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Alzek Misheff e il compito di Enea

Come se fosse

di Paolo Repetto, 22 maggio 2020

Chi scrive su questo sito (anche chi – come il sottoscritto – scrive decisamente troppo, soprattutto in questi ultimi tempi: tra gli effetti collaterali del Covid-19 va annoverata anche la logorrea) non lo fa per potersi rileggere ogni tanto e congratularsi con se stesso. Il sito non è la vetrina delle nostre vanità o la palestra delle nostre velleità. Se così fosse, avremmo ceffato di gran lunga la ribalta (se preferite, la “location”). È invece, o almeno vorremmo che fosse, l’agorà virtuale nella quale sperimentare e testimoniare la possibilità di incontri e relazioni e scambi spontanei e intelligenti: il luogo insomma di quel famoso “come se” che ciascuno interpreta un po’ a suo modo, ma che in sostanza è la società, o la comunità, nella quale ci piacerebbe vivere. Il divertimento, è innegabile, sta già nel tentativo di immaginarla, questa società: se così non fosse, avremmo chiuso da un pezzo. Ma è più che naturale che a motivarci sia sempre stata anche la speranza di trovare degli interlocutori, qualcuno che leggendoci si senta a sua volta motivato a esprimersi, a concordare con le nostre idee o a discuterle, che è poi la stessa cosa, a proporre uno sguardo diverso sulle stesse cose o lo stesso sguardo su cose diverse: che ci induca comunque a riflettere e a non sederci sulle nostre convinzioni.
A tale speranza, lo ammettiamo, ha sempre fatto da contraltare il timore di una deriva scomposta, come quella paventata qui di seguito da Carlo Prosperi, dello scadimento nella chiacchera, o peggio, nella rissa becera che sembra l’inevitabile esito finale di tutti i blog. Per questo motivo, e anche per le difficoltà tecniche di controllare uno spazio totalmente aperto, non abbiamo fatto del sito un libero pascolo: e in questo modo siamo intenzionati a continuare a gestirlo. Ma, e questo è un altro effetto, in questo caso virtuoso, del virus, abbiamo potuto registrare, proprio nel periodo più nero della crisi e in mezzo alla chiacchera dilagante, voci nuove e intelligenti che ci hanno eletti come interlocutori. Continuiamo quindi a darvene conto, a proporle come esempi di quel dialogo franco e corretto che sta alla base di ogni civile convivenza e, non poniamoci limiti, di ogni vera amicizia. La speranza, a dispetto dei tempi, ha alzato il livello delle sue aspettative: quella attuale è che il dialogo continui e si allarghi a voci sempre nuove. La più recente è quella appunto di Carlo, che non ha bisogno di presentazioni: si presenta egregiamente da solo con questa sua missiva e con le penetranti riflessioni svolte a margine di una mostra orfana, per sua fortuna, di Sgarbi.


Stupirsi di tutto

di Carlo Prosperi, 27 aprile 2020

Carissimo, ho ricevuto quest’oggi il tuo graditissimo messaggio, con il ricco corredo dei tuoi scritti, sempre acuti e liberi (per quanto possano dirsi liberi i nostri punti di vista, sempre ancorati a un retroterra – esistenziale, culturale, sentimentale, ideale, ecc. – che, più o meno consciamente, li ispira – stavo per dire: li nutre – e li condiziona), piacevoli e quasi sempre interessanti. Io non sono un patito del web, anzi, per quel poco, pochissimo di esperienza che ne ho, lo trovo una sentina in cui si annidano i moderni spettri heideggeriani della “chiacchiera”, della “curiositas” e dell’“equivoco”. Preferisco frequentare i miei classici, i miei maestri. O gli amici che – come te – apprezzo per il loro spirito critico, non fazioso, non sentenzioso, non apodittico, bensì problematico, aperto al dubbio: che fanno pensare. Condivido molte, moltissime delle considerazioni che la lunga quarantena ti ha suggerito (in particolare, la risposta a Baricco, del quale non ho la tua stima, a cominciare dallo scrittore, che trovo melenso. Tu stesso, del resto, finisci per… demolirlo. Ciò detto, si può imparare da chiunque ed io, come Gramsci, – si licet -, mi vanto di saper “cavare il sangue anche dalle rape”). Qualcosa del genere ho fatto anch’io nella mia quotidiana corrispondenza con i miei amici (ma non ne serbo copia o memoria) o negli “appunti di lettura” che da un paio di anni – visto la fallacia della memoria – mi sono messo a tenere (cose molto personali: una specie di diario che prende spunto dai libri, dai saggi, dai romanzi e dalle poesie che leggo). So bene che Machiavelli, prima di “entrare nelle antique corti degli antiqui uomini”, si intratteneva e “s’ingaglioffava” all’osteria di San Casciano con quelli che lui definiva “pidocchi”: il web ne potrebbe essere un moderno surrogato, utile per saggiare e conoscere le diverse maniere e le diverse fantasie della fauna umana. Ma la vita è così breve che preferisco, oggi, evitare di perdere tempo con grafomani, mitomani ed esibizionisti di vario genere, con i loro turpiloqui e le loro sgangherate opinioni. Mi basta e, ahimè, mi avanza la mia biblioteca. Credimi: il mio non è elitario disprezzo; tanto più che le mie origini, di cui sono orgoglioso e di cui mai mi dimentico, sono più umili delle loro. Né, per quanto mi sia impegnato, presumo di averne capito – della vita, del mondo, della realtà – più di loro. Anzi, mi riconosco nell’auto-epitaffio di Xavier de Maistre, che ti cito: Ci gît, sous cette terre grise / Xavier, qui de tout s’étonnait; / demandant d’où venait la bise / et pourquoi Jupiter tonnait. / Il étudia maint grimoire, / il lut du matin jusqu’au soir / e but enfin à l’onde noir / tout surpris de ne rien savoir.* Che è poi saggezza socratica. Dai tuoi scritti, di cui spero, quando che sia, di avere da te un esemplare a stampa, mi vengono molti stimoli e mi sono sorpreso di avervi trovato citato Lawrence Durrell, di cui vado in questi giorni rileggendo il celebre “quartetto di Alessandria” (avevo comperato i libri al tempo del Liceo, ma non ne avevo allora apprezzato la genialità, forse non li avevo nemmeno capiti, a giudicare da qualche postilla a margine dell’epoca). È uno scrittore sontuoso e perspicace, di una finezza, psicologica e verbale, che oggi è merce rara. Leggere mi aiuta a vincere il senso di claustrofobia che a volte mi prende. Trovo assurde certe prescrizioni governative: mi dici, fermo restando l’invito a mantenere le distanze e magari a portare la mascherina in pubblico, che senso ha vietare di andare a passeggiare nei boschi, nei prati, a coltivare l’orticello fuori mano (nel nostro caso a Rivalta), a dare il verderame alle viti, a curare il giardino? Che senso ha la quotidiana imbonitura che ci propinano, ossessivamente, dalla tv? E la retorica arcobaleno, stupida e offensiva, di slogan come “Andrà tutto bene”, quando le morti di coronavirus si moltiplicano intorno a noi? “Andrà tutto a bagasce”, mi vien da rispondere. E la giornaliera minestra di menestrelli e di strimpellatori – questa è per loro la cultura – che ci dispensano? Per non parlare delle commissioni, dei comitati, delle “task-force” di tecnici e di esperti di cui si è circondato il governo per non assumersi le sue responsabilità e rimandare “sine die” o comunque prendere e centellinare senza la debita tempestività le proprie decisioni? Quanto agli esperti, mi sai dire donde viene la loro esperienza, se è vero – come è vero – che questa pandemia è un fenomeno inedito, mai prima sperimentato? Lo studiassero, in silenzio e con attenzione, prima di discettare su di esso, di cui tutto, o quasi, ignorano; prima di sparare stupidaggini come hanno fatto, tra i tanti, Stefano Montanari e Maria Rita Gismondo. E Colao? Sarà pur bravo, ma quali competenze ha sull’argomento? Non sarebbe il caso, visto l’andazzo dell’economia, di cominciare a risparmiare, invece di elargire propine a dubbi esperti? Qui poco c’entrano le competenze, molto il buon senso. Sulla tecnologia, da sempre ancipite, la penso come te; sulla scienza, che non ci dà certezze, ma procede per congetture e confutazioni, la penso come Popper. Condivido con te che sia una pia illusione quella di confidare in un miglioramento dell’umanità, in un cambiamento di mentalità e di stile quale esito di questa crisi: temo che, a parte l’impoverimento generale, non vedremo grandi metamorfosi e nemmeno significative resipiscenze. Tra un po’ saremo solo più feroci di prima… Ma non voglio tediarti oltre. Ti mando un articolo, che uscirà sul prossimo numero de “L’Ancora”, in cui potrai, fra le righe, vedere come la penso su vari temi che ti hanno ispirato. Un abbraccio, fraterno ma virtuale (di questi tempi non si sa mai), e a presto.

Qui giace, sotto questa terra grigia, / Xavier, che di tutto si stupiva; / chiedendosi da dove arrivasse la tramontana / e perché Giove tuonava. / Studiò ogni libro sapienziale, / lesse da mattina a sera / e arrivò infine all’onda nera / sorpreso di non sapere ancora nulla.

Alzek Misheff e il compito di Enea

di Carlo Prosperi

Al vedere i 9 interni di Palazzo Thea di recente realizzati da Alzek Misheff in verderame e matita, siamo rimasti ammirati sia della sapienza tonale sia dell’impaginatura che dà respiro agli ambienti e nello stesso tempo ne sa rilevare le strutture architettoniche e la stratificazione storico-culturale. La dimora aristocratica sopravvive alle generazioni che tuttavia le imprimono il loro sigillo e ne preservano l’aura. È lo specchio della Tradizione, che non è un fossile, ma un lascito di valori da declinare in sintonia coi tempi, un patrimonio che dal passato si protende dinamicamente verso il futuro, garantendo una continuità e prospettando un senso, contro la marea montante del nichilismo. In un rifiuto tanto dell’idolatria quanto dell’amnesia del passato, visto e vissuto come sprone di emulazione, come esempio da attualizzare: in vista di egregie cose o, come si suol dire, ad maiora.
Crediamo che non si comprenda appieno l’intenzione dell’artista se non si tiene conto dei tempi che stiamo vivendo. E della sua stessa parabola evolutiva, dall’avanguardismo più spinto alla ragionata riscoperta della tradizione, che ha il carattere di una palinodia. Dovessimo ricorrere a un’immagine esemplare, per farci capire, non sapremmo trovare di meglio che evocare quella di Enea in fuga da Troia, immortalata da pittori come Raffaello e Federico Barocci, da scultori come Bernini e Chia. Enea che regge sulle spalle il padre Anchise e mena per mano il figlioletto Ascanio è simbolo di una pietas sempre più rara. Dietro di sé l’eroe troiano lascia una città devastata, in fiamme, davanti a sé ha un futuro quanto mai aleatorio, ma sa che per dare un futuro al figlio deve farsi carico del passato: del padre e dei Penati che egli reca con sé.
Si dice che il poeta Giorgio Caproni traesse ispirazione per il suo poema Il passaggio di Enea da un gruppo statuario di Francesco Baratta da lui casualmente intraveduto nel 1948 a Genova, tra le macerie della città bombardata. Quella scultura lo colpì, perché rifletteva la drammatica incertezza del tempo, sospeso tra le rovine di un passato che rischiava di andare perduto per sempre e l’angoscia di un futuro estremamente fragile e precario. Enea cerca insomma di salvare il salvabile e, tutto preso dal senso del dovere, si avvia, anche a costo di smarrire la moglie (l’amore), verso un imbarco, nella speranza di trovare «un altro suolo». Ecco, ci sembra che Misheff rappresenti al meglio lo spirito di Enea, che lo incarni anzi, rinnovandolo, alla luce dell’attualità.
Il suo discorso muove da una aperta critica alla modernità e a quella sua (in)versione in negativo, se fosse possibile, che è la post-modernità. Se il moderno aveva negato la Tradizione, il postmoderno – che è la negazione della negazione – inizia quando la modernità ha distrutto tutti gli aspetti premoderni. La postmodernità – a dire di Aleksandr Dugin, “un futuro che è già presente” – è l’apocalisse della civiltà, “una forma di satanismo e di nichilismo in cui proliferano il politicamente corretto, l’ideologia gender, il femminismo e il post-umanesimo”. La modernità è fiorita sull’oblio dei padri, prima rinnegati e poi uccisi. In nome di quelle “magnifiche sorti e progressive” già irrise da Leopardi: in nome cioè di una forsennata volontà di potenza, di un progresso senza limiti e senza misura.
Walter Benjamin ne ha dato una impeccabile illustrazione: «C’è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un’unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l’angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui. Ciò che noi chiamiamo il progresso, è questa bufera».
Ebbene, nonostante queste e altre sinistre premonizioni, si è fatto finta di niente, si è continuato in una sfida faustiana che ha portato a due guerre mondiali, a immani carneficine. Illusi dalla tecnologia trionfante e convinti di essere finalmente padroni del proprio destino, gli uomini hanno prima brindato alla “morte di Dio” e poi si sono votati al “vitello d’oro”, idolatrando il Mercato, il consumismo, la moda. La moda è lo specchio fedele della modernità che si autodivora, che di continuo deve rinnegarsi per sussistere, un’immagine di quella che Hegel giustamente chiamava “cattiva infinità”. L’assurdità di una economia basata sul circolo vizioso produzione-consumo è la stessa del cane che si morde la coda.
Nel deserto dei valori – ma già siamo nella post-modernità – l’unico valore superstite è quello della merce: il valore di scambio. Il mercato mondiale è stato prospettato come preludio alla pace universale, superamento dei confini, cancellazione delle barriere. Si è così avviato un processo di globalizzazione finanziaria, economica, tecnologica e culturale che ha portato alla disgregazione delle comunità tradizionali, alla rottura dei legami sociali familiarmente consolidati, a quella “confusion de le persone” che per Dante è sempre “principio […] del mal de la cittade”. Dimenticando che, quando la natura dei legami sociali è percepita come estranea, gli uomini si sentono inibiti alla piena realizzazione di sé. Già Isaiah Berlin aveva intuito l’astrattezza e l’artificialità, soprattutto in ambito morale, degli appelli all’universalità. Specialmente quando presuppongono la cancellazione dell’identità. O ad essa preludono.
La modernità ha sradicato gli individui dalle comunità di appartenenza, ammassandoli nei falansteri urbani, riducendoli a numeri, a tessere anonime di un mosaico informe, privandoli dell’anima. Ci si è così dimenticati dell’ammonimento di Bergson, che già agli albori del ’900 auspicava proprio “un supplemento d’anima” quale antidoto alla umana perdita d’identità nell’epoca dominata dal progresso tecnologico. Ci si è illusi che bastasse il benessere a riempire il vuoto esistenziale, ignorando che non di solo pane vive l’uomo. “Dategli, all’uomo, – diceva Dostoevskij – tutte le soddisfazioni economiche in modo tale che non abbia alcuna preoccupazione che dormire, mandar giù brioches e darsi da fare per prolungare la storia universale, riempitelo di tutti i beni della terra, e immergetelo nella felicità fino alla radice dei capelli: alla superficie di questa felicità, come su quella dell’acqua, scoppieranno delle piccole bolle”. È appunto quello che sta avvenendo.
Nella tracotanza con cui l’uomo ha preteso di sostituirsi a Dio c’è alcunché di luciferino. Si pensi alle odierne megalopoli, a quegli avveniristici grattacieli che stanno fiorendo, spesso per volontà di nuovi satrapi, come suadenti fleurs du mal, frammezzo allo squallore che li circonda, da New York a Dubai, da Baku a Shangai, da Astana a Bangkok. Si pensi al Bosco Verticale progettato dallo Studio Boeri nel Centro direzionale di Milano, ai margini del quartiere Isola. Siamo di fronte a nuove torri di Babele, a sfide che suonano oltraggio: al buon senso prima ancora che a Dio. Un certo capitalismo ha sradicato l’uomo dalla Natura, ne ha esaltato il carattere prometeico, ma questa hybris preannuncia e prepara – come ben sapevano i Greci – la catastrofe.
Via via che “la gabbia d’acciaio” della modernità si è imposta, con lo sviluppo della scienza e della tecnica, con il distacco dalla terra, con l’esodo dalla campagna, con l’affermazione delle varie rivoluzioni industriali (e post-industriali) che si sono susseguite, lo sradicamento degli individui si è intensificato. L’urbanesimo ha fatto il resto. Una diaspora di atomi ha fatto seguito al declino delle comunità. Gli individui, così sradicati, sono stati ridotti a numeri, a codici, a esseri anonimi, senza qualità. Dove sono finiti – si chiedeva Garcia Lorca in Poeta en Nueva York – gli oliveti, il mare, le campagne dorate, le conchiglie?
L’aurora di New York possiede / quattro colonne di fango / e un uragano di colombi neri / che sguazzano nell’acqua imputridita. // L’aurora di New York geme / su per le immense scalinate / cercando in mezzo agli spigoli / nardi di angoscia disegnata. / L’aurora arriva e nessuno l’accoglie nella bocca / perché là non c’è domani né speranza possibile. / Talvolta le monete fitte in sciami furiosi / traforano e divorano bambini abbandonati. // I primi ad affacciarsi comprendono nelle ossa / che non avranno l’eden né gli amori sfogliati; / sanno che vanno al fango di numeri e di leggi, / a giochi privi d’arte, a sudori infruttuosi. / La luce è seppellita da catene e frastuoni / in impudica sfida di scienza senza radici. / Nei quartieri c’è gente che barcolla d’insonnia / come appena scampata da un naufragio di sangue”.
È di qui – crediamo – che bisogna partire per comprendere l’ultimo Misheff e i suoi interni domestici. Questi nascono infatti contemporaneamente e in dialettica antitesi ad altre sue opere dedicate a folle oceaniche angosciate sullo sfondo di città-simbolo (New York, Parigi, Milano), in attesa o in procinto di essere travolte da uno tsunami devastante, da un turbine vorticoso. Folle solitarie, senza identità, sullo sfondo di città alveari, di città formicai, delle quali solo Caino poteva essere il fondatore. In queste opere di Misheff si avverte l’eco di un dramma collettivo che trova analogie nell’Ansia e nell’Urlo di Edward Münch, nelle “maschere” di James Ensor, in altre opere d’area simbolistico-espressionistica. L’espressionismo – dal latino exprimere – riflette infatti sull’esterno uno stato d’animo generalmente perturbato e commosso, così che a dominare è sempre un senso di marcata solitudine, anche quando ad essere raffigurata è una moltitudine di persone. Il simbolismo mira invece a imprimere carattere esemplare, di universalità, a quanto vi può essere di (auto)biografico o di aneddotico in un’opera. Ed è a questo, appunto, che mira Misheff, con tecnica peraltro affatto personale, nei suoi ultimi lavori nati all’ombra del flagello biblico del coronavirus.

    

Nell’insieme e mutatis mutandis, gli interni, austeri e maestosi ad un tempo, di Palazzo Thea ci ricordano le Antichità romane di Piranesi, la cui grandiosità dà l’idea dell’imponenza di una civiltà, di fronte alla quale gli uomini d’oggi tendono a scomparire o, se non altro, a passare in secondo piano. Perché è vero che, forti della potenza che si sprigiona dalla tecnica, abbiamo l’impressione di essere superiori ai nostri padri, di spingere il nostro sguardo più lontano e più a fondo di loro, ma non ci accorgiamo che questo non è merito nostro: ciò in realtà avviene – come aveva intuito l’acume di San Bernardo – perché, pur essendo noi dei nani, poggiamo sulle spalle di giganti. Non è un caso che per designare gli antenati i Latini usassero il termine di maiores. «Chi fuor li maggior tui?» chiede Farinata a Dante nel decimo canto dell’Inferno. È una domanda, questa, che anche noi dovremmo porci più spesso, magari solo per verificare se ne siamo degni eredi.
In tempi di clausura e – per alcuni, ahimè – di claustrofobia, la casa, oltre che ricettacolo di affetti e di memorie, può anche riassumere connotazioni sacrali. Non a caso il latino, con il termine aedes – da cui i nostri “edile”, “edilizia”, “edificio”, etc. – designava tanto la casa quanto il tempio. Ambedue spazi “augusti”. E d’altra parte che altro è il duomo, se non la domus dei Latini, nel senso di domus Dei, di “casa di Dio”? La casa è anche un asilo, dal greco asylon, “luogo inviolabile, dove non vige il diritto di cattura”: nido, quindi, e rifugio. Ma, per esser davvero tale, dev’essere ospitale, piena di attrattive, ingentilita dall’arte. Luogo d’intimità e di sublimità, dove le sister arts – la pittura, l’architettura, la musica, la scultura, la poesia e la letteratura (qui evocate dai libri, dalla libreria) – sono pronte ad accogliere, a consolare, a intrattenere, a prefigurare un “mondo nuovo e una terra nuova”, più umana perché meno obliosa del senso della misura, del limite, del giusto mezzo. La funzione, insomma, che nel Decameron del Boccaccio, durante la terribile “peste nera”, è demandata al racconto. La casa come buen retiro, come angulus da cui guardare al formicaio del mondo. Odi profanum volgus et arceo [“Odio il volgo profano e me ne tengo a distanza”], diceva infatti il grande Orazio, che dell’angulus fu sommo cantore.

Lettere dalla clausura

di Fabrizio Rinaldi, 17 marzo 2020

Il coronavirus costringe tutti a starsene a casa, questa volta in senso letterale. Non si tratta quest’anno (e probabilmente non solo questo) di scegliere se e dove fare le vacanze. A casa significa proprio “in casa”. È uno stravolgimento sino a ieri inimmaginabile delle consuetudini sociali e degli equilibri economici, alle cui ripercussioni non osiamo nemmeno pensare. E anche volendo, non saremmo in grado di farlo.

Viviamo in un limbo decretato da governanti ai quali nessuno avrebbe dato credito di una qualche capacità decisionale, ma che sono stati costretti a prendere provvedimenti unici a memoria d’uomo, e a renderli operativi con la minaccia delle sanzioni penali. Pare che i più abbiano capito la gravità della situazione, anche se naturalmente è scattata in parallelo la corsa degli idioti a trasgredire le regole, vanificando (speriamo poco) lo sforzo e il sacrificio di quanti le rispettano. Ma quelli, nel conto delle perdite c’erano già da un pezzo.

Per quanto mi riguarda sono ligio alla clausura. Approfitto anzi dell’occasione per starmene un po’ in panciolle: mi capita raramente, perché sono uno dei milioni di pendolari che quotidianamente escono all’alba e tornano al tramonto (e oltre).

Fino alla chiusura del servizio, avvenuta pochi giorni fa, ho praticato il lavoro in remoto, connettendomi con i colleghi in sede per proseguire con le giornate di progettazione già programmate. Ho così potuto confrontarmi con alcuni aspetti pratici di questa modalità lavorativa, che da noi sembra essere stata scoperta all’improvviso, nel momento in cui non rimanevano alternative:

  • lo smart working prevede degli strumenti, come pc, cellulare e l’indispensabile connessione internet, che non sono così scontati come crediamo, o almeno non sempre rispondono efficacemente ad un utilizzo lavorativo. La connessione, in particolare per chi come me vive in una zona isolata, è inadeguata rispetto alle esigenze di velocità e di continuità della mia attività (è come se ancora accendessi il fuoco nella stufa con la pietra focaia);
  • il mio è un lavoro soprattutto di relazione, di costante dialogo e confronto per arrivare a decisioni condivise con l’equipe. Stando davanti ad uno schermo, inviando mail e video, si assolve solo alle necessità pratiche e burocratiche. La relazione interpersonale, l’empatia necessaria a capirsi correttamente, scompaiono;
  • gestire il proprio tempo è una degli aspetti più difficili di questo momento di forzata clausura. È quanto mai complicato scindere il tempo lavoro da quello privato. Per farlo ho dovuto barricarmi in una stanza lontano dai familiari (un privilegio che molti non possono permettersi);
  • lavorare in remoto prevede persino energie in più per vincere il senso di colpa connesso allo stare a casa. Ci si prodiga a cercare di realizzare ciò che in sede sarebbe magari lecito procrastinare.

 

Dopo più di una settimana, ieri sono sceso ad Ovada per fare la mia consueta donazione di sangue. Essendo mattiniero, in genere sono il primo ad arrivare al laboratorio. Alle 7, invece, c’erano già tre persone, alle quali se sono aggiunte poi molte altre.  Alcuni erano alla loro prima donazione, rispondevamo alle richieste d’aiuto apparse anche in tv per supplire alla carenza di sangue. E questa volta non c’era il tornaconto della giornata libera dal lavoro, perché siamo tutti a casa. Il considerevole numero di nuovi donatori mi fa ancora sperare nella natura solidale dell’uomo.

C’era però una sostanziale differenza rispetto al clima solitamente affabile e moderatamente allegro (non potrebbe essere altrimenti, trattandosi di quasi-liguri): si avvertiva che attraverso le mascherine tutti respiravano la gravità della situazione. Che chissà poi come se le erano procurate, le mascherine, essendo confinati in casa ormai da oltre una settimana … C’era un silenzio inquietante e un timore reciproco che mai avevo provato prima.

Questo virus sta in effetti profondamente mutando le relazioni interpersonali. I flash mob sui terrazzi, i video postati su facebook, i canti da una casa all’altra, dovrebbero farci provare un’inedita sensazione (dico dovrebbero perché queste cose mi appassionano poco): una “fratellanza” sociale che ci faccia sentire più vicini gli uni agli altri. Scopriamo anche di averli quei vicini di pianerottolo, coi quali normalmente non scambiamo neppure un saluto, mentre ora vorremmo – ma non possiamo – abbracciarli come amici fraterni. Mi chiedo però, finita l’emergenza, quanto durerà questa consapevolezza dell’essenzialità dei rapporti sociali. Dimenticheremo tutto come è successo già in passato o avremo colto l’occasione per cambiare?

A proposito di occasioni, lo stare a casa mi offre l’opportunità di fare ciò che procrastinavo da tempo. Non ho più scusanti cui appellarmi. Quindi, con i familiari, risistemiamo una vecchia credenza, tinteggiamo le pareti, tagliamo l’erba, potiamo gli alberi e chissà cos’altro c’inventeremo per far trascorrere le giornate.

Oggi più che mai, mi rendo conto del privilegio di abitare in campagna, in mezzo ad un bosco. Qui non ci sono le comodità offerte dalla città (servizi, stimoli sociali e culturali, ecc …), mentre spesso ci sono i disagi del vivere un po’ isolati: ad esempio la difficoltà nel muoversi (prima quando nevicava, ed ora sempre più per le frane); la costante manutenzione che richiede una vecchia abitazione e la cura del terreno attorno; la connessione internet inadeguata.

D’altra parte, le mie figlie si stanno godendo queste inaspettate vacanze sul prato e nel bosco. Mi auguro che ricorderanno questo periodo come quello in cui hanno potuto divertirsi fuori casa per quasi tutto il giorno. Provo invece pena per quei genitori, ma soprattutto per i loro figli, che trascorrono il loro tempo blindati in casa, magari in un palazzone di città, davanti ad un televisore, un pc o un cellulare.

E penso a chi la casa non ce l’ha perché vive per strada: che sguardi di disapprovazione avranno addosso, quale solitudine … O a chi si trova lontano dai familiari per esigenze lavorative e non può raggiungerli per le restrizioni imposte. Penso anche a chi in casa non vorrebbe proprio starci. Idealizziamo il focolare domestico come luogo protetto ove rifugiarci per ricevere e donare affetto e comprensione, fingendo di non sapere che la gran parte delle violenze avvengono proprio lì e che, per molti, la casa è proprio il luogo dove ci si sente più soli. E penso a coloro che abitano con familiari diventati estranei per una consunzione del rapporto, verso i quali provano, forse, l’affetto dovuto alla necessità di vivere assieme, magari con figli, che è cosa però ormai totalmente diversa dal sentimento che li legava anni prima.

Per molte di queste persone la forzata convivenza rappresenterà uno spartiacque, superato il quale dovrebbe esserci la svolta. Se così non fosse, sarebbe l’ennesima buona occasione mancata. Il coraggio a volte emerge dalle difficoltà imposte dalle circostanze. Raramente capitano circostanze così radicali come quelle attuali per portare dei cambiamenti sostanziali alla nostra vita.

C’è da chiedersi se anche i nostri governanti coglieranno l’occasione per cambiare registro nelle consuetudini dei rapporti politici ed economici mondiali.

In genere dopo un forte shock (ad esempio la crisi del 1929, i conflitti mondiali, ecc …), l’umanità tende a reagire favorendo – almeno all’inizio – dei miglioramenti nelle relazioni fra le nazioni e fra i loro cittadini. Quanto alle buone intenzioni corrispondano poi dei risultati, è discutibile. Si potrebbe dire che gli uomini non imparano mai nulla dalla storia, ma al tempo stesso è innegabile che la seconda metà del secolo scorso è stata, sotto questo punto di vista, molto diversa, in positivo, dalla prima.

Ora le generali linee di indirizzo per i cambiamenti auspicabili non sono difficili da identificare: sono state dettate ancora nel 2015 in un documento dell’ONU chiamato “Agenda 2030”. Se a quel pezzo di carta si ispirasse una politica condivisa da tutte le nazioni, la gran parte dei nostri attuali problemi sarebbe risolta, o almeno tenuta sotto controllo.

In sintesi, elenca 17 macro obietti (goals) da raggiungere entro quella data per avere dei significativi miglioramenti della vita sulla Terra e per tutti i suoi abitanti. In economica prevede di introdurre delle azioni capaci di generare un reddito comune e un lavoro proporzionato al sostentamento dell’intera popolazione mondiale. In ambito sociale, garantisce dei comportamenti affinché ci siano delle condizioni di benessere per ogni persona (sicurezza, salute, istruzione, democrazia, partecipazione, giustizia) equamente distribuite senza alcuna discriminazione (genere, classe sociale, età, disabilità, ecc …). Nel contesto ambientale, si vuole mantenere la qualità e riproducibilità delle risorse naturali.

I cambiamenti richiesti sono sostanziali e radicali, senza possibilità di rimandi perché il rischio è che non ci sia più un’ulteriore chance. Ma è evidente che questi mutamenti non possano essere affidati a politici la cui lungimiranza non va oltre la vittoria nelle prossime elezioni.

Persino in questo momento il contrasto fra le politiche nazionali e internazionali e i principi dettati del terzo goal dell’Agenda 2030, che si prefigge di “assicurare la salute e il benessere per tutti”, risulta più che mai accentuato. Ciascuno corre ai ripari nel suo cantuccio, e quand’anche il fine sia lo stesso, quello di tutelare la salute pubblica, le diverse modalità nel perseguirlo non solo mettono allo scoperto l’inesistenza di una qualsivoglia politica trasversale, ma rendono meno efficaci anche i provvedimenti adottati dai singoli stati. Su questo versante c’è quindi ben poco da aspettarsi.

Credo piuttosto che possano essere le azioni dei singoli – divenute nel frattempo collettive – ad indurre le aziende in primis e poi i governanti a cambiare rotta, a introdurre norme e leggi che vadano nella direzione di una differente organizzazione della socialità e della produttività. Ma non è certo cosa di domani.

Quanto sta accadendo non era del tutto imprevedibile. Bill Gates, ad esempio,  nel 2015 disse: “se qualcosa ucciderà 10 milioni di persone, nei prossimi decenni, è più probabile che sia un virus altamente contagioso piuttosto che una guerra”. Segno che, ad esempio, gli imprenditori più lungimiranti hanno cominciato a riflettere da un pezzo sui possibili costi della globalizzazione, magari anche solo in funzione dei propri interessi (non mi sembra però il caso di Bill Gates) e che l’economia capitalistica ha una coscienza delle falle e dei limiti del proprio sistema molto più lucida di quella diffusa nel mondo politico.

Coloro che ci governano, in ogni parte del mondo, non hanno evidentemente mai preso in considerazione l’ipotesi di una pandemia come quella attuale. Si è improvvisamente scoperto che non esistono protocolli di contenimento, accordi internazionali per lo scambio di informazioni e per la collaborazione nella ricerca, piani per isolare in tempo utile i focolai o per affrontare emergenze sanitarie straordinarie.

Di fatto ci troviamo appena all’inizio di un fenomeno che muta e muterà gli aspetti lavorativi e sociali. Per non parlare delle vittime …

Per avere un vaccino efficace ci vorranno mesi, se non anni, quindi non vedremo la luce ad aprile, maggio o giù di lì, come ci sforziamo di sperare, ma  dovremo restare a casa per molti mesi ancora. Poi le restrizioni saranno poco alla volta allentate, ma col timore costante di un nuovo incremento degli infetti. E in quel caso si ritornerà rapidamente al coprifuoco. La clausura stretta non potrà però durare ancora per molto. Al di là degli aspetti economici, è da prevedere che ad un certo punto anche i membri delle famiglie più unite non si sopporteranno più, e aumenteranno quindi gli episodi di fuga e le trasgressioni dei limiti imposti. Vanificando tra l’altro gli sforzi di contenimento.

Quando potremo finalmente mettere il naso fuori dalla porta di casa, probabilmente avremo una voglia matta di spostarci il più lontano possibile, da essa e da coloro coi quali l’abbiamo troppo a lungo e troppo strettamente condivisa. Avremo bisogno di bravi dietologi per aiutarci a smaltire tutto ciò che stiamo ingurgitando, gli avvocati divorzisti saranno impegnatissimi a comporre bene o male le dispute nate tra le coppie, e forse i rapporti sessuali occasionali diverranno una comune modalità di incontro.

Consoliamoci pensando che durante un’altra quarantena, quella dovuta alla peste che imperversò nel 1666, Newton elaborò le teorie scientifiche che cambiarono il modo di concepire il mondo. Chissà che non ci sia anche oggi qualcuno, barricato in casa da qualche parte, che sta escogitando qualcosa. Per intanto potremmo cominciare noi, a immaginare come sarà e a considerare come vorremmo fosse la nostra vita futura. Magari anche a predisporci al cambiamento.

Per quanto mi riguarda, mentre zappo l’orto noto che la primavera sta arrivando. Ho la fortuna di vederla comparire giorno per giorno, ora dopo ora, sotto casa. Anche questa, pensandoci bene, è un’occasione da non perdere.

Darwin e la Via del camminare

di Marco Moraschi, 5 febbraio 2019

Nel 1836, tornato da 5 anni e mezzo di viaggio sulla nave Beagle, passati a osservare la storia naturale del Sudamerica e del Pacifico, Charles Darwin si trasferì in una casa nel centro di Londra, in una posizione certamente favorevole allo scambio di idee con il mondo scientifico dell’epoca. Dopo 6 anni, però, nel 1842, con la moglie Emma, si rifugiò in una tranquilla casa nella campagna inglese, pur rimanendo abbastanza vicino a Londra per essere accessibile agli amici e avere notizie sugli ultimi studi e ricerche. Il suo intento era quello di mettere su famiglia e sfuggire alle distrazioni cittadine. Nella villa vive ancora oggi uno dei discendenti del grande scienziato, che si occupa di curare la casa e la proprietà intorno. È grande e bianca, con un ampio giardino che si estende nel parco e poi nella campagna circostante, occupando uno spazio di oltre sette ettari. Darwin aveva acquisito il terreno da un vicino, ci aveva piantato noccioli, betulle, cornioli, carpini e altri alberi e aveva creato un sentiero di terra battuta per camminare nella sua proprietà, un viale alberato che gira tutto intorno alla “Down House”.

Quasi ogni giorno, Darwin percorreva questo viale, il “Sandwalk”, pensando ai non pochi problemi che la formulazione della teoria dell’evoluzione certamente gli poneva. Il suo metodo era questo: appena aveva un’idea, iniziava a sottoporla a tutte le possibili obiezioni finché non ne trovava tutte le spiegazioni e la poteva considerare a prova di confutazione. A ogni giro del Sandwalk, spostava un ciottolo del sentiero sul bordo della strada. Quando aveva risolto il problema, guardava quanti ciottoli aveva accumulato, quindi quanti giri aveva fatto pensando alla soluzione. In questo modo catalogava l’importanza e la difficoltà dei problemi che andava affrontando e risolvendo. Per quasi quarant’anni, Darwin percorse questo sentiero di circa quattrocento metri in lungo e in largo, meditando sulle proprie idee, in uno dei periodi più fruttuosi della sua vita.

Sul lato nord della proprietà aveva fatto costruire un muro di cinta alto circa tre metri, sollevando il terreno, piantando nuovi alberi e abbassando la strada che correva intorno alla casa, realizzando un altro muro con le pietre estratte durante i lavori.
L’obiettivo era quello di non subire interruzioni imprevedibili, evitando i pettegolezzi e le distrazioni della mondanità per avere un posto tranquillo dove dare forma ai propri pensieri. Nella sua villa apportò con il tempo anche altre modifiche, costruendo una serra e dedicando parte del giardino alle sue ricerche, osservando l’ecologia locale e notando cose interessanti che, a suo dire, gli altri finivano per perdersi. Down House divenne quindi la sua stazione scientifica personale, ma anche un luogo in cui amplificare la propria mente e ritrovare la concentrazione.
Secondo i biografi del noto scienziato, gli anni trascorsi alla Down House sono stati fondamentali tanto quanto quelli trascorsi in giro per il mondo sul Beagle.

Quando altri amici o scienziati lo andavano a trovare, chiacchieravano percorrendo a piedi il Sandwalk, a ulteriore dimostrazione della connessione che c’è tra camminare e pensare. In Darwin così come in molti altri pensatori, scienziati e personaggi illustri, la camminata assume un ruolo fondamentale per la riflessione e la creatività. Camminare stimola il pensiero, offrendo uno stacco dalle attività che richiedono grande concentrazione, pur senza distrarre del tutto la mente, ma offrendole anzi uno spiraglio per rimettersi a fuoco. Nelle passeggiate che Darwin faceva sin da bambino, egli ha probabilmente trovato forza e conforto, riuscendo a instaurare una connessione permanente tra cammino e contemplazione. Accumulando ciottoli a lato del sentiero a ogni nuovo giro, camminare diventava quindi un modo non solo per tenere traccia della complessità di un problema, ma per avanzare fisicamente a piedi verso la sua risoluzione.

Dal Sandwalk ai boschi di Thoreau, l’esigenza di uno spazio contemplativo semplice e contrastante, accessibile, ma distante dalla comodità della stagnazione, crea uno stato in cui azione e contemplazione non si escludono mutuamente, ma si uniscono in una dolce sinfonia.
La prossima volta che vi sentite stanchi o faticate a concentrarvi, anziché bere l’ennesimo caffè nella speranza di curare la mente svuotata, uscite a camminare. Se imparerete a farlo ogni giorno, scegliendo con attenzione lo spazio in cui immergervi, occupando la mente cosciente e lasciando il vostro inconscio libero di vagare senza sforzo, avrete trovato anche voi l’unica vera Via che l’umanità abbia mai conosciuto.

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Cercasi buen retiro

di Fabrizio Rinaldi, 8 novembre 2018, da sguardistorti 05 – 2018 Natale

È inevitabile, prima o poi capita a tutti. Se non avvenisse, sarebbe un preoccupante segnale di instabilità mentale. […] ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi– per Melville – in mare, per altri salire in montagna, andar per boschi, correre, sbronzarsi, drogarsi, fare yoga, rifugiarsi in un’amena baita o in una città lontana dove “dissetarsi” di cultura o immergersi nelle fragorose distrazioni di un villaggio vacanze su una spiaggia tropicale.

Escludendo le modalità autolesionistiche, quelle del turista della domenica e quelle dei modaioli, per il semplice motivo che non mi interessano, le altre sono tutte opzioni lecite ed auspicabili per cacciare la malinconia e regolare la circolazione. Si offrono alla mente nel momento in cui si prova la claustrofobica sensazione di essere saturi e di non riuscire più a reggere la personale fatica quotidiana imposta da una sequela di impegni, quelli di lavoro, quelli relazionali coi familiari (a volte si vorrebbe prendere una vacanza dall’essere genitore e marito) e quelli imprescindibili per continuare ad avere una vita sociale, sia fisicamente che – oggi in modo particolare – digitalmente.

È allora che un pensiero ribelle comincia a ronzare dentro: cresce un’irresistibile voglia di fuggire per rintanarci in un buen retiro dove rallentare il ritmo, perderci, rigenerarci, ritrovarci e, dopo un opportunamente lungo lasso di tempo, tornare al quotidiano baccano, magari con qualche idea differente per affrontarlo.

Per artisti e scrittori di professione questo spazio a volte coincide proprio con il luogo di lavoro: ma non è questo che indagherò.  Vorrei qui parlare di quei posti dove fisicamente avviene la diserzione dalla quotidianità, anche lavorativa. Ognuno ha il suo luogo prediletto: Lev Trotsky trovò il suo buen retiro nella casetta di Frida Kahlo, dove i due discutevano e amoreggiavano; Hitler nel “Nido dell’Aquila” , sulle Alpi, dove progettava invasioni con i suoi gerarchi; Stalin invece, nella sua dacia vicino alle montagne del Caucaso, giocava a scacchi con ospiti a cui era concesso di perdere. Wittgenstein si rifugiò in una catapecchia affacciata su un fiordo norvegese per ragionare sui problemi filosofici che lo tormentavano (è quella dell’immagine d’apertura), mentre George Bernard Shaw scrisse le sue opere teatrali migliori in un granaio rotante che d’inverno poteva girare verso il sole. Heidegger infine si ritirò dal mondo accademico – anche per espiare l’esser stato un filonazista – per rintanarsi in una baita nella Foresta Nera. Si potrebbe continuare all’infinito, elencando personaggi più o meno famosi e tormentati che hanno trovato in un qualche escamotage abitativo lontano dal quotidiano, ove raccogliere energie e idee, trovare risposte, riposo e pace.

La modernità, lo sappiamo, impone ritmi sempre più incalzanti, ai quali ogni tanto, è lecito tentare di sottrarci. L’allontanamento è giustificato, necessario e auspicabile se a tempo determinato (a volte bastano solo pochi minuti). Se divenisse continuativo non sarebbe più un’evasione, ma una prigione o un esilio: una sottrazione dalla realtà che a me sembra una palese manifestazione di codardia, messa in campo per evitarsi responsabilità.

Fin da bambini cerchiamo un luogo intimo dove rintanarci; quando non siamo più tali, tendiamo a ricreare quell’area privata della nostra infanzia dove avevamo tempo per fantasticare e sognare.

Concedersi un rifugio, che sia una stanza tutta per sé o un luogo lontano dal consueto, è una necessità in quanto ci si rigenera e si genera il nuovo. È lì che si alimentano le passioni creative (manuali, intellettuali o sentimentali) ed è lì che si osa ciò che alla luce del sole non ci permettiamo: collezionare mosce per un macellaio, piallare legno per il ragioniere, scrivere versi per un autista di autobus.

Che sia riparare la bicicletta, leggere un libro, dipingere, scolpire o scrivere queste righe, l’atto della creazione ha bisogno di uno spazio dove agire. La scelta del luogo denota l’utilizzo che se ne vuol fare: quello sperduto in mezzo al bosco, su un’anonima collina, avrà una funzione ben diversa rispetto al bungalow in una ridente località balneare, o al garage dove risistemare mobili antichi. Il tipo di tana corrisponde, ovviamente, alle individuali attitudini. Non è poi necessario né rilevante che questo luogo sia o meno spazioso, può essere sufficiente anche l’angolo di una stanza. È essenziale però che sia ben distinto dagli altri ambienti, in qualche modo personalizzato, e soprattutto che la sua esclusività sia riconosciuta e rispettata dagli altri.

Per vincere la rabbia e il vuoto che la rabbia crea, bisogna dimenticare […]. E per dimenticare bisogna avere un rifugio dove assentarsi prima di ripartire.
GIAN LUCA FAVETTO, Premessa per un addio, Enne Enne Editore 2016

Non è detto neppure che il rifugio debba essere sempre lo stesso, e rispondere al modello consueto (quattro pareti, una scrivania, ecc …). Molto più spesso è un luogo mentale: oggi lo trovo in una carrozza del treno mentre mi concedo la lettura di un libro che mi appassiona, questa sera me lo ricaverò davanti alla tv, per guardare un film che aspettavo da tempo, giovedì sarà su un tappetino durante la seduta di yoga. Ogni mattina poi è rappresentato dall’uscita nel bosco sotto casa, dove porto il cane a scaricarsi.

Una cosa un po’ diversa sono invece i rifugi “storici”, quelli in cui un tempo i viandanti trovavano ristoro mentre viaggiavano da un luogo all’altro. Potevano essere situati lungo una antica via del sale, su un passo che tagliava la cresta di una montagna o in una foresta. In genere erano locali molto spartani, che offrivano poco più di un giaciglio al coperto. Oggi invece il mercato impone ai loro gestori una ristorazione di qualità, connessione internet adeguata, servizi inappuntabili, sempre però in un’aura di sobrietà, sia pure solamente apparente. Questo certamente non è il mio ideale di buen retiro.

Siamo costantemente iper-collegati alle responsabilità del nostro ruolo lavorativo, siamo immersi in una palude di relazioni virtuali che uniscono tutti, lasciando però ciascuno isolato nella sua “postazione”: ciò di cui abbiamo bisogno è “sconnetterci” dagli altri, per riapprezzare il lato buono della solitudine e per allontanarci dal brusio continuo della tecnologia.

Si, la solitudine. Si possono apprezzare veramente i vantaggi di un buen retiro solo quando lo si vive nel perfetto isolamento. Diversamente, non si sfugge alla tentazione di rientrare nella quotidianità, si perde il senso per il quale si è lì.

Il buen retiro non va però confuso con l’isola di Peter Pan: deve essere una situazione, un luogo, imperfetto, sempre migliorabile: deve tendere ad una idealità che rimanga però tale. La pace perfetta è solo quella eterna, e non è di questo che sto parlando.

Come dicevo prima, il buen retiro è per antonomasia un luogo tranquillo, appartato, dove fuggire da tutto, rimanere eclissati per il tempo necessario a rilassarsi, indagare, pensare, ricaricare il corpo e il cervello: e ciascuno naturalmente lo immagina a proprio modo e a propria misura.

Anch’io ho un mio luogo ideale, caratterizzato da uno stile sobrio ed essenziale che alluda ai principi giapponesi del wabi-sabi: semplicità, modestia, imperfezione e transitorietà. Quindi: una scrivania, una stufa, una libreria con i testi prediletti, un comodo divanoletto dove riposare o affondare. Pochi ammennicoli e orpelli –non importa se assurdi – che restituiscano il carattere del proprietario. Gli oggetti assumono un’eccezione esclusiva nella misura in cui lottano fra loro per poter qui esistere: per entrare nella stanza preferita devono essere utili (anche solamente nell’eccezioni simbolica), funzionali quanto belli. Qui la bellezza deve regale piacere al proprietario e non concedere nulla ai canoni visivi di eventuali visitatori. Wittgenstein riassume le armonie presenti in queste parole: “Etica ed estetica sono tutt’uno”.

Anche le scelte di illuminazione hanno un loro perché. Va bene la sobrietà, ma la corrente elettrica è indispensabile, non fosse altro per alimentare il portatile (o la piallatrice). La luce deve essere diffusa, senza risultare eccessiva. Quindi un paio di lampade, una da terra che diffonda luce indiretta e un’altra da tavolo che illumini ciò che stiamo facendo.

Non può mancare una finestra sul mondo esterno, che lo inquadri però senza creare distrazioni dal pensiero meditativo o dall’azione manuale.

Il mio buon retiro prevede poi il rispetto di una ritualità ben precisa, sia nel raggiungerlo che nei comportamenti da adottare al suo interno. Il percorso di avvicinamento carica infatti il luogo di desiderio, induce un’aspettativa forte che si scioglie solo quando si apre la porta.

Dopo aver raggiunto il rifugio, occorre modificare il nostro habitus mentale. Ciò che accade all’interno è parte costitutiva dello spazio, o meglio è la declinazione di quello spazio in una dimensione temporale. Sono gesti scanditi da una precisa tempistica, per sgombrare la mente e arieggiarla: si lascia fuori dell’uscio tutto il superfluo e il profano, si entra in un’area “sacra” .

Il rituale concerne anche la consumazione di cibo e bibite. In un rifugio spiritualmente “rigenerante” non è consigliabile pranzare: al massimo è concesso un spuntino quando l’appetito potrebbe disturbare il pensiero. Sorseggiare un bicchiere di porto o un buon the è preferibile al caffè, almeno per me. È nelle giornate più calde è ammesso persino il chinotto.

Nel rifugio il tempo stesso si concede una pausa: è più frammentato nei singoli ticchettii, è dilatato nella percezione e diventa esclusivo di colui che s’immerge in questo spazio fisico e mentale.

Non possono naturalmente mancare gli strumenti creativi, che si tratti di un portatile, di un taccuino, di penne o di pennelli, di tele, di colori, di morse e di sgorbie, di fornelli , di viti e di bulloni. Tutto ciò che invoglia ad evadere è ben accetto.

So solo che qui tutto è silenzio,
niente più assilli e costrizioni,
qui mi sento bene e posso stare in pace
poiché nessun tempo mi misura il tempo.
ROBERT WALSER, Poesie, Edizioni Casagrande 2000

La colonna sonora sarà dettata dal silenzio. Si può occasionalmente ascoltare musica, ma è da ricercarsi soprattutto il silenzio. Il suo raggiungimento è parte fondante del nostro luogo prediletto.

L’uomo libero possiede il tempo. L’uomo che controlla lo spazio è solo potente. Nelle città i minuti, le ore e gli anni sfuggono, sgorgano dalla piaga del tempo ferito. Nella capanna il tempo si acquieta, si accuccia ai vostri piedi come un vecchio cane ubbidiente. A un certo punto non vi accorgete nemmeno più della sua presenza. Sono libero perché lo sono i miei giorni.
SYLVAIN TESSON, Nelle foreste siberiane, Sellerio 2012

È opportuno anche sapere quando è il momento di staccare. Nel senso che dopo un po’, che lavori o che si riposi, il nostro cervello ha bisogno di rivolgersi ad altro,  magari ad attività opposte a quelle fino ad allora praticate: se scrivevo, ora spacco legna; se dipingevo ora cucino; se ero impegnato in un’attività manuale ora scrivo un verso. Oppure – questo va bene sempre – conviene uscire per una passeggiata nei paraggi.

La scelta dell’isolamento, sia pure temporaneo, può spaventare. Impone di essere totalmente seri e sinceri con se stessi, esige coerenza ed intransigenza nel resistere alla forte tentazione di connettersi con il mondo esterno, costringe a ridisegnare degli equilibri che escludono le certezze, vere o presunte, sulle quali fondiamo la nostra quotidianità. Credo che pochi siano attrezzati mentalmente a viverla senza disagio, con naturalezza. Per molti è solo l’ennesimo scotto da pagare alle mode.

Il buen retiro è infatti oggi sinonimo di lusso: in fondo implica la possibilità di sottrarre tempo al lavoro o alla vita di relazione per soddisfare un proprio intimo desiderio, e se la prima “opportunità” con questi chiari di luna sembra sempre più realistica, la seconda si allontana altrettanto velocemente.

Per la maggior parte, noi siamo più soli quando usciamo tra gli uomini che quando restiamo in camera nostra. 
HENRY DAVID THOREAU, Walden o Vita nei boschi, BIT 1995

Comunque, ad un certo punto, dobbiamo chiudere alle nostre spalle la porta (fisica o mentale) del rifugio per tornare nella nostra realtà. Se ciò non avvenisse sarebbe un’insopportabile sconfitta e il venir meno di tutto il senso dello stare là. Non avremmo fatto tesoro del tempo e dello spazio che ci siamo concessi. Mi viene alla mente Oriana Fallaci, che dopo anni vissuti in prima fila a raccontare le guerre del mondo si è rinchiusa in un appartamento di Manhattan, uscendone solo con un rabbioso pamphlet (La rabbia e l’orgoglio) contro il mondo arabo alcuni giorni dopo l’11 settembre 2001. Penso abbia perso una buona occasione per cercare di comprendere gesti così disperati (non di giustificarli, naturalmente).

È il mio rifugio, tutti ne hanno, ne dovrebbero avere uno. Un luogo, un ricordo, un pensiero, un sogno, un angolo di casa. Non importa. Un luogo tutto loro, che nascondono dentro sé e non mostrano quasi mai a nessuno. E se lo fanno è importante. 
LUCA VIDO, I contorni delle cose, Ellin Selae 1993

Il rifugio può diventare invece una finestra vera, non virtuale, su un mondo che a volte ci appare sbagliato e ostile, ma è l’unico nel quale ci è concesso di vivere. Quindi dovremmo approfittare del nostro ritiro volontario per sforzarci di capire, e progettare semmai un’opposizione ostinata ma fondata sulla convinzione che è sempre conveniente accogliere piuttosto che allontanare.

Il buen retiro è anche il luogo ideale dove morire. Come il gatto cerca un luogo nascosto per vivere in maniera dignitosa la propria fine –e glielo detta il suo istinto – anche noi vorremmo ricevere la visita della Vecchia Signora nel nostro luogo preferito, giocare l’ultima partita a scacchi con Lei, sorseggiare un ultimo the e poi uscire, consapevoli che quello spazio è in fondo tutto ciò che vorremmo che restasse di noi.

Ma senza di noi quello spazio non esiste, e se esiste non ha più significato: forse ci vorrebbe allora un bel falò, che bruciasse il buen retiro con il nostro corpo dentro.


 

Come è nato il Capanno

di Paolo Repetto, 28 settembre 2018

Credo che anche la storia del Capanno, come quella del logo, meriti di essere raccontata.

È andata così. Quando ancora erano in vita i miei genitori avevo l’abitudine di trascorrere tutte le sere, subito dopo cena, una mezzoretta con loro (abitavano al piano inferiore). Si commentava la giornata, si programmavano i lavori, a volte semplicemente seguivo assieme a loro il telegiornale. All’epoca (parlo di venticinque e passa anni fa) ero affetto da una sorta di compulsione a disegnare, cosa che mi portavo dietro sin dall’infanzia. Era probabilmente un modo per isolarmi dagli altri e per evadere nei miei mondi fantastici. Riempivo di immagini qualsiasi superfice cartacea bianca, in ogni occasione: da studente le fonti maggiori di ispirazione erano naturalmente le lezioni di chimica e fisica, o la lettura in classe dei Promessi sposi, da insegnante sono diventati i consigli di classe, i collegi dei docenti, i convegni, le conferenze e i corsi di aggiornamento. Ho consumato centinaia di block notes che oggi rimpiango di aver buttato, e riciclato fogli protocollo usati per metà che andavano poi a ruba tra gli studenti (forse cercavano immagini compromettenti). Ho anche attraversato periodi diversi, come Picasso, passando col tempo da battaglie molto stilizzate a studi di figure umane, e poi alla cartografia e alla paesaggistica montana, per approdare da ultimo (dopo vent’anni ininterrotti di lavori di edilizia per ristrutturare e ampliare il caseggiato in cui abito attualmente – e dove risiedono anche mio fratello e mio figlio, e nei mesi estivi cognata e nipoti con rispettive famiglie), alla fase del disegno architettonico. Sempre all’insegna di una sorta di “realismo magico”.

Questa lunga premessa per dire che una sera di tardo autunno, mentre conversavo con mio padre, buttai giù uno schizzo di ciò che avrebbe potuto uscire dal recupero del cascinotto semidiroccato posto a guardia dei vigneti. Per me si trattava solo di un gioco, tanto che avevo preso a modello una di quelle case della prateria che si vedono nei fumetti di Tex. Quando diedi la buonanotte non me ne ricordavo nemmeno più. Lo schizzo rimase sul tavolo.

Il giorno seguente, al rientro da scuola, incontro sulle scale mio padre, che mi informa di aver già parlato col tecnico comunale, e che questi mi attende per chiarimenti. Ci metto un po’ a capire di cosa sta parlando, ma quando finalmente realizzo mi fiondo in Comune per chiarire l’equivoco e scusarmi. Il tecnico, che è un mio coetaneo, si fa una risata; in effetti quando mio padre gli aveva mostrato il mio disegno e gli aveva detto: “Questo è il progetto” era rimasto interdetto, ma conoscendo il suo uomo non aveva osato contraddirlo. Ora però mi spiega che se per caso fossi veramente intenzionato a recuperare la vecchia costruzione, e magari ad ampliarla, dovrei farlo subito, perché dall’inizio del prossimo anno entreranno in vigore norme molto più restrittive. Insomma, finisce che il giorno dopo gli porto le misure e la pianta in scala di ciò che vorrei realizzare, lui ci mette una firma e la settimana successiva ho l’autorizzazione. Non posso più tirarmi indietro.

I lavori ebbero inizio nel febbraio del ’92, complice un inverno piuttosto mite. Arrivavo, come ho già detto, da vent’anni di ristrutturazioni e avevo contratto una sorta di malattia del cemento. Disponevo dell’attrezzatura essenziale, compresa una betoniera, e di un sacco di materiale di recupero (travi, assi, infissi, mattonelle, ecc …) frutto dei lavori di rifacimento del tetto e dell’ultimo piano della casa. Per il resto dovevo affidarmi solo alle mie braccia e alla mia testa. Nella costruzione non ha messo mano alcun altro, tranne l’idraulico e mio figlio in occasione della posa dei travi del tetto. Ci ho lavorato ininterrottamente (che significa tutti i pomeriggi nei giorni di scuola e sin dal mattino negli altri, feste comandate comprese) per dieci mesi, senza trascurare nel frattempo la cura dei vigneti. Nel suo piccolo è stata un’impresa titanica, e non mi imbarazza usare questo termine perché i problemi logistici da superare erano davvero enormi. Non ero collegato alla rete elettrica, i materiali da costruzione non mi arrivavano direttamente sul posto, ma dovevo andare a recuperarli col trattore sullo stradone, trecento metri prima, ecc …). Ognuno dei blocchetti di cemento usati per la parte aggiuntiva, ciascuna piastrella per il pavimento o ondulina per il tetto, tutti i coppi e le bacchette di ferro e le reti per le armature, mi sono passati per le mani almeno cinque o sei volte: alla fine ci davamo del tu.

Ho finalmente inaugurato il capanno a novembre, il giorno del mio quarantaquattresimo compleanno, con una cena offerta agli amici. Un paio di anni dopo, a seguito delle mie vicissitudini familiari e con la nascita dei Viandanti, le cene sarebbero diventate rituali. Ma questa è un’altra storia.

Quella del capanno si può chiudere invece con un aneddoto (autentico). Le mie consuete visite del dopocena continuarono naturalmente anche durante i lavori e dopo. Una sera, mentre la conversazione languiva davanti alle immagini della fine della prima repubblica, mi trovai a disegnare un castello sul modello di quello bavarese di Ludwig. Appena mia madre se ne accorse, senza darlo a vedere mi sottrasse il foglio e mi sussurrò: “Per carità, se lo vede tuo padre …”.

*** Un paio di ragguagli “tecnici”. Il capanno è situato quasi all’ingresso della Valle del Fabbro, un avvallamento semicircolare che guarda a sud-ovest, un tempo interamente coperto di vigneti di dolcetto e di moscato, oggi del tutto incolto. La parte alta della valle segue la cresta della collina che porta all’osservatorio astronomico e, con un giro ampio, a Casaleggio: quella bassa si restringe fino a chiudersi in bosco piuttosto scosceso, cresciuto ai bordi di un ritale che sfocia direttamente nel Piota.

Il capanno è situato a metà costa, su un piccolo pianoro, ed è diviso in tre parti. Nella prima, corrispondente al cascinotto preesistente, sono stati ricavati una cucina e un piccolissimo bagno con doccia. La parte nuova (una cinquantina di metri quadrati circa) è suddivisa equamente in una sala-refettorio-biblioteca (quattro grandi scaffalature accolgono i libri doppi e tripli, ma anche i 43 splendidi volumi di una Treccani intonsa della quale ho liberato un amico) e in un ripostiglio per attrezzi. Quest’anno, proprio recentemente, ho aggiunto una tettoia che darà ricovero al vecchio Pasquali. Dalla finestra della cucina si vedono le Alpi Cozie, è centrata proprio sul Monviso, dal bagno il Tobbio, dal lato settentrionale la Valle del Fabbro. Sarebbe più esatto dire si vedevano, perché le piante messe a dimora venticinque anni fa (roveri, due cedri, una betulla) sono cresciute al punto da escludere quasi da ogni lato la vista. Ma l’aspetto più importante è l’isolamento: per trovarlo occorre andarci apposta, e sapere con precisione dov’è. Di questi tempi la cosa costituisce una garanzia.

 

Rottamazioni

di Paolo Repetto, 2016

Ho demolito il capanno vecchio. Stava in bilico sulla scarpata che precipita nel bosco, e visto dal basso sembrava ormai una catapecchia da fiaba. L’avevamo costruito quasi cinquant’anni fa. Con mio fratello avevo trascinato per settimane in fondo al giardino, lungo il sentiero ripido, a spalle o con le carriole, materiali di ogni tipo. Decine di metri cubi di ghiaia e di misto per la base e per il muro di contenimento a monte, più i sacchi di cemento, poi i montanti e i travi di testa, ricavati da vecchi pali del telefono, infine il tavolame per la chiusura laterale e le tegole per il tetto. Un lavoro da bestie, ma affrontato con determinazione, e soprattutto in allegria.

Dal punto di vista logistico era un controsenso. Non si poteva accedervi con alcun mezzo che non fosse una carriola, era difficile e addirittura pericoloso da raggiungere in inverno, col sentiero ghiacciato o scivoloso; tutto doveva essere portato laggiù a braccia. Ma all’epoca la cosa non ci dava pensiero, eravamo abituati: anche nel vigneto, data la pendenza, ogni lavoro costava in genere doppia fatica. Quelle che invece non mancavano erano le destinazioni d’uso. Dovevamo in qualche modo rimpiazzare la stalla e il fienile, sacrificati nella quasi forzata cessione al vicino di una parte del terreno attorno casa. L’idea di partenza era di ricavare all’interno un comparto per i conigli ed uno per i maiali, oltre a una zona adibita a deposito di materiali vari e a fienile.

In effetti per qualche tempo fu utilizzato a quello scopo. Ho una foto di mio padre, ripreso di spalle dalla finestra dello studio, che scende al capanno in mezzo a cumuli enormi di neve, con le stampelle e reggendo il secchio del pastone per gli animali. E ho nella schiena il ricordo di quando, dopo l’uccisione di un maiale di oltre due quintali e mezzo, risalii per due volte il sentiero innevato, curvo ad ogni viaggio sotto una metà del suino, fino al locale destinato alla macellazione. O ancora, del giorno in cui, temendo per una malattia che aveva cominciato a colpire i conigli dei vicini e rischiava di infettare anche i nostri, li abbattemmo tutti e li scuoiammo immediatamente per poterli congelare. Erano quarantotto, io e mio padre lavorammo di coltello tutto il giorno.

Nel frattempo attorno al capanno erano fioriti i progetti più svariati. Avevo chiuso la zona a stalla con la tecnica del “fasciame sovrapposto”, un doppio rivestimento di travi usato per la chiglia delle prime navi transoceaniche. L’avevo dotata una magnifica mangiatoia, di scolatoi e di finestrelle a scorrimento per l’aerazione. Con due tubi di gomma interrati lungo il muro di cinta l’avevo allacciata all’acqua e all’elettricità. Insomma, senza false modestie, era un gioiellino, calda e senza spifferi in inverno, fresca d’estate: una reggia per qualsiasi animale. Io sognavo di ospitarci un mulo, di quelli svenduti all’epoca dall’esercito, che avrebbe dovuto accompagnarmi nei vagabondaggi sull’Appennino. Ma non se ne fece nulla. Ero preso da troppe altre cose, e mio padre, che ha sempre ragionato in termini molto pratici, ci teneva ai maiali.

Per un certo periodo una parte della costruzione fu utilizzata persino come laboratorio-officina da mio cognato, che aveva il pallino del fai da te e si ostinava a riadattare motori di vecchie vespe, calderine in disuso, ecc …, salvo poi scoraggiarsi e lasciare immancabilmente sul posto i rottami che aveva trascinato sin laggiù. A quell’epoca era comunque già iniziato l’abbandono. Dopo l’ecatombe e dopo aver mangiato conigli per sei mesi, in tutte le possibili salse e varianti di cottura, rinunciammo all’allevamento; di lì a poco lasciammo perdere anche i maiali. Il capanno divenne sempre più un antro ove stivare le cose vecchie e inutili, quelle che “un giorno, chissà, potrebbero servire”: anch’io, come mio padre, non mi sono mai convertito all’usa e getta. Si riempì quindi di lavandini in pietra, di vecchie finestre e persiane, di testiere di letti in ferro e relative griglie, telai e ruote di carri agricoli, pompe di aspirazione e tubi di gomma: tutte cose che andavano ad accumularsi sopra le gabbie vuote dei conigli o nella mangiatoia.

Col tempo la gran parte dello spazio divenne inaccessibile. Poi ebbe inizio anche il cedimento strutturale: il tetto, pressato dalla vegetazione di sambuchi e di acacie cresciuta nel frattempo tutto attorno, e soffocato da una coltre d’edera dal gambo grosso come un braccio, si arrese ad un paio di nevicate particolarmente pesanti: alcune travi laterali avevano ceduto, le file di tegole si reggevano per un po’ in bilico e precipitavano progressivamente di sotto. Negli ultimi anni era ormai diventato solo il ricetto di una torma di gatti dalla fertilità sorprendente, compensata per fortuna dall’opera di selezione delle faine. Ero rimasto l’unico che si azzardasse ad entrare ogni tanto, per recuperare una tavola o un vecchio attrezzo. La sua esistenza non aveva più alcun senso, ma sembrava anche impensabile, data la difficoltà ad accedervi, sgomberarlo.

A smuovere (letteralmente) la situazione sono arrivate lo scorso anno le grandi piogge, quelle devastanti alle quali ci stiamo abituando (in realtà, ci stiamo solo abituando a considerarle devastanti, da quando ogni temporale fa scattare il bollino rosso dell’emergenza). Dopo quattro giorni di acqua a dirotto l’ultima fascia del giardino è smottata scivolando verso il bosco, portandosi appresso la fognatura e lasciando alle spalle una voragine profonda otto o dieci metri. Lo smottamento ha lambito anche il capanno, che è rimasto in piedi solo perché ingabbiato dagli alberi cresciuti nella scarpata, ma che si è comunque mosso, frantumando in lastroni la base di cemento. A questo punto, per arginare il danno e ripristinare la fognatura, è diventato necessario svuotarlo e abbatterlo.

Il mio nuovo status di pensionato non mi lasciava scusanti. Così in primavera ho cominciato con calma a smantellare la struttura. Via prima le tegole, badando a recuperarle, poi il tavolame laterale e i pali. Quindi ho iniziato lo svuotamento. Ferro, legname, gomme d’auto, plastica. Ho dovuto trascinare nuovamente tutto su, lungo il sentiero, per poi smaltirlo. Ho impiegato oltre un mese, ma alla fine ce l’ho fatta, vincendo tutte le giustificatissime perplessità mie e altrui. Ho pagato anche un prezzo piuttosto salato, perché proprio l’ultimo giorno mi è saltato un tendine della spalla, e ora sono un mezzo invalido: ma al di là di questo sono orgoglioso del mio lavoro. In alcuni momenti è stato addirittura eccitante: mentre scoperchiavo il tetto reggendomi in precarissimo equilibrio sulle travi mezze marce, o mi trapassavo il piede con un chiodo arrugginito saltando su una tavola, liquidando poi la cosa con una bestemmia, un po’ d’acqua e un bendaggio di fortuna, ho ritrovato lo spirito dei vent’anni, ho rinverdito per un attimo quel mito di invulnerabilità che avevo costruito con tanta cura da finire per crederci io stesso. Confesso però che quando ho iniziato non sapevo proprio come avrei potuto arrivare in fondo.

L’ultimissimo atto, la cancellazione definitiva, si è svolto oggi, a distanza di sei mesi, con la rimozione delle lastre di cemento, frantumate e poi sepolte alla base della nuova scarpata. Ho dovuto far aprire una strada in mezzo al bosco da uno scavatore, per rintracciare sotto la terra smossa la fognatura centrale, riallacciarmi e prevenire con una barriera a secco ulteriori smottamenti. Ed è lì che ho davvero elaborato il lutto. A vedere smuovere dalla benna quelle lastre spesse trenta centimetri, che rivelavano un sottostante fondo di ghiaia altrettanto spesso, sono riandato ai giorni nei quali il capanno lo edificavamo. Non ho recuperato solo il ricordo: ho rivissuto le sensazioni, i pensieri, i progetti. Nei giorni precedenti, mentre dopo tanto tempo lavoravo nuovamente fianco a fianco con mio fratello, ero stato ripreso da quella sensazione euforizzante che mi ha sempre aiutato ad affrontare i lavori più pesanti. Ma oggi non è più la stessa cosa. L’eccitazione ha lasciato il posto ad uno strano sfinimento morale.

È vero, abbiamo eretto una barriera che non sarà più duratura del bronzo, ma verrà senz’altro vista da almeno quattro o cinque generazioni a venire. Questo però lo pensavo anche al momento in cui costruivamo il capanno, e ho fatto in tempo invece a constatare come la natura prima o poi (in questo caso molto prima) si riprenda il suo spazio e inghiotta le opere degli uomini. È una consapevolezza che non dovrebbe coglierci impreparati, e tuttavia quando sei intento ad alzare muri o a gettare le fondamenta della tua vita non ti passa nemmeno per il capo, per fortuna. È quando vedi quei muri sgretolarsi e quelle fondamenta sollevarsi che tutto diventa maledettamente chiaro. Siamo qui per un caso, e spendiamo tutta la vita a cercare di dimenticarlo.

Per questo ci affanniamo a lasciare traccia. Mi rendo conto che su questa faccenda delle opere avevo sempre fatto molto affidamento per il mio lascito al futuro. Di quelle materiali, dell’aver messo a dimora centinaia di piante, spianato pendii, aperto strade, innalzato muri, costruito case, e il tutto senza quasi mai avvalermi degli ausili della moderna tecnologia, lavorando di braccia e di cervello; ma anche, sotto sotto, di quelle di pensiero. Ora so invece quanto tutto questo sia volatile. So di non essere invulnerabile, e di non essere immortale, in nessun senso.

Lo sapevo anche prima, certo: ma mi piaceva vivere “come se” così fosse. Mi piaceva mettermi alla prova, a volte anche sfidare la sorte. Per quanto stupido, una volta tutto questo aveva un senso: anche quando non cambiava nulla nella mia vita, il superamento della prova mi rafforzava nell’illusione che volendolo veramente avrei potuto cambiare, avrei potuto scegliere il mio futuro. Ora che il futuro non ce n’è più, sarebbe davvero solo stupido.

Comincio a sentirmi come il capanno. Travature che progressivamente cedono, basamenti che si sfaldano, l’edera della stanchezza che ti invade e ti soffoca: e dentro, un sacco di rottami ammucchiati, altrettanti progetti e speranze arrugginiti, che davvero sembrano appartenere ad un altro mondo e ad altri tempi.

Mi consola un fatto. Nello smantellare il capanno ho salvato ancora parecchie cose, tegole, tavolame, ferri, impalcature. Alcune le ho addirittura già riutilizzate: al posto del capanno c’è ora lo scheletro di un pergolato, che aspetta solo di essere arrembato dal glicine o dall’uva spina. Altre le lascio a chi verrà dopo di me, a supportare o a suggerire eventuali nuovi progetti. Magari assieme a tutti i miei libri. Forse né io né il vecchio capanno spariremo del tutto.