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Il libro degli abbracci

Comincia così …

(da: Cinque buoni motivi per essere scorretto)

di Paolo Repetto, 12 gennaio 2020

Scendendo a passo d’uomo verso Genova, tra gallerie che cadono a pezzi e viadotti semoventi, ascolto per radio un’intervista a Marco Bonini. Non lo conoscevo, scopro che è attore, ballerino, sceneggiatore cinematografico e anche scrittore. Credenziali sufficienti a indurmi subito a cambiare stazione, tanto più che l’intervista, condotta da una tizia in evidente trance estatica, si annuncia come uno spot promozionale dell’ultimo romanzo scritto dal nostro, Se ami qualcuno dillo (così, senza la virgola). Il dito è dunque già sul tasto, quando viene fermato da una citazione buttata lì a mo’ di apertura dalla conduttrice. “Mio padre è la chiave di volta di tutta la mia vita. Mio padre è il modo in cui guardo mia madre, il modo in cui gioco con mio figlio, il tono con cui mi rivolgo alla madre dei miei figli. Mio padre è il sorriso che rivolgo a una donna. La leggerezza con cui scherzo con i miei amici. Mio padre è il sottotesto di tutti i personaggi che interpreto come attore, è il giudice incontrastato della mia intera infanzia” (non l’ho memorizzata a caldo, l’ho ritrovata poi la sera su Google; e intanto ho anche capito perché l’intervistatrice fosse così estasiata). Rimango sintonizzato. La prima frase mi piace, il resto mi fa capire che quando parliamo di padri io e Bonini stiamo parlando di cose diverse. Ma tant’è, continuo a seguire la trasmissione, e ho conferma che non leggendo il libro non mi perderò nulla.

Bonini racconta di un padre (confessa di aver preso a modello il proprio) che è un maschilista della più bell’acqua, e che arrivato ad una certa età, dopo un infarto che lo spedisce in coma per parecchie settimane, si sveglia completamente diverso. Ha perso la memoria, e ha quindi cancellato quell’imprinting ambientale che ne aveva condizionato tutta la precedente esistenza e che aveva cercato di trasmettere anche al figlio. Lui, prima così serio, freddo, distaccato, quasi anaffettivo, ora si comporta come un bambino: balla, ride, scherza, trasmette, dice Bonini, la gioia genuina di vivere. Manca solo che racconti anche le barzellette. Benissimo: sono contento per entrambi, ma più l’autore approfondisce e generalizza il tema (che è il rapporto tra padri e figli, ma non solo) più scivola nella melassa appiccicosa della psicologia da salotto televisivo. Adesso, mentre scrivo, ho già naturalmente dimenticato tutto il resto, ma un paio di cose mi sono rimaste in mente, proprio perché le ho trovate particolarmente irritanti.

Cominciamo da un’altra citazione (piovevano a raffica, la copia del libro dell’intervistatrice deve essere tutta evidenziata e piene di orecchiette o di post-it). “Ogni abbraccio che oggi io do a mio figlio è un abbraccio che avrei voluto ricevere ieri da mio padre, e che mio padre forse avrebbe voluto ricevere dal suo.” Forse. Non è detto. Da che ne ho memoria mio padre non mi ha mai abbracciato. Può darsi l’abbia fatto prima, ma ne dubito. Mi sarebbe rimasta la sensazione di un’assenza. Invece non l’ho mai provata. Non avevo bisogno che mi abbracciasse per sentirlo vicino, mi sarebbe anzi parsa una situazione ridicola. Non era quello che mi aspettavo da lui. Ora questo, secondo Bonini e secondo tutto lo psicologismo del piagnucolio che imperversa tanto nei comparti alti della cultura come nelle vite in diretta e nelle anticamere dei dentisti, sarebbe frutto di una educazione patriarcale che voleva il maschio tetragono ai sentimenti e refrattario alle manifestazioni d’affetto. E di tale corazza dobbiamo liberarci, dando libero sfogo al nostro versante emotivo sinora represso, agli abbracci, alle lacrime, ai sentimenti esibiti senza falsi pudori. Tutto ciò ci renderà più liberi e spontanei, più realizzati ed umani, più felici e aperti alle relazioni.

Infatti, si vede. Non c’è mai stata tanta gente impegnata a baciare ed abbracciare ed esternare e piangere come oggi, e mai sono circolati tanta rabbia e livore e risentimento e ipocrisia. In piazza trovi adolescenti strafatti di canne, probabilmente figli di padri già liberati da un pezzo e molto affettuosi, che si salutano ad ogni incontro con un abbraccio, maschi con maschi, maschi con femmine, femmine e femmine, e poi si piazzano su una panchina ciascuno incollato al suo smartphone e non scambiano una parola per ore. Per i mussulmani e gli slavi i baci e gli abbracci di saluto sono addirittura rituali, ma non mi risulta che giovani e adulti siano poi, anche tra di loro, particolarmente pacifici e affidabili.

Un tempo, quando mi ritrovavo con gli amici ci scambiavamo un ehi!, una pacca sulla spalla se li prendevo di sorpresa, e poi si trascorrevano intere mattinate o pomeriggi o sere a discutere, a scherzare, a litigare più o meno seriamente. A volte trascinavamo la notte fino alle ore piccole, senza birre in mano, bruciando qualche sigaretta, continuando ininterrottamente a dialogare. Niente manifestazioni di affetto rituali, nessun contatto fisico: ma saremmo stati pronti a giocarci la pelle l’uno per l’altro.

Magari parrà che io stia parlando di un’altra cosa rispetto a ciò di cui narra Bonini, ma vi assicuro che una relazione c’è.

Quando pranzavo o cenavo con mio padre, la sera attorno al tavolo o in campagna nelle pause del lavoro, pendevo dalle sue labbra, ridevo delle sue battute, apprezzavo e invidiavo la costante ironia con la quale sapeva prendere la vita, mi preoccupavo se lo vedevo a volte (rarissime) troppo stanco per poter essere brillante. Davvero guardavo il mondo e gli altri anche con i suoi occhi, ma questo non mi ha mai impedito di mantenere e di manifestare una mia indipendenza di giudizio, e di capire che sotto sotto era apprezzata. Non volevo il suo abbraccio, non avrei saputo che farmene. Volevo la sua stima, e sapevo che per meritarla era sufficiente fare bene le cose che stavo facendo.

Anche gli abbracci di mia madre erano rarissimi (confesso che non ne ricordo uno, ma sono certo che ci siano stati), e neppure di quelli comunque ho mai sentito la mancanza. Non era necessario che mi dimostrasse con le coccole quanto mi amava: ogni altro suo gesto lo dichiarava, e io lo capivo benissimo. Se questa era freddezza “culturalmente assimilata”, se sono stato per tutta la vita inconsciamente un represso, giuro di non essermene accorto. E sarò magari un po’ lento a capire, ma garantisco che mi sta bene così. Mi auguro di non finire in coma, ma soprattutto, nel caso, di non risvegliarmi diverso.

Da dove nasce tutto questo improvviso bisogno di riscoprire e rivalutare la fisicità affettiva (ma “riscoprire” cosa? Non c’è mai stata, come caratteristica della specie: per trovarla occorre risalire sin oltre la speciazione, ai nostri cugini bonobo)? Ho l’impressione che voglia solo nascondere la perdita delle “parole per dirlo”, tanto per riagganciarci al titolo di Bonini. Che sia cioè l’ennesimo inquietante sintomo di un malessere molto più profondo, nel quale una idea maldigerita di libertà si mescola alla sfiducia nelle potenzialità positive della parola e della cultura che esprime, e ci spinge a regredire verso le manifestazioni più animalesche del nostro carattere. È accaduto che quando “la gente” ha finalmente avuto accesso al pulpito si è accorta di non aver nulla da dire, e che non lo avrebbe comunque saputo dire. Ha scoperto che “parlare” è diverso dal bofonchiare o dal ripetere slogan e frasi fatte, che il dominio della parola comporta fatica e lavoro, e che se non padroneggi il linguaggio non produci nemmeno pensiero. Di affrontare l’ultima salita, lo sforzo gratificante ma al tempo stesso responsabilizzante per dotarsi di questa strumentazione e passare dall’essere “gente” a essere “persone”, nemmeno a pensarci: tanto più in presenza di uno stuolo di intellettuali pentiti (o forse solo annoiati) che ne predicavano l’inutilità e l’ipocrisia. E allora la “gente” ha deciso (ma non è questo il verbo giusto, perché decidere significa pensare autonomamente: diciamo che è stata indotta a credere, e non ha opposto alcuna resistenza) che il pensiero e il linguaggio sono solo subdoli strumenti di dominio nelle mani delle lobby, e che queste vanno combattute rivendicando una genuina ignoranza e il ritorno ad una comunicazione non mediata dei sentimenti, di tutti, dall’amore e dall’affetto fino al rancore e all’odio.

Ho detto sopra di aver seguito tutto il resto della trasmissione. Non è vero. Ho cambiato stazione dopo aver sentito dire dall’attore-scrittore che anche di fronte ad una mancanza, ad un errore commesso dal figlio, tutto si può risolvere con un abbraccio. “Non rimproverate, non punite i vostri figli. Abbracciateli, e capiranno.” Mi si sono rizzati i capelli pensando a quel povero ragazzo. Spero sia uno che di stupidaggini ne fa poche, altrimenti sai che rottura di palle, con un padre che ti abbraccia continuamente: e sai che disastro, quando i problemi li avrà con altri, insegnanti e amici prima, fidanzate e mogli e colleghi dopo, che magari non saranno altrettanto disponibili a risolvere tutto con un abbraccio. L’abbraccio non è una mediazione, è un’amnistia. E le amnistie troppo ripetute non possono portare che alla perdita di credibilità e di efficacia delle regole, quindi al caos, come sa bene chi vive in questo paese.

Infatti. I sentimenti “liberati” dalle pastoie della lingua e della cultura sono immediatamente sfuggiti al controllo. Ma non sono andati molto lontano. Non avevano più gambe né fiato. Ci aveva già pensato il circuito produzione-consumo-consenso a sfiancarli, e quando li ha riportati nel recinto ce li ha restituiti in forma di omogeneizzato. I sentimenti che rivendicano oggi i loro diritti sono solo pappine prive di sostanza e infarcite di coloranti, sono solo risentimenti, alimenti ideali per l’egoismo e il menefreghismo più sfrenati, per il disprezzo di ogni diritto altrui, per lo spaccio della beceraggine come genuinità. Nutrita di questi surrogati “la gente” è diventata incapace di accettare le sconfitte, di mettere in conto le delusioni (di qui femminicidi e reazioni comunque esasperate a qualsiasi contrarietà), di digerire l’idea che ogni conquista trova giustificazione e senso nello sforzo. Tutto intanto si risolverà con un pianto (possibilmente in tivù), con un tweet o con un abbraccio. Da non crederci: con infinite altre possibili e passabilmente dignitose catastrofi, il mondo perirà soffocato dagli abbracci.

Non è nemmeno questo però il vero nocciolo della questione. Bonini il nocciolo lo aveva toccato già prima, quando ha continuato ad insistere sul fatto che l’anaffettività del padre fosse frutto di una educazione maschilista, che induceva ad una rappresentazione di sé monolitica e improntata al controllo. Non che mi abbia sconvolto con questa rivelazione: stava semplicemente ripetendo la vulgata corrente, ma lo faceva mentre viaggiavo a cinque chilometri l’ora, e chiedevo alla radio almeno un po’ di conforto. Ora, io il libro non l’ho letto (e nemmeno ho intenzione di farlo in futuro), quindi è possibile che l’immagine del padre che ne viene fuori, quella evidentemente che Bonini stesso aveva recepito, giustifichi questa spiegazione. Credo ci sia in effetti un sacco di gente che tiene atteggiamenti del genere. Ma mi infastidisce la generalizzazione che l’autore ne ha fatto durante l’intervista, come a dire che la responsabilità è tutta di un certo modello sociale, e naturalmente del tipo di cultura che a quel modello ha dato l’impronta.

Con buona pace di Bonini, non è così. La società è fatta di individui, e gli individui rispondono anche al loro singolo patrimonio genetico (che brutta parola, e rivelatrice! deriva guarda caso da pater). In altri termini, hanno chi più chi meno un carattere, e ciò che dovrebbe distinguerli dagli altri animali è che, volendo, sono anche in grado di disciplinarlo per farlo convivere in maniera non conflittuale con quelli dei loro simili. Ne sono, o almeno dovrebbero esserne, responsabili. Probabilmente Bonini è stato sfortunato, ha beccato uno che il carattere lo aveva inamidato forse sin troppo: ma non sono così sicuro che ora, col padre risvegliatosi ilare e affettuoso, le cose andranno molto meglio. Poteva andargli peggio, anziché un padre freddo poteva capitargliene uno violento o irascibile: ma poteva anche, al contrario, trovarsi accanto una persona capace di applicare in positivo le regole e di farne comprendere attraverso l’esempio il valore. Accade anche questo. A dimostrazione del fatto che l’educazione direttamente o indirettamente ricevuta, l’imprinting ambientale, ha senz’altro un grosso peso, ma poi a decidere che persona vuol essere, in che misura e in che direzione vuole esercitare il controllo, è sempre l’individuo. Come diceva il mio amico Remo, e lo diceva in senso positivo, non per vanto ma a sprone degli eterni recriminanti: “Sono nato ch’ero una sega, e ora ho il cinquantotto di spalle. E mi rispetto”.

PS: Ho fatto a tempo comunque a riascoltare il ritornello che è ormai d’obbligo, quasi una costante musica di fondo, sulla necessità di far riemergere la componente femminile che c’è in tutti noi, quella appunto emozionale, affettiva. Ora, io non dubito che in tutti noi maschietti ci sia una componente femminile, così come ce n’è una maschile nelle femmine. Mi sembra persino stupido sottolinearlo, come fosse una folgorante e recentissima scoperta. Che siamo fatti dello stesso impasto lo diceva già la Bibbia tremila anni fa, anche se poi assegnava ai maschi il ruolo di lievito madre. Dubito invece, proprio per questo motivo, che la “componente femminile” possa essere ricondotta tout court alla libera esternazione degli affetti e delle emozioni. Mi pare una lettura fuorviante, schematica e soprattutto molto riduttiva.

Mettiamola in questo modo. Le differenze di genere esistono, e non riguardano solo l’anatomia e i ruoli nel processo riproduttivo. Riguardano anche il funzionamento cerebrale, proprio in ragione di quelle anatomie e di quei ruoli. Se noi maschi ci portiamo dietro un retaggio di “autorappresentazione virile”, che poi si esprime poi in maniere differenti nelle diverse società e nelle diverse epoche, non è per una qualche deriva antinaturalistica innescata dalla cultura: è anzi funzionale alla naturale competizione per perpetuare i propri geni che sta alla base della vita animale (e anche di quella vegetale). Accade in tutte le specie, segnatamente in quelle a noi più prossime ma anche negli uccelli o nei pesci. La differenza consiste semmai nel fatto che nella nostra specie la cultura è intervenuta a smussare, a mitigare, qualcuno dice anche a stravolgere, le ferree leggi della selezione, quelle che premiavano solo i maschi dominanti. E mi pare che tutto sommato sia andata bene così. Noi abbiamo preso un’altra strada, la selezione umana è molto più soft (forse anche troppo, tanto che tra poco saremo dieci miliardi: ma per il momento, anche se un po’ stretti, perché qualcuno occupa e divora troppo spazio, ci stiamo tutti). Non sono più gli artigli e i denti a fare premio, ma il cervello: o almeno così dovrebbe essere. E il cervello umano femminile si è specializzato, nel corso di milioni anni, a riconoscere il funzionamento (o meno) di quello maschile, e a scegliere di chi fidarsi per un progetto riproduttivo. Certo, messa così può sembrare una faccenda molto arida e meccanica, ma lo si voglia o meno è quella per la quale possiamo stare qui a parlarne. Poi c’è dell’altro, non possiamo (forse sarebbe meglio dire: non vogliamo) ridurre il senso della nostra esistenza solo a questo, ma nemmeno possiamo prescinderne e fingere di ignorare che il motore è quello.

Pertanto: van bene gli affetti e van bene i sentimenti e le emozioni, ma non raccontiamoci che l’esternarli, soprattutto nei modi suggeriti da Bonini ma anche da tutti gli psicologismi e gli esotismi e i postmodernismi imperanti, sia un atteggiamento meno teatrale dell’autorap-presentazione virile. E soprattutto non dimentichiamo che la rimozione totale delle inibizioni è autodistruttiva per qualsiasi specie, di quelle naturali per tutte le altre, ma per la nostra anche di quelle culturali, perché la cultura è entrata a far parte della nostra natura. Per quanto poi concerne il recupero di una edenica naturalezza, soffocata negli ultimi millenni dai corsetti e dalle cravatte della civiltà (soprattutto di quella occidentale, naturalmente), teniamo a mente che tra i nostri parenti più prossimi non ci sono solo i bonobo, che si spulciano vicendevolmente e fanno sesso tutto il giorno, ma anche gli scimpanzé, che si scannano tra loro con un’aggressività e una ferocia che non ha pari in tutto il mondo animale. Con questi ultimi abbiamo in comune più del novantotto per cento del DNA. Val la pena rifletterci.

E allora, per il momento, mi raccomando: se mi incontrate, anche dopo molto tempo, non abbracciatemi. Se proprio mi parrà il caso, lo farò io.

⇒ … e finisce così.

Ad venturam

di Paolo Repetto, 31 ottobre 2018, da sguardistorti n. 04 – ottobre 2018

Vivere “ad venturam” significa buttarsi a capofitto nel futuro. Non aspettare che le cose arrivino, ma andare a stanarle. Anche perché, se non si fa così, hanno la tendenza a non arrivare mai. Simbolo della “non-avventura” è il capitano Drogo del Deserto dei Tartari. Aspetta per una vita che siano le cose a decidersi, non osa mai superare quelle montagne, il confine che lo separa da ciò che desidera.

Si può obiettare che questa è una visione esasperatamente vitalistica dell’esistenza, e dell’avventura stessa. È vero, forse è troppo legata ad una funzione narrativa. L’avventura non può essere identificata solo con la lotta contro la tigre, o contro i Thug o i pellerossa. Un matrimonio può essere un’avventura, con tutte le emozioni, le delusioni, i rischi e i dolori di una spedizione in mezzo agli Irochesi. E può esserlo anche una vita trascorsa tra le mura di una scuola, con le vittorie, le sconfitte, le delusioni. O un percorso di studio e di letture, con le scoperte, le sorprese, le emozioni, ecc … Probabilmente è solo una questione di intensità. Chi ha vissuto anni di guerra ti dirà che, con tutto il dolore di cui è stato testimone, sono quelli che hanno maggiormente segnato la sua vita, qualche volta anche quelli che le hanno dato un senso. Era una sensazione comune tra i reduci della guerra partigiana, ad esempio (vedi l’Ettore de La paga del sabato). In piccolo questo si ripete per ogni situazione nella quale si esca dalle righe delle sicurezze quotidiane, si producano scariche adrenaliniche particolarmente intense. Sono i momenti e le vicende di cui ci si ricorda perché incidono delle cicatrici nella nostra memoria. Ma, ripeto, l’intensità non va necessariamente misurata a picchi. Nella vita non può esistere l’alto continuo, ma un basso continuo si. L’intensità non è quella della percezione, ma quella dell’intenzione.

Il vero significato dell’avventura sta infatti nell’intenzionalità. L’avventura è tale in quanto la scegli: anche quando, come appunto nel caso della guerra partigiana, sei quasi costretto a scegliere: oppure quando sembra che sia l’avventura a scegliere te, magari sotto forma di sventura. Sei tu, comunque, a decidere se e come viverla. Il senso glielo dai a posteriori.

Non sto parlando a caso. Quando gli amputarono una gamba, a tredici anni, mio padre aveva davanti due possibilità: fare il mutilato a vita, vivendo della compassione altrui (all’epoca non esistevano né un’assistenza pubblica né una particolare sensibilità per gli sfortunati, un disabile era considerato solo una zavorra), oppure trasferire sull’unica gamba che gli era rimasta tutta la voglia di una vita indipendente e libera. Scelse la seconda, e ne venne fuori l’uomo più libero ed eccezionale che abbia mai conosciuto.

Ora, si potrebbe sollevare una seconda obiezione. Uno dei maggiori antropologi culturali italiani, Alessandro Manzoni (l’altro è Leopardi), in un suo saggio in forma di romanzo fa dire ad un intervistato: “Il coraggio, uno, non se lo può dare”, aggiungendo tra l’altro che l’intervistatore parla bene, dall’altezza della sua condizione “ma bisognerebbe essere nei panni di un povero prete, e trovarsi al punto!”. Questa è la sintesi di una concezione fatalistica della vita, o se vogliamo tradurla in linguaggio odierno, deterministica: Manzoni anticipava la teoria del gene egoista. È evidente che da questa concezione l’ipotesi dell’avventura è totalmente esclusa. Del resto, anche tutti gli altri intervistati sembrano concordare sul fatto che la vita è piuttosto una serie di sventure, e sopravvive chi meglio sa fare lo slalom tra di esse. Ma appunto, sopravvive.

L’altro antropologo (segnalo il suo attualissimo Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani) la mette un po’ diversamente. Il passante che compra un almanacco per l’anno ‘venturo’ chiede al venditore il più bello, il più ottimista: Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce. È consapevole che si tratta di un puro gioco di credulità, ma volendo darsi un parametro ideale sceglie il più positivo: sa che credere in qualcosa è già un modo per cominciare ad avverarla. E quando si poi tratta non di un destino individuale, ma di quello collettivo, dell’umanità, dopo aver fotografato impietosamente il presente l’autore trova ancora la forza di invitare ad opporre a qualcosa che è peggio del destino, all’insignificanza assoluta, il senso di solidarietà.

Ciò non garantirà all’umanità la sopravvivenza, ma un’esistenza dignitosa, quella si.


La schiva dignità del ciavardello

di Fabrizio Rinaldi, 11 marzo 2018, da sguardistorti n. 02 – aprile 2018

C’è un libro che, quando lo trovo in qualche mercatino, riacquisto sempre, senza ripensamenti: è la Guida pratica agli alberi e arbusti in Italia, edito da Selezione dal Reader’s Digest nel 1983, ormai fuori catalogo da decenni. Ne ho comprate almeno quattro copie, che ho poi regalato ad amici, pure loro esploratori dei boschi. Da anni, quando mi preparo lo zaino per un’escursione, uno dei primi equipaggiamenti che infilo dentro – prima ancora del panino e della borraccia – è la mia vecchia copia della Guida. In quel libro trovo descritte in modo accurato le caratteristiche della maggior parte degli alberi presenti nel nostro habitat, indicate le aree di diffusione e soprattutto raccontato l’uso che storicamente ne ha fatto l’uomo, con una particolare attenzione per le leggende. Il tutto illustrato da bellissimi acquarelli che aiutano a risolvere i dubbi quando s’incontrano specie poco conosciute.

Fa’ della natura la tua maestra.
WILLIAM WORDSWORTH

Nei boschi raccolgo foglie, che dovrebbero aiutarmi a fissare mentalmente il momento della loro raccolta. Presto però il ricordo svanisce, e rimangono solo le foglie rinsecchite, a farcire la mia sgualcita Guida: si va dal giurassico Ginko biloba alla splendida magnolia, dal coriaceo ranno al marginale ciavardello (di questo m’accorgo di averne un bel po’). Marginale, quest’ultimo, perché neppure nelle pagine dedicategli dalla Guida, che pure è dettagliata, si trovano particolarità che possano giustificare una specifica attenzione. L’uomo si è limitato solitamente a farne legna da ardere; indubbiamente un nobile uso, ma non paragonabile a quello riservato al flessuoso frassino, usato per gli archi o per gli sci, oppure a quello della quercia, col cui legno si fanno botti per il vino e ponti per navi che solcano i mari, e neppure a quello del castagno, per il quale si sono inventati infiniti impieghi, tra cui coprire i tetti delle case dei contadini.

Eppure quest’albero non è una specie rara, di quelle che impongono ricerche proibitive negli anfratti dei boschi, e neppure si tratta dei rarissimi ibridi tra rovere e lecci la cui ubicazione è tramandata ai soli iniziati dagli “eletti del sapere boschivo”, come fosse il segreto del santo Graal. Niente di tutto questo: il ciavardello è una pianta comune, le cui foglie hanno profondi lobi che somigliano alle mani di un bambino, ma in genere chi lo incontra lo confonde con un acero, con un biancospino o con un sorbo. È tipico della fauna umana che popola i boschi: sono tutti impegnati nella ricerca di funghi o di cinghiali, e non hanno occhi per chi svetta accanto a loro, verso il cielo, alla ricerca di luce.

Per la descrizione scientifica del Sorbus torminalis rimando alla Guida (per chi ce l’ha – anche grazie a me) o ad altri libri descrittivi (solo quelli davvero buoni) o all’“oracolo” Google.

Solo i tecnici forestali o i botanici apprezzano (quando lo fanno) la presenza di quest’albero nelle colline boscose, per le peculiarità che ha di consolidare il terreno e perché contribuisce ad arricchire la biodiversità, vivendo in associazione con il rovere, l’orniello, il ginepro, la lantana, la ginestrella e altri.

L’umile ciavardello non ha stimolato la sensibilità di poeti, scrittori o pittori. Neppure Mario Rigoni Stern, attento osservatore del bosco, lo ha mai citato, preferendogli l’elegante betulla, che gli ricordava la steppa russa della ritirata nel 1943, e il larice “perché vive sulle rocce, anche dove non c’è niente, è come quei montanari che resistono sulla montagna in una baita, malgrado tutto” (da Carlo Mazzacurati e Marco Paolini, Ritratti Mario Rigoni Stern, Edizioni Biblioteca dell’Immagine 2000). D’altro canto, la dimenticanza è comprensibile: la pianta in questione non ha l’attrattiva dei carducciani cipressi o l’incanto delle ginestre leopardiane, non è il “pio castagno” del Pascoli o il “gigantesco rovere” di Gozzano. È un semplice e umile alberello che difficilmente raggiunge dimensioni ragguardevoli da esser notato dai poco attenti osservatori e vive per creare le condizioni ambientali idonee allo sviluppo di altre specie più esigenti di lui, come, appunto, il castagno e il rovere.

[…] se volete trovarvi,
perdetevi nella foresta.
GIORGIO CAPRONI, Opera in versi

E tuttavia, al di là dell’uso “povero” che l’uomo ne ha fatto e del quasi anonimato nel quale lo ha relegato, credo che anche il ciavardello meriti una piccola attenzione, proprio in ragione del suo contributo nell’arricchire la biodiversità boschiva. La mia, di tignosa attenzione, se l’è conquistata, oltre che per il nome così curioso, perché rappresenta al meglio le tantissime “esistenze in sordina” che popolano l’habitat nostrano. Ed è di queste che volevo parlare.

Andare per boschi – con o senza Guida – favorisce un pensiero divergente, libero e inatteso, che sfugge dagli stereotipi precostituiti, quelli dettati dal chiuso di una scuola o di un ufficio, o inoculati dal monitor e dal televisore. Questo vale tanto più oggi, e tanto più per i bambini, sin dalla prima infanzia. Si familiarizza con se stessi, si ha coscienza di sé, nel momento in cui si riconosce la propria immagine riflessa in uno specchio. Allo stesso modo si ha la vera consapevolezza di ciò che va oltre l’umana specie attraverso l’incontro diretto e le rappresentazioni simboliche che se ne danno: nei suoi primi disegni un bambino parte dal raffigurare prima se stesso, poi i suoi genitori, magari anche la casa, ma alla fine, inevitabilmente, l’albero. E l’albero gli detta nuovi parametri, soprattutto se lo ha conosciuto non ai giardini pubblici o in quello condominiale, nella versione addomesticata, ma nel suo naturale habitat. Ne ha una percezione diversa: esce dal guscio delle prevedibili geometrie umane, si confronta con differenti dimensioni ed alimenta in questo modo la sua stabilità emotiva, sperimentando assieme la paura verso il nuovo e il desiderio, nonostante tutto, di esplorarlo.

Tutto nella selva era così solenne che nell’animo del sensibile viandante sorgevano, come spontanee, mirabili immaginazioni. Quel dolce silenzio della foresta quanto mi rendeva felice!
ROBERT WALSER, La passeggiata, Adelphi 1993

Sono sensazioni ataviche. Sugli alberi, in epoche primitive, l’uomo trovava scampo dai predatori. Trovava prima di tutto un riparo. Ma non solo. L’albero offriva anche un diverso punto di vista, consentiva di scorgere altri orizzonti. E continua a farlo. Ancora oggi, in epoca di ascensori e di scale mobili, un bambino percepisce e conquista davvero la dimensione verticale quando si arrampica, prova a salire su una pianta, magari solo per nascondersi allo sguardo eccessivamente protettivo della madre. Quell’arrampicata è una dichiarazione d’indipendenza, è il primo atto di un processo di individuazione.

Già di per sé l’albero offre un’immagine simbolica di vitalità: rappresenta in maniera esemplare la necessità di un continuo rinnovamento per divenire fisicamente ancor più possente, stabilmente ancorato alle radici delle proprie certezze e sessualmente pronto a diffondere la propria genìa. È collegato metaforicamente sia al cielo che alla terra, il che sottintende un processo di crescita verso la perfezione, rappresentata dallo stadio adulto, umano o vegetale che sia.

Nell’odierno mondo bambino-centrico (ma in realtà bambino-fobico), che antepone la sicurezza fisica del fanciullo – sempre e comunque – alla naturale tendenza ad esplorare il mondo, quindi a mettersi potenzialmente in pericolo nel tentativo di conoscere ciò che lo circonda, l’albero rimane un’indomita sfida a cui, a dispetto di proibizioni, divieti e offerte “alternative”, difficilmente si riesce a sottrarlo.

Salire su un albero e divertirsi contraddice al principio che sta alla base della società attuale, ovvero alla mercificazione di tutto, compreso il gioco. Anziché lasciar liberi i bambini (ma anche gli adulti) di issarsi tra i rami della pianta dietro casa, si sono inventati i parchi avventura sugli alberi, dove è possibile andare da un esemplare all’altro attraverso camminamenti e passerelle, ponti in liane e corde fisse, col fine dichiarato di offrire un’esperienza “naturale” e originale in totale sicurezza, e con quello meno esplicito di spillare soldi vendendo emozioni illusorie e artificiali.

[…] sono un buon selvaggio dentro la foresta dei miei innumerevoli pensieri.
GIUSEPPE STRAZZI, Via lunga, Marna 1995

Il fatto è che sappiamo benissimo che le cose stanno così, ma poi li intruppiamo a Gardaland, per non privarli di ciò che hanno tutti gli altri, per non farne dei “diversi”. È una soluzione stupida e comoda, perché tacita i nostri rimorsi e ci permette di assolvere con un basso impegno di tempo (meno basso quello di denaro) al nostro dovere, o almeno, a quello che chi orchestra tutta la baracca ci ha convinto essere nostro dovere. E allora, anziché limitarci a deprecare gli inganni del consumismo potremmo cominciare ad incentivare la naturale propensione, investendo un po’ più di tempo e di energie in attività coi figli, libere, gratuite e all’aria aperta: questo non solo rafforza il legame genitore/figlio, ma alimenta in quest’ultimo l’indipendenza e la fiducia in se stesso, e libera il primo dagli eccessi di apprensione e da quel latente senso di colpa che proprio le strategie consumistiche mirano ad inculcargli. In altre parole, ci vuole davvero poco, tanto più per chi ha la fortuna di abitare in campagna, per tornare in sintonia con la natura.

La natura vissuta in semplicità, non quella esotica dei villaggi turistici o patinata delle riviste e dei documentari, ma quella che scorgi dalla finestra di casa, oltre ad incrementare la capacità di percezione sensoriale offre, a chi sa interpretarlo, un mondo alternativo di norme e di leggi che valgono da sempre, indipendentemente dai regimi politici e dai sistemi economici, e che aiutano i bambini a diventare un po’ più “selvatici”, nel senso più positivo del termine, quello dell’indipendenza di giudizio. Familiarizzare con ciavardelli (o roveri, scille, gheppi e chi più ne ha più ne metta) e non temere l’incontro col “lupo cattivo” o con gli altri pericoli che nel bosco potrebbero celarsi, tornerà utile ai nostri bambini per affrontare un mondo nel quale i pericoli ci sono davvero, nascosti nella quotidianità degli uffici, delle scuole e delle piazze, reali o virtuali.

Lo Stato vede tutto; nella foresta si vive nascosti. Lo Stato sente tutto; la foresta è il tempio del silenzio. Lo Stato controlla tutto; qui sono in vigore codici antichissimi. Lo Stato vuole sudditi ubbidienti, cuori aridi in corpi presentabili; la taiga trasforma l’uomo in un selvaggio e libera la sua anima. 
SYLVAIN TESSON, Nelle foreste siberiane, Sellerio 2012

Mi auguro che i “millennials” abbiano ancora la spensieratezza di mio padre – loro antico coetaneo – che come si vede nella foto era salito sull’albero, in contrapposizione con le figure femminili ancorate compostamente a terra, con le mani giunte in grembo, nella tipica posa pre-femminista da “madonne addolorate”.

Sfidare un albero è un rito di passaggio: chi vuole crescere – come l’albero – non deve sottrarsi. Era normale che un ragazzino salisse sugli alberi e nessuna delle donne nella foto sembra aver il benché minimo timore che mio padre possa cadere da lassù.

Oggi anche le mie figlie cominciano a familiarizzare con l’altezza esplorando gli alberi attorno casa. A questo punto la palla passa a me: e non riesco a starmene là sotto calmo e tranquillo, devo salire pure io, per vedere da lassù un mondo differente e vivere con loro questa esperienza, magari cercando tra le chiome del bosco il nostro ciavardello.

Volersi bene

di Paolo Repetto, 2017

Riporto l’aneddoto come lo raccontava mia madre, che era filologicamente correttissima (a differenza di mio padre, che partiva sempre da fatti veri ma tendeva poi a ricamarci sopra), integrato magari da qualche brandello di memoria infantile.

All’epoca, primi anni cinquanta, frequentavo l’asilo delle signorine Gandino, due sorelle molto anziane e poco più alte di noi, ma non per questo prive di polso. La casetta che ci accoglieva è ancora oggi la sede dell’asilo e ha visto passare nel tempo i miei figli e mio nipote. Le vecchie sorelle sono invece un ricordo solo mio.

Bene, un giorno, avrò avuto quattro o cinque anni, comparve al cancelletto d’ingresso un fotografo ambulante, un tipo con baffetti e occhiali, che propose alle Gandino di ritrarre uno ad uno i bambini. Non c’erano ancora tutte queste storie della privacy, non era necessario chiedere consensi a nessuno, e credo che sotto sotto le nostre maestre, il cui ultimo ritratto doveva risalire all’età del dagherrotipo, fossero ben felici di far immortalare noi pulcini nel piccolo giardino, vicino all’altalena. Mia madre sosteneva che i genitori non erano stati assolutamente informati, né prima né dopo.

Sta di fatto che in capo a due settimane il fotografo si presentò a casa, con i baffi, gli occhiali e una bellissima cartellina in cuoio, dalla quale estrasse una mia foto a mezzo busto a colori (non particolarmente vivaci, ma comunque a colori, cosa che per l’epoca era un lusso) in formato venti per trenta. Disse a mia madre che la foto era stata selezionata dal suo studio per la particolare fotogenicità del soggetto, che costava solo cinquecento lire (il giornale e il caffè costavano allora trenta lire) e che dava il diritto a partecipare – con ottime chanches – ad un concorso per bimbi belli, le cui immagini sarebbero poi state pubblicate su non so quale rivista.

Ora, bisogna sapere che per certi versi mia madre era una donna intelligente e scafata (mio padre diceva che avrebbe zittito in tribunale anche Carnelutti, il principe del foro): ma era pur sempre una madre, e la sua lucidità si appannava quando in ballo c’erano i figli. Pur senza arrivare agli eccessi della Magnani in “Bellissima”, aveva addosso la sindrome del figlio più bravo, migliore a scuola, capo dei chierichetti, ecc… Era anche comprensibile, del resto, con l’infanzia che le era toccata e con la voglia di riscatto che si portava appresso, riversata in una ambizione culturale da autodidatta e nella partecipazione da protagonista di prima fila alla vita religiosa.

Insomma, le cinquecento lire al momento non le aveva – e probabilmente non aveva nemmeno idea di dove trovarle in seguito – ma di fronte a quella foto, e soprattutto di fronte alla prospettiva di una sua pubblicazione, non poteva tirarsi indietro. Così quando il tizio, mostrando molta comprensione, le sottopose un paio di fogli da firmare per non perdere l’offerta eccezionale e l’iscrizione al concorso, assicurandole che avrebbe ricevuta la foto non appena effettuato il pagamento, non seppe resistere.

Nel frattempo era però arrivato mezzogiorno, e mio padre stava rincasando. Sentimmo le sue stampelle su per le scale, e mia madre annunziò al fotografo che avrebbe potuto comunicare anche a lui la bella notizia. Quest’ultimo non mostrò molto entusiasmo, anzi, ricordo che cominciò ad agitarsi e a pulire nervosamente gli occhiali, scusandosi perché aveva un altro appuntamento in Ovada e doveva scappare di corsa.

Immagino che proprio questa fosse la sua intenzione: ma ormai mio padre era sulla porta. Mamma lo rese immediatamente partecipe del mio primo successo, chiamando il fotografo a dare conferme e spiegazioni, e trovando in verità un supporto piuttosto reticente e imbarazzato. Ma non era necessario: mio padre è sempre stato molto veloce a capire e a decidere di conseguenza, e anche in quel frangente non si smentì. Lo fece però in un modo che avrebbe potuto avere conseguenze indelebili sulla mia vita. E qui passo direttamente la parola alla voce materna: «Ti guardò per quattro o cinque secondi, poi fece girare la chiave nella toppa, la estrasse e se la mise in tasca. Quindi si rivolse al fotografo: “Mi dia quei fogli”. (Pur avendo una sola gamba mio padre superava gli ottanta chili, con una percentuale di grasso inferiore a quella dei Masai. N.d.R). Il tizio estrasse i fogli firmati e li posò sul tavolo. “Anche la fotografia”. L’ingrandimento andò ad accompagnare i fogli. Io ero mortificata, ma mentre cercavo di scusarmi col fotografo che si precipitava lungo le scale mi sentii rispondere: “Lasci stare signora, va bene così”».

Non ho poi assistito alle loro spiegazioni, fui mandato a giocare in cortile. E sinceramente di tutta la faccenda avevo capito ben poco, anzi, nulla del tutto. Ma furono i racconti successivi di mia madre, che tornavano fuori ogni volta che l’occhio di qualcuno cadeva su quella foto, debitamente esposta sul mobile del tinello, a fungere da tarlo. Quel “ha guardato Paolo per un momento e poi ha detto: mi dia quei fogli!” suscitava le risate, soprattutto di chi conosceva bene mio padre e poteva immaginare la scena, e anche le mie: ma chi non mi dice che abbia intanto scavato nel mio intimo, erodendo una confidenza in me stesso che con l’approssimarsi dell’adolescenza già viaggiava verso il livello zero?

In verità con i miei problemi successivi quell’episodio non c’entra affatto, è anzi diventato un punto di forza della mia aneddotica (e conservo ancora la fotografia, che sta virando sempre più verso il bianco e grigio). Ma mi fornisce un ottimo pretesto per parlare un po’ dell’autostima, di quella vera, quella che uno dovrebbe costruirsi anche a dispetto di un ambiente ostile (che non era certo il caso di quello mio familiare, con due diversi esempi di training autogeno entrambi a loro modo vincenti, e necessariamente contagiosi). Sono solo quattro considerazioni buttate lì in ordine sparso, che arrivano però direttamente dal campo, perché la mia personale “queste” di autoconsapevolezza è sempre aperta.

Autostima è uno di quei termini che sono entrati recentemente, senz’altro da meno di un secolo, nel vocabolario, ad indicare qualcosa che esiste da sempre ma che solo oggi sembra essere diventato un problema, e come tale è stato rinominato. Un po’ come il colesterolo. In effetti agisce per proprio come il colesterolo: è indispensabile sino a certi livelli, ma oltre questi diventa fastidiosa o addirittura pericolosa. Con la differenza che mentre per quello la “quotazione” mira al ribasso, perché i livelli tollerabili vengono determinati dall’industria farmaceutica, e ogni punto in meno significa milioni di nuovi potenziali malati, sull’autostima c’è invece oggi da ogni parte una forte spinta alla crescita.

Facciamo una prova. Digitiamo la parola su Google (chi è più avanti può digitate “self-confidence” o “self-respect”). Prima di arrivare ad una definizione (quella di Wikipedia) compare una sequela di annunci di questo tenore: “Supera i tuoi limiti, scopri una vita di gioia, con RQI”, “‎Diventa Consapevole di ciò che hai dentro, renditi libero e migliora la tua vita”, “Risolvi i Tuoi Problemi. 3 Video In Regalo. Ridurre Lo Stress. Vivere Serenamente”, “Hai Problemi di Autostima? Scopri come risolverli”, “Diventa il Leader di te stesso. Scopri il meglio di te‎”. E ancora “Le regole d’oro per un’autostima super. Come ritrovare e aumentare l’autostima in 10 passi” e “5 azioni pratiche per aumentare la tua autostima”. Si procede così per intere paginate.

Dunque, lo si faccia attraverso tre video, dieci passi o cinque azioni pratiche, quello di ritrovare o aumentare l’autostima è diventato il nuovo imperativo categorico (assieme appunto a quello di abbassare il colesterolo e di mantenersi giovanili e snelli, e in perfetta combinazione con entrambi). Peccato che gli indicatori e i motivi su cui questo imperativo dovrebbe far perno abbiano sempre legami con qualche prodotto o pratica per i quali si vuole creare un mercato, e che la stima di sé sia compresa nel prezzo e nella confezione. Non è naturalmente su questa accezione “mercificata” che intendo fare le mie riflessioni, ma in realtà non si può nemmeno prescinderne del tutto, non fosse altro per rigettarla.

Cominciamo però col circoscrivere lo spazio di osservazione, per intenderci più facilmente. Sono molti coloro che l’autostima non debbono coltivarla o farsela costruire, perché già ne possiedono in eccedenza (questo tipo di autostima è l’equivalente del colesterolo LDL, quello cattivo). Quasi sempre l’hanno ereditata geneticamente o ricevuta come una cresima da genitori che intendevano sublimare attraverso i pargoli i propri fallimenti o perpetuare i propri successi. Costoro evidentemente non rientrano nel nostro discorso, e più in generale in qualsiasi discorso relativo alla stima di sé, perché la loro è pura e semplice idiozia. Sono infatti totalmente incapaci di mettersi (o di pensare di essere messi) in discussione. Ed è anche una forma di idiozia pericolosa, per sé e per gli altri, perché non ammette l’eventualità dell’insuccesso, e tanto meno la possibilità di farne tesoro. Non esiste in tal senso un indicatore del limite massimo tollerabile, perché come ogni altra manifestazione di idiozia è trasversale a ceti sociali, fasce d’età e livelli di cultura, e si esprime quindi in svariatissimi modi.

Dal lato opposto stanno quelli che di autostima sono invece totalmente privi, e non solo, non possiedono alcun piano e alcuno strumento per avviarne la costruzione. Sono gli utenti dei siti appena citati, i lettori di rotocalchi da un euro che offrono ricette per tutto, i pazienti e i seguaci di psicologi che continuano a campare sui salotti televisivi e sulle umane debolezze, i clienti di astrologi e taroccanti vari. Anche per questi, spiace dirlo, non c’è speranza. Non basta mettersi in discussione, se poi non si ha il coraggio di attingere a se stessi per trovare una strada propria.

Il concetto che giustifica queste esclusioni l’ho dunque già esplicitato: l’autostima non te la regala e non te la costruisce nessuno (altrimenti non si chiamerebbe così). Non la si trova in offerta con lo shampoo sugli scaffali di quell’immenso supermercato globale che è diventata la comunicazione di massa. Ciò che può essere venduto o messo in offerta è semmai una “etero-stima”, ovvero l’immagine di sé quale si vorrebbe fosse percepita all’esterno, e anche questo cade fuori dal mio ambito di interesse.

Chi si ritrova in una condizione di incertezza sul proprio “valore” dovrebbe infatti in primo luogo distinguere e capire cosa cerca veramente: perché da un lato c’è l’idea che gli altri hanno di noi, dall’altro l’idea che ciascuno di noi ha di se stesso. E quindi, se l’incertezza nasce da una discrepanza tra come si è e come si vorrebbe essere, è necessario chiarirci se ci importa di come vorremmo essere per noi o di come vorremmo essere visti dagli altri. Le due cose si intrecciano e si intersecano, ma non è detto che coincidano e, soprattutto, che debbano farlo. È vero che siamo esseri sociali, portati a compiacere gli altri, a cercare il consenso, non fosse altro per una necessità di sopravvivenza alla quale meglio risponde la coesione del gruppo: ma siamo anche individui, le cui aspettative nei confronti dell’esistenza non sono necessariamente simili o sempre compatibili con quelle altrui.

Dicevo che i dubbi e l’insoddisfazione nascono dalla distanza tra la coscienza di come si è e l’immagine di come si vorrebbe essere. Sull’una e sull’altra agiscono sia una predisposizione caratteriale, oserei dire geneticamente determinata, sia il confronto con l’esterno, con l’ambiente, con gli altri, quindi l’adozione di un parametro culturale. Ora, sulla prima c’è poco da fare, pessimista o ottimista ci nasci, ma sul secondo i margini d’azione sono ampi. Non tanto da azzerare il confronto, perché nessuno di noi, per quanto lo neghi, e per quanto nel negarlo possa essere in buona fede, riesce a sottrarsi totalmente, e alla fin fine ci importa della nostra immagine esterna molto più di quanto siamo disposti ad ammettere: ma abbastanza da consentirci di limitarne significativamente la pressione, perché siamo anche in grado di darci un codice etico individuale e di informare ad esso i nostri comportamenti, prima di passarli al vaglio di quello comune: quindi di compiere vere scelte, ed eventualmente difenderle.

A questo punto però il campo di osservazione si restringe ancora. Finisce per comprendere solo coloro che i conti intendono farli innanzitutto con se stessi. E per concernere qualcosa che va al di là di un’autostima trattata come merce (neppure del tutto immateriale).

Per il momento tuttavia continuo ad usare questo termine. Per dire, ad esempio, che avere autostima non significa necessariamente piacersi. Dobbiamo fare infatti un’altra distinzione, quella tra il piacersi e il provare piacere per ciò che si fa, o per come si è. Sono cose diverse. La prima implica il corrispondere ad un modello ideale, la seconda il valorizzare una condizione reale. E se per la prima la distanza rimane sempre e comunque incolmabile, nel secondo caso siamo noi ad avere in mano la chiave per riscattarla. Ma non una volta per tutte.

La stima di sé, così come quella degli altri, non può mai essere data per acquisita: è sempre in gioco, va riconquistata o conservata giorno per giorno. Può piacermi il fatto di essermi comportato in un certo modo, di aver ottenuto un determinato risultato, ma proprio perché lo vedo come una conquista: perché ho saputo magari dominare il mio carattere, motivarmi e poi reggere sino in fondo. Domani dovrò ricominciare da capo, e questo non è affatto un motivo di stress, è anzi l’unico senso da dare ad una esistenza non puramente animalesca. La mia autostima è rafforzata dal sapere che “posso” farcela, mentre non ci sarebbe alcuna ragione di rallegrarmi se pensassi che le cose “debbono” andare necessariamente così.

Dunque l’autostima non crea una condizione vincente, almeno nella lettura che si vuol dare oggi di quest’ultima. In realtà, nella vera stima di sé c’è una percentuale tale di autocritica e di ironia (cioè di distacco) da risultare inibente per la scalata al successo. Non perché non ci induca a credere in noi stessi, ma perché ci spinge a dare importanza a cose molto diverse da quelle che vengono correntemente identificate col successo, e a mantenere attorno a noi uno spazio di autonomia che non si concilia affatto con le incombenze e i condizionamenti creati dalla ricerca di un plauso “pubblico”. Un esempio per tutti, il più immediato e banale: il comparire in televisione, nelle modalità che la televisione consente, quali che siano i travestimenti pseudoculturali, fa letteralmente a pugni con l’autostima, mentre titilla invece la vanità e l’ambizione. E non è affatto vero che sia l’ambizione a muovere il mondo, questa è una favola costruita appunto dagli ambiziosi (e dai frustrati): è invece l’umiltà di non essere mai talmente superficiali da sentirsi completamente appagati, realizzati, e la coscienza di poter sempre fare qualcosa di meglio, o comunque di poter fare bene ciò che si fa. Il riconoscimento esterno, la stima altrui, amplificano senza dubbio e rafforzano ulteriormente il piacere, ma con l’autentica stima di sé hanno un rapporto difficile e puramente occasionale. Valgono solo quando arrivano da chi a nostra volta stimiamo. Rimanendo all’esempio precedente, cosa può avere a che fare l’autostima con la “popolarità” televisiva degli innumerevoli nuovi maîtres à penser che gigioneggiano sui teleschermi, rivolgendosi ad un pubblico che considerano sostanzialmente stupido e che trattano come tale?

Trasferiamoci però in una dimensione meno fasulla, quella che viviamo quotidianamente. Io credo che ad accrescere la nostra auto-considerazione siano essenzialmente quei successi, grandi o piccoli, che non condividiamo con nessuno, che non dobbiamo e non vogliamo esibire. Se questa voglia di riservatezza è autentica (perché quando non lo è rischia poi di esplodere platealmente, e pericolosamente), da essa arrivano incentivi e stimoli liberi da ogni condizionamento. Nasce una confidenza in se stessi che non ha alcun bisogno di conferme dall’esterno. È come sapere di possedere un’arma segreta, i superpoteri di Nembo Kid. Oppure, per volare un po’ più basso e spiegarmi meglio, come la coscienza di saper nuotare. Non è necessario esibire le proprie doti natatorie sfidando gli amici in piscina o al fiume, e meno che mai naturalmente avere un passato da olimpionico. Lo si fa, naturalmente, a diciott’anni, perché per fortuna l’uomo oltre che sapiens è anche ludens, e queste competizioni rientrano nei riti di passaggio: o a quaranta, quando ci si confronta coi propri figli e vederli filare più di noi non ci mortifica affatto (sto parlando naturalmente di persone sensate). Ma non è certo questo il suo contributo significativo all’auto-valorizzazione. La consapevolezza di saper nuotare, una volta acquisita, agirà invece dall’intimo, silenziosamente, per tutta la vita, sorreggendoci persino quando stiamo affrontando una parete di roccia e non c’è un palmo d’acqua per chilometri attorno.

Sono infatti anche convinto che l’autostima mentale si accompagni strettamente a quella fisica. Credo che nessuno si piaccia fisicamente in toto, neppure chi parrebbe avere tutti i requisiti imposti dalle mode passeggere o dai canoni classici, e meno che mai gli idioti di cui sopra, che questa strisciante insoddisfazione riversano anzi costantemente nei rapporti con gli altri. Trovo inoltre insopportabile l’ipocrisia di chi pretende che il problema della fisicità non esista, È un tema complesso, perché da un lato è senz’altro vero che esiste un’insoddisfazione artatamente indotta per indurre al consumo, all’imitazione di modelli imposti con un martellamento a tappeto, ma è altrettanto vero che un sacco di gente ha mille motivi reali per recriminare nei confronti della natura. È evidente che in questi casi la stima di sé ha ben poco a vedere col piacersi, mentre ne ha invece molto con la capacità di adeguarsi: che non significa farsi dominare dai propri condizionamenti fisici, ma fare perno sulla volontà per trarre comunque dalla propria fisicità tutto il possibile, e vivere la soddisfazione e il piacere dello sforzo, prima e più di quello per eventuali risultati.

Torno ad esemplificare col solito riferimento autobiografico, certamente inappropriato perché sono tra quelli che debbono ringraziare il cielo per la salute di cui hanno sempre goduto e per le potenzialità che sono state loro concesse, ma pur sempre significativo dello scarto tra il nostro essere e il nostro voler essere e delle possibilità di una sua pacifica composizione. A vent’anni sognavo di diventare un grande maratoneta (a sedici il modello era Cassius Clay e aspiravo al titolo dei mediomassimi: a diciotto era Rod Laver e volevo Wimbledon. Credevo di avere il fisico per l’una e per l’altra cosa, il che già la dice lunga su quanto fossero chiare le mie idee), ma nelle prime campestri agonistiche che cominciarono ad essere corse anche dalle nostre parti vidi sfrecciarmi accanto gente che pesava venti chili di meno e sembrava volare nell’aria, mentre io pestavo sui sentieri come un cavallo da tiro. Se l’autostima fosse dipesa dai risultati avrei dovuto buttarmi sui superalcoolici – ma all’epoca andava molto anche l’eroina. Non accadde nulla del genere. Ho semplicemente capito che potevo continuare a divertirmi giocando a tennis a Mornese, e più ancora correndo, da solo o con amici, sui sentieri della Lavagnina (non racconto come è finita col pugilato perché preferisco lasciarlo immaginare). La seconda di queste attività è proseguita sino a quando le ginocchia hanno retto e si è addolcita ultimamente, dopo l’addio ai menischi, nei ritmi della passeggiata. In questo modo ho scoperto una dimensione nuova del camminare, quella che ti consente di pensare e di guardarti attorno, e quindi altri piaceri e nuovi stimoli. Per trovare questi ultimi non devo confrontarmi quotidianamente con tabelle di valutazione: arrivano da soli, nei modi più impensati, e se un problema esiste è solo quello del tempo, che purtroppo non mi consentirà di rispondere a tutti.

Lo stesso vale naturalmente a livello mentale. Se scrivo queste pagine senza altra finalità che non sia lo scambio con gli amici, non è né per eccesso né per difetto di autostima. Diciamo che ho sufficiente confidenza con la penna da indurmi a scrivere, e sufficienti motivazioni a farlo, sia per un personalissimo bisogno di ordine e di concretezza (anche fisica, cartacea) delle idee, sia per il piacevole scambio che questa pratica innesca. Non mi compiaccio con me stesso, ma ne traggo un godimento, come quello che posso ricavare dalla conversazione, dallo studio, dall’esplorazione e dalla scoperta della natura. Tutto questo mi basta e avanza, ma soprattutto mi evita modalità di confronto che non mi interessano e che costituirebbero solo una limitazione della mia libertà. Con tutto ciò che di bello e di interessante posso ancora fare e pensare, non ho davvero tempo da perdere a preoccuparmi dell’immagine o dell’idea che altri possono avere di me.

Un capitolo a parte parrebbe infine meritare il peso dell’autostima nei rapporti con l’altro sesso: in realtà, al di là della rilevanza che può avere sotto il profilo della storia del costume (perché non credo che fino a cent’anni fa fossero in molti a porsi il problema), la ritengo una semplice variante tra le molte del tema principale. Credo che in fondo si possano identificare le stesse modalità di approccio di cui ho parlato sino ad ora: quella decisamente idiota, quella insicura e remissiva, quella realistica e disincantata, ma tutt’altro che cinica. Non nego si tratti di un argomento estremamente complesso, perché vi hanno gioco passioni sulle quali è difficile, a volte impossibile, il controllo: ma ai fini di queste riflessioni estemporanee cambia poco parlare di rapporti di lavoro, di amicizia, di sesso o di semplice civile convivenza. In sostanza, il problema rimane sempre lo stesso: ho bisogno di questi rapporti per aggiornare costantemente la mia posizione nella scala di auto-valutazione, o vivo questi rapporti per il piacere immediato, genuino, spontaneo che mi offrono?

Bene, per quanto possa sembrare paradossale, è il rispondere solo a se stessi a rendere possibile questa seconda opzione, perché in realtà non ha che fare con l’egocentrismo (che si nutre invece proprio di scale di valutazione), ma col senso di responsabilità individuale. Cento anni di teoria psicoanalitica e di psicoterapie varie hanno conseguito il risultato di spostare all’esterno ogni forma di responsabilizzazione (e di inventare la stima di sé, con tutto lo strumentario per misurarla). Se ogni nostro comportamento è indotto da un’azione esterna (la famiglia, la scuola, la società,…) che confligge con il nostro “voler essere per gli altri”, è poi naturale che la stima di sé venga concepita come arma di difesa, strumento per reagire ad una ostilità ambientale. O per imporsi, che all’atto pratico non fa una gran differenza.

Rispondere a se stessi significa invece chiamarsi responsabili in prima persona, non in una accezione inquisitoria, ma in quella che dà senso alla nostra differenza di umani. Siamo responsabili perché possiamo scegliere, e possiamo scegliere non tra i modelli automobilistici che danno prestigio o i deodoranti che facilitano le relazioni, ma tra opzioni di esistenza veramente e profondamente diverse, e trovare quella che davvero ci consenta una serena convivenza con noi stessi.

Non è necessaria una vita esagerata come quella di Steve McQueen. Almeno, a me non interessa. Voglio una vita moderata, ma affrontata e vissuta con dignità, e credo che nella mia condizione di uomo fortunato, nato nell’epoca giusta, nella famiglia giusta e dalla giusta parte del mondo, questo non solo sia possibile, ma debba davvero essere un imperativo categorico.

E con questo avrei concluso. Mi accorgo però a questo punto che pur continuando a utilizzare il termine ho smesso da un pezzo di parlare di autostima. A furia di distinguo è riemerso un concetto ultimamente piuttosto in ombra, che con l’autostima ha senz’altro parecchio da spartire, ma non si esaurisce in essa, perché rappresenta qualcosa di molto più antico e più profondo: ho parlato di dignità, della coscienza del valore della dignità, propria e altrui, e del rispetto che merita.

Il mio sarà anche un “moralismo” vetusto, ripetitivo, forse persino un po’ patetico, ma coi tempi che corrono e la confusione che regna a proposito di valori non ritengo inutile tenere il punto su pochi principi basilari.

Se poi il colesterolo rimane sopra i valori tollerati non è il caso di farne un dramma. Nessuno è perfetto.

Rottamazioni

di Paolo Repetto, 2016

Ho demolito il capanno vecchio. Stava in bilico sulla scarpata che precipita nel bosco, e visto dal basso sembrava ormai una catapecchia da fiaba. L’avevamo costruito quasi cinquant’anni fa. Con mio fratello avevo trascinato per settimane in fondo al giardino, lungo il sentiero ripido, a spalle o con le carriole, materiali di ogni tipo. Decine di metri cubi di ghiaia e di misto per la base e per il muro di contenimento a monte, più i sacchi di cemento, poi i montanti e i travi di testa, ricavati da vecchi pali del telefono, infine il tavolame per la chiusura laterale e le tegole per il tetto. Un lavoro da bestie, ma affrontato con determinazione, e soprattutto in allegria.

Dal punto di vista logistico era un controsenso. Non si poteva accedervi con alcun mezzo che non fosse una carriola, era difficile e addirittura pericoloso da raggiungere in inverno, col sentiero ghiacciato o scivoloso; tutto doveva essere portato laggiù a braccia. Ma all’epoca la cosa non ci dava pensiero, eravamo abituati: anche nel vigneto, data la pendenza, ogni lavoro costava in genere doppia fatica. Quelle che invece non mancavano erano le destinazioni d’uso. Dovevamo in qualche modo rimpiazzare la stalla e il fienile, sacrificati nella quasi forzata cessione al vicino di una parte del terreno attorno casa. L’idea di partenza era di ricavare all’interno un comparto per i conigli ed uno per i maiali, oltre a una zona adibita a deposito di materiali vari e a fienile.

In effetti per qualche tempo fu utilizzato a quello scopo. Ho una foto di mio padre, ripreso di spalle dalla finestra dello studio, che scende al capanno in mezzo a cumuli enormi di neve, con le stampelle e reggendo il secchio del pastone per gli animali. E ho nella schiena il ricordo di quando, dopo l’uccisione di un maiale di oltre due quintali e mezzo, risalii per due volte il sentiero innevato, curvo ad ogni viaggio sotto una metà del suino, fino al locale destinato alla macellazione. O ancora, del giorno in cui, temendo per una malattia che aveva cominciato a colpire i conigli dei vicini e rischiava di infettare anche i nostri, li abbattemmo tutti e li scuoiammo immediatamente per poterli congelare. Erano quarantotto, io e mio padre lavorammo di coltello tutto il giorno.

Nel frattempo attorno al capanno erano fioriti i progetti più svariati. Avevo chiuso la zona a stalla con la tecnica del “fasciame sovrapposto”, un doppio rivestimento di travi usato per la chiglia delle prime navi transoceaniche. L’avevo dotata una magnifica mangiatoia, di scolatoi e di finestrelle a scorrimento per l’aerazione. Con due tubi di gomma interrati lungo il muro di cinta l’avevo allacciata all’acqua e all’elettricità. Insomma, senza false modestie, era un gioiellino, calda e senza spifferi in inverno, fresca d’estate: una reggia per qualsiasi animale. Io sognavo di ospitarci un mulo, di quelli svenduti all’epoca dall’esercito, che avrebbe dovuto accompagnarmi nei vagabondaggi sull’Appennino. Ma non se ne fece nulla. Ero preso da troppe altre cose, e mio padre, che ha sempre ragionato in termini molto pratici, ci teneva ai maiali.

Per un certo periodo una parte della costruzione fu utilizzata persino come laboratorio-officina da mio cognato, che aveva il pallino del fai da te e si ostinava a riadattare motori di vecchie vespe, calderine in disuso, ecc …, salvo poi scoraggiarsi e lasciare immancabilmente sul posto i rottami che aveva trascinato sin laggiù. A quell’epoca era comunque già iniziato l’abbandono. Dopo l’ecatombe e dopo aver mangiato conigli per sei mesi, in tutte le possibili salse e varianti di cottura, rinunciammo all’allevamento; di lì a poco lasciammo perdere anche i maiali. Il capanno divenne sempre più un antro ove stivare le cose vecchie e inutili, quelle che “un giorno, chissà, potrebbero servire”: anch’io, come mio padre, non mi sono mai convertito all’usa e getta. Si riempì quindi di lavandini in pietra, di vecchie finestre e persiane, di testiere di letti in ferro e relative griglie, telai e ruote di carri agricoli, pompe di aspirazione e tubi di gomma: tutte cose che andavano ad accumularsi sopra le gabbie vuote dei conigli o nella mangiatoia.

Col tempo la gran parte dello spazio divenne inaccessibile. Poi ebbe inizio anche il cedimento strutturale: il tetto, pressato dalla vegetazione di sambuchi e di acacie cresciuta nel frattempo tutto attorno, e soffocato da una coltre d’edera dal gambo grosso come un braccio, si arrese ad un paio di nevicate particolarmente pesanti: alcune travi laterali avevano ceduto, le file di tegole si reggevano per un po’ in bilico e precipitavano progressivamente di sotto. Negli ultimi anni era ormai diventato solo il ricetto di una torma di gatti dalla fertilità sorprendente, compensata per fortuna dall’opera di selezione delle faine. Ero rimasto l’unico che si azzardasse ad entrare ogni tanto, per recuperare una tavola o un vecchio attrezzo. La sua esistenza non aveva più alcun senso, ma sembrava anche impensabile, data la difficoltà ad accedervi, sgomberarlo.

A smuovere (letteralmente) la situazione sono arrivate lo scorso anno le grandi piogge, quelle devastanti alle quali ci stiamo abituando (in realtà, ci stiamo solo abituando a considerarle devastanti, da quando ogni temporale fa scattare il bollino rosso dell’emergenza). Dopo quattro giorni di acqua a dirotto l’ultima fascia del giardino è smottata scivolando verso il bosco, portandosi appresso la fognatura e lasciando alle spalle una voragine profonda otto o dieci metri. Lo smottamento ha lambito anche il capanno, che è rimasto in piedi solo perché ingabbiato dagli alberi cresciuti nella scarpata, ma che si è comunque mosso, frantumando in lastroni la base di cemento. A questo punto, per arginare il danno e ripristinare la fognatura, è diventato necessario svuotarlo e abbatterlo.

Il mio nuovo status di pensionato non mi lasciava scusanti. Così in primavera ho cominciato con calma a smantellare la struttura. Via prima le tegole, badando a recuperarle, poi il tavolame laterale e i pali. Quindi ho iniziato lo svuotamento. Ferro, legname, gomme d’auto, plastica. Ho dovuto trascinare nuovamente tutto su, lungo il sentiero, per poi smaltirlo. Ho impiegato oltre un mese, ma alla fine ce l’ho fatta, vincendo tutte le giustificatissime perplessità mie e altrui. Ho pagato anche un prezzo piuttosto salato, perché proprio l’ultimo giorno mi è saltato un tendine della spalla, e ora sono un mezzo invalido: ma al di là di questo sono orgoglioso del mio lavoro. In alcuni momenti è stato addirittura eccitante: mentre scoperchiavo il tetto reggendomi in precarissimo equilibrio sulle travi mezze marce, o mi trapassavo il piede con un chiodo arrugginito saltando su una tavola, liquidando poi la cosa con una bestemmia, un po’ d’acqua e un bendaggio di fortuna, ho ritrovato lo spirito dei vent’anni, ho rinverdito per un attimo quel mito di invulnerabilità che avevo costruito con tanta cura da finire per crederci io stesso. Confesso però che quando ho iniziato non sapevo proprio come avrei potuto arrivare in fondo.

L’ultimissimo atto, la cancellazione definitiva, si è svolto oggi, a distanza di sei mesi, con la rimozione delle lastre di cemento, frantumate e poi sepolte alla base della nuova scarpata. Ho dovuto far aprire una strada in mezzo al bosco da uno scavatore, per rintracciare sotto la terra smossa la fognatura centrale, riallacciarmi e prevenire con una barriera a secco ulteriori smottamenti. Ed è lì che ho davvero elaborato il lutto. A vedere smuovere dalla benna quelle lastre spesse trenta centimetri, che rivelavano un sottostante fondo di ghiaia altrettanto spesso, sono riandato ai giorni nei quali il capanno lo edificavamo. Non ho recuperato solo il ricordo: ho rivissuto le sensazioni, i pensieri, i progetti. Nei giorni precedenti, mentre dopo tanto tempo lavoravo nuovamente fianco a fianco con mio fratello, ero stato ripreso da quella sensazione euforizzante che mi ha sempre aiutato ad affrontare i lavori più pesanti. Ma oggi non è più la stessa cosa. L’eccitazione ha lasciato il posto ad uno strano sfinimento morale.

È vero, abbiamo eretto una barriera che non sarà più duratura del bronzo, ma verrà senz’altro vista da almeno quattro o cinque generazioni a venire. Questo però lo pensavo anche al momento in cui costruivamo il capanno, e ho fatto in tempo invece a constatare come la natura prima o poi (in questo caso molto prima) si riprenda il suo spazio e inghiotta le opere degli uomini. È una consapevolezza che non dovrebbe coglierci impreparati, e tuttavia quando sei intento ad alzare muri o a gettare le fondamenta della tua vita non ti passa nemmeno per il capo, per fortuna. È quando vedi quei muri sgretolarsi e quelle fondamenta sollevarsi che tutto diventa maledettamente chiaro. Siamo qui per un caso, e spendiamo tutta la vita a cercare di dimenticarlo.

Per questo ci affanniamo a lasciare traccia. Mi rendo conto che su questa faccenda delle opere avevo sempre fatto molto affidamento per il mio lascito al futuro. Di quelle materiali, dell’aver messo a dimora centinaia di piante, spianato pendii, aperto strade, innalzato muri, costruito case, e il tutto senza quasi mai avvalermi degli ausili della moderna tecnologia, lavorando di braccia e di cervello; ma anche, sotto sotto, di quelle di pensiero. Ora so invece quanto tutto questo sia volatile. So di non essere invulnerabile, e di non essere immortale, in nessun senso.

Lo sapevo anche prima, certo: ma mi piaceva vivere “come se” così fosse. Mi piaceva mettermi alla prova, a volte anche sfidare la sorte. Per quanto stupido, una volta tutto questo aveva un senso: anche quando non cambiava nulla nella mia vita, il superamento della prova mi rafforzava nell’illusione che volendolo veramente avrei potuto cambiare, avrei potuto scegliere il mio futuro. Ora che il futuro non ce n’è più, sarebbe davvero solo stupido.

Comincio a sentirmi come il capanno. Travature che progressivamente cedono, basamenti che si sfaldano, l’edera della stanchezza che ti invade e ti soffoca: e dentro, un sacco di rottami ammucchiati, altrettanti progetti e speranze arrugginiti, che davvero sembrano appartenere ad un altro mondo e ad altri tempi.

Mi consola un fatto. Nello smantellare il capanno ho salvato ancora parecchie cose, tegole, tavolame, ferri, impalcature. Alcune le ho addirittura già riutilizzate: al posto del capanno c’è ora lo scheletro di un pergolato, che aspetta solo di essere arrembato dal glicine o dall’uva spina. Altre le lascio a chi verrà dopo di me, a supportare o a suggerire eventuali nuovi progetti. Magari assieme a tutti i miei libri. Forse né io né il vecchio capanno spariremo del tutto.

 

Desco, lesina e martello

Mio padre e i calzolai radicali

di Paolo Repetto, 2010

Un breve saggio di Eric Hobsbawm, contenuto in “Uncommon people” (il titolo della raccolta – volutamente antitetico a Very Important Person – è già un invito), parla dei “calzolai radicali”.

Hobsbawm analizza la composizione sociale dei gruppi radicali sette-ottocenteschi, guardando in particolare alle provenienze professionali, e constata che la categoria più sovente e più massicciamente rappresentata è quella dei calzolai. Porta esempi tratti dalla storia sociale di tutto l’occidente, e arriva infine alla logica domanda: come si spiega questa propensione al radicalismo in una specifica categoria artigiana?

La risposta è variamente articolata. Va innanzitutto preso in considerazione un dato relativo al livello di cultura. La professione di calzolaio era esercitata in condizioni che favorivano la riflessione e agevolavano l’acquisizione culturale, per diversi motivi: perché era autonoma, perché si svolgeva prevalentemente in solitudine, perché fino all’ottocento era spesso itinerante e consentiva di contattare e conoscere ambienti diversi, offrendo occasioni di discutere e di imparare.

Un altro fattore potrebbe essere legato alla dimensione fisica del lavoro. Il mestiere era spesso abbracciato più per l’assenza di possibili alternative che per libera scelta: erano numerosissimi i calzolai zoppi o storpi, inadatti quindi ad attività più pesanti, che presupponessero una integrità fisica. Era quindi un mestiere relativamente meno faticoso rispetto sia alle attività agricole che a quelle industriali, che concedeva pause e tempi dettati in autonomia e consentiva di intrattenere conversazioni durante il lavoro.

La stessa inabilità fisica costituiva poi lo stimolo alla ricerca di una compensazione sul piano culturale, come accade per tutti coloro che per motivi fisici o per retaggi storici sono svantaggiati. In tal senso i calzolai potrebbero essere apparentati agli ebrei, anche questi non a caso sempre in prima linea nei movimenti radicali.

Hobsbawm cita molti calzolai che si sono distinti sul piano culturale, dai religiosi eterodossi come Jacob Böhme e George Fox fino a diversi attivisti anarchici, e documenta un particolare rapporto tra i calzolai e i libri, spiegabile anch’esso in varie maniere: ad esempio, col fatto che era possibile a chi esercitava la professione da ambulante portarseli dietro di paese in paese, perché l’ingombro e il peso dei ferri del mestiere erano relativamente limitati.

Quella che ne esce è comunque l’immagine che del calzolaio dovevano avere nell’ottocento i suoi contemporanei: un personaggio un po’ bizzarro, pensatore e anticonformista, nei confronti delle cui “velleità” culturali si esercitava spesso l’ironia tanto delle classi colte che del popolino analfabeta, ma che godeva comunque, almeno presso quest’ultimo, di un certo credito intellettuale.

Hobsbawm sottolinea poi un’altra cosa. I calzolai radicali raramente risultano inquadrati in qualche formazione politica. Analizzando la composizione del partito comunista tedesco al termine della prima guerra mondiale non ne trova nemmeno uno, mentre sono largamente rappresentate altre categorie artigianali. Appaiono piuttosto legati agli ambienti anarchici o socialrivoluzionari, si improvvisano capipopolo nelle sommosse rurali, ma tendono a sparire quando le redini della dissidenza sociale passano alle organizzazioni sindacali e partitiche: sono insomma, proprio per la natura del loro lavoro, degli anarchici individualisti.

Storicamente – scrive Hobsbawm – essi appartengono all’epoca dell’officina e del laboratorio artigiano, geograficamente alla cittadina, al quartiere e, soprattutto, al villaggio piuttosto che a quella della fabbrica e della metropoli”. Dice anche che “[…] il calzolaio non è totalmente scomparso … esiste ancora in alcune località, non da ultimo per spronare i giovani a perseguire ideali di libertà, uguaglianza e fraternità”. Cosa che era vera all’epoca della stesura del saggio, mezzo secolo fa, ma non lo è più certamente oggi. Mentre è verissimo ciò che aggiunge in chiusura: “Che egli rimanga o meno o meno un fenomeno significativo nella vita politica della gente comune, le ha comunque reso un buon servizio”. Certamente.

Sono figlio di un calzolaio, zoppo e radicale.

Mio padre aveva perso la gamba destra a tredici anni, per un’infezione degenerata in cancrena. Aveva subìto in pochi mesi tre successive amputazioni, l’ultima delle quali gli aveva lasciato solo un moncherino all’attaccatura dell’anca e una vita senza orizzonti. Malgrado fosse arrivato a pesare trenta chili, e fosse considerato spacciato dagli stessi medici, si riprese. Era molto determinato. Si abituò a muoversi con le stampelle e poi anche senza, a balzelloni. A vent’anni superava salite con una pendenza al 12% su una bicicletta a scatto fisso, e giocava a pallapugno.

Appena aveva potuto mettersi in piedi era stato accolto come apprendista presso un artigiano locale: nella sua situazione, non poteva essere che un ciabattino. All’origine del mestiere non c’era dunque alcuna vocazione, semplicemente non c’era scelta: e infatti appena fu in grado di acquistare un pezzo di terra tornò alla sua vera passione, l’agricoltura, anche se fino a più di sessant’anni continuò a tenere bottega, lavorando al desco la sera. Tuttavia seppe interpretare bene questa necessità, divenne abile e veloce, e per un certo periodo arrivò ad avere lui stesso degli apprendisti e degli aiutanti.

Forse fu proprio il senso di costrizione a fare di lui un radicale sui generis, poco politico e molto filosofo: ma di fatto il mestiere ne fece un radicale. In questo senso, nella disgrazia fu fortunato (lui stesso lo affermava sovente). Svolse l’apprendistato presso una famiglia tutto sommato benestante, almeno per i parametri del tempo: il figlio dell’anziano ciabattino gestiva un negozio di alimentari e fungeva anche da edicolante e da postino, il vecchio e mio padre vivevano con la sua famiglia. Poteva quindi mangiare bene, era rispettato, leggeva i giornali: tutte cose, queste, che a casa non avrebbe senz’altro avuto. Mio nonno era un grande lavoratore, un uomo profondamente onesto, abile in tanti mestieri, ma del tutto analfabeta, ed era tornato da quattro anni di trincea quasi completamente sordo e come spezzato dentro. Gli piacevano il vino e il lavoro, era apprezzato, ma non aveva amici, non parlava quasi mai, nemmeno con mia nonna, non frequentava il bar ed era a disagio in mezzo alla gente. Mi ha sempre dato l’impressione di una grande solitudine, peraltro vissuta senza creare problemi agli altri. Ricordo di aver lavorato fianco a fianco con lui, in campagna, per giornate intere, senza scambiare una parola: ma ricordo anche che non ce n’era bisogno, in qualche strano modo eravamo in sintonia.

In un ambiente di questo genere probabilmente mio padre avrebbe resistito poco, perché il carattere era comunque quello; ma la disgrazia lo trascinò fuori e gli fece intravvedere altre prospettive. Da un lato c’era la necessità di riscattare una condizione individuale di inferiorità, tanto più sentita in una società e in un’epoca nella quale sembrava tutti dovessero andare di corsa, con i gerarchi in testa. Dall’altro premeva la voglia di uscire da una condizione sociale che sembrava condannare i figli dei contadini a ripetere la vita dei genitori e a trasmetterla a loro volta ai propri figli.

A vent’anni quindi mio padre si era messo in proprio. Non c’era bisogno di grossi capitali: un deschetto, quattro attrezzi, suola e pellami, un buco dove lavorare all’asciutto. Aveva scansato la guerra fuori d’Italia e aveva attraversato quasi indenne anche quella civile, continuando a lavorare. Proprio dall’alto della sua oggettiva situazione di svantaggio, che ribaltava subito dimostrando, pur senza alcuna esibizione, che si muoveva più veloce di te e reggeva pesi che tu ti sognavi, e per la peculiarità del suo lavoro, che lo metteva a quotidiano contatto con un sacco di gente, aveva imparato a trattare con tutti senza tante riverenze, tedeschi, camicie nere e partigiani compresi. Anche da vecchio aveva il coraggio un po’ incosciente di chi ha già pagato il biglietto in ingresso alla natura, e non intende farsi negare i suoi diritti. Durante questo periodo ne aveva comunque viste di tutti i colori, era stato un riferimento per i cittadini che si arrischiavano a salire da Genova alla ricerca di un po’ di farina, aveva passato qualche dritta e sistemato qualche scarpone ai ribelli. Aveva acquistato sicurezza e fiducia in se stesso, si era messo ulteriormente alla prova e ne era uscito vincente. Tanto da sentirsi pronto ad assumere la responsabilità di una famiglia.

Ho ricordi piuttosto vaghi di mio padre calzolaio puro. Risalgono alla prima metà degli anni cinquanta, ad un buco di bottega dove il sole non batteva mai direttamente, con una vetrinetta ricavata nel secondo battente di una porta stretta. Ricordo anche qualche lavorante, ma sono cose davvero nebulose, e per quello che mi sovviene non amavo molto quel posto. Nemmeno mio padre, del resto. Appena si presentò l’occasione acquistò un altro buco un po’ più grande, con una cucina, una saletta e un bagno ricavati nel retro. A quel punto però aveva già preso anche un vigneto e stava dedicandogli un tempo sempre maggiore. In negozio rimaneva durante il giorno mia madre, mio padre non faceva quasi più le scarpe da lavoro, da ciabattino era diventato “commerciante”, comprava qualche paio di pantofole o di stivali e li rivendeva. Eppure negli anni a cavallo dei sessanta quel negozio divenne una grande scuola di radicalismo.

Anche se il suo interesse principale era ormai il vigneto, la sera, nei giorni di pioggia e in inverno mio padre continuava a riparare scarpe, a volte a confezionare “brocchini” per i montanari che scendevano da Capanne. In quelle sere o in quei giorni in bottega non c’erano mai meno di quattro o cinque persone, alcuni anziani habitué e poi tutta la gioventù locale. Mio padre era un grande affabulatore, ha sempre affascinato la gente, i suoi clienti del vino, i miei amici, i vicini in campagna: ricordo un elettricista in pensione che ci rifece gratis tutto l’impianto elettrico in cantina, pur di godere della sua compagnia. Sapeva conferire alle cose un’epicità naturale. Nel suo linguaggio tutto si dilatava, l’erba medica alta tre metri, gli starnuti che staccavano pareti di roccia, le medaglie di guerra grandi come coperchi di stufa: ma tutto era ugualmente realistico e filtrato da una costante ironia (d’altra parte l’ironia è il principale ingrediente dell’epicità). I suoi giudizi, i modi di dire, i soprannomi che appioppava diventavano letteratura orale: ma senza che mai ci fosse il minimo sospetto di un atteggiamento da guru o da maestro. Gli era naturale, e il fatto che ricordassimo e citassimo certe sue battute lo irritava un po’. Stupidaggini, diceva.

Ma la sua popolarità non era legata solo all’arguzia e al gusto dell’esagerazione. Ho conosciuto maestri di questa disciplina, compreso il sommo Osvaldo, capaci di raccontare palle enormi senza infastidirti, anzi, lasciandoti secco per lo stile. La particolarità di mio padre è che non raccontava mai storie: quello che narrava era tutto vero, e di sé poi non millantava nulla, sulla sua vita era piuttosto riservato, anche quando lo incalzavamo con le domande. Disprezzava i contaballe e li cucinava alla sua maniera speciale: li assecondava fino a farli diventare patetici, li metteva alla berlina senza che neppure se ne accorgessero. In questo gioco era micidiale. Secondo la distinzione pirandelliana non era un comico, ma un umorista. Giocava sui paradossi del reale, li portava all’estremo, sino a sdrammatizzarli, senza però mai piegarli alla ricerca di una risata fine a se stessa. Con i paradossi diceva quello che pensava. Magari le faceva fare dei giri strani, perché non gli piaceva offendere, ma alla fine quella che tirava fuori era la verità. E la gente lo sapeva, e per questo un po’ lo temeva, o meglio temeva di non piacergli: ma lo amava.

Sopra ho accennato all’elettricista: c’erano medici valdostani, ingegneri di Genova o imprenditori lombardi, anziani villeggianti, contadini scorbutici, che facevano un giro dalle parti della vigna, o in cortile, quando pensavano di trovarlo. E i miei colleghi, e persino i miei allievi, andavano pazzi per lui. A volte lo osservavo, negli ultimissimi anni, quando si piazzava con la sedia a rotelle in cortile. Ogni passante si affacciava a salutarlo, magari entrava un minuto, e poi lo vedevi uscire ridendo. Venivano con l’intenzione di sentire una battuta, gli davano il là, ed erano subito accontentati. Altri invece, che magari attraversavano momenti di difficoltà, si mettevano a sedere mesti vicino a lui, e di lì a poco si rialzavano rasserenati.

Mi rendo conto che sembra che parli di Padre Pio, ma era davvero così. Avrebbe trasmesso ottimismo sul futuro ad un ergastolano. Con lui nessuno poteva trincerarsi dietro l’alibi di sfortune o disgrazie. Glielo smontava subito.

Ma il radicalismo? Arriva anche quello.

Ho conosciuto un vasto campionario di calzolai radicali. A Mornese c’era ad esempio Nanini, zoppo anche lui, già apprendista nella nostra bottega, poi segretario e unico iscritto al partito comunista in un paese che vantava la più alta percentuale di santi, di suore, di democristiani e di imboscati nel pubblico impiego di tutta l’Italia settentrionale. Mio padre gli voleva bene, ma lo considerava un illuso. Io ammiravo la sua ostinazione, anche se oggi mi rendo conto di quanto fosse patetica, e magari anche funzionale ad una finta immagine di democraticità, per un luogo dove di democratico e di trasparente c’era ben poco. A Montaldeo c’era invece Pinin, che i compaesani chiamavano “u prufessù”, con un po’ di sarcasmo e tuttavia con rispetto; leggeva molto e conservava i libri in bottega, dove teneva banco come mio padre, ma con toni decisamente più seri. Pinin era forse il più vicino al modello delineato da Hobsbawm: non so quali occasioni di resistenza o di militanza concreta abbia avuto, ma senz’altro non era un “allineato” come Nanini. Era comunista, ma nutriva un profondo disprezzo per gli attivisti e per gli arrivisti del partito.

Mio padre non somigliava né all’uno né all’altro, né ad alcuno di quelli che ho incontrato all’epoca e dopo. Aveva superato le distinzioni tra destra e sinistra cinquant’anni prima di Gaber e di Fini. Aveva conosciuto i fascisti prima della guerra e i comunisti della tarda primavera dopo (lui stesso era stato per un breve periodo iscritto al partito), e ne aveva una considerazione poco diversa: la differenza era che tra i fanatici della destra vedeva solo mascalzoni, tra quelli della sinistra anche qualche sprovveduto, del quale riconosceva e ammirava almeno l’onestà (mi ha raccontato cento volte del suo amico Poldo, sindaco comunista dei primi anni cinquanta, senza un soldo e con tre figli, che aveva sdegnosamente rifiutato una regalìa in parmigiano da parte di un commerciante: assicurava che se fosse capitato a lui avrebbe accettato il parmigiano, ma il gesto lo aveva evidentemente colpito).

Pesava gli uomini, non le idee. Voleva concretezza. Aveva visto (e sofferto) da bambino tanta di quella fame che non poteva non apprezzare quelli che si davano da fare per uscirne: ma sapeva distinguere tra i farabutti e la gente in gamba. Detestava chi si lamentava, chi elemosinava, chi viveva della sola rivendicazione di diritti. I diritti non si chiedono, si conquistano. Lui l’aveva fatto, era riuscito a farsi considerare normale partendo da una situazione di svantaggio. È comprensibile che fosse scarsamente tollerante con chi, fisicamente abile, osasse lamentarsi. Era per una cultura del dovere (da qualcuno avrò preso), ma pronto a difendere sino alla morte quanto riteneva di essersi guadagnato.

Questo semplice ma concreto insegnamento passava senza alcun bisogno di comizi e di prediche nelle animate e spassosissime conversazioni serali: era un lento e continuo lavorio di erosione dell’autoritarismo familiare, dell’arroganza degli arricchiti, della presunzione degli acculturati, dei pregiudizi sociali o familiari. Qualsiasi imperatore sarebbe uscito nudo da quella bottega. Mio padre era impagabile nel cogliere un vezzo, nell’imitare un tono di voce o un modo di parlare, ed era impietoso nel lasciar cadere queste cose in mezzo al discorso, senza per questo dare l’impressione di rifare il verso a qualcuno. Gli era sufficiente una battuta per sgonfiare qualsiasi eccesso di autoconsiderazione.

Ricordo un nostro vicino, uno di quei personaggi pignoli, lamentosi e al tempo stesso pieni di sé (una volte mi disse: ricordati che quello che ti dico io è vangelo), padre-padrone di un ragazzo decisamente intelligente ma succube, destinato nei suoi disegni, come ultimogenito maschio, a rimanere in famiglia per badare alla vecchiaia degli anziani e condurre il vigneto degli avi, un pezzo di terra precariamente appeso ad una collina dirupata. Il vicino venne un giorno a concionare in bottega, dove erano riuniti una decina di coetanei di suo figlio, dispensando le verità della sua lunga esperienza e suffragandole con l’autorevolezza di chi avrebbe lasciato in eredità al figlio il suo bravo pezzo di terra, per il quale si attendeva riconoscenza eterna. “Non lo lascio al vento – disse ai ragazzi accovacciati lungo gli scaffali delle pareti o appollaiati sulle due panche – avrà la Campanera”. Al che mio padre, che ne aveva le scatole piene, chiosò: “Si, e se vorrà liberarsene dovrà tirare uno schiaffo a qualcuno e farsela mangiare in tribunale, perché non ci sarà altro modo.” Non ho più rivisto il vicino in bottega, e la Campanera dopo qualche anno è scesa nel ritale sottostante.

Il messaggio passava. I giovani si sentivano autorizzati a sottrarsi alla servitù della gleba che in qualche forma ancora sopravviveva nel secondo dopoguerra nelle nostre campagne, alla riverenza dovuta ai quei due o tre grossi possidenti terrieri dei quali i loro genitori erano fittavoli, alle ipocrisie dettate dalla chiesa o alla paura costante del pettegolezzo. Chi parlava loro, e chi soprattutto li ascoltava e li trattava come pari, era un uomo dal linguaggio immaginifico e dai formidabili bicipiti, che voleva offrire ai figli quella possibilità di scelta che a lui era stata negata, e intanto la faceva scorgere anche agli altri. E voleva che fosse davvero un’occasione, non un riscatto per interposta persona: da lui non mi è mai venuta alcuna pressione, negli studi o nella vita. Ha sempre rispettato sino in fondo le mie scelte, anche quando dentro sé non le condivideva. Una volta mi disse, dopo aver parlato con alcuni dei miei allievi: “Solo adesso capisco perché tu abbia voluto insegnare, e sono contento che lo abbia fatto.” Ma a mio zio, che gli chiedeva perché mi avesse lasciato scegliere il liceo invece che studi tecnici o economici, aveva risposto: “Perché in quelli non c’è futuro: al massimo potrebbe diventare un industriale o un presidente della repubblica”.

D’altro canto, lui stesso era un insegnante nato, di quelli veri e rarissimi che ti rimangono nel cuore. Lo era nel metodo e nella sostanza. Nella bottega vigeva una sorta di codice non scritto, sul quale vigilava mia madre, per cui non ho mai sentito pronunciare una bestemmia o una volgarità, o diffondere una maldicenza: ma c’era poi una incredibile libertà di affrontare qualsiasi tema, dalla politica alla sessualità, purché in tono scherzoso e senza isterismi. Con questo stile ogni battaglia per le libertà civili, dal divorzio al diritto di famiglia, a casa del ciabattino era già stata vinta: questo lo sapevano tutti, e anche i più incarogniti quando varcavano quella soglia si adeguavano alle regole.

Io me ne stavo in genere a studiare in cucina, e tuttavia non perdevo una battuta, perché la porta era sempre socchiusa: oppure mi rannicchiavo in un angolo della bottega col libro aperto, fingendo di leggere, e anche quel poco su cui ogni tanto riuscivo a concentrarmi lo assorbivo già filtrato da quella scuola di pensiero. In un pomeriggio prenatalizio di neve, quando ancora ero alle elementari, mio cugino mi chiese cosa stessi leggendo: “È Storia – risposi, tutto orgoglioso – Dice che nella primavera del duecentottanta avanti cristo i Galli invasero l’Italia”. “Hanno avuto fortuna – commentò mio padre – Fossero arrivati in questo periodo finivano tutti in pentola”. Se ho amato tanto la storia, dopo, credo di doverlo anche a lui.

Era un radicale? Dipende da quel che si chiede ad un radicale. Certo non avrebbe mai fatto lo sciopero della fame, e neppure avrebbe praticato una resistenza non violenta: erano comportamenti in netto contrasto col suo modo di pensare, soprattutto il primo. Forse gli calzerebbe meglio il termine “illuminista”. Aveva il culto della razionalità, dileggiava ogni forma di superstizione, da quelle popolari a quella ufficiale, religiosa. Il suo resoconto di una visita fatta ad un praticone dal quale lo aveva trascinato mia zia era un pezzo da antologia dello humor. Eppure ha convissuto per più di mezzo secolo con una moglie intelligente e per certi versi più colta di lui, ma tendenzialmente bigotta, tollerandone le convinzioni e le manie religiose. Naturalmente non le faceva mancare la sua salacia sulle ipocrisie di certi comportamenti, sulle guerre a coltello all’interno delle confraternite, sui misteri della fede e sulla furbizie di coloro che ci speculano sopra: ma il dibattito era condotto, almeno da lui, sempre in forma ironica e corretta, e questo lo faceva già in partenza uscire vincitore.

Certo, non era tenero nemmeno con le ideologie. Quando a vent’anni cercai di dare vita, assieme a qualche contadino di sinistra, ad una cooperativa per le vendite e per gli acquisti, mi mise in guardia contro l’inaffidabilità della solidarietà tra poveri, ed ebbe puntualmente ragione. Ma fu intanto il più attivo a promuovere la battaglia sui prezzi dell’uva. Quello che non gli piaceva erano le iniziative ideologizzate, intraprese sotto una bandiera. Il giorno in cui un vicino di campagna finì all’ospedale per un infortunio mi disse semplicemente: “Domani si va da Gillo”, e organizzò in un’ora le squadre per zappare la vigna del poveraccio. Mi resi conto allora di quanto contasse non lo spirito di solidarietà contadina, ma la sua autorevolezza: nessuno si tirò indietro, perché sapevano che il giorno successivo sarebbe stato il primo ad arrivare e che su una gamba sola avrebbe zappato più terra di chiunque altro su due.

Non accettava poi l’idealizzazione del passato. Una volta gli rinfacciai che tutto sommato all’epoca della sua giovinezza si viveva meglio, c’era più fame ma c’era anche più serenità, più moralità. Mi guardò un attimo e disse: “ Credi? Se vuoi ti faccio un quadro della vita di questo paese cinquant’anni fa, famiglia per famiglia, cominciando da sotto il castello, risalendo lungo il paese e spingendomi fino ai cascinali.” Quando arrivò alla terza famiglia avevo già capito tutto, e gli chiesi scusa.

Era un cosmopolita. Non teneva libri in bottega, non ne possedeva e non aveva tempo per leggerli, ma si soffermava appena possibile sulle pagine degli esteri dei giornali (quelle di politica interna lo disgustavano). Amava la geografia mondiale, conosceva tutti i paesi del mondo, i popoli e le città principali. La preferiva alla storia “perché – mi diceva – quella dipende da chi la racconta, mentre la geografia parla di realtà concrete”. A pensarci bene, questa preferenza, assieme a quella per la storia naturale, è tipica del pensiero anarchico (Kropotkhin, ad esempio, o Eliseo Rèclus), mentre la storia politica e quella economica sono privilegiate da quello socialista, dagli eredi di Hegel. Mio padre comunque non si sarebbe mai staccato dalla sua terra. L’unica volta che riuscii a portarlo a Sondrio, da mio fratello, mentre percorrevamo la tangenziale di Milano mi disse: “Sto vedendo la fine del mondo”.

Allo stesso modo era affascinato dalla scienza, esultava per ogni ricaduta tecnologica positiva per l’umanità, anche se poi, per quanto lo riguardava, non intendeva avvalersene. Non volle mai, ad esempio, farsi fare un moderno arto artificiale, e continuò a costruirsi da solo le stampelle con legno di castagno. Senza aver mai sentito parlare di Jonas aveva maturato per conto proprio un’etica della responsabilità, molto pragmatica ma non per questo meno cogente. E non aveva atteso il WWF per prendere coscienza del problema ecologico e affrontarlo, alla sua maniera e nel piccolo della sua terra: le centinaia di piante messe a dimora ed innestate rimangono a testimoniarlo.

Aveva un particolare rapporto con il denaro. Non gli importava accumularlo, era riuscito a tirare avanti con tre figli e a mandarli a scuola vivendo giorno per giorno come i passeri, e non aveva bisogno d’altro. L’unica volta che aveva messo da parte qualcosa si era preso una fregatura dalla banca, e l’aveva accettata con filosofia, come una lezione. “Non penserai che stiano lì per far la guardia ai nostri soldi”, mi aveva spiegato. Ragionava invece in termini di “credito morale”. Regalava volentieri bottiglie di vino e frutta, perché era orgoglioso della sua produzione e perché, sosteneva, quello che regali ti ritorna moltiplicato. Non era una concezione evangelica, per lui, ma una strategia pubblicitaria: anche se sospetto che in realtà giocasse soprattutto il piacere di dimostrare che poteva permetterselo. È pur vero, tuttavia, che le riparazioni gratis ai miei amici più indigenti, o i cestini di pesche e le due bottiglie per Natale agli anziani, non erano in funzione né dell’immagine né di un ritorno di vendite.

Non aveva infine il minimo pregiudizio razziale, anzi, pensava che mescolare sangue diverso avrebbe migliorato la specie. Era uno spasso sentirlo decantare negli anni sessanta ai suoi giovani devoti ascoltatori le virtù delle donne meridionali, e descrivere il tipo di famiglia che sarebbe uscito dagli incroci. Ed era altrettanto spassoso vederlo conversare, in un dialetto animato che non teneva conto di alcuna barriera linguistica, e quindi le superava tutte di slancio, con i ragazzi e le ragazze di varie etnie e colori che cominciarono a frequentare casa nostra appena io e mio fratello ci aprimmo al mondo. Era felicissimo di quelle tavolate variopinte, e più felici ancora erano quelli che quasi increduli le frequentavano. Un po’ meno mia madre, che doveva preparare pranzi e cene per tutti (ma anche lei sotto sotto ci godeva, perché era una cuoca eccezionale, e la sua fama si è diffusa nel mondo).

Mi fermo qui, perché mi accorgo di aver dato la stura a un panegirico che rischia di diventare, oltre che noioso, poco credibile. Mio padre non era certo privo di difetti: era ipercinetico, vedeva possibilità e necessità di interventi migliorativi dovunque, e poi era testardo come un mulo. Quando si cacciava in testa un’idea doveva portarla in fondo a tutti i costi: ma se ne assumeva in prima persona i rischi e le responsabilità, salvo naturalmente coinvolgerti in un sottile ricatto che iniziava invariabilmente con: “Non ho bisogno, mi arrangio da solo.”

Quello che ti fregava era il sapere che lo avrebbe fatto davvero anche da solo.

C’entra qualcosa tutto questo con il lavoro di Hobsbawm? Ripeto, dipende da cosa intendiamo per calzolai radicali. Io i sintomi li ho riconosciuti tutti, e credo che rapportati ad un’epoca e ad una situazione diversa parlino comunque di un radicalismo, magari scettico e disincantato rispetto a qualsiasi ipotesi di riscossa collettiva, ma concretamente applicato nei rapporti quotidiani, sociali e familiari. Mio padre era certamente un calzolaio, anche se fisicamente, a parte la gamba, corrispondeva poco all’icona un po’ sfigata del sovversivo da bottega. Ed era talmente radicale da non poter aspettare la società giusta ventura: non gli importava nulla del socialismo scientifico o di attese messianiche, voleva vivere bene subito, e aveva capito che questo tipo di vita te lo guadagni giorno per giorno, non ti è assicurato da nessuna forma di governo, da nessun modello sociale, da nessuna chiesa o da nessun partito. Te lo devi creare, e poi lo devi difendere. Per farlo devi dare spazio anche ai sogni degli altri o alle loro manie, purché non siano oggettivamente dannosi; tener conto che esistono purtroppo gli zotici, i prepotenti, i boriosi, e che non sono pochi; ma sapere che non ce n’è uno che non possa essere seppellito dal tempo e da una risata intelligente.

Il suo era un radicalismo un po’ aristocratico, se posso usare il termine nella sua accezione più pura: quello di chi, a dispetto delle apparenze, se lo può permettere, e ne ha una tale coscienza da non pretendere che gli altri lo condividano. Per questo mio padre non riponeva un’eccessiva fiducia nella democrazia, nella quale c’è sempre un rischio più che concreto di essere governati da bande di ruffiani o da maggioranze di cretini (la prima e la seconda repubblica in una sola immagine); ma sapeva per esperienza che non esistono alternative, se non quella di essere oppressi da un cretino solo, e ha continuato a votare ad ogni consultazione, per più di mezzo secolo, senza tapparsi il naso, senza fissarsi su un simbolo, cercando semplicemente di nobilitare il gesto a dispetto della miseria dei suoi esiti.

Credo proprio che se Hobsbawm lo avesse conosciuto lo avrebbe citato tra i protagonisti esemplari del suo saggio. Anzi, a pensarci bene, lo ha fatto comunque: e gliene sono grato.

 

Su una gamba sola

di Paolo Repetto, 1993

In un tardo pomeriggio di oltre quarant’anni fa mi resi conto all’improvviso che a mio padre mancava una gamba. Avevo otto anni, forse addirittura nove. Evidentemente non ero un bambino molto sveglio, o forse già allora vivevo talmente immerso nelle mie fantasie da non badare alla realtà che mi circondava (che è un modo più elegante per dire la stessa cosa). Sta di fatto che mio padre aveva perduto l’arto ben prima della mia nascita, e quindi io l’avevo sempre visto così, anche perché non usava alcuna protesi: e che se pure qualche dubbio, qualche curiosità mi avevano sfiorato, fino a quel momento il suo stato mi era parso naturale. Naturale che saltellasse invece di camminare, che calzasse una sola scarpa e che una braga dei suoi pantaloni fosse vuota e arrotolata quasi sino all’inguine.

In sostanza, se anche del fatto della gamba mi ero accorto da tempo, quale incidenza potesse avere sulla sua vita so di averlo realizzato d’un tratto, lucidamente, solo allora. Ho perfettamente a fuoco il momento, la situazione, il luogo in cui ciò avvenne. E anche il sentimento che provai. Sono certo che non ci fu alcuna delusione, anche perché mi era naturale non attendermi da lui qualcosa che comportasse l’uso di entrambe le gambe. Non mi piaceva passeggiare, saltare, giocare a nascondino: volevo solo leggere, essere lasciato in pace, inscenare battaglie infinite con i miei soldatini, e sempre possibilmente da solo, lontano dalla vista e dalla presenza altrui. Tutte cose per le quali le gambe, mie o sue, non erano importanti.

Mi venne quindi spontaneo non pensare a quello che una simile condizione poteva comportare per me, ma a ciò che significava per lui, titanicamente ostinato a sbarcare il lunario col lavoro della terra. E fui assalito dall’angoscia. Un’angoscia sottile, non devastante, che cominciò ad avanzare e ad erodere a piccoli flutti, quasi impercettibili, ma implacabilmente continui. Un senso di vuoto allo stomaco che non mi avrebbe più lasciato, e che col tempo si è somatizzato in irrequietudini più o meno manifeste.

Non fu un trauma violento, né poteva esserlo. Chi ha conosciuto mio padre nei suoi giorni migliori sa che su una gamba era in grado di svolgere l’attività di due persone (e non solo era in grado, la svolgeva anche): quindi l’impressione che ne veniva non era quella di un’impotenza ma quella di una eccezionalità, e nello stesso tempo di uno sforzo enorme. Vederlo spingere sull’unico pedale della bicicletta, saltellare tra i filari della vigna (fino ai cinquant’anni non usava, di norma, nemmeno le stampelle), sollevare pesi spropositati, arrampicare sugli alberi innalzandosi a braccia di ramo in ramo, era uno spettacolo ad un tempo esaltante e penoso. Dava orgoglio per quello che stava facendo, e rabbia per quello che avrebbe potuto fare in una condizione normale. Ma soprattutto, ad un bambino di otto o nove anni, imponeva la coscienza di un debito, l’inibizione a qualsiasi attesa, sul piano del gioco e delle attenzioni e del tempo, perché già stava ricevendo moltissimo. Il credito era tutto di quell’uomo formidabile, a lui semmai qualcosa era dovuto, e in qualche modo doveva essere ripagato di quella gamba mancante. Anche quando compresi, molto più tardi, di non essere stato coinvolto solo in una lotta per la sopravvivenza, ma anche in una personalissima guerra di riscatto col destino, in una orgogliosa sfida testa a testa col mondo intero, non potei che condividere quella scelta. Perché in fondo, per un uomo così, non c’era alternativa.

Ripensandoci oggi, a tanti anni di distanza, sono sempre più sicuro che quello sia stato il mio vero battesimo alla vita. In quel momento scoprii il peccato originale, avvertii di essere in fallo, di dover in qualche modo espiare e rendermi degno del perdono. C’era qualcuno che faticava e soffriva anche per me, ed io dovevo ripagarlo, ripristinare l’equilibrio, essere l’altra gamba. Forse si stava solo manifestando una congenita presunzione, o forse la sofferta voluttà di offrirmi come capro espiatorio, di caricarmi la soma delle responsabilità del mondo, era frutto dell’ambiguo spirito da controriforma che mia madre mi aveva inculcato: o magari fu davvero la scoperta dell’invalidità di mio padre a mettere in moto tutto il processo. Non lo so, probabilmente hanno concorso tutti e tre i fattori, ma senza dubbio la condizione necessaria era la prima, una natura portata ad esasperare, nel bene come nel male, l’autoconsapevolezza (forse perché poco fiduciosa negli altri).

Più o meno consapevolmente ho passato dunque tutta la vita ad espiare. Perché la colpa, quando è originaria, non si redime, non si cancella mai. L’innocenza perduta non la ritrovi più, la macchia ricompare, tu la vedi, e temi che anche gli altri la vedano, e non sei mai a tuo agio. Mentre studi, mentre leggi, mentre ti diverti, pensi che lui sta faticando, che in quel momento sta facendo qualcosa che tu avresti potuto fare. Tutto diventa secondario e relativo. Ti scopri incapace di andare in fondo in qualunque tua idea o passione, perché c’è quella realtà di sudore e di fatica a rendertela vana e illusoria. Finisci per fare tua la sfida in faccia al mondo, solo per accorgerti di essere sconfitto in partenza, perché tu non ti confronti col destino, ma con un uomo che il destino lo ha battuto su una gamba sola. E quando capisci che non riuscirai mai ad emularlo, e che in fondo tutto questo non ha senso, che devi riprenderti la tua gamba per fare la tua strada, è ormai troppo tardi: l’altro arto si è rattrappito, non riesci più a distenderlo. Rimani in bilico come le gru dormienti di Chichibio, e aspetti invano che qualcuno batta le mani e ti risvegli.