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Una scrittura antisemita rosso pallido

(da: Sette buoni motivi per essere scorretto)

di Paolo Repetto, 31 gennaio 2020

I titoli dei miei pezzi a volte ingannano, perché li scelgo più per come suonano che per quel che annunciano. In questo caso però non c’è nessun inganno: ho scritto “antisemita” volutamente, per parlare di qualcosa (e di qualcuno) che con l’antisemitismo professa di aver nulla a che fare. Ma così non è.

Sono arrivato a Leonardo Tondelli attraverso un singolare post segnalatomi da un amico, “Parlo di teologia, io?”, nel quale si prende spunto da Gregorio di Nissa per stigmatizzare l’odierna riscossa degli incompetenti. Il pezzo mi ha incuriosito e sono quindi andato a leggere altri suoi interventi, che compaiono soprattutto sul blog Leonardo e sul sito The Vision e spaziano da “Se i Beatles nascessero oggi avrebbero davvero lo stesso successo?” a “Il signore degli Anelli è un’opera razzista?”, passando per Greta Tumberg e sul perché gli insegnanti hanno abbandonato la sinistra. Ho avuto conferma che si tratta di una persona intelligente, anche se per i miei gusti un po’ troppo legata a vecchi mitologemi della sinistra: sa scrivere, ama le storie a fumetti di Gérard Lauzier, è divertente e interessante da seguire.

Tutto questo fino a quando non mi sono imbattuto in un intervento dal titolo: Israele ha bisogno di Hamas, i palestinesi no. In pratica, vi sostiene Tondelli, se Hamas non ci fosse Israele dovrebbe inventarlo, e forse lo ha davvero inventato. Perché l’esistenza di Hamas scredita agli occhi dell’Occidente tutta la causa palestinese e giustifica le reazioni spropositate degli israeliani contro la striscia di Gaza. Ad ogni nuovo disordine o azione terroristica promossa da Hamas il perfido Netanyahu si frega le mani.

Anche questa analisi ha una sua logica, e senz’altro un fondo di verità. In effetti, il risultato di immagine è quello. Perché allora, mi sono chiesto, non mi convince? E anzi, mi ha disturbato?

A quel punto tutta una serie di piccoli tasselli che le precedenti letture avevano sparso sul tavolo ha trovato collocazione: si è composto quel quadro che già prima intravvedevo, ma sfocato.

Il fatto che l’analisi di Tondelli sia a suo modo corretta non significa infatti che non sia anche ambigua. Per falsare la verità non è necessario stravolgerla: è sufficiente non raccontarla tutta, o raccontarla da un solo punto di vista, o “virare” di particolari sfumature la narrazione. Ed è proprio ciò che Tondelli fa, a dispetto dell’apparente equità nel condannare sia Israele che Hamas.

Ora, io non penso che Tondelli abbia alterato con malizia la verità dei fatti. Penso anzi sia in buona fede, sia davvero convinto di ciò che dice. Ma è proprio per questo motivo, perché non è un ciabattone alla Vauro o un buffone in cravattino alla Fusaro, che il suo pezzo mi ha colpito. A parer mio è esemplare dell’ambiguità di fondo, parzialmente inconscia, molto strisciante ma chiaramente percettibile, che caratterizza l’atteggiamento di tutta la sinistra, e non solo di quella italiana, nei confronti del “problema ebraico”.

 

Dell’ambiguità di Tondelli (ovvero di quella di tutta la sinistra “intelligente”) ho avuto conferma in prima battuta tornando a curiosare tra le cose da lui postate. Tondelli scrive molto, su diversi blog oltre che sui quotidiani, ma tra questo molto non ho trovato un solo suo pezzo dedicato, che so, a quanto sta succedendo in Tibet, in Birmania o in Indonesia, o nel Kurdistan, in Turchia e in Africa. Nel mondo attuale le minoranze perseguitate, oppresse o sterminate, si contano a decine, per parlare solo delle situazioni più eclatanti: ma il rilievo che tutte assieme sembrano avere (non solo per lui, ma per la stragrande maggioranza) non è minimamente paragonabile a quello dato alla vicenda palestinese. Si, qualcuno ogni tanto ne scrive, missionari, attivisti dei diritti civili, giornalisti a caccia di notizie inedite. Ma tutto finisce lì. Provate a ricordare qual è l’ultima volta in cui avete sentito parlare dei Karen in Birmania, degli Uiguri in Cina, degli Harratin in Algeria e Marocco.

La replica più istintiva a un appunto del genere è abbastanza scontata: ci risiamo, quando non si vuole riconoscere o affrontare un problema si svicola accampando che ce ne sono ben altri. Ma non è certo questo il mio caso: il problema voglio infatti affrontarlo eccome, anzi, voglio andare proprio alla radice. Questa replica potrebbe avere poi anche un corollario: Tondelli parla evidentemente delle cose che lo interessano e che conosce. Perché delle altre non parli tu? Già, è vero, dovrei cominciare a farlo. Ma non l’ho fatto (o l’ho fatto solo parzialmente) per due motivi. Primo: non sono né un giornalista né uno scrittore professionista, non parlo da tribune “qualificate”, non arrivo ad un grosso pubblico (se per questo, neanche ad uno piccolo), per cui le mie analisi sono del tutto ininfluenti, si riducono ad un puro esercizio letterario. Secondo: non ho alcuna pretesa di fare l’osservatore e il commentatore politico. Mi limito a esprimere per iscritto impressioni e perplessità, come in questo caso, e a farle conoscere agli amici attraverso il sito, in attesa di discuterle poi con le gambe sotto il tavolo. Non ho sinceramente le competenze per esprimere un punto di vista significativo, ma forse ne ho a sufficienza per cogliere le incongruenze di quelli altrui. Funziono, diciamo così, un po’ da filtro. Ma dal momento che sento come un dovere tenermi informato (è il minimo che si possa fare quando si gode – temo ancora per poco – di una situazione privilegiata come la nostra) vorrei avere accesso ad una informazione libera da pregiudizi. Quanto a Tondelli, fa molto bene a parlare soltanto delle cose che conosce, è onestà professionale. Ma non riesco a togliermi il sospetto che non si tratti solo di questa, e voglio appunto spiegare il perché.

Per intanto, rispondo ad altre possibili obiezioni. Si potrebbe sostenere che la questione palestinese ha più rilievo semplicemente perché tocca un’area a noi più vicina e perché dura da più tempo: ma non regge. Quanto alla vicinanza, e quindi al fatto che ci coinvolga direttamente, forse dovremmo fare un po’ più di attenzione a quanto accade ad esempio in Africa, dove la Cina sta acquistando silenziosamente interi stati ed è praticamente ormai padrona di tutta la costa orientale, dall’Etiopia al Mozambico. Masse enormi vengono, sempre in perfetto silenzio, fatte sloggiare, creando un effetto a catena le cui onde si rifrangono poi sulle nostre coste: quelle almeno che non si perdono tra le sabbie del deserto. E cose analoghe accadono un po’ dovunque, in Asia (dove le comunità cristiane stanno letteralmente dissolvendosi) come in America Latina (dove a sparire sono popolazioni già confinate da secoli ai margini). Quanto invece alla durata, la questione curda è aperta da assai più tempo di quella palestinese, e quella tibetana ne è coetanea. E la prima alimenta un’onda migratoria che investe l’Europa con ben maggiore rilievo che non quella palestinese. Quindi non possono essere questi i motivi della minore attenzione suscitata.

Nemmeno può esserlo infine il peso del sangue versato, quello delle vittime. I cinquant’anni di conflitto tra Israele e i palestinesi hanno prodotto un numero di vittime civili (meno di diecimila, sommando anche quelle israeliane, in un rapporto di uno a sette) cento volte inferiore a quello delle vittime tibetane o indonesiane. Delle altre si è perso il conto.

Non voglio però perdermi a confrontare cifre per stilare delle graduatorie dell’orrore: i morti palestinesi, così come quelli israeliani, quali che siano i numeri, sono comunque intollerabili: e nemmeno credo si debba cercare di spostare un po’ di attenzione dalla Palestina per spalmarla sul resto del mondo. Al contrario. Semmai, sarebbe opportuno che a quanto accade nel resto del mondo ne fosse riservata altrettanta. È un argomento che ho già affrontato altrove, cercando di darmi una spiegazione storica del perché di una simile disparità di trattamento. Nel frattempo però ho maturato la crescente convinzione che le motivazioni profonde siano più complesse.

 

E questo mi porta al dunque. Allora: chi si riconosce nella “sinistra” si premura in genere di tenere ben distinto il proprio antisionismo – ovvero il rifiuto della politica (ma sotto sotto anche dell’esistenza) di Israele – dall’antisemitismo, ovvero dall’odio antiebraico, quale che ne sia la matrice. Del resto, allo stesso modo chi professa la sua avversione per motivazioni religiose precisa che il proprio non è antisemitismo, ma antigiudaismo. Quindi l’antisemitismo ufficialmente è un sentimento proprio solo della destra, l’antisionismo è invece un chiodo fisso della sinistra. Ebbene, la mia opinione è che l’antisionismo (come del resto l’antigiudaismo), lo si voglia o no, trasuda antisemitismo da tutti i pori anche nelle persone apparentemente più corrette e imparziali. Proprio di questo voglio parlare: perché c’è qualcosa nel sentire antiebraico della sinistra che a mio parere non trova più nella storia una spiegazione convincente.

Io credo si possa parlare ormai di una reazione di origine “epigenetica”, nel senso di un qualcosa che si è radicato nel DNA collettivo, di un rifiuto divenuto nel tempo istintivo, trasversale alle ideologie, alle appartenenze, alle mode. Come se nel corso degli ultimi tremila anni si fosse verificata una mutazione di matrice culturale che ha trovato sfogo e insieme alimento nelle successive identificazioni al negativo degli ebrei (deicidi, usurai, untori, parassiti, servi dell’assolutismo, icone del capitalismo, complottisti, speculatori, ecc …): un’allerta che fa scattare l’insofferenza, la diffidenza e la condanna nei loro confronti anche in assenza di una qualsivoglia concreta motivazione (che non vuol affatto dire giustificata, ma semplicemente in qualche modo tangibile).

 

L’idea che sta al fondo è quella di un “peccato” originale dal quale il popolo ebraico non si è mai redento, di un qualcosa di guasto e di perverso nella sua stessa natura. In effetti, anche quando questa idea veniva ancora espressa in termini religiosi, nessuno poi credeva davvero nella conversione degli ebrei (le vicende della Spagna e le sentenze dell’Inquisizione stanno a dimostrarlo). Lo stesso è accaduto quando il confronto con gli ebrei si è trasferito sul piano economico e politico, dopo l’emancipazione, perché i loro successi sono stati immediatamente interpretati come gli indizi di un grande complotto. Sono stati in sostanza tradotti in un linguaggio laico tutti gli stilemi dell’antiebraismo religioso. Da ultimo questa idea è stata riformulata in termini scientifici, attraverso l’identificazione di una “razza” ebraica. Ciò non lasciava più spazio a soluzioni di compromesso, conversioni o ghettizzazioni o limitazioni economiche, e chiaramente non poteva che condurre al progetto del loro sterminio.

Il paradosso è che nel frattempo, vale a dire nel corso di quasi tutto l’Ottocento, i pensatori considerati più vicini all’ideologia razziale della destra, o addirittura i suoi principali teorici, da De Gobineau a Nietzsche, hanno letto l’identificazione di una razza ebraica in positivo (nel senso almeno che gli ebrei avrebbero conservato “puro” il loro sangue), mentre al contrario i padri dell’ideologia di sinistra, da Proudhon a Marx, l’hanno declinata in negativo, adeguando al nuovo contesto economico e sociale gli antichi stereotipi (e creandone altri).

Ma, al di là dell’uso strumentale che dell’odio antiebraico hanno fatto negli ultimi due millenni tanto il potere religioso quanto quello politico, i reazionari come i rivoluzionari, i regimi di ogni colore, c’è una ragione che spieghi il perché gli ebrei siano diventati il capro espiatorio per eccellenza? Beh, ce ne sono diverse, non ultima il fatto che ciò malgrado siano ancora lì (Tondelli direbbe che se non ci fossero bisognerebbe inventarli?): ma tutte, compresa quella che ho appena citato, fanno capo ad una fondamentale. Gli ebrei danno fastidio non tanto per quel che sono (cosa sono poi, un popolo, un’etnia, una razza, una nazione, una collettività religiosa?) ma per lo specchio impietoso che rappresentano. Per qualche motivo che non voglio indagare in questa sede, comunque legato alla loro condizione iniziale e al tipo di religiosità che tale condizione ha espresso, sono diventati la macchina radiogena che mette a nudo la condizione assieme assurda e libera dell’uomo. Un dio come il loro, così paradossalmente lontano, assente, silenzioso, invisibile, addirittura innominabile, non può che costringere l’individuo a confrontarsi con la propria libertà, che è al tempo stesso responsabilità. Al di là di tutta la rielaborazione cabalistica e rituale e sacerdotale, il messaggio è: può anche darsi che il Messia prima o poi arrivi, ma tu per intanto sai cosa devi fare, e fallo. Non te lo deve spiegare nessuno: hai la tua coscienza. Non è consentita alcuna scusa o consolazione, non c’è santo cui votarsi per l’aiutino. Questo è lo “scandalo” che l’umanità da tremila anni legge riflettendosi negli ebrei, e che rifiuta di accettare. Gli ebrei hanno inventato la coscienza, scriveva Hitler: ed era proprio questo che non perdonava loro.

Ma non era l’unico, naturalmente. Questo tipo di reazione è divenuto negli ultimi tre secoli (proprio dall’emancipazione degli ebrei in poi) un carattere acquisito, e ciò è valso in egual misura, sia pure con sfumature diverse, per entrambe le categorie politiche nate con la modernità, tanto per la destra che per la sinistra. È un carattere che ha nulla a che vedere con la sopravvivenza della specie, ma molto con l’angoscia che la consapevolezza della sua differenza, della sua eccezionalità, le suscita. E che si esprime, si mette in moto anche quando il pericolo non c’è, anzi, se lo inventa per giustificare la propria paura e la propria reazione irrazionale. Non che l’antisemitismo del passato fosse dettato da motivazioni razionali, ma almeno le cercava, le inventava. Quello odierno non sente nemmeno più questa necessità: non è un caso che oggi dilaghi in nazioni come la Polonia o l’Ungheria, dove di ebrei non è rimasta nemmeno più l’ombra, ma anche in Francia, dove la presenza ebraica si è praticamente dimezzata nei primi venti anni di questo secolo, o in Inghilterra: e che in Italia sia diffuso soprattutto tra gente che un ebreo non l’ha mai conosciuto, e men che mai conosce la storia del popolo ebraico, o la sua religione.

Ora, nel pensiero reazionario l’odio antiebraico conserva il suo stigma religioso e razziale: gli ebrei sono odiati da sempre come eretici, come diversi, e dall’avvento della modernità come portatori di caratteristiche “razziali” negative. In più, dopo l’emancipazione, sono visti da un lato come mestatori, potenziali rivoluzionari, eversori di ogni potere costituito, dall’altro come concorrenti temibili e sleali.

In quello della sinistra l’odio ha caratterizzazioni più complesse. Non c’è dubbio che in personaggi come Proudhon fosse ancora debitore di un rancore antico (le motivazioni che adduce sono esattamente le stesse portate da ultrareazionari come De Maistre e De Bonald), ma già in Marx la connotazione che troviamo è diversa. Come dicevo sopra, ho trattato lo stesso argomento, in maniera piuttosto dettagliata, in Chi ha paura dell’ebreo cattivo?, e per evitare di ripetermi rimando a quelle pagine. Il cui succo è poi in sostanza che ciò che accade per la vicenda palestinese è solo un esempio di una disposizione che va ben oltre, di una ripulsa aprioristicamente opposta quando ci sono di mezzo gli ebrei.

 

Voglio esemplificare questa affermazione con un caso, uno tra mille, ma estremamente significativo: l’unico nome universalmente conosciuto, e altrettanto universalmente deprecato, di un finanziere che gioca con la speculazione è quello di George Soros, ebreo di origine ungherese. Ho fatto una piccola indagine tra gli amici: tutti sanno chi è Soros ma nessuno sa cosa abbia davvero fatto o stia facendo, e soprattutto nessuno conosce altri nomi di grandi speculatori, malgrado nella graduatoria degli avventurieri della finanza il nostro ne abbia davanti decine. Tutti, però, manifestano nei suoi confronti quando va bene sospetto, molto più spesso una vera e propria avversione. Penso che se l’indagine fosse ripetuta su scala nazionale darebbe identici risultati.

Ora, Soros può piacere o meno, è indubbio che eserciti una grande influenza attraverso la sua Open Society Foudation, e lui stesso non fa mistero di volerla esercitate: ma i finanziamenti elargiti da questa fondazione (che assommano sino ad oggi a circa tredici miliardi di dollari, a fronte di un patrimonio personale nel 2018 di quasi otto) vanno a organizzazioni che promuovono i diritti civili, la democrazia, la difesa di minoranze discriminate come quella dei Rom, l’accoglienza dei migranti, ecc … Non sono equamente ripartiti, nel senso che nulla arriva alle organizzazioni di destra, e questo per chi non è di destra dovrebbe essere un merito. Il tutto, chiaramente, è ispirato da una idea del mondo e dei rapporti umani e sociali che Soros ha ereditato direttamente da Popper, suo docente all’università, e mira a diffondere. Lo ha anche spiegato in diversi saggi. Un’idea che ha come valore fondamentale la libertà, nell’agire politico, in quello sociale e in quello economico, e che quindi non sempre combacia con quelle della sinistra classica. Le intenzioni, chiamiamole pure le ambizioni, di Soros sono dunque perfettamente conosciute: è tutto alla luce del sole. Eppure sembrano tutti unanimi nel considerarlo il “grande burattinaio”.

Che la destra dipinga quest’uomo come un’eminenza grigia in grado di muovere le fila della politica mondiale, da combattersi quindi con ogni mezzo, comprese (anzi, soprattutto con) la calunnia e le false notizie, non stupisce. È diventato una sorta di Emmanuel Goldstein, il nemico del partito dominante nell’Oceania di Orwell, che la propaganda di regime addita ai cittadini perché scarichino su di lui i due rituali minuti d’odio. Salvini e Trump lo chiamano in causa persino se piove, i siti nostalgici ci ricamano su le trame di un grande complotto, rifacendosi né più né meno al Priorato dei savi di Sion. E direi che non deve nemmeno stupire il fatto che gli stessi attacchi, con le identiche motivazioni e raccontando le stesse falsità, arrivino anche dalla sinistra più estremista. Perché, parliamoci chiaro, qui non si tratta di destra o di sinistra, di possibili diverse visioni del mondo: qui stiamo parlando o di marpioni che giocano la vecchia carta del capro espiatorio e riescono a farsi seguire da una maggioranza rancorosa di poveri di spirito, o di poveri di spirito cresimati alla lotta senza quartiere al capitale prima aver raggiunto l’età della ragione, e quindi incapaci di pensare con la propria testa, fermi a stereotipi che già avevano poco senso un tempo e che con la realtà attuale hanno più nulla a che vedere. Qui le idee non c’entrano nemmeno di striscio: è anzi l’assoluta mancanza di idee che crea gli spazi nei quali coltivare il sospetto.

Ma il problema vero è che il ruolo di burattinaio viene rinfacciato a Soros anche da quella che sino a ieri era considerata la sinistra pensante, per distinguerla da quella berciante. Mossa magari in maniera più soft, sussurrata o appena allusa anziché urlata, l’accusa è la stessa: usa il suo potere economico per influenzare l’opinione pubblica. Santo cielo! Certo che cerca di influenzare l’opinione pubblica, e certo che lo può fare perché ha i soldi. È sempre stato così, da Pericle ai Medici fino a Trump: non si vede dove stiano la novità e lo scandalo. O meglio, lo scandalo c’è sempre stato, e consiste soprattutto nel fatto che l’opinione pubblica si lasci influenzare, mentre la novità è semmai che per farlo Soros ha rinunciato alla gran parte del suo patrimonio. Non sarà san Francesco, ma lo stile è quello.

A motivare il sospetto non è dunque la consistenza dei finanziamenti, perché Bill Gates ha sborsato quasi il doppio e nessuno, tranne i quattro mentecatti di cui sopra, ne mette in dubbio la buona fede; e nemmeno la loro destinazione, perché l’obiettivo è in fondo “progressista” e la gestione finanziaria, proprio per non dare adito alle critiche, è la più trasparente che si conosca. E neppure vale a sottrarlo all’antipatia il fatto che rifiuti di finanziare in qualsiasi modo Israele, e il sionismo in generale, che considera promotore di una politica illiberale e suicida. Quindi, se il problema vero e unico fossero Israele e il sionismo, con un anti-sionista dichiarato e militante non dovrebbero esserci problemi. Invece no, i problemi ci sono: perché evidentemente la vera ragione di tanto astio, manifesto o meno, sta nel fatto che tratti di un ebreo, e come tale in automatico sia considerato legato a forze oscure per perseguire un disegno di dominio e distruzione.

Non ho scelto l’esempio di Soros a caso: dimostra che si può essere antisionisti anche senza essere antisemiti. Ma paradossalmente gli unici che riescono a tener separate le due cose sono proprio gli ebrei. E Soros non è un caso unico: tutt’altro. Tralascio di parlare dell’antisionismo ebraico di matrice religiosa, legato all’ortodossia dalla Torah, perché è solo una forma diversa di integralismo. Mi riferisco invece all’antisionismo motivato (e sofferto, e coraggioso) di gente che pensa con la propria testa anziché con quella dei rabbini. È decisamente antisionista, ad esempio, George Steiner, sia pure per ragioni diverse da quelle di Soros (cfr. il mio Sottolineature): e lo è Edgard Morin, così come lo erano Hannah Arendt e Zygmunt Bauman, Albert Einstein e Primo Levi, e come lo era, con la sua consueta lucidità, Tony Judt (del quale raccomando la lettura di Israel: the alternative. Una proposta che condivido solo in parte, ma che nasce da un’analisi incredibilmente realistica e obiettiva della situazione).

Mi si potrebbe obiettare che, certo, per un ebreo è facile non essere antisemita. Non è così. Esiste anche quello che viene definito “odio di sé ebraico”, quello raccontato da Theodor Lessing e personificato ad esempio in filosofia da Otto Weininger e nella squallida realtà odierna da personaggi come Dan Burros, un ebreo membro del Partito Nazista Americano. Quindi, gli ebrei sono i primi a non farsi sconti.

 

A questo punto però è opportuno (e onesto, soprattutto) che inserisca un paio di precisazioni relative alla mia posizione. Allora: condivido di Soros l’idea del primato della libertà, non condivido invece l’idea che ha della libertà, perché la sua concezione è collegata ad una valutazione fortemente positiva del fenomeno della globalizzazione, agli antipodi di ciò che penso io. Non difendo quindi le sue idee e le sue iniziative, ma il suo diritto ad avere delle idee e a prendere delle iniziative senza portarsi dietro una stigmatizzazione pregiudiziale.

La seconda precisazione riguarda Israele (e il sionismo). La politica attuata oggi da Israele in Palestina non mi piace, segue la stessa logica dei “cuscinetti” difensivi perseguiti a suo tempo da tutti gli stati nazionali, europei e non, e da quelli coloniali: con le idealità del sionismo originale, che prevedeva uno stato socialista e aperto, non ha più alcun legame (per cui anche la dicitura di “anti-sionisti” per gli oppositori dello stato ultra-ebraico odierno è assolutamente impropria). Ma sono comunque convinto del diritto di Israele ad esistere, sia pure in altra forma. E ritengo tra l’altro che la sua politica attuale sia dettata in gran parte proprio dal fatto che gli altri non la pensano affatto così. È ipocrita fingere di dimenticare che nelle carte costitutive dell’Olp prima e di Hamas oggi è indicato come obiettivo principale quello di “sollevare la bandiera di Allah sopra ogni pollice della Palestina”, cioè di eliminare lo Stato di Israele, “perché la Palestina è terra islamica affidata alle generazioni dell’islam sino al giorno del giudizio”. In altri termini, qui si parla di liquidare o cacciare a mare tutti gli ebrei. E non è una formulazione retorica, perché con quattro guerre in venticinque anni a renderla fattuale ci hanno provato tutti gli stati arabi del Vicino Oriente. Quanto al tema dei profughi, andrebbe ricordato, se si vuole impostare un discorso serio, che della popolazione israeliana fanno parte anche gli oltre seicentomila ebrei che dovettero sloggiare alla svelta dagli stati arabi all’epoca della guerra del 1948. E che, a rigor di termini, in quella circostanza le ondate principali dell’esodo palestinese precedettero l’azione militare israeliana e furono provocate in primo luogo dalla fuga dei capi e delle classi dirigenti, che scatenò il panico e diede un pessimo esempio, e poi dagli ordini di evacuazione impartiti dal Supremo Comando Arabo, che incoraggiava i palestinesi a rifugiarsi in “aree sicure”. Da parte israeliana non si fece certamente nulla per trattenerli, ma non fu nemmeno mai diramato un ordine di espulsione (ciò non toglie che l’Haganah e l’Irgun abbiano provveduto in proprio a “sgomberare” villaggi arabi, e che alla fine del conflitto le autorità israeliane abbiano attuato un’opera di “ripulitura” delle frontiere). Il fatto poi che a questi profughi non sia stato consentito rientrare, attiene già ad un altro discorso, molto più complesso. Mi preme solo che quando si parla di queste vicende si tenga davvero conto di tutti i dati.

 

Ma torniamo ora a Tondelli. Tondelli a Soros non fa cenno, ma dietro il suo discorso, chissà perché, mi pare di scorgerne l’immagine. Sceglie di parlare (solo) della Palestina perché evidentemente è un argomento che conosce bene, e non lo metto in dubbio: quello della Palestina è da decenni un chiodo fisso delle sinistre, uno di quelli che meglio hanno resistito all’usura del tempo. Ha anche resistito agli scandali legati alla gestione Arafat e alla strumentalizzazione dei poveri cristi di Gaza da parte di Hamas, cosa che peraltro Tondelli stigmatizza correttamente.

È il tono generale dell’articolo però a parlare. Il confronto tra le cifre è costante: “Nel 2014 l’operazione Margine di Protezione causò più di 2000 morti tra i palestinesi (di cui la metà civili) e 71 vittime israeliane. Nel 2009, l’operazione Piombo Fuso aveva visto una sproporzione di uno a cento: tredici vittime israeliane, circa un migliaio di palestinesi”. Mi viene in mente, en passant, che nei campi di sterminio nazisti la sproporzione fu di zero tedeschi contro oltre quattro milioni di ebrei (stima minima). Se di cifre dobbiamo parlare … La popolazione palestinese, quella che ha votato a stragrande maggioranza per Hamas, e quindi per il suo programma di guerra totale ad Israele, è raccontata come incolpevole vittima presa in mezzo tra le astuzie dei due contendenti: “Nell’ultimo mese sono morti più di sessanta palestinesi, alcuni dei quali, forse, nel modo più assurdo che potessero “scegliere”: cercando di varcare il confine della Striscia davanti ai cecchini. Qualcuno non aveva nulla da perdere; qualcun altro eseguiva gli ordini o pensava alla pensione che Hamas paga ai parenti di ogni martire. Ora sono tutti morti e l’organizzazione palestinese li reclama come suoi”. Vorrebbe dire che in realtà la popolazione palestinese è ostaggio di Hamas? A me risulta che nella fascia di Gaza ci siano state delle elezioni, quanto libere non si sa, ma che hanno dato comunque ad Hamas una vittoria schiacciante nei confronti di altre fazioni più moderate. Segno che quest’ultima è in qualche modo legittimata a rappresentare il sentire dei palestinesi. E quindi? Come dovrebbe comportarsi Israele? Pareggiare per equità il numero delle vittime, mandando allo sbaraglio un po’ dei suoi ragazzi? Ma soprattutto, venire a patti con gente talmente ubriacata dalla propaganda integralista da non voler scendere ad alcun patteggiamento? Certo, dovrebbe evitare di mandare i suoi coloni a popolare le aree conquistate: ma, siamo sinceri, questo cambierebbe di una virgola la situazione, la disposizione degli Jihadisti nei suoi confronti? Nelle uniche due occasioni in cui il buon senso aveva prevalso tra gli ebrei tutte le loro proposte sono state respinte, compresa quella della creazione di uno stato palestinese autonomo.

Sto però scendendo su un piano di polemica spicciola che mi ero proposto di evitare, e che comunque non ha a che vedere con l’argomento specifico dell’antisemitismo strisciante. Un antisemitismo “politicamente corretto”, perché ha trovato una “buona” causa dietro la quale mascherarsi. E del quale Tondelli, suo malgrado, offre l’esemplificazione.

Non è necessario, dicevo, evocare il grande complotto pluto-giudaico per esprimere l’antisemitismo. È sufficiente, in un altro articolo, Liberi e non troppo uguali a Corbyn, fare il panegirico del programma di Corbyn (cosa che non riesce difficile, se a termine di paragone si assume quello di Liberi e Uguali), della sua coerenza vetero-marxista e della sua capacità di identificare il nemico di classe e andare dritto alla sostanza dei problemi (compriamo subito ottomila case, nessuno dormirà più per strada), senza accennare minimamente al fatto che questa coerenza riguarda anche l’odio anti-ebraico. Facilmente dimostrabile. Corbyn non si esime dall’esprimere le sue antipatia nei confronti “delle politiche dello stato di Israele”. E fin qui, forzando un po’, si può ancora parlare di antisionismo. Ma partecipa anche a cerimonie in onore di terroristi palestinesi (quelli della strage di atleti israeliani a Monaco, quelli degli attentati alla sinagoga di Gerusalemme e a un ristorante della stessa città), e soprattutto, firma la prefazione di un libro nel quale si afferma che il capitalismo internazionale è controllato da uomini di “una singola razza particolare”. Ora, il libro è la ristampa di un’opera di centoventi anni fa (L’imperialismo, di John Atkinson Hobson), e la cosa ci sta: ma che nella prefazione Corbyn definisca “corretta e lungimirante” questa particolare analisi è rivelatore di qualcosa che va ben oltre l’antisionismo. Saranno dettagli, ma non mi sembrano trascurabili. Tondelli non dovrebbe trascurarli. Perché un insieme di dettagli poi forma un quadro.

E qui, arrivato a questo punto, confesso che mi accingevo a costruire un’arringa finale coi controfiocchi, circostanziando minuziosamente tutti i capi d’accusa. Non fosse che, chissà per quale ispirazione, m’è venuto in mente di digitare “Leonardo Tondelli antisemitismo”. Così, per prova, convinto di non trovare nulla. Caspita! Si è invece aperto il vaso di Pandora. L’avessi fatto prima, mi sarei risparmiato questo spiegone. Il difetto è naturalmente tutto mio, perché ancora non ho assimilato il concetto che in rete c’è già ogni cosa, e continuo a cullarmi nell’idea di essere il solo a cogliere certe sfumature. Vien fuori insomma che è in atto una guerra blogale che dura da almeno una decina anni, al cui centro c’è proprio il nostro Tondelli, accusato senza mezzi termini di antisemitismo puro e semplice. Sono citati diversi altri suoi interventi a gamba tesa, sempre preceduti o seguiti da una presa di distanza dall’antisemitismo e da una professione di antisionismo. Purtroppo col tempo il battibecco è scaduto a livelli molto bassi, da una parte e dall’altra. Si è scesi sul pesante, è scomparsa ogni traccia di ironia. Ma un paio di interventi critici significativi li ho rintracciati, e a questi vorrei affidare il compito di chiudere, almeno per il momento, il discorso. Sono, come potrete constatare, molto di parte, a metà tra l’ingenuo e il prevenuto: ma fatti e parole cui fanno riferimento sono reali.

Non è esattamente la chiusura cui avevo pensato: ma ciò che ho letto nelle due o tre ore successive sinceramente mi ha tolto la voglia di proseguire. Dal momento che quando entri nella rete non ne esci più, ho continuato a navigare da una maglia all’altra, fino ad imbattermi nel blog di Fiamma Nierenstein. La Nierenstein é un’ottima giornalista, “sionista” convinta ma abbastanza onesta da dichiarare apertamente la propria posizione e tanto intelligente da argomentarla con dovizie di motivazioni. Con queste ultime si può essere non sempre d’accordo, ma non si può negare che inducano a riflettere, che costituiscano un’ottima occasione per confrontarsi seriamente con la questione ebreo-palestinese. E invece, andando a spulciare nei commenti, si trovano soltanto insulti rabbiosi e sproloqui demenziali (Che cosa pensereste se ci fossero le prove che dei sei milioni di ebrei morti nell’olocausto si parlava già anni prima che addirittura cominciasse la seconda guerra mondiale e fossero promulgate le leggi razziali? Almeno concedereste qualche minuto per ascoltare? Il livello è questo).

Non mi scandalizzo più di tanto, so che anche l’esistenza degli idioti è da mettere in conto, senza farsi prendere ogni volta da travasi di bile (ma faccio una gran fatica, e mi scopro a mio modo razzista): sennonché, mentre sto scrivendo queste parole arriva dalla camera accanto la voce di uno speaker televisivo che commenta una ricerca dell’ISPES, secondo la quale almeno il quindici per cento degli italiani pensa che l’olocausto non abbia mai avuto luogo. Comincio a credere che per questo paese, ma in realtà per l’umanità tutta, non rimanga speranza: perché un quindici per cento di idioti certificati è un’arma biologica di distruttività inaudita (e la percentuale è calcolata senz’altro per difetto).

Altro che pandemia da Coronavirus!

 

APPENDICI

  1. Senza titolo
    Pubblicato il 10 ottobre 2013 su groups.google.com, da Gerald Bostock

Nel novembre 2012 a Roma un migliaio di bambini sono rimasti chiusi nella loro scuola, e per i genitori era impossibile raggiungerli. Questo perché, fuori dalla scuola, c’era una guerriglia urbana condotta da esagitati, alcuni dei quali urlavano slogan contro lo Stato ebraico. Per Leonardo Tondelli, che fa il professore ma non si è mai trovato rinchiuso in una scuola con una massa di ossessi al di fuori che ti vorrebbe fare la pelle,

“È un episodio triste, che mostra se ce n’è bisogno la necessità urgente di smarcare ebraismo e sionismo.”

“Necessità urgente”.

Tondelli potrebbe aiutare noi ebrei a procedere a questa opera di smarcamento. Indicandoci come fare per evitare che simili “tristi episodi” si verifichino di nuovo. Magari istituendo un apposito comitato con l’incarico di porre ebraismo contro sionismo. Idea già provata con non molto successo.

Capite? Non bisogna evitare che un gruppo di ossessi venga a urlare delle cazzate terrorizzando (letteralmente) i bambini. Bisogna urgentemente smarcare.

E se durante un corteo sindacale qualcuno deposita una bara vuota sui gradini di una sinagoga? Beh, questo succede perché gli ebrei non si “smarcano” dal sionismo. Mica per antisemitismo, no. In effetti è successo. Purtroppo non è accaduto alcuno “smarcamento”… Lo diceva, il Tondelli, che era una “necessità urgente”.

E poi il sempre efficiente (chiedete agli autonomi) servizio d’ordine della CGIL non riusciva a trovare gli autori del simpatico dono. Beh, questo succede perché gli ebrei non si “smarcano” dal sionismo. Mica per antisemitismo, no. Purtroppo non è accaduto alcuno “smarcamento”… Lo diceva, il Tondelli, che era una “necessità urgente”.

E come mai poi la bara si riempie di un cadavere? Beh, questo succede perché gli ebrei non si “smarcano” dal sionismo. Mica per antisemitismo, no. Purtroppo non è accaduto alcun “smarcamento”… Lo diceva, il Tondelli, che era una “necessità urgente”.

BTW sionismo significa sostenere lo Stato ebraico. Quello Stato che non lascia impuniti crimini come quello descritto. Ripeto: in Italia l’antisemitismo uccide. Di quel gruppo di assassini ne venne identificato uno solo, e scampò la galera. Questo in Israele non succede. Ma per Tondelli gli ebrei si devono “smarcare” dal sionismo, dalla aspirazione a vedere i criminali impuniti.

Roba vecchia? Mica tanto. Tondelli di queste cazzate è ancora convinto. Se infatti una manifestazione prende di mira gli ebrei (accusando gli ebrei di complicità in qualche crimine) i responsabili non sono quelli che berciano slogan antisemiti. No. È perché gli ebrei non si “smarcano” anche se c’è una “necessità urgente”. In breve: per Tondelli sono ebrei i responsabili (o colpevoli?) del razzismo antisemita. L’antisemitismo è colpa degli ebrei, che non si vogliono “smarcare” dalle malefatte di altri ebrei. L’avete già sentita?

Come noto, Tondelli ci ha spiegato la triste condizione dei bambini di Gaza, chiedendo ai lettori di immedesimarsi in quei bambini, senza prendere atto del fatto che non sono esattamente emaciati. I bambini di Gaza gli importano molto. Quelli ebrei di Roma, no. E nemmeno quelli di Tolosa, per dire. Infatti Tondelli si guarda bene dal farci sapere cosa proverebbe se lui fosse un insegnante che tutte le mattine deve superare un cordone di polizia per recarsi al lavoro.

E che quando la polizia non c’è, lui muore. Morirà forse per antisionismo e non per antisemitismo. Che, capite, è una differenza fondamentale. Certo, se si fosse “ smarcato”…

  1. La fragile psicologia degli antisionisti
    Pubblicato il 31 luglio 2018, su allegroefurioso.wordpress.com, da Fontana X?

In questi giorni al centro dello scontro tra ebrei inglesi e Partito Laburista non c’è la definizione di antisemitismo, che il Partito non ha problemi ad adottare, ma qualcuno degli esempi, che secondo alcuni renderebbero impossibile per il Partito appoggiare i palestinesi.

Il che è falso. La definizione è già parte della legislatura inglese e non è mai stata usata per bloccare alcuna delle molte iniziative anti Israeliane, dallo sventolare bandiere di Hezbollah durante la marcia per Gerusalemme musulmana, alle varie settimane dell’apartheid israeliano che si tengono ogni anno nelle Università, organizzate da studenti musulmani o rossobruni, o razzisti e cretini. E varie combinazioni.

Basterebbe davvero poco per abbassare le tensioni tra Partito Laburista e mondo ebraico. Accettare la definizione nella sua interezza non è una impresa sovrumana e leverebbe molti argomenti a chi accusa il Partito di antisemitismo. Un passo davvero da poco. Che Corbyn non vuole fare. Perché ha paura di apparire uno che prende ordini dagli ebrei.

Penso a Leonardo Tondelli. Quando annaspava inanellando farneticazioni sulla crisi economica decennale di Israele come origine delle velleità belliche, quando raccontava di aver giocato a “vai avanti tu che hai la faccia da ebreo” per poi affannarsi a spiegare che non lo aveva mai scritto, e i suoi divertenti contorcimenti in nome del povero contadino di Galilea cacciato dai sionisti. È stato grazie a Tondelli che ho inventato il personaggio.

Bastava veramente poco a Leonardo Tondelli per evitare di infilarsi in quel tunnel da cui è emerso coperto di pece e piume, zimbello dei lettori di Informazione Corretta. Avrebbe potuto ammettere da qualche parte che il popolo ebraico ha diritto all’autodeterminazione. Non serviva nemmeno riconoscere che questa è, o dovrebbe essere, una posizione di sinistra. Certo non impedisce alcuna critica a come Israele si comporta, o leva alcunché alle ragioni dei palestinesi. No, Tondelli ha preferito rendersi ridicolo piuttosto che muoversi concettualmente di qualche millimetro. Perché ha paura di apparire uno che prende ordini dagli ebrei.

Vado più indietro, nella Usenet a cavallo tra anni Novanta e Duemila. C’era un tale che si firmava DR e faceva il ricercatore a ingegneria. Nella sua difesa ad oltranza dei palestinesi è riuscito a infilare una serie di stereotipi antisemiti che sembrava lo Sturmer. Un suo passaggio sui tratti somatici comuni degli ebrei è diventato, come si dice oggi, virale. Doveva per forza finire così? Ovviamente no. Avrebbe potuto riconoscere agli ebrei il diritto di definirsi da soli, come lo riconosceva ai palestinesi o agli armeni.

Vi sentite un popolo? Non c’è problema, per me siete un popolo. Vi sentite una religione? Non c’è problema, siete una religione. Vi sentite una combinazione tra i due? Non c’è problema, lo siete. Avesse scritto anche solo una di queste righe non avrebbe ridotto per nulla le ragioni dei palestinesi che stavano così tanto a cuore a lui. Perché non ha fatto questo minimo passo? Per paura di apparire uno che riconosce agli ebrei troppo potere. Compreso quello di definirsi da soli.

E trovo lo stesso meccanismo in altri antisemiti militanti di sinistra con cui mi è capitato di discutere. Da quello che rifiutava di riconoscere che esistessero antisemiti a sinistra, arrivando a sostenere più o meno di conoscere tutti i votanti PCI di Bologna e dintorni. E recentemente il Grande Scrittore che non riesce ad ammettere che i morti sono terroristi di Hamas anche quando è Hamas stesso che lo dice. Anche in questi casi noto la stessa incredibile resistenza psicologica che impedisce di riconoscere anche in minimissima parte le ragioni di Israele e degli ebrei. Ed in ambedue i casi vedo la stessa paura. Se riconosco che Israele ha qualche ragione, anche una sola, anche quando è d’accordo con Hamas sul fatto che XYZ è terrorista, allora perdo. Diranno tutti che obbedisco agli ebrei.

In parte è un problema di identità. Questa gente ha in comune una identità politica che fa sempre qualche fatica ad ammettere di avere problemi con gli ebrei. Perché è un genere di identità che vuole in qualche caso sostituirsi a quella ebraica. La giustizia sociale è un valore ebraico. Ma questa sinistra tollera poco che ci siano in giro idee di giustizia sociale che provengono da altre fonti che non siano gli scritti di Marx. Se poi sono scritti più antichi diventa davvero intollerabile.

Per cui, certo, le persone elencate sopra sentono la propria identità minacciata dal fatto che gli ebrei esistono e che esistevano anche prima di Karl Marx. Ma c’è qualcosa di più dello scontro tra differenti identità che non si riescono ad amalgamare. Infatti stiamo parlando di personalità estremamente fragili. E probabilmente narcisisti. Persone con bassissima stima di sé stessi che temono che qualsiasi movimento, anche piccolissimo. possa farli cadere a pezzi.

Chi non ha paura di perdere stima di sé stesso o degli altri, non ha paura di piccoli movimenti ideologici, che peraltro lo liberano dal sospetto di essere in malafede. Difendere le ragioni dei palestinesi diventerebbe molto più efficace per Corbyn e i suoi, senza il rischio di passare per antisemita. Leonardo Tondelli avrebbe evitato di rendersi ridicolo se avesse riconosciuto il diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione. Il suo impegno per la causa palestinese sarebbe sembrato più credibile se privo di quella ostilità per gli ebrei che in tanti hanno riconosciuto come uno dei suoi problemi

Ma per una psicologia narcisista, per cui il mondo coincide con la pozzanghera nella quale ti specchi, e fuori da essa non c’è nulla, è terribile se qualcosa di esterno (le ragioni di qualcun altro) entra dentro la loro bolla. Il tuo mondo viene distrutto da qualcosa di altro, qualcosa che non puoi controllare.

Non sto dicendo che questa gente non sia pericolosa. Berlusconi è un narcisista patologico, è riuscito a conquistare il consenso di una parte consistente di italiani, forse narcisisti anche loro, che si vedevano come lui, e una volta al potere di danni ne ha fatti. Non pochi. Per cui possono giungere al potere anche questi narcisisti, i quali temono che riconoscere anche solo una ragione agli ebrei sia una minaccia mortale verso di loro e verso il loro gruppo.

Il che secondo me è uno scenario da incubo. Non per Israele, che può ovviamente sopravvivere a tutto. Il vero dramma è se questa gente si trovasse a governare una Europa che già sente la propria identità minacciata e che, con un branco di narcisisti alla guida, potrebbe perdersi del tutto.

L’utile occasione per stare ai margini

di Fabrizio Rinaldi, 20 gennaio 2019

L’uomo è geometra per diletto, muratore di mestiere.

Da quando l’umanità ha cominciato a costruire baracche e a coltivare orti prova un’irresistibile voglia di prendere misure e di conficcare cippi, per delimitare il possesso e l’uso esclusivo degli spazi. Quindi, una volta rilevate le dimensioni, il carpentiere che è in noi comincia ad innalzare barricate per resistere agli attacchi di chi è rimasto fuori.

Col tempo il geometra s’è talmente impratichito nell’arte della delimitazione da esserne incaricato in esclusiva, per tracciare le linee che definivano i rapporti tra i suoi rappresentati.

Sono nati così i politici, ma soprattutto sono comparsi i confini tra le nazioni, limiti invalicabili che andavano a troncare gli infiniti legami relazionali creatisi nei secoli tra un territorio e l’altro. L’introduzione di linee di separazione fisica, concrete o virtuali che fossero, e le subdole logiche politiche hanno persuaso alla lunga le comunità a riconoscersi in quei confini, a sentire come naturale l’appartenenza all’una o all’altra parte e a considerare chi ne rimaneva fuori come estraneo, straniero, attribuendogli requisiti negativi che ne rendevano incompatibile la presenza. Quei confini sono le righe su cui si è scritta la storia.

Ogni volta, quando la tensione lungo quelle linee si fa eccessiva, la situazione precipita: si arriva a scontri che producono inevitabili sofferenze, e poi a temporanei accordi che lentamente mutano i caratteri delle collettività separate dalle barriere e ne segnano le crescenti distanze.

Ma questo processo non è uguale in tutte le parti del mondo. Mentre ad esempio in Europa il confine identifica il limite fisico tra due mondi o culture distinguibili e riconosciute da entrambe le parti, in America la frontiera è quella linea estrema che separa dall’ignoto e dall’inesplorato: dall’altra parte c’è un territorio franco, aperto alla conquista. I fumetti e i film western ci hanno educato a considerare il significato della frontiera in maniera molto diversa rispetto a quello attribuito al confine.

Per gli americani l’idea di una frontiera da valicare divenne il mito che contribuì a saldare un coacervo di popoli dalle origini culturali differenti. Quel mito rimane vivo anche dopo il raggiungimento di entrambe le sponde degli oceani, è lo stesso in forza del quale si affrontano le frontiere scientifiche, spaziali, digitali, economiche e politiche.

Per gli europei, invece, il confine fisico è stato un elemento sostanziale per la creazione delle identità nazionali, al pari delle diverse lingue. Ha svolto una funzione eminentemente politica di separazione, di chiusura, ha creato delle barriere, al tempo stesso inclusive ed esclusive, e le ha cementate con la malta dei pregiudizi e delle paure. Non è un caso che i ghetti e i lager – per loro natura costruiti con fili spinati e muri – abbiano un’origine europea.

Io vivo di avvistamenti come una sentinella, sono sul bordo, nella mia vita non ho mai frequentato nessun centro.
FRANCO ARMINIO, Geografia commossa dell’Italia interna, Bruno Mondadori 2013

L’Italia stessa è solcata da un reticolo di linee che nei secoli hanno suddiviso il suo territorio e creato differenti consuetudini e culture. Su quelle linee s’è giocato lo scontro politico – spesso cruento – ma è avvenuto anche lo scambio delle idee, e da questo sono germinati proficui meticciamenti. Anche quando l’attrito tra le parti rendeva incandescente la temperatura, da esso nasceva una nuova consonanza culturale, economica o sociale: forse il Rinascimento non sarebbe nato, senza questi dissidi territoriali.

Un esempio dell’esistenza di questi margini ormai superati l’ho colto l’altro giorno mentre camminavo ad Ameglia, lungo le sponde del Magra, in prossimità della sua foce. Il corso d’acqua segna il confine tra Liguria e Toscana, e attraversa un territorio, la Lunigiana, che per secoli fu conteso tra due delle città più importanti dell’Italia medioevale: Genova e Lucca.

Rimane ancora oggi nei lunigianesi la consapevolezza di non essere né toscani, né liguri, tanto che è stata avanzata l’ipotesi di creare una nuova regione, chiamata Lunezia, nella quale il territorio possa identificarsi amministrativamente e culturalmente. Ecco, questo è un esempio di come si continui a credere necessari confini che sono in realtà anacronistici. O forse di come queste rivendicazioni siano diventate oggi, per una classe politica sterile, l’occasione per creare nuove logiche economiche.

In quel territorio, nonostante esso faccia parte della regione ligure, la parlata è decisamente toscana. Le influenze linguistiche che si colgono nella cadenza, nel dialetto e nella toponomastica, testimoniano gli infiniti meticciamenti delle popolazioni. Segno che le successive barriere politiche sono sempre state molto permeabili.

In questa area sono sempre state infatti di vitale importanza le diverse vie di comunicazione che consentivano il superamento dei confini orografici, e conseguentemente di quelli politici e culturali. Dalle vie del sale alle strade romane, da quelle medioevali a quelle odierne, tutte fungevano da collegamento tra le isole territoriali che, nonostante esibissero rocche difensive e chiusure campanilistiche, avevano poi necessità di un continuo interscambio, per non rischiare l’implosione dell’isolamento.

La costruzione di barriere risale, come detto prima, alle nostre più lontane origini: e nonostante si siano dimostrate poco efficaci, anzi spesso inutili, continuiamo a commettere l’errore di costruirne di nuove, fingendo di ignorare che prima o poi cadranno e creando guai ancora maggiori di quelli che hanno portato a costruirle. Ecco alcuni esempi.

– Per decenni l’Europa è stata divisa da un confine creato dalle due grandi super potenze dell’epoca: il muro di Berlino divenne la rappresentazione simbolica dello scontro fra capitalismo e comunismo. Trent’anni fa, quando quel precario equilibrio venne meno, sembrò aprirsi l’opportunità di creare una differente società, sicuramente migliore. L’errore fu quello di fondare il nuovo equilibrio socio-politico su un terreno instabile: il capitalismo stesso. Non è un caso che siamo passati dalla quindicina di barriere (murate, spinate o minate) della fine degli anni ottanta del secolo scorso alle oltre settanta attuali.

– Israele ha costruito 800 chilometri di muro per “proteggersi” nella Striscia di Gaza e nei confini con l’Egitto, con il Libano e con la Siria.

– Risale agli anni novanta, ma è di stretta attualità perché Trump vorrebbe allungarlo ulteriormente, il muro creato per limitare l’immigrazione messicana.

Tutte queste barriere sono nate per impedire che le persone si muovano da un territorio all’altro. Ma a volte è la natura stessa a fornirle. O meglio, a volte gli uomini scelgono di usare come barriera quella che potrebbe essere al contrario una via di incontro. In questo senso anche l’Italia ha creato il suo muro. È molto esteso ed è costituito dal mare che la circonda: l’acqua può portare, ma può anche ingoiare. E in qualche maniera aiuta a contenere e a respingere.

Attorno a questo tema si sta svolgendo nel nostro paese la più stupida e ipocrita delle pantomime, con i politici dei vari schieramenti che passano da uno studio televisivo all’altro a straparlare, come se le loro opinioni avessero un qualche rilievo in un mondo nel quale le vere decisioni le prendono le multinazionali e i governi di interi continenti. L’attuale maggioranza politica, cui corrisponde peraltro quella popolare, si regge e prospera sulla paura biecamente coltivata dell’invasione da parte di orde di stranieri – in realtà poche migliaia di disperati. Siamo al punto che si è reso necessario l’intervento della chiesa (nell’ultimo episodio quella valdese) per dare accoglienza a una cinquantina di migranti. Questo la dice lunga sull’incapacità (o volontà) di decidere – nel bene o nel male – dell’attuale governo.

Questi sciagurati invasori lasciano i loro paesi d’origine per sfuggire a miserie e malattie, soprusi e carestie, o semplicemente per soddisfare la curiosità di conoscere cosa ci sia oltre ciò che li divide da noi. E l’Occidente finge di scordare che le condizioni da cui fuggono sono state create proprio dalle nazioni verso cui viaggiano.

Ancora una volta mi sento inadeguato. Mi ritrovo quindi a cercare altrove spunti da cui ripartire per ragionare.

Mentre porto a passeggio il cane (o lui porta me) mi soffermo sul bordo della strada: il margine quasi mai è netto, in genere è molto frastagliato: la natura cerca di riconquistare lo spazio che le è stato sottratto, mentre l’asfalto cerca di resistere all’aggressione invasiva. Ecco un esempio di barriera artificiale destinata a essere infranta, se non si fa manutenzione: ma mi è utile rifare l’asfalto, e ho le risorse per farlo?

Quando sposto l’attenzione al fosso che c’è tra me e i campi, scopro una incredibile varietà di specie erbacee, fiori e altri vegetali, che sicuramente non troverei nelle coltivazioni a monocoltura che ci sono oltre il solco.

Ad uno primo sguardo questo habitat appare anonimo e insignificante: invece è spesso rifugio di fiori rari, o di quelli in grado di sopravvivere al continuo calpestio e al disturbo arrecato dagli uomini. Vi trovano asilo specie che sono “cacciate” da altri ambienti, soppiantate da rivali più “aggressive” o più idonee alle nuove condizioni sopraggiunte.

A titolo d’esempio, provate a fare una passeggiata lungo la strada sotto Lerma, presso il mulino: in tardo inverno potrete notare una colonia di bianchissimi bucaneve (Galanthus nivalis). È un fiore non comune dalle nostre parti, ma lì, lungo la sponda di una provinciale, ha trovato un substrato a lui congeniale.

Un grande impulso allo studio di questa vegetazione marginale, quella che si è rifugiata nelle città e lungo le strade, fu dato – per una beffa ironica del destino – proprio dai botanici dell’università di Berlino Ovest ai tempi del muro, quando erano costretti ad esplorare un territorio totalmente urbanizzato e delimitato dal muro stesso.

Altri esempi di adattamento della vegetazione ai manufatti umani sono i muretti a secco che caratterizzano il territorio ligure: costruiti per rubare spazio coltivabile alla collina o per suddividere i terreni, ospitano piante perfettamente adattate a questo ambiente povero di terreno, come la caniggea (Parietaria sp.), l’ombelico di Venere (Umbilicus rupestris) e la Selaginella denticulata, una felce i cui antenati, molto simili alle specie viventi attualmente, esistevano già 300 milioni di anni fa.

L’esame delle dinamiche naturali dovrebbe aiutarci a constatare che dalle separazioni fisiche nascono nuove condizioni, e che i diversi modi in cui le si affronta offrono occasioni per fare scelte differenti. Non è un caso che il termine “confine” derivi da cum (condiviso) e finis (limite): il limite separa ma è condiviso; la separazione in realtà unisce; nella divisione fra gli elementi c’è l’intrinseca condizione di una relazione fra essi.

Noi invece viviamo un costante cortocircuito. Da una parte costruiamo barriere – fisiche o mentali – per tenerci a distanza da persone che differiscono da noi solamente per cultura, mentre dall’altra sfidiamo costantemente i confini imposti dal corpo e dal tempo: con gli sport estremi, con l’uso di droghe, ma anche col ricorso a pratiche terapeutiche che vorrebbero modificare i limiti biologici della vita, interrompere il suo invecchiamento e procrastinare all’infinito l’uscita definitiva. In definitiva, vogliamo confini artificiali ma non vogliamo accettare quello naturale della mortalità.

Altro esempio dell’attuale confusione nel tracciare i limiti, è rappresentato dal contrasto tra il tempo in cui la gioventù esibiva atti di ribellione alle limitazioni imposte dalle figure di riferimento – genitoriali o scolastiche che fossero –, ed oggi dove loro stessi diventano i carpentieri che alzano nuovi muri per “difendersi” dall’assenza di adeguate contrapposizioni nella società adulta.

Cosa avverrebbe invece se imparassimo ad accettare i limiti dal nostro corpo, a rivendicare la nostra individualità tenendo conto dell’esistenza e dei diritti di realtà differenti? Riusciremmo a smettere di stendere fili spinati alla prima avvisaglia di una “invasione” del nostro territorio?

Appurato che le zone di confinamento sono limitate nel tempo e destinate ad essere infrante, non sarebbe auspicabile evidenziare le corrispondenze, le convivenze e le compatibilità con gli oppressori?

Certo che significherebbe andare oltre dal facilitare le angosce ed evidenziare le dissonanze: un ghiotto bottino elettorale a cui pare non vogliano rinunciare i poco lungimiranti politici attuali, italiani e non solo.

Rimane però la curiosità di innescare quei cambiamenti sociali che favoriscano soluzioni differenti dal tracciare confini. Magari la cosa intaccherebbe la nostra natura di geometri e carpentieri, ma potrebbe introdurre un mutamento epocale. Ebbene: per una volta voglio essere ottimista. Credo che l’occasione potrebbe essere offerta proprio dall’ingresso nell’era digitale, che sta imponendo – nel bene e nel male – uno sconvolgimento radicale nelle relazioni. Mettendo assieme la buona volontà di chi la gestisce (che non è incompatibile con le motivazioni commerciali) e una più consapevole capacità di utilizzo da parte di chi ne fruisce si potrebbe recuperare la rete internet al fine per cui nacque: favorire la trasmissione capillare di dati reali e impedire che vengano alimentati – come invece avviene oggi – gli equivoci e le falsificazioni.

È una speranza utopistica? Senz’altro, ma è anche l’unica opponibile all’accettazione passiva e rassegnata del trionfo della menzogna e del dominio della paura.

Solo una conoscenza di base oggettiva può abbattere i muri più resistenti, quelli delle nostre singole menti. Può farlo attraverso un intimo lavoro di scavo quotidiano, minuzioso e a lungo termine, eseguito con infinita pazienza, attraverso il quale si evidenzi ciò che nella complessità ci unisce, anziché ciò che ci divide. Implica una compartecipazione dei singoli che ci porti a riflettere su ciò su cui si fonda la nostra identità, su quanto va salvaguardato, sui valori da difendere, e a riconoscere al tempo stesso quelli che sono solo pregiudizi generati dalla paura. La conoscenza può farci scoprire che dall’altra parte del confine si vive, si pensa, si soffre, si spera come da noi, anche se in modalità e con orizzonti differenti.

Sapere che nell’altro emisfero la volta celeste ospita costellazioni diverse è interessante, ma davvero importante è sapere che ci sono occhi e menti che le interrogano come lo facciamo noi.

Vengono alla mente le parole di Nelson Mandela: “Una persona che viaggia attraverso il nostro paese si ferma in un villaggio, e qui non ha bisogno di chiedere cibo o acqua. Appena arrivata la gente le offre il cibo, la intrattiene. […] Ubuntu non significa che le persone non debbano dedicarsi a sé stesse. La questione piuttosto è: Vuoi farlo per aiutare la comunità che ti circonda a migliorare”?

Il pensiero africano di ubuntu cozza con l’individualismo europeo, ma è una proposta da cui partire per rinnovare rapporti e relazioni nella coscienza che siamo intrinsecamente connessi l’uno all’altro: che cioè la singolarità esiste solamente se è riconosciuta la reciprocità.

Desmond Tutu diceva: “Una persona che ha ubuntu è aperta e disponibile verso gli altri, riconosce agli altri il loro valore, non si sente minacciata dal fatto che gli altri siano buoni o bravi, perché ha una giusta stima di sé che le deriva dalla coscienza di appartenere a un insieme più vasto, e quindi si sente sminuita quando gli altri vengono sminuiti o umiliati, quando gli altri vengono torturati e oppressi, o trattati come se fossero inferiori a ciò che sono”.

Questo è solo un esempio di società, ma viene non da un sognatore illuso, ma da chi il sogno ha saputo realizzarlo, infrangendo il muro dell’apartheid in Sudafrica.

Immaginare soluzioni differenti dall’innalzare steccati è un obbligo morale per chi vorrebbe un mondo migliore, e risponde anche ad un impulso naturale, all’innato desiderio che contraddistingue la nostra specie di conoscere lo sconosciuto, fisico o sociale che sia.

La siepe di leopardiana memoria ne è un’ottima metafora: ogni barriera, anziché dissuaderci dalla curiosità per ciò che sta oltre, deve diventare lo stimolo ad alimentarla ancor più, e a cercare sentieri per aggirarla o ali per superarla.

Che è poi il modo onesto e giusto, appagante e sereno, per vivere sempre e caparbiamente a ridosso del confine.

Seminatori Di Grano
Sono arrivati che faceva giorno
uomini e donne all’altipiano
col passo lento, silenzioso, accorto
dei seminatori di grano
e hanno cercato quello che non c’era,
fra la discarica e la ferrovia,
e hanno cercato quello che non c’era,
dietro i binocoli della polizia
e hanno piegato le mani e gli occhi al vento
prima di andare via

Fino alla strada e con la notte intorno
sono arrivati dall’altipiano
uomini e donne con lo sguardo assorto
dei seminatori di grano
e hanno lasciato quello che non c’era
alla discarica e alla ferrovia
e hanno lasciato quello che non c’era
agli occhi liquidi della polizia
e hanno disteso le mani contro il vento
che li portava via
GIANMARIA TESTA, Da questa parte di mare, Einaudi 2016

 

[…] mi sono chiesto infinite volte come sarei stato io se avessi dovuto gestire un’emergenza così definitiva da impormi la decisione di lasciare i miei luoghi, la mia gente, i colori e gli odori che mi accompagnano anche nei sogni.
La risposta certa non me la so dare, mi dico che nella difficoltà estrema ognuno reagisce secondo la sua indole e probabilmente non pensa a se stesso ma alle persone verso le quali sente e ha delle responsabilità. […] Ho l’impressione che nei confronti del fenomeno per noi recente delle migrazioni abbiamo avuto uno sguardo povero e impaurito che ha fatto emergere la parte meno nobile di noi tutti. Siamo stati in difesa, non abbiamo capito l’emergenza e soprattutto abbiamo dimenticato che soltanto fino a due generazioni fa partivano i nostri e trovavano gli stessi ambienti duri e inospitali che noi stiamo ricreando per chi arriva adesso in Italia.
GIANMARIA TESTA,
Da questa parte di mare, Einaudi 2016


Chi ha paura dell’ebreo cattivo?

di Paolo Repetto, 30 aprile 2014

Non c’è verso. Malgrado l’età rimango un inguaribile ottimista. Mi muovo sempre nella convinzione che un po’ di buon senso e di onestà intellettuale continui a circolare, almeno negli ambienti che conservano un’idea pre-postmoderna della “cultura” (per intenderci, quelli che non attribuiscono la stessa rilevanza culturale a Vasco Rossi e a Leopardi). Invece le cose non stanno così e avrei dovuto capirlo da un pezzo.

Veniamo ai fatti. Qualche mese fa un amico mi comunica che il circolo culturale del quale è presidente ha la possibilità di organizzare in Alessandria un incontro con Ariel Toaff, uno storico medioevalista che insegna presso l’università di Tel Aviv (tra l’altro, figlio dell’ex-rabbino capo della comunità di Roma). Toaff ha alle spalle una bibliografia prestigiosa, a partire dai saggi per la Storia d’Italia di Einaudi fino a Mangiare alla giudia, ed ha recentemente pubblicato uno studio, Storie fiorentine, nel quale compaiono alcuni riferimenti a vicende della comunità ebraica alessandrina nel XVIII secolo. Ho esperienza dei precedenti incontri organizzati dal quel circolo culturale, e sapendo che spesso si risolvono in lezioni di nicchia, con un’utenza molto ristretta, mi dico che forse varrebbe la pena dare una visibilità e un significato diversi a questa occasione. Magari coinvolgendo direttamente l’istituto scolastico più prestigioso della città, e facendone per una sera il teatro di un confronto che offra agli allievi quegli stimoli alla curiosità storica di cui hanno un gran bisogno, e alla cittadinanza l’immagine di una scuola che non si limita a trasmettere con un meccanico rituale dei bocconcini sterilizzati.

La considero un’occasione speciale non tanto per i riferimenti alla storia alessandrina, della quale sinceramente non potrebbe importarmi di meno, quanto piuttosto perché Toaff è stato qualche anno fa al centro di feroci polemiche. Nel 2007 ha infatti pubblicato Pasque di sangue, un quadro storico ambizioso e accuratissimo che indagava il clima, le credenze e il milieu nel quale erano nate, nel tardo medioevo, le accuse di omicidio rituale nei confronti degli ebrei. La tesi sostenuta da Toaff in quell’opera era che le confessioni estorte con la tortura agli innumerevoli ebrei condannati e inviati al rogo non fossero sempre e solo frutto delle fantasie malate degli inquisitori, ma trovassero fondamento quanto meno in un sottobosco settario e dottrinale che ipotizzava e prevedeva rituali di sangue. Per essere più chiari: non ci sono prove della pratica di omicidi rituali da parte degli ebrei, ma è indubbia la sotterranea, e abbastanza diffusa, presenza di una mentalità che questi rituali non li escludeva.

Lo studio aveva naturalmente suscitato reazioni immediate ed era stato attaccato da due differenti versanti. Da un lato si rinfacciava a Toaff di fornire pretesti all’antisemitismo, di servire su un piatto d’argento argomentazioni che andavano ad avvalorare l’immagine perversa degli ebrei diffusa per motivi diversi nel mondo islamico e negli ambienti antisemiti occidentali: dall’altro gli veniva rimproverato dal mondo accademico e dai suoi colleghi storici di utilizzare con eccessiva disinvoltura i “paradigmi indiziari”, per dirla alla Carlo Ginsburg, per trarne delle tesi in realtà non suffragate da prove documentali. Toaff veniva in pratica accusato di essere un ebreo antisemita, un rinnegato affetto dalla sindrome tipicamente ebraica dell’odio di sé, oltre che uno storico ambiguo e poco professionale, disposto a sacrificare la correttezza storica al sensazionalismo.

Non scendo nel dettaglio della querelle perché è già stato esaurientemente ricostruito in un intelligente articolo da Franco Cardini (Il caso “Ariel Toaff” e il mestiere dello storico, su “Vita e Pensiero”, 2, 2007), al quale rimando. Riassumo soltanto i tratti principali. In sostanza, scrive Cardini, la prima levata di scudi è venuta da gente che il saggio nemmeno lo aveva ancora letto (e lo confessava apertamente), e che rispondeva con una reazione pavloviana al solo sentore dell’argomento. Il polverone sollevato in Italia è arrivato sino in America, allarmando anche i finanziatori dell’università nella quale Toaff insegna, e ha suscitato rimbalzi tali da indurre l’autore stesso a chiedere dopo qualche settimana che il saggio fosse ritirato. Non certo per un pentimento, o per calcoli opportunistici; semmai con un po’ di disgusto per i modi dell’aggressione, e con l’intento comunque di riprendere fiato e difendere ad oltranza la dignità propria e del proprio lavoro. Il libro è stato infatti riproposto pochi mesi dopo senza alcun taglio, con qualche leggera modifica nella prefazione e con indicazioni interpretative più chiaramente esplicitate.

Nel frattempo la polemica ha però preso un’altra direzione. Imbarazzati dagli effetti del proprio zelo, e richiamati ad un po’ di serietà da quelli che avevano almeno atteso di leggere il libro prima di aprir bocca, gli stessi inquisitori della prima ora si sono affrettati a buttare acqua sul fuoco, rivendicando la loro estraneità ad ogni tentativo di censura. Per carità, non volevano tacitare e tantomeno insultare nessuno: non sia mai detto, in un paese civile come il nostro. Qualcuno ha addirittura cercato di girare la frittata, insinuando che la polemica fosse stata strumentalmente alimentata dallo stesso Toaff, e che il ritiro del libro era una mossa da manuale del marketing. È stata quindi adottata un’altra tattica: quella del silenzio. Esauritosi il can can iniziale, si è applicata la forma di censura senz’altro più efficace: non riparlare del problema. Dopo l’articolo di Cardini non mi risulta un solo altro intervento di qualche peso su tutta la faccenda. Il che ha significato per l’intelligencjia bacchettona e politicamente corretta non esporsi al ridicolo, ma ottenere ugualmente il risultato di lasciare in vigore l’ostracismo.

Senza dubbio l’ho messa giù molto all’ingrosso, ma la riprova che le cose hanno funzionato così viene proprio dalla vicenda in cui mi sono trovato coinvolto, e che vado a completare.

Ero rimasto alla proposta di un coinvolgimento degli studenti delle scuole superiori. L’ho girata al collega che dirige l’istituto prescelto, il quale l’ha accolta con interesse; salvo però richiamarmi preoccupato dopo un paio di giorni, per comunicarmi di essere in difficoltà di fronte alle resistenze opposte da alcuni docenti. Per costoro, Toaff era un personaggio squalificato sotto ogni punto di vista, umano e professionale: sbugiardato dalla storiografia seria, scaricato dall’università presso la quale lavora, messo all’indice da tutta la comunità ebraica, ripudiato dallo stesso anziano genitore. Oltre che squalificato, dunque, anche squalificante: non era quindi il caso di associare il suo nome a quello dell’istituto, di rendersi complici della divulgazione delle sue aberranti ipotesi.

Sono rimasto di sasso. Avendo letto il libro, al contrario di questi docenti, e conoscendo la polemica che ne era conseguita, sapevo che non un solo appunto aveva potuto essere avanzato sulla correttezza della documentazione prodotta da Toaff. Sapevo che l’università di Tel Aviv, in luogo di scaricarlo, aveva difeso a spada tratta la serietà del suo lavoro, e che l’anziano Elio Toaff non si era mai sognato di ripudiare il figlio o di sconfessarne l’opera. Avrei voluto chiedere un incontro con questi docenti, metterli di fronte all’assurdità delle loro affermazioni e più in generale del loro atteggiamento, perché se pur una qualche motivazione ci fosse stata, tanto più opportuna avrebbe potuto risultare l’occasione per fare chiarezza. Volevo anche far comprendere loro che il rituale che celebreranno tra breve, quella liturgia della memoria che tutti i fine gennaio di ogni anno gli studenti subiscono ormai passivamente, preparata dagli opportuni corsi di aggiornamento e convegni su “come insegnare la Shoah”, non ha il minimo valore didattico ed educativo, se confrontata alla possibilità di comprendere cosa c’è davvero alle radici dell’antisemitismo.

Ho poi rinunciato, un po’ per non mettere in difficoltà il mio collega, che si trovava preso tra due fuochi, un po’ perché mi erano veramente cascate le braccia. L’incontro con Toaff si è dunque tenuto in territorio neutro, è risultato più che mai interessante e credo che conoscere e ascoltare di persona lo storico avrebbe senz’altro contribuito a chiarire le idee dei suoi detrattori. Ma forse anche questa convinzione è frutto del mio eccessivo ottimismo riguardo la capacità umana, o in questo caso forse più ancora la volontà, di capire e di apprendere.

Tutta questa faccenda lascia l’amaro in bocca, perché è l’ennesima riprova della palude di ideologismo su cui galleggia gran parte della cultura contemporanea (in realtà è sempre stato così, ma con queste cose io mi scontro qui e ora). A me ha lasciato però anche la voglia di approfondire a mente fredda alcune sfumature della vicenda, per trarne magari riflessioni di carattere più generale.

Vediamo innanzitutto di riassumere come ho interpretato io ciò che è successo. È successo che Toaff ha cercato di ricostruire, dall’interno, in quanto parte in causa e in quanto studioso specializzato del periodo, la temperie spirituale circolante in una minoranza costantemente tenuta sul filo della precarietà più assoluta. Si è chiesto: come può aver vissuto la propria condizione un gruppo esposto in qualsiasi momento a violenze e vessazioni provenienti dal basso e dall’alto, oggetto di un odio radicato e connesso non a situazioni economiche e politiche contingenti, ma ad un sostrato creato nei secoli dalla predicazione cattolica (e ulteriormente rafforzato da quella protestante), fatto proprio all’epoca della secolarizzazione dalla frange più estremistiche della sinistra, per l’identificazione di ebraismo e borghesia finanziaria, e di destra, per il riconoscimento di una filiazione diretta della modernità, intesa come rottura dei vincoli tradizionali, dallo spirito e dal pensiero ebraico?

Quello che ha trovato, e non con una inchiesta da rotocalco, ma in decenni di ricerca documentale accuratissima, è un’umanità composita, tutt’altro che acquiescente al ruolo di capro espiatorio buono per tutte le stagioni al quale il popolo ebraico sembra essere inchiodato. In questo magma si muovevano figure ambigue di ogni risma, avventurieri, mercanti di schiavi, rabbini avidi e corrotti, poveri cristi e fior di mascalzoni. Insomma, quel mondo non era poi molto diverso da quello dei “gentili”; vigevano in esso le stesse regole di sopravvivenza o di prevaricazione sociale. Anzi, erano forse più feroci, perché agli ebrei erano preclusi molti degli spazi d’azione o di fuga consentiti agli altri. Ora, stante la particolare situazione di continua precarietà in cui vivevano, le pressioni cui erano sottoposti e non ultima la speranza in una promessa di imminente riscatto che li cementava e li aiutava a sopravvivere, è anche assai probabile che un qualche spirito di rivalsa, un desiderio di vendetta, un tentativo di anticipare, magari attraverso rituali magici cruenti o sacrileghi, la resa dei conti, serpeggiasse, soprattutto in alcune frange estremistiche, ma anche in vasti strati di quel mondo aschenazita che non aveva conosciuta la relativa “laicizzazione” e contaminazione medievale del ramo sefardita.

In definitiva, secondo Toaff, se davvero ci importa della correttezza storica dobbiamo uscire dal cliché dell’ebreo-vittima, definitivamente consacrato dalla tragedia della Shoah, e studiare la vicenda ebraica da tutte le possibili angolature. A costo di scoprire che gli ebrei sono uomini come tutti gli altri, nel bene e nel male.

La cosa, uno pensa, non dovrebbe essere così scioccante. E invece, a quanto pare, lo è. Ammettiamo che possa esserlo su un piano emotivo, perché si parla di un popolo che ha corso il rischio della totale estinzione in una manciata di anni; ci sta anche questo, un automatico surplus di rispetto dettato dall’entità della tragedia e anche, e soprattutto, dal senso di colpa per averla lasciata accadere. Qui però il problema sembra essere un altro: sembra essere costituito dalla costruzione di un vero e proprio tabù, dalla recinzione di questo popolo e della sua storia in un ambito “sacralizzato”, che è come dire separato dalla realtà e della concretezza “umana”. Il che significa in fondo portare a termine quell’opera che ai carnefici nazisti non è riuscita. Destituire un popolo della sua “umanità”, sia pure in apparenza per una promozione, per un riconoscimento speciale della sua tragedia (che non a caso era chiamata sino a ieri Olocausto, quasi fosse una scelta di immolazione, di volontario sacrificio), significa estrometterlo dalla storia, o proiettarlo in una storia speciale, che è poi la stessa cosa.

Proprio a questo progetto di oleografica imbalsamazione, nel quale il tentativo di risarcimento va a braccetto con la volontà di chiudere una buona volta la pratica, archiviarla e mettersi il cuore in pace, ha cercato di opporsi Toaff. Il quale, torno a ripetere, non ha affatto affermato che gli omicidi rituali e l’utilizzo del sangue umano in funzione medicinale o alchemica fossero la prassi quotidiana, e neppure che fossero comprovate usanze, seppure sporadiche: ha detto che, alla luce delle testimonianze fornite non solo dalle confessioni estorte, ma da lettere, da testi marginali alla Torah, da ricette per la creazione di medicamenti e da prescrizioni sanitarie, si evince come queste idee non fossero poi così estranee, almeno a certi ambienti e in certe aree.

A questi risultati i critici di Toaff hanno opposto, come abbiamo visto, delle obiezioni sul metodo e delle pregiudiziali sul merito. Per quanto concerne le prime, hanno sostenuto che lo storico ha affastellato montagne di indizi senza addurre nessuna prova. Manca la pistola fumante, manca una credibile “certificazione” di avvenuti rapimenti, o delitti, o sacrifici o rituali di sangue. Le confessioni non valgono, perché estorte con la tortura: le accuse non valgono, perché frutto di psicosi collettive o di biechi interessi privati, o del tentativo di sviare sospetti; le testimonianze non sono attendibili per la stessa ragione; i giudizi non valgono, perché pronunciati da magistrati pregiudizialmente ostili agli ebrei e propensi a dare credito a qualsiasi accusa nei loro confronti.

Certo, se l’intento di Toaff fosse stato davvero quello di dimostrare che i sacrifici rituali erano all’ordine del giorno gli sarebbe stato difficile produrre uno straccio di prova. Non credo ci siano in circolazione provette quattrocentesche contenenti sangue essiccato di fanciulli non circoncisi. Allo stesso modo, però, a voler essere pignoli, non esiste un solo documento firmato da Hitler nel quale si diano disposizioni per lo sterminio di massa: questo dovrebbe indurci a dubitare che Hitler ne fosse a conoscenza, come sostiene qualche negazionista? O farci pensare che fosse contrario? O addirittura, che lo sterminio non sia mai avvenuto?

Per quanto concerne il merito invece gli hanno rimproverata, nel caso migliore (l’altro, quello dell’accusa di antisemitismo, non val neppure la pena considerarlo) la non-opportunità del suo assunto: come a dire, perché non te ne stai calmo, visto che ci sono già sin troppi negazionisti e revisionisti e neonazisti che si danno un gran daffare a screditare e insozzare gli ebrei? Quasi che il lavoro dello storico dovesse tener conto della “opportunità”, anziché essere volto a indagare e ricostruire per quel che è possibile una verità sempre tutta da riscoprire.

La serietà con la quale Toaff ha impostato il suo lavoro, e il coraggio col quale lo ha portato avanti, lo mettono già di per sé al riparo da entrambe le imputazioni. Per chi si muove senza paraocchi il percorso da lui compiuto non mi pare così difficile da seguire: è sufficiente leggere il libro. Per quanto mi concerne, ad esempio, la lettura non ha smosso di una virgola il mio convincimento che le accuse, ripetute nei secoli praticamente in fotocopia, fossero frutto di fantasia, di fanatismo e di malafede: ma mi ha fornito anche un quadro credibile nel quale inserire e in base al quale comprendere un po’ meglio quei rigurgiti d’odio che riuscirebbero altrimenti inspiegabili, se non nei termini generici di una ignoranza “coltivata” e strumentalizzata. Mi sono anche chiesto, come peraltro hanno fatto molti dei suoi critici, se il libro potesse suscitare in tutti lo stesso effetto: e mi sono risposto che questo non era un problema dell’autore, ma dei suoi lettori. Allo stesso modo, il fatto che sul web Pasque di sangue compaia in versioni scaricabili offerte da vari siti fondamentalisti islamici non può essere addotto a prova di una sua “intelligenza col nemico” e di una oggettiva pericolosità. Ragionando in questi termini dovremmo astenerci dal trattare di qualsiasi argomento, perché ogni nostra parola può essere strumentalmente travisata.

E qui volevo arrivare. In sostanza, la vera accusa mossa a Toaff è quella di essere stato “politicamente scorretto”. Evidentemente ha toccato qualche nervo scoperto, cosa tutt’altro che infrequente in un momento in cui si hanno sempre meno sicurezze e di nervi allo scoperto ne escono un sacco. La faccenda della “correttezza politica” è tirata in ballo ormai in ogni occasione, persino quando l’argomento sono i gatti: tanto che la storia sta cominciando a stancare, perché uno strumento in teoria concepito a salvaguardia di posizioni deboli a furia di essere malamente usato è divento un’arma, e di offesa piuttosto che di difesa. Verrebbe quindi da liquidare il tutto come una ennesima moda intellettuale, partorita in questo caso dell’ipergarantismo anglosassone, arrivata da noi d’importazione ed interpretata naturalmente con il solito fariseismo indigeno (non c’è mai stata in giro, non solo nel dibattito politico, ma in ogni forma di relazione, tanta scorrettezza). In realtà è qualcosa di molto più serio, connesso ad una crisi d’identità della cultura occidentale talmente profonda da metterne in forse i presupposti. Vale la pena parlarne.

La correttezza è un abito mentale e spirituale, attiene all’etica, ne è anzi il fondamento. Ma appena le si appiccica un’etichetta non è più tale. Il “politicamente” non c’entra affatto con l’etica: implica una trattativa, situazioni di compromesso imposte, non modi di sentire condivisi. Una corretta attitudine è quella che agisce in ingresso, su come si pensa e ci si relaziona, non in uscita, come un guinzaglio imposto alla comunicazione e al comportamento. Il ricorso ad un “galateo” delle idee, ad una sorta di disinfestazione linguistica, a liste di proscrizione e di prescrizione dei contenuti, maschera un disprezzo e una sfiducia di fondo nei confronti dell’umanità (e nella sua applicazione “integralista” dà origine a derive assurde e ridicole). Non importa che a dettarlo sia un disegno di dominio (non a caso la “revisione linguistica” è una delle prime preoccupazioni dei regimi totalitari) o una confusa volontà di riparazione dei torti naturali e storici: di fatto ogni canone di ortodossia del pensiero è una gabbia, e le gabbie non hanno alcuno scopo educativo, sono strumenti di contenzione. Il problema non è dunque che qualche mentecatto neghi la Shoah, o che si chiami spazzino un operatore ecologico e bidello un collaboratore scolastico: il problema sono miliardi di esseri umani che non hanno gli strumenti culturali per capire che di mentecatti si tratta, o che la dignità di un lavoro sta nel modo in cui lo si svolge, e non nei termini usati per definirlo.

Ora, so bene che di fronte a constatazioni come questa non resta che alzare le braccia e arrendersi sconfortati: ma penso sia almeno doveroso cercare di comprendere perché le cose stanno così e che significato viene ad assumere, in un quadro del genere, l’applicazione del “politicamente corretto”.

Io la riassumerei così. Il pensiero occidentale ha coltivato negli ultimi tre secoli il sogno illuministico di una “uscita dalla minorità” dell’umanità, di una redenzione dal basso che avrebbe dovuto realizzarsi educando negli uomini gli strumenti per forgiarsi una coscienza e una dignità. Magari era un sogno troppo ambizioso, ma quantomeno alimentava una speranza e indicava la direzione da seguire per avvicinarsi il più possibile alla sua realizzazione. Non ha funzionato, l’illuminazione risulta fioca, e non tanto perché l’obiettivo fosse irrealistico (si trattava di una meta ideale, del “legno storto” in cui l’uomo è intagliato era consapevole anche Kant), ma perché l’energia va dispersa o è stata convogliata in un’altra direzione, e alimenta oggi un diverso disegno. Il sogno di un’autonomia intellettuale dell’individuo è andato a braccetto per un certo periodo con quello di una sopravvivenza materiale garantita a tutti: giustamente, perché al di sotto di quella soglia non c’è possibilità di vivere una vita dignitosa, e quindi l’autonomia non esiste. Il problema è che quella che doveva essere una condizione è diventata il fine, ha prevalso ed ha creato una nuova schiavitù. Alla sopravvivenza si è sostituito il benessere, alla risposta ai bisogni immediati la creazione di quelli superflui.

Con l’illuminismo, inteso come processo di razionalizzazione delle esperienze e delle idee che ne conseguono, l’uomo ha sancito la definitiva presa di possesso del suo mondo, sia naturale che umano: ma questa presa di possesso non ha affatto “realizzato” quella ragione che l’ha resa possibile. La lotta secolare che ha opposto il pensiero razionale a miti, superstizioni, feticci si è dialetticamente rovesciata nel suo opposto; ha generato un’altra forma di irrazionalità, illusioni e idoli d’altro conio, primo e centrale quello dell’infinito sviluppo. La macchina della soddisfazione dei bisogni materiali bene o male nel secolo scorso ha funzionato (mentre in quello nuovo ha cominciato a perdere vistosamente colpi), sia pure mantenendo vistose diseguaglianze e ingiustizie sociali enormi: ha evitato ad esempio le grandi carestie che ancora nell’800 anche in Europa producevano milioni di morti per fame, ha limitato le pandemie, ecc… Per funzionare bene però questa macchina necessita che vengano limati il più possibile gli attriti, o meglio, di avere di questi ultimi il pieno controllo e la gestione.

Il sistema usato per il contenimento è quello della parcellizzazione (il vecchio divide ed impera declinato nell’era digitale), che si ottiene con un procedimento insiemistico, individuando e caratterizzando in maniera forte, come destinatarie di specifici diritti, sempre nuove “categorie sociali” (negli anni sessanta i giovani e i neri, in quelli successivi le donne, gli omosessuali, gli immigrati, oggi anche gli animali) in luogo di quelle trasversali precedenti (operai, contadini, borghesi, ecc…), molto meno funzionali alle ultime evoluzioni del disegno. Queste categorie vengono cooptate attraverso un riconoscimento ufficiale, loro e dei loro particolari problemi, soprattutto attraverso la concessione e l’alimentazione di una visibilità specifica: ma le concessioni non devono andare a danneggiare o a svantaggiare le altre. L’importante è che ciascuna lotti per i cavoli suoi, che il confronto non avvenga mai sui problemi universali dell’uomo, perché questo potrebbe far crollare tutto il castello. È un esercizio di equilibrio delicatissimo, che necessita di strumenti di controllo e di sensori particolarmente raffinati. Sembra la trama di quelle commedie americane degli anni cinquanta nelle quali Tony Curtis ha cinque amanti e deve gestirle tutte senza farle incontrare. Il politicamente corretto è il risultato di tutte queste equalizzazioni, divisioni calibrate di spazi e tempi, partecipazioni misurate in quote e percentuali. Spostando l’attenzione sulla quantità e sugli aspetti formali riesce a nascondere il vuoto di contenuti.

Politicamente corretto” sarebbe quindi stato, nel caso di Toaff, se proprio non aveva di meglio da fare, produrre una serie di documenti processuali che evidenziassero, essendo l’uno il calco dell’altro, le iniquità dei procedimenti e l’infondatezza delle accuse, per riaffermare quella che è la vulgata ufficiale della vicenda e chiudere il caso una volta per tutte. L’aver avanzato delle ipotesi diverse, magari tutte da verificare, magari azzardate, ha fatto scattare i sensori: come fosse stata accesa una sigaretta in una biblioteca, ha cominciato a piovere. Gli equilibri sono stati turbati: e il paradosso sta nel fatto che i meno turbati sembrano essere proprio gli ebrei.

Credo che questo dipenda dal fatto che, come me, continuano ad essere convinti che le accuse per omicidio rituale loro rivolte negli ultimi nove secoli non abbiano alcun riscontro nella realtà dei fatti, ma trovano assurdo negare che possano averne qualcuno almeno nell’immaginario dei loro antenati. Dovrebbero pensare che mentre a migliaia venivano immolati sui roghi sacrificali dai cristiani, nessuno si augurasse di poter in qualche modo ripagare questi ultimi con la stessa moneta? Sarebbe inumano. A meno che, e questo ci riporta al discorso del “cordone sanitario”, non si voglia asserire che non solo la storia ebraica, ma gli Ebrei stessi, per loro natura, sono diversi dagli altri. Forse è proprio questa la strada: a me i “paradigmi indiziari” suggeriscono questa direzione.

Prima di imboccarla, però, preferisco accomiatarmi da Toaff, il quale peraltro, e buon per lui, non ha alcun bisogno della mia difesa. Vorrei invece provare a delineare un percorso tutto mio, che imbocca sentieri laterali (e mi scuso in anticipo, perché tirerò in ballo argomenti poco piacevoli e alla lunga anche noiosi). Ciò dovrebbe consentirmi di arrivare al punto, o almeno, a quello che io credo essere il punto, giocando di sponda, abbandonandomi magari a considerazioni scontate, ma che evidentemente non sono tali per i pretoriani dello storicamente e politicamente corretto, visto che non le hanno minimamente messe in conto.

Partiamo dalla possibilità che alcune delle confessioni fossero “spontanee”, nel senso di non dettate parola per parola dagli inquisitori. Chiariamo subito: i resoconti dei processi, di questi agli ebrei come di quelli contro gli eretici o della successiva caccia alle streghe, non lasciano dubbi. Dopo giorni e giorni nelle mani degli aguzzini appare semmai incredibile che qualcuno non abbia confessato. Quelli che lo hanno fatto prima ancora che le torture avessero inizio sapevano bene a cosa andavano incontro, compreso il fatto che prima o poi avrebbero ceduto, e hanno voluto risparmiarsi almeno una parte del supplizio o hanno creduto in questo modo di scamparla. Ciò che rivelavano era né più né meno quello che gli inquisitori volevano sentirsi raccontare, dettagli compresi. Basta porre nel modo giusto le domande, se l’interrogato è appeso per i piedi, per ottenere le giuste risposte.

Eppure, in qualche caso le rivelazioni devono aver lasciati sorpresi anche gli stessi carnefici, perché sembravano rinviare ad una rete fittissima e oscura di contatti e trovavano riscontro nelle ricostruzioni incrociate. Questo significa che era in atto una congiura, che gli ebrei celebravano le loro pasque con riti sacrificali e che fioriva il commercio di sangue cristiano? No, certamente: ma significa che senz’altro di queste cose qualcuno all’interno delle comunità ebraiche parlava, per millanteria, per calcolo, per credulità o per il bisogno di sfogare almeno nelle fantasie il suo rancore. Leggende e dicerie e persino segrete ricette circolavano tra quei poveri diavoli (e questo Toaff lo documenta) e nutrivano il loro immaginario. Il resto lo facevano le circostanze, la paura, la tortura e, spesso, un’attitudine psicologica che induce anche individui in pieno possesso delle loro facoltà a distorcere la realtà.

Recentemente ho sentito rievocare una seduta spiritica cui avevo partecipato quarantacinque anni fa come una notte da tregenda, piena di misteri insoluti e di una tensione da cardiopalma. In realtà, a quello che io ricordo, l’unica cosa misteriosa era uno strano rumore di fondo che inquietava il buio, e che dopo un po’ capii essere provocato da un amico, semplice spettatore, intento in un angolo della stanza a sgranocchiare un peperone intinto nell’olio (certamente una cosa insolita alle tre di notte, ma non così tanto per l’amico in questione). E la tensione, se c’era, era di quelle ragazze che cercavano di sottrarsi agli approcci di spiriti molto materiali e dispettosi.

La stessa esperienza era stata evidentemente vissuta in maniera molto diversa da me e dal narratore, e sono convinto che quest’ultimo fosse pronto a giurare di aver avuto un incontro ravvicinato con l’aldilà, mentre io ero solo rammaricato per non averne avuto alcuno di altro tipo. Se lo avessero sottoposto ad interrogatorio, senza alcun bisogno di tortura avrebbe raccontato di chissà quali occulti commerci, non fosse altro perché era un neofita, e quelle farse si svolgevano in un edificio paurosamente fatiscente (quell’ala crollò l’inverno successivo), completamente privo di illuminazione, con mura e pavimenti scricchiolanti e ragazze che squittivano nel buio. Ha continuato a rivivere e a raccontare così la faccenda per quasi mezzo secolo, convincendosi ogni volta di più di aver vissuto una esperienza sovrannaturale. Questo tizio è tutt’altro che un idiota, ma sarebbe stato un testimone ideale per gli inquisitori.

Lo stesso vale per quei processi di rielaborazione del nostro vissuto che tutti più o meno intensamente attiviamo. Il comportamento mantenuto in una particolare occasione viene, attraverso i criteri selettivamente orientati della memoria, accomodato, enfatizzato, in certi casi completamente ribaltato: i connotati reali di quanto è avvenuto si stemperano e sono sostituiti da ciò che è elaborato dalla fantasia, dalle aspettative, a volte da un senso di colpa, sempre dall’immagine che si vuole dare di sé. Se ho partecipato ad una innocente cerimonia, nel corso della quale sono state comunque evocate disgrazie sui nemici, vendette divine, arcangeli giustizieri, poco alla volta, nella narrazione che andrò a farne, è possibile che mi convinca che quelle vendette siano già in atto, o quanto meno che cerchi di darlo ad intendere ad altri. Oppure, messo alle strette sotto tortura, con la prospettiva di finire comunque sul rogo, che scarichi tutto il mio odio per i carnefici facendo intravvedere oscuri pericoli che incombono sul loro capo. Morire per morire, almeno farlo per qualcosa di concreto, o che tale sia ritenuto dagli altri, e incuta inquietudine nei persecutori e un sottile brivido di rivincita nei perseguitati.

Ora, proviamo a trasporre questa rielaborazione nella realtà del medioevo, e nella fattispecie del mondo medioevale ebraico, carico ancor più di quello dei gentili di attese palingenetiche e dell’urgenza di sottrarsi prima possibile ad una condizione intollerabile di terrore fisico, di offese e di quotidiane umiliazioni. Non mi sembra così improbabile che qualcosa del genere potesse accadere. E vado oltre: non mi pare nemmeno impossibile che qualche fanatico, o qualche furfante, possa aver sul serio provato a dare corpo a queste leggende. L’atmosfera, il clima erano quelli. Un paio di secoli più tardi gran parte del mondo ebraico, soprattutto quello della diaspora orientale, avrebbe dato credito ad un ciarlatano come Sabbatai Zevi, che invitava a praticare ogni sorta di abominio per accelerare la redenzione. E dopo altri settant’anni la cosa si sarebbe ripetuta tra gli aschenaziti polacchi con Jacob Frank. Qualsiasi strategia di difesa o promessa di riscatto trovava un uditorio vasto e affamato: perché non anche i rituali sacrificali?

Ma trasferiamoci nuovamente, torniamo all’oggi: non è esattamente quello che sta accadendo, pur in un clima diversamente oppressivo? non c’è un sacco di gente che crede a qualsiasi cosa, dai marziani ai fantasmi, ai complotti galattici, alle medicine miracolose, e si affilia e si affida totalmente alle sette e alle chiese le più improbabili? I meccanismi attraverso i quali si creano le leggende, metropolitane o rurali che siano, sono svariati. I risultati sono più o meno sempre gli stessi. Una volta diffusa, la leggenda può sempre trovare qualcuno che prova ad inverarla. A furia di sentirti addossare un ruolo, dice Pirandello, finisci per volerlo davvero recitare sino in fondo, o almeno per ritenere che ti convenga farlo.

Proviamo ora a fare il ragionamento opposto, a chiederci se la faccenda dei sacrifici rituali ha alle spalle qualche fondamento storico, o si tratta solo di ancestrali psicosi collettive. È un argomento per stomaci buoni, ma va affrontato.

L’accusa di omicidio rituale rivolta agli ebrei, come vedremo, ha una sua storia: ma il tema dei sacrifici umani, del cannibalismo rituale e dell’uso del sangue umano per gli scopi più peregrini non ha atteso gli ebrei per essere di moda. Sacrifici particolarmente atroci di bambini, immolati al dio Moloc, sono attribuiti dagli autori classici e dalla Bibbia ai Fenici: a Cartagine erano celebrati pubblicamente ancora nell’era di Annibale (Diodoro Siculo) e segretamente in epoca imperiale (Tertulliano). Ma anche altrove non andava meglio, se quasi tutti gli imperatori, a partire da Augusto e Tiberio sino al IV secolo, hanno cercato (a quanto pare inutilmente) di porre termine a questi rituali in tutte le provincie. Fuori dell’impero, presso gli Sciti e i Mongoli le sepolture dei sovrani o dei grandi capi erano accompagnate da vere ecatombi sacrificali.

Non era una pratica solo “barbarica”: i poemi omerici, e così pure il teatro di Euripide, ci dicono che sacrifici propiziatori o espiatori erano praticati anche in Grecia (la povera Ifigenia ne sa qualcosa). Roma non era da meno: Dione Cassio racconta che durante le celebrazioni del trionfo di Cesare vennero compiuti sacrifici umani, che pure erano stati proibiti dal Senato agli inizi del primo secolo a.C. (il che significa comunque che anticamente erano in uso). Cesare a sua volta ci informa di un rituale druidico nel corso del quale le vittime venivano arse vive, e sottolinea come presso i Galli la tortura dei prigionieri assumesse un significato sacrificale. Sui Germani è invece Tacito a ragguagliarci, e alcuni dei loro rituali particolarmente cruenti saranno oggetto di un bando ancora mille anni dopo, da parte di Enrico il Leone. Tutte le popolazioni barbariche, dagli Unni ai Goti ai Longobardi, e non ultimi i Franchi, condividevano, sia pure con fantasiose varianti locali, l’usanza del sacrificio, spesso di massa, di prigionieri o di schiavi, oltre a quello delle vedove. Il resto, dalle decine di migliaia di vittime delle grandi celebrazioni azteche ai riti segreti delle sette indiane o cinesi, è storia del recente passato. O del presente, se consideriamo le macabre storie di sette sataniche che la cronaca nera ci racconta anche in Italia, o le immolazioni e autoimmolazioni di massa che dalla Guyana alla Svizzera ci hanno lasciati sconcertati negli ultimi vent’anni.

Oltre a sacrificare vittime umane alle divinità guerriere, gli Sciti e gli Slavi e i Bulgari libavano il loro sangue. Ma è un uso attestato presso molti altri popoli. Secondo Erodoto i guerrieri della Media e della Lidia si succhiavano vicendevolmente il sangue, mentre i Carii, popolo di guerrieri mercenari, bevevano in comunione quello di bambini appositamente scannati, per rinsaldare lo spirito di corpo. Pausania racconta che Licurgo proibì i sacrifici espiatori normalmente celebrati a Sparta durante le epidemie, sostituendoli con fustigazioni a sangue, dalle quali si raccoglieva il liquido da offrire alla divinità. Presso i romani l’uso è certificato persino linguisticamente: Festo fa derivare dall’arcaico termine assir, col quale i latini denominavano il sangue, l’assiratum, una bevanda rituale mista appunto di sangue e vino. D’altro canto Plutarco racconta nella Vita di Publicola che i congiurati contro Tarquinio il Superbo suggellarono il giuramento bevendo sangue umano; e fa ripetere il rituale, in quella di Cicerone, da Catilina e dai suoi complici, con l’aggiunta della degustazione delle carni della vittima.

Evidentemente, soprattutto in questi ultimi casi, si tratta della ripetizione di un cliché stereotipato o di un travisamento delle fonti (anche se non mi stupirebbe che Cicerone stesso avesse fatto circolare questa voce). E tuttavia il cannibalismo rituale era più diffuso di quanto non si voglia pensare. A dispetto del prevalere nella seconda metà del ‘900 di un pensiero “negazionista”– il cui testo sacro fu Il mito del cannibale, di William Arens – che imputava ad un atteggiamento razzista dell’antropologia precedente l’attribuzione di questo costume ai popoli del terzo mondo, oggi l’esistenza e la diffusione anche antichissima di pratiche cannibalesche a scopo rituale è comprovata dagli studi su reperti umani del neolitico e del paleolitico, rinvenuti indifferentemente tanto in Cina quanto in Africa, in Europa o in America.

Per il mondo antico non ne parla solo Erodoto, che lo attribuisce ai Massageti del Mar Caspio e ai Callati dell’India (tra l’altro, a testimonianza della sua incredibile modernità di vedute, dandone anche una giustificazione: “A me pare che Pindaro abbia scritto bene, quando disse che la consuetudine è regina del mondo”). Viene attribuito anche ai “civili” popoli della Mesopotamia, presso i quali gli adepti del culto del sole e della luna arrostivano bambini appena nati e se ne cibavano durante le cerimonie. O a quelli dell’Ellade: Diodoro Siculo racconta che uno dei successori macedoni di Alessandro, Apollodoro, dopo aver immolato un bambino ne diede da mangiare la carne e da bere il sangue misto a vino ai suoi uomini, per legarli ad un indissolubile giuramento di fedeltà.

Anche le testimonianze più recenti, quindi più verificabili, sono svariate: vanno dal racconto di Hans Staden, che visse a lungo come prigioniero tra i Tupì del Brasile, a quelli dei compagni di Cook relativi ai Maori e agli abitanti delle Fiji (l’astronomo imbarcato al seguito della spedizione sulla Resolution scrisse: “non li mangiano per mancanza di cibo animale, ma a sangue freddo, perché ogni giorno pescavano tanto pesce quanto poteva bastare per noi e per loro: la loro pratica di questa orrida azione avviene per scelta”); dagli studi antropologici di Schweinfurth e di Du Chaillu sui Niam Niam e sui Fang in Africa a quelli di Beattie sugli Inuit, di Gaidusek sui Fore della Nuova Guinea, di Pierre Clastres sugli Atchei del Paraguay.

Potrei andare avanti all’infinito, ma non mi sto affatto divertendo. Volevo solo ribadire che ciò che ha fatto storcere il naso ai detrattori di Toaff, l’ipotesi che qualcuno potesse ragionare in termini di riti sacrificali o addirittura cannibaleschi e di uso magico del sangue, non era poi così campata per aria. Va da sé che per la gran parte dei casi si tratta di fantasie, che l’attestazione di questi usi è mirata a denigrare degli avversari o a preparare la strada allo sterminio o alla schiavizzazione di popoli considerati barbari e inferiori, e che anche quando non ci siano queste motivazioni le testimonianze sono spesso di seconda o di ventesima mano, e vengono da soldati o marinai il valore delle cui imprese è proporzionale alla cattiveria dei nemici, o da mercanti che giustificano i prezzi delle loro mercanzie con i pericoli corsi per acquisirle. Al netto, però, resta il fatto che gli usi sacrificali con vittime umane c’erano, erano diffusi tra tutte le popolazioni, ed erano durissimi da sradicare anche quando il potere civile o religioso tentava una umanizzazione dei costumi (ne sanno qualcosa gli inglesi in India).

E non è finita. Non solo questi usi c’erano: ci sono ancora. I satanisti torinesi e californiani non li ha torturati nessuno (purtroppo) per indurli alla confessione. Ma c’è dell’altro. In Come l’uomo inventò la morte, dell’antropologo inglese Timoty Taylor, si riportano i casi di bambini ritrovati smembrati, in Sudafrica e persino in Inghilterra, delitti associabili con ogni probabilità a un rituale per ricavare medicine, i cosiddetti muti. “Ancora oggi – scrive – è un fatto molto più comune di quanto molti suppongano, con parecchie centinaia di casi documentati negli anni ’90 nell’India settentrionale, in Sudafrica e altrove”. “Ma, aggiunge, il tentativo di criticare, o addirittura di investigare, la produzione di muti umano è considerato da alcuni come la prova dell’incapacità di comprendere i valori di una cultura differente, una cultura la cui visione del mondo e della vita è tanto valida quanto la nostra”. E cita alcuni patologi legali sudafricani i quali testimoniano che “in Sudafrica il muti non è considerato un argomento politicamente corretto”.

Non c’era da dubitarne.

Constatato che l’esistenza di rituali sacrificali, tanto quella storica come quella contemporanea, non è solo un parto di fantasie malate o un pretesto strumentale per demonizzare gli avversari, torniamo ai nostri ebrei. Ci chiedevamo se dietro la rete di protezione che li circonda non ci fosse per caso una presunzione di diversità. Ed è questo che vorrei ora provare a verificare.

Che gli Ebrei siano diversi, almeno in una certa misura e per il discorso che ci interessa, è anche vero. È vero cioè che la legge ebraica proibisce espressamente i sacrifici umani già a partire da Mosè, e che la Bibbia sconfessa l’immagine di un dio assetato di sangue sacrificale fin dall’episodio, pur controverso, di Abramo. Nel libro della Genesi, e poi particolarmente nel Levitico, si esplicita il divieto tassativo di consumare sangue di qualsiasi essere vivente, ribadito dal Talmud e dagli scritti rabbinici. Proprio questo divieto è stato il principale argomento a difesa invocato dagli ebrei nei processi loro intentati, e utilizzato all’occasione dai loro protettori. Ma non è stato sufficiente ad evitare che diventassero essi stessi i principali capri espiatori.

Furono comunque i cristiani, e non gli ebrei, i primi sospettati di compiere rituali di sangue. Il sospetto nasceva nei gentili da un’interpretazione equivoca dell’eucarestia, ed era alimentato dal fatto che i riti cristiani si svolgevano generalmente in luoghi appartati o nelle catacombe: è anche probabile che gli ebrei stessi non fossero estranei alle denunce (anche se lo stesso Tertulliano, che non era molto tenero, li scagiona): in fondo nella cerimonia eucaristica veniva perpetrata una violazione del divieto e gli stessi adepti del cristianesimo la consideravano tutt’altro che simbolica. Le voci di pratiche sacrificali orrende e di “agapi” a base di carne di fanciulli erano così diffuse che Plinio il Giovane, console in Bitinia all’inizio del II, secolo, riferisce a Traiano di aver fatto torturare due schiave cristiane per sapere quanto ci fosse di vero. Per la cronaca, le due schiave negarono tutto.

Non fossero bastati i pagani, durante la guerra intestina che lacerò il cristianesimo nei primi secoli furono le diverse sette a rimpallarsi le accuse dall’una all’altra; a noi, per ovvi motivi, sono rimaste solo quelle rivolte agli gnostici e ai manichei. Erano accuse adattabili ad ogni avversario, e infatti Sant’Agostino non esitava ad attribuire ai montanisti sia i sacrifici che l’uso di sangue umano per impastare il pane azimo. Ed erano portate con maggior violenza proprio da chi dalle sette si staccava. Nella sua storia della chiesa delle origini Eusebio parla di persecuzioni innescate alla fine del II secolo dalle false confessioni di apostati, che attribuivano ai loro ex fratelli questi riti sacrificali.

All’epoca della grande esplosione ereticale, tra l’XI e il XIV secolo, le accuse furono riesumate e di volta in volta usate nella persecuzione degli Erbertiani, dei Catari, degli Albigesi, dei Valdesi: ma anche contro i Templari, e nel XIV secolo contro i Fraticelli. Nel ‘500 vennero fatte proprie dai protestanti, e girate a quegli stessi domenicani che ne avevano fatto uso nei confronti degli eretici. Ancora tre secoli dopo i cattolici irlandesi erano accusati, non nelle bettole, ma nel parlamento inglese, di scannare bambini sugli altari. Non solo: a testimonianza di una precoce globalizzazione di ogni sorta di corbelleria, in Cina nella seconda metà dell’Ottocento, all’epoca dei Tai Ping, scoppiarono a più riprese tumulti contro i missionari, accusati di rapire fanciulli per prenderne gli occhi, il cuore e il sangue. E analoghe accuse erano rivolte ai francesi verso la fine del secolo in Madagascar.

Non parliamo poi di quel accade quando scoppia la caccia alle streghe. È un vero festival delle fantasie più perverse. Prima ancora che i domenicani Sprenger e Kramer pubblicassero il Malleus Maleficarum (1487) la vicenda di Gilles de Rais aveva già dato la stura alle più incredibili accuse di commerci satanici e di rituali sacrificali. In questo caso fu portata alla luce una terrificante vicenda di depravazione, anche se le modalità e le circostanze “politiche” del processo fanno dubitare sia del numero delle vittime (centoquaranta bambini) che delle motivazioni degli omicidi. Sta di fatto che di fronte alla prospettiva della tortura De Rais, sapendosi senza scampo per i delitti che davvero aveva commesso, preferì confessare qualsiasi efferatezza contro natura, comprese le evocazioni demoniache e l’offerta sacrificale dei bambini a Satana. Il che ci rimanda a quanto già visto a proposito delle confessioni.

Quella della stregoneria, dei sacrifici e del sangue divenne comunque a partire dal Cinquecento una vera psicosi. Persino un nipote di Pico della Mirandola, Giovanfrancesco, in un suo dialogo latino (Strix) faceva confessare ad una strega di aver ucciso diversi bambini prendendo loro il sangue. Alla fine del secolo nelle opere di Martin del Rio, in particolare nei Disquisitionum magicarum libri sex, venne raccolto l’incredibile repertorio di perversioni e ossessioni elaborato nei secoli precedenti, a costituire il prontuario al quale avrebbero attinto successivamente tutti gli inquisitori.

Gli Ebrei sono quindi in buona compagnia. Paradossalmente, dopo essere rimasti per un buon tratto al riparo, proprio per via del divieto biblico che potevano accampare, finiscono per diventare i più frequenti destinatari degli attacchi. Fino al XII secolo non abbiamo notizie di processi che li vedono imputati per riti sacrificali, anche se i sospetti di rapimenti e di utilizzo stregonesco del sangue umano da parte di Ebrei si erano già diffusi nel secolo precedente, nel clima di fanatismo diffuso dalle crociate. La prima accusa ufficiale di omicidio rituale è intentata loro in Inghilterra, nel 1144, a Norwich. È solo l’inizio; l’accusa è ripetuta a Würzburg nel 1147, poi a Colonia, e quindi in Francia, nel 1171 a Blois e nel 1191 a Bray sur Seine. Nel secolo successivo la faccenda diventa così grave che debbono intervenire ripetutamente sia il potere civile che quello religioso. Federico II in occasione di un processo montato a Fulda nel 1235 tenta di scagionare una volta per tutte gli ebrei e di porre fine alle denunce, mentre Innocenzo IV emana ben quattro bolle successive in loro favore, ribadendo che ciò di cui vengono accusati è assolutamente contrario alla loro legge. Con scarsi risultati: prima del 1500 i processi sono svariate decine: nell’età moderna si arriverà alle centinaia.

Gli impianti accusatori si ripetono sino alla monotonia, persino nel dettaglio delle formule. Ogni caso ricalca con lievissime differenze quelli precedenti. Spesso non si attende nemmeno l’esito del processo per giustiziare i presunti colpevoli; per bene che vada, gli accusati devono subire la carcerazione e la tortura. A tenere alta la pressione provvedono soprattutto gli ordini regolari, domenicani e francescani in testa (successivamente rilevati dai gesuiti), che buttano nella competizione predicatoria tutti gli stereotipi più collaudati, facendo un minestrone di ostie profanate, crocefissioni blasfeme, evocazioni demoniache. E ogni sconvolgimento interno alla chiesa produce un’ondata di persecuzioni. Così dopo la Riforma il fenomeno dilaga tanto nei paesi cattolici, dove il Santo Uffizio da un lato combatte le superstizioni popolari, ma dall’altro le sfrutta contro ogni forma di differenza, quanto in quelli protestanti, dove non c’è nemmeno la protezione papale a difendere le comunità ebraiche. A sua volta l’Illuminismo, come vedremo, non argina gli attacchi, ma apre piuttosto un altro fronte.

Le accuse si ripetono ancora per tutto l’Ottocento, e non soltanto in Russia o nei paesi slavi. Nel 1840 un caso clamoroso scoppia a Damasco, dove sparisce un frate cappuccino di origine italiana. La comunità cristiana accusa gli Ebrei di averlo sacrificato per bere sangue umano, e malgrado nell’Impero vigesse un rescritto del 1530 di Solimano II, nel quale si decretava che “per l’avvenire nessuna accusa che gli ebrei usino per loro Mazzoth sangue umano possa essere ricevuta da alcun giudice dell’impero”, gli indiziati vengono sottoposti a tortura, e quelli che non muoiono tra i tormenti finiscono per rilasciare complete confessioni. Ne nasce un incidente internazionale, con Lord Palmerston e Metternich che intervengono parlando di barbarie inaudita per il XIX secolo, e alla fine i sopravvissuti vengono scagionati e liberati (tra parentesi: il pontefice dell’epoca scrive a Metternich di “non avere neppure un’ombra di incertezza sulla verità di questa imputazione”; l’anno è lo stesso in cui, come ho già detto, alla Camera dei Lord un parlamentare inglese accusava degli stessi delitti i cattolici irlandesi; e la Sublime Porta è un nemico storico dell’impero asburgico).

L’unica novità positiva riguarda gli esiti. Quello del processo di Damasco è tipico. Nel XVIII e nel XIX secolo oltre il novanta per cento dei casi si concludono con un nulla di fatto (che non è proprio un lieto fine, perché quasi sempre gli ebrei, anche se riconosciuti innocenti, devono lasciare località nelle quali risiedevano da tempo, o addirittura sono vittime di pogrom preventivi). Una più forte presenza dello stato e la laicizzazione dei tribunali offrono maggiori garanzie di protezione contro la superstizione popolare. Questo non impedisce comunque che le accuse di omicidio rituale conoscano addirittura una recrudescenza nell’ultimo quarto dell’Ottocento, in concomitanza con una feroce campagna antisemita lanciata dalla stampa cattolica, in particolare dalla rivista dei gesuiti Civiltà cattolica. E anche nel Novecento la leggenda dei riti sacrificali continua a circolare nell’immaginario più retrivo, soprattutto in Russia e nella fascia mitteleuropea: ormai sono i diversi regimi, da quello zarista a quello sovietico, e poi quelli fascisti, a piegare ed enfatizzare l’antisemitismo ai loro fini, per dirottare sugli ebrei il malcontento popolare, per rinsaldare il consenso o per avvallare le politiche razziali. In realtà ormai il tempo delle leggende del sangue è finito: ma non sono del tutto venuti meno quelli disposti a crederci. Gli altri stanno semplicemente trasponendo l’immagine del “cavar sangue” su un piano metaforico.

La “secolarizzazione” del problema ebraico avviene attraverso un processo che ha il suo culmine nella seconda metà del XVIII secolo, e all’interno del quale mi sembra significativo il caso di Voltaire. Il paladino per eccellenza della tolleranza e dei diritti è un antisemita viscerale. Nel suo Dizionario Filosofico un quarto almeno delle voci ha riferimenti spregiativi agli ebrei. Quelle ad essi specificamente dedicate (da Juif a Sacrifici rituali) sono aberranti. Gli Ebrei sono “un popolo ignorante e barbaro, che raggiunse dopo lungo tempo la più sordida avarizia e la più detestabile superstizione e il più invincibile odio per tutti i popoli che li arricchiscono e li tollerano”. Salvo poi aggiungere “Ma non per questo bisogna mandarli al rogo”. Un grande cuore. Alla voce “Antropofagi” va nel dettaglio. «È vero che nel tempo di Ezechiele i Giudei dovevano conservare l’uso di mangiare carne umana … Ciò è provato. E d’altra parte, perché gli Ebrei non sarebbero stati antropofagi? Sarebbe stata la sola cosa che mancava al “popolo di Dio” per essere il più abominevole popolo della terra». E più oltre, alla voce Jefte, o dei sacrifici umani: “Non possiamo dubitare che gli ebrei facessero dei sacrifici umani: nessun punto della storia è forse meglio appurato”. E cita il Levitico, e i suoi precetti: “Cosa aveva votato Jefte, cosa aveva promesso a Dio con giuramento? Di sgozzare sua figlia e di immolarla in olocausto. E così fece”. Rincara la dose nel Candide, e nel Dialogo del cappone e della pollastra fa dire al primo: “Ricordo bene che ci sono molti paesi, tra cui quello dei giudei, in cui talora gli uomini vengono mangiati gli uni dagli altri” al che la pollastra risponde: “È giusto che una specie così perversa divori se stessa, e che la terra venga purificata da questa razza”.

Sembrerebbero le argomentazioni dell’accusa in un processo per omicidio rituale. I toni, gli argomenti sono quelli. E invece siamo già di fronte a qualcosa di molto diverso. Siamo di fronte all’antisemitismo moderno, all’antisemitismo “laico e progressista”. E razzista. Certo, Voltaire tanto laico non sembrerebbe, e ancor meno progressista: e infatti di questo nuovo atteggiamento è paradigmatico solo fino ad un certo punto. È il più famoso degli illuministi, ma non è certo il più esemplare. È paradigmatico piuttosto di altro, di quel modo d’essere “astioso” che caratterizza troppa parte del pensiero progressista e che trae origine dal rancore e dall’invidia anziché dal senso dell’equità e della fraternità. Voltaire è un uomo avido, meschino, opportunista nelle amicizie e pronto a volgerle in disprezzo, teorico di ogni battaglia e combattente di nessuna. Altro che “coltivare il proprio piccolo orto”: gli danno fastidio anche i frutti di quelli altrui. Ciò che pensa degli ebrei lo pensa in fondo di tutta l’umanità, e quindi parrebbe non fare testo. C’è però qualcosa di visibilmente patologico nel suo antisemitismo (nell’antisemitismo c’è più o meno sempre qualcosa di patologico), ed è l’ossessione dettata dalla paura. Il disprezzo sibilato, ostentato, gridato è un modo per esorcizzare una vera e propria fobia: ed è proprio questo ciò che Voltaire traghetta dal vecchio al nuovo antisemitismo.

Che comunque l’atteggiamento antisemita corrisponda ad un sentire generalizzato tra gli illuministi, sia pure in forme meno esasperate, lo dimostra il fatto che accomuna anche Montesquieu, D’Alambert, D’Holbach, Lichtemberg, lo stesso Rousseau. Unici a salvarsi il solito Diderot, che è anni luce più avanti, e naturalmente Alexander von Humboldt, che si fa un punto, in una Prussia da sempre antisemita, di frequentare i circoli culturali ebraici. Più particolare il caso di Kant; nonostante si cerchi di farne un antesignano del razzismo, e si voglia leggere nella sua Antropologia un manifesto dell’antisemitismo, la verità è che quando parla di razze non ne desume gerarchie, ma soprattutto che i suoi migliori amici erano ebrei.

È da chiedersi allora perché mai gli illuministi manifestino tanta insofferenza nei confronti degli ebrei. Io un’idea ce l’ho, e provo a riassumerla mettendo a fuoco quelli che mi sembrano essere i principali motivi.

Una prima motivazione appare già implicita nell’assunto filosofico centrale dell’illuminismo: l’unico strumento per risolvere i problemi dell’umanità e per fornire delle basi etiche all’esistenza è il pensiero razionale. Di conseguenza è necessario condurre una lotta serrata contro ogni forma di superstizione, prima tra tutte quella religiosa: e se il cattolicesimo è il nemico più prossimo e visibile, perché esercita il suo potere attraverso le monarchie teocratiche, l’ebraismo è il più subdolo, perché la religione ebraica è la madre di tutti i monoteismi. Il suo libro sacro è la sentina di tutte le false credenze che hanno resi schiavi gli uomini e che vengono finalmente smentite dagli esiti della rivoluzione scientifica

Gli ebrei sono malvisti però anche per la loro refrattarietà ad ogni forma di integrazione. Il fatto che siano così ostinatamente decisi a mantenere la loro identità religiosa e culturale costituisce un problema sia che si concepisca l’umanità come un unicum cosmopolita (Kant), che deve essere governato dalla razionalità e guidato dalle stesse leggi e accomunato dagli stessi costumi, sia che, al contrario, si ragioni in termini di identità nazionale (Fichte). Nel primo caso è evidente che l’identità ebraica deve sparire, nel secondo che quella nazionale non deve correre rischi di contaminazione. Se si pensa che gruppi di persone che condividono una cultura, una lingua, una storia, un territorio e un sistema di valori costituiscano una naturale e particolare entità, tenuta assieme dal comune senso di lealtà verso la propria nazione, gli ebrei, in quanto estranei che non condividono con gli altri nulla di tutto questo, in tale entità non trovano posto.

Ciò fornisce un fondamento diverso all’antisemitismo moderno; nel momento in cui, attraverso una deriva dell’organizzazione tassonomica del sapere, l’identità assume una connotazione “razziale”, nasce la teoria che gli ebrei, perennemente esiliati, privi di radici, incapaci di integrarsi con gli altri popoli in alcun luogo della terra, appartengano a una “razza” inferiore, o addirittura la costituiscano.

Altri motivi sono invece legati alla trasformazione dei modelli produttivi e dei rapporti tra i settori economici. In pratica: dopo le scoperte l’esplosione dei commerci internazionali ha esaltato il ruolo della finanza: questa non può più essere demonizzata in base ai vecchi tabù cristiani (e a sgombrare il terreno ci pensa proprio il protestantesimo), e viene anzi istituzionalizzata attraverso l’apertura delle borse: ma il retaggio storico che proprio da quei tabù era stato creato (gli ebrei sono già dannati, e quindi a loro va lasciato l’esercizio dell’usura) costringe a fare i conti con una presenza ebraica nel settore estremamente competitiva. Quindi, nasce un doppio problema: da un lato c’è resistenza a quella che appare (e in effetti è) una “virtualizzazione” dell’economia, di contro ad una concretezza produttiva che è sempre stata appannaggio dei cristiani, non fosse altro per l’esclusione degli ebrei da ogni attività sia agricola che manifatturiera (e infatti, il pendant economico dell’Illuminismo, sia nella versione liberista che in quella fisiocratica, insiste molto sulle attività produttive, primarie, di trasformazione o di commercializzazione che siano): dall’altro c’è la necessità di sottrarre il primato nel settore finanziario a chi lo ha saldamente in mano.

Gli sbocchi di questo duplice fronte di conflittualità sono tutti negativi per gli ebrei. La nobiltà li odia perché hanno agito da tramite finanziario nella transazione dei loro possessi alla borghesia e dei loro poteri alla monarchia. Le popolazioni rurali li odiano perché tanto prima quanto dopo questa transazione il sistema delle esazioni fiscali rimane in genere nelle mani degli ebrei, e i contadini in loro identificano chi li rapina. I borghesi, soprattutto la piccola borghesia, se li trovano di fronte come concorrenti nei commerci e davanti nei ruoli amministrativi. I proletari urbani, infine, cominciano ad identificare negli ebrei il grande capitale che sta dietro le spalle di coloro che li sfruttano. È chiaro che la prospettiva di una loro emancipazione, che li ponga sul piano del diritto alla pari con tutti gli altri, non sorride a nessuno, perché in realtà nessuno crede che possa risolversi in una totale integrazione; l’ebreo è il “marrano” per antonomasia, colui che si cela, si mimetizza, ma mantiene intatte le sue convinzioni, i suoi costumi, i suoi legami, e quindi il suo occulto potere.

Accenno infine ad un’altra sottile ragione, quella espressa nella Dialettica dell’Illuminismo da Adorno e Horkeimer. Secondo i maestri della scuola di Francoforte l’antisemitismo moderno eredita da quello precedente una precisa connotazione teologico-politica e la rende finalmente esplicita, in quanto rappresenta la lotta del Dio cristiano con il Dio ebraico. Il Dio dei cristiani sarebbe in fondo la proiezione della volontà di potenza dell’uomo, di innalzare all’assoluto ciò che si presenta come finito: in altre parole, l’idea del progresso senza confini. Il Dio ebraico invece lascia la sua creatura nella finitezza, così come è, senza la pretesa di mediare, per superarla a forza, questa condizione naturale del vivere umano. Messa in questo modo, l’antisemitismo non può più essere interpretato come fenomeno con precise e mutevoli caratterizzazioni storiche, ma come la costante risultanza di un confronto che si è protratto nei millenni (perché la versione cristiana trae origine dalla contaminazione del giudaismo con il pensiero greco). Ho voluto riportare questa interpretazione perché è antitetica a quella che se ne dà solitamente, e che vede, sulla scorta di una lettura impropria di Nietzche, al contrario il giudaismo come responsabile dell’ybris del progresso (contro il naturalismo dei pagani).

Ora, cosa c’entra tutto questo con Voltaire? C’entra perché Voltaire, al di là delle sue paturnie, è il portavoce un po’ di tutte queste motivazioni, pur senza esserlo di nessuna in particolare. Diciamo che fornisce a tutte pretesti e strumenti. Soprattutto crea un precedente illustre, che varrà da pezza d’appoggio per i polemisti antisemiti dell’ottocento, naturalmente più per quelli “progressisti”, visto che un De Maistre, pur dicendo sostanzialmente le stesse cose, non si sognerà mai di fare riferimento, esplicito o implicito, a quell’anticristo di Voltaire. In sostanza comunque mentre i reazionari vedono l’emancipazione come uno dei simboli del trionfo del liberalismo, e quindi portano all’estremo l’identificazione ebrei-liberalismo-fine della società tradizionale, la nascente sinistra ci vede lo stesso connubio dei reazionari, ma lo interpreta in una valenza opposta. La presenza degli ebrei, che sono stati lo strumento finanziario delle monarchie assolute, e che adesso, emancipati, agiscono in proprio, indica il passaggio dalla schiavitù nei confronti dell’autocrazia a quella nei confronti del capitale.

Come si vede, è possibile leggere il problema rappresentato dalla scomoda presenza ebraica in modi diametralmente opposti. Ed è appunto quanto succede subito dopo l’Illuminismo, dopo il trauma della rivoluzione francese e nel bel mezzo di quello della rivoluzione industriale.

Questo ci porta davvero verso la conclusione. La polemica su Toaff, pur nella sua goffaggine, è sintomatica di una ambiguità mai risolta dal pensiero progressista, e soprattutto dalla sua componente più “a sinistra”, con la questione ebraica; ed ha anche un risvolto politico. Perché, sia chiaro, da sinistra sono venuti gli attacchi. E la cosa non è così paradossale: è anzi facile da comprendere.

La polemica è venuta da sinistra perché la sinistra ha la coscienza sporca. Coltiva in seno una tradizione di antisemitismo che è antica almeno quanto quella della destra, erede diretta di quell’astio popolare che ogni forma di potere, papale o imperiale, zarista o socialista, da sempre ha convogliato sugli ebrei, ma che come abbiamo visto era fatto proprio anche da chi quei poteri diceva di combatterli. Dopo la rivoluzione francese gli ebrei sono diventati il simbolo stesso del nuovo, ed è un nuovo che non fa paura solo ai reazionari del calibro di De Bonald, (vedi Sur les Juifs, del 1806). Nei principali ideologi del socialismo utopistico della prima metà dell’Ottocento troviamo ripresi pari pari tutti gli stereotipi della predicazione cristiana che lui utilizza, con l’aggiunta di quelli indotti dall’emancipazione. Fourier ad esempio se la prende con i piccoli commercianti alsaziani, “parassiti, bottegai e usurai”, e ritiene che “gli ebrei siano la lebbra del nostro corpo politico”, e che come i lebbrosi dovrebbero essere segregati, mentre uno dei suoi seguaci, Alphonse Toussenel, attacca invece ne “Les Juifs, rois de l’epoque il “feudalesimo finanziario” praticato dai grandi finanzieri ebrei, e scrive: “La repulsione universale ispirata da loro per lungo tempo non fu che il giusto castigo per il loro implacabile orgoglio, e il nostro disprezzo non è che la giusta rappresaglia per l’odio che essi sembrano nutrire per il resto dell’umanità”.

Più scatenato ancora è Proudhon. Ne “La Justice dans la révolution et dans l’Eglise” (scritto nel 1840, ma pubblicato solo postumo, nel 1883, in “Césarisme e Christianisme”) afferma che “l’ebreo è principio del male, Satana e Ahariman, incarnato nella razza di Sem”. Auspica l’espulsione di “questi speculatori, profittatori e parassiti”, e arriva a scrivere che occorre “rimandare questa razza in Asia, o sterminarla” (va detto che Proudhon ce l’ha con un sacco d’altra gente, tutti gli operai stranieri, ad esempio, e particolarmente con le donne, che a suo giudizio debbono restare sottomesse al maschio e accontentarsi di un salario inferiore). Un altro ossessionato dall’antisemitismo è Bakunin: per lui gli ebrei sono “una setta sfruttatrice, un popolo di sanguisughe, un unico parassita vorace”. E questa immagine la trasmette ai suoi seguaci russi, che in occasione dei pogrom incitavano la popolazione alla caccia all’ebreo, e purtroppo anche a buona parte dell’anarchismo italiano (si salva il solito Berneri).

Anche il socialismo scientifico e materialista, pre-marxista o marxista, mantiene una posizione decisamente negativa nei confronti degli ebrei. Tra i precursori, Fichte non vede altro mezzo per liberarsi di loro che riconquistare la Terra Promessa e spedirceli tutti, mentre Feuerbach pone la religione ebraica (e il popolo che la professa) sul gradino più basso della sua scala di valori, in quanto caratterizzata dall’intolleranza e dall’egoismo utilitaristico. Bruno Bauer pubblica nel 1843 “La questione ebraica”, nella quale accusa gli Ebrei di essersi cercati tutti i loro mali per il rifiuto dell’universalismo e del progressismo cristiano, e si schiera contro l’emancipazione, perché di essa gli ebrei profitterebbero per incistarsi come parassiti nella carne della società borghese. Gli risponde un anno dopo Marx, con Sulla questione ebraica: nipote di un rabbino, Marx si mostra altrettanto sprezzante di Bauer nei confronti degli ebrei (si moltiplicano come i pidocchi), ma per ragioni diverse. L’ebreo non ha bisogno di incistarsi nella borghesia, perché la borghesia ha già assimilato appieno l’idealità ebraica, che si fonda sull’interesse, sul lucro, su una soggezione totale al denaro. Non vanno emancipati gli ebrei, va piuttosto emancipata la società da un ebraismo che è già dominante (troviamo dietro ogni tiranno un ebreo).

Le cose non stanno diversamente per i socialisti moderati; lo stesso Lassalle, di origini ebraiche, e attaccato per le stesse da Marx e da Engels, ritiene che la soluzione del problema verrà proprio dall’avvento del socialismo, nel senso che a quel punto l’ebraismo dovrà sparire. Altri, come Arturo Labriola, non mancano di sottolineare la “chiarezza ariana di Engels contro l’opacità semita di Marx”. E qualcuno, come Eugene Durhing, ne è ossessionato al punto da sfociare in un antisemitismo violento. (È singolare, peraltro, che in quello che è considerato il padre del pensiero razzista dell’ottocento, Arthur de Gobineau, non ci sia traccia di antisemitismo).

Con queste premesse non c’è da meravigliarsi se nella seconda metà dell’Ottocento e nel secolo successivo la sinistra ha mantenuto una posizione ambigua rispetto all’antisemitismo, dando vita a quello che Auguste Bebel, uno dei fondatori del socialismo tedesco, definiva il “socialismo degli imbecilli”. L’identificazione degli ebrei con il capitale, in particolare con quello finanziario, non solo non è venuta meno anche di fronte all’emersione di nuovi modelli economici, ma ha trovato anzi un sempre maggiore alimento. Ciò che scrivevano nei primi decenni del Novecento i rappresentanti della destra imprenditoriale più reazionaria, come Ford, o di quella universitaria come Sombart, era esattamente simile a quanto sostenevano le riviste socialiste (e quelle cattoliche). Basta d’altronde pensare a quale spazio l’antisemitismo ha trovato nella repubblica socialista sovietica nata dopo la rivoluzione d’ottobre. Questa posizione è rimasta defilata tra le due guerre, ma solo per non confondersi col contemporaneo montare e con gli sviluppi di politica razziale dell’antisemitismo di destra: in qualche modo però la sinistra lasciava al nazismo e al fascismo il lavoro sporco della denuncia e dello smascheramento del “complotto plutocratico giudaico”. L’antisemitismo di sinistra è passato in secondo piano, ma non è certo venuto meno. L’orrore della Shoah l’ha poi reso inesprimibile, ma era inevitabile che in qualche altra forma tornasse allo scoperto. E l’occasione per riemergere l’ha fornita la questione palestinese. Il nuovo filone è l’antisionismo: da non confondere, per carità, con l’antisemitismo, perché il nemico non sono più “gli” ebrei. Sono solo “quegli” ebrei che rifiutano di interpretare ancora il ruolo delle vittime.

È questo che la sinistra non accetta. Che gli ebrei, stanchi di aspettare difensori che non li difendono, ma li commemorano, abbiano deciso di farsi commemorare e compatire un po’ meno e farsi rispettare un po’ di più. Israele rappresenta questa scelta. La scelta di rispondere al fuoco col fuoco e al sangue col sangue. Che poi, vuoi per le pressioni esterne (cinque guerre in cinquant’anni e un nemico che ha nello statuto fondativo delle sue organizzazioni la cacciata e la liquidazione di tutti gli ebrei) vuoi per il conseguente prevalere all’interno della componente di immigrazione dell’est europeo, decisamente più integralista (e alla luce di quanto sta accadendo ancora in Europa, e non solo in Polonia, una qualche ragione sembrerebbero avercela anche loro) lo stato di Israele abbia impresso alla sua politica una svolta decisamente discriminatoria e aggressiva, questo è un altro discorso.

Sta di fatto che un’adesione così viscerale alla causa palestinese da parte della sinistra non si spiega se non guardando all’identità dell’avversario. Non mi sembra si sia data altrettanto pensiero per la causa dei Curdi, che sono dieci volte tanti rispetto ai palestinesi e sono stati massacrati e gasati e sterminati tranquillamente da iraniani, turchi, russi e iracheni. E neppure per le popolazioni sudanesi, sterminate dagli arabi nella più assoluta indifferenza del mondo occidentale sino a ieri. Non ho mai visto una manifestazione in difesa di questi popoli, e ne ho viste poche anche a favore della popolazione tibetana (e comunque, non della sinistra), quando le vittime civili dell’occupazione cinese in cinquant’anni superano di gran lunga il milione di morti, mentre quelle dell’occupazione israeliana non arrivano a diecimila. Non è certo il numero delle vittime a determinare la maggiore o minore bontà di una causa, ma dato che questi numeri corrispondono alle sofferenze, al dolore e alla morte di esseri con pari dignità umana, anche nel distribuire solidarietà andrebbe rispettato un certo equilibrio.

Il problema è che per l’antisemitismo di sinistra Israele non dovrebbe proprio esistere. E più estrema è la sinistra, più l’antisionismo rivela il suo carattere di facciata dell’antisemitismo, e si esprime nei termini ormai collaudati della convinzione dell’esistenza di un complotto giudaico internazionale.

Ufficialmente c’è dunque una sinistra che non può non ergersi a difesa della memoria della Shoah, soprattutto in ragione del fatto che chi l’ha provocata, o come nel caso italiano chi l’ha comunque fiancheggiata, era la destra razzista e fascista. Quindi, lotta dura ad ogni forma negazionismo o di antisemitismo, quando si parla di vittime. Dall’altro lato però c’è anche la sinistra che non può non fare propria la causa dei popoli oppressi, del terzo mondo e del popolo palestinese in particolare, che guarda caso le sta particolarmente a cuore, proprio perché dall’altra parte ci sono degli ebrei. In questo caso gli ebrei rappresentano la lunga mano di un imperialismo del quale, attraverso le lobbies americane, sono anche la mente. E a dimostrarlo starebbe anche l’atteggiamento mutato delle destre.

In realtà le simpatie mostrata dalla destra per il nuovo stato ebraico, che non comportano affatto una diminuzione dell’antisemitismo, sono legate al fatto che la vicenda di Israele ha smentito quello che era il luogo comune nazionalistico dei primi dell’Ottocento, di un popolo senza radici e senza terra. Gli ebrei hanno dimostrato invece che, appena si sono date loro le condizioni per riaverla, in quella terra le radici le hanno messe eccome, e non sono disponibili a lasciarsele tagliare. Hanno trasformato il fallito tentativo di cancellarli dalla storia e dal mondo in una potatura terrificante, che ha fatto ripollonare nuovamente la loro pianta. Certo, è la vittoria di un popolo pagata ad un prezzo altissimo, non solo in vite, ma anche in idealità, in termini di spirito e di una paradossale libertà di fondo e distanza da questo mondo che li rendeva capaci di muoversi con una agilità impossibile a tutti gli altri. Sono tornati ad essere uomini, come erano sempre stati, ma come la loro condizione, il loro abito di pellegrini non consentiva di riconoscerli. Sono uomini, e nulla di quanto è umano, nel bene e nel male, è loro estraneo e si può loro negare.

Il problema è dunque questo. Toaff ha avuto il torto di mettere allo scoperto, credo del tutto involontariamente, l’equivoca disposizione di una sinistra che presidia la memoria degli ebrei morti ma nega il diritto ad esistere a quelli vivi. Dicendo che avrebbe potuto benissimo darsi tra di loro una pratica legata al sacrificio di sangue e all’uso del sangue stesso, Toaff ha semplicemente voluto ricordare che gli Ebrei nascono uomini, e diventano vittime non per vocazione o disposizione genetica, ma per la malvagità e l’ignoranza altrui. E che in quanto uomini hanno anch’essi il diritto e il limite di essere creduloni o superstiziosi, e la possibilità di trasformarsi in carnefici. Ciò che si può dire di qualunque popolo, senza scatenare pandemoni.

Per approfondire

ARENS, W. A. – Il mito del cannibale – B. Boringhieri, 1980
BARROMI, Joel – L’antisemitismo moderno – Marietti, 1988
BATTINI, Michele – Il socialismo degli imbecilli – B. Boringhieri, 2010
CAFFIERO, Marina – Legami pericolosi – Einaudi, 2012
CALIMANI, Riccardo – Ebrei e pregiudizio – Mondadori, 2000
COHN-SHERBOK, Dan – Storia dell’antisemitismo – N.Compton, 2005
FOA, Anna – Ebrei in Europa – Laterza, 1992
ISAAC, Jules – Genèse de l’antisémitisme – Calmann-Lévy, 1956
JESI, Furio – L’accusa del sangue – B. Boringhieri, 1993
JOHNSON, Paul – Storia degli Ebrei – Longanesi, 1987
LAZARE, Bernard – L’antisémitisme – Ed. de la Differénce, 1982
LESSING, Theodor – L’odio di sé ebraico – Mimesis, 1995
LIEBMAN, S. B. – Fede, fiamme e Inquisizione – E. della Pace, 1993
MANNUCCI, Cesare – L’odio antico – Mondadori, 1993
MANZINI, Vincenzo – L’omicidio rituale e i sacrifici umani –I Dioscuri, 1988
MAYER, Hans – Diversi Garzanti, 1977
PIPERNO, Roberto – L’antisemitismo moderno – Cappelli, 1964
POLIAKOV, Leon – Storia dell’antisemitismo – La Nuova Italia, 1974
SCHAMA, Simon – La storia degli ebrei – Mondadori, 2014
TARADEL, Ruggero – L’accusa del sangue – Ed. Riuniti, 2002
TOAF, Ariel – Pasque di sangue Il Mulino, 2007
TOLLET, Daniel – Dalla condanna del giudaismo all’odio per l’ebreo – Mariotti, 2002
VOLTAIRE – Juifs – Gallone 1997