La predilezione per le esistenze in sordina

di Fabrizio Rinaldi, dicembre 2017, da sguardistorti n. 01 – gennaio 2018

A chi ama la montagna i licheni fanno tornare in mente l’omonima collana dell’editore Vivalda (il logo ne raffigurava uno), ma niente di più.

In quasi tutti gli altri queste croste non suscitano alcuna emozione, se non un vago ricordo scolastico. Per dire quanto poco rilevanti fossero considerati anche in ambito scientifico, basta ricordare che solamente nella seconda metà dell’Ottocento si è scoperto che sono una simbiosi tra un alga ed un fungo.

Eppure da sempre se ne sfruttano le proprietà: gli Egizi, ad esempio, li usavano per mummificare i faraoni, o per scopi medicinali e cosmetici; e oggi vengono usati anche per le proprietà inibitorie nei confronti dell’HIV. Alcune specie sono usate per insaporire delle zuppe in Giappone, oppure per fare il pane, sempre in Egitto, e se ne cibano le alci e le renne natalizie nei paesi nordici.

Tutto ciò non è nemmeno servito ad assegnare loro una nomenclatura vulgare che evocasse una qualche simpatia o li rendesse immediatamente distinguibili. C’è stata invece una rincorsa da parte dei botanici a scovare nomi bizzarri e impronunciabili per le diverse specie, come Phaeophyscia insignis o Caloplaca ferruginea, che non hanno certo aiutato a farli conoscere e ricordare.

“Gli è che l’albero vive d’una vita tanto più piena e armoniosa della nostra, che dargli un nome è limitarlo; mentre gli incospicui e negletti licheni, a salutarli a vista per nome, pare di aiutarli ad esistere”.

Se però proviamo a focalizzare l’attenzione su questa forma di vita elusiva, scopriamo molteplici aspetti interessanti: queste “croste” si formano un po’ dovunque, anche in ambienti urbani, colonizzando luoghi dove ad uno sguardo superficiale sembra non esserci vita. Assumono molte forme e creano bizzarre protuberanze che, viste attraverso una lente, stupiscono per bellezza e varietà.

“Il lichene prospera dalla regione delle nubi agli spruzzati dal mare. Scala le vette dove nessun altro vegetale attecchisce. Non lo scoraggia il deserto; non lo sfratta il ghiacciaio; non i tropici o il circolo polare. Sfida il buio della caverna e s’arrischia nel cratere del vulcano. Teme solo la vicinanza dell’uomo. Per questa sua misantropia, la città è la sola barriera che lo arresta. Se lo varca, o va a respirare in cima ai campanili o, con la salute, ci rimette i connotati. Il lichene urbano è sterile, tetro, asfittico. Il fiato umano lo inquina.”

Si è scoperto che i licheni sono ottimi biondicatori, in grado di segnalarci il livello di inquinamento presente in atmosfera perché sono particolarmente sensibili all’anidride solforosa e agli ossidi d’azoto.

Si presentano crostosi sulle pietre, fruticosi sugli alberi o in altre morfologie complesse.  Sono opere d’arte viventi: alcuni esemplari sono esteticamente davvero molto belli, contraddistinti da una variabilità di colori e forme davvero uniche. E a dispetto della loro apparente anonimità ci parlano, suggerendoci inattese metafore della vita.

Ci sono quelli aggrappati agli alberi (ancorati ad essi nella disperata tensione di esistere), quelli sulle lapidi nei cimiteri (c’è vita nel luogo dove si esalta la non vita) o quelli su staccionate e cancelli (loro le barriere le superano e le inglobano).

Lavorano in silenzio, coprono ed erodono anche le brutture che noi umani disseminiamo sulla terra. Sono molto fiducioso nell’operato di questi alacri operai che colonizzano e lentamente disgregano le superfici di molte orride palazzine nate nel boom economico.

“Più tardi, preso a mano dalla mia predilezione per le esistenze in sordina, mi volsi a forme più scartate di vita”.

Durante il regime fascista un uomo (unico in questo) venne indagato per un’intensa attività ritenuta potenzialmente pericolosa, quale il traffico con l’estero di pacchi contenenti croste secche e barbe vegetali: licheni appunto.

Era Camillo Sbarbaro: traduttore, poeta e scrittore che nemmeno nella smania odierna di celebrazioni anniversarie, è stato oggetto di particolari attenzioni, malgrado ricorressero i cinquant’anni dalla morte (avvenuta nell’ottobre 1967). E nemmeno ci sono state riedizioni dei suoi scritti.

Probabilmente ne sarebbe stato felice: era refrattario alle attenzioni.

Sbarbaro è conosciuto (quando lo è) soprattutto per una poesia dedicata al padre.

“Mi ingombra la stanza, la impregna di sottobosco un erbario di licheni. Sotto specie di schegge di legno, di scaglie, di pietra contiene pocomeno un Campionario del Mondo. Perché far raccolta di piante è farla di luoghi”.

Dopo una vita peregrina in Liguria, si rifugiò in una piccola casa a Spotorno, nascosta in un caruggio impervio e priva di ogni comodità moderna (telefono, elettrodomestici, radio e televisione), al cui interno – dicono i pochi visitatori che vi furono accolti – si respirava l’odore del bosco.

“Camminare è stato sempre il mio modo migliore di vivere. La Liguria litoranea l’ho percorsa e la conosco passo per passo dalla Spezia a Ventimiglia”.

Con pochi amici, come Eugenio Montale, Dino Campana e Ezra Pound, amava percorrere i sentieri della riviera ligure, cercando esemplari di licheni che poi catalogava e classificava.

Sbarbaro usava la sua raccolta botanica anche per sbarazzarsi di ospiti sgraditi: bastava che cominciasse a descriverne minuziosamente i talli, i lobi e le lacinie … ed improvvisamente il malcapitato si ricordava di un irrinunciabile impegno altrove.

Era un uomo contraddistinto dalla pacatezza nell’indole e dalla frugalità nel quotidiano, imposta anche dalle risicate possibilità economiche. Non conobbe mai un grande successo editoriale.

I titoli dei suoi volumi sono anch’essi indicativi del minimalismo ante litteram che lo qualificava: Pianissimo, Rimanenze, Trucioli, Scampoli, Fuochi fatui, Cartoline in franchigia.

I suoi versi e le sue prose parlavano di natura, di aspetti  intimi e semplici del vivere quotidiano: e non inseguivano, né nel linguaggio né nei contenuti, la moderna ricerca della provocazione e della rottura fine a se stessa. Non scriveva per compiacere o per stupire, ma per rispondere a uno stimolo interiore genuino, ciò che gli imponeva di scarnificare le parole nella lucida ricerca del termine più appropriato.

A riprova della sua elusività, prima di morire ebbe la benevolenza di bruciare molti dei suoi scritti preparatori, lasciando ai posteri solo le versioni che erano per lui definitive, in modo da evitare lo sfrugugliare post mortem sull’evoluzione della sua poetica e sulla sua vita privata.

La stessa meticolosità che lo distingueva nello scrivere, nella ricerca di un linguaggio il più possibile sobrio, la riversò anche nelle ricerche botaniche, tanto da diventare uno dei lichenologi più importanti dell’epoca, pur essendo un autodidatta: le sue collezioni sono conservate in giro per il mondo.

Che cosa sono i licheni se non “esistenze in sordina”, capaci di abitare dove la gran parte degli altri esseri viventi non riesce a sopravvivere e, con le loro peculiarità, di creare le condizioni ambientali idonee affinché quelli più “evoluti” colonizzino in un secondo tempo?

Anche la società umana ha bisogno di “esistenze in sordina” come fu quella di Camillo Sbarbaro. Lei non lo sa, e probabilmente neppure è necessario che ne sia cosciente. Ciò che conta è che la specie umana abbia in sé gli anticorpi per generare persone che vivano in punta di piedi, ricercando l’essenzialità nelle azioni e nelle parole, l’elusività della mitezza, il discernimento tra apparenza e concretezza.

C’è speranza che queste esistenze creino, nonostante tutto, l’humus per un substrato della selva umana migliore.

Passiamo ai fatti, sarà meglio che vada ad aprire le finestre, c’è sentore di sottobosco.

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