Rottamazioni

di Paolo Repetto, 2016

Ho demolito il capanno vecchio. Stava in bilico sulla scarpata che precipita nel bosco, e visto dal basso sembrava ormai una catapecchia da fiaba. L’avevamo costruito quasi cinquant’anni fa. Con mio fratello avevo trascinato per settimane in fondo al giardino, lungo il sentiero ripido, a spalle o con le carriole, materiali di ogni tipo. Decine di metri cubi di ghiaia e di misto per la base e per il muro di contenimento a monte, più i sacchi di cemento, poi i montanti e i travi di testa, ricavati da vecchi pali del telefono, infine il tavolame per la chiusura laterale e le tegole per il tetto. Un lavoro da bestie, ma affrontato con determinazione, e soprattutto in allegria.

Dal punto di vista logistico era un controsenso. Non si poteva accedervi con alcun mezzo che non fosse una carriola, era difficile e addirittura pericoloso da raggiungere in inverno, col sentiero ghiacciato o scivoloso; tutto doveva essere portato laggiù a braccia. Ma all’epoca la cosa non ci dava pensiero, eravamo abituati: anche nel vigneto, data la pendenza, ogni lavoro costava in genere doppia fatica. Quelle che invece non mancavano erano le destinazioni d’uso. Dovevamo in qualche modo rimpiazzare la stalla e il fienile, sacrificati nella quasi forzata cessione al vicino di una parte del terreno attorno casa. L’idea di partenza era di ricavare all’interno un comparto per i conigli ed uno per i maiali, oltre a una zona adibita a deposito di materiali vari e a fienile.

In effetti per qualche tempo fu utilizzato a quello scopo. Ho una foto di mio padre, ripreso di spalle dalla finestra dello studio, che scende al capanno in mezzo a cumuli enormi di neve, con le stampelle e reggendo il secchio del pastone per gli animali. E ho nella schiena il ricordo di quando, dopo l’uccisione di un maiale di oltre due quintali e mezzo, risalii per due volte il sentiero innevato, curvo ad ogni viaggio sotto una metà del suino, fino al locale destinato alla macellazione. O ancora, del giorno in cui, temendo per una malattia che aveva cominciato a colpire i conigli dei vicini e rischiava di infettare anche i nostri, li abbattemmo tutti e li scuoiammo immediatamente per poterli congelare. Erano quarantotto, io e mio padre lavorammo di coltello tutto il giorno.

Nel frattempo attorno al capanno erano fioriti i progetti più svariati. Avevo chiuso la zona a stalla con la tecnica del “fasciame sovrapposto”, un doppio rivestimento di travi usato per la chiglia delle prime navi transoceaniche. L’avevo dotata una magnifica mangiatoia, di scolatoi e di finestrelle a scorrimento per l’aerazione. Con due tubi di gomma interrati lungo il muro di cinta l’avevo allacciata all’acqua e all’elettricità. Insomma, senza false modestie, era un gioiellino, calda e senza spifferi in inverno, fresca d’estate: una reggia per qualsiasi animale. Io sognavo di ospitarci un mulo, di quelli svenduti all’epoca dall’esercito, che avrebbe dovuto accompagnarmi nei vagabondaggi sull’Appennino. Ma non se ne fece nulla. Ero preso da troppe altre cose, e mio padre, che ha sempre ragionato in termini molto pratici, ci teneva ai maiali.

Per un certo periodo una parte della costruzione fu utilizzata persino come laboratorio-officina da mio cognato, che aveva il pallino del fai da te e si ostinava a riadattare motori di vecchie vespe, calderine in disuso, ecc …, salvo poi scoraggiarsi e lasciare immancabilmente sul posto i rottami che aveva trascinato sin laggiù. A quell’epoca era comunque già iniziato l’abbandono. Dopo l’ecatombe e dopo aver mangiato conigli per sei mesi, in tutte le possibili salse e varianti di cottura, rinunciammo all’allevamento; di lì a poco lasciammo perdere anche i maiali. Il capanno divenne sempre più un antro ove stivare le cose vecchie e inutili, quelle che “un giorno, chissà, potrebbero servire”: anch’io, come mio padre, non mi sono mai convertito all’usa e getta. Si riempì quindi di lavandini in pietra, di vecchie finestre e persiane, di testiere di letti in ferro e relative griglie, telai e ruote di carri agricoli, pompe di aspirazione e tubi di gomma: tutte cose che andavano ad accumularsi sopra le gabbie vuote dei conigli o nella mangiatoia.

Col tempo la gran parte dello spazio divenne inaccessibile. Poi ebbe inizio anche il cedimento strutturale: il tetto, pressato dalla vegetazione di sambuchi e di acacie cresciuta nel frattempo tutto attorno, e soffocato da una coltre d’edera dal gambo grosso come un braccio, si arrese ad un paio di nevicate particolarmente pesanti: alcune travi laterali avevano ceduto, le file di tegole si reggevano per un po’ in bilico e precipitavano progressivamente di sotto. Negli ultimi anni era ormai diventato solo il ricetto di una torma di gatti dalla fertilità sorprendente, compensata per fortuna dall’opera di selezione delle faine. Ero rimasto l’unico che si azzardasse ad entrare ogni tanto, per recuperare una tavola o un vecchio attrezzo. La sua esistenza non aveva più alcun senso, ma sembrava anche impensabile, data la difficoltà ad accedervi, sgomberarlo.

A smuovere (letteralmente) la situazione sono arrivate lo scorso anno le grandi piogge, quelle devastanti alle quali ci stiamo abituando (in realtà, ci stiamo solo abituando a considerarle devastanti, da quando ogni temporale fa scattare il bollino rosso dell’emergenza). Dopo quattro giorni di acqua a dirotto l’ultima fascia del giardino è smottata scivolando verso il bosco, portandosi appresso la fognatura e lasciando alle spalle una voragine profonda otto o dieci metri. Lo smottamento ha lambito anche il capanno, che è rimasto in piedi solo perché ingabbiato dagli alberi cresciuti nella scarpata, ma che si è comunque mosso, frantumando in lastroni la base di cemento. A questo punto, per arginare il danno e ripristinare la fognatura, è diventato necessario svuotarlo e abbatterlo.

Il mio nuovo status di pensionato non mi lasciava scusanti. Così in primavera ho cominciato con calma a smantellare la struttura. Via prima le tegole, badando a recuperarle, poi il tavolame laterale e i pali. Quindi ho iniziato lo svuotamento. Ferro, legname, gomme d’auto, plastica. Ho dovuto trascinare nuovamente tutto su, lungo il sentiero, per poi smaltirlo. Ho impiegato oltre un mese, ma alla fine ce l’ho fatta, vincendo tutte le giustificatissime perplessità mie e altrui. Ho pagato anche un prezzo piuttosto salato, perché proprio l’ultimo giorno mi è saltato un tendine della spalla, e ora sono un mezzo invalido: ma al di là di questo sono orgoglioso del mio lavoro. In alcuni momenti è stato addirittura eccitante: mentre scoperchiavo il tetto reggendomi in precarissimo equilibrio sulle travi mezze marce, o mi trapassavo il piede con un chiodo arrugginito saltando su una tavola, liquidando poi la cosa con una bestemmia, un po’ d’acqua e un bendaggio di fortuna, ho ritrovato lo spirito dei vent’anni, ho rinverdito per un attimo quel mito di invulnerabilità che avevo costruito con tanta cura da finire per crederci io stesso. Confesso però che quando ho iniziato non sapevo proprio come avrei potuto arrivare in fondo.

L’ultimissimo atto, la cancellazione definitiva, si è svolto oggi, a distanza di sei mesi, con la rimozione delle lastre di cemento, frantumate e poi sepolte alla base della nuova scarpata. Ho dovuto far aprire una strada in mezzo al bosco da uno scavatore, per rintracciare sotto la terra smossa la fognatura centrale, riallacciarmi e prevenire con una barriera a secco ulteriori smottamenti. Ed è lì che ho davvero elaborato il lutto. A vedere smuovere dalla benna quelle lastre spesse trenta centimetri, che rivelavano un sottostante fondo di ghiaia altrettanto spesso, sono riandato ai giorni nei quali il capanno lo edificavamo. Non ho recuperato solo il ricordo: ho rivissuto le sensazioni, i pensieri, i progetti. Nei giorni precedenti, mentre dopo tanto tempo lavoravo nuovamente fianco a fianco con mio fratello, ero stato ripreso da quella sensazione euforizzante che mi ha sempre aiutato ad affrontare i lavori più pesanti. Ma oggi non è più la stessa cosa. L’eccitazione ha lasciato il posto ad uno strano sfinimento morale.

È vero, abbiamo eretto una barriera che non sarà più duratura del bronzo, ma verrà senz’altro vista da almeno quattro o cinque generazioni a venire. Questo però lo pensavo anche al momento in cui costruivamo il capanno, e ho fatto in tempo invece a constatare come la natura prima o poi (in questo caso molto prima) si riprenda il suo spazio e inghiotta le opere degli uomini. È una consapevolezza che non dovrebbe coglierci impreparati, e tuttavia quando sei intento ad alzare muri o a gettare le fondamenta della tua vita non ti passa nemmeno per il capo, per fortuna. È quando vedi quei muri sgretolarsi e quelle fondamenta sollevarsi che tutto diventa maledettamente chiaro. Siamo qui per un caso, e spendiamo tutta la vita a cercare di dimenticarlo.

Per questo ci affanniamo a lasciare traccia. Mi rendo conto che su questa faccenda delle opere avevo sempre fatto molto affidamento per il mio lascito al futuro. Di quelle materiali, dell’aver messo a dimora centinaia di piante, spianato pendii, aperto strade, innalzato muri, costruito case, e il tutto senza quasi mai avvalermi degli ausili della moderna tecnologia, lavorando di braccia e di cervello; ma anche, sotto sotto, di quelle di pensiero. Ora so invece quanto tutto questo sia volatile. So di non essere invulnerabile, e di non essere immortale, in nessun senso.

Lo sapevo anche prima, certo: ma mi piaceva vivere “come se” così fosse. Mi piaceva mettermi alla prova, a volte anche sfidare la sorte. Per quanto stupido, una volta tutto questo aveva un senso: anche quando non cambiava nulla nella mia vita, il superamento della prova mi rafforzava nell’illusione che volendolo veramente avrei potuto cambiare, avrei potuto scegliere il mio futuro. Ora che il futuro non ce n’è più, sarebbe davvero solo stupido.

Comincio a sentirmi come il capanno. Travature che progressivamente cedono, basamenti che si sfaldano, l’edera della stanchezza che ti invade e ti soffoca: e dentro, un sacco di rottami ammucchiati, altrettanti progetti e speranze arrugginiti, che davvero sembrano appartenere ad un altro mondo e ad altri tempi.

Mi consola un fatto. Nello smantellare il capanno ho salvato ancora parecchie cose, tegole, tavolame, ferri, impalcature. Alcune le ho addirittura già riutilizzate: al posto del capanno c’è ora lo scheletro di un pergolato, che aspetta solo di essere arrembato dal glicine o dall’uva spina. Altre le lascio a chi verrà dopo di me, a supportare o a suggerire eventuali nuovi progetti. Magari assieme a tutti i miei libri. Forse né io né il vecchio capanno spariremo del tutto.

 

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