiedi, venditori ambulanti di qualunque cosa in mezzo alla strada: questa la fotografia che ci si portava a casa da Zangmu.

Ma il vero capolavoro dell’assurdo si raggiungeva solo all’inizio della “no man’s land”: la cosiddetta terra di nessuno, un poco plausibile territorio neutro, non più cinese ma non ancora nepalese ove i fuoristrada tibetani erano obbligati a fermarsi ed a scaricare repentinamente gli stralunati viaggiatori con tutti i loro bagagli nel caos più totale. Frotte di bambini e ragazzini erano pronti a precipitarsi sulle valigie e sugli zaini per trasportare il tutto, ovviamente a pagamento, fino alla dogana cinese, distante due-tre chilometri. Ed ogni turista od escursionista doveva stare attento a non perdere di vista il proprio “facchino” per evitare brutte sorprese ai bagagli, mentre si faceva largo nella melma fra polli, maiali ed umanità varia.

La dogana cinese incuteva timore e si percepiva la vera dimensione politica della situazione: pur facendo parte di un viaggio organizzato il minimo disguido, un documento mancante, un cavillo interpretato male dai funzionari poteva in un istante creare problemi inimmaginabili e bloccare per ore l’intero gruppo in quella bolgia dantesca.

Per fortuna Pino, ben addentro ai meccanismi burocratici, riuscì a gestire bene il controllo dei passaporti e dei visti e finalmente Steve e compagni attraversarono, a piedi, il “ponte dell’amicizia”. Sul versante nepalese della “no man’s land” rivissero una situazione quasi speculare, anche se con minor tensione; purtuttavia i doganieri nepalesi, per non essere da meno dei colleghi cinesi, fecero di tutto per esasperare ogni dettaglio ed esaminare al microscopio ogni documento.

Dopo due ore finirono i controlli doganali e nuovamente furono tre chilometri da percorrere a piedi con i propri bagagli passati in una staffetta dai bambini cinesi a quelli nepalesi. Solo allora Steve comprese la vera dimensione del traffico commerciale fra i due paesi: una fiumana ininterrotta, per chilometri, di camion carichi di qualunque genere di alimenti, vestiti, elettrodomestici attendevano forse da giorni il sospirato visto per transitare verso la Cina. Decine di modestissime locande davano ospitalità a chi poteva permettersi il privilegio di non dormire nella cabina del camion; gli sguardi rassegnati ed annoiati degli autisti accompagnarono il percorso dei viaggiatori fino ai pulmini che li attendevano più a valle per iniziare la discesa verso Kathmandu.

E fu, all’improvviso, la foresta sub-tropicale monsonica, verde, esuberante, inquietante dopo le pietraie desolate ed infinite degli altipiani tibetani. E fu all’improvviso la guida a sinistra sulle strade nepalesi, retaggio della colonizzazione britannica: sempre dominazione straniera, diversa, ma dominazione. E furono tredici ore passate a percorrere centocinquanta chilometri, ma potevano essere anche i cinque anni-luce per raggiungere Alpha-Centauri. E fu, alla sera, una doccia calda in un lussuosissimo (o sembrava tale?) lodge nepalese poco a nord di Kathmandu. E fu, per pochi, interminabili ed indimenticabili secondi, il più stupefacente tramonto rosso fuoco sulla catena himalayana che turista od alpinista potesse mai aver visto nella sua vita. E il Tibet, già era diventato un sogno.