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L’utile occasione per stare ai margini

di Fabrizio Rinaldi, 20 gennaio 2019

L’uomo è geometra per diletto, muratore di mestiere.

Da quando l’umanità ha cominciato a costruire baracche e a coltivare orti prova un’irresistibile voglia di prendere misure e di conficcare cippi, per delimitare il possesso e l’uso esclusivo degli spazi. Quindi, una volta rilevate le dimensioni, il carpentiere che è in noi comincia ad innalzare barricate per resistere agli attacchi di chi è rimasto fuori.

Col tempo il geometra s’è talmente impratichito nell’arte della delimitazione da esserne incaricato in esclusiva, per tracciare le linee che definivano i rapporti tra i suoi rappresentati.

Sono nati così i politici, ma soprattutto sono comparsi i confini tra le nazioni, limiti invalicabili che andavano a troncare gli infiniti legami relazionali creatisi nei secoli tra un territorio e l’altro. L’introduzione di linee di separazione fisica, concrete o virtuali che fossero, e le subdole logiche politiche hanno persuaso alla lunga le comunità a riconoscersi in quei confini, a sentire come naturale l’appartenenza all’una o all’altra parte e a considerare chi ne rimaneva fuori come estraneo, straniero, attribuendogli requisiti negativi che ne rendevano incompatibile la presenza. Quei confini sono le righe su cui si è scritta la storia.

Ogni volta, quando la tensione lungo quelle linee si fa eccessiva, la situazione precipita: si arriva a scontri che producono inevitabili sofferenze, e poi a temporanei accordi che lentamente mutano i caratteri delle collettività separate dalle barriere e ne segnano le crescenti distanze.

Ma questo processo non è uguale in tutte le parti del mondo. Mentre ad esempio in Europa il confine identifica il limite fisico tra due mondi o culture distinguibili e riconosciute da entrambe le parti, in America la frontiera è quella linea estrema che separa dall’ignoto e dall’inesplorato: dall’altra parte c’è un territorio franco, aperto alla conquista. I fumetti e i film western ci hanno educato a considerare il significato della frontiera in maniera molto diversa rispetto a quello attribuito al confine.

Per gli americani l’idea di una frontiera da valicare divenne il mito che contribuì a saldare un coacervo di popoli dalle origini culturali differenti. Quel mito rimane vivo anche dopo il raggiungimento di entrambe le sponde degli oceani, è lo stesso in forza del quale si affrontano le frontiere scientifiche, spaziali, digitali, economiche e politiche.

Per gli europei, invece, il confine fisico è stato un elemento sostanziale per la creazione delle identità nazionali, al pari delle diverse lingue. Ha svolto una funzione eminentemente politica di separazione, di chiusura, ha creato delle barriere, al tempo stesso inclusive ed esclusive, e le ha cementate con la malta dei pregiudizi e delle paure. Non è un caso che i ghetti e i lager – per loro natura costruiti con fili spinati e muri – abbiano un’origine europea.

Io vivo di avvistamenti come una sentinella, sono sul bordo, nella mia vita non ho mai frequentato nessun centro.
FRANCO ARMINIO, Geografia commossa dell’Italia interna, Bruno Mondadori 2013

L’Italia stessa è solcata da un reticolo di linee che nei secoli hanno suddiviso il suo territorio e creato differenti consuetudini e culture. Su quelle linee s’è giocato lo scontro politico – spesso cruento – ma è avvenuto anche lo scambio delle idee, e da questo sono germinati proficui meticciamenti. Anche quando l’attrito tra le parti rendeva incandescente la temperatura, da esso nasceva una nuova consonanza culturale, economica o sociale: forse il Rinascimento non sarebbe nato, senza questi dissidi territoriali.

Un esempio dell’esistenza di questi margini ormai superati l’ho colto l’altro giorno mentre camminavo ad Ameglia, lungo le sponde del Magra, in prossimità della sua foce. Il corso d’acqua segna il confine tra Liguria e Toscana, e attraversa un territorio, la Lunigiana, che per secoli fu conteso tra due delle città più importanti dell’Italia medioevale: Genova e Lucca.

Rimane ancora oggi nei lunigianesi la consapevolezza di non essere né toscani, né liguri, tanto che è stata avanzata l’ipotesi di creare una nuova regione, chiamata Lunezia, nella quale il territorio possa identificarsi amministrativamente e culturalmente. Ecco, questo è un esempio di come si continui a credere necessari confini che sono in realtà anacronistici. O forse di come queste rivendicazioni siano diventate oggi, per una classe politica sterile, l’occasione per creare nuove logiche economiche.

In quel territorio, nonostante esso faccia parte della regione ligure, la parlata è decisamente toscana. Le influenze linguistiche che si colgono nella cadenza, nel dialetto e nella toponomastica, testimoniano gli infiniti meticciamenti delle popolazioni. Segno che le successive barriere politiche sono sempre state molto permeabili.

In questa area sono sempre state infatti di vitale importanza le diverse vie di comunicazione che consentivano il superamento dei confini orografici, e conseguentemente di quelli politici e culturali. Dalle vie del sale alle strade romane, da quelle medioevali a quelle odierne, tutte fungevano da collegamento tra le isole territoriali che, nonostante esibissero rocche difensive e chiusure campanilistiche, avevano poi necessità di un continuo interscambio, per non rischiare l’implosione dell’isolamento.

La costruzione di barriere risale, come detto prima, alle nostre più lontane origini: e nonostante si siano dimostrate poco efficaci, anzi spesso inutili, continuiamo a commettere l’errore di costruirne di nuove, fingendo di ignorare che prima o poi cadranno e creando guai ancora maggiori di quelli che hanno portato a costruirle. Ecco alcuni esempi.

– Per decenni l’Europa è stata divisa da un confine creato dalle due grandi super potenze dell’epoca: il muro di Berlino divenne la rappresentazione simbolica dello scontro fra capitalismo e comunismo. Trent’anni fa, quando quel precario equilibrio venne meno, sembrò aprirsi l’opportunità di creare una differente società, sicuramente migliore. L’errore fu quello di fondare il nuovo equilibrio socio-politico su un terreno instabile: il capitalismo stesso. Non è un caso che siamo passati dalla quindicina di barriere (murate, spinate o minate) della fine degli anni ottanta del secolo scorso alle oltre settanta attuali.

– Israele ha costruito 800 chilometri di muro per “proteggersi” nella Striscia di Gaza e nei confini con l’Egitto, con il Libano e con la Siria.

– Risale agli anni novanta, ma è di stretta attualità perché Trump vorrebbe allungarlo ulteriormente, il muro creato per limitare l’immigrazione messicana.

Tutte queste barriere sono nate per impedire che le persone si muovano da un territorio all’altro. Ma a volte è la natura stessa a fornirle. O meglio, a volte gli uomini scelgono di usare come barriera quella che potrebbe essere al contrario una via di incontro. In questo senso anche l’Italia ha creato il suo muro. È molto esteso ed è costituito dal mare che la circonda: l’acqua può portare, ma può anche ingoiare. E in qualche maniera aiuta a contenere e a respingere.

Attorno a questo tema si sta svolgendo nel nostro paese la più stupida e ipocrita delle pantomime, con i politici dei vari schieramenti che passano da uno studio televisivo all’altro a straparlare, come se le loro opinioni avessero un qualche rilievo in un mondo nel quale le vere decisioni le prendono le multinazionali e i governi di interi continenti. L’attuale maggioranza politica, cui corrisponde peraltro quella popolare, si regge e prospera sulla paura biecamente coltivata dell’invasione da parte di orde di stranieri – in realtà poche migliaia di disperati. Siamo al punto che si è reso necessario l’intervento della chiesa (nell’ultimo episodio quella valdese) per dare accoglienza a una cinquantina di migranti. Questo la dice lunga sull’incapacità (o volontà) di decidere – nel bene o nel male – dell’attuale governo.

Questi sciagurati invasori lasciano i loro paesi d’origine per sfuggire a miserie e malattie, soprusi e carestie, o semplicemente per soddisfare la curiosità di conoscere cosa ci sia oltre ciò che li divide da noi. E l’Occidente finge di scordare che le condizioni da cui fuggono sono state create proprio dalle nazioni verso cui viaggiano.

Ancora una volta mi sento inadeguato. Mi ritrovo quindi a cercare altrove spunti da cui ripartire per ragionare.

Mentre porto a passeggio il cane (o lui porta me) mi soffermo sul bordo della strada: il margine quasi mai è netto, in genere è molto frastagliato: la natura cerca di riconquistare lo spazio che le è stato sottratto, mentre l’asfalto cerca di resistere all’aggressione invasiva. Ecco un esempio di barriera artificiale destinata a essere infranta, se non si fa manutenzione: ma mi è utile rifare l’asfalto, e ho le risorse per farlo?

Quando sposto l’attenzione al fosso che c’è tra me e i campi, scopro una incredibile varietà di specie erbacee, fiori e altri vegetali, che sicuramente non troverei nelle coltivazioni a monocoltura che ci sono oltre il solco.

Ad uno primo sguardo questo habitat appare anonimo e insignificante: invece è spesso rifugio di fiori rari, o di quelli in grado di sopravvivere al continuo calpestio e al disturbo arrecato dagli uomini. Vi trovano asilo specie che sono “cacciate” da altri ambienti, soppiantate da rivali più “aggressive” o più idonee alle nuove condizioni sopraggiunte.

A titolo d’esempio, provate a fare una passeggiata lungo la strada sotto Lerma, presso il mulino: in tardo inverno potrete notare una colonia di bianchissimi bucaneve (Galanthus nivalis). È un fiore non comune dalle nostre parti, ma lì, lungo la sponda di una provinciale, ha trovato un substrato a lui congeniale.

Un grande impulso allo studio di questa vegetazione marginale, quella che si è rifugiata nelle città e lungo le strade, fu dato – per una beffa ironica del destino – proprio dai botanici dell’università di Berlino Ovest ai tempi del muro, quando erano costretti ad esplorare un territorio totalmente urbanizzato e delimitato dal muro stesso.

Altri esempi di adattamento della vegetazione ai manufatti umani sono i muretti a secco che caratterizzano il territorio ligure: costruiti per rubare spazio coltivabile alla collina o per suddividere i terreni, ospitano piante perfettamente adattate a questo ambiente povero di terreno, come la caniggea (Parietaria sp.), l’ombelico di Venere (Umbilicus rupestris) e la Selaginella denticulata, una felce i cui antenati, molto simili alle specie viventi attualmente, esistevano già 300 milioni di anni fa.

L’esame delle dinamiche naturali dovrebbe aiutarci a constatare che dalle separazioni fisiche nascono nuove condizioni, e che i diversi modi in cui le si affronta offrono occasioni per fare scelte differenti. Non è un caso che il termine “confine” derivi da cum (condiviso) e finis (limite): il limite separa ma è condiviso; la separazione in realtà unisce; nella divisione fra gli elementi c’è l’intrinseca condizione di una relazione fra essi.

Noi invece viviamo un costante cortocircuito. Da una parte costruiamo barriere – fisiche o mentali – per tenerci a distanza da persone che differiscono da noi solamente per cultura, mentre dall’altra sfidiamo costantemente i confini imposti dal corpo e dal tempo: con gli sport estremi, con l’uso di droghe, ma anche col ricorso a pratiche terapeutiche che vorrebbero modificare i limiti biologici della vita, interrompere il suo invecchiamento e procrastinare all’infinito l’uscita definitiva. In definitiva, vogliamo confini artificiali ma non vogliamo accettare quello naturale della mortalità.

Altro esempio dell’attuale confusione nel tracciare i limiti, è rappresentato dal contrasto tra il tempo in cui la gioventù esibiva atti di ribellione alle limitazioni imposte dalle figure di riferimento – genitoriali o scolastiche che fossero –, ed oggi dove loro stessi diventano i carpentieri che alzano nuovi muri per “difendersi” dall’assenza di adeguate contrapposizioni nella società adulta.

Cosa avverrebbe invece se imparassimo ad accettare i limiti dal nostro corpo, a rivendicare la nostra individualità tenendo conto dell’esistenza e dei diritti di realtà differenti? Riusciremmo a smettere di stendere fili spinati alla prima avvisaglia di una “invasione” del nostro territorio?

Appurato che le zone di confinamento sono limitate nel tempo e destinate ad essere infrante, non sarebbe auspicabile evidenziare le corrispondenze, le convivenze e le compatibilità con gli oppressori?

Certo che significherebbe andare oltre dal facilitare le angosce ed evidenziare le dissonanze: un ghiotto bottino elettorale a cui pare non vogliano rinunciare i poco lungimiranti politici attuali, italiani e non solo.

Rimane però la curiosità di innescare quei cambiamenti sociali che favoriscano soluzioni differenti dal tracciare confini. Magari la cosa intaccherebbe la nostra natura di geometri e carpentieri, ma potrebbe introdurre un mutamento epocale. Ebbene: per una volta voglio essere ottimista. Credo che l’occasione potrebbe essere offerta proprio dall’ingresso nell’era digitale, che sta imponendo – nel bene e nel male – uno sconvolgimento radicale nelle relazioni. Mettendo assieme la buona volontà di chi la gestisce (che non è incompatibile con le motivazioni commerciali) e una più consapevole capacità di utilizzo da parte di chi ne fruisce si potrebbe recuperare la rete internet al fine per cui nacque: favorire la trasmissione capillare di dati reali e impedire che vengano alimentati – come invece avviene oggi – gli equivoci e le falsificazioni.

È una speranza utopistica? Senz’altro, ma è anche l’unica opponibile all’accettazione passiva e rassegnata del trionfo della menzogna e del dominio della paura.

Solo una conoscenza di base oggettiva può abbattere i muri più resistenti, quelli delle nostre singole menti. Può farlo attraverso un intimo lavoro di scavo quotidiano, minuzioso e a lungo termine, eseguito con infinita pazienza, attraverso il quale si evidenzi ciò che nella complessità ci unisce, anziché ciò che ci divide. Implica una compartecipazione dei singoli che ci porti a riflettere su ciò su cui si fonda la nostra identità, su quanto va salvaguardato, sui valori da difendere, e a riconoscere al tempo stesso quelli che sono solo pregiudizi generati dalla paura. La conoscenza può farci scoprire che dall’altra parte del confine si vive, si pensa, si soffre, si spera come da noi, anche se in modalità e con orizzonti differenti.

Sapere che nell’altro emisfero la volta celeste ospita costellazioni diverse è interessante, ma davvero importante è sapere che ci sono occhi e menti che le interrogano come lo facciamo noi.

Vengono alla mente le parole di Nelson Mandela: “Una persona che viaggia attraverso il nostro paese si ferma in un villaggio, e qui non ha bisogno di chiedere cibo o acqua. Appena arrivata la gente le offre il cibo, la intrattiene. […] Ubuntu non significa che le persone non debbano dedicarsi a sé stesse. La questione piuttosto è: Vuoi farlo per aiutare la comunità che ti circonda a migliorare”?

Il pensiero africano di ubuntu cozza con l’individualismo europeo, ma è una proposta da cui partire per rinnovare rapporti e relazioni nella coscienza che siamo intrinsecamente connessi l’uno all’altro: che cioè la singolarità esiste solamente se è riconosciuta la reciprocità.

Desmond Tutu diceva: “Una persona che ha ubuntu è aperta e disponibile verso gli altri, riconosce agli altri il loro valore, non si sente minacciata dal fatto che gli altri siano buoni o bravi, perché ha una giusta stima di sé che le deriva dalla coscienza di appartenere a un insieme più vasto, e quindi si sente sminuita quando gli altri vengono sminuiti o umiliati, quando gli altri vengono torturati e oppressi, o trattati come se fossero inferiori a ciò che sono”.

Questo è solo un esempio di società, ma viene non da un sognatore illuso, ma da chi il sogno ha saputo realizzarlo, infrangendo il muro dell’apartheid in Sudafrica.

Immaginare soluzioni differenti dall’innalzare steccati è un obbligo morale per chi vorrebbe un mondo migliore, e risponde anche ad un impulso naturale, all’innato desiderio che contraddistingue la nostra specie di conoscere lo sconosciuto, fisico o sociale che sia.

La siepe di leopardiana memoria ne è un’ottima metafora: ogni barriera, anziché dissuaderci dalla curiosità per ciò che sta oltre, deve diventare lo stimolo ad alimentarla ancor più, e a cercare sentieri per aggirarla o ali per superarla.

Che è poi il modo onesto e giusto, appagante e sereno, per vivere sempre e caparbiamente a ridosso del confine.

Seminatori Di Grano
Sono arrivati che faceva giorno
uomini e donne all’altipiano
col passo lento, silenzioso, accorto
dei seminatori di grano
e hanno cercato quello che non c’era,
fra la discarica e la ferrovia,
e hanno cercato quello che non c’era,
dietro i binocoli della polizia
e hanno piegato le mani e gli occhi al vento
prima di andare via

Fino alla strada e con la notte intorno
sono arrivati dall’altipiano
uomini e donne con lo sguardo assorto
dei seminatori di grano
e hanno lasciato quello che non c’era
alla discarica e alla ferrovia
e hanno lasciato quello che non c’era
agli occhi liquidi della polizia
e hanno disteso le mani contro il vento
che li portava via
GIANMARIA TESTA, Da questa parte di mare, Einaudi 2016

 

[…] mi sono chiesto infinite volte come sarei stato io se avessi dovuto gestire un’emergenza così definitiva da impormi la decisione di lasciare i miei luoghi, la mia gente, i colori e gli odori che mi accompagnano anche nei sogni.
La risposta certa non me la so dare, mi dico che nella difficoltà estrema ognuno reagisce secondo la sua indole e probabilmente non pensa a se stesso ma alle persone verso le quali sente e ha delle responsabilità. […] Ho l’impressione che nei confronti del fenomeno per noi recente delle migrazioni abbiamo avuto uno sguardo povero e impaurito che ha fatto emergere la parte meno nobile di noi tutti. Siamo stati in difesa, non abbiamo capito l’emergenza e soprattutto abbiamo dimenticato che soltanto fino a due generazioni fa partivano i nostri e trovavano gli stessi ambienti duri e inospitali che noi stiamo ricreando per chi arriva adesso in Italia.
GIANMARIA TESTA,
Da questa parte di mare, Einaudi 2016


La schiva dignità del ciavardello

di Fabrizio Rinaldi, 11 marzo 2018, da sguardistorti n. 02 – aprile 2018

C’è un libro che, quando lo trovo in qualche mercatino, riacquisto sempre, senza ripensamenti: è la Guida pratica agli alberi e arbusti in Italia, edito da Selezione dal Reader’s Digest nel 1983, ormai fuori catalogo da decenni. Ne ho comprate almeno quattro copie, che ho poi regalato ad amici, pure loro esploratori dei boschi. Da anni, quando mi preparo lo zaino per un’escursione, uno dei primi equipaggiamenti che infilo dentro – prima ancora del panino e della borraccia – è la mia vecchia copia della Guida. In quel libro trovo descritte in modo accurato le caratteristiche della maggior parte degli alberi presenti nel nostro habitat, indicate le aree di diffusione e soprattutto raccontato l’uso che storicamente ne ha fatto l’uomo, con una particolare attenzione per le leggende. Il tutto illustrato da bellissimi acquarelli che aiutano a risolvere i dubbi quando s’incontrano specie poco conosciute.

Fa’ della natura la tua maestra.
WILLIAM WORDSWORTH

Nei boschi raccolgo foglie, che dovrebbero aiutarmi a fissare mentalmente il momento della loro raccolta. Presto però il ricordo svanisce, e rimangono solo le foglie rinsecchite, a farcire la mia sgualcita Guida: si va dal giurassico Ginko biloba alla splendida magnolia, dal coriaceo ranno al marginale ciavardello (di questo m’accorgo di averne un bel po’). Marginale, quest’ultimo, perché neppure nelle pagine dedicategli dalla Guida, che pure è dettagliata, si trovano particolarità che possano giustificare una specifica attenzione. L’uomo si è limitato solitamente a farne legna da ardere; indubbiamente un nobile uso, ma non paragonabile a quello riservato al flessuoso frassino, usato per gli archi o per gli sci, oppure a quello della quercia, col cui legno si fanno botti per il vino e ponti per navi che solcano i mari, e neppure a quello del castagno, per il quale si sono inventati infiniti impieghi, tra cui coprire i tetti delle case dei contadini.

Eppure quest’albero non è una specie rara, di quelle che impongono ricerche proibitive negli anfratti dei boschi, e neppure si tratta dei rarissimi ibridi tra rovere e lecci la cui ubicazione è tramandata ai soli iniziati dagli “eletti del sapere boschivo”, come fosse il segreto del santo Graal. Niente di tutto questo: il ciavardello è una pianta comune, le cui foglie hanno profondi lobi che somigliano alle mani di un bambino, ma in genere chi lo incontra lo confonde con un acero, con un biancospino o con un sorbo. È tipico della fauna umana che popola i boschi: sono tutti impegnati nella ricerca di funghi o di cinghiali, e non hanno occhi per chi svetta accanto a loro, verso il cielo, alla ricerca di luce.

Per la descrizione scientifica del Sorbus torminalis rimando alla Guida (per chi ce l’ha – anche grazie a me) o ad altri libri descrittivi (solo quelli davvero buoni) o all’“oracolo” Google.

Solo i tecnici forestali o i botanici apprezzano (quando lo fanno) la presenza di quest’albero nelle colline boscose, per le peculiarità che ha di consolidare il terreno e perché contribuisce ad arricchire la biodiversità, vivendo in associazione con il rovere, l’orniello, il ginepro, la lantana, la ginestrella e altri.

L’umile ciavardello non ha stimolato la sensibilità di poeti, scrittori o pittori. Neppure Mario Rigoni Stern, attento osservatore del bosco, lo ha mai citato, preferendogli l’elegante betulla, che gli ricordava la steppa russa della ritirata nel 1943, e il larice “perché vive sulle rocce, anche dove non c’è niente, è come quei montanari che resistono sulla montagna in una baita, malgrado tutto” (da Carlo Mazzacurati e Marco Paolini, Ritratti Mario Rigoni Stern, Edizioni Biblioteca dell’Immagine 2000). D’altro canto, la dimenticanza è comprensibile: la pianta in questione non ha l’attrattiva dei carducciani cipressi o l’incanto delle ginestre leopardiane, non è il “pio castagno” del Pascoli o il “gigantesco rovere” di Gozzano. È un semplice e umile alberello che difficilmente raggiunge dimensioni ragguardevoli da esser notato dai poco attenti osservatori e vive per creare le condizioni ambientali idonee allo sviluppo di altre specie più esigenti di lui, come, appunto, il castagno e il rovere.

[…] se volete trovarvi,
perdetevi nella foresta.
GIORGIO CAPRONI, Opera in versi

E tuttavia, al di là dell’uso “povero” che l’uomo ne ha fatto e del quasi anonimato nel quale lo ha relegato, credo che anche il ciavardello meriti una piccola attenzione, proprio in ragione del suo contributo nell’arricchire la biodiversità boschiva. La mia, di tignosa attenzione, se l’è conquistata, oltre che per il nome così curioso, perché rappresenta al meglio le tantissime “esistenze in sordina” che popolano l’habitat nostrano. Ed è di queste che volevo parlare.

Andare per boschi – con o senza Guida – favorisce un pensiero divergente, libero e inatteso, che sfugge dagli stereotipi precostituiti, quelli dettati dal chiuso di una scuola o di un ufficio, o inoculati dal monitor e dal televisore. Questo vale tanto più oggi, e tanto più per i bambini, sin dalla prima infanzia. Si familiarizza con se stessi, si ha coscienza di sé, nel momento in cui si riconosce la propria immagine riflessa in uno specchio. Allo stesso modo si ha la vera consapevolezza di ciò che va oltre l’umana specie attraverso l’incontro diretto e le rappresentazioni simboliche che se ne danno: nei suoi primi disegni un bambino parte dal raffigurare prima se stesso, poi i suoi genitori, magari anche la casa, ma alla fine, inevitabilmente, l’albero. E l’albero gli detta nuovi parametri, soprattutto se lo ha conosciuto non ai giardini pubblici o in quello condominiale, nella versione addomesticata, ma nel suo naturale habitat. Ne ha una percezione diversa: esce dal guscio delle prevedibili geometrie umane, si confronta con differenti dimensioni ed alimenta in questo modo la sua stabilità emotiva, sperimentando assieme la paura verso il nuovo e il desiderio, nonostante tutto, di esplorarlo.

Tutto nella selva era così solenne che nell’animo del sensibile viandante sorgevano, come spontanee, mirabili immaginazioni. Quel dolce silenzio della foresta quanto mi rendeva felice!
ROBERT WALSER, La passeggiata, Adelphi 1993

Sono sensazioni ataviche. Sugli alberi, in epoche primitive, l’uomo trovava scampo dai predatori. Trovava prima di tutto un riparo. Ma non solo. L’albero offriva anche un diverso punto di vista, consentiva di scorgere altri orizzonti. E continua a farlo. Ancora oggi, in epoca di ascensori e di scale mobili, un bambino percepisce e conquista davvero la dimensione verticale quando si arrampica, prova a salire su una pianta, magari solo per nascondersi allo sguardo eccessivamente protettivo della madre. Quell’arrampicata è una dichiarazione d’indipendenza, è il primo atto di un processo di individuazione.

Già di per sé l’albero offre un’immagine simbolica di vitalità: rappresenta in maniera esemplare la necessità di un continuo rinnovamento per divenire fisicamente ancor più possente, stabilmente ancorato alle radici delle proprie certezze e sessualmente pronto a diffondere la propria genìa. È collegato metaforicamente sia al cielo che alla terra, il che sottintende un processo di crescita verso la perfezione, rappresentata dallo stadio adulto, umano o vegetale che sia.

Nell’odierno mondo bambino-centrico (ma in realtà bambino-fobico), che antepone la sicurezza fisica del fanciullo – sempre e comunque – alla naturale tendenza ad esplorare il mondo, quindi a mettersi potenzialmente in pericolo nel tentativo di conoscere ciò che lo circonda, l’albero rimane un’indomita sfida a cui, a dispetto di proibizioni, divieti e offerte “alternative”, difficilmente si riesce a sottrarlo.

Salire su un albero e divertirsi contraddice al principio che sta alla base della società attuale, ovvero alla mercificazione di tutto, compreso il gioco. Anziché lasciar liberi i bambini (ma anche gli adulti) di issarsi tra i rami della pianta dietro casa, si sono inventati i parchi avventura sugli alberi, dove è possibile andare da un esemplare all’altro attraverso camminamenti e passerelle, ponti in liane e corde fisse, col fine dichiarato di offrire un’esperienza “naturale” e originale in totale sicurezza, e con quello meno esplicito di spillare soldi vendendo emozioni illusorie e artificiali.

[…] sono un buon selvaggio dentro la foresta dei miei innumerevoli pensieri.
GIUSEPPE STRAZZI, Via lunga, Marna 1995

Il fatto è che sappiamo benissimo che le cose stanno così, ma poi li intruppiamo a Gardaland, per non privarli di ciò che hanno tutti gli altri, per non farne dei “diversi”. È una soluzione stupida e comoda, perché tacita i nostri rimorsi e ci permette di assolvere con un basso impegno di tempo (meno basso quello di denaro) al nostro dovere, o almeno, a quello che chi orchestra tutta la baracca ci ha convinto essere nostro dovere. E allora, anziché limitarci a deprecare gli inganni del consumismo potremmo cominciare ad incentivare la naturale propensione, investendo un po’ più di tempo e di energie in attività coi figli, libere, gratuite e all’aria aperta: questo non solo rafforza il legame genitore/figlio, ma alimenta in quest’ultimo l’indipendenza e la fiducia in se stesso, e libera il primo dagli eccessi di apprensione e da quel latente senso di colpa che proprio le strategie consumistiche mirano ad inculcargli. In altre parole, ci vuole davvero poco, tanto più per chi ha la fortuna di abitare in campagna, per tornare in sintonia con la natura.

La natura vissuta in semplicità, non quella esotica dei villaggi turistici o patinata delle riviste e dei documentari, ma quella che scorgi dalla finestra di casa, oltre ad incrementare la capacità di percezione sensoriale offre, a chi sa interpretarlo, un mondo alternativo di norme e di leggi che valgono da sempre, indipendentemente dai regimi politici e dai sistemi economici, e che aiutano i bambini a diventare un po’ più “selvatici”, nel senso più positivo del termine, quello dell’indipendenza di giudizio. Familiarizzare con ciavardelli (o roveri, scille, gheppi e chi più ne ha più ne metta) e non temere l’incontro col “lupo cattivo” o con gli altri pericoli che nel bosco potrebbero celarsi, tornerà utile ai nostri bambini per affrontare un mondo nel quale i pericoli ci sono davvero, nascosti nella quotidianità degli uffici, delle scuole e delle piazze, reali o virtuali.

Lo Stato vede tutto; nella foresta si vive nascosti. Lo Stato sente tutto; la foresta è il tempio del silenzio. Lo Stato controlla tutto; qui sono in vigore codici antichissimi. Lo Stato vuole sudditi ubbidienti, cuori aridi in corpi presentabili; la taiga trasforma l’uomo in un selvaggio e libera la sua anima. 
SYLVAIN TESSON, Nelle foreste siberiane, Sellerio 2012

Mi auguro che i “millennials” abbiano ancora la spensieratezza di mio padre – loro antico coetaneo – che come si vede nella foto era salito sull’albero, in contrapposizione con le figure femminili ancorate compostamente a terra, con le mani giunte in grembo, nella tipica posa pre-femminista da “madonne addolorate”.

Sfidare un albero è un rito di passaggio: chi vuole crescere – come l’albero – non deve sottrarsi. Era normale che un ragazzino salisse sugli alberi e nessuna delle donne nella foto sembra aver il benché minimo timore che mio padre possa cadere da lassù.

Oggi anche le mie figlie cominciano a familiarizzare con l’altezza esplorando gli alberi attorno casa. A questo punto la palla passa a me: e non riesco a starmene là sotto calmo e tranquillo, devo salire pure io, per vedere da lassù un mondo differente e vivere con loro questa esperienza, magari cercando tra le chiome del bosco il nostro ciavardello.

La predilezione per le esistenze in sordina

di Fabrizio Rinaldi, dicembre 2017, da sguardistorti n. 01 – gennaio 2018

A chi ama la montagna i licheni fanno tornare in mente l’omonima collana dell’editore Vivalda (il logo ne raffigurava uno), ma niente di più.

In quasi tutti gli altri queste croste non suscitano alcuna emozione, se non un vago ricordo scolastico. Per dire quanto poco rilevanti fossero considerati anche in ambito scientifico, basta ricordare che solamente nella seconda metà dell’Ottocento si è scoperto che sono una simbiosi tra un alga ed un fungo.

Eppure da sempre se ne sfruttano le proprietà: gli Egizi, ad esempio, li usavano per mummificare i faraoni, o per scopi medicinali e cosmetici; e oggi vengono usati anche per le proprietà inibitorie nei confronti dell’HIV. Alcune specie sono usate per insaporire delle zuppe in Giappone, oppure per fare il pane, sempre in Egitto, e se ne cibano le alci e le renne natalizie nei paesi nordici.

Tutto ciò non è nemmeno servito ad assegnare loro una nomenclatura vulgare che evocasse una qualche simpatia o li rendesse immediatamente distinguibili. C’è stata invece una rincorsa da parte dei botanici a scovare nomi bizzarri e impronunciabili per le diverse specie, come Phaeophyscia insignis o Caloplaca ferruginea, che non hanno certo aiutato a farli conoscere e ricordare.

“Gli è che l’albero vive d’una vita tanto più piena e armoniosa della nostra, che dargli un nome è limitarlo; mentre gli incospicui e negletti licheni, a salutarli a vista per nome, pare di aiutarli ad esistere”.

Se però proviamo a focalizzare l’attenzione su questa forma di vita elusiva, scopriamo molteplici aspetti interessanti: queste “croste” si formano un po’ dovunque, anche in ambienti urbani, colonizzando luoghi dove ad uno sguardo superficiale sembra non esserci vita. Assumono molte forme e creano bizzarre protuberanze che, viste attraverso una lente, stupiscono per bellezza e varietà.

“Il lichene prospera dalla regione delle nubi agli spruzzati dal mare. Scala le vette dove nessun altro vegetale attecchisce. Non lo scoraggia il deserto; non lo sfratta il ghiacciaio; non i tropici o il circolo polare. Sfida il buio della caverna e s’arrischia nel cratere del vulcano. Teme solo la vicinanza dell’uomo. Per questa sua misantropia, la città è la sola barriera che lo arresta. Se lo varca, o va a respirare in cima ai campanili o, con la salute, ci rimette i connotati. Il lichene urbano è sterile, tetro, asfittico. Il fiato umano lo inquina.”

Si è scoperto che i licheni sono ottimi biondicatori, in grado di segnalarci il livello di inquinamento presente in atmosfera perché sono particolarmente sensibili all’anidride solforosa e agli ossidi d’azoto.

Si presentano crostosi sulle pietre, fruticosi sugli alberi o in altre morfologie complesse.  Sono opere d’arte viventi: alcuni esemplari sono esteticamente davvero molto belli, contraddistinti da una variabilità di colori e forme davvero uniche. E a dispetto della loro apparente anonimità ci parlano, suggerendoci inattese metafore della vita.

Ci sono quelli aggrappati agli alberi (ancorati ad essi nella disperata tensione di esistere), quelli sulle lapidi nei cimiteri (c’è vita nel luogo dove si esalta la non vita) o quelli su staccionate e cancelli (loro le barriere le superano e le inglobano).

Lavorano in silenzio, coprono ed erodono anche le brutture che noi umani disseminiamo sulla terra. Sono molto fiducioso nell’operato di questi alacri operai che colonizzano e lentamente disgregano le superfici di molte orride palazzine nate nel boom economico.

“Più tardi, preso a mano dalla mia predilezione per le esistenze in sordina, mi volsi a forme più scartate di vita”.

Durante il regime fascista un uomo (unico in questo) venne indagato per un’intensa attività ritenuta potenzialmente pericolosa, quale il traffico con l’estero di pacchi contenenti croste secche e barbe vegetali: licheni appunto.

Era Camillo Sbarbaro: traduttore, poeta e scrittore che nemmeno nella smania odierna di celebrazioni anniversarie, è stato oggetto di particolari attenzioni, malgrado ricorressero i cinquant’anni dalla morte (avvenuta nell’ottobre 1967). E nemmeno ci sono state riedizioni dei suoi scritti.

Probabilmente ne sarebbe stato felice: era refrattario alle attenzioni.

Sbarbaro è conosciuto (quando lo è) soprattutto per una poesia dedicata al padre.

“Mi ingombra la stanza, la impregna di sottobosco un erbario di licheni. Sotto specie di schegge di legno, di scaglie, di pietra contiene pocomeno un Campionario del Mondo. Perché far raccolta di piante è farla di luoghi”.

Dopo una vita peregrina in Liguria, si rifugiò in una piccola casa a Spotorno, nascosta in un caruggio impervio e priva di ogni comodità moderna (telefono, elettrodomestici, radio e televisione), al cui interno – dicono i pochi visitatori che vi furono accolti – si respirava l’odore del bosco.

“Camminare è stato sempre il mio modo migliore di vivere. La Liguria litoranea l’ho percorsa e la conosco passo per passo dalla Spezia a Ventimiglia”.

Con pochi amici, come Eugenio Montale, Dino Campana e Ezra Pound, amava percorrere i sentieri della riviera ligure, cercando esemplari di licheni che poi catalogava e classificava.

Sbarbaro usava la sua raccolta botanica anche per sbarazzarsi di ospiti sgraditi: bastava che cominciasse a descriverne minuziosamente i talli, i lobi e le lacinie … ed improvvisamente il malcapitato si ricordava di un irrinunciabile impegno altrove.

Era un uomo contraddistinto dalla pacatezza nell’indole e dalla frugalità nel quotidiano, imposta anche dalle risicate possibilità economiche. Non conobbe mai un grande successo editoriale.

I titoli dei suoi volumi sono anch’essi indicativi del minimalismo ante litteram che lo qualificava: Pianissimo, Rimanenze, Trucioli, Scampoli, Fuochi fatui, Cartoline in franchigia.

I suoi versi e le sue prose parlavano di natura, di aspetti  intimi e semplici del vivere quotidiano: e non inseguivano, né nel linguaggio né nei contenuti, la moderna ricerca della provocazione e della rottura fine a se stessa. Non scriveva per compiacere o per stupire, ma per rispondere a uno stimolo interiore genuino, ciò che gli imponeva di scarnificare le parole nella lucida ricerca del termine più appropriato.

A riprova della sua elusività, prima di morire ebbe la benevolenza di bruciare molti dei suoi scritti preparatori, lasciando ai posteri solo le versioni che erano per lui definitive, in modo da evitare lo sfrugugliare post mortem sull’evoluzione della sua poetica e sulla sua vita privata.

La stessa meticolosità che lo distingueva nello scrivere, nella ricerca di un linguaggio il più possibile sobrio, la riversò anche nelle ricerche botaniche, tanto da diventare uno dei lichenologi più importanti dell’epoca, pur essendo un autodidatta: le sue collezioni sono conservate in giro per il mondo.

Che cosa sono i licheni se non “esistenze in sordina”, capaci di abitare dove la gran parte degli altri esseri viventi non riesce a sopravvivere e, con le loro peculiarità, di creare le condizioni ambientali idonee affinché quelli più “evoluti” colonizzino in un secondo tempo?

Anche la società umana ha bisogno di “esistenze in sordina” come fu quella di Camillo Sbarbaro. Lei non lo sa, e probabilmente neppure è necessario che ne sia cosciente. Ciò che conta è che la specie umana abbia in sé gli anticorpi per generare persone che vivano in punta di piedi, ricercando l’essenzialità nelle azioni e nelle parole, l’elusività della mitezza, il discernimento tra apparenza e concretezza.

C’è speranza che queste esistenze creino, nonostante tutto, l’humus per un substrato della selva umana migliore.

Passiamo ai fatti, sarà meglio che vada ad aprire le finestre, c’è sentore di sottobosco.

Un viandante parte in sordina

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 8, gennaio 1998

Gianmaria se n’è andato l’estate scorsa. Come un autentico viandante, schivo di compianti e di commiati, ha raccolto il suo zainetto e in punta di piedi si è incamminato per l’ultimo viaggio. Ha salutato solo i famigliari, preferendo serbare intatta per gli amici l’immagine di un arguto commensale, di un interlocutore tanto intelligente quanto modesto e disponibile. Ha voluto andarsene con la stessa discrezione e dignità con le quali aveva camminato lungo la vita: e, conoscendolo, anche queste poche parole in suo ricordo gli parrebbero di troppo. Ma siamo convinti che in fondo non gli dispiaceranno, perché dettate da un’amicizia e da una stima sincere.

Proprio nello scrivere queste righe ci siamo resi conto che in fondo Gianmaria ha realizzato quello cui ciascuno di noi, più o meno consciamente, aspira: vivere (e quindi anche morire) con stile. Il suo stile era semplice: viveva ogni situazione con ragionevolezza, coerenza, autoironia e positività, nel pensare come nell’agire, e adottava questo atteggiamento come un valore in sé, indipendente da ogni assunto ideologico, politico o confessionale. Si rapportava agli altri per quel che erano, e non per quel che avrebbe voluto che fossero: ma senza per ciò rinunciare a credere che una società di esseri umani può e deve essere migliore di un branco di lupi.

Una scelta di questo tipo prescinde da ogni grande sogno di redenzione, dall’alto o dal basso, terrena o celeste che si voglia: esige il coraggio di prendere atto della realtà e di assumersi nei confronti di quest’ultima una piena responsabilità personale. Significa non ritrarsi di fronte all’idea che la propria vita non sarà riscattata da un premio ultraterreno o iscritta in un superiore disegno storico, e che sta a noi, e solo a noi, riempirla di senso, qui e subito.

Lo “stile” potrebbe anche sembrare un ripiego, un surrogato consolatorio del senso perduto dell’esistere, giustificato dal crollo, attorno a noi, di tutte le impalcature di significato che hanno aiutato l’umanità, bene o male, a crescere. Morto il sacro, tramontate le ideologie, finiti in liquidazione anche i miti del benessere e del successo, lo stile parrebbe essere tutto ciò che ci rimane. In realtà è di più, è ciò cui siamo finalmente liberi di aspirare. Finalmente, perché a dispetto di tutte le apparenze oggi più che in ogni altra epoca è possibile vivere con dignità, senza scendere a continui compromessi con gli altri e con noi stessi, e senza imporre a noi stessi e agli altri alcuna gabbia etica. È possibile soprattutto vivere una dignità spontanea e serena come quella di Gianmaria, del tutto aliena da astio e frustrazioni o da una sdegnosa sufficienza, ma al tempo stesso civilmente e apertamente intollerante verso la stupidità conclamata.

È possibile, certo, ma non è facile. E non è sufficiente volerlo: perché “questo” stile uno non può costruirselo, e nemmeno lo può ereditare dai maestri che si è scelto. Non è un abito che ci possiamo adattare addosso. È l’atteggiamento naturale che nasce da una sensazione: quella di essere nella direzione giusta, ma di avere ancora un sacco di strada da percorrere. Di essere un eterno viandante. Come Gianmaria.

 

Il mio tarlo si chiama Fabrizio

di Paolo Repetto, 1996

Non so se esistano gli angeli custodi. A giudicare dalla mia esperienza direi proprio di no, sarei più propenso a credere in spiritelli maligni e dispettosi. So per certo invece che esiste una “presenza”, qualcosa che è stato definito come “tarlo della coscienza”, e che nel mio caso non si limita a lavorare da dentro, ma assume anche sembiante umano, si incarna in un correlativo oggettivo. Il mio tarlo si chiama Fabrizio. Fabrizio è una sorta di custode del Graal, e quel Graal è l’immagine di me che lui ha, che io ho provveduto a creare e che io stesso vorrei avere, ma non ho, perché non corrisponde a quello che sono, ma solo a quello che vorrei e che, almeno in parte, potrei essere. Incarna perfettamente questo ruolo; è silenzioso, quasi muto, non avanza pretese, non esprime giudizi, e quindi non ti dà modo di cercare delle giustificazioni. È un formidabile convitato di pietra che non ha bisogno di parlare, ma si limita a porgerti lo specchio, quel ritratto di Dorian Grey alla rovescia nel quale riconosci a stento i tuoi lineamenti e prendi coscienza del tuo deviare dalla via. La cosa straordinaria è che nel fare questo non risulta mai ossessivo, irritante, non ti induce a trincerarti dietro il solito “ma cosa vuoi, cosa volete tutti”: ti obbliga solo a riflettere, perché sai che lui sa, ed è inutile raccontar palle.

Non credo sia facile fare il tarlo. Non penso nemmeno ci si possa educare ad una funzione così delicata. Bisogna nascerci. Poi magari viene naturale, ma è comunque impegnativo. Occorre risultare in primo luogo assolutamente coerenti. Non puoi chiedere agli altri di essere seri con se stessi se non lo sei tu per primo, e sempre. È altrettanto necessario, poi, essere disponibili, affidabili, efficienti. Non per porsi al servizio della coscienza da tarlare, ma per non lasciare a quella coscienza vie di recriminazione e di fuga. Ma le due doti davvero indispensabili sono l’umiltà e la discrezione.

L’umiltà è oggi la più misconosciuta delle virtù, anzi, probabilmente non viene nemmeno più considerata tale. Ne esiste in giro talmente poca che ci siamo disabituati a riconoscerla, e tendiamo piuttosto a confonderla con l’arrendevolezza o con la modestia. Ma la vera umiltà non è né dimessa né arrendevole, anzi, è quanto mai orgogliosa e battagliera: perché nasce dalla consapevolezza, di sé prima di tutto, e per estensione degli altri, e la consapevolezza è coscienza dei limiti, e la coscienza dei limiti è l’unica condizione per affrontarli e superarli. Non è una virtù comoda, esige abnegazione, perseveranza, fierezza, e in apparenza gratifica ben poco; per questo chi se ne intendeva prometteva agli umili il regno dei cieli, lasciando intendere che per quello terreno c’erano poche probabilità. Difficilmente Fabrizio sarà un personaggio di successo, proprio perché non è un personaggio, non si adatta a recitare una parte. È un aristocratico genuino, e il suo regno, quello della sua coscienza, lo ha saldo in pugno.

 

Se l’umiltà è rara, la discrezione è ormai come Bin Laden: tutti ne parlano, nessuno sa dov’è. Quando si debbono fare norme per difendere la sfera del privato, e se ne demanda l’applicazione ai tribunali, è segno che gli argini sono crollati da un pezzo e stiamo annaspando nel fango. Non solo la discrezione non è praticata, ma è volgarmente irrisa, perseguitata per il suo rifiuto alla spettacolo. E tra i persecutori non ci sono soltanto quelle mandrie di imbecilli che si accalcano sulle soglie degli studi televisivi, aspettando il loro turno per potersi pubblicamente sputtanare; ci siamo anche noi, ormai irrimediabilmente affetti dall’incontenibile diarrea di sentimenti e di emozioni che ci rovesciamo addosso l’un l’altro. Tutti, tranne Fabrizio. Come i gatti, Fabrizio non sporca in pubblico: e nemmeno si sporca con i fatti altrui. Ascolta, annota mentalmente, salva e chiude. Pronto a pescare nell’archivio, quando ne hai bisogno, ma mai a sbatterti in faccia quel che avevi detto o fatto o promesso. Il fatto è che tu sai dall’archivio, e patisci quello sguardo che non ti interroga, quella presenza che non si impone, tanto quanto la desideri e la ritieni indispensabile. Non te ne rendi conto, ma è il tarlo che sta lavorando.