Camuserìe (seconda parte)

dieci tracce per vite (quasi) parallele

di Paolo Repetto, 2 agosto 2026 [1]

5. Impegno

Devo scrivere come devo nuotare:
è il mio corpo che lo esige.

Per Camus compito dell’intellettuale o dello scrittore è sostenere la lotta per la verità. Nei Carnets scrive: “Nessuna sofferenza ha potuto, né potrà mai, indurmi ad affermare il falso”. Ma il suo impegno, prima che come intellettuale, è come cittadino. Il che significa che in lui prevale la postura critica su quella ideologica: e l’attitudine critica rimanda al buon senso e all’onestà. In effetti non ha una verità oggettiva da affermare e da dimostrare, e non nasconde le proprie perplessità e le proprie esitazioni: “La verità è misteriosa, sfuggente, sempre da conquistare. La libertà è pericolosa, dura da vivere quanto esaltante. Dobbiamo marciare verso questi due obiettivi, con fatica ma decisi, ben consci dei nostri errori in un così lungo cammino”.

Alla base dell’impegno di Camus c’è dunque la necessità di denunciare, di testimoniare contro la menzogna, di destra o di sinistra che sia. Di parlare chiaro. Lo ribadisce nel discorso di accettazione del Nobel: “L’artista non può mettersi al servizio di coloro che fanno la storia, è al servizio di quelli che la subiscono”. Tanto meno l’arte può essere uno strumento di autogratificazione: deve comunicare, scuotere, svegliare. “L’arte non è ai miei occhi gioia solitaria: è invece un mezzo per commuovere il maggior numero di uomini offrendo loro un’immagine privilegiata delle sofferenze e delle gioie di tutti”.

La battaglia che l’intellettuale deve portare avanti non è di attacco: non combatte in nome di particolari ideologie e neppure in nome della ragione. Non mira alla conquista di un potere o per affermare un’idea. Quella di Camus è una lotta di resistenza. Sceglie di vivere un presente indignato anziché vagheggiare un futuro radioso. E fa questa scelta perché, “bisogna amare la vita prima ancora di amarne il senso: e quando l’amore per la vita sparisce, nessun senso può darci consolazione”.

L’ impegno di Camus quindi non è politico in senso stretto: e nemmeno può essere definito a pieno titolo filosofico. “Perché sono un artista e non un filosofo? E’ che io penso secondo le parole, non secondo le idee.” Camus può essere definito un progressista di sinistra, ma rimane sostanzialmente un eretico, uno “straniero”, isolato nel contesto intellettuale francese per le sue posizioni contro ogni forma di totalitarismo, in particolare contro lo stalinismo. Al contrario di quanto professato dagli engagés della rive gauche, Camus non concepisce che la verità possa essere sacrificata all’efficacia (virtù questa particolarmente cara ai comunisti). “Siamo molto pochi, certo. Ma la verità viene prima dell’efficacia. Bisogna definire quella prima di preoccuparci di quest’ultima. A cosa servirebbe essere milioni se la nostra “chiesa” avesse per primo comandamento: Tu mentirai? Questo non significa affatto che l’efficacia non sia importante. Ma ha un senso subordinato. La sopravvivenza della verità non è un problema meno importante della verità stessa. Ma è un problema che viene dopo. Ecco tutto. E ancora deve essere risolto … I cristiani hanno iniziato in dodici – i marxisti in due”.

Non accetta compromessi, perché la verità non è una virtù, ma una passione. E come tale non può essere indulgente, tollerante. Quando il suo amico e maestro Jean Grenier gli obietta che le tesi esposte ne L’uomo in rivolta sembrano abbracciare la linea reazionaria di Charles Maurras, il teorico dell’Action Francaise, risponde: “Tanto peggio. Non bisogna guardare a chi si somiglia, ma dire ciò che va detto”.

Ma come va detto? Camus ritiene che si possa pensare, e di conseguenza comunicare efficacemente, solo per immagini. Le immagini trasmettono in maniera non mediata le emozioni del nostro corpo, e diventano metafora del pensiero. Per questo, a suo giudizio, chi vuol fare filosofia deve scrivere romanzi. “I sentimenti, le immagini moltiplicano per dieci la filosofia.” La letteratura può dipingere allegorie più efficaci di qualsiasi trattato (La peste ne è uno splendido esempio). E non solo: proprio in ragione di ciò che dicevo sopra, è l’unico modo per rappresentare il pensiero in maniera chiara e onesta: per tenere cioè assieme l’uomo e il filosofo.

Per Camus è necessario infatti, anzi, è indispensabile, che si dia coerenza tra la vita e il pensiero. La coerenza è indice di onestà intellettuale. Non a caso chiede spesso ai suoi corrispondenti informazioni sulla vita e sui comportamenti dei pensatori coi quali viene a contatto (su Sartre, ad esempio, nei primi momenti del loro rapporto – poi arriverà a conoscerlo sin troppo bene). Non cerca materiali per la polemica, ma strumenti per capire a fondo il loro pensiero, per riconoscerne o meno la credibilità. Scrive: “In fondo a se stesso, ogni artista custodisce in tal modo un’unica sorgente che nel corso della vita alimenta quel ch’egli è e quello che dice. Quando la sorgente è inaridita, si vede l’opera accartocciarsi a poco a poco e screpolarsi. L’invisibile corrente non irriga più le terre ingrate dell’arte. Coi capelli radi e secchi, l’artista, coperto di stoppie, è maturo per il silenzio, o per i salotti, che è lo stesso”. Ha bisogno di sapere che può guardare dritta negli occhi l’opera. Come farebbe con il suo autore.

Naturalmente la poetica di Camus, a dispetto, o forse proprio in ragione, del successo editoriale de La peste, non è condivisa da molti dei suoi colleghi “impegnati”. Dal redattore di Combat si aspettavano una adesione “organica”, vale a dire acritica, al credo socialista e alla mitologizzazione della Resistenza. Qualcosa che rispondesse ai canoni del “realismo socialista”. Si trovano invece di fronte ad una allegoria del male e del suo impatto sui singoli e sulla comunità che prescinde da ogni specifica contingenza storica, e nel contempo però adombra perfettamente la condizione della Francia di Vichy : ciò che impedisce ad una classe intellettuale, ma oserei dire ad un intero popolo, di trincerarsi dietro giustificazioni speciose della propria iniziale inerzia, o addirittura del collaborazionismo, e di mistificare la squallida realtà dei fatti reinventando o enfatizzando un glorioso passato resistenziale (ciò che è accaduto peraltro anche in Italia, senza alcun Camus che smascherasse l’operazione).

Intendiamoci: Camus non accusa nessuno. È perfettamente consapevole della debolezza umana, cosciente del fatto che sulle scelte di ciascuno pesano i fattori più diversi: ma chiede che almeno non ce la si racconti pretendendo di negare la realtà, perché questo significherebbe non aver imparato nulla, non aver appreso alcuna lezione, ed essere impreparati ad ogni nuova prossima e più che probabile manifestazione del male.

6. Responsabilità

Anziché appellarsi alla ragione o a qualsivoglia “verità” ideologica, Camus invita a un’etica della responsabilità. Da intendersi quest’ultima come responsabilità nei confronti dei propri simili, di denuncia della menzogna, da qualunque parte arrivi, e dunque tanto più indispensabile in chi esercita un ruolo intellettuale. Il che è cosa ben diversa dal dover rispondere delle proprie scelte e del proprio operato a una volontà divinità o a una legge storica. È la responsabilità che ogni uomo deve (dovrebbe) assumere nei confronti di se stesso.

Ne La caduta scrive: “Dopo una certa età, ognuno è responsabile della propria faccia”. La “certa età” non è quella della ragione, facoltà della quale diffida, perché pretende di esaurire la complessa varietà dell’essere e del sentire, ma quella della consapevolezza: che non scaturisce dalla comprensione di come il mondo funzioni, ma, al contrario, proprio dalla sua incomprensibilità, dall’assenza di un senso, e dalla constatazione che a dargliene uno non valgono ideologie o dogmi o teologie. L’assurdità nasce proprio dal contrasto tra la nostra innata ricerca di significato e l’indifferenza della realtà che ci circonda. “L’uomo si trova davanti all’irrazionale. Sente entro di sé il desiderio di felicità e di razionalità. L’assurdo nasce da questo confronto tra la domanda umana e il silenzio irragionevole del mondo. È essenzialmente un divorzio. Non sta né nell’uno né nell’altr0 degli elementi che si fronteggiano, ma nel confronto stesso. […] In un universo subitamente spogliato di illusioni e di luci l’uomo si sente un estraneo, e tale esilio è senza ritorno.

L’uomo cerca dunque risposte, desidera comprendere qual è il proprio posto nel cosmo, ma l’universo non offre alcuna spiegazione. Non c’è un progetto, un destino o un disegno divino che giustifichi la nostra esistenza. In questa dissonanza si consuma la tragedia dell’essere umano: la nostra fame di senso si scontra con l’indifferenza e l’incomprensibilità dell’universo. L’uomo è solo di fronte a questa assurdità, buttato lì, per dirla dalla Heidegger: ma è anche, in questa condizione, totalmente libero. Libero di scegliere, di assumersi delle responsabilità, di farsi carico del male assurdo che lo circonda, e quindi di combattere ogni forma di oppressione e di sofferenza, indipendentemente da quelli che potranno essere gli esiti della sua lotta. Anzi, già sapendo che non ci saranno esiti, che la sua è la condizione di Sisifo, condannato in eterno a spingere verso la vetta il masso che immancabilmente tornerà a rotolare a valle.

Ma “Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Dobbiamo anche immaginare – dice Camus – Sisifo felice”. Che vuol dire accettare radicalmente e sfidare risolutamente l’assurdità della vita. L’eterna condanna a spingere il masso rappresenta la nostra lotta quotidiana: e allora la felicità non nasce dal raggiungimento di uno scopo finale, ma dalla piena consapevolezza del proprio destino, dalla ribellione contro l’insensatezza: una ribellione che può diventare “gioiosa” se si traduce nel vivere appieno il presente. In sostanza, l’uomo cosciente dell’assurdo sceglie di mantenere contemporaneamente viva la coscienza del nonsenso del mondo e l’esigenza di senso che gli è propria. Sceglie di ribellarsi.

L’etica della responsabilità si traduce quindi in una etica della rivolta, che propugna il rifiuto dell’ingiustizia del mondo e dell’oppressione degli uomini. (vedi Camuserìe 7).) Non senza condizioni, però. Perché per ciascun individuo la libertà nasce dal riconoscimento della propria dignità, dal rispetto di se stesso, e questo rispetto si estende automaticamente alla dignità altrui: diventa cioè solidarietà contro la sofferenza che tutti ci accomuna, e contro ogni prevaricazione da parte di chi la dignità non la conosce e il rispetto non lo coltiva. Quindi ci si deve ribellare anche contro chi giustifica le sofferenze prodotte ai singoli individui nel presente in nome di un futuro e indefinito riscatto collettivo. Per farla breve, Camus non crede nelle rivoluzioni portate avanti con la violenza. Non è un pacifista senza se e senza ma, crede che il male assoluto esista, e che occorra combatterlo, ma evitando di conformarsi ad esso nei comportamenti.

È una posizione meno semplicistica di quanto potrebbe sembrare da questa sintesi, e non è mio intento in questa sede dettagliarla. Resta il fatto che Camus comunque non è un esistenzialista, alla Sartre per intenderci: perché alla coscienza dell’assurdo non risponde con una adesione rassegnata e nichilistica al “male minore”, cioè ad una “fede” ideologica alla quale va sacrificato ogni altro valore, e all’ombra della quale ogni responsabilità individuale si azzera, ma con una lucida e disincantata e personalissima ribellione, che scaturisce da un imprescindibile senso del dovere. Quello di agire sempre con equità e solidarietà. “Nel momento più nero del nostro nichilismo, ho cercato solo delle ragioni per superare questo nichilismo. E non per una particolare virtù, né per una rara elevazione dell’anima, ma ‘per fedeltà istintiva a una luce nella quale da millenni gli uomini hanno appreso a salutare la vita persino dentro la sofferenza.”

Io penso che Camus sentisse anche il peso di una responsabilità ulteriore. Credo fosse cosciente, e persino un po’ intimorito, del fascino che esercitava, sia come scrittore che come uomo. Julien Green, che era in rapporti con la crema dell’intellighentjia francese, scriveva di lui: “La sua figura così sensibile e così umana mi ha vivamente toccato. In quest’uomo c’è una probità così evidente da ispirarmi un rispetto quasi immediato; semplicemente, non è come gli altri”. Raymond Aron dice che ai tempi di Combat i lettori si nutrivano letteralmente dei suoi editoriali, e che la sua era considerata la voce morale del tempo.

Una responsabilità di questo tipo, anche se consapevolmente accettata, alla lunga può diventare un fardello. Per questo in una delle ultime interviste, rilasciata poco prima di morire, Camus rifiutava categoricamente il ruolo di maître à penser: “Non parlo a nome di nessuno. Ho già abbastanza difficoltà a parlare per mio conto. Non sono la guida di nessuno. Non so, o so solo vagamente, dove sto andando”.

***

Naturalmente io non ho problemi di questo genere: non c’è pericolo che eserciti una qualche influenza, negativa o positiva che sia, non ho la presunzione di parlare a nome di qualcuno o di fungere da guida. E mi sta bene così, per gli stessi motivi addotti da Camus. Ciò non significa però che negli oltre quarant’anni vissuti da insegnante non mi sia posto domande sui limiti e sulla liceità del mio tipo di insegnamento. Se tutto sommato mi è stato facile assolvermi, è perché le alternative prospettate da tutte le altre “agenzie” culturali, compresa la scuola, non erano granché migliori.

Comunque, questo tema l’ho trattato in almeno una dozzina di articoli precedenti. Mi accorgo piuttosto che il termine “responsabilità” è quello che ricorre più costantemente nelle ultime cose che ho scritto, assieme agli sconsolati appelli per una riabilitazione della “verità”. Sarà che con l’avanzare degli anni tendo a fare bilanci piuttosto che progetti, a ripensare il passato anziché immaginare un futuro; o magari per il fatto che questo termine lo ritrovo negli autori e nei personaggi di cui mi occupo; o più ancora, probabilmente, perché lo sento invocare sempre a sproposito dai politici, dai media, da maggioranze rumorose in caccia di qualcuno su cui scaricare le proprie insoddisfazioni; come che sia, conviene forse chiarire, prima di tutto a me stesso, il significato che gli attribuisco. Che non è poi in sostanza diverso da quello nel quale lo declina Camus.

Come al solito la prendo larga, a costo di insistere sino alla noia su concetti che molti (quelli ancora in grado di pensare) danno per scontati e i più (quelli che hanno delegato da un pezzo il compito all’intelligenza artificiale) non sono in grado o si rifiutano di formulare. Ci insisto perché per tutti il pericolo è di farsi distrarre dalle guerre che infuriano in mezzo mondo (dove distrarsi non significa farsi autonomamente un’idea, ma abbandonarsi a prese di posizione da tifo calcistico), dai papi e dai presidenti e dai tennisti che monopolizzano l’informazione, dal delirio delle rivendicazioni di genere e da quelle di specie. E non è una distrazione da sbadataggine, al contrario, è fortemente voluta e cercata, è il modo più spiccio e meschino di girare lo sguardo altrove per trovare qualcuno o qualcosa su cui puntare il dito, e non farsi inchiodare alla propria coscienza. Non solo. L’idea che forse dovremmo soffermarci a riflettere prima di aprire bocca sembra non sfiorare nessuno. E allora, penso valga la pena rischiare la banalità, senza farci sconti.

Se ragioniamo in termini di “ere” ciascuno di noi, e tutti coloro che sono venuti prima e tutti quelli che verranno, insomma, l’intera nostra specie, passerà su questo pianeta senza lasciare un segno: rimarrà al massimo qualche fossile, qualche rudere, qualche cicatrice nella natura, ma anche questo per un periodo geologicamente limitato. E non è finita qui. Il nostro stesso pianeta, e il sistema solare di cui fa parte, e la galassia nella quale è iscritto, hanno una scadenza. Voglio dire che l’assurdo di cui parla Camus non è frutto solo dell’incapacità nostra di cogliere le ragioni dell’esistente, è intrinseco all’esistente stesso. L’universo intero è frutto di un caso, se vogliamo di una infinità di casi, È indubitabilmente così, quindi non ha senso recriminare né fare gesti scaramantici, non ci sarà un ritorno ciclico né alcun altro tipo di resurrezione. Quando la nostra vicenda si chiuderà sarà chiusa per sempre, in eterno, qualsiasi cosa ciò voglia dire.

Questa è la notizia “cattiva”, se così vogliamo considerarla, perché la prospettiva cieca parrebbe porre fine in partenza a ogni discorso. Ora arriva invece quella che potremmo considerare buona, se accettassimo con un po’ di umiltà di ridimensionare la scala delle nostre aspettative, perché paradossalmente l’assenza di una prospettiva a lungo termine non chiude il discorso, ma anzi, lo apre.

L’estinzione è infatti nel destino di tutti gli esseri animati, non solo nostro e degli altri animali, ma anche delle piante. La differenza sta nel fatto che di questa condizione noi siamo coscienti, gli altri esseri animati no. Leopardi diceva “beati loro”, ma non ne era poi così convinto, e i molti che lo pensano anche oggi lo fanno più in ossequio a una moda culturale che a seguito di una riflessione profonda. Non sto parlando naturalmente della scomparsa dei singoli, della quale siamo testimoni tutti i giorni e alla quale ci siamo bene o male (quasi) tutti rassegnati, cercando semmai di stordirci con continui impegni e distrazioni: parlo proprio della scomparsa della specie, che si porterà dietro il lungo processo evolutivo e le speranze in magnifiche sorti e progressive e le vite esemplari e le esistenze sciagurate, e guerre e paci e tutto il resto.

Di questa sembriamo essere meno coscienti, e la cosa vale per tutti, anche per coloro che il problema almeno qualche volta se lo sono posti. La procrastiniamo, pensiamo che non sarà cosa di domani né, si spera, della settimana ventura, o del prossimo decennio (più in là non mi spingo): ma per quanto cerchiamo di rimuoverla rimane comunque lì, sospesa sul nostro capo, ineluttabile, e motiva i nostri comportamenti molto più di quanto siamo disposti ad ammettere. Lasciamo stare come ne siamo diventati coscienti, provo a spiegarmelo da quel dì e ancora devo venirne a capo. Una cosa però mi è chiara: essere coscienti della propria condizione, e più ancora di quella della nostra specie, significa porsi delle domande, anzi, “la domanda” fondamentale, dalla quale scaturiscono poi tutte le altre. Per dirla con Chatwin: “ma allora, che ci faccio qui?”.

Ecco, lo “snodo” è questo. È nel momento in cui, posti davanti al buco nero che sappiamo ci inghiottirà, ci interroghiamo sul senso del nostro esistere. È qui che entra in ballo la “responsabilità”. Etimologicamente responsabilità deriva da responsum, risposta; anzi, più direttamente ancora, dal plurale, responsa. Alla lettera responsabile significa dunque “capace di dare delle risposte”. A che? Se non al fatto in sé di esserci, almeno a quello di percepirci diversi dagli altri esseri animati, proprio in quanto coscienti di tale condizione. E a chi? A noi stessi, e nella misura in cui quel noi stessi arriva a comprendere la relazione stretta che ci lega al resto dell’umanità, a tutti gli altri.

Dunque, la coscienza della nostra condizione – Camus dice dell’assurdità della nostra condizione – non è affatto paralizzante. Perché dallo sconcerto in cui ci lascia, dall’impossibilità che avvertiamo di “trovare” fuori di noi una risposta, nasce la consapevolezza che la risposta non dobbiamo trovarla, o attendere che ci arrivi dall’alto, ma dobbiamo formularla noi stessi. Che non dobbiamo puntare lo sguardo su un orizzonte nel quale non può che perdersi: siamo qui, ora, e attorno a noi ci sono gli altri, e tutta la nostra esistenza, nella sua infinitesimale brevità, trascorre nel rapporto con essi.

Qui arriva il secondo snodo. Alla coscienza della propria condizione gli uomini non rispondono tutti allo stesso modo: la coscienza crea libertà, e la libertà implica che si possa scegliere di rispondere in maniere diverse (è il tema di fondo de La peste). A monte della responsabilità sta dunque la possibilità di scegliere, e a monte di questa possibilità c’è la libertà. Significa che tutti in un modo o nell’altro scelgono, da coloro che pensano che scegliere non sia un’opzione, ma un dovere, a coloro che si illudono di potersi astenere. Quest’ultima alternativa in realtà non esiste. C’è quindi chi sceglie di dare un senso alla propria esistenza, chi si accontenta (per ignavia, o perché le sue possibilità di scelta sono oggettivamente poche, o perché di queste possibilità ha scarsa coscienza) di consumarla, chi di riempirla di surrogati.

Ora, io non giudico sul merito di queste scelte, almeno fino a quando non vanno a interferire in quelle altrui, a negarne o a ostacolarne la possibilità. Semplicemente, la seconda e la terza opzione non mi interessano. Preferisco complicarmi la vita stimando la si possa, e la si debba, attraversare con dignità. Sebbene non sappia perché sono qui, o meglio, sappia che sono qui per un caso, intendo starci per quel che mi è concesso senza rammaricarmi costantemente per il tempo sprecato, per le occasioni perdute, per le offese o i dolori arrecati. “La libertà – come dice Camus – non è la speranza nell’avvenire. È il presente e l’accordo con gli esseri e il mondo nel presente.

Beninteso, questa è una linea di massima, e non ho la presunzione di averla sempre correttamente seguita, né la pretesa che la seguano sempre gli altri. Scegliere questa strada non significa consacrarsi all’imitazione di Cristo. Non siamo tutti san Francesco (per fortuna, direi: non sono sicuro che Francesco non interferisse nelle vite degli altri, e troppe figure esemplari alla fine verrebbero a conflitto). Nemmeno significa dare fuoco al mondo per rifarlo più bello e più giusto: non siamo neanche Jacopone da Todi, non tutti abbiamo la vocazione al martirio o a vivere pericolosamente. Tutti quanti invece sgarriamo, più o meno consapevolmente: ma dovremmo ammetterlo, e non assolverci con leggerezza: dovremmo rimediare per quanto possibile, e quando non è possibile cercare almeno di far tesoro della lezione, per non ricascarci. Non è importante lasciare un segno del nostro passaggio su questa terra, quanto piuttosto non lasciare ferite in chi cammina con noi, o debiti da pagare a chi verrà dopo.

Questo io chiamo vivere in maniera responsabile. Accettare la sfida della nostra irrilevanza, e portarla fino in fondo. Come andrà a finire lo sappiamo già, ma non è questo che conta. Per usare una frase fatta, non è importante la meta, ma il viaggio. Da quello traiamo il senso. Dalla modalità in cui scegliamo di viaggiare.

A questo proposito Camus parla, oltre che di responsabilità, di “rispetto”. Anche per me questa è una parola chiave, quando se ne dia la giusta interpretazione. Mi piace ad esempio quella sintetizzata da Byung-Chul Han (un intellettuale tedesco-coreano che mi era stato spacciato per un filosofo di pronto consumo, da apericena, alla Maffesoli, e ho scoperto invece essere solo estremamente diretto, laconico, lontano dai giri di parole e dai giochi di immagini nei quali si crogiolano i maitres à penser nostrani): “Letteralmente, rispettare significa distogliere lo sguardo. È un riguardo. Nel rapportarsi con rispetto agli altri ci si trattiene dal puntare lo sguardo in modo indiscreto. Il rispetto presuppone uno sguardo distaccato, un pathos della distanza. Oggi questo sguardo cede a una visione priva di distanza, che è tipica dello spettacolo (che ha la stessa radice, spectare). La distanza è ciò che distingue il respectare dallo spectare. […] Il rispetto è vincolato al nome. Anonimato e rispetto si escludono a vicenda. La comunicazione anonima, incoraggiata dal medium digitale, riduce drasticamente il rispetto ed è corresponsabile della dilagante cultura dell’indiscrezione e della mancanza di rispetto. Nome e rispetto sono in stretta correlazione: il nome è la base del riconoscimento, che avviene sempre nominativamente. Alla nominalità sono legate anche pratiche come la responsabilità, la fiducia e la promessa”.

Appunto. La responsabilità va assunta nominalmente, in prima persona. Non assistendo come spettatori, dal buio della platea, allo spettacolo che il mondo e l’umanità offrono, ma uscendo dal teatro e lavorando allo scoperto, “rispettando” la giusta misura e la dignità, la “sfera privata” altrui. Ciò non significa diventare “protagonisti” nell’accezione spettacolare del termine, ma semplicemente fare qualcosa per migliorare non tanto questo mondo ma la qualità della vita, la nostra e quella degli altri, in questo mondo. Avere riguardo per sé e per gli altri. Dal punto di vista oggettivo, nei tempi infiniti dell’universo come in quelli lunghissimi della storia, l’operato responsabile del singolo può apparire irrilevante e ininfluente, una goccia che si perde nell’oceano. Ma non è rispetto a questi tempi che lo dobbiamo giudicare, quanto rispetto ai nostri. È il tentativo di dare un senso alla nostra esistenza: come tale, dipende esclusivamente dalla nostra indole cercare di viverla nella maniera più predatrice possibile, cercando fama, onori, successo, ricchezza, sesso a gogò, o in quella più altruistica, cercando innanzitutto di non fare danno agli altri, e se possibile anche di recare conforto, di aiutarli.

Si potrebbe dire che anche questa è una forma di egoismo, perché mira a soddisfare una propria esigenza: ma è un egoismo che non va a cozzare con quello altrui, che appartiene alla specie piuttosto che all’individuo: un egoismo che negli esiti si rivela altruistico.


[1] Vedi Camuserìe (prima parte)

Sul riordino

luglio 2025

di Paolo Repetto, 21 novembre 2025

Ma bene, andiamo avanti così.
Si comincia facendo il pesto con le noci e si finisce a letto con i consanguinei!
da “Accoglienza ligure”

Quelli che non studiano la storia sono condannati a ripeterla.
E quelli che la studiano sono condannati a vedere come la storia si ripeta
per colpa di coloro che non la studiano.
George Santayana

Ho trascorso l’intera mattinata a mettere ordine in magazzino. In questa stagione la mattinata è lunga, inizia alle 6:30, quindi avevo grandi aspettative. Il risultato però non è all’altezza. Quando a mezzogiorno esco, volgendo indietro un ultimo sguardo per vedere l’effetto, stento a capacitarmi di aver trafficato per sei ore lì dentro, visto che non ho sistemato alcunché e il grande sgombero ha prodotto solo uno striminzito sacchetto di rifiuti.

Il problema è che il magazzino non è un vero magazzino: lo chiamo così per distinguerlo dal garage, ma in realtà è un deposito per tutti gli utensili, metà dei quali fuori uso, un ricovero per mobili che si tarlano in attesa di restauro e per imballaggi e materiali di scarto che “potrebbero sempre tornare utili”, un laboratorio per riparazioni, verniciature, bricolage, fantasiosi assemblaggi. Le pareti sono occupate da scaffalature e da armadi di varia natura, che nelle intenzioni avrebbero dovuto consentire la reperibilità al primo colpo di ciò che vai a cercare, ma nella realtà si sono andati stipando col tempo in maniera tutt’altro che sistematica. Così oggi mi capita quasi sempre di sapere che un dato oggetto ce l’ho, ma non avere la minima idea di dove cercarlo. Purtroppo è quel che comincia a capitarmi anche coi libri, malgrado per questi un certo ordine di collocazione l’abbia mantenuto.

C’è anche un altro settore nel quale inizio a perdere colpi. È quello della manutenzione della memoria. A volte gli amici si meravigliano del fatto che ricordi nomi e situazioni lontani nel tempo, che mi sovvenga di cose che ho vissuto o che ho letto o che ho visto al cinema sessant’anni fa; e aggiungo che mi meraviglio anch’io, soprattutto quando si tratta di roba di poca o nessuna rilevanza (il nome di un autore, di un personaggio, di un attore, il titolo di un film). Questo nel momento stesso in cui ad esempio non rammento il titolo del libro che sto leggendo, o mi accorgo che le pagine lette non mi si stampano affatto in testa.

Sto divagando, ma mica poi troppo. Il tema voleva essere quello dell’ordine, sul quale peraltro ho già scritto, anche recentemente (vedi Essere …). Solo che vorrei trattarlo da un altro punto di vista.

L’ordine di un magazzino, di un’officina, di un laboratorio, così come quello di una biblioteca, o volendo anche di un cervello, dovrebbe essere finalizzato a semplificare l’attività cui in quel luogo o con quello strumento ci si dedica. Non sempre però lo scopo è quello. Spesso l’ordine è fine a stesso, oppure ha una funzione di rappresentanza. In genere comunque è specchio della personalità dell’ordinante. Ne Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta Robert Pirsig identifica due tipologie di officina meccanica, quella “classica” e quella “romantica”.

Nella prima tutti gli strumenti sono ordinatamente disposti in sedi apposite, nella seconda sono buttati a casaccio sul carrello o sul piano di lavoro. Ma non per questo, secondo Pirsig, chi li usa ha maggiore difficoltà a rintracciarli: semplicemente ricorda a memoria dove avrebbe potuto riporli, e li trova subito. A queste due tipologie di meccanici corrispondono anche due diverse tipologie di motociclisti: quelli che apprezzano il vento in faccia e il senso di libertà che la motocicletta ti dona, e non si preoccupano e non hanno conoscenza degli aspetti tecnici; e quelli che invece auscultano le pulsazioni del motore, e godono della sua efficienza, per cui ad esempio hanno cura di regolare la mandata dell’aria quando devono affrontare dislivelli altimetrici importanti. Tutto questo, anche se sembrerebbe entrarci per nulla, è al contrario significativo di atteggiamenti diversi nei confronti della vita: il primo meno responsabile, più “anarchico”, e tutto sommato più egoistico, il secondo più apprensivo e responsabile. Poi c’è il mio, diviso tra la voglia di riordinare il mondo intero e una rassegnata pulsione a lasciare che il mondo si ordini da solo. Per cui passo la vita a riassestare la mia mente, per cercare di conciliare le due spinte opposte e capire quale è innata e quale acquisita.

Qui volevo arrivare. Nel pezzo postato mesi fa sul mettere ordine e sul mio atteggiamento quasi maniacale in proposito, non avevo indagato da dove questo atteggiamento discenda: o forse ho dato l’impressione di considerarla tutta una questione di carattere innato. Beh, non è proprio così. Certamente nella disposizione o meno all’ordine c’è una componente biologica, ma credo che a determinarla siano anche le condizioni ambientali in cui uno cresce. Il che è abbastanza ovvio, c’entrano sia la genetica che l’epigenetica: ma in genere il peso di questi fattori viene equivocato, e chiamato in causa a seconda dei casi per giustificare un comportamento o per stigmatizzarlo. Credo che la questione sia un po’ più complessa.

Intanto so bene che noi umani costituiamo un’anomalia nell’ordine “naturale” delle cose, e che siamo un’anomalia a termine: se credessi in un disegno superiore direi che siamo un esperimento della natura destinato a finir male. Ma so anche che ci siamo, e che per il momento l’esperimento sembra aver avuto successo, vista la velocità con la quale ci moltiplichiamo e abbiamo colonizzato ogni parte della terra. Un successo senza dubbio “quantitativo”, mentre sulla qualità si può ovviamente discutere. Penso dunque che dei due aspetti occorra prendere atto in maniera diversa, convivere con l’esperimento senza darci troppa cura del progetto. Cosa che oggi, a dispetto di quanto può sembrare, non facciamo affatto (ma su questo tornerò dopo).

Veniamo invece all’origine dei diversi atteggiamenti.

In casa mia ho vissuto, per tutto il periodo dell’infanzia e della prima adolescenza, una povertà dignitosa, ma sempre sul filo del rasoio: voglio dire che ogni minima sbandata poteva significare cadere nella miseria. (e qui sarebbe da riflettere su quanto sia cambiato in settant’anni il concetto di povertà, quando ci viene raccontato quotidianamente che sei milioni di italiani, la metà dei quali bambini, vivono sotto la soglia di povertà, ma il novanta per cento, bambini compresi, dispone di un cellulare molto più recente e performante del mio). Questa condizione tuttavia non mi pesava più di tanto. Ne sono diventato consapevole solo a posteriori, quando ho potuto accedere a uno stile di vita meno precario. Allora costituiva la normalità, e quando la rievoco non me ne compiango affatto, ne ho addirittura nostalgia.

Comunque. In quello scenario la possibilità del disordine non era nemmeno concepita: si tirava avanti con lo stretto necessario, non potevamo permetterci di perdere, di trascurare, di sciupare qualcosa. Nessun alimento aveva il tempo di scadere, ogni capo d’abbigliamento aveva una doppia o tripla vita, e anziché nel raccoglitore della Caritas finiva in pezze da rammendo o in stracci per la pulizia. Il raccoglitore d’altra parte non esisteva, e la Caritas credo nemmeno. L’attenzione non c’era alcun bisogno di inculcarmela: avevo davanti agli occhi i comportamenti dei miei genitori, e mi sembrava perfettamente naturale viverla. Anche quando mi confrontavo con situazioni diverse (quasi mai all’interno della nostra piccola comunità: piuttosto coi villeggianti estivi prima, poi con i compagni delle scuole secondarie: con quelli insomma che potevano permettersi di comprare i fumetti e i libri, di mangiare un gelato o bere una gazzosa) me ne facevo una ragione: tirando dritto avremmo forse potuto un giorno permettercelo anche noi.

In effetti col tempo anche la situazione nostra è cambiata, siamo usciti dall’economia di sopravvivenza: ma il mio atteggiamento nei confronti delle cose, e del mondo, è rimasto. Non ho certo atteso le mode mainstream e i guru televisivi dell’ecologia per praticare il riciclo. Ma soprattutto, non ho mai accettato l’idea che il mondo possa essere cambiato col disordine. Anzi, con gli anni e con l’approdo ad una razionalità più matura il legame tra vita ordinata e vita dignitosa nella mia mente si è rafforzato. Questo non significa che abbia poi sempre vissuto un’esistenza tranquilla e ordinata, per alcuni versi è stata disordinatissima: ma il concetto e l’aspirazione di fondo sono rimasti sempre quelli.

Mi chiedo allora: se fossi cresciuto in un’altra famiglia, in un ambiente diverso, sarei stato altrettanto fermo nei miei convincimenti, avrei scoperto comunque il mio imperativo categorico? Malgrado quanto ho detto sinora, tendo a credere di sì: sono in fondo un determinista, quasi un lombrosiano. E mi spiego soprattutto in termini di determinazione genetica la mia intolleranza o quanto meno il mio atteggiamento negativo nei confronti dello spontaneismo e del movimentismo, quando con questi termini si intendano azioni distruttive fini a se stesse, non mirate alla creazione di un ordine nuovo. O quando questo fine diventa solo un pretesto per scaricare frustrazioni, risentimenti, invidie, per cambiare non l’assetto di una società, ma la propria posizione all’interno di quell’assetto.

E tuttavia, ripeto, non sono così sicuro. Porto un esempio. Durante la prima occupazione dell’Università di Genova (nel dicembre ‘67) mi scontrai piuttosto bruscamente con alcuni “compagni” che, da brave “guardie rosse” nostrane, stavano devastando la biblioteca dell’istituto di storia moderna (a loro parere sentina della famigerata “cultura borghese”). Alla fine li costrinsi a rimettere ordinatamente i libri sugli scaffali dai quali erano stati strappati (ero molto “determinato”, anche in questo senso. E, per inciso: fu lì che capii che la mia lotta non era la loro, e che se dai “nemici” dovevo guardarmi io, dovevo farlo poi tanto più nei confronti di quelli che teoricamente avrebbero dovuto essermi amici). Ora, questa può sembrare una situazione estrema, significativa in fondo solo di una particolare contingenza e della mia ipersensibilità di bibliomane: in realtà ha continuato a ripetersi, complice anche una classe intellettuale che i libri li scrive e non ha ritegno a promuoverli in televisione o nei festival come un tempo solo i mobili di Aiazzone, ma “decostruisce” la tradizione culturale da cui discendono e asseconda ruffianamente la bovina ignoranza del proprio pubblico. Continuo a ripetermi, ma ritengo che l’atteggiamento degli odierni “maîtres à penser”, per fortuna effimeri, nei confronti della cultura “borghese” occidentale non sia mai sufficientemente smascherato.

Ebbene, ricordo chiaramente di aver pensato in quell’occasione: “Se li vedesse mia madre – che non avendo mai potuto permettersi di acquistarne uno, ma amando sinceramente la lettura, considerava i libri oggetti sacri – tirerebbe loro il collo come alle galline”. Ho agito io, ma dietro di me c’era un preciso ambiente che si indignava.

Il mio è dunque un atteggiamento complesso, quasi contradditorio. Perché può sembrare che per come lo concepisco io l’ordine comporti in fondo una rinuncia alla libertà. Ma non è affatto così. L’idea di fondo è invece che il massimo possibile di ordine sia la migliore garanzia per il massimo possibile di libertà. La mia libertà di spostarmi da un luogo ad un altro non può essere confusa con la libertà incondizionata di muovermi alla velocità e nella direzione e lungo la traiettoria che più mi aggrada. Questo può valere all’interno di uno spazio disabitato, non certo in un mondo sovraffollato e comunque condiviso con milioni o miliardi di altre persone. Ordine in questo caso significa un minimo comune accordo di reciprocità per cui la mia velocità e la mia traiettoria non interferiscono, non intralciano, non configgono con quelle di altri. È una limitazione, non una privazione di libertà.

Quel che mi si obietta a questo punto è che una società perfettamente ordinata è una società utopica, e come tale immobile, posta fuori dal tempo. Infatti: nessuno ha però parlato di società perfettamente in ordine, primo perché non esiste, non è mai esistita e non esisterà mai, poi perché ogni progresso, ogni cambiamento, non sono una rivolta contro l’ordine, ma evidentemente contro qualcosa che non funziona, quindi che crea disordine. Ogni avanzamento è un ripristino dell’ordine ad un livello più alto.

Ecco: io penso che oggi più che mai dovremmo avere chiaro in mente questo concetto. E invece dalla sinistra, dove mi ostino a collocarmi, ultimamente sentendomi sempre più disagio, l’ordine è visto come un attacco reazionario alle libertà: per cui, ad esempio, le forze dell’ordine, quando cercano di impedire il saccheggio dei supermercati o la distruzione dei beni pubblici come la segnaletica e i contenitori di rifiuti, diventano automaticamente forze del male. E il malinteso è avvallato quando non si prendono le distanze dalle bande di sciagurati che scandendo bovinamente slogan e ammantati di bandiere sempre diverse cercano di mettere il mondo a soqquadro.

Tutta questa tirata non voleva essere altro che una premessa per arrivare a parlare dell’oggi, per enunciare i miei prolegomeni ad ogni futuro scambio di vedute. Spero che un’operazione onesta di pulizia concettuale possa rimuovere qualcuno degli ingombri che rendono faticoso il cammino verso un minimo di “verità” condivisa.

Nelle quotidiane discussioni con gli amici mi trovo sempre a recitare la parte di chi pretende una conoscenza e un’interpretazione “ordinata” della materia di cui si dibatte, e non sopporta le argomentazioni passionali, fondate sulla simpatia e sull’emotività. Questo vale particolarmente per la storia: pur nella consapevolezza che non potremo mai conoscere tutti i fatti, e che quelli che conosciamo ci giungono filtrati da sguardi immancabilmente partigiani, sono convinto si possa arrivare, sia pure con molta approssimazione, a delineare un qualche ordine. Nella mia interpretazione l’ordine non sottende una finalità superiore, uno scopo ultimo: è solo un’ordinata sequenza. Che di per sé parrà non dire molto, ma è a mio parere la condizione necessaria per affrontare qualsiasi argomento. Partendo da ciò che è più attendibilmente documentabile si può infatti procedere a individuare e dipanare il filo. Non dico che si possa pervenire ad una “verità storica”, ma con un po’ di buona volontà, attraverso il confronto e la verifica di tutte le fonti possibili, si può comunque accedere ad un denominatore di lettura comune. E in questo processo non devono avere spazio la passionalità e la simpatia.

È chiaro che quando della storia di cui si è diretti testimoni, o addirittura attori non protagonisti, e di cui si discute (oggi ad esempio della questione ucraina o di quella palestinese) abbiamo una informazione immediata, e soprattutto una rappresentazione anche visiva, l’impatto emotivo è forte, e riesce difficile non assumere atteggiamenti pregiudiziali. Ma anche in questi casi, se ci si sforza un poco si è in grado di capire da dove arrivano le informazioni, e come sono gestite e manipolate, e perché.

Per spiegarmi meglio vado a ripescare nel passato due casi che permettono di esemplificare sia il modo in cui è prodotta, intenzionalmente o a volte magari per semplice omissione, la disinformazione storica, sia il perché mi sembri così importante “fare ordine” nella ricostruzione storica, a partire da quelli che possono sembrare “dettagli” puramente quantitativi.

Il primo riguarda la vicenda della resistenza opposta dai militari italiani all’ordine di resa impartito loro dai tedeschi, sull’isola di Cefalonia, dopo l’armistizio dell’8 settembre. Fino a un paio di decenni fa il numero degli uccisi in combattimento o fucilati dopo la resa era quantificato, sulla base delle frettolose e svogliate inchieste avviate nell’immediato dopoguerra dalla magistratura militare, in circa diecimila, comprensivi di oltre un migliaio di prigionieri annegati per l’affondamento (da parte degli alleati) delle navi che li stavano trasbordando verso l’Italia.

Solo agli inizi del nuovo millennio, a seguito di polemiche che si trascinavano da mezzo secolo, le inchieste sono state riaperte e diversi storici, sia italiani che tedeschi, hanno ricostruito attraverso una documentazione più solida e più ampia tanto i fatti quanto le motivazioni che li determinarono, ridimensionando tra l’altro il numero dei caduti e dei fucilati. Attualmente, a detta di uno studioso serio come Gianni Oliva, “le cifre su Cefalonia sono verosimilmente comprese fra un minimo di 3 500 e un massimo di 5 000”.

Quel che suona incredibile è che per arrivare a queste conclusioni, tutt’altro che precise e definitive, siano occorsi ottant’anni. E più incredibile ancora è che di fronte all’ammissione degli storici che per primi avevano affrontato l’argomento (è il caso di Giorgio Rochat) di essersi fidati di testimonianze poco attendibili, ci sia chi contesta gli ultimi dati in nome di una “sacralità” del sacrificio resistenziale dei nostri militari. Come se rivedere al ribasso le dimensioni dell’eccidio ne sminuisse la tragicità.

Una vicenda molto simile riguarda la narrazione della repressione del brigantaggio nell’Italia postunitaria, e nella fattispecie quella delle “stragi” di Pontelandolfo e Casalduni. Per un secolo e mezzo si è fantasticato di una carneficina con centinaia di vittime, compiuta dall’esercito piemontese per vendicare l’agguato in cui erano stati uccisi quarantacinque bersaglieri. Questa versione era stata fatta propria ad un certo punto da Gramsci e dalla storiografia marxista, nel quadro di uno schema interpretativo decisamente antirisorgimentale (Gramsci scriveva nel 1920: “Fino all’avvento della Sinistra al potere, lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono infamare col marchio di briganti”).

Qui la comprensione della storia c’entrava poco: si trattava di creare una coscienza di classe fondata sulla divisione netta in buoni e cattivi, in oppressi e oppressori. E bene o male, sia pure immersa nell’oblio rapido che caratterizza tutta la nostra storia più recente, è rimasta quella la versione corrente della vicenda.

La cito perché ultimamente è stata ripescata e amplificata da un gruppo di intellettuali meridionali (i sedicenti neoborbonici, che predicano nostalgie pre-unitarie) che hanno fatto a gara nello sparare cifre esorbitanti (tra i seicento e i novecento trucidati) oltre che nel dare versioni romanzate dei fatti.

Fortunatamente altri storici, anch’essi meridionali, hanno opposto a questo delirio un lavoro di ricerca minuzioso e obiettivo, col risultato che i morti verificati a Pontelandolfo risultano essere tredici, e a Casalduni nessuno (non lo dico io, lo ha confermato il sindaco del paese vittima della repressione, in occasione del centocinquantesimo anniversario dei fatti)

Ora, la questione qui non è quella del ridimensionamento dei numeri: sotto un profilo morale, importa poco che i trucidati fossero diecimila o tremila, seicento o tredici. Fossero stati anche solo trenta a Cefalonia e cinque a Pontelandolfo l’orrore di quanto accaduto non sarebbe minimamente sminuito. Ad essere sminuita invece è la credibilità dei narratori, per cui riesce difficile poi dare credito a qualsiasi altro aspetto della loro versione, e soprattutto alla loro buona fede. Un confronto su questi temi diventa impossibile, fino a quando non si sono accertati con una certa verosimiglianza i dati di fondo, quelli materiali: numero dei morti, effetto delle distruzioni, proporzione delle forze in campo, ecc … Perché questi non sono dati freddi, ma cifre che anche attraverso le loro entità suggeriscono poi le cause, le motivazioni; e soprattutto perché tradiscono abbastanza l’apertamente l’uso che se ne vuol fare.

L’ordine che io esigo si chiama in questo caso chiarezza delle posizioni e correttezza e concretezza delle argomentazioni. Devo sapere che sto parlando con persone che cercano di fare il mio stesso percorso, che vogliono conoscere, e non essere confermate in ciò che già credono di sapere, che non hanno già scelto pregiudizialmente le fonti su cui fare affidamento, ma cercano di orientarsi tra tutte quelle che si ritrovano a disposizione. Esigo interlocutori che non dicano le mie stesse cose, ma parlino la mia stessa lingua. Come posso prendere sul serio, ad esempio, gente che non ha il minimo dubbio sui numeri delle vittime della guerra di Gaza, forniti tutti solo dalla fonte palestinese, mentre quel dubbio lo ha coltivato e continua a coltivarlo sulla possibilità che siano state le stesse autorità statunitensi ad orchestrare l’attacco alle torri gemelle, o quelle israeliane a guidare il raid sanguinario del 7 ottobre? Quando basterebbe ad esempio prendersi la briga di conoscerli, quei numeri, per accorgersi che le due uniche versioni esistenti, quella del Ministero della Salute e quella dell’Ufficio governativo per i media, presentano discrepanze enormi ma cifre finali sorprendentemente uguali (Per chi non abbia il tempo di andarsele a cercare: al giugno 2025 i morti maschi erano per il Ministero della Salute 24.618, le donne 9.790 e i bambini 15.613; per Ufficio per i media ( in pratica, il Ministero per la propaganda) sono invece rispettivamente 19.702, 12.365 e 19.954. Un quarto di maschi in meno, un quarto delle donne e 2.341 bambini in più. Per arrivare nel totale ad una cifra identica: 50.021).

Non è una questione di pignoleria maliziosa. Cosa mi cambiano quei numeri in termini di orrore, di sdegno, delle responsabilità di Netanyahu per la strage, e del popolo che lo ha eletto, e dell’esercito che se ne fa strumento? Niente, naturalmente: stiamo parlando di esseri umani, di decine di migliaia di vite stroncate, e comunque non c’è un limite al di sotto del quale la colpa sia veniale. Ma in termini di credibilità mi cambia, eccome. Comincio col pensare che le cifre siano state manipolate per puntare sull’effetto “innocenza”, sulla sensibilità particolare alla violenza praticata sui più deboli. E posso anche capire il motivo: la propaganda, soprattutto oggi, con le potenzialità offerte da una rete informativa che copre in tempo reale tutto il mondo, vale come arma di guerra quanto i missili e i carri armati.

Ma a questo punto è logico che qualche dubbio possa averlo anche sulla veridicità oggettiva dei numeri, buttati sul piatto per alzare la posta finale, e quindi su una qualche volontà di arrivare ad una soluzione che non contempli il vendicare quei morti facendo sparire completamente Israele. (Questi ultimi dubbi non dovrei nemmeno coltivarli, perché le intenzioni sono state chiaramente espresse in qualsiasi documento delle organizzazioni politiche palestinesi già da ben prima della nascita di Israele stessa).

Sono perplesso riguardo la possibilità di un confronto serio quando vedo che lo sdegno che dovremmo condividere ed esprimere per ogni massacro sembra risvegliarsi solo di fronte ad unica situazione. Non ricordo manifestazioni di piazza contro il massacro dei tibetani da parte dei cinesi (un milione di morti): quelli più informati lo hanno giustificato con la necessità di abbattere un regime sermi-feudale. O contro la pulizia etnica che si sta effettuando in Sudan, che dura da oltre mezzo secolo e che ha provocato oltre mezzo milione di vittime e cinque milioni di profughi; o contro quello che è accaduto in Cecenia, che ancora accade in Nigeria, in Birmania, in Medio oriente, lo sterminio degli Yazidi e dei Curdi, e potrei continuare per un’ora. Non si tratta di uscirne con la scappatoia del famigerato “benaltrismo”, ma al contrario di mantenere nei confronti dell’umanità intera lo stesso calore, di esprimere la stessa solidarietà. Invece la giustificazione dietro la quale si trincera questa freddezza è che certe vicende ci toccano meno, che rimaniamo indifferenti perché si tratta di situazioni lontane. E sarebbe già grave così, ma la verità è che i motivi sono molto più meschini.

Possiamo riscontrarlo anche nella vicenda ucraina. Ogni volta che si cerca di partire dall’unico dato di fatto inoppugnabile, e cioè che esistono un aggressore e un aggredito, scatta il meccanismo pavloviano delle obiezioni: le provocazioni della Nato, il presunto nazismo degli ucraini, la corruzione dilagante nel paese, ecc. Un meccanismo che applicato alla seconda guerra mondiale vedrebbe nei polacchi, rei di avere rioccupato nel precedente dopoguerra le terre che erano state loro sottratte un secolo prima con due successive spartizioni, i veri responsabili dello scoppio del conflitto e dell’aggressione nazista. Che l’Ucraina sia un paese corrotto (ma ne esiste uno che non lo sia?), che abbia fornito quattro divisioni alle SS durante l’ultimo conflitto (ma forse in questo c’entrano un po’ l’Holodomor, il grande terrore del ‘37/’38 e il genocidio dei Tartari di Crimea del ‘44), tutto questo lo so anch’io: ma mi trovo a discutere con gente che i precedenti non li conosce o non vuole prenderli in considerazione, e accusa l’Occidente di fare propaganda attraverso la falsificazione della storia, mentre dà credito all’offensiva di disinformazione intrapresa dalla Russia putiniana, senz’altro più subdola, più agguerrita e senza dubbio meno contrastata e denunciata dall’interno.

Ora, quando esponi le tue perplessità, i tuoi dubbi, le tue contrarietà, ti viene immediatamente ribattuto che dall’altra parte, diciamo da una generica “destra”, che ormai non ha più una connotazione politica e men che mai ideologica, ma comprende un’ampia maggioranza trasversale ai partiti, ai credi e alle classi, la manipolazione della storia e l’uso propagandistico della sua falsificazione sono da sempre lo strumento principe per la conquista o la conservazione del potere. E fin qui ci arrivo anch’io. Ma questo implica che ci si debba adeguare, prendendo per vero tutto ciò che arriva dalla nostra (quale?) parte e dubitando a prescindere di tutto ciò che arriva dagli “altri”? Al contrario: il fatto è che non dobbiamo competere coi nostri antagonisti su un terreno che loro hanno scelto, dove peraltro non toccheremmo palla, ma soprattutto l’adeguarsi a certe modalità rappresenterebbe una sconfitta in partenza. La vera vittoria sta semmai nel non porsi sullo stesso piano, nel tenere un atteggiamento che ci distingua. Che non significa “fare gli strani” o percepirsi élite, ma esigere da noi stessi innanzitutto, e poi dagli altri, una conoscenza conseguita col sudore dei nostri neuroni e un’onestà intellettuale che vale ben più dell’oro, anche se oggi è molto meno quotata.

Questi atteggiamenti li ritrovo però in merito a un sacco di altri temi, da quello del cambiamento climatico a quello dei vaccini, sino a quelli solo apparentemente meno urgenti dell’analfabetismo globale di ritorno o della interpretazione distorta dei diritti: ed è difficile di fronte a certi arroccamenti fondamentalisti evitare la resa, o non cadere a propria volta nella partigianeria. Ciò che mi riporta alla sensazione che avevo espresso all’inizio di questo scritto.

Insomma. Non presumo di avere in mano argomenti validi per suffragare ogni mia convinzione (perché immagino sia chiaro che le mie posizioni le ho – e anche i miei pregiudizi: ma almeno li riconosco e li dichiaro subito, e in questo modo li ripongo in un cassetto); vorrei solo poterne discutere con lucidità, con la massima obiettività possibile e senza condizionamenti emotivi: e magari rivederle, o addirittura, se mi si convince del contrario, prenderne le distanze. Non mi capita spesso, purtroppo. E il rischio è di arrivare a chiedersi se davvero ne vale ancora la pena, se le quattro ore che ho impiegato a scrivere questo pezzo o i dieci minuti che occorrono per leggerlo non siano buttati. Ma per rispondermi subito dopo che è la mia natura “ordinatrice” a impormelo, e che persino mia madre, per una volta, sarebbe d’accordo.

Allora ho deciso. Visto che il mio laboratorio mentale è ancora sottosopra, tornerò a riordinarlo. Nel frattempo però non ci voglio intrusi poco rispettosi. Per entrare, da domani, si bussa, si lasciano fuori le calzature pregiudiziali e si usano le pattine.