Come è nato il Capanno

di Paolo Repetto, 28 settembre 2018

Credo che anche la storia del Capanno, come quella del logo, meriti di essere raccontata.

È andata così. Quando ancora erano in vita i miei genitori avevo l’abitudine di trascorrere tutte le sere, subito dopo cena, una mezzoretta con loro (abitavano al piano inferiore). Si commentava la giornata, si programmavano i lavori, a volte semplicemente seguivo assieme a loro il telegiornale. All’epoca (parlo di venticinque e passa anni fa) ero affetto da una sorta di compulsione a disegnare, cosa che mi portavo dietro sin dall’infanzia. Era probabilmente un modo per isolarmi dagli altri e per evadere nei miei mondi fantastici. Riempivo di immagini qualsiasi superfice cartacea bianca, in ogni occasione: da studente le fonti maggiori di ispirazione erano naturalmente le lezioni di chimica e fisica, o la lettura in classe dei Promessi sposi, da insegnante sono diventati i consigli di classe, i collegi dei docenti, i convegni, le conferenze e i corsi di aggiornamento. Ho consumato centinaia di block notes che oggi rimpiango di aver buttato, e riciclato fogli protocollo usati per metà che andavano poi a ruba tra gli studenti (forse cercavano immagini compromettenti). Ho anche attraversato periodi diversi, come Picasso, passando col tempo da battaglie molto stilizzate a studi di figure umane, e poi alla cartografia e alla paesaggistica montana, per approdare da ultimo (dopo vent’anni ininterrotti di lavori di edilizia per ristrutturare e ampliare il caseggiato in cui abito attualmente – e dove risiedono anche mio fratello e mio figlio, e nei mesi estivi cognata e nipoti con rispettive famiglie), alla fase del disegno architettonico. Sempre all’insegna di una sorta di “realismo magico”.

Questa lunga premessa per dire che una sera di tardo autunno, mentre conversavo con mio padre, buttai giù uno schizzo di ciò che avrebbe potuto uscire dal recupero del cascinotto semidiroccato posto a guardia dei vigneti. Per me si trattava solo di un gioco, tanto che avevo preso a modello una di quelle case della prateria che si vedono nei fumetti di Tex. Quando diedi la buonanotte non me ne ricordavo nemmeno più. Lo schizzo rimase sul tavolo.

Il giorno seguente, al rientro da scuola, incontro sulle scale mio padre, che mi informa di aver già parlato col tecnico comunale, e che questi mi attende per chiarimenti. Ci metto un po’ a capire di cosa sta parlando, ma quando finalmente realizzo mi fiondo in Comune per chiarire l’equivoco e scusarmi. Il tecnico, che è un mio coetaneo, si fa una risata; in effetti quando mio padre gli aveva mostrato il mio disegno e gli aveva detto: “Questo è il progetto” era rimasto interdetto, ma conoscendo il suo uomo non aveva osato contraddirlo. Ora però mi spiega che se per caso fossi veramente intenzionato a recuperare la vecchia costruzione, e magari ad ampliarla, dovrei farlo subito, perché dall’inizio del prossimo anno entreranno in vigore norme molto più restrittive. Insomma, finisce che il giorno dopo gli porto le misure e la pianta in scala di ciò che vorrei realizzare, lui ci mette una firma e la settimana successiva ho l’autorizzazione. Non posso più tirarmi indietro.

I lavori ebbero inizio nel febbraio del ’92, complice un inverno piuttosto mite. Arrivavo, come ho già detto, da vent’anni di ristrutturazioni e avevo contratto una sorta di malattia del cemento. Disponevo dell’attrezzatura essenziale, compresa una betoniera, e di un sacco di materiale di recupero (travi, assi, infissi, mattonelle, ecc …) frutto dei lavori di rifacimento del tetto e dell’ultimo piano della casa. Per il resto dovevo affidarmi solo alle mie braccia e alla mia testa. Nella costruzione non ha messo mano alcun altro, tranne l’idraulico e mio figlio in occasione della posa dei travi del tetto. Ci ho lavorato ininterrottamente (che significa tutti i pomeriggi nei giorni di scuola e sin dal mattino negli altri, feste comandate comprese) per dieci mesi, senza trascurare nel frattempo la cura dei vigneti. Nel suo piccolo è stata un’impresa titanica, e non mi imbarazza usare questo termine perché i problemi logistici da superare erano davvero enormi. Non ero collegato alla rete elettrica, i materiali da costruzione non mi arrivavano direttamente sul posto, ma dovevo andare a recuperarli col trattore sullo stradone, trecento metri prima, ecc …). Ognuno dei blocchetti di cemento usati per la parte aggiuntiva, ciascuna piastrella per il pavimento o ondulina per il tetto, tutti i coppi e le bacchette di ferro e le reti per le armature, mi sono passati per le mani almeno cinque o sei volte: alla fine ci davamo del tu.

Ho finalmente inaugurato il capanno a novembre, il giorno del mio quarantaquattresimo compleanno, con una cena offerta agli amici. Un paio di anni dopo, a seguito delle mie vicissitudini familiari e con la nascita dei Viandanti, le cene sarebbero diventate rituali. Ma questa è un’altra storia.

Quella del capanno si può chiudere invece con un aneddoto (autentico). Le mie consuete visite del dopocena continuarono naturalmente anche durante i lavori e dopo. Una sera, mentre la conversazione languiva davanti alle immagini della fine della prima repubblica, mi trovai a disegnare un castello sul modello di quello bavarese di Ludwig. Appena mia madre se ne accorse, senza darlo a vedere mi sottrasse il foglio e mi sussurrò: “Per carità, se lo vede tuo padre …”.

*** Un paio di ragguagli “tecnici”. Il capanno è situato quasi all’ingresso della Valle del Fabbro, un avvallamento semicircolare che guarda a sud-ovest, un tempo interamente coperto di vigneti di dolcetto e di moscato, oggi del tutto incolto. La parte alta della valle segue la cresta della collina che porta all’osservatorio astronomico e, con un giro ampio, a Casaleggio: quella bassa si restringe fino a chiudersi in bosco piuttosto scosceso, cresciuto ai bordi di un ritale che sfocia direttamente nel Piota.

Il capanno è situato a metà costa, su un piccolo pianoro, ed è diviso in tre parti. Nella prima, corrispondente al cascinotto preesistente, sono stati ricavati una cucina e un piccolissimo bagno con doccia. La parte nuova (una cinquantina di metri quadrati circa) è suddivisa equamente in una sala-refettorio-biblioteca (quattro grandi scaffalature accolgono i libri doppi e tripli, ma anche i 43 splendidi volumi di una Treccani intonsa della quale ho liberato un amico) e in un ripostiglio per attrezzi. Quest’anno, proprio recentemente, ho aggiunto una tettoia che darà ricovero al vecchio Pasquali. Dalla finestra della cucina si vedono le Alpi Cozie, è centrata proprio sul Monviso, dal bagno il Tobbio, dal lato settentrionale la Valle del Fabbro. Sarebbe più esatto dire si vedevano, perché le piante messe a dimora venticinque anni fa (roveri, due cedri, una betulla) sono cresciute al punto da escludere quasi da ogni lato la vista. Ma l’aspetto più importante è l’isolamento: per trovarlo occorre andarci apposta, e sapere con precisione dov’è. Di questi tempi la cosa costituisce una garanzia.

 

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