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Tassonomie della letteratura di viaggio

di Paolo Repetto, 6 marzo 2020

La scrittura di queste pagine era iniziata diversi anni fa, quando ancora la letteratura di viaggio costituiva il mio interesse dominante. Dovevano completare una serie di microsaggi di accompagnamento alla catalogazione dei volumi della mia biblioteca. Sono poi subentrati altri impegni e una certa disaffezione al tema, e le avevo archiviate. Nel frattempo il numero delle opere stipate sugli scaffali del settore viaggi è quasi raddoppiato, ed è giunta l’ora di aggiornare il catalogo alla consistenza attuale. Ho colto quindi anche l’occasione per ripescare il pezzo, riscriverlo in pratica daccapo (ne ho tagliato almeno due terzi, sembrava un libretto di istruzioni per l’uso della lavatrice, noiosissimo) e portare a termine un disegno che era rimasto incompleto.

Una considerazione: se vi pigliasse l’uzzolo di dedicare un comparto della vostra biblioteca alla letteratura di viaggio, pensateci almeno due volte. È un pozzo senza fondo, e anche adottando parametri molto selettivi e specialistici diventa quasi impossibile stare al passo con le novità. In compenso riserva continue e piacevolissime sorprese, e non teme crisi di rigetto o sazietà. Siamo la più nomade delle specie, e di viaggi si è sempre raccontato e si continuerà – spero – a raccontare.

 

A parere di molti (soprattutto tra quelli che mi circondano) quando una raccolta di libri di viaggio – ma anche di qualsiasi altro argomento – supera un certo limite quantitativo sarebbe il caso di cominciare a preoccuparsi. Può essere, ma tutto sommato la cosa non arreca danno a nessuno, e nella peggiore delle ipotesi potrà creare domani un fastidio minimo agli eredi che decidessero di sbarazzarsene (se così fosse, però, spero vivamente che il fastidio risulti tutt’altro che minimo).

Io credo piuttosto che sia importante per il collezionista chiarirsi se a motivare l’accumulo è la pura passione per il tema o un qualsivoglia disegno di ricerca. L’ingombro rimane lo stesso, ma in entrambi i casi diventa opportuno, per gestire materialmente la collocazione nel primo o per farne uno strumento più agile di consultazione e di lavoro nel secondo, raggruppare i volumi in base a criteri di appartenenza chiari e pratici.

A questo scopo, in primo luogo va definito il perimetro che ci interessa, perché in una interpretazione allargata qualsiasi narrazione costituisce a suo modo un percorso. La categoria dei libri di viaggio comprende invece nella mia accezione solo quelle narrazioni nelle quali il viaggio è l’oggetto del racconto, indipendentemente dai motivi, dagli esiti e dalle circostanze materiali in cui si svolge, e non un tramite per raccontare. Che la valenza possa poi essere metaforica, che cioè ogni vero viaggio includa o assuma poi significati che vanno molto al di là dello spostamento, questo lo si dà per scontato. Quindi: la letteratura di viaggio include tutti quei libri nei quali vengono raccontate le peripezie connesse ad uno spostamento da un luogo all’altro, reali o fantastiche che siano.

All’interno di questo perimetro, i criteri più sensati di classificazione sono in linea di massima tre (quelli possibili sono naturalmente infiniti). Uno considera lo specifico della tipologia letteraria (saggio, diario, romanzo, ecc …), il secondo suddivide in base al teatro del viaggio, il terzo guarda alle modalità e alle motivazioni dello spostamento. La scelta dell’uno o dell’altro dipende dalla direzione d’uso o di ricerca che si intende intraprendere: qualche volta poi può accadere che siano la disposizione stessa dei libri o il modello di catalogazione usato a dettare la direzione verso cui la ricerca si indirizzerà. Voglio dire che l’ordine in cui i libri di una biblioteca privata sono disposti ha già di per sé alle spalle una storia, ma a grandi linee ne annuncia e guida anche una futura.

Queste righe non vogliono naturalmente proporre alcun modello preferenziale di catalogazione o di disposizione. È giusto che ciascuno si basi su criteri compatibili col proprio ordine mentale o con gli spazi che ha a disposizione. Vorrei invece fornire un esempio di come i libri, prima ancora di essere aperti e letti, possono stimolare processi logici e percorsi analogici magari complessi, e a volte peregrini, ma sempre istruttivi e coinvolgenti.

1.

La suddivisione per tipologie letterarie è la più semplice ed immediata. Le opere possono essere infatti raggruppate in quattro grandi sottoinsiemi:

  1. relazioni o diari di viaggio (redatti dal viaggiatore stesso), a loro volta, volendo, suddivisibili in: viaggi di esplorazione, viaggi scientifici e viaggi turistici
  2. storie di viaggi (redatte da un terzo), a loro volta divisibili in storie di singoli viaggi o viaggiatori e in storie generali dei viaggi
  3. guide al viaggio o riflessioni sul viaggio (sulle motivazioni, il simbolismo, la psicologia del viaggio)
  4. opere di narrativa (romanzi o racconti) o di poesia incentrate sul viaggio

È il criterio che io stesso ho seguito per redigere il catalogo dei libri presenti nel settore viaggi della mia biblioteca (e del quale questo scritto è un’appendice). Lo definirei un criterio “quantitativo”, funzionale più alla gestione che alla consultazione. Si presta comunque anche ad un lavoro di ricerca storica molto ben definito e specifico, perché offre un quadro chiaro e completo degli “strumenti” disponibili. Diciamo che garantisce l’individuazione teorica del libro che ci serve. Quanto poi a trovarlo, la cosa è un po’ più complicata.

Non è infatti lo stesso criterio che ho adottato nella collocazione fisica dei volumi: per questa, seguendo un ordine mentale tutto mio, funzionale ad un lavoro che procedesse per intuizioni estemporanee piuttosto che per linee predefinite, ho scelto in linea di massima la seconda opzione (quella dei teatri di viaggio). Ho individuato delle aree geografiche e all’interno di queste ho poi creato delle sottosezioni, ordinandole in qualche caso cronologicamente, in altri per temi. Ciò comporta ad esempio che i libri di uno stesso autore che ha viaggiato in varie parti del mondo (come Landor o Loti o De Amicis, ad esempio, o come Bryson tra i contemporanei) siano sparpagliati in scaffalature o ripiani diversi. Naturalmente le opere di narrativa pura incentrate sul viaggio non trovano una collocazione fisica in questa sezione, perché l’avrebbero letteralmente fatta esplodere: ma sono state comunque censite e idealmente ne fanno parte.

A questo punto probabilmente avrete una immagine della mia libreria molto simile alla Battaglia di Isso di Altdorfer, ma vi assicuro che non è così. L’ordine regna sovrano, sia pure con leggi transitorie, e fino a quando non devo cercare qualcosa di particolare funziona anche. Inoltre la disposizione attuale tiene costantemente in esercizio la mia immaginazione, perché devo ogni volta ricostruire i processi mentali che possono aver determinato una specifica collocazione. Quando questa ricostruzione va velocemente a buon fine, e non finisco esasperato, la cosa è anche divertente.

Rimane la terza opzione, quella che prende in considerazione le motivazioni e le modalità specifiche del viaggio. In realtà non è un criterio molto funzionale, né alla collocazione né alla catalogazione, perché solitamente in ciascun testo si intrecciano e si accavallano motivazioni e modalità molteplici, ed è quasi impossibile definire raggruppamenti che risultino sufficientemente comprensivi. Questo già ci dice che delineare una mappatura della letteratura di viaggio a partire dalla fenomenologia del viaggio stesso è impresa ardua. E può sembrare anche decisamente inutile: a meno che, come nel mio caso, l’intento sia non di procedere ad uno studio o ad una trattazione dell’argomento “accademicamente” mirata, ma di regalarsi degli excursus biografici o storici, degli spaccati di storia delle idee o del costume, dettati dalla pura curiosità o dalla simpatia per i protagonisti.

A differenza poi dei due primi modelli di classificazione, questo tende a considerare egualmente significative le opere di fantasia pura e quelle di narrazione realistica o storica. In pratica tende a spostare il fulcro dell’attenzione dal viaggio in sé all’idea che lo motiva. É, ripeto, il modello meno pratico, ma è anche quello che offre maggiori opportunità di sbizzarrirsi e di procurarsi illuminazioni. Per questo l’ho tenuto in considerazione, almeno a livello di schedatura mentale, e per questo è l’unico sul quale mi soffermo.

2.

Come per la zoologia fantastica di Borges, si potrebbe adottare in questo terzo caso qualsiasi criterio tassonomico: in rapporto allo spazio attraversato (per cielo, per mare, per terra, sotto terra, sotto il mare) o alla modalità di locomozione (a piedi, a cavallo, in carrozza, in treno, in barca, in aereo, su un’astronave, ecc …), o al numero degli attori (viaggio individuale, in coppia, in compagnia, di gruppo, di massa, ecc …), oppure in relazione alle finalità (esplorazione, commercio, studio, evangelizzazione, pellegrinaggio, conquista, migrazione, ecc …). Volendo si possono inventare infinite altre varietà di classificazione (alla ricerca di se stessi, dell’altro – per amore o per odio –, di uomini, piante, animali, monti, laghi, tesori, mostri …).

Ho iniziato a immaginare griglie mentali basate su queste possibili suddivisioni per finalità didattiche, quando ancora insegnavo letteratura: ma è poi diventata un’abitudine, perché consente di organizzare per qualsivoglia esigenza degli schemi elementari di ricerca. Tra questi schemi ce ne sono alcuni, in sostanza quelli che ho maggiormente utilizzato, che riescono immediatamente evidenti, ma che vorrei comunque dettagliare un po’ di più. Sono relativi il primo alla direzione del viaggio, il secondo alle sue motivazioni e finalità, il terzo alla sua morfologia.

La tipologia “direzionale” è molto semplice. Si può andare verso un luogo, tornare da un luogo, andare e tornare, o vagare senza meta. E già così si aprono innumerevoli possibilità, sulle quali tornerò tra poco. Quella motivazionale è invece più complessa. Si viaggia infatti per scelta, per necessità o per costrizione: ma in tutti e tre i casi possono essere varie le finalità, e talvolta le motivazioni stesse si sovrappongono. Provo solo a schematizzarle, perché a trattarle non basterebbe un volume.

Il viaggio compiuto per scelta può avere scopo iniziatico o conoscitivo (pellegrinaggio – viaggio culturale – viaggio di esplorazione), economico (commercio – ricerca di minerali preziosi o di tesori nascosti), religioso (missione), militare (di conquista), di studio o scientifico, di diporto (turistico o sportivo). Quello intrapreso per necessità può essere invece finalizzato a migrazione, azione politica o diplomatica, ricongiungimento, partecipazione ad eventi particolari (funerali, ad esempio), ecc … Infine quello per costrizione può essere determinato da necessità di fuga (esilio, persecuzione, ecc …), rapimento, rituale iniziatico, imposizione ricattatoria, ecc … Come si vede, ci si avventura in un vero ginepraio di possibilità: e non è il caso di andare oltre.

Anche per la tipologia morfologica, quella connessa alla “consistenza” del viaggio, è possibile una semplificazione: si può distinguere tra viaggio reale, allegorico, fantastico o fantascientifico, psicologico, utopistico.

Ma è evidente che insistendo a scovare modelli di classificazione sempre più peregrini non ci si muove dal punto di partenza; mentre se si intende davvero semplificare conviene adottare lo schema più immediato, ovvero quello direzionale, articolandolo poi con l’occasionale ricorso ad altri criteri. Ciascuna delle tipologie o sottotipologie identificate può in genere essere ricondotta ad archetipi mitologici o biblici, e trova riscontri nella fiaba e nella letteratura popolare. Il che serve tra l’altro a ribadire che non c’è mai nulla di veramente nuovo sotto il sole, e che indipendentemente dalle direzioni prese gli uomini si sono mossi lungo i millenni spinti dagli stessi aneliti o dalle stesse paure.

Naturalmente, anche questo tipo di classificazione ai fini della praticità gestionale è del tutto ozioso, e infatti nel mio catalogo i titoli cui farò riferimento sono rubricati tutti in base a tre sole voci: viaggi di esplorazione e viaggi turistici, scientifici, culturali, suddivisi tra quelli antecedenti o successivi al 1950 (che è una data assolutamente arbitraria, ma ha il pregio di essere vicina a quella della mia nascita: e comunque è sullo spartiacque tra due differenti concezioni del mondo in genere e del viaggio nello specifico). È utile invece per identificare i fili narrativi comuni che corrono lungo i secoli, e per metterne a confronto gli esiti nelle diverse epoche e attraverso i diversi sguardi.

3.

Partiamo dunque dalla prima sottospecie della tipologia direzionale: il viaggio di andata. È quella più classica e presenta una notevole varietà fenomenologica. Può configurarsi ad esempio come una migrazione, e in questo caso gli archetipi si sprecano, a partire dall’Esodo biblico (che può essere tuttavia letto anche come viaggio di ritorno). Ma anche la migrazione, pur essendo di regola un fenomeno vissuto negativamente, può avere diversi volti: può essere indotta da una necessità, ad esempio dall’esaurimento produttivo di un territorio, o dall’impossibilità comunque di sopravvivere a casa propria (è il caso di Furore); da una costrizione, dalla pressione o dall’invasione da parte di altri popoli, con conseguente cacciata, o da una scelta, ad esempio quella di occupare terre migliori, magari cacciandone le popolazioni indigene, a loro volta costrette ad emigrare o eliminate (Verso il West o Il grande cielo, di Guthrie). E anche in questo caso è possibile che gli invasori non scelgano, ma siano essi stessi forzati (magari nell’accezione sostantivata del termine: è il caso raccontato ne La riva fatale di Hugues, straordinario affresco della colonizzazione dell’Australia) alla conquista.

Un viaggio di sola andata è in genere anche quello connesso alla fuga. Qui l’archetipo potrebbe essere l’Eneide, anche se in realtà la fuga di Enea si traduce ben presto in migrazione e in conquista. Gli esempi che mi vengono in mente, e che corrispondono a ulteriori sottotipologie del viaggio di andata, sono naturalmente in primo luogo quelli di fughe dalla detenzione (da Cinque settimane in pallone a Sette anni in Tibet e Tra noi e la libertà), dalla caccia di nemici e persecutori, umani e non (Fuga senza fine, Un sacchetto di biglie, I tre giorni del Condor), dai pericoli della guerra (Palla di sego) o da quelli naturali: e poi ancora fughe adolescenziali dalla famiglia, o più mature, dal coniuge. Farei rientrare in questo gruppo anche le meno frequenti narrazioni che propongono il punto di vista del cacciatore, dell’inseguitore, (tanto meno frequenti che in questo momento mi viene in mente solo Il leopardo delle nevi).

Appartengono al filone dell’andata anche i viaggi di esplorazione. Quando a narrarli sono gli stessi protagonisti è evidente che si tratta in realtà di viaggi di andata e ritorno: ma la narrazione in genere privilegia il primo momento, e quindi possono essere classificati, salvo casi particolari, nella tipologia dell’andata. Gli archetipi narrativi sono naturalmente Il milione e I viaggi di Ibn Battuta, ma potrebbero esserne indicati infiniti altri, ben più antichi. Oltre ai diari di svariati esploratori troviamo in questo settore una narrativa sterminata, che va dalle incursioni verniane al centro della Terra, sulla Luna o al Polo australe ai viaggi esotici di Ridder-Haggard (Lei, Le miniere di re Salomone) o di Hudson (Terra di porpora), a quelli a ritroso di Conan Doyle ne Il mondo Perduto, alle ricostruzioni storiche romanzate di Michener, fino ad arrivare ad Alice nel paese delle meraviglie.

Parente prossimo del viaggio di esplorazione è quello connesso ad una particolare impresa, che in molti casi assume anche il valore di viaggio iniziatico. L’archetipo potrebbe essere quello delle Argonautiche, o più addietro ancora quello dell’epopea di Gilgamesh. Anche in questo caso gli esempi narrativi si sprecano: da Il signore degli anelli a Il giro del mondo in 80 giorni, da Ricordi di un’estate a Capitani coraggiosi, fino a Cuore di tenebra.

Il viaggio iniziatico per antonomasia è quello “formativo”, ritualizzato nel Gran Tour dei nordici in Italia (da Montaigne, a Goethe, a Seume, a Sthendal) e in quello degli italiani all’estero (Algarotti, Alfieri), o degli Europei nei nuovi e antichi continenti (Tocqueville, Beltrami) e dei non europei in Europa (Twain), con appendici anche nel Novecento (il Patrik Leigh Fermor di Tempo di regali). Un particolare significato emancipatorio possono avere quelli femminili (Lady Montagu, Cristina di Belgioioso), e soprattutto quelli delle viaggiatrici in Oriente (Ella Maillart, Freya Stark, Vita Sakwille-West, Isabelle Eberhardt, Rebecca West). Rientrano in qualche modo nel viaggio formativo anche gli itinerari “sulle tracce di” (Chatwin, ad esempio, o Tesson).

Ci sono infine i reportages, quelli di autori più o meno famosi dell’Ottocento (Andersen, Dickens, Twain, Loti, De Amicis), quelli occasionali di inviati “speciali” (Piovene, Moravia) e quelli degli specialisti novecenteschi del viaggio (Chatwin, Theroux, Thubron, Kapuscinski) o dell’ironia (Bryson).

E fin qui abbiamo trattato di viaggi reali o raccontati come fossero reali, finalizzati a raggiungere una meta concreta, si tratti di una terra, di un rifugio, di un luogo sconosciuto. Ma si può viaggiare anche per raggiungere una condizione interiore, una consapevolezza, un’illuminazione. È il caso dei viaggi allegorici, come anche di quelli filosofici. Madre di tutti questi viaggi è naturalmente La Divina Commedia, ma tra gli antenati possiamo annoverare ad esempio tutti i romanzi del ciclo del Graal, il Perceval o l’Enide di Chretien de Troyes, mentre la progenie si allunga sino a Moby Dick, o a Kim, passando per Il viaggio del pellegrino di Bunyan. La versione più moderna è per l’appunto quella del viaggio filosofico, concepito un tempo preferibilmente in chiave satirica, come nel caso de I viaggi di Gulliver o del Candido, e recentemente con velleità sapienziali (dal Viaggio in India di Hesse a Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta).

4.

Il viaggio di ritorno. Naturalmente si parte con Ulisse (e si arriva ancora con lui, tramite Joyce). L’Odissea è solo uno dei tanti “nostoi” che raccontavano gli avventurosi rientri in patria degli Achei dopo la distruzione di Troia, ma è diventato il modello della gran parte dei viaggi letterari. In genere sono i vincitori a tornare: gli sconfitti, come Enea, fuggono. Ma non va sempre così: a volte cercano di tornare anche gli sconfitti. É il caso dei reduci dell’Armir, quelli raccontati da Centomila gavette di ghiaccio e soprattutto da Il sergente nella neve. E anche degli sconfitti dalla vita (potrebbe rientrarci anche Il fu Mattia Pascal), o di coloro che solo apparentemente sono vincitori (La luna e i falò). È comunque sempre un’odissea, qualche volta dichiaratamente ispirata all’originale (Horcynus Orca), in altri casi liberamente interpretata (Il lungo viaggio di ritorno di O’Neill).

Diversi sono i ritorni dei deportati nei campi di concentramento. Non sono né vincitori né vinti, sono dei sopravvissuti, e il loro è un ritorno a casa, quando ancora ne hanno una, ma non alla vita. La tregua li riassume un po’ tutti. Ma a volte le vicende sono molto più complesse, e assumono le dimensioni di avventurose epopee: ad esempio, nei già citati Sette anni in Tibet e Tra noi e la libertà.

Spesso però il ritorno è solo temporaneo, una rivisitazione in cerca delle radici, o dei sapori e delle atmosfere dell’infanzia (Conversazione in Sicilia): e di solito si rivela deludente, o crea una sensazione di estraneità.

A volte infine dà un senso a tutto il viaggio: ma spesso ne mette in luce l’inutilità. Come dice Sjöberg, ne L’arte di collezionare mosche, “Dopo tredici mesi di viaggi intorno al mondo ero finalmente sulla via del ritorno, stanco e disilluso. […] Seguito con il dito sulla carta il mio viaggio era impressionante. Ma dentro di me non ne ho mai capito il senso”.

5.

Andata e ritorno. Particolarmente interessante è il tòpos del ritorno in una zona sicura dopo che si è affrontato il pericolo, dietro il quale stanno il richiamo del focolare e il motivo del cerchio, dell’anello completo. Può apparire come una metafora del confronto con la realtà, dopo che ci si è lasciati illudere e trascinare dall’ideale. Come a dire: va bene l’avventura, ma poi bisogna tornare a casa. Il prototipo assoluto in questo caso è l’Anabasi di Senofonte. Il composto Anà-basis in greco indica propriamente una “spedizione verso l’interno”. Senofonte lo usa però a titolare il racconto della ritirata di un esercito di mercenari greci verso il mare (Κύρου Ανάβασις, l’Anabasi di Ciro). Dei sette libri che compongono l’opera, sei raccontano proprio l’avventurosissimo viaggio di rientro dall’entroterra verso la costa, e quindi in realtà raccontano una katà-basis (alla quale peraltro il Ciro del titolo non partecipa affatto, essendo già stato ucciso prima ancora che il viaggio inizi).

Senofonte vuole narrare un’impresa epica, nella quale ha svolto un ruolo fondamentale (stando almeno a quello che scrive), e in genere le ritirate di epico hanno poco: di solito si pone l’accento sull’avanzata. Se sono poco gloriose, però, le ritirate sono senz’altro narrativamente più efficaci, soprattutto quando ad un certo punto diventano affannose, sotto la pressione del nemico o di un ambiente ostile. Ed è accaduto così che il termine abbia preso in epoca moderna un altro significato, e stia ad indicare un viaggio di andata e ritorno, con ritorno pieno di imprevisti.

In questa forma la letteratura mondiale è piena di Anabasi, più o meno consapevolmente ricalcate sull’originale. In alcuni casi il calco è dichiarato. Valerio Massimo Manfredi ad esempio l’ha praticamente riscritta raccontando ne “L’armata perduta” la vicenda dal punto di vista di una ragazza aggregata alla spedizione in veste di amante dello stesso Senofonte. Come prevedibile, il risultato è un polpettone, nemmeno lontanamente parente dell’originale. In altri casi il motivo di fondo è stato trasposto in tempi e in ambienti completamente diversi, con risultati senz’altro più apprezzabili. Una delle trasposizioni più riuscite è ad esempio quella di Sol Yurik, con “I guerrieri della notte”. Un’altra, divenuta essa stessa un classico, è “Passaggio a nord-ovest” di Kenneth Roberts. In entrambi i casi dai libri sono state tratte versioni cinematografiche, di valore pari a quello delle opere di partenza. L’originale, per fortuna, non lo si è ancora tentato: i costi dell’operazione sarebbero spaventosi. L’unico film che si ispiri apertamente e dichiaratamente all’opera di Senofonte, riletta in chiave contemporanea, è I guerrieri della palude silenziosa.

L’operazione di calco, dall’originale, dai libri che si ispirano all’originale o dai film tratti da quei libri, è stata ripetuta innumerevoli volte. Direttamente ispirato da Passaggio a nord-ovest (il romanzo) è Fort Everglades di Slaughter, dal quale è stato poi tratto il film Tamburi lontani. Ma lo stesso regista di quest’ultimo (Raoul Walsh) ne aveva già diretto una versione attualizzata con Obiettivo Burma.

Ma di anabasi, solitarie o di gruppo, è zeppa anche la letteratura alpinistica. In questo caso a rendere il ritorno più rocambolesco dell’andata concorrono molti fattori, da quello meteorologico (in genere si torna quando già sta scendendo la notte, oppure quando arriva il maltempo) a quello fisico e psicologico (pesa la fatica accumulata nell’ascensione, ma soprattutto la caduta di tensione una volta raggiunta la meta, e quindi la disattenzione). La più classiche e famose tragedie alpine, quella che funestò la prima scalata del Cervino e quella recente sull’Everest, raccontate poi da protagonisti sopravvissuti, hanno avuto luogo proprio durante il ritorno.

6. (ed ultimo)

Vagabondaggi. Se tra le tipologie di viaggio inseriamo anche quella del vagabondaggio i titoli si moltiplicano. Particolarmente ricca in questo settore è la letteratura anglosassone, di qua e di là dell’oceano. Già a partire dal settecento esiste per gli inglesi una gloriosa tradizione di vagabondaggio a piedi, che da Borrow arriva a Stevenson (offrendo piccoli capolavori come Nelle Cevennes in compagnia di un asino) ed è ripresa poi dagli americani (Thoreau, Muir e London): nel secolo scorso è poi esplosa la variante motorizzata (Sulla strada, I viaggi di Theo, In viaggio con Charlie). Il tema è trattato, in termini in genere più drammatici, anche nelle letterature nordiche (Eichendorff, Hamsun, Martinson, Hesse) e in quella russa (Gorkij).

Parente prossimo del vagabondaggio è il viaggio a zig zag. Un esempio italiano è La leggenda dei monti naviganti, di Paolo Rumiz (che ha ripetuto lo stesso schema in Trans Europa Express). Ma si può anche vagare sulle tracce di un’idea, come faceva Samuel Butler in Alpi e santuari e come recentemente ha fatto Giorgio Boatti in Sulle strade del silenzio; o di una identità culturale perduta (Ceronetti, con Viaggio in Italia e Albergo Italia).

 

Mi fermo qui. Potrei anch’io vagare ancora a lungo alla ricerca di ulteriori etichette distintive, ma immagino di aver esaurito ormai tutto il credito di pazienza e di attenzione concessomi da improbabili lettori. Un risultato credo comunque di averlo ottenuto. Se non sono riuscito a dare un’idea del potenziale combinatorio che la letteratura di viaggio offre, ho senz’altro dissuaso chiunque per il futuro dal dettare per essa regole o criteri di catalogazione con qualche pretesa di effettiva applicabilità. La letteratura di viaggio in effetti non sopporta di essere ingabbiata in comparti, scappa per ogni dove, sceglie di volta in volta con chi accompagnarsi. E proprio qui sta il suo fascino. Nella mia biblioteca è l’unico settore che conosce riposizionamenti continui, dettati da intuizioni estemporanee, ripensamenti, nuovi progetti di ricerca o mutati criteri di razionalità, o anche soltanto dalla necessità di sfruttare meglio gli spazi e ottimizzare la visibilità. Bene, questa cosa implica spostare ogni volta centinaia, in qualche caso migliaia, di volumi, riprenderli in mano, riconoscerli, magari anche riaprirli, e poi dare loro una vita e un significato diversi attraverso i nuovi accostamenti.

È la moltiplicazione dei pani in versione laica. Un miracolo che si ripete periodicamente, rinnovato nei dettagli dalle nuove acquisizioni. Non credo di dover cominciare a preoccuparmi. Devo solo insegnare a qualcuno a pescare. Il companatico dovrà metterlo lui.

Polinesia Francese – che ci faccio qui?

di Vittorio Righini, 3 aprile 2019, dal Quaderno “Quando viaggiare era un mestiere

la lumaca non indietreggia mai
A. Vialatte

Il sogno di una vita! Chi, davvero, non ha mai sognato un viaggio in Polinesia? Quante coppie hanno risparmiato a lungo pur di poter fare il viaggio di nozze a Papeete, Tahiti, il Paradiso in terra.

La ditta con cui collaboravo aveva un buon cliente a Tahiti, un tizio che era già stato almeno un paio di volte in Italia a visitare i nostri uffici. Quindi si rendeva indispensabile una visita nelle lontane Isole del Pacifico, per ricambiare e rinsaldare l’amicizia commerciale.

Questa fu la tattica che utilizzai per convincere il Capo ad autorizzare questo lungo e costoso viaggio. Ma, va scritto a onor suo, il Capo non era mai contrario ai viaggi, anzi era contento che i suoi due Export Manager viaggiassero molto e producessero molto. (Dividevo le zone del mondo con un più giovane collega, e tra noi c’era tutto sommato un buon rapporto: facevamo sempre molta attenzione a non pestarci i piedi reciprocamente).
Convinsi quindi il Capo, giustificando l’ingente spesa del viaggio col fatto che al ritorno avrei fatto sosta anche in California dove avevamo vari interessi commerciali.

Volai direttamente su Los Angeles: poi un lungo scalo nella hall, che generalmente è la cosa più antipatica. Arrivi da quattordici ore di volo in economy, sei bollito come un cappone nel brodo a Natale, e ti piazzano quattro o cinque ore a ciondolare da un bracciolo all’altro di una anonima sala d’aspetto, con un condizionatore a manetta.
Gli americani sono maestri in queste cose. In più, a inizio operazione di rullaggio in pista, un problema tecnico all’aeromobile ci riportò indietro alla sala d’aspetto, in attesa di riparazione del guasto o di cambio volo. Perdonatemi il breve excursus: ho sempre pensato che se un Comandante decide, all’inizio della pista, di tornare indietro, ha sicuramente le sue buone ragioni. Questo lo decise alla fine della pista, dopo un decollo abortito. Aveva più che mai ragione, pensai. Io sono un tipo pragmatico: Comandante, ti pagano, se parti con l’aereo scassato potresti cadere, non ti pagherebbero più e daresti un grosso danno alla Compagnia, oltre a fare centinaia di morti, te compreso. Per cui, se a te non va, anche a me non va. Non è uno sciopero dei Cobas delle Ferrovie, è ben altra cosa, non mi fa affatto arrabbiare … fine excursus.

Tutto ciò però si tradusse in cinque ore di ritardo, e atterrammo al Faa’a di Tahiti alle tre del mattino ora locale. Usciti dall’aereo, dove l’aria condizionata ci aveva cullato in un sonno ristoratore, mi sembrò di sprofondare in un cuscino d’aria calda e umida. Ci vennero incontro graziose fanciulle locali leggermente obese, completamente addormentate, che ci buttarono al collo ghirlande di fiori e ballarono danze locali. Cori di benvenuto al suono dei tamburi e degli ukulele.
Travolto dal caldo umido, dalla stanchezza e dal sonno, scappai velocemente a prendere un taxi e schizzai verso il mio hotel.
Ora, bisogna ricordare che tra Milano e Tahiti ci sono dalle dieci alle undici ore di fuso orario, dipende dalla nostra ora legale. La buona regola del viaggiatore è cercare di resistere in piedi e andare a dormire alle 22.00, cioè a un orario che sia localmente quello del riposo, e non quello del paese d’origine. Ma io arrivai alle quattro del mattino in Hotel, quindi i giorni che seguirono furono un calvario, quello che vi andrò a descrivere.

Alle 08.30 avevo già il primo appuntamento con l’amico / cliente, che non sapeva delle cinque ore di ritardo. Mi svegliai alle 07.30, ma mi sembrava di essere un terrestre appena sceso su Saturno.
Il cliente, Monsieur Sylvain, mi accolse senza collana di fiori ma con una birra gelata. Ora, sia chiaro, io sono un bevitore coi fiocchi, ma non riesco a bere mai prima di pranzo; però, a quel punto, che ora era? le nove del mattino di Papeete, le undici di sera di Milano, o le cinque su Saturno? La birra non mi fece poi così male, ma diciamo che la giornata cominciò in modo originale. Inoltre, era domenica, sarei stato lontano dal lavoro tutto il giorno, e in quelle condizioni era senz’altro un bene per tutti.
Cominciammo a visitare l’isola, in particolare alcune baie incantevoli, e ci fermammo a Papara, dove M. Sylvain aveva amici che ci invitarono nel loro bungalow. Mi offrirono birra (ma la Polinesia non era terra di straordinaria frutta tropicale e relative spremute? troppi francesi, come ovunque …) e un dolcissimo tortino al cocco. Feci il mio primo bagno nel Pacifico, all’interno di una bella laguna, con acqua tiepida, trasparente e rilassante, un vero paradiso. Poi proseguimmo in auto verso una località poco nota, dove avrei assaggiato una delle specialità culinarie dell’isola. Pregustavo un seviche di pesce crudo, oppure la famosa aragosta macerata in polpa di lime e erbette locali o un mahi mahi (pescione dalle ottime carini bianche) cotto alla griglia. No. Niente di tutto questo. La specialità erano le anguille alla griglia. Ora, non mi parve il caso di spiegare che, vivendo in Piemonte, ho pescato da ragazzo di notte le anguille nei torrenti della mia zona dai quattordici anni in poi, e ne ho mangiato le carni cotte in tutti i modi. Anzi, feci un balzo, e con educato stupore commentai “che rara squisitezza”. Tra me e me, invece, mi dissi: cazzo, trentasei ore di viaggio per mangiare anguilla …

Nel pomeriggio ci mettemmo in spiaggia, e dopo un bel bagno mi sdraiai sulla sabbia ripromettendomi di non addormentarmi. Mi svegliò M. Sylvain alle diciotto, faceva buio e dovevamo andare a cena.
Non sapevo chi ero, da dove venivo, soprattutto dove andavo … Mi scusai; lui comprese il disagio del volo del giorno prima. Mi promise una cena memorabile, con un piatto assolutamente diverso dal solito. E questa volta aveva ragione. Cenammo infatti sempre a base di pesce, ma assaggiai il Taioro, pesce fermentato in latte di cocco, dal gusto aspro e indescrivibile. Quando chiesi come si faceva mi rovinai la vita, scoprendo la parte relativa alla durata della fermentazione del pesce una volta pescato. Il mio già debole intestino però resistette gloriosamente. Mi ritirai in camera convinto che sarei morto di lì a poco, ma nonostante il fuso orario mi addormentai subito, per risvegliarmi alle quattro del mattino.
Stavo bene, ma era come se fossero le sette, non avevo sonno. Ero “dormito”, come mi diceva un amico da ragazzo, uno che aveva studiato poco. Feci passare in qualche modo le ore che mi separavano dagli incontri d’affari, e ricominciai la giornata. Nei tre giorni successivi, a parte il problema del sonno che mi prendeva in primissima serata con degli abbiocchi pazzeschi (l’abbiocco è quando ti crolla la capoccia sul petto, una sorta di svenimento da sonno), e del risveglio alle quattro, puntuale come un orologio svizzero e fresco come un fiore, il lavoro andò a buon fine e arrivò il momento di lasciare Papeete.
Mi ero ritagliato tre giorni e due notti a Bora Bora, la mitica Bora Bora …. Qui andavo a mie spese, quindi prenotai un albergo che in foto sembrava modestissimo, ma era carissimo; solo che gli altri costavano di più. Per il cibo mi sarei aggiustato, un panino a pranzo, una cenetta leggera la sera in qualche ristorantino locale. Volai con un ATR 42, un breve volo e un atterraggio su una pista che a fianco era priva di sala aeroportuale, c’era solo una capanna di legno e paglia, e quando arrivava un volo ci si recavano un paio di dipendenti dello scalo. Una cosa comunque simpatica. Poi una barca per arrivare al mio hotel, composto da una serie di bungalow a due passi dal mare. Il sogno da copertina delle riviste di viaggio, e io c’ero! Disfatto il poco bagaglio, costume maglietta infradito libro e asciugamano, mi recai al chiosco dell’Hotel, e ordinai un french toast e una birretta. Buono, ma pagai l’equivalente odierno di quaranta euro. Per i giorni successivi avrei dovuto prestare maggiore attenzione ai prezzi. Pagavo io, mica il Capo!

Alla sera, dopo aver camminato un paio di km., trovai un localino molto modesto, quasi privo di luce, dove c’erano cinque o sei coppiette in viaggio di nozze, o amanti, o quel che erano, comunque tutti piuttosto arrapati. Io ero l’unico single, ma mi dissi “che ti frega, pensa, sei a Bora Bora, che diavolo!!!”.
Pagai circa ottanta euro per pollo e patatine, il solito dolce al cocco, e qualche birra. Rifeci tutta la strada alla luce di una mezza luna (a quel tempo non c’erano gli smartphone con la torcia incorporata), inciampando con le fottute infradito almeno una decina di volte. Provato, alle 22.00, come da regola, mi infilavo sotto al lenzuolino leggero e accendevo il ventilatore a pale, che per me vale molto di più dell’aria condizionata. Alle quattro del mattino, sveglio come un galletto all’alba, ero a bagno nella laguna, ma non proprio a fare il bagno. Siccome non ci vedevo un granché, anche perché c’era poca luna in quel periodo, stavo a mollo nell’acqua tiepida fino alla cinta chiedendomi, in puro stile Chatwin: che ci faccio qui?

Oggi, mi domando cosa ci vanno a fare i turisti in Polinesia, soprattutto gli italiani, che hanno la Sardegna, la Sicilia, isole come Lampedusa, il Giglio, le Tremiti, Salina, Pantelleria, per dire solo le prime che rammento, raggiungibili in pochissimo tempo, climaticamente ottime, con una cucina notevole e splendidi vini, oppure la vicina ed amatissima Grecia. Chi glielo fa fare di spendere migliaia di euro per un viaggio fin laggiù. Forse il fascino dell’esotico, forse il desiderio di andare lontano per poterlo poi al ritorno raccontare, forse il fatto che poi si vivrà una vita a Sapri, a Genzano o a Mandrogne, e almeno ci si potrà cullare nel ricordo.
Ma, in fondo, anch’io sono stato giovane, anche io sono stato tentato dal fascino dell’Oceano Pacifico.

Un tentativo di spiegare perché si viaggia

di Stefano Gandolfi, gennaio 2018, da sguardistorti n. 01 – gennaio 2018

OK partiamo dall’inizio, che potrebbe anche essere la fine e non cambierebbe molto, se è vero che per scoprire l’America puoi dirigerti verso ovest o verso est indifferentemente … perché poi quello che conta è quella maledetta malattia che uno si porta dentro per tutta la vita, inguaribile e probabilmente poco curabile (e male); quell’inquietudine, come diceva Bruce Chatwin, che ti attanaglia dopo troppo tempo passato nello stesso luogo, quel desiderio di partire e di conoscere posti nuovi, vedere volti sconosciuti, cercare il senso della vita in circostanze che ad altre persone creano fastidio e magari anche repulsione, quali il dormire in un altro letto, il non mangiare ciò a cui sei abituato nella patria del buon cibo, lo stare per forza in stretto contatto con persone con le quali abitualmente non ti verrebbe nemmeno voglia di scambiare una parola ma che ti ritrovi lì fianco a fianco sull’aereo o sulla jeep, su un pulmino o lungo un percorso di trekking; e poi mille altre cose, la fatica, il caldo, il freddo, i disagi materiali, gli imprevisti, il doversi adattare a situazioni che dovrebbero farti rimpiangere l’ordinarietà della vita quotidiana: ma forse è proprio da questo che si vuole fuggire, forse perché fin dalle origini del genere umano è stata sancita la separazione delle “carriere”, da una parte i cacciatori/raccoglitori e dall’altra i coltivatori/allevatori; da una parte i nomadi, dall’altra gli stanziali. E probabilmente ognuno di noi ha scritto nel suo DNA a quale delle due categorie appartiene.

Per un volo in Sudamerica o in Himalaya si può impiegare anche un giorno intero; uno scalo tecnico o l’attesa di una coincidenza possono essere per molte ore l’evento più memorabile, Il tempo sembra cristallizzato in una giornata interminabile e lo scorrere delle ore sull’orologio sembra avere perso ogni significato in assenza di eventi che lo scandiscano. Anche l’organismo si adatta a questa apatia da vita sospesa e si pensa con un senso di distacco e di irrealtà ad un evento “fisico” quale un duro trekking in montagna, al freddo, la fatica, il vento, la fame come antidoto a questa specie di anestesia.

Perché sopportare tutto questo? Per scattare qualche foto da mostrare agli amici? Per vantarti poi in ufficio o sul posto di lavoro? Qualcuno forse anche sì, i cacciatori di visti sul passaporto,  i recordmen del numero di nazioni indipendenti visitate (che cuccagna lo smembramento dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia!), ma non è di loro che sto parlando, c’è qualcos’altro che ha fare con il ricordo, con la memoria, con il bene più prezioso e forse unico che si possiede, cioè l’integrità mentale e cerebrale: si può parlare di esperienza, di acquisizioni, di fatti vissuti, di emozioni, idee, conoscenza (“fatti non foste per viver come bruti …”) e di  quanto poi ci sforziamo di fare per mantenere integro tutto ciò (“i miei occhi hanno visto cose…”).

Ma cosa si vuole vedere e ricordare? Possibilmente tutto, perché vai in un posto magari una sola volta nella vita, e non vorresti perdere nulla, tralasciare nulla. non vorresti nemmeno dormire e mangiare per non sprecare tempo; ma non puoi e devi fare i conti con innumerevoli compromessi, con il tempo a disposizione, con le esigenze dei compagni di viaggio, con gli orari degli spostamenti, con le prenotazioni degli alberghi e dei voli; e anche se sei da solo quello che guadagni in libertà di movimento lo sacrifichi con tempi più dilatati e problemi logistici e di organizzazione del viaggio.

E appena ti fermi di più in un luogo che meriterebbe da solo la visita, si crea immediatamente la necessità di ripartire per rispettare i tempi, e ti chiedi se sia giusto così, se poi alla fine non sia tutto vano, se non ti riduci a fare il turista superficiale, che vede una spruzzata di tutto e non si sofferma su niente: forse che non merita di definirsi un vero viaggiatore colui che, arrivato in un posto lontanissimo, non decide di fermarsi lì e di non muoversi per chissà quanto tempo fino a che non ne avrà esplorato ogni piccolissimo e remoto angolo e non avrà conosciuto e parlato a lungo con i suoi abitanti? Deve considerarsi meno viaggiatore del cacciatore di visti sul passaporto? Chi conosce meglio il mondo, colui che entra in sintonia con un piccolo e nascosto paese o colui che è stato ovunque e può raccontare aneddoti di ogni suo viaggio ma senza penetrare nel cuore di nulla?

Lo si affronterà tante volte in seguito in tanti altri viaggi, l’eterno, irrisolvibile conflitto tra l’esigenza psicologica della libertà dei tempi del vero viaggiatore e la tirannia del tempo a disposizione che insieme alla smania, all’irrequietudine del volere vedere, toccare più posti possibile ti obbliga sempre a un circolo vizioso di compromessi: è il paradosso della condizione umana dell’uomo moderno, sempre più ricco materialmente ma sempre meno libero di possedere la vera ricchezza, ovvero la possibilità di essere padrone del proprio tempo e di viverlo senza limiti, senza ferie che stanno per finire, senza il ritorno alle convenzioni, agli obblighi, alle responsabilità della cosiddetta persona “adulta”.

Un eterno, frustrante “coitus interruptus”, una fuga psicologica abortita prima ancora che ci si possa credere veramente e che si possano godere i benefici del vero strappo brutale , totale dal mondo tanto amato e tanto odiato e dal quale solo pochi coraggiosi riescono alla fine a distaccarsi. Ad un costo altissimo, certo, ma nulla e’a costo zero, e tanto meno le cose più preziose.

Ed alla fine una consapevolezza: che non esiste scritto, fotografia, disegno, video che valga il ricordo che ti porti dentro. E’solo quello che riesci a far entrare nel tuo DNA che determina il livello qualitativo del viaggio, non certo l’appartenenza alla tribù dei viaggiatori “Avventure nel mondo” piuttosto che di una agenzia più convenzionale.

E come diceva un saggio apache, “tutto ciò che vedi, ricordalo, perché tutto ciò che dimentichi, ritorna a volare nel vento”.

Altre passeggiate

Appendice 1

di Paolo Repetto, 30 gennaio 2015

Non ho notizia di altri che abbiano percorso a piedi l’intera penisola prima di Johann Gottfried Seume, né italiani né stranieri. Qualcuno l’avrà senz’altro fatto, ma con uno spirito diverso da quello che in queste pagine stiamo cercando di cogliere (penso a soldati, pellegrini, mercanti, ecc.), e proprio per questo non ne ha scritto.

A partire dalla fine del XVIII secolo sono invece diversi i viaggiatori che raccontano le loro camminate sul suolo italiano. Di Déodat de Dolomieu, che esplorò pietra per pietra l’intero arco alpino pochi anni prima del viaggio di Seume (e lo raccontò nei Viaggi sulle Alpi) si parlerà altrove. Ma il suo era un camminare da scienziato, e come lui uno stuolo di altri geologi o naturalisti o alpinisti nella prima metà del secolo successivo passò al setaccio buona parte del nostro territorio, vulcani e isole comprese, muovendosi esclusivamente a piedi. Non è di loro che intendo occuparmi in questa sede. Ho invece scelto di fare almeno un cenno ad alcuni viaggiatori non molto conosciuti, o poco ricordati, che ritennero come Seume di poter meglio conoscere il nostro paese coprendosi della polvere delle sue strade.

Per trovare un camminatore che si muova con spirito analogo a quello di Seume occorre comunque attendere almeno trent’anni. Nel 1833 il medico inglese George Hume Weatherhead, autore di studi fondamentali sulle febbri puerperali e sulle malattie infantili, percorre quasi per intero la via Francigena, attraversando la Francia e giungendo sino a Roma. Lo racconta l’anno successivo in A Pedestrian Tour Through France and Italy.

Weatherhead è indubbiamente influenzato dalle esperienze di William Wordsworth e della sua cerchia, e anche dal saggio di William Hazlitt sul viaggiare a piedi: ma non è affatto un wanderer nell’accezione romantica. È prima di tutto un uomo di scienza, accurato nella preparazione e nell’organizzazione del viaggio, e guarda alle cose con l’occhio clinico dello studioso, si tratti della realtà sociale o di quella naturale.

I suoi referenti non sono Goethe o Winckelmann e neppure Teocrito, semmai gli scienziati e i naturalisti dell’antichità. Scrive della Liguria:

In primavera, e a volte anche in estate, un vento freddo soffia dall’Appennino e refrigera improvvisamente l’aria. Questa era già un’osservazione di Plinio. – e più oltre – È mia convinzione, che molti pazienti, che potrebbero avviarsi con calma alla tomba altrove, corrano al galoppo verso il loro obiettivo recandosi in pellegrinaggio a Roma: il loro languore, infatti, aumenta sotto l’influsso deprimente di un’atmosfera così rilassante e così umida; la loro respirazione notturna diventa più frequente e affannosa, la loro espettorazione più faticosamente copiosa […].

Oppure, di fronte al mare di Nizza:

Eppure, questa è una residenza consigliata a quelli nei cui polmoni vuoti già risuona l’eco della morte! Se non fosse per queste improvvise variazioni di temperatura, Nizza sarebbe un rifugio desiderabile per gli ammalati: la situazione sulla riva del mare è deliziosa; la sua passeggiata unica; la brezza che soffia dal mare tempera il caldo eccessivo dei mesi più caldi […].

Coglie naturalmente anche quegli aspetti che tanto disturbavano tutti i visitatori, e non solo quelli inglesi, un refrain che si ripete da Montaigne in avanti:

Gli abitanti di una città avrebbero promesso a un Santo che se avesse allontanata la peste avrebbero espulso tutti gli ebrei. Questo è accaduto, per esempio, a Pavia nel 1527. In alcuni distretti perirono nove persone su dieci. Ma chi è schiavo della superstizione in molti casi non impara nulla. Gli ebrei furono comunque espulsi. D’altra parte, il miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro è ancora oggi oggetto di credenza a Napoli.

Malgrado abbia potuto educare il proprio gusto sugli acquerelli di William Turner (che era stato in Italia due volte, un decennio prima, riportandone un eccezionale diario iconografico), Weatherhead non sembra particolarmente sensibile alle suggestioni del paesaggio.

Si confronti ad esempio la descrizione delle cascate del Velino fatta da Seume: «Mi misi seduto di contro, su una roccia, e per alcuni minuti dimenticai tutto quello che il mondo può avere di più bello e di più grande: difficilmente la mano dell’uomo avrebbe potuto creare qualcosa di più imponente, di più affascinante di quella cascata», con quella di Weatherhead (sembra stralciata da una delle tante guide turistiche che avevano cominciato a proliferare fin dagli inizi del Settecento, inaugurando un nuovo genere letterario):

Il miglior punto per godere la visita della cascata in tutta la sua sublimità è una grotta fatta di rami intrecciati, posta in basso di fronte alla massa d’acqua. Ma il visitatore non può provare piena soddisfazione osservando la caduta solo da una posizione, per quanto bella essa appaia. Rischiando di bagnarsi si faccia accompagnare da una guida fin sul balcone naturale da dove può osservare le caverne rocciose adornate di stalattiti, sedimenti inconsueti che si protendono fuori dai blocchi di tufo di cui le rocce sono formate; si fermi in una grande grotta in alto, il suo tetto è sostenuto da colossali colonne formate da stalattiti e guardi il Velino che si tuffa dal precipizio.

Pochi anni dopo è il turno di un altro inglese, Arthur John Strutt, archeologo, pittore e scrittore, che dopo essersi trasferito giovanissimo col padre, anche lui artista, a Roma, ha dato inizio a uno studio sistematico del paesaggio e delle tradizioni popolari dell’Italia Meridionale. Per documentarsi e trovare scenari sempre nuovi e diversi Strutt intraprende nel 1841 un viaggio a piedi verso il sud dell’Italia in compagnia di un amico, partendo da Roma alla fine di aprile e giungendo a Palermo a metà dicembre, dopo aver attraversato la Campania e la Calabria.

Le sue osservazioni e i suoi numerosissimi schizzi sono raccolti in un libro, A Pedestrian Tour in Calabria & Sicily (Un viaggio a piedi in Calabria e in Sicilia) che incontrerà in Inghilterra un notevole successo e che ancor oggi è considerato un’interessante fonte documentaria sui costumi del popolino e della nobiltà borbonica nel Regno delle Due Sicilie.

In questo caso lospirito è davvero nuovo, perché i due compari poco alla volta entrano nell’ordine d’idee di un allegro anche se faticoso vagabondare, nel quale gli scopi del viaggio finiscono in secondo piano, per lasciar posto al piacere di vivere giorno per giorno situazioni ed emozioni nuove:

Eccoci finalmente qui. Un proverbio italiano dice: – Vedi Napoli e poi muori!, ma io dico: – Vedi Napoli e vivi – perché c’è molto qui degno di essere vissuto.

Infatti si deve a Strutt e alle sue descrizioni buona parte dell’interesse che i britannici maturano verso la metà del secolo per l’Italia meridionale, ma anche dell’immagine da cartolina che ne ricavano. Raccontando la campagna sotto Roma scrive:

I pastori hanno un aspetto non meno ispido delle loro bestie: portano indumenti fatti di pelli di pecore o di capre con all’esterno la lana o il pelo. Raramente essi sono occupati in qualche lavoro […] Essi avevano un’idea favolosa delle pecore inglesi: le immaginavano grandi almeno quanto un asino! Così avevano sentito dire.

Ma le immagini di pastori che ci ha lasciato, e che corredano il libro, pur essendo realistiche evocano un clima arcadico piuttosto che una realtà di miseria e di ignoranza.

I due amici sono anche tra i primi a osare l’ingresso in quel mondo misterioso e pauroso che all’epoca era ancora la Calabria:

È qui la frontiera della Calabria e quindi l’ultima località della provincia della Basilicata. La padrona di casa ci avverte che domani non saremo più in grado di comprendere la lingua del luogo, tanto è difficile il dialetto calabrese. “Non parlano italiano come noi” – ci dice con sufficienza – pur non essendo, certamente, il suo italiano il più puro toscano. È bene, dopo tutto, aspettarsi il peggio, ed ella ci ha preparato per ogni evento, dicendoci che troveremo “brutta lingua e brutta gente”.

Strutt non si limita però a cogliere il lato folklorico o pittoresco: lascia intendere di aver ben compreso come funzionino le cose sul piano sociale e cerca di spiegarlo anche al lettore.

Temendo che non comprendiate la parola “Galantuomo” debbo informarvi che qui è usata per designare una certa classe di uomini che non sono assolutamente obbligati a lavorare per vivere. Disponendo, forse, di un carlino al giorno di rendita, essi sono in grado di vivere in ozio, per farla da padrone nel villaggio ed essere, come sono, “Galantuomini”.

Un altro pittore inglese, Edward Lear, più celebre in realtà come scrittore di limericks (una forma poetica mista di versi e disegni, che ha origine nella tradizione orale delle filastrocche ed è codificata in una struttura formale ben precisa, abbastanza simile a quella dei tanka giapponesi: cinque versi, tre di tre piedi e due di due), ha cominciato a frequentare l’Italia già dal 1837, per motivi di salute. A partire dal 1842 intraprende però una campagna di ricognizione a piedi delle regioni italiane meno conosciute, dettata da una vero e proprio innamoramento per il nostro territorio. Percorre inizialmente, per quattro estati consecutive, tutto l’agro laziale, la Ciociaria, l’Abruzzo e il Molise, riempiendosi gli occhi con i selvaggi paesaggi appenninici e il cuore con l’ospitalità degli abitanti e la persistenza delle tradizioni più antiche. Poi, nel 1847 e nel 1848, si dedica alla Calabria e alla Basilicata, calcando le orme di Strutt (del quale ha letto il Pedestrian Tour). Nel primo anno i disordini scoppiati a Reggio Calabria non gli consentono di portare a termine il suo progetto di esplorazione, che non viene abbandonato, ma semplicemente spostato in Sicilia. Tornerà l’anno successivo per percorrere gli impervi sentieri dell’area melfitana e dell’Irpinia.

Quello che vede (ma anche ciò che ascolta) è più che sufficiente a rinnovare il suo entusiasmo. Come il connazionale che lo ha preceduto, documenta iconograficamente il viaggio con numerosissimi schizzi, che diverranno in buona parte quadri dopo il rientro a Londra. Nel frattempo ha pubblicato (1846) l’opera che gli darà la fama, Il libro dei nonsense, una raccolta di limericks che anticipa i giochi di parole di Lewis Carrol e diventa da subito un classico per l’infanzia.

Terminata la campagna d’Italia, Lear continuerà ad essere animato dalla passione per il viaggio: visiterà ancora la Grecia, la Corsica, l’Albania, lasciandone dei succosissimi e illustratissimi resoconti.

Che viaggiatore (e che narratore) è Lear? È un camminatore decisamente tranquillo: del resto lo scopo delle sue peregrinazioni è quello di trovare degli scorci panoramici da dipingere, e la natura aspra dei luoghi che percorre non glieli fa certo mancare. A volte dà persino l’impressione di essere sopraffatto da tanta bellezza.

A notte la luna era piena; la grande vallata era silenziosa, a parte il cricchettio di miriadi di cavallette; una regione solitaria ma maestosamente bella.

Le frasi più ricorrenti nella sua narrazione sono “ci siamo fermati a disegnare una maestosa veduta”, e “davvero magnifica era la vista guardando da …”. Con questa disposizione non si cura molto delle distanze o di medie di percorrenza da rispettare. Ciò che gli preme è trovare alla fine della giornata di cammino un luogo confortevole dove riposare: e non ha difficoltà, munito com’è di innumerevoli lettere di raccomandazione per i notabili locali, che lo accolgono con entusiasmo, a volte anche troppo, nelle loro dimore.

La più grande penitenza di questa vita errante è lo stato di esaurimento e stanchezza in cui uno arriva la sera al suo rifugio; e siccome ci si sente obbligati a dimostrare cortesia per un certo tempo con chi ci intrattiene, la lotta tra il senso di dovere e un’opprimente inclinazione al sonno è molto penosa.

Le rare volte in cui ciò non accade, e deve adattarsi alla sistemazione in locande peggio che fatiscenti, racconta il disagio con albionica ironia.

La misera baracca dove eravamo alloggiati era per più della metà ingombrata dal letto di un uomo ammalato, con barili, con otri pieni di vino […]; in più c’era un buio infernale; e così, nell’oscurità, palpando mi sono seduto su un grande maiale vivo, che è sdrucciolato via, con mio disgusto, sotto di me, dando un portentoso grugnito, e portando l’agitazione ad un’orda di galline appollaiate in ogni posto, sopra e sotto.

In Calabria viaggia in compagnia di un amico, Proby, anche lui pittore, di una simpaticissima guida, che definisce “Turchi” tutti gli abitanti della costiera ionica, e di un asino. Incontra persone squisite, come i componenti della famiglia Scaglione, e personaggi grotteschi, come l’incontenibile conte Garrolo e la sua consorte, abati convinti che l’Inghilterra sia grande un terzo di Roma e divisa in due da un mare (sotto il quale corre però un tunnel) e baroni paranoici che temono spie ovunque: ma non avvalora alcuno degli stereotipi che facevano considerare ai suoi contemporanei la Calabria come una terra di nessuno. Non si imbatte in briganti, né subisce furti. Il pericolo maggiore è costituito semmai dalle cimici che infestano a migliaia i giacigli nelle locande:

Il numero di parassiti era così grande ed opprimente nelle camere da letto, che siamo rimasti svegli tutta la notte in attesa dell’alba, alla meno peggio, sui gradini dell’orribile spelonca.

La sua vocazione estetica non gli impedisce di cogliere, sia pure in brevi annotazioni, la situazione economica e sociale dei luoghi che attraversa, e non può fare a meno, per quanto cerchi di ignorarla, di avvertire i fermenti di quella politica. Tutto sommato ne ricava l’impressione di un equilibrio poverissimo, fondato su un immobilismo secolare e sulla distanza dalla “civiltà” che sta facendo capolino anche a Napoli: un equilibrio che appare in procinto di rompersi, con conseguenze probabilmente disastrose.

Lascio le sponde dalla Calabria con un sentimento takle di tristezza che non posso descrivere. Non è piacevole pensare l’incertezza del destino di tante gentili e gradevoli famiglie.

Ciò che lo colpisce maggiormente, e che avverte a rischio, è l’incredibile senso dell’ospitalità, che porta tutti, dai nobili ai contadini più poveri, a sentirsi in obbligo di condividere con i viaggiatori anche il loro nulla. Lo contraccambia con una simpatia schietta nei confronti della popolazione calabrese, espressa a volte, come accadeva per Seume, con una maliziosa galanteria:

Per quanto non fossimo molto attratti dalla bellezza delle donne calabresi dell’alta società, molte giovani contadine erano invece davvero belle.

E, a dispetto del suo spirito nomade e curioso, comprende perfettamente ciò che intende dire il buon vecchio Don Giovanni Rosa, che in vita sua non è mai andato oltre il paese vicino:

Perché dovrei andare? Se, quando morirò, come dovrò ben presto, troverò il Paradiso come Canolo, sarò molto felice. Per me “Canolo mio” è sempre stato come un Paradiso; mi sembra sempre un Paradiso, non mi manca nulla.

Nel 1844 è invece un giovanissimo poeta e giornalista americano (ha solo diciannove anni), Bayard Taylor, a essere inviato al di qua dell’oceano dal New York Tribune, per una serie di reportage da vari paesi europei (Inghilterra, Francia, Germania, Italia). Taylor assolve al suo compito muovendosi quasi sempre a piedi per due anni, durante i quali vive con sei centesimi di dollaro al giorno (e non manca di farlo presente ai lettori dei suoi articoli, e implicitamente all’editore).

Al ritorno in patria gli articoli sono raccolti nei due volumi di Views A-foot: or, Europe seen with Knapsack and Staff (Visto a piedi, o l’Europa vista con zaino e bastone, 1846), che lo rendono popolare presso un vasto pubblico. Da questo momento Taylor non si ferma più. Entra a lavorare stabilmente per il Tribune, che lo invia in California a seguire la febbre dell’oro, e approfitta dell’occasione per una puntata in Messico. Altro libro, altro successo. Il tour successivo si svolge nuovamente nel vecchio mondo, in Egitto e in Palestina. Poi è la volta dell’Estremo Oriente, India, Cina e Giappone, quindi ancora l’Europa, quella baltica e scandinava.

Nel frattempo conosce e fa pubblicare Henry David Thoreau e si afferma anche come poeta. Taylor naturalmente non viaggia più soltanto a piedi, ma appena gli è possibile rispolvera gli scarponi: ad esempio, per tenere una conferenza a San Francisco, nel 1859, riattraversa a piedi la Sierra. La sua carriera di camminatore lascia però a un certo punto il posto a quella di diplomatico (sarà anche ambasciatore a Berlino) e il suo nome, già legato agli innumerevoli libri di viaggio che ha tratto dalle esperienze fatte in mezzo mondo, si lega piuttosto, verso la fine dell’esistenza, a un’ottima traduzione del Faust di Goethe e al romanzo Joseph and His Friend: A Story of Pennsylvania, considerato il primo romanzo gay della letteratura americana.

Le impressioni che Taylor ricava dell’Italia (dove tornerà in più occasioni) non differiscono molto da quelle riportate da Seume, e prima ancora da Montesquieu e da quasi tutti gli altri viaggiatori stranieri. Riguardano lo spettacolo di un popolo oppresso in nome della religione, mantenuto nella povertà e nell’ignoranza da coloro che si professano intermediari tra l’uomo e Dio.

Ci sono anche aspetti legati alla sua ambiguità sessuale (a dispetto di due matrimoni, coltiva amicizie maschili molto strette e durature). A Milano, ad esempio, è toccato dalla visione di un bellissimo adolescente già infagottato nella “lugubre zimarra” del noviziato, e destinato quindi

[…] a una vita solitaria, senza gioie, in cui ogni affetto deve essere schiacciato come peccaminoso, e ogni piacere negato come un delitto! Eppure traspariva dal bel volto e dal tenero labbro di quel ragazzo che egli aveva un cuore caldo e desideroso di amore.

Nel complesso è comunque già un giornalista, molto bravo a sottolineare gli elementi di forte impatto emozionale e ad assecondare le aspettative di un grosso pubblico, ma senza alcun interesse ad approfondire i contatti e la conoscenza.

Di tempra molto diversa è un altro instancabile calpestatore delle strade italiane, lo scrittore, critico d’arte e traduttore di classici Samuel Butler. Butler è un personaggio a dir poco eccentrico: si diletta con competenza di tutto, dalla musica all’arte, dalle scienze naturali alla filologia e alla teologia, ed è soprattutto un bastian contrario per carattere e per vocazione.

Sostiene ad esempio, col supporto di un serissimo apparato filologico, che l’Odissea sia stata scritta da una donna (The Authoress of the Odyssey) e che le vicende narrate nel poema siano da ubicare non nell’Egeo ma nel Mediterraneo (ha personalmente identificato sulle coste o nelle isole siciliane tutti gli approdi di Ulisse).

Attratto dalla teoria evoluzionistica, polemizza però con Charles Darwin accusandolo di aver semplicemente divulgato idee che erano già del nonno Erasmus. Omosessuale abbastanza disinvolto per l’epoca, finirà implicato in una serie di vicende surreali e quasi farsesche, in seguito alle quali rinnegherà la sua identità sessuale per non fare la fine di Oscar Wilde.

Insomma, un tipo da romanzo, che a ventitrè anni ha lasciato la famiglia (lo volevano pastore anglicano) e l’Inghilterra per andare a fare l’allevatore di pecore in Nuova Zelanda, e che dopo cinque anni di vita bucolica è tornato in patria, dove ha conosciuto il successo con Erewhon, ovvero Dall’altra parte della Montagna, una “distopia” fantascientifica che attacca l’ottimismo tecnologico dei suoi contemporanei.

Negli ultimi due decenni dell’800 Butler frequenta assiduamente l’Italia, innamorandosene al punto da farsene entusiasta propagandista presso i suoi connazionali. Gira un po’ per tutto il paese, dalle Alpi alla Sicilia (dove a tutt’oggi è amato per le tesi sull’Odissea), ma si dedica infine particolarmente all’escursione dei Sacri Monti delle vallate alpine occidentali, sorbendosi a piedi tutti gli itinerari e raccontandoli poi in Alpi e santuari del Piemonte e del canton Ticino, illustrato dai suoi disegni. La riconoscenza che i valligiani gli tributano per aver fatto conoscere al mondo un fenomeno artistico sino ad allora ignorato, o declassato a curiosità folkloristica, è espressa nel ritratto dello stesso Butler che si trova all’interno della Cappella dell’Ecce Homo, al sacro Monte di Varallo.

La passione di Butler per l’Italia è indiscutibile, ma è forse meno genuina di quanto parrebbe. Proprio il suo carattere induce a pensare che sulla scelta di celebrare il nostro paese pesi anche, e molto, la volontà di contrapporsi al proprio, o almeno alle convenzioni vittoriane che lo gelano. Lo dimostra il fatto che pur tornando ripetutamente non pensa a stabilire qui la sua dimora.

Anche per quanto riguarda il Sud, il suo entusiasmo appare molto epidermico. Credo tuttavia che l’attivismo promozionale di Butler e il suo ambiguo fascino abbiano influenzato molti “irregolari” della generazione immediatamente successiva.

Solo qualche anno dopo altri “liberi viaggiatori” come George Gissing (Sulle rive dello Jonio. Appunti da un viaggio nell’Italia meridionale) e Norman Douglas (Vecchia Calabria e Alone. In viaggio per l’Italia), accomunati a Butler dall’amore per l’Italia e per gli individui del loro sesso, sceglieranno di eleggere proprio le aree più arretrate del paese a Eden ritrovato.

Nella primavera del 1901 ancora un inglese (ma di origini francesi), Hilaire Belloc, parte a piedi dalla Francia, attraversa la Svizzera e punta su Roma.

«Partirò dal luogo dove feci il soldato a sconto dei miei peccati» scrive all’inizio di La via di Roma, il diario di viaggio nel quale racconta l’impresa.

Si propone di non usare mai altro mezzo che le proprie gambe e di dormire all’addiaccio, per essere nella città santa entro il 29 giugno, percorrendo almeno quarantacinque chilometri al giorno.

Belloc è un formidabile polemista cattolico, poeta, scrittore di biografie e sostenitore, contro i modelli capitalistico e socialista, del distributismo (che prevede l’incentivazione della piccola proprietà e della piccola industria col ricavato della divisione e della redistribuzione dei grandi latifondi: in pratica un ritorno all’economia dell’Europa cristiana medioevale).

È legato da forte amicizia a Gilbert Keith Chesterton (quello di Padre Brown), col quale collabora per tutta la vita e a fianco del quale sostiene infuocate polemiche (e qui la sua componente francese lascia trapelare più che un’ombra di antisemitismo).

La motivazione del viaggio lo farebbe rientrare nel novero dei pellegrinaggi. Ma Belloc non lo interpreta come un percorso penitenziale di redenzione. Pensa, filosofeggia, qualche volta prega e ogni mattina, prima di mettersi in cammino, ascolta la messa ma si diverte anche un mondo, tanto che invoca a nume tutelare della sua scrittura François Rabelais «uno che sapeva vivere».

Pertanto ironizza, si guarda attorno, interroga la gente, ammira i paesaggi (come Butler, disegna lui stesso le illustrazioni) e mantiene un ritmo di scrittura vivace e brillante quanto doveva esserlo la sua camminata.

È un osservatore attento ma benevolo e alla fine, tutto sommato, l’Italia gli piace, paradossalmente proprio per i motivi che spiacevano a Taylor e a Seume, perché ritrova in essa il cuore profondamente cristiano di tutta la civiltà europea.

L’amore di Belloc per le camminate si manifesta anche, sul piano letterario, in una compilazione che cura dieci anni dopo il viaggio a Roma nel 1911, The Footpath Way: An Anthology for Walkers, nella quale raccoglie gli scritti teorici o i racconti di grandi camminatori, da Thoreau a De Quincey, da Stevenson a Borrow e a Stephen, e per la quale scrive un’appassionata introduzione, un vero epinicio all’andare a piedi. Perché:

Il camminatore diventa cugino o fratello di ogni cosa attorno a sé.

È interessante confrontare il viaggio di Belloc con quello compiuto poco prima della seconda guerra mondiale dal poeta olandese Bertus Aafjes, e narrato poi in versi nel 1946 nel poemetto Een voetreis naar Rome (Un pellegrinaggio a Roma).

Aafjes lascia il convento nel quale aveva pensato di prendere i voti perché vi respira un’aria troppo medioevale, una religiosità cupa, mentre lui è appassionato di classicità (all’inizio del poema chiama in aiuto tutte le Muse) e prova turbamenti che lo fanno dubitare della sua vocazione.

Da Amsterdam prende la via per Roma, senza avere in testa alcun itinerario preciso né piani di viaggio, confidando nel fatto che tutte le strade portano là. C’è meno energia nella sua camminata, e una spiritualità più sofferta e delicata, rispetto a quella sicura e spavalda di Belloc.

Scende lungo il Reno, passa per Colonia e Aquisgrana e arriva nel Tirolo (è lo stesso itinerario percorso da Patrick Leigh Fermor cinque anni prima). In un monastero sulle Dolomiti un abate provvede al suo bagaglio culturale regalandogli quattro libri: la Vita Nuova, le Bucoliche, l’Ars Amandi e l’Odissea.

In Italia i suoi dubbi sulla fermezza della vocazione trovano conferma: ospitato da una famiglia, le attenzioni della fanciulla di casa lo spingono a fuggire, e a Firenze respira a pieni polmoni un’aria di sensualità, dettata anche dal paesaggio (immagina ninfe e satiri in amore). Perde la sua verginità dopo una serata trascorsa con una cameriera a guardare le stelle, mentre attraversa gli Appennini.

A Roma non trova le messe pasquali, ma ha altri incontri con ragazze che lo turbano: i suoi sogni nella calura meridiana sono frequentati dalle Muse, che gli chiedono di non mortificare il proprio corpo se vuole essere al loro servizio.

È insomma esattamente l’opposto del pellegrinaggio di Belloc: là era una vera e propria marcia su Roma alla ricerca di un consolidamento della fede, qui è un vagabondaggio che la fede la mina del tutto. Non ci sono indicazioni sui tempi, sulle percorrenze, sulle tappe ed eventuali inconvenienti di viaggio. La scrittura poetica filtra e dissolve tutto questo.

Riservo da ultimo un po’ di spazio, saltando tutta la sfilza di pedestrian walkers che hanno esercitato nel secolo scorso la loro passione sulle strade italiane, a un contemporaneo: uno scrittore che potrebbe essere mio figlio, sia anagraficamente sia perché italiano. Enrico Brizzi è balzato alla notorietà giovanissimo, non ancora ventenne, con un “romanzo di formazione” in stile punk, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, ed è poi transitato, con l’avvento della prima maturità, alla letteratura di viaggio.

Del viaggio a piedi Brizzi ha fatto una vera e propria religione, che non a caso lo ha portato a percorrere la via Francigena, da Canterbury a Roma, e l’itinerario medioevale per Gerusalemme, partendo da Roma. Si tratta di una religione laica, che ha i suoi rituali e le sue omelie tramite blog e nella quale il passo si traduce immediatamente in verbo.

Brizzi è indubbiamente figlio di una moda che ha in Chatwin l’ispiratore, ma è un professionista (nel senso che a questo punto del camminare ha fatto una professione) serio e fa le cose con metodo. Ha percorso infatti totalmente a piedi l’Italia in lungo, dall’Alto Adige alla Sicilia (Gli Psicoatleti) e in largo, dall’Argentario al Conero (Nessuno lo saprà), con uno spirito che non è certamente quello di Seume, né potrebbe esserlo, ma in sostanza per il piacere di farlo (anche se qualche volta sembra mutarsi in dovere). Allo stesso modo in cui è piacevole leggere i suoi libri, se non si ha la pretesa che dicano qualcosa sull’Italia di oggi.

Non è un problema di sensibilità o di capacità di racconto del viaggiatore: è proprio il camminare, e mi riferisco agli impegni su lunghe distanze che difficilmente potrebbero essere oggi definiti “passeggiate”, ad aver conosciuto una trasformazione, a essere diversamente inteso da chi lo pratica e percepito da chi, direttamente o attraverso la lettura, lo incrocia. Ma questo sarà l’argomento di una prossima puntata.

Per ora mi fermo qui, anche perché questa rassegna rischia di diventare un arido e noioso elenco di nomi e di libri. Inoltre i ripetuti accenni ai viaggi italiani di Goethe, di Montesquieu e di molti altri mi hanno tentato per un attimo ad allargarmi in un excursus sul Gran Tour, mentre quelli all’omosessualità di Taylor, Butler, Gissing e Douglas mi stuzzicano in merito al risvolto del turismo sessuale, tutt’altro che secondario in questa storia di viaggi e di viaggiatori. Ma credo che non se ne farà nulla. Per fortuna l’esistenza su entrambi gli argomenti di opere eccellenti, uscite recentemente e citate nella bibliografia, mi permette di indirizzare a esse chi volesse approfondire.

Una Bibliografia minima

AAFJES, B. – Een voetreis naar Rome – DE CEDER, AMSTERDAM 1947
AAFJES, B. – Capriccio italiano – MEULENHOFF, AMST. 2013
BELLOC, H. – La via di Roma – CANTAGALLI, 2012
BELLOC, H. – The Footpath Way: An Anthology for Walkers – NABU PRESS 2013 (ed. italiana: La Via del sentiero, a.c. di WuMing 2)
BRIZZI, E. – Nessuno lo saprà – MONDADORI, 2005
BRIZZI, E. – Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro – MONDADORI, 2007
BRIZZI, E. – Gli Psicoatleti – BALDINI e CASTOLDI, 2011
BUTLER, S – Alpi e santuari – PIEMME, 2004
LEAR, E. – Diario di un viaggio a piedi – RUBETTINO, 2009
LEAR, E. – Viaggio in Basilicata – OSANNA, 1984
SEUME, J. G. – L’Italia a piedi (1802) – LONGANESI, 1973
STRUTT, A. J. – Calabria Sicilia 1840. Avventure di un inglese nel Mezzogiorno borbonico – ED SCIENTIFICHE ITALIANE, 1970
STRUTT, A. J. – Un viaggio a piedi in Calabria – RUBETTINO, 2011
TAYLOR, B.– Views a-Foot: Or, Europe Seen With Knapsack and Staff – CORNELL UNIVERSITY LIBRARY, 2009
WEATHERHEAD, G. H. – A Pedestrian Tour Through France and Italy –BRITISH LIBRARY, 2015
WU MING 2 – La via del sentiero. Un’antologia per camminatori – EDIZIONI DEI CAMMINI, 2015

 

I regali di un tempo

di Paolo Repetto, 2013

Io ero stato mandato in Grecia
perché avevo studiato Omero,
e Kreipe aveva fatto otto anni di studi classici.
Sono cose che non esistono più.

Avevo già incontrato Patrick Leigh Fermor a dieci anni, ma senza riconoscerlo. Ho dovuto quindi attendere mezzo secolo prima di ritrovarlo.

Quella prima volta non lo riconobbi perché il film che le sue gesta avevano ispirato era modesto, la trama appariva improbabile e l’interprete, Dirk Bogarde, non mi era simpatico. Questo l’ho capito dopo, naturalmente, quando Leigh Fermor l’ho incontrato davvero: all’epoca non avevo memorizzato nemmeno il nome.

Il film si intitolava “Colpo di mano a Creta”. Apparteneva ad un genere “bellico” che andava per la maggiore alla metà degli anni cinquanta, giusto un decennio dopo la fine del conflitto, quando la gente aveva ormai digerito la paura, i reduci più o meno riadattati alla vita borghese avevano voglia di rivedersi in azione (e magari di far partecipi i figli di quel che avevano vissuto) e soprattutto i vincitori cominciavano a girarla in “epica”, profittando tra l’altro della marea di residuati, navi, aerei, carri armati, divise che si trovavano tra le scatole e che non sapevano come smaltire. (Ricordo altri titoli di film inglesi, come “Birra ghiacciata ad Alessandria” e “Un taxi per Tobruk”, che la dicono lunga sull’aplomb col quale la recente apocalisse veniva raccontata oltremanica, mentre gli americani ci andavano giù più pesanti: in “All’inferno e ritorno” Audie Murphy, presentato come il più decorato soldato d’America, vinceva in pratica da solo la guerra, sul fronte europeo prima e poi, sistemati i tedeschi, anche su quello del Pacifico, facendo più prigionieri del sergente York. Questo però mi era piaciuto).

Ma torniamo a “Colpo di mano a Creta”. Raccontava di un ufficiale dei servizi segreti britannici, paracadutato a Creta in piena occupazione nazista per collaborare coi partigiani greci, che concepisce un’azione clamorosa: il rapimento del comandante tedesco della piazza. L’azione riesce, e l’ufficiale inglese coi suoi amici greci scorrazzano per l’isola sfuggendo alla caccia dei nazi per una settimana, fino a quando non riescono ad imbarcare nottetempo per il Cairo il loro prigioniero.

A dispetto del mio scetticismo le cose erano andate davvero così. Leigh Fermor, l’ufficiale britannico interpretato da Bogarde, aveva vissuto a lungo in Grecia prima della guerra, finendo anche coinvolto nel 1935 negli scontri seguiti alla restaurazione monarchica. Parlava perfettamente la lingua (“milai ta ellinika farsì”, “parla il greco farsì”, dicevano di lui i greci) e amava profondamente tanto la natura come la cultura ellenica. Allo scoppio della guerra, nel ‘39, era rientrato in patria per arruolarsi, e quando i tedeschi avevano occupata la Grecia nella primavera del 1941 (correndo in aiuto dei soliti italiani, che dovevano spezzare le reni e invece si erano spezzati le corna) le sue conoscenze linguistiche e dei costumi della popolazione erano diventate improvvisamente essenziali.

Alla fine di aprile del ‘41 tutta la penisola e le isole dello Ionio e dell’Egeo erano in mano tedesca, tranne appunto Creta, dove nel frattempo erano state inviate in fretta e furia truppe inglesi e australiane. L’isola era considerata strategicamente fondamentale per il controllo del Mediterraneo, e quindi nel maggio dello stesso anno aveva avuto inizio la battaglia per il suo possesso. I tedeschi avevano attaccato con una divisione aviotrasportata, pagando un prezzo terribile: le prime ondate di paracadutisti erano state addirittura sterminate e tra le fila germaniche ci furono più morti che in tutto il resto della campagna greca. Alla fine comunque le truppe alleate erano state costrette alla resa o alla ritirata, e dopo dieci giorni l’isola era occupata. Non completamente, però. Da subito, nel corso della battaglia stessa, aveva avuto infatti inizio la resistenza della popolazione civile, che quando metteva le mani sui paracadutisti tedeschi li massacrava: il che aveva indotto il comando germanico ad attuare feroci rappresaglie (venne applicata per la prima volta la regola dei dieci nemici per ogni tedesco ucciso: o meglio, venne “formalizzata”, con la solita mania teutonica per la precisione. In realtà, rappresaglie del genere, magari praticate a spanne, le avevano sempre attuate tutti, compresi gli Americani nelle Filippine a inizio secolo o gli italiani in Etiopia).

Ed è qui che entra in scena Leigh Fermor. Dopo qualche mese Paddy (così lo chiamavano i commilitoni) viene infiltrato per prendere contatto con i partigiani greci che continuano le azioni di guerriglia, e si muove travestito da pastore (pare un fumetto, ma è proprio così). Sa di rischiare grosso, perché se lo beccano in abiti civili i tedeschi non avranno esitazione ad appenderlo e a scorticarlo vivo: ma è un rischio accettato e voluto. È l’uomo giusto per la situazione, un po’ come lo era stato Lawrence per il Vicino Oriente durante la prima guerra mondiale: e lo dimostra concretamente dopo l’8 settembre del ‘43, quando riesce a portar via sotto il naso dei tedeschi e a far rifugiare in Egitto un generale italiano. Il successo di questa azione lo porta a concepire un’idea ancora più audace: ripetere il colpo, ma questa volta impadronendosi di un generale tedesco. Il piano è stato architettato al Cairo, nell’appartamento di una aristocratica polacca, e sembra il frutto di una mente fuori controllo. Ma i precedenti di Leigh Fermor fanno sì che quando lo presenta allo stato maggiore dei servizi segreti venga preso sul serio, autorizzato e organizzato.

Il 4 febbraio 1944 viene dunque paracadutato sulle montagne dell’isola; poco dopo è raggiunto da un altro ufficiale, Billy Moss, altrettanto pazzo. Il 26 aprile Paddy e Bill, travestiti da militari della Wehrmacht, fermano nei pressi di Cnosso la Mercedes del generale Karl Heinrich Kreipe, comandante in capo delle truppe distaccate sull’isola. Mettono fuori uso la scorta, impacchettano l’ufficiale come un salame, lo nascondono nel bagagliaio (la Mercedes ha sempre avuto bagagliai capienti) e Leigh Fermor indossa la divisa del generale: parla un ottimo tedesco, e questo gli consente di superare almeno una ventina di posti di blocco (era la cosa che nel film mi aveva lasciato più perplesso: ma a quanto pare ai militari tedeschi era sufficiente la vista di un berretto gallonato per scattare sull’attenti). A questo punto l’auto, che ormai scotta, viene abbandonata sulla costa settentrionale dell’isola, con su un biglietto nel quale si precisa che il rapimento è un’azione militare condotta da commandos britannici. In questo modo Leigh Fermor, che ha una mentalità cavalleresca, spera (invano) di scongiurare rappresaglie sui civili. Poi i tre, ai quali si sono uniti due partigiani cretesi, si mettono in cammino a piedi e attraversano le montagne centrali dell’isola, diretti alla costa Sud. Sfuggendo a tutte le ricognizioni aeree e terrestri, che impegnano quasi trentamila uomini, nel giro di una settimana sono ad una rada dove li aspetta ogni notte, come convenuto, una imbarcazione a motore. Caricano Kreipe e il giorno successivo sono al Cairo.

Durante il tragitto naturalmente l’alto ufficiale tedesco cerca di essere il più possibile d’intralcio e mantiene un atteggiamento pesantemente sprezzante, nei confronti soprattutto dei partigiani greci. Ma quando sul monte Ida, dopo una gelida notte all’addiaccio e di fronte ad un’alba fantastica, si vede offrire da Leigh Fermor una sigaretta che crede sia l’ultima (e lo sarebbe senz’altro, se dipendesse dai greci), si lascia andare e comincia a recitare versi in latino. Leigh Fermor nelle sue memorie la racconta così: «Fumavamo in silenzio, quando il generale, quasi tra sé, disse lentamente: Vides et ulta stet nive candidum Soracte (“Vedi come il Monte Soratte spicca bianco di neve profonda”). Era l’apertura di una delle poche odi di Orazio che conoscevo a memoria. Ho continuato a recitare dove lui si era interrotto. “… nec iam sustineant onus silvae laborantes, geluque flumina constiterint acuto” (“e come i boschi affaticati non sostengano più il peso, e come i fiumi si siano fermati per l’acuto gelo”).Gli occhi blu del generale si volsero, lontano dalla montagna, verso di me, e quando ebbi finito, dopo un lungo silenzio, disse: “Ach so, Herr Major!” Fu molto strano. “Ja, Herr General”. Come se per un attimo la guerra avesse cessato di esistere. Ci eravamo abbeverati entrambi alla stessa fonte, tempo prima, e le cose furono diverse tra di noi, per il resto del nostro tempo insieme».

Questa scena nel film non l’avevo assolutamente colta, non so neppure se ci sia: ma se lo avessi fatto, all’epoca, nella disposizione con cui guardavo alla vicenda, con ogni probabilità mi avrebbe anche dato fastidio. A posteriori (l’ho conosciuta dopo che già di Leigh Fermor mi ero innamorato per altre ragioni) è stata la ciliegina sulla torta, perché io stesso, naturalmente in ben altra situazione, al tramonto e non all’alba, ho vissuto un’esperienza simile con alcuni versi di Dante, e ne è nata una grande amicizia.

I due invece per il momento non diventano amici, non c’è nemmeno da pensarci; ma hanno reciprocamente riconosciuto nell’altro il terreno, quello della cultura digerita e vissuta in un certo modo, sul quale le amicizie possono essere coltivate. In effetti si rincontreranno vent’anni dopo, in occasione di un programma televisivo della BBC, e in quella circostanza si abbracceranno, cosa che forse avrebbero voluto poter fare anche sul monte Ida.

In compenso la guerra non ha affatto cessato di esistere: i tedeschi scatenano contro i civili cretesi una repressione sanguinosa, che ottiene solo l’effetto di rendere questi ultimi ancora più determinati e ostili. Dal loro punto di vista i tedeschi hanno ben ragione di essere furibondi. Il colpo di mano di Leigh Fermor e soci risulta per loro più umiliante di qualsiasi sconfitta, perché ha il sapore dell’irrisione e dimostra che di fatto il controllo dell’isola è ancora in mano ai partigiani e agli alleati. Si può ovviare a qualsiasi rovescio, ma non al ridicolo: una volta che ha colpito distrugge ogni credibilità. Agli occhi dei cretesi il mito dell’efficienza e invincibilità germanica è infranto con una beffa, e questo offre loro il puntello morale per proseguire testardamente la lotta. Un altro ufficiale inglese, che come Leigh Fermor ha lavorato con i partigiani greci, racconta che la popolazione li invitava a colpire sempre più duro: dal momento che la repressione ci sarebbe comunque stata, almeno ne valesse la pena. Ci avrebbero pensato poi i cretesi stessi, verso la fine del conflitto, a prendersi le loro vendette, facendo a pezzi tutti i tedeschi che non erano riusciti a sganciarsi dall’isola.

La caduta di un mito ne crea dunque un altro: Leigh Fermor sarà d’ora in poi così famoso e amato dai greci da finire legato alla loro terra per tutta la vita.

A questo punto dobbiamo però chiederci chi è davvero questa sorta di Corto Maltese in ritardo di una guerra, che gira con i generali nel bagagliaio ed è in grado di cogliere e completare a memoria una citazione da Orazio.

Quando l’ho finalmente incontrato, oltre cinquant’anni dopo il film, anche Leigh Fermor aveva fatto un salto nel tempo. Ma all’indietro. Ho preso il suo Tempo di regali (A time of Gifts)solo perché parlava di un viaggio a piedi attraverso il vecchio continente, e mi sono trovato di fronte ad un ragazzo di diciott’anni che dopo l’ennesimo insuccesso scolastico piglia su senza pensarci troppo, parte da casa e si incammina, a piedi appunto, per attraversare tutta l’Europa del 1933 e arrivare in tredici mesi sino a Costantinopoli. Come incontrare in una sola persona Holden Caufield e il Dean Moriatry di On the road.

Per carità, può farlo: non viaggia “senza un soldo a Parigi e Londra” come Orwell, può contare su un modesto appannaggio (50 sterline l’anno) che gli viene accreditato in piccole rate; non deve mantenersi con lavori occasionali, anche se più di una volta gli capita (o è forzato) di cercarne qualcuno; nemmeno lascia a casa una famiglia in angoscia, perché la madre e il parentado sono tutte persone di mondo, e non si scompongono più di tanto; conosce più di una lingua, ed ha referenze presso famiglie altolocate un po’ dovunque; ma insomma, lo fa.

Diciamo che Patrick per cose di questo genere c’è nato. Le congiunture, astrali e non, ci sono tutte. C’è ad esempio l’anno della nascita, il 1915, per cui la madre e la sorella, che devono recarsi in India per raggiungere il padre, direttore del Geological Survey, temendo i siluramenti tedeschi lo lasciano in Inghilterra. Qui, ospite di una famiglia contadina, trascorre un’infanzia campagnola da sogno, priva di ogni regola (“era impossibile disobbedire agli ordini, perché nessuno ne impartiva”), che gli lascia però una indelebile refrattarietà ad ogni sorta di disciplina. Quando i suoi tornano trovano un selvaggio, incapace di resistere in qualsiasi scuola: per la disperazione lo inviano in una sorta di comunità per bambini disadattati, dove trova altri scatenati come lui e docenti adoratori della natura che li lasciano fare, al punto che a pochi mesi dal suo arrivo devono chiudere bottega. I tentativi di inserimento in una scuola normale falliscono uno dietro l’altro. In compenso, quando torna a casa trova porte dipinte da un vicino di casa, Arthur Rackham, il più fantastico illustratore di fiabe che io conosca, una madre che scrive opere teatrali o vola sui biplani e un padre che se lo tira appresso per escursioni naturalistiche sulle Alpi o per le pinacoteche italiane. È chiaro che la scuola, in certe situazioni, è veramente un di più, una perdita di tempo. Finalmente, ad un certo punto capita in un istituto a conduzione familiare dove, pur concedendogli ampi margini di sfogo (dorme per tutto un trimestre in una capanna costruita su un noce gigantesco, alla quale si accede con una scala di corda), lo mettono anche in condizione di superare a quindici anni gli esami per l’ammissione alla King’s School di Canterbury.

Del college gli piace tutto, dall’atmosfera di oscura e polverosa antichità agli insegnanti, e soprattutto alle cose che vi si insegnano. Impara e legge con avidità, si distingue nelle materie classiche e nel pugilato, pubblica poesie; ma non riesce a tenere a bada lo spirito ribelle. C’è molto esibizionismo nelle sue trasgressioni, ma c’è anche un’insofferenza genuina per il sistema di cerimoniali e per la sottile ipocrisia che comunque governa tutti i rapporti, con i compagni come con i docenti. Cerca la genuinità altrove, e la trova nella graziosa figlia di un fruttivendolo, che ha molti più anni di lui. Scoperto, viene cacciato. Ancora una volta ricomincia con lo studio privato, per preparare l’accesso all’accademia militare di Sandhurst, alla quale viene ammesso: e ancora una volta, dopo un breve periodo di tranquillità, alla quale segue una scatenata bohème, torna a galla il ribelle insoddisfatto.

A time of Gifts parte di qui.

Di punto in bianco Patrick prende coscienza che sta bruciando la propria vita. Il bilancio della sua carriera scolastica è disastroso, prospettive non ne vede e quelle che prova ad immaginare non gli piacciono affatto. Capisce che deve ricominciare tutto daccapo, e il modo migliore per farlo è tagliare i ponti con il passato, mettere la maggior distanza possibile tra sé e quel mondo nel quale ha dato il peggio (e fin qui, siamo in un topos classico della letteratura di viaggio). Questo allontanamento non deve però essere una fuga, quanto piuttosto una sorta di espiazione, un percorso iniziatico e rigeneratore, che gli faccia recuperare in conoscenza diretta tutto quello che si è perso con l’intemperanza scolastica. Ha letto i libri di Robert Byron, ed è rimasto affascinato dalla descrizione della “Bisanzio verde drago”. Vuole capire cosa significa, e questo gli dà una meta. Ma evidentemente non è tanto la meta ad attirarlo quanto il viaggio per raggiungerla, dal momento che sceglie la modalità di percorso più lenta e faticosa: arrivarci a piedi, realizzando, come scrive lui, “un viaggio da pellegrino o da palmiere, da chierico vagante o da cavaliere povero”.

Patrick si mette in viaggio con un paio scarponi chiodati ai piedi, un vecchio cappotto militare e uno zaino da alpinista. Lo zaino, tanto per capirci, ha già una sua storia alle spalle, perché ha percorso sul dorso di un mulo gli itinerari più impervi dei Balcani e della Grecia, guarda caso in compagnia di Byron. Dentro, anziché i ricambi di biancheria, ci sono l’Oxford Book of English Verse e, appunto, le Odi di Orazio, oltre ad una scelta di matite di marca con le quali riempire le pagine del diario. Insomma, Leigh Fermor non è un emigrante e nemmeno un uomo in fuga (se non da un futuro che gli si prospetta decisamente incerto).

È il dicembre del 1933, anno tragico per l’Europa. Patrick parte direttamente dai docks di Londra con un piccolo mercantile, che lo trasborda a Rotterdam. Di lì ha inizio il viaggio vero e proprio, in un’atmosfera prenatalizia nevosa, nebbiosa, umida e decisamente stralunata. L’incoscienza del gesto, l’apparire assolutamente disarmato rispetto alla enormità dell’impresa (“Vado a Costantinopoli”, continuerà a ripetere ai sempre nuovi sbalorditi interlocutori), gli creano attorno un’immediata simpatia, quasi una barriera protettiva: e non si può dire che faccia molto per evitarsi i rischi. Il primo giorno a Colonia lo chiude ubriaco in una bettola del porto fluviale; a Monaco sperimenta il Katzenjammer, i postumi della sbornia dura, e gli fregano anche lo zaino. Ma – è lui stesso a dirlo – sembrava che di ogni mondo mi toccasse in sorte la parte migliore. In tutto il viaggio non corre mai alcun vero pericolo, se non quello di perdersi a qualche crocevia in mezzo alla neve.

L’itinerario lo dettano i grandi fiumi che uniscono idealmente il nord e l’Asia bizantina, il Reno e il Danubio: risalendo il primo e costeggiando poi il secondo, a piedi, si compie una traversata naturale, una immersione nella profondità geografica, ma più ancora in quella storica, dell’Europa. E Patrick cerca proprio questa. I paesaggi rurali e gli scenari urbanistici e architettonici che incontra sono rimasti intatti per secoli, non sono ancora stati sconvolti dai bombardamenti del secondo conflitto e dalle successive non meno devastanti ricostruzioni. “Il mondo è avviluppato in un manto bianco che nasconde le strade moderne e i pali del telegrafo, mentre un paio di castelli appaiono in lontananza; ecco che tutto sembra tornare indietro di secoli … ogni cosa risalta in un cupo isolamento sullo sfondo della neve, nitida e solenne”. Mano a mano che avanza verso il centro del continente si sorprende a penetrare in una sorta di Europa originaria (e in effetti, davvero attraversa i luoghi di nascita dell’Europa quale noi la intendiamo), ne respira i tempi lunghi e la lenta continuità, che non può non confrontare con l’accelerazione inglese, ne coglie il crepuscolo, un attimo prima della tragedia, e sia pure confusamente avverte anche le nubi che si ammassano all’orizzonte. Appena entrato in Germania assiste ad una parata di SA che lo lascia perplesso, è incerto se considerarla patetica o minacciosa: e i sintomi si ripeteranno più oltre, sempre più inquietanti. Ma a dire il vero, Leigh Fermor, pur avendo trascritto i suoi diari diversi anni più tardi, non ha voluto attribuirsi una sensibilità premonitrice che all’epoca non gli apparteneva. Le avvisaglie dell’imbarbarimento certamente gli danno fastidio, ma più perché contrastano con la bellezza dei luoghi e delle persone, con l’ospitalità, con l’austera magnificenza delle architetture, con il sentore buono di passato, e di un passato davvero profondo, che per una effettiva sensazione di pericolo. Questa, al massimo, gli viene comunicata da alcuni degli occasionali conoscenti: e comunque, se una sensazione davvero ha, è che il nuovo regime sia guardato con fastidio e timore dalla maggioranza della popolazione.

La Germania che attraversa è ancora cosparsa di fienili e stalle persi nelle campagne, di villaggi nemmeno segnati sulla carta geografica, di soffitte piene di mele, di locande popolate da pacifici bevitori di birra, dediti al canto, ai racconti di gnomi e, soprattutto in Baviera, a fare dell’ironia sui prussiani (persino le SA, quando, finita la parata, si raccolgono attorno ad una tavolata nella sua stessa taverna ad intonare nostalgici lied o chiassosi ritornelli, gli sembrano molto meno truci). E anche, soprattutto nella parte austriaca, di castelli e di schloss: “Era raro che nel panorama mancasse un castello. Si profilavano in lontananza, raggruppati ai margini delle cittadine rurali, posati con sonnolenta grazia barocca su pianori coperti di boschi o sospesi a strapiombo sulle cime degli alberi”. In più d’uno di questi finisce a dormire, preceduto a volte da lettere di presentazione provenienti dall’Inghilterra, a volte semplicemente dal tam tam di villaggio che annuncia l’avvicinarsi di uno strano, giovanissimo viandante: e in essi ha modo di cogliere ancora, forse ultimo, le affascinanti sopravvivenze di un’aristocrazia cosmopolita, dispersa in tutta l’Europa dalla dissoluzione dell’impero asburgico e dalla trasformazione di quello russo. Più spesso, però, sono le locande, le fattorie o i fienili, ad accoglierlo, e Patrick gode e si imbeve allo stesso modo della compagnia o della solitudine.

Il mondo che vede non sarà più lo stesso appena dieci anni dopo. Se lo gusta a passo d’uomo, scorge di fronte a sé le torri della cattedrale di Colonia due giorni prima di arrivarci sotto, e lo stesso vale lungo tutto il viaggio, una sequenza ininterrotta di scatti che impressionano la sua memoria. “Camminai lungo sentieri, sopra cavalcasiepi, attraverso campi e lungo strade di campagna che attraversavano boschi bui per poi sbucare su campi coltivati e pascoli imbiancati. Le vallate erano punteggiate da villaggi che si accalcavano attorno ai tetti a scandole delle chiese, e tutti i campanili si rastremavano e poi si gonfiavano ancora in cupole dalle nervature nere a forma di cipolla che davano loro un aspetto vagamente russo. Per il resto, particolarmente quando alle nude foreste di latifoglie si sostituivano quelle di conifere, il décor era quello delle favole dei fratelli Grimm”.

Non ci sono tempi da rispettare, appuntamenti o luoghi obbligati. Quando vale la pena, o magari nevica troppo forte, o due splendide ragazze ti mettono a disposizione la casa in assenza dei genitori, si può tranquillamente prolungare la sosta. Ogni incontro è a suo modo rivelatore e fantastico: la fattoria isolata raggiunta nel cuore di una notte di neve, con la famiglia uscita da un’illustrazione medioevale che si raccoglie attorno alla tavola per guardare il viandante misterioso scongelarsi e ristorarsi; il pranzo in casa del borghese filonazista, ignorante e grossolano, che ha ricavato un portasigari da una Divina Commedia svuotata; le giornate di sosta trascorse nella dimora dei von Liphart-Ratshoff, discorrendo di libri e ascoltando il monologo di Marco Antonio recitato in quattro lingue. In tutte queste esperienze Patrick entra con occhi pieni di stupore, di curiosità e di gratitudine, e nel raccontarle si riserva la parte di Alice nel paese delle meraviglie. Ma proprio quel che non dice ci lascia intuire degli interlocutori intrigati da un ragazzotto così candido, così desideroso di imparare e al tempo stesso già così ricco di esperienze straordinarie e inusuali.

La riemersione nella realtà del suo tempo avviene soltanto nelle grandi città. A Monaco, ad esempio è colpito dagli effetti devastanti che l’eccesso di benessere e di birra produce nella classe borghese: le immagini che rimanda sembrano uscite dai disegni di Otto Dix o di George Grosz: “Il busto di questi crapuloni era largo come una botte. Lo spazio occupato dalle loro natiche sulle panche di quercia era di poco inferiore a un metro. Si diramavano ai lombi in cosce spesse come il busto di un ragazzo di dieci anni, e braccia di proporzioni analoghe parevano cuscini imbottiti … Mento e petto formavano un’unica colonna e ogni nuca, bella piena, si increspava nei suoi tre ingannevoli sorrisi”. A Salisburgo arriva nel bel mezzo della stagione sciistica, trova un sacco di inglesi e se la squaglia dopo una sola giornata.

Il cammino si snoda per tappe che vengono decise di giorno in giorno, a volte dagli incontri, a volte dal clima o dall’umore. Da Rotterdam muove verso Colonia, e poi su una chiatta fino a Coblenza, scivolando attraverso un panorama di castelli a picco sul fiume, di vigneti imbiancati, di guglie che spuntano da dietro le colline o in mezzo a foreste lontane. Il Natale lo trascorre a Bingen, forse per la prima volta nel calore materiale e spirituale di una vera famiglia; di lì passa a Magonza e si concede quindi una piacevole pausa a Stoccarda. Poi lascia il Reno per intravvedere una prima volta il Danubio ad Ulm. E via di questo passo: Augusta, Monaco, Salisburgo, Vienna, Praga, con in mezzo una miriade di borghi e cittadine che appaiono come visioni nel silenzio incantato della neve. La prima parte della narrazione si chiude qui, alle soglie dell’Ungheria, lasciandoci solo desiderosi di proseguire.

Insomma, davvero non si fa (e non ci fa) mancare nulla, il giovane Patrick. Ed è chiaro che del fascino di un libro come A time of Gifts non si può rendere neppur lontanamente l’idea. Per cui, leggetevelo: è stato tradotto in italiano da Adelphi, appunto come Tempo di regali, nel 2009. Ma sappiate che è solo il volume iniziale della trilogia del viaggio. Il secondo, Between the Woods and the Water, pubblicato nel 1986, è da tempo annunciato nella traduzione italiana, mentre il terzo non è mai stato portato a termine.

A time of Gifts è stato pubblicato solo nel 1977, a quaranta e più anni dallo svolgimento della vicenda, quando Leigh Fermor era già famoso come scrittore di viaggi, e non solo nel suo paese, da almeno venti (dalla pubblicazione di Mani, su cui torneremo). Il ritardo è dovuto ad un complesso di fattori, non ultimo la ricerca perfezionistica dell’autore, ma anche al fatto che la materia prima documentale era andata dispersa durante il conflitto, e ha potuto essere ricomposta successivamente, e solo in parte. Anche i taccuini del diario quotidiano del viaggio, infatti, hanno una storia rocambolesca. Quelli originali del primo tratto gli erano strati rubati a Monaco, assieme allo zaino: aveva dovuto ricostruire tutto affidandosi alla memoria durante le soste successive, ma è chiaro che molte sensazioni immediate sono andate perdute. Dopo l’arrivo a Costantinopoli Patrick, ormai ventenne, passa in Grecia, giusto in tempo, come abbiamo visto, per prendere parte ai combattimenti del ‘35. Di lì, dopo la restaurazione monarchica, va a vivere in Moldavia nel castello della pittrice Balasha Cantacuzene, una contessa conosciuta nell’ultima parte del viaggio, di sedici anni più anziana di lui, della quale si è innamorato. Quando nel ‘39 torna a Londra per arruolarsi lascia a lei i taccuini. Alla fine della guerra la Moldavia passa sotto il regime comunista, e Balasha viene sfrattata senza tanti complimenti dal suo castello, ma porta con sé i taccuini. Tuttavia non può uscire dal paese, né Patrick può entrarvi: quindi i diari torneranno in possesso di quest’ultimo solo diversi anni dopo.

Uno che ha vissuto con questa intensità il suo primo quarto di secolo, e ne ha davanti quasi altri tre, incontra indubbiamente qualche difficoltà a riempirli di altrettanta sostanza. Leigh Fermor lo fa dedicandosi appieno alle quattro cose che più ama: i libri (leggerli e scriverli), la Grecia, i viaggi e le donne. Partiamo da queste ultime. Il suo connazionale Somerseth Maugham, dopo averlo conosciuto ed esserne rimasto poco impressionato, lo definì “Un gigolò di mezza età per donne dell’upper class”. Va detto che Maugham era particolarmente acido, ma è anche vero che Patrick non ebbe mai problemi ad avvalersi dell’innegabile fascino che esercitava sulle donne, in particolare su quelle più mature (come già si era potuto constatare nella vicenda che portò all’espulsione); e in più di un’occasione, a partire dalla convivenza con la pittrice romena, la sua effettiva situazione era quella di un mantenuto.

Ora, sarebbe da stabilire prima di tutto, in linea di principio, se questa è una condizione disonorevole, e se si, perché lo è particolarmente per i maschi; ma nel caso di Leigh Fermor direi comunque che Maugham si sbagliava, perché tutto dipende da come la vivi, quella situazione. Patrick, da parte sua, non si sentiva affatto un gigolò: era un eccentrico, ma i suoi rapporti erano chiari, e lo fu anche quello quarantennale con Joan Monsell, che solo all’ultimo sarebbe diventata sua moglie e che per alcuni periodi provvide ad entrambi. Se si sta assieme si condivide quello che c’è: da ciascuno secondo le sue possibilità (e quando fu il suo turno rispettò il patto). In compenso stava decisamente stretto nei legami, e si sentiva libero di abbandonarsi ai suoi subitanei, molteplici e in genere poco duraturi innamoramenti. Era un gran bel ragazzo, come ci dicono le fotografie giovanili, e mantenne il suo fascino anche nella maturità: le donne gli piacevano, ma la sua scelta di una vita appartata, in un angolo sperduto del Peloponneso, non combacia affatto con l’immagine di un vanesio sciupafemmine. Io ci vedrei invece, tra le altre motivazioni, l’atto di volontà di chi, conoscendo bene se stesso e riconoscendo le proprie debolezze, si impone di non soccombere e di non buttare l’esistenza a rincorrerle. Magari concedendo ogni tanto alla volontà una vacanza.

Quanto ai viaggi, Leigh Fermor in effetti viaggia parecchio e preferibilmente a piedi, da un certo periodo in poi con la futura moglie Joan che gli trotterella dietro; ma non diventa uno scrittore di viaggio “professionista”, anche se oggi viene visto come l’erede di Robert Byron e l’ispiratore di Bruce Chatwin. La continuità tra i due la traccia piuttosto sul piano della ricerca stilistica che su quello del senso del viaggio. Con il secondo poi nasce una strana consonanza, strana proprio perché i due sono molto simili, non solo per la capacità di legare insieme e approfondire temi diversi, per la sensibilità artistica e per la solida cultura umanistica che hanno alle spalle, ma per il loro assoluto egocentrismo, che li rende a volte logorroici e tendenti sempre al protagonismo. Come Maugham aveva stroncato Leigh Fermor, Wilfred Thiesigher, l’altro grande viaggiatore ed esploratore, col quale invece Fermor ha pochissimo in comune, dirà di Chatwin: “parlò per tutto il pranzo e tutta la cena, dopodiché continuò a parlare seduto fuori dalla mia camera da letto, tenendomi sveglio, mentre io speravo che se ne andasse a letto” Avrebbe potuto benissimo dirlo di Leigh Fermor, se lo avesse frequentato.

Viaggia, ma non con l’urgenza di vedere tutto: preferisce vedere bene, e andare oltre le prime immagini e impressioni, scendere in profondità. A testimonianza del fatto che non è un superficiale scrive con parsimonia. Dei suoi lunghi viaggi nel Sudamerica, intrapresi subito dopo la guerra, lascia solo due resoconti: The Traveller’s Tree, del 1950, tradotto in italiano come “L’albero del viaggiatore: viaggio alle isole dei Caraibi”, e Three Letters from the Andes, apparso quarant’anni dopo (1991), oltre a un romanzo ambientato alle Antille (The Violins of Saint-Jacques, del 1953).

Leigh Fermor non è uno scrittore pigro: semplicemente non è mai del tutto soddisfatto del risultato, e ha quindi grossi problemi a pubblicare. Lo dimostra il mancato completamento della terza parte dei diari di Costantinopoli (ma qui c’entra forse il troppo tempo trascorso, la difficoltà di ricostruire i ricordi e, soprattutto, la distanza che ormai separa la nostra epoca da quel mondo). Eppure Mani. Travels in Southern Greece, pubblicato nel 1957 (è stato tradotto in italiano, nel 2006, da Adelphi: Mani. Viaggi nel Peloponneso), il libro che consacra la sua fama di scrittore e che fa scrivere a qualcuno che Leigh Fermor è “il più raffinato scrittore inglese del XX secolo”, oltre che “il più grande narratore inglese di viaggi”, è perfetto. In realtà Mani stenta ad essere contenuto negli schemi della letteratura odeporica. Quello che viene percorso a piedi e descritto è un mondo visto ma soprattutto intuito, ricostruito, dissepolto. Lo spirito col quale il viaggio viene intrapreso è lo stesso che, almeno nella ricostruzione a posteriori, informa il cammino per Costantinopoli: “Tra gli urti della Coca-Cola e della Cortina di Ferro, molto di prezioso e di venerabile, molte vive testimonianze del passato della Grecia vengono ridotte in polvere. Penso che valga la pena di osservare e registrare alcuni di questi aspetti meno famosi prima che il processo sia compiuto. … Mi è parso perciò opportuno attaccare il paese in certi punti prescelti e penetrare, per quanto ne ero capace, in profondità. Queste private invasioni della Grecia si indirizzano quindi alle regioni meno frequentate, spesso di più difficile accesso e di scarsa attrattiva per la maggioranza dei viaggiatori; perché è là che si trova ciò di cui io sono in cerca”.

Il Mani è la penisola centrale del Peloponneso, la più meridionale e la più isolata, un lungo promontorio montuoso che penetra nell’Egeo tra il golfo di Kalamata e il golfo di Lakonia. Le coste scoscese da un lato e l’asprezza del monte Taigeto dall’altro lo hanno reso pressoché inaccessibile tanto ai conquistatori quanto alle contaminazioni culturali con l’esterno. La vita delle sue popolazioni è rimasta inalterata nei secoli, anzi, nei millenni. «Fino al 1830 e oltre non c’era nel Mani una sola scuola e la regione è senza dubbio la più arretrata della Grecia. Donde la quasi totale assenza di letteratura e cultura. Le cupe tradizioni locali si sono mantenute incontrastate per secoli. A parte la generale concentrazione sulla vendetta e sulla morte, di queste tradizioni ci sono altre osservanze sintomatiche. La nascita di un figlio è sempre stata salutata con grande esultanza (“un altro fucile per la famiglia”) […] Per le femmine tutto il contrario. Niente doni, niente esultanza; le femmine servivano solo a procreare “fucili”, a faticare e a cantare lamenti funebri».

Il Mani è un mondo a parte, un’Arcadia selvaggia e violenta, decisamente maschilista. Ma anche il luogo dove è possibile respirare la purezza dei rapporti originari: “Molte cose in Grecia sono rimaste immutate dai tempi dell’Odissea, e forse la più notevole è l’ospitalità verso gli stranieri: più una regione è remota e montuosa, minore è il cambiamento a questo riguardo. […] Non esiste una descrizione migliore del soggiorno di uno straniero presso la dimora di un pastore greco di quella di Ulisse quando entra travestito nella casa del porcaio Eumeo ad Itaca. C’è ancora la stessa accettazione senza domande, l’attenzione ai bisogni dello straniero prima ancora di saperne il nome”. Non meraviglia che Leigh Fermor se ne sia innamorato, al punto da stabilirvi nella maturità la propria dimora; così come è stato affascinato anche da un’altra parte della Grecia, la zona montagnosa centrale nota anche con il nome di Rumeli, sovrastata dal Pindo e bagnata sia dall’Egeo che dallo Ionio, raccontata in Roumeli, del 1966 (non tradotto in italiano).

La produzione letteraria di Leigh Fermor è tutta qui: per uno vissuto novantaquattro anni non è molto. È giusto sufficiente ad assicurargli la fama, ma non sempre la pagnotta. E dal momento che Patrick non svolgeva altre attività, si capisce anche il perché ogni tanto abbia dovuto ricorrere ai “prestiti” delle sue compagne. Il fatto è che Fermor, prima ancora che raccontare la vita, amava vivere, e vivere alla sua maniera, sempre un po’ sopra le righe, ma sempre svincolato da obblighi di immagine pubblica. A settant’anni, ad esempio, attraversa a nuoto il Bosforo, ripetendo l’impresa di Byron (George, questa volta – che però l’aveva compiuta a venti): lo fa per avere una conferma dal suo fisico, non certo per aggiungere un tassello alla leggenda. Che non gli spiace, chiaramente, ma della quale non vuole essere schiavo.

A partire dagli anni cinquanta comincia a risiedere quasi stabilmente in Grecia, proprio ai margini del Mani, dove poco alla volta, coadiuvato da Joan, si costruisce con le proprie mani una casa in una piccola baia. Rientra in patria sempre più raramente; quando c’è non disdegna la frequentazione dell’ambiente aristocratico o delle vecchie biblioteche delle dimore nobiliari, e magari neppure le onorificenze: ma appena può se ne viene via, e cerca rifugio negli antichi monasteri e nei vagabondaggi. È affascinato dalle lingue (ne conosce una decina), dalle tradizioni, dall’idea che comuni origini remote possano ancora unificare gli europei al di là delle barriere nazionali. Il suo ideale rimane sempre quell’impero austro-ungarico del quale aveva potuto vedere e respirare le ultime vestigia durante il viaggio per Costantinopoli.

Un altro originale come lui, il politologo e saggista Christopher Hitchens, ha scritto che “finché Fermor sarà letto e ricordato, l’ideale di eroe sarà un ideale vivo”.

Ma esistono, gli eroi? Kipling (ma non sono sicuro fosse proprio lui) disse una volta che ci voleva più coraggio ad entrare in fabbrica ogni mattina per trent’anni che ad affrontare trenta afgani inferociti. Aggiungerei che per molti, per tutti coloro che convivono con situazioni proprie o familiari pesantissime, è già un atto eroico alzarsi ogni mattina. Il mondo è in effetti pieno di eroi sconosciuti, che anziché essere celebrati sono dati per scontati, e a volta addirittura infastidiscono perché creano interrogativi alla nostra coscienza. Ma anche volendo rimanere ad un livello meno generico, è altrettanto sconosciuta, e a volte addirittura volutamente dimenticata, la maggior parte di coloro che hanno saputo rispondere con coraggio a qualsiasi forma di oppressione e prevaricazione, e hanno pagato con la vita la scelta di non piegarsi. Quanti, non solo tra i nostri ragazzi, ma persino tra i loro insegnanti, conoscono la vicenda di Eric Musham o di altri oppositori tedeschi al nazismo, o sanno che in vent’anni in Russia furono fucilati centotrentamila preti ortodossi, i due terzi del clero, rei di non aver abiurato, o hanno sentito parlare di Camillo Berneri? E cito a caso, perché a voler computare coloro che coscientemente hanno rifiutato il baratto tra la dignità e la vita si stilerebbero elenchi sterminati.

Il fatto è che quando si guarda al corso cruento della storia (“la storia è una tabella di massacri”, scriveva Gunther Anders) è comunque difficile ricondurre quel sangue a specifici individui, quelle sofferenze a persone distinte: forse perché è troppo, ma forse anche perché, come dicevo, il confronto con le singole figure ci pone delle domande imbarazzanti. Eppure dovrebbero essere proprio queste a infonderci speranza, ad alimentare in noi la volontà di non subire passivamente, trincerandoci dietro la nostra debolezza e insignificanza, a ricordarci che se siamo qui ora, nella possibilità di parlare di queste cose, è perché qualcuno ha avuto il coraggio di dire no.

Raccontare un personaggio come Leigh Fermor potrebbe sembrare quindi una scelta incoerente, l’accettazione di un’immagine retorica e romanzesca dell’eroismo: quella, per intenderci, che non piace a Brecht quando definisce “beato” il paese che non ha bisogno di eroi. In realtà sono perfettamente d’accordo con lui, ma solo perché intende qualcosa di molto diverso da ciò di cui parlo io: un conto è infatti l’auspicio di non averne bisogno, cioè di non vivere in quelle condizioni che di norma gli eroi li creano, un altro conto il ritenere non opportuno educare i giovani a comportarsi come tali. Il che, naturalmente, non vuol dire accendere in loro l’anelito al martirio, ma semplicemente abituarli a rispettare se stessi, e in automatico gli altri, e ad esigere di essere rispettati.

Piuttosto, la scelta potrebbe apparire incoerente per uno che da sempre patisce la “sindrome di San Francesco”, il fatto cioè che ci sia gente che può permettersi di fare delle scelte, e viene celebrata quando le fa in una direzione “eroica”, ed altra, molta di più, che le scelte nella stessa direzione se le trova imposte, le subisce e non si vede riconosciuto nulla. Io penso invece che anche il coltivare la memoria di un Leigh Fermor abbia un senso, soprattutto in un’epoca nella quale eroi e miti tendono ad essere quelli dei campi di calcio o televisivi, che davvero con qualsiasi forma di eroismo, comunque la si voglia mettere, hanno nulla da spartire.

Cosa rappresenta dunque Leigh Fermor, che valga la pena di salvare e di trasmettere? Intanto la voglia di vivere una vita della quale, se pur non si può scrivere la sceneggiatura, senz’altro si scelga il soggetto. Il poterlo fare, come abbiamo visto, dipende da una fortunata combinazione di nascita e di condizione fisica. Ma il farlo, e il farlo in un certo modo, dipende invece da un atto di volontà e dagli strumenti dei quali ci si è dotati. Intendo dire che nel fatidico 1933 i diciottenni in condizioni economiche e sociali simili a quelle di Fermor sono probabilmente migliaia, ma solo lui arriva ad immaginare e a compiere un viaggio a piedi sino a Costantinopoli: e sarà lui a guidare il colpo di mano a Creta, perché si è dato la preparazione militare e linguistica per farlo, e ha il coraggio di farlo. Fatta la tara alle favorevoli condizioni di partenza, tutto il resto dipende poi dalle sue scelte. E le sue scelte, per quanto snobistiche, sono frutto di un particolare coraggio. Non solo. Sono frutto anche di una particolare sensibilità culturale, la stessa che lo porta a lasciare incompiuta la trilogia quando subentra in lui il timore di scadere, dalla testimonianza-documento di un’epoca e di un mondo, nel rimpianto senile.

Ho sentito la voglia di raccontarlo quindi per quattro ragioni, e direi che ce n’è d’avanzo: perché era un uomo coraggioso, perché era un intellettuale raffinato, perché era un grande camminatore e perché era uno snob quale solo gli inglesi sanno esserlo. Fermor appartiene alla dinastia dei Byron, George ma soprattutto Robert, quello de La via per l’Oxiana, e risalendo più in su ancora, del bucaniere Dampier, e allungando indietro lo sguardo, dei cavalieri della Tavola Rotonda. E anche di Orwell o di Auden, pronti a combattere per quella che ritengono la causa giusta, e a fermarsi appena hanno l’impressione che tanto giusta non sia, o che comunque non sia più la loro causa. Individualisti, per nulla disposti a sacrificare la loro autonomia di pensiero agli interessi di un’idea che, nel momento in cui non garantisce la massima libertà individuale, non riesce più accettabile.

Ecco, credo che stia lì la radice di tutto: crescendo nella lettura di Malory fin da ragazzino, in quella dei classici nell’adolescenza (ed è da notare che per gli inglesi i classici per eccellenza sono i greci, e non i latini, e l’autore classico più popolare e letto in assoluto è Plutarco. Col risultato che gli studenti italiani conoscono soprattutto Cicerone e Seneca, e per essi la classicità rimanda paradossalmente all’esistenza di uno stato, o comunque di una ragione esterna superiore, alla quale poi in realtà non credono perché se ne sentono vittime, e non protagonisti: mentre al contrario gli inglesi hanno il senso dello stato proprio perché esso sembra esistere apposta per garantire in primo luogo la loro libertà) e con i libri dei viaggiatori e degli esploratori, o comunque di gente che ha girato il mondo in lungo e in largo nella giovinezza (si pensi a Stevenson, a Kipling, a Conrad), se uno poco poco è permeabile si imbeve di un’idea della vita tutta particolare. Quella del mondo viene di conseguenza, ma direi che nella prospettiva inglese è secondaria. Mentre noi ci trinceriamo dietro il Fato, e ci arrendiamo senza troppe resistenze al condizionamento delle contingenze esterne, gli inglesi sono persuasi di poterle tranquillamente governare. Questo spiega perché la nostra letteratura veda come protagonisti di norma degli antieroi, inetti, sconfitti o annoiati, e perché il personaggio letterario che forse meglio rispecchia il nostro sentire sia Don Abbondio, mentre già un secolo prima gli anglosassoni si identificavano in Robinson Crusoe.

Dunque, la prima ragione è in verità che Leigh Fermor era un uomo libero, e questo lo iscrive di diritto nella galleria dei personaggi che vorrei contribuire a tenere in vita. In quanto libero, e intendo libero “dentro”, era di conseguenza coraggioso: al limite della temerarietà, ma non dell’incoscienza. Questo non perché dovesse provare a se stesso, o agli altri, il proprio coraggio: semplicemente, si divertiva. È un atteggiamento che non appartiene alla nostra cultura mediterranea, a dispetto della “solarità” che accampiamo e che gli stessi nordici ci attribuiscono. Noi crediamo di essere allegri, invece siamo solo poco seri e melodrammatici. Recitiamo costantemente una parte della quale non siamo convinti: e nemmeno sappiamo giocare lealmente. Gli inglesi in fondo chiamano “grande gioco” tutta la complicata vicenda che li vede contrapposti ai russi nel Medio Oriente nella seconda metà dell’ottocento. E sono coloro che hanno inventato il concetto moderno di sport, da non confondere con quello postmoderno di industria dello sport. In sostanza, per loro la vita è una cosa seria, e appunto per questo va valorizzata: ma è anche una cosa molto breve, e appunto per questo va presa con il giusto distacco – l’ironia – e con divertimento. Il divertimento nasce solo dal gioco leale, dal concordare delle regole e poi rispettarle. Quindi, gli inglesi prendono la vita come un gioco, e qui sta il loro snobismo, ma sono seri nel gioco, e qui sta la loro forza. (Non sto tessendo il panegirico dello stile britannico, anche se di fatto risulta tale: negli intenti è un panegirico di quello stile che vorrei permeasse qualsiasi atteggiamento esistenziale. Che, chiaramente, non appartiene solo agli inglesi: ma mentre inglesi lo apprezzano, dalle nostre parti – si veda il caso di Berneri – sembra addirittura dare fastidio).

Questo vale anche nei confronti della cultura. Fermor è un autodidatta, ma è anche un intellettuale raffinato, che ama il mondo classico, si crea (viaggiando, prima ancora che studiando) le basi per una profonda competenza artistica e vivifica quest’ultima con uno spirito critico ed intuitivo eccezionale. Non ha quindi remore a spaziare dall’architettura prebarocca tedesca all’arte bizantina, offrendone letture originali e talvolta spiazzanti (è ad esempio intrigante la “formula del lanzichenecco”, con la quale interpreta le costruzioni germaniche cinquecentesche). Ho scovato un’osservazione (negativa, ma al contempo illuminante) di Luciano Canfora a tale proposito (Leigh Fermor era caduto in trappola!), che contesta al viaggiatore inglese di aver peccato, almeno in una occasione, di una troppo affrettata e imprecisa attribuzione. Probabilmente, anzi, conoscendo Canfora, sicuramente il rilievo è fondato; ma non tiene conto del fatto che quella che può apparire solo eccessiva disinvoltura è in realtà coraggio intellettuale, capacità di mettersi in gioco, di azzardare interpretazioni che potranno magari essere confutate, ma che per intanto sollecitano l’interesse e la voglia di approfondimento. Leigh Fermor non si lancia senza paracadute e non fa divulgazione all’ingrosso, ma incuriosisce anche chi all’arte bizantina o all’architettura germanica prebarocca non aveva mai dedicato uno sguardo. Soprattutto, si approssima all’arte e più in generale alle diverse culture di cui parla viaggiando a piedi: il che significa non intrattenere con esse un rapporto puramente libresco, ma immergersi in esse lentamente, traendone oltre alle nozioni e alle conoscenze, delle genuine emozioni. E queste il lettore le sente.

Del camminatore ho già detto. Non è il camminatore classico, non è Thoreau e neppure Seume o Dolomieu. In tutto il racconto di Tempo di regali non c’è una indicazione chilometrica: Fermor non copre delle distanze, percorre degli itinerari, fisici ma anche mentali. Tra una tappa e l’altra non fa mai conti, e questo lo porta più d’una volta a trovarsi in piena notte lontano da qualsiasi centro abitato. Non si ferma quando ha raggiunto il chilometraggio prefissato ma quando è stanco morto, o in presenza di uno scorcio particolarmente suggestivo che gli comanda la sosta. Riempie appunto di profondità, e non di sola linearità, il suo cammino.

Quanto allo “snobismo”, per l’interpretazione che ne do io penso sia sufficiente una frase (dalla prefazione a Mani), che riassume così l’avventura di Creta e tutto ciò per cui Hitchens lo identifica con l’ideale di eroe: “La guerra non interruppe i miei viaggi, anche se ne modificò temporaneamente l’ambito e lo scopo”.

Io credo che gli eroi esistano, e ritengo che anche Leigh Fermor possa essere ascritto alla categoria, sia pure nella cerchia più esterna degli avventurieri; ma soprattutto sono convinto che in un’epoca di cialtroni come la nostra quella frase, che mi piacerebbe incisa sulla sua lapide, debba essere assunta a motto da chi davvero vuol percorrere con stile (che poi altro non è che dignità) il sentiero della vita.

 

Viaggi, scalate, esplorazioni

di Paolo Repetto, 2005, estratto da Elisa nella stanza delle meraviglie

Con storie di vagabondaggi abbiamo salutato (come sarebbe a dire, finalmente!?) sia la narrativa moderna che quella classica: con la letteratura di viaggio approdiamo all’unico settore della mia biblioteca che nutre ambizioni specialistiche. Per seguirmi non devi nemmeno cambiare posizione, puoi rimanere spaparanzata sul divano, perché guardiamo sempre alla parete di fondo. Questo settore ne riempie tutta la metà di destra, e occupa al momento sedici ripiani; ma se aggiungiamo il comparto alpinistico si arriva a venti. Qualcosa tra gli otto e i novecento volumi. Non svenire, prometto di essere breve. Consentimi solo qualche considerazione.

Una raccolta di tali dimensioni parrebbe suggerire l’immagine di un appassionato viaggiatore, carico di chilometri, di esperienze agli antipodi e magari di diapositive. Invece, come ti ho già detto, non sono nulla di tutto questo. Naturalmente anch’io mi sono mosso un po’, almeno in gioventù, sperimentando diversi modi di spostamento (soprattutto i più economici): ho vissuto letteralmente il mio “Senza un soldo a Parigi e a Londra”, ho navigato come mozzo, ho percorso a piedi la Corsica, mezza Italia e la Foresta Nera, ma tutto questo in maniera sempre episodica, con il tempo alla gola. Se volessi cercare degli alibi potrei accampare proprio la mancanza di tempo, la perenne urgenza dei lavori in campagna, nei periodi liberi dalla scuola, e la precocità dei miei impegni familiari. Potrei trovare un sacco di scuse.

Ma non mi sembra il caso: probabilmente ho viaggiato poco perché non ne avevo poi un così gran desiderio, o almeno non avevo voglia di muovermi alla maniera che mi sarebbe stata consentita, che era quella di un turismo veloce. Inoltre mi sono reso conto molto presto che nei viaggi cercavo piuttosto la conferma delle cose lette che non la scoperta di ciò che non conoscevo (e raramente la trovavo). Non ero del tutto libero, perché facevo in fondo dei viaggi di verifica, e allora tanto valeva inseguire libertà e soddisfazione sulla carta.

Con l’età sono diventato sempre più sedentario. A differenza dell’Ariosto non penso di aver già visto mondo a sufficienza; al contrario, ritengo di averne visto pochissimo. Ma credo che riuscirei a vederne poco anche se mi dedicassi d’ora in poi ad una vita errabonda, oppure che incontrerei ormai più o meno le stesse cose dovunque. Magari è solo la sindrome della volpe e dell’uva, ma arrivo persino a pensare che chi sente tutto questo bisogno di muoversi in lungo e in largo molto spesso stia solo cercando rassicurazioni – o giustificazioni – dell’essere vivo, abbia bisogno del vento in faccia per tenersi sveglio. Una cosa tipo “mi sposto, dunque esisto”. Ora, io non credo che lo spostamento sia indispensabile né al “vivere” né al “vedere”, se non in relazione alla quantità: chi ha girato tutti e cinque i continenti è probabile non abbia mai esplorato le colline dietro casa, non ne avrebbe avuto materialmente il tempo, e chi ha visto moltissime foreste difficilmente ha veduto crescere un albero. È questione di gusti. Il risultato è comunque che, in sintonia stavolta con l’Ariosto, anch’io preferisco viaggiare sulle carte, perché questo mi consente di scegliere e di muovermi nel tempo, oltre che nello spazio.

Se mi sono mosso poco ho in compenso riflettuto parecchio sul perché e sul come gli uomini viaggiano, e soprattutto su cosa li induce a raccontare i loro viaggi. Ho anche scritto un po’ di cose in proposito; per saperne di più potrai eventualmente leggerle. Qui ci occuperemo solo dei libri che hai di fronte, e per quanto ci sarà consentito dal numero e dalla varietà vedremo anche di non dilungarci troppo.

Questi scaffali raccolgono grosso modo ciò che di significativo è stato pubblicato negli ultimi trent’anni, oltre a quello che ho recuperato con una caccia serrata sulle bancarelle e nelle librerie antiquarie. Ti confesso che ultimamente l’impegno è diventato oneroso, anche finanziariamente, perché la letteratura di viaggio sta conoscendo un vero e proprio boom. Non era così fino a una ventina d’anni fa; i libri di viaggio non tiravano, e anche le opere più classiche erano rintracciabili solo in edizioni piuttosto vecchie. Poi è arrivato il successo di Chatwin, e la situazione è decisamente cambiata. Oggi rischiamo addirittura l’inflazione, con una conseguente caduta di valore di quello che circola.

Il tema del viaggio naturalmente non è affatto nuovo, anzi, è antico come la letteratura stessa. Lo ritrovi in tutte le epopee. È naturale che sia così: da un lato testimonia la memoria dei popoli per una primordiale condizione nomade, dall’altro si presta a diventare metafora dell’iniziazione alla vita o della vita stessa. Inoltre è un argomento che offre gli spunti narrativi ideali, perché determina le condizioni migliori per l’avventura e per il confronto con luoghi, usanze e persone diversi.

Ciò che ho raccolto in questo settore non concerne tuttavia il viaggio come tematica letteraria, ma la letteratura di viaggio, ovvero tutta quella produzione in cui il viaggio non è un pretesto narrativo, ma l’oggetto vero e proprio della narrazione. Per la collocazione ho adottato un criterio arbitrario, che garantisce tuttavia un certo ordine. In linea di massima ho distinto quattro sottosezioni: storia materiale e psicologica del viaggio (studi su modalità, motivazioni e simbolismo del viaggiare); storia generale delle esplorazioni; resoconti o diari di viaggio di esploratori o scienziati: resoconti o diari di viaggi a fini culturali, esotici, turistici.

Da cosa è giustificato questo cumulo di libri? Al solito: da una passione degenerata in mania. Per farla breve, la curiosità per i racconti di viaggio l’ho sempre avuta; è nata da un libro su Magellano e da un film favoloso, “I due capitani”, sulla spedizione di Lewis e Clark lungo il Missouri, si è consolidata nella prima giovinezza in compagnia del “Kon-Tiki” di Heyerdhal e di “I fiumi scendevano a oriente”, e da lì si è poi riversata su ogni tipo di esplorazione. La bibliomania specifica è esplosa però più tardi, quando per scrivere un breve saggio sulle scoperte geografiche tra Quattro e Cinquecento ho letto un sacco di studi in proposito, e ho cominciato ad essere attratto dalle fonti di prima mano, dai diari e dalle relazioni di viaggio – compresi quelli verso paesi immaginari, verso i luoghi geografici dell’Utopia. Solo dopo l’incontro con Alexander von Humboldt, comunque, il tutto ha cominciato ad assumere connotati maniacali.

Posso risparmiarti il resto, ma non Humboldt. D’altro canto, tu stessa hai già cominciato a farmi domande, quando tentavi di leggere quegli strani titoli in caratteri gotici che occupano un intero ripiano. Quelli sono i libri di e su Alexander von Humboldt, lo scienziato universale. Figurati che io l’ho scoperto come alpinista. Leggo di un tizio che alla fine del ‘700, nel corso di una traversata verso l’America fa tappa per tre o quattro giorni alle Canarie, vede il Pic de Tenerife, che non è esattamente una collina, sono tremilasettecento e passa metri, e decide di andare a dare un’occhiata di lassù. Così com’è, prende su e sale e scende in un giorno e mezzo: e quando poi lo racconta nel suo diario dice che ha misurato il cratere sommitale e analizzato i gas, e che si, in effetti tirava un po’ di vento e faceva freddino. L’ho capito subito che era il mio uomo. Quel viaggio in America doveva rivelarsi un’avventura scientifico-esplorativa entusiasmante, durata cinque anni, nel corso dei quali Humboldt ha girato a piedi, a dorso di mulo o in barca mezzo continente sudamericano, ha fatto rilevamenti mineralogici, botanici, meteorologici, topografici, tutto quel che era possibile fare con le strumentazioni dell’epoca, ha salito il Chimborazo, arrivando a 5900 metri, la massima altitudine raggiunta da un uomo ai suoi tempi e per quasi tutto il secolo successivo, ha studiato e criticato i sistemi economici, politici e sociali delle colonie spagnole. Dopo il suo ritorno ha vissuto ancora sessant’anni, facendo altri viaggi, riorganizzando la cultura tedesca, teorizzando un rapporto con la natura, di conoscenza e conseguentemente di rispetto, che ne fa il primo genuino ecologista in assoluto. Oggi non lo ricorda quasi nessuno, persino in Germania le sue opere sono praticamente introvabili, e quando le ho richieste ad un libraio di quelli autentici, ad Amburgo, si è commosso: ero il primo da anni che chiedeva quei titoli, e per giunta un italiano che non parlava il tedesco (ma si riprometteva di impararlo al più presto).

L’opera di Humboldt è immensa, ciò che vedi lì è quanto ho raccolto in trent’anni – compresa una prima edizione tedesca (1847) di un volume del “Cosmos”, portata via per dieci marchi in una libreria dell’usato a Costanza –, ma il solo epistolario riempirebbe venticinque o trenta tomi. Sono edizioni francesi e tedesche, persino una americana, oltre a quel poco che è uscito in italiano, e uno dei compiti che mi sono prefisso per la tarda maturità è proprio la prima traduzione italiana del “Cosmos” (per allora avrò imparato il tedesco, ma in realtà Humboldt stesso curò la stesura e la traduzione della versione francese, quindi potrò far base su quella).

Del valore dello scienziato, e del perché, dopo essere stato considerato (da Goethe!) lo studioso più colto e intelligente della sua epoca, sia stato così incredibilmente rimosso, non è qui luogo di parlare. Voglio aggiungere invece qualcosa dell’uomo, per aiutarti a capire questa monomania. Humboldt ha viaggiato per quattro anni in zone paludose, infestate di zanzare, di insetti e parassiti di ogni tipo, di sanguisughe e serpenti, ha traversato tutta la fascia equatoriale sudamericana, è salito sulle Ande, ha mangiato e bevuto quello che il convento passava, e non è mai stato male, non si è messo in mutua un solo giorno. Non ha lamentato un raffreddore, un mal di schiena, un’infezione, niente: una salute di ferro, a qualsiasi latitudine e altitudine. Il suo compagno, il pittore Bompland, che era un essere umano, e ogni tanto si ammalava, deve averlo anche odiato: quando si ritrovava talmente spossato da aver bisogno di qualche giorno o settimana di pausa l’altro ne approfittava per battere un po’ la zona e andare a cacciare il naso su qualche monte o nelle foreste o lagune circostanti. Indistruttibile, un caterpillar. Ma tutto questo non era solo frutto di una condizione fisica strepitosa, era anche il risultato di una determinazione e di un entusiasmo incredibili: Humboldt aveva sempre troppo da fare per ammalarsi, lo aspettavano ogni giorno nuove misurazioni, scoperte, problemi geografici, incontri ecc… E quell’entusiasmo della conoscenza lo ritrovi nelle sue relazioni: fa le cose più incredibili, come quando sale sul Chimborazo, sta compiendo un’impresa sportiva eccezionale, e desiste a un centinaio di metri dalla vetta solo perché gli altri, le guide locali per prime, sono distrutti e congelati, e rifiutano di proseguire di fronte all’ennesimo crepaccio, e racconta il tutto in otto righe commentando: “Peccato, ci tenevo a misurare lassù la pressione dell’aria!

Humboldt era omosessuale, dicono. Sottolineo “dicono” perché a quell’epoca non si andavano a esibire le proprie preferenze sessuali in televisione, non se ne faceva spettacolo, soprattutto se erano un po’ fuori della norma, e nella fattispecie il nostro eroe era persona riservatissima, che non ha mai dato adito a pettegolezzi. E comunque, di per sé sarebbero stati un po’ fatti suoi. Lo rilevo invece come un dato statistico, come potrebbe essere il colore degli occhi o la statura, che diventa significativo quando ti accorgi che tale condizione era condivisa da almeno l’ottanta per cento dei grandi esploratori, soprattutto quelli tedeschi e inglesi dell’800. Allora ti viene da fare un ragionamento, ti chiedi se non ci sia qualche rapporto tra un disagio esistenziale, perché all’epoca dichiararsi omosessuali o comportarsi come tali significava essere messi al bando dalla società, e la spinta a lasciare il proprio paese, a volgere le spalle ad una cultura rigida e sessuofoba, per cercare nuovi lidi dove respirare più liberamente ed essere se stessi senza vergogna. È evidente che il legame tra le due cose c’è, e vale anche per le numerose figure di donne esploratrici, omo o eterosessuali che fossero, anch’esse alla ricerca di luoghi e situazioni nei quali lasciare finalmente briglia sciolta alla propria natura. È altrettanto significativo che questi personaggi arrivassero nella stragrande maggioranza da paesi luterani o puritani, nei quali vigeva una pressione morale fortissima, mentre erano pochissimi quelli provenienti dai paesi cattolici, dove i costumi erano decisamente più rilassati.

Ho fatto questa digressione, toccando un tema delicato, perché ho notato che ultimamente tiri spesso il discorso sui gay, e temo che l’impatto televisivo finisca per confonderti non poco le idee. Allora, Humboldt era probabilmente un gay, ma era prima di tutto un grande scienziato, che aveva come unico scopo quello di condividere il più possibile le sue conoscenze e le sue intuizioni, senza gelosie e senza rivalità, era un nobile prussiano che detestava l’assolutismo ed esaltava i sistemi democratici, era un bianco che si indignava di fronte al sistema schiavistico e considerava assurda ogni teoria razziale, era un uomo temprato fisicamente, psicologicamente ed eticamente da una inossidabile volontà di sapere. Queste sono le caratteristiche sulle quali si misura un “ essere umano” vero, uomo o donna che sia, e non le sue preferenze per la carne o le verdure o per il mare o la montagna. Chiaro? E lascia perdere per favore i buffoni televisivi, di ogni sesso e categoria.

Sotto il ripiano dedicato ad Humboldt c’è il settore della storia delle esplorazioni, nel quale campeggiano i cinque enormi tomi bianchi, elegantissimi, delle “Esplorazioni e Viaggi” di Giovabattista Ramusio. Devi sapere che quell’opera, compilata verso la fine del ‘500 raccogliendo tutti i resoconti delle spedizioni esplorative da Colombo in avanti, è per gli studiosi e gli appassionati dell’argomento una sorta di Bibbia, ed è rimasta a lungo per me un sogno proibito, dato il costo, soprattutto quando ne avevo realmente bisogno per i miei lavori di storia. Ne sono invece entrato in possesso solo recentemente, grazie ad un colpo fortunato (si fa per dire: anche ad un quarto del prezzo è già un bel investimento). Ho impiegato due giorni a decidere come collocare i volumi, per dare loro la giusta visibilità, e una volta soddisfatto della collocazione non li ho più aperti.

Ho notato con piacere che sei curiosa e ardimentosa, ed esplorare ti piace: tuttavia non mi spingo fino a sperare che avrai interesse anche per le esplorazioni altrui. Se invece così fosse, su questi scaffali trovi praticamente tutto, dai viaggi dei Fenici alla conquista dei poli, passando, per le Americhe, l’Asia, l’Africa e l’Oceania. Ti do un unico suggerimento, per evitare inutili elenchi di titoli: leggiti comunque, esploratrice o no, “Derzu Uzala” e dopo, ma solo dopo, vediti anche il film che ne è stato tratto. Me ne sarai grata.

Qualche dubbio ce l’ho anche su una possibile tua frequentazione dei ripiani più bassi, quelli dedicati alla letteratura alpinistica. Come si affrettano a puntualizzare gli esperti del settore, non esiste una letteratura dell’alpinismo: esistono resoconti di ascensioni, di successi e di fallimenti, sovente di tragedie. Ma io, come avrai ben capito, non ho molto rispetto per i “generi” letterari, classifico un libro in base al fatto che sia scritto bene o meno, che mi abbia spinto ad arrivare sino in fondo o no. Bene, esistono degli alpinisti che sanno scrivere e dei libri di alpinismo che ti affascinano letteralmente. È evidente che occorre essere almeno un po’ in sintonia con quello spirito particolare, e questo può accadere anche a chi, come me, ha avuto con la pratica alpinistica un rapporto sempre irrisolto e saltuario.

L’unico libro che ti segnalo in questo settore è fondamentale proprio per capire qualcosa di “quello spirito”. Si tratta di “Come le montagne conquistarono gli uomini”, di Robert McFarlane, recentissimo. Spiega come abbia potuto accadere che luoghi considerati sino a tre secoli fa inaccessibili, maledetti e assolutamente privi di interesse siano diventati poco alla volta l’oggetto del desiderio di un sacco di fanatici, disposti a rischiare la pelle e a patire i disagi più impensabili pur di cavalcare una vetta per pochi minuti. È uno dei famosi tre o quattro libri che avrei voluto scrivere io, e che sono contento abbia scritto un altro, perché l’ha fatto senz’altro meglio. Con il pregio ulteriore della giovanissima età dell’autore, una di quelle cose che impediscono ogni tanto di pensare che sia già in atto l’involuzione della specie umana. Se questo libro dovesse piacerti, credo che finiresti per divorare anche tutti gli altri.

Mi concedo ancora una segnalazione, ma questa non è per te: o meglio, spero magari che possa esserlo, ma la considero anzitutto doverosa per me, perché riguarda un uomo che mi ha colpito non tanto per i meriti alpinistici quanto per la statura etica. Si tratta di Ettore Castiglioni, uno dei più forti arrampicatori italiani tra le due guerre e un antifascista convinto – cosa abbastanza insolita nell’ambiente, in quel periodo. Qui trovi il suo diario, “I giorni delle Mesules”, ma la sua vicenda è magistralmente raccontata da Marco Ferrari ne “Il vuoto dietro le spalle”. Castiglioni è morto in montagna, come gran parte degli autori e dei protagonisti dei libri che vedi qui, ma non nel corso di un’ascensione, bensì durante un tentativo di fuga. Durante l’ultima guerra usava la propria esperienza di alpinista per far espatriare in Svizzera attraverso le montagne resistenti, perseguitati ed ebrei. Arrestato per l’ennesima volta dagli svizzeri e destinato ad un campo di concentramento, fuggì di notte, durante una tempesta di neve, senza abiti e senza scarpe, infagottato in una coperta e coi piedi fasciati da stracci. Lo hanno ritrovato tre mesi dopo, a primavera, rannicchiato sotto una roccia a tremila metri.

Approdiamo infine alla sezione del viaggio puro e semplice (culturale, turistico, di migrazione, ecc…), che occupa entrambi gli scaffali alla sinistra di Humboldt. Visto che si è parlato in precedenza del rapporto tra viaggio e “diversità” ti cito almeno altri due casi, inglesi questa volta. Il primo è quello di Chatwin. Lo abbiamo già incontrato tra i narratori, ma Chatwin è famoso soprattutto per i suoi libri di viaggio, “In Patagonia”, “Le vie dei canti”, “Che ci faccio qui?” e “Anatomia dell’irrequietezza”. Anzi, è lo scrittore di viaggio per eccellenza del secondo e forse di tutto il Novecento, quello che ha dato il via alla moda di cui ti ho già parlato ed è divenuto oggetto di un vero e proprio culto, favorito anche dalla morte precoce. Come tutti i culti, anche quello di Chatwin ha avuto una forte ricaduta consumistica. La Patagonia è diventata una meta turistica quasi di massa, almeno a livello di viaggiatori “culturalmente motivati”; e l’azienda che produce le “Moleskine”, gli imprescindibili taccuini dalla copertina nera sui quali il nostro annotava le impressioni di viaggio, sta diventando un colosso, dopo che a metà degli anni sessanta aveva addirittura chiuso i battenti. Paradossalmente come viaggiatore Chatwin non doveva essere granché, a giudicare almeno dalle testimonianze dei suoi occasionali compagni: ma sa vendere bene la sua merce, costruisce il suo racconto con ingredienti raffinati ma adatti anche al palato di un pubblico più vasto. Insomma, un po’ di new age, un pizzico di snobismo, un understatement da inglese alla Kipling: oltre, naturalmente, ad una classe indubbia. Leggilo, appena potrai, e ti piacerà: ma non pensare di capire qualcosa dei luoghi di cui parla. In effetti parla solo di sé.

Se invece cerchi uno sguardo da vero viaggiatore, anzi, in questo caso da viaggiatrice, devi rivolgerti a “Il più personale dei piaceri” di Vita Sackville-West. La Sackville-West è uno stravagante personaggio della cultura inglese del primo Novecento, romanziera in proprio ma soprattutto amica di Virginia Woolf e di tutti quelli che contavano nella cerchia artistico-letteraria. Ha viaggiato in Iran e in Afganistan a più riprese, senza la pretesa di scoprire e di rivelare alcunché di nuovo. Racconta semplicemente quello che vede, tenendosi fuori il più possibile dal quadro, e questo è già un grande merito, perché la maggior parte degli scrittori di viaggio, Chatwin in testa, tendono a muoversi in primo piano.

Mi azzardo a pensare che esista un particolare sguardo al femminile, perché la stessa attitudine l’ho trovata nelle altre viaggiatrici, da Margaret Fountaine a Freya Stark, dalla Swarzenbach ad Ella Maillart. A contatto con culture che appaiono ancor più “maschiliste” di quella occidentale la viaggiatrice sente più forte la sua estraneità, sa di essere un’intrusa, quindi si tiene in disparte e guarda: il viaggiatore tende invece a voler partecipare ed interagire. Il che, mi accorgo, fa un po’ a pugni con le considerazioni sulla “diversità” dei viaggiatori: ma non vorremo star qui a complicarci troppo la vita.

Per quanto concerne il nostro scopo, ovvero darti un’idea di ciò che trovi qui, possiamo anzi semplificarla. Diciamo che Chatwin getta una specie di ponte tra due epoche, tra due tipologie di scrittori di viaggio. Da un lato è l’epigono di una tradizione di grandi esploratori, tipo Wilfred Thesiger (“Sabbie arabe”), Charles Dougty (“Arabia deserta”), Theodor Monod (“Il viaggiatore delle dune”) e Sven Hedin (“Il lago errante”), o di “viaggiatori raffinati”, come Robert Byron (“La via per l’Oxiana”); dall’altro interpreta quel cambiamento che la scrittura di viaggio ha subito nell’ultimo quarto del secolo scorso, per adeguarsi al nuovo modello di mondo globalizzato. A partire dagli anni settanta l’attitudine del viaggiatore è radicalmente mutata. Non è rimasto angolo della terra o recesso marino che non sia stato frugato, scandagliato e riversato in mille documentari. Il viaggio è diventato professione, funzionale allo scriverci su libri o reportage o a girare video, per accontentare un mercato sempre più affamato e sempre più onnivoro. Ed è diverso proprio ciò a cui si guarda. Prima veniva privilegiata la sopravvivenza dell’antico, del tradizionale, oggi è messa a fuoco soprattutto l’irruzione del nuovo. È sufficiente confrontare Chatwin con quello che è unanimemente considerato il suo successore, William Dalrymple, o con Colin Thubron, per accorgersene. Nei diari di questi ultimi dall’India, dal Medio Oriente, dalla Cina o dalla Siberia viene fuori soprattutto l’immagine minacciosa di ciò che incombe, e non quella rassicurante di ciò che sopravvive.

Non vorrei tuttavia farti pensare che i resoconti di viaggio siano una lettura barbosa e pesante. Non è assolutamente così. C’è un po’ di tutto, ci sono quelli che si prendono sin troppo sul serio, ma ci sono anche dei viaggiatori simpatici e scanzonati. Bill Bryson, ad esempio, ha raccontato un esilarante trekking lungo la via degli Appalachi, percorsa in compagnia di un tizio ancor più sprovveduto di lui, in “Una passeggiata nei boschi”. Ed ha poi proseguito girando per gli Stati Uniti (“America perduta”), per L’Europa (“Una città o l’altra”), per l’Australia (“In un paese bruciato dal sole”), e ancora per l’Inghilterra e per l’Africa, sempre con lo stesso spirito, quello che sa unire conoscenza a divertimento.

Mi fermo qui, perché sono centinaia i nomi e i titoli che vorrei raccomandarti, e sento che se non ci do un taglio ti terrò qui sino a sera. Mi congedo con lo stesso autore col quale abbiamo chiuso la rassegna di letteratura: Edward Abbey. Abbey non è un viaggiatore, non almeno nel senso di tutti quelli dei quali ti ho parlato sino ad ora. Nel suo “Deserto solitario” non si raccontano viaggi, ma esperienze: mesi trascorsi come ranger in un deserto talmente bello da essere stato vincolato a parco, discese in canoa lungo affluenti del Colorado, nel Gran Canyon, in luoghi destinati a sparire sotto gli sbarramenti idrici, storie di cavalli, di indiani e di cercatori d’uranio. Al di là del suo fascino, e del valore letterario, il libro è un po’ la dimostrazione di quanto ti dicevo poco fa, a proposito dei diversi modi di viaggiare. Abbey viaggia “dentro” quel piccolo pezzo di mondo del quale è innamorato. Senti che per lui ogni pietra è importante, ogni ruscello che sfocia nel Canyon merita di essere risalito, perché a dispetto delle apparenze offre qualcosa di nuovo, di diverso. O semplicemente perché c’è.

 

Le vie di Pietro

di Paolo Repetto, 1998 e l’Album “A spasso con Pietro

Sono convinto che i due si siano incrociati, da qualche parte. Per tipi come loro il mondo non è poi così grande. Magari si sono urtati nella calca di un suk, o si sono scambiati uno sguardo distratto, mentre stavano fotografando da sedici angolazioni diverse uno stupa; oppure hanno viaggiato schiena contro schiena, immersi nella lettura e nei progetti di nuovi itinerari, su un trenino delle Ande, stipato all’inverosimile di umanità varia, pollame e ortaggi. Insomma, opportunità di incontrarsi ne hanno avute, in un trentennio di vagabondaggi paralleli su e giù per i cinque continenti. E comunque, se anche si fossero “fisicamente” mancati, era inevitabile che prima o poi la loro prossimità spirituale si manifestasse.

L’occasione arriva adesso, attraverso una serie di opere nelle quali Pietro Jannon fonde la sua esperienza della varietà e dell’unicità del mondo con le suggestioni derivate dalla lettura di Bruce Chatwin. Il che non significa, e meno che mai in questo caso, rileggere alla luce della propria sensibilità le emozioni altrui, ma al contrario pescare dal proprio bagaglio sensazioni, stupori, nostalgie e smarrimenti, e ravvivarli e riordinarli nel confronto con un itinerario che viene sentito, pur nella sua diversità, come fortemente affine. Certo, un bagaglio occorre averlo, meglio se ha la forma e le dimensioni di uno zaino, e meglio ancora se zeppo di giacche a vento fradice, di calzini sudati e di scarponi pieni di polvere: e in quanto a scarponi e giacche a vento e calzini e zaini non c’è dubbio, Pietro ne ha consumati più di chiunque altro, Chatwin compreso. I dipinti di Jannon non costituiscono dunque un omaggio né un tributo (e questo, per chi ha con lui una certa consuetudine è scontato), non ha nulla a che vedere con la forma di devozione postuma praticata nei confronti del grande viaggiatore inglese da troppi orfani dell’avventura. Pietro non è orfano né devoto di nessuno: l’avventura l’ha sempre vissuta in proprio, con le sue formidabili gambe, sulle sue spalle infaticabili e con la sua (durissima?) testa. Nel suo rapportarsi a Chatwin non c’è alcun sospetto di subalterna riverenza (subalterno, Pietro?!): c’è invece un’attestazione di simpatia (intesa quest’ultima, letteralmente, come affinità del sentire), il saluto ad un coetaneo riconosciuto come tale non solo per ragioni anagrafiche, ma per l’identità delle scelte, delle esperienze e soprattutto dell’interpretazione di quella metafora della vita che è il viaggio.

Il viaggio, appunto, il perenne movimento, la curiosità e il rispetto per il diverso: sono le stigmate di un’elezione, di un’irrequietudine che nel loro caso ha saputo positivamente disciplinarsi, come molla alla conoscenza, invece di inacidirsi a pretesto per la fuga o per l’ arroccamento. È una condizione, questa, che può talvolta trovare espressione anche in forme stimolanti, e i libri di Chatwin e i dipinti di Jannon sono lì a testimoniarlo, ma non può essere trasmessa, e meno che mai acquisita. Perché muoversi, essere irrequieti, provare una curiosità intelligente sono condizioni necessarie, ma non sono ancora sufficienti per individuare un percorso originale, naturalmente proprio e al tempo stesso iscritto nella memoria più recondita della specie. Ciascuno a suo modo, Chatwin e Jannon hanno rintracciato i segni di questo percorso, l’hanno intrapreso e lungo esso si sono incontrati. Entrambi hanno infatti seguito le loro “vie dei canti”, quei tracciati invisibili e pur così evidenti (almeno per chi ha occhi e orecchi per riconoscerli, e cuore e gambe per affrontarli) che corrono il globo in lungo e in largo, e se intersecano le rotte turistiche e commerciali è solo per lasciarle subito, e lungo i quali si muovono da sempre i depositari di un nomadismo ancestrale, istintivo e non condizionato da mode o necessità.

Pietro Jannon appartiene a pieno titolo a questa categoria di nomadi, imprevedibili, schivi, fieramente gelosi della propria indipendenza. Puoi incontrarlo sul Tobbio, tra le rovine dell’Acropoli o sulla via di Katmandu e non ti dirà mai “sono venuto sin qui”, ma “stavo passando di qui”, e già solleverà lo zaino, diretto da un’altra parte. Il suo viaggio è sempre in corso: non contempla punti d’arrivo, così come non suppone luoghi da cui fuggire. Non ne ha bisogno, e non perché si sostanzi dello spostamento in sé, ma perché in quest’ottica ogni luogo è altrettanto significativo nel raggiungerlo come nel lasciarlo.

Nel corso dei suoi viaggi Jannon raccoglie immagini (tante!) e ricordi, di cui peraltro fa partecipi solo pochi eletti, e con parsimonia: ma riporta soprattutto frammenti di segni, flash di colori o di profili, e anche di odori, o di suoni. Li cova nella memoria, li seleziona, lascia dapprima che reagiscano al contatto con gli agenti esterni o interni più disparati (letture, immagini, reminiscenze di altri viaggi già fatti o aspettative per quelli in programma) e poi ne leviga ogni connotazione spaziale e temporale, sino a tradurli in simboli. Solo a questo punto li riversa infine sulla carta, sul legno o sulla tela. Quel che ne sortisce sono emozioni essenziali, rarefatte ma profonde, sedimentate e tuttavia mai fredde; perché i segni ritornano in serie di approssimazioni, appena leggermente variate, che producono un effetto di mobilità, un percorso, appunto. Nessuna delle sue opere vuole chiudere in sé, fermare per intero il ricordo; tutte si iscrivono in sequenze, e pur riuscendo autoconclusiva ognuna già allude alle variabili e alle possibilità altrove esplorate. Come i suoi piedi, anche la pittura di Jannon non può mai essere in quiete; rifiuta la staticità del reportage, i divani dell’introspezione e gli specchi dell’autocompiacimento, per esprimere invece una primordiale meraviglia al cospetto del mondo, e la voglia di rinnovarla costantemente. Per questo, appena la mostra chiuderà i battenti, o forse anche prima, non perdete tempo a cercare Pietro. Sarà già altrove, lungo le vie dei canti, con uno zaino da duecento litri stipato di magliette, calze e suggestioni.

 

Barangain

di Fabrizio Rinaldi, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

La rivista che stai leggendo è nata per concretizzare le tante discussioni su idee, esperienze, letture che accomunano gli autori. Spesso abbiamo parlato di libri, consigliandoceli a vicenda, affrontando pure la questione del rapporto che abbiamo con essi. Tenterò qui di delineare un percorso che attraversi le principali tappe (o tematiche) che chi ama il libro ha prima o poi affrontato.

Poiché il paradiso del mondo di là è incerto, ma vi è effettivamente un cielo su questa terra, un cielo nel quale abitiamo quando leggiamo un buon libro.   CHRISTOPHER MORLEY

Prima ancora di aver superato l’infanzia, il bambino è costretto ad incatenare i propri occhi a quelle strisce di caratteri apparentemente senza senso. Non comprende il motivo per cui, invece di andare a tirare calci ad un pallone, deve stare lì a balbettare parole semplici, ma che vanno ricavate da quegli scarabocchi sulla carta (“perché devo leggere ma-ti-ta quando posso più facilmente disegnare una matita?”).

L’amore per i libri non è immediato, anzi per nascere ha bisogno di un lungo periodo di incubazione. Nessuno, neppure colui che diverrà bibliofilo incallito, può affermare di aver trovato piacere a leggere durante i primi anni scolastici.

Presto però il neo-lettore si rende conto che dietro al semplice (fino ad un certo punto) esercizio vocale di scansione delle sillabe c’è ben altro. Pian piano prende coscienza che ha tra le mani un nuovo gioco, paragonabile ai Lego, con il quale ha l’opportunità di crearsi un mondo tutto suo. Qui i mattoni sono le parole, e per capire la “costruzione” queste vanno lette in un certo ordine, che la maestra chiama “periodi”.

Con quella di leggere cresce anche la capacità di scrivere e il paragone con i Lego si completa: ora anche il ragazzino è in grado di fare delle costruzioni con le parole. Ma questo appartiene ad un altro mondo, quello dello scrivere.

A questo punto della crescita del novello lettore possono intervenire due eventi: il primo è il rifiuto della parola scritta, il secondo una simpatia che con gli anni diverrà vero e proprio amore.

Il ragazzo che comincia a leggere è spinto a farlo essenzialmente dalla sua curiosità verso piccoli eventi, spesso insignificanti. Questa prerogativa è insita nel bambino, ma in genere va scemando col divenire adulti. Solo in chi legge assiduamente, e non solamente la Gazzetta dello Sport o consimili, questa curiosità ancestrale rimane, e viene soddisfatta dalla ricerca che il lettore fa all’interno e all’esterno del libro stesso.

Cominciando ad indagare il rapporto che il lettore abituale instaura con l’oggetto della lettura, ci rendiamo conto che quest’ultimo offre solamente lo sfondo delle vicende narrate (l’autore lo si potrebbe paragonare, nel mondo del cinema, al soggettista o al sceneggiatore); i primi piani, i particolari sono a completa discrezione del lettore. Al ragazzo che passa dai soldatini al libro viene aperta una finestrella in un mondo tutto da scoprire, in cui diviene comparsa, protagonista e regista, separatamente o contemporaneamente.

[…] abbandonandomi alla più cara delle mie abitudini: l’arbitrio della conversazione. Alle mie spalle sento il riposo della mia biblioteca.      XAVIER DE MAISTRE

Ciò segue la differenza con quanto invece offre la “scatola ipnotica”, la quale ci presenta un prodotto preconfezionato, che inibisce i nostri desideri e le nostre passioni, appiattendo ogni personale emozione, e propinandone altre omologate. La distinzione tra chi preferisce leggere e chi si bea dei programmi idioti che sforna la televisione sta nel fatto che il primo è ancora cosciente della propria esistenza, ha una propria autonomia intellettiva; il secondo non sa più sognare, lascia che altri siano i protagonisti della sua esistenza.

Il libro consente a chi lo scopre una fuga nella fantasia, la creazione di un universo totalmente a misura del lettore. C’è chi preferisce immedesimarsi nei personaggi di Dickens, respirando l’atmosfera ottocentesca di Londra; oppure percorrere in lungo e il largo con Holden la New York di J. D. Salinger; o, ancora, seguire la fuga vera e propria che Bruce Chatwin ha eletto a sistema di vita.

Marguerite Yourcenar scriveva: “La lettura è una specie di porta d’ingresso su altri secoli, altri Paesi, su moltitudini di esseri più numerosi di quanti ne incontreremo nella vita, talvolta su un’idea che trasformerà la nostra, su un concetto che ci renderà un po’ migliori o almeno un po’ meno ignoranti di ieri”.

Chi è assalito dalla mania (malattia?) di leggere è soggetto a richiudersi nel proprio mondo dove il libro è un facile compagno di gioco. La lettura comporta conseguentemente un isolamento dalla società. Presto il “malato” si scontra con l’impossibilità di conciliare l’intensità dei sentimenti che trova nei libri con la pochezza della quotidianità. Si rende conto che il mondo anarchico di Bakunin è del tutto, e soprattutto, utopico (per questo a noi piace tanto!), che l’amore assoluto di Dante per Beatrice è irraggiungibile, che non esiste l’amicizia perfetta descritta ne “L’amico ritrovato” di Fred Uhlman, nella realtà questa se ne va senza tragiche separazioni, semplicemente scivola via.

La troppa immedesimazione nei personaggi letterari può portare a ragionare e a comportarsi come loro (vedi Don Chisciotte). Nel libro ci si rifugia dalle brutture della società, perché lì gli omicidi, gli amori e le disgrazie hanno un senso, una logica, una continuità; cosa che la realtà non sembra possedere: qui regna il caos, tutto pare non avere autore.

Luciano Canfora ne “Libro e Libertà” scrive: “Don Chisciotte che, a furia di leggere, entra nel mondo dei suoi libri e ragiona come se fosse egli stesso un soggetto di quei libri e addirittura vive come quei personaggi, è una creazione inquietante, che incombe, per così dire, come esito possibile sul mondo dei lettori”.

Tutti i giorni affrontiamo il compito di essere lettori di un libro che non ha trama e di cui non capiamo i perché, ma è il nostro mondo e dobbiamo accettarlo come tale, magari cercare di modificarlo, ma partendo comunque dal presupposto che questo è quello reale. Difficilmente torneremo sui nostri passi, quindi compito di ogni lettore è quello di chiudere il libro rifugio, con una trama, un inizio ed una fine, per affrontare i fogli sparsi di tutti i giorni. Tutti i lettori corrono il rischio di combattere contro mulini a vento se non si adoperano a filtrare ciò che contiene il libro e trarne utili appigli per la loro “sopravvivenza quotidiana”, in modo da trovare un compromesso tra la vita reale e quella utopica. Chi legge spera di trovare nel libro una possibile soluzione ai problemi di tutti i giorni: questo però non deve impedirgli di prendere coscienza del fatto che nessun testo, nessun consiglio che questo può dare, sarà determinante nelle scelte della sua vita. Essi testimoniano solo che i nostri crucci, le nostre debolezze, i nostri mal d’animo sono comuni a moltissime persone, compreso l’autore. È un’amara consolazione, ma questo ci fa sentire meno soli.

Coloro che amano il libro, leggendo ne “Il Nome della Rosa” la descrizione del momento in cui Guglielmo da Baskerville entra nella biblioteca del monastero, hanno provato invidia per la realizzazione di un sogno comune a molti: entrare in un mondo nel quale non esistono altro che scaffali zeppi di codici antichi e pergamene, dove l’aria è satura di polvere, il silenzio è quello del culto e della reverenza per la parola scritta. Molti infatti potrebbero fare proprie le parole di Jorge Luis Borges, uno che di biblioteche se ne intendeva parecchio: “Mi sono sempre immaginato il Paradiso come una specie di biblioteca”. All’interno della labirintica torre, il protagonista mette finalmente le mani su un testo che si credeva non esistesse: il “secondo libro della Poetica di Aristotele”. In fondo tutti coloro che amano leggere cercano quel volume, dal quale trasse risposte alle loro domande.

La mia libreria era un ducato abbastanza vasto.    WILLIAM SHAKESPEARE

Il libro lo si deve considerare anche come un oggetto fine a se stesso. Il piacere di possederlo, sentirlo al tatto, ammirare l’iconografia, il tipo di carattere, la rilegatura e l’odore delle pagine vecchie di molti anni, vissuti in segreti scaffali, sono risvolti che chi ama il libro non sottovaluta. Naturalmente questo deve risultare di secondaria importanza rispetto al contenuto, ma ha una sua significativa valenza.

Edmondo De Amicis diceva: “L’amore dei libri è fonte, per se solo, di mille piaceri vivissimi, piaceri della vista, del tatto, dell’odorato. Certi libri, si gode a palparli, a lisciarli, a sfogliarli, a fiutarli”.

Oggi si discute tanto di Internet, di multimedia, di molti libri a cui poter accedere tramite un semplice CD-ROM; tutti dicono che presto il libro si estinguerà. Personalmente non lo credo affatto. Il libro per la sua funzionalità è molto più avanzato del computer. Molto più pratico, più economico e non ha bisogno della spina per essere letto.

L’importanza di possedere un libro sta proprio nel fatto che è lì nella libreria personale, a portata di mano quando lo si vuole leggere, rileggere, spulciare, scoprire; oppure lo si può lasciare lì per anni, magari non leggerlo mai, ma sapere che c’è. Un buon libro può rimanere a “decantare” per anni in una polverosa biblioteca prima che lo si affronti, ma quando questo accade ci compiacciamo del fatto di aver avuto l’accortezza di acquistarlo, e magari aver atteso tanto tempo prima di affrontarlo.

Capita pure che mentre cerchiamo un testo ci rendiamo conto che non si trova nello scaffale sul quale dovrebbe essere. Divenendo sempre più nervosi cerchiamo negli interstizi più oscuri della libreria, ad un certo punto lo sgomento ci assale: lo abbiamo prestato!

Il bibliofilo spesso è in conflitto con due sentimenti apparentemente inconciliabili: il primo la gelosia dei propri testi e la loro conservazione, l’altro il desiderio di condividere con qualcuno le sensazioni che questi hanno suscitato in lui. Il prestito oculato, quello limitato a compagni di lettura accuratamente selezionati, concilia i due opposti. Con questo gesto si trasmettono sentimenti ed emozioni che altrimenti sarebbero difficilmente comunicabili. È pure un modo per dare una continuità a noi stessi. Possedere libri, far partecipi altri della lettura di questi, da l’illusione di realizzare un sogno che da secoli l’uomo insegue: l’immortalità. Avere l’opportunità di scegliere i libri da includere nella propria collezione, arrivando quindi alla realizzazione di una biblioteca che ci caratterizza, diventa la concretizzazione di un risvolto fisico che per sua natura non ha nulla di concreto: l’anima.

Non esistono in un libro risposte a domande come: chi siamo, dove stiamo andando, ma le si possono trovare in una biblioteca costruita con accuratezza; i libri stessi diventano le risposte. In ciascuno di essi troviamo esperienze di vita, enigmi, pensieri che sono i nostri. La lettura crea dei punti di riferimento della nostra vita. Una sintesi della letteratura mondiale e temporale crea nella coscienza del lettore un modello originario, primordiale ed immutabile dei rapporti umani: l’Amicizia, la Morte, la Solitudine, l’Amore, il Patriottismo, l’Esilio, ecc. Questi modelli sono gli obiettivi da raggiungere che ogni lettore si prefigge per poter avere le risposte che desidera, per poter soddisfare la sua sete di sapere.

Esistono pure libri che hanno fornito modelli ideali di comportamento e di pensiero, o hanno indotto il tentativo di renderli concreti. Penso ad esempio al fenomeno della beat generation, diffusosi dopo la divulgazione di testi come “Sulla strada” di J. Kerouac. Oppure, andando indietro nel tempo, a ciò che avvenne nel ‘600, quando fu pubblicato il manifesto “Fama Fraternitatis”, che creò il mito dei Rosacroce. Nessuno può affermare con sicurezza che essi esistessero prima di allora, ma dopo sicuramente sì. Il libro trasmise ai lettori del tempo un messaggio di integrità morale, impregnato di esoterismo, a cui molti fecero riferimento come modello organizzativo e politico.

La letteratura in generale ha dei presupposti utopici. Essa è rivolta sempre e comunque al lettore del presente come a quello del futuro. Il fatto è che da millenni l’uomo continua a scrivere, e a divulgare ciò che ha scritto, sempre sugli stessi argomenti: l’amore, la morte, la vita, l’odio, l’amicizia. A differenza delle scienze nelle quali una nuova scoperta in un certo qual modo soppianta quella precedente, la letteratura rimane immutabile nel tempo. È un eterno interrogativo, alla ricerca di una risposta che non potrà mai essere definitiva.

Per concludere vorrei spiegare il significato del titolo. È tratto dal libro “L’uomo che portava felicità” di Jürg Federspiel. È la storia di un ussaro che instancabilmente cerca un paese di nome Barangain. Il luogo è quello dove vengono realizzate tutte le sue aspettative, come dice lui stesso nelle ultime righe del racconto: “Cerco un paese, un paese come il mio. Ho tutto il tempo al mondo, per trovarlo. Tutto il tempo al mondo”.

Pure noi Viandanti delle Nebbie cerchiamo quel paese; non importa se alla fine non lo raggiungeremo, quel che conta è insistere nella sua ricerca. Il nostro Barangain è un luogo dove si concretizzano i nostri sogni, le nostre utopie, dove incontriamo personaggi fantastici e reali, che in una qualche maniera ci appartengono. Un posto dove si possa discutere di letteratura con Calvino, di poesia con Leopardi. Viaggiare nello spazio e nel tempo con Corto Maltese. Apprendere il coraggio, l’onore e la cavalleria da Don Chisciotte e Re Artù. Studiare il Medioevo, le eresie e l’Inquisizione con chi l’ha subita, come il Gran Maestro Templare De Molay. Ubriacarci con Bukowski. Sognare con Valentina (va bene anche se qualcuno è sconcio). Entrare nella biblioteca dell’Abbazia con Gugliemo da Baskerville e Jorge Luis Borges. Amare Madame Bovary.

Meglio questi sogni che quelli a 12 pollici. Quindi lasciateci cercare il nostro Barangain e non rompete con la pubblicità!

 

Che ci fa lui qui?

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 2, dicembre 1992

Bruce Chatwin l’ho conosciuto “In Patagonia”. A dire il vero ero arrivato laggiù proprio insieme a lui; ma sulle prime questo non mi era sembrato importante, perché avevo scelto il libro per il titolo, non per l’autore. Quel titolo mi intrigava: la Patagonia per me ha da sempre equivalso all’altro capo del mondo, all’idea della fuga assoluta. E in effetti la Patagonia che cercavo l’ho poi trovata, in quelle pagine, con l’ossessione del vento, la solitudine, la desolante immensità degli spazi: tutte cose passate però in secondo piano, quando mi sono reso conto di aver trovato ben altro, di aver conosciuto uno scrittore vero, un viaggiatore vero, un amico. Non è stata una folgorazione: piuttosto un affetto cresciuto con la frequentazione. Dopo “In Patagonia” è stata infatti la volta de “Il Viceré di Ouidah”, opera apparentemente del tutto diversa dalla prima, che mi ha spiazzato, convinto com’ero di aver trovato con Chatwin un filone narrativo ben determinato. Mi sono ritrovato indietro di due secoli, nell’Africa della tratta, dei mercantiavventurieri, dei sovrani grotteschi e sanguinari di effimeri regni costieri. Ho faticato, in un primo momento, a ritrovare in quel brulichio di corpi e riti e teste mozze e harem il narratore dei silenzi della Patagonia: fino a quando non ho realizzato che non ero al cospetto di un serialista, ma di un autentico fenomeno, capace di attraversare gli spazi e i tempi e le storie più diversi mantenendo intatta la genuinità dell’interesse e la padronanza stilistica. La conferma, se ancora ce ne fosse stato il bisogno, è venuta con “Utz”. Ancora un’altra epoca, altri luoghi; dagli spazi immensi e aperti al chiuso di un appartamentino praghese, all’atmosfera soffocante di uno stato poliziesco. Un capolavoro di finezza, una storia minima eppure straordinaria di “resistenza umana”. Ormai entrato in sintonia, ho ricavato piaceri di lettura che mi erano negati da un pezzo da “Le vie dei canti” (l’opera più vicina, nell’impostazione, a “In Patagonia”), un pellegrinaggio lungo le “Piste del sogno” degli aborigeni australiani, e soprattutto da “Sulla collina nera”, storia povera di spazi, giocata com’è in un ristrettissimo lembo della campagna gallese, ma densa di avvenimenti e di inquietudini. Da ultimo, la raccolta di brevi articoli e di bozzetti “Che ci faccio qui” mi ha fatto avvertire una sensazione di intimità con Chatwin quale solo avevo conosciuto, forse, per Salinger. Eppure di lui, della sua vita, so ben poco. E mi accorgo che non mi interessa saperne di più. Chatwin non entra di prepotenza nei suoi libri. È già lì, e riesce naturale e scontato il fatto di trovarcelo. Non importa come sia finito in Patagonia, o in Australia, o a Praga, perché importano quello che vede, la gente che incontra, le vicende semplici e insieme esemplari che annota. Benché la sua ottica sia particolarissima, e i suoi interessi siano tutt’altro che comuni, non è la sua storia, la sua figura ad emergere: sono luoghi, persone, eventi proposti da un testimone intelligentemente curioso e intimamente partecipe, ma sempre discreto. Il fatto è che Chatwin rispetta sempre, pur senza essere acritico, i suoi interlocutori, anche quando è in presenza di scelte di vita singolari, e magari difficili da comprendere. Nelle sue pagine troviamo la loro voce, non le interpretazioni dell’autore. E questo significa rispettare anche il lettore, dargli credito di intelligenza e di autonomia di giudizio. Per questo non ha bisogno di andare in caccia di vicende o personaggi sensazionali: nell’era del reportage, dell’obbligo alla spettacolarità e della spettacolarizzazione dell’ordinario, egli racconta una quotidianità che diventa eccezionale ai nostri occhi solo per il fatto di essere quotidiana. Sentiamo che raccoglie dai suoi viaggi e dai suoi incontri quello che noi avremmo raccolto e che sarebbe stato ritenuto dal filtro della nostra memoria. Ci dà conforto, soprattutto, sapere che per il mondo girano, in mezzo a tanti imbecilli, uomini come lui: e che non è impossibile ogni tanto incontrarne qualcuno, magari non di persona, magari solo attraverso le pagine di un libro. È già molto, è già una risposta alla domanda posta a titolo dell’ultima raccolta dei suoi scritti: che ci faccio qui?

Bruce Chatwin è scomparso nell’89, non ancora cinquantenne. Le sue opere hanno cominciato a circolare in Italia nei primi anni ottanta, incontrando anche un certo successo, ma senza fornire mai lo spunto per l’esplosione di un “caso letterario”. Il che, se ho ben capito il personaggio, è esattamente ciò che l’autore voleva, o comunque è ciò che io amo pensare preferisse. (Così come non mi è affatto spiaciuto che nessuno dei sacerdoti della critica letteraria italiana si sia accorto della sua morte – e d’altronde neanche della sua opera – e che gli siano state risparmiate le aspersioni delle solite brode di ovvietà). In questo modo posso continuare a pensare a lui come ad un amico, ai suoi libri come a lunghe missive personali, condivise al più da una piccola cerchia selezionata. e se mi sono deciso scrivere queste poche righe che lo riguardano è proprio perché so che pochissimi le leggeranno.