Desco, lesina e martello

Mio padre e i calzolai radicali

di Paolo Repetto, 2010

Un breve saggio di Eric Hobsbawm, contenuto in “Uncommon people” (il titolo della raccolta – volutamente antitetico a Very Important Person – è già un invito), parla dei “calzolai radicali”.

Hobsbawm analizza la composizione sociale dei gruppi radicali sette-ottocenteschi, guardando in particolare alle provenienze professionali, e constata che la categoria più sovente e più massicciamente rappresentata è quella dei calzolai. Porta esempi tratti dalla storia sociale di tutto l’occidente, e arriva infine alla logica domanda: come si spiega questa propensione al radicalismo in una specifica categoria artigiana?

La risposta è variamente articolata. Va innanzitutto preso in considerazione un dato relativo al livello di cultura. La professione di calzolaio era esercitata in condizioni che favorivano la riflessione e agevolavano l’acquisizione culturale, per diversi motivi: perché era autonoma, perché si svolgeva prevalentemente in solitudine, perché fino all’ottocento era spesso itinerante e consentiva di contattare e conoscere ambienti diversi, offrendo occasioni di discutere e di imparare.

Un altro fattore potrebbe essere legato alla dimensione fisica del lavoro. Il mestiere era spesso abbracciato più per l’assenza di possibili alternative che per libera scelta: erano numerosissimi i calzolai zoppi o storpi, inadatti quindi ad attività più pesanti, che presupponessero una integrità fisica. Era quindi un mestiere relativamente meno faticoso rispetto sia alle attività agricole che a quelle industriali, che concedeva pause e tempi dettati in autonomia e consentiva di intrattenere conversazioni durante il lavoro.

La stessa inabilità fisica costituiva poi lo stimolo alla ricerca di una compensazione sul piano culturale, come accade per tutti coloro che per motivi fisici o per retaggi storici sono svantaggiati. In tal senso i calzolai potrebbero essere apparentati agli ebrei, anche questi non a caso sempre in prima linea nei movimenti radicali.

Hobsbawm cita molti calzolai che si sono distinti sul piano culturale, dai religiosi eterodossi come Jacob Böhme e George Fox fino a diversi attivisti anarchici, e documenta un particolare rapporto tra i calzolai e i libri, spiegabile anch’esso in varie maniere: ad esempio, col fatto che era possibile a chi esercitava la professione da ambulante portarseli dietro di paese in paese, perché l’ingombro e il peso dei ferri del mestiere erano relativamente limitati.

Quella che ne esce è comunque l’immagine che del calzolaio dovevano avere nell’ottocento i suoi contemporanei: un personaggio un po’ bizzarro, pensatore e anticonformista, nei confronti delle cui “velleità” culturali si esercitava spesso l’ironia tanto delle classi colte che del popolino analfabeta, ma che godeva comunque, almeno presso quest’ultimo, di un certo credito intellettuale.

Hobsbawm sottolinea poi un’altra cosa. I calzolai radicali raramente risultano inquadrati in qualche formazione politica. Analizzando la composizione del partito comunista tedesco al termine della prima guerra mondiale non ne trova nemmeno uno, mentre sono largamente rappresentate altre categorie artigianali. Appaiono piuttosto legati agli ambienti anarchici o socialrivoluzionari, si improvvisano capipopolo nelle sommosse rurali, ma tendono a sparire quando le redini della dissidenza sociale passano alle organizzazioni sindacali e partitiche: sono insomma, proprio per la natura del loro lavoro, degli anarchici individualisti.

Storicamente – scrive Hobsbawm – essi appartengono all’epoca dell’officina e del laboratorio artigiano, geograficamente alla cittadina, al quartiere e, soprattutto, al villaggio piuttosto che a quella della fabbrica e della metropoli”. Dice anche che “[…] il calzolaio non è totalmente scomparso … esiste ancora in alcune località, non da ultimo per spronare i giovani a perseguire ideali di libertà, uguaglianza e fraternità”. Cosa che era vera all’epoca della stesura del saggio, mezzo secolo fa, ma non lo è più certamente oggi. Mentre è verissimo ciò che aggiunge in chiusura: “Che egli rimanga o meno o meno un fenomeno significativo nella vita politica della gente comune, le ha comunque reso un buon servizio”. Certamente.

Sono figlio di un calzolaio, zoppo e radicale.

Mio padre aveva perso la gamba destra a tredici anni, per un’infezione degenerata in cancrena. Aveva subìto in pochi mesi tre successive amputazioni, l’ultima delle quali gli aveva lasciato solo un moncherino all’attaccatura dell’anca e una vita senza orizzonti. Malgrado fosse arrivato a pesare trenta chili, e fosse considerato spacciato dagli stessi medici, si riprese. Era molto determinato. Si abituò a muoversi con le stampelle e poi anche senza, a balzelloni. A vent’anni superava salite con una pendenza al 12% su una bicicletta a scatto fisso, e giocava a pallapugno.

Appena aveva potuto mettersi in piedi era stato accolto come apprendista presso un artigiano locale: nella sua situazione, non poteva essere che un ciabattino. All’origine del mestiere non c’era dunque alcuna vocazione, semplicemente non c’era scelta: e infatti appena fu in grado di acquistare un pezzo di terra tornò alla sua vera passione, l’agricoltura, anche se fino a più di sessant’anni continuò a tenere bottega, lavorando al desco la sera. Tuttavia seppe interpretare bene questa necessità, divenne abile e veloce, e per un certo periodo arrivò ad avere lui stesso degli apprendisti e degli aiutanti.

Forse fu proprio il senso di costrizione a fare di lui un radicale sui generis, poco politico e molto filosofo: ma di fatto il mestiere ne fece un radicale. In questo senso, nella disgrazia fu fortunato (lui stesso lo affermava sovente). Svolse l’apprendistato presso una famiglia tutto sommato benestante, almeno per i parametri del tempo: il figlio dell’anziano ciabattino gestiva un negozio di alimentari e fungeva anche da edicolante e da postino, il vecchio e mio padre vivevano con la sua famiglia. Poteva quindi mangiare bene, era rispettato, leggeva i giornali: tutte cose, queste, che a casa non avrebbe senz’altro avuto. Mio nonno era un grande lavoratore, un uomo profondamente onesto, abile in tanti mestieri, ma del tutto analfabeta, ed era tornato da quattro anni di trincea quasi completamente sordo e come spezzato dentro. Gli piacevano il vino e il lavoro, era apprezzato, ma non aveva amici, non parlava quasi mai, nemmeno con mia nonna, non frequentava il bar ed era a disagio in mezzo alla gente. Mi ha sempre dato l’impressione di una grande solitudine, peraltro vissuta senza creare problemi agli altri. Ricordo di aver lavorato fianco a fianco con lui, in campagna, per giornate intere, senza scambiare una parola: ma ricordo anche che non ce n’era bisogno, in qualche strano modo eravamo in sintonia.

In un ambiente di questo genere probabilmente mio padre avrebbe resistito poco, perché il carattere era comunque quello; ma la disgrazia lo trascinò fuori e gli fece intravvedere altre prospettive. Da un lato c’era la necessità di riscattare una condizione individuale di inferiorità, tanto più sentita in una società e in un’epoca nella quale sembrava tutti dovessero andare di corsa, con i gerarchi in testa. Dall’altro premeva la voglia di uscire da una condizione sociale che sembrava condannare i figli dei contadini a ripetere la vita dei genitori e a trasmetterla a loro volta ai propri figli.

A vent’anni quindi mio padre si era messo in proprio. Non c’era bisogno di grossi capitali: un deschetto, quattro attrezzi, suola e pellami, un buco dove lavorare all’asciutto. Aveva scansato la guerra fuori d’Italia e aveva attraversato quasi indenne anche quella civile, continuando a lavorare. Proprio dall’alto della sua oggettiva situazione di svantaggio, che ribaltava subito dimostrando, pur senza alcuna esibizione, che si muoveva più veloce di te e reggeva pesi che tu ti sognavi, e per la peculiarità del suo lavoro, che lo metteva a quotidiano contatto con un sacco di gente, aveva imparato a trattare con tutti senza tante riverenze, tedeschi, camicie nere e partigiani compresi. Anche da vecchio aveva il coraggio un po’ incosciente di chi ha già pagato il biglietto in ingresso alla natura, e non intende farsi negare i suoi diritti. Durante questo periodo ne aveva comunque viste di tutti i colori, era stato un riferimento per i cittadini che si arrischiavano a salire da Genova alla ricerca di un po’ di farina, aveva passato qualche dritta e sistemato qualche scarpone ai ribelli. Aveva acquistato sicurezza e fiducia in se stesso, si era messo ulteriormente alla prova e ne era uscito vincente. Tanto da sentirsi pronto ad assumere la responsabilità di una famiglia.

Ho ricordi piuttosto vaghi di mio padre calzolaio puro. Risalgono alla prima metà degli anni cinquanta, ad un buco di bottega dove il sole non batteva mai direttamente, con una vetrinetta ricavata nel secondo battente di una porta stretta. Ricordo anche qualche lavorante, ma sono cose davvero nebulose, e per quello che mi sovviene non amavo molto quel posto. Nemmeno mio padre, del resto. Appena si presentò l’occasione acquistò un altro buco un po’ più grande, con una cucina, una saletta e un bagno ricavati nel retro. A quel punto però aveva già preso anche un vigneto e stava dedicandogli un tempo sempre maggiore. In negozio rimaneva durante il giorno mia madre, mio padre non faceva quasi più le scarpe da lavoro, da ciabattino era diventato “commerciante”, comprava qualche paio di pantofole o di stivali e li rivendeva. Eppure negli anni a cavallo dei sessanta quel negozio divenne una grande scuola di radicalismo.

Anche se il suo interesse principale era ormai il vigneto, la sera, nei giorni di pioggia e in inverno mio padre continuava a riparare scarpe, a volte a confezionare “brocchini” per i montanari che scendevano da Capanne. In quelle sere o in quei giorni in bottega non c’erano mai meno di quattro o cinque persone, alcuni anziani habitué e poi tutta la gioventù locale. Mio padre era un grande affabulatore, ha sempre affascinato la gente, i suoi clienti del vino, i miei amici, i vicini in campagna: ricordo un elettricista in pensione che ci rifece gratis tutto l’impianto elettrico in cantina, pur di godere della sua compagnia. Sapeva conferire alle cose un’epicità naturale. Nel suo linguaggio tutto si dilatava, l’erba medica alta tre metri, gli starnuti che staccavano pareti di roccia, le medaglie di guerra grandi come coperchi di stufa: ma tutto era ugualmente realistico e filtrato da una costante ironia (d’altra parte l’ironia è il principale ingrediente dell’epicità). I suoi giudizi, i modi di dire, i soprannomi che appioppava diventavano letteratura orale: ma senza che mai ci fosse il minimo sospetto di un atteggiamento da guru o da maestro. Gli era naturale, e il fatto che ricordassimo e citassimo certe sue battute lo irritava un po’. Stupidaggini, diceva.

Ma la sua popolarità non era legata solo all’arguzia e al gusto dell’esagerazione. Ho conosciuto maestri di questa disciplina, compreso il sommo Osvaldo, capaci di raccontare palle enormi senza infastidirti, anzi, lasciandoti secco per lo stile. La particolarità di mio padre è che non raccontava mai storie: quello che narrava era tutto vero, e di sé poi non millantava nulla, sulla sua vita era piuttosto riservato, anche quando lo incalzavamo con le domande. Disprezzava i contaballe e li cucinava alla sua maniera speciale: li assecondava fino a farli diventare patetici, li metteva alla berlina senza che neppure se ne accorgessero. In questo gioco era micidiale. Secondo la distinzione pirandelliana non era un comico, ma un umorista. Giocava sui paradossi del reale, li portava all’estremo, sino a sdrammatizzarli, senza però mai piegarli alla ricerca di una risata fine a se stessa. Con i paradossi diceva quello che pensava. Magari le faceva fare dei giri strani, perché non gli piaceva offendere, ma alla fine quella che tirava fuori era la verità. E la gente lo sapeva, e per questo un po’ lo temeva, o meglio temeva di non piacergli: ma lo amava.

Sopra ho accennato all’elettricista: c’erano medici valdostani, ingegneri di Genova o imprenditori lombardi, anziani villeggianti, contadini scorbutici, che facevano un giro dalle parti della vigna, o in cortile, quando pensavano di trovarlo. E i miei colleghi, e persino i miei allievi, andavano pazzi per lui. A volte lo osservavo, negli ultimissimi anni, quando si piazzava con la sedia a rotelle in cortile. Ogni passante si affacciava a salutarlo, magari entrava un minuto, e poi lo vedevi uscire ridendo. Venivano con l’intenzione di sentire una battuta, gli davano il là, ed erano subito accontentati. Altri invece, che magari attraversavano momenti di difficoltà, si mettevano a sedere mesti vicino a lui, e di lì a poco si rialzavano rasserenati.

Mi rendo conto che sembra che parli di Padre Pio, ma era davvero così. Avrebbe trasmesso ottimismo sul futuro ad un ergastolano. Con lui nessuno poteva trincerarsi dietro l’alibi di sfortune o disgrazie. Glielo smontava subito.

Ma il radicalismo? Arriva anche quello.

Ho conosciuto un vasto campionario di calzolai radicali. A Mornese c’era ad esempio Nanini, zoppo anche lui, già apprendista nella nostra bottega, poi segretario e unico iscritto al partito comunista in un paese che vantava la più alta percentuale di santi, di suore, di democristiani e di imboscati nel pubblico impiego di tutta l’Italia settentrionale. Mio padre gli voleva bene, ma lo considerava un illuso. Io ammiravo la sua ostinazione, anche se oggi mi rendo conto di quanto fosse patetica, e magari anche funzionale ad una finta immagine di democraticità, per un luogo dove di democratico e di trasparente c’era ben poco. A Montaldeo c’era invece Pinin, che i compaesani chiamavano “u prufessù”, con un po’ di sarcasmo e tuttavia con rispetto; leggeva molto e conservava i libri in bottega, dove teneva banco come mio padre, ma con toni decisamente più seri. Pinin era forse il più vicino al modello delineato da Hobsbawm: non so quali occasioni di resistenza o di militanza concreta abbia avuto, ma senz’altro non era un “allineato” come Nanini. Era comunista, ma nutriva un profondo disprezzo per gli attivisti e per gli arrivisti del partito.

Mio padre non somigliava né all’uno né all’altro, né ad alcuno di quelli che ho incontrato all’epoca e dopo. Aveva superato le distinzioni tra destra e sinistra cinquant’anni prima di Gaber e di Fini. Aveva conosciuto i fascisti prima della guerra e i comunisti della tarda primavera dopo (lui stesso era stato per un breve periodo iscritto al partito), e ne aveva una considerazione poco diversa: la differenza era che tra i fanatici della destra vedeva solo mascalzoni, tra quelli della sinistra anche qualche sprovveduto, del quale riconosceva e ammirava almeno l’onestà (mi ha raccontato cento volte del suo amico Poldo, sindaco comunista dei primi anni cinquanta, senza un soldo e con tre figli, che aveva sdegnosamente rifiutato una regalìa in parmigiano da parte di un commerciante: assicurava che se fosse capitato a lui avrebbe accettato il parmigiano, ma il gesto lo aveva evidentemente colpito).

Pesava gli uomini, non le idee. Voleva concretezza. Aveva visto (e sofferto) da bambino tanta di quella fame che non poteva non apprezzare quelli che si davano da fare per uscirne: ma sapeva distinguere tra i farabutti e la gente in gamba. Detestava chi si lamentava, chi elemosinava, chi viveva della sola rivendicazione di diritti. I diritti non si chiedono, si conquistano. Lui l’aveva fatto, era riuscito a farsi considerare normale partendo da una situazione di svantaggio. È comprensibile che fosse scarsamente tollerante con chi, fisicamente abile, osasse lamentarsi. Era per una cultura del dovere (da qualcuno avrò preso), ma pronto a difendere sino alla morte quanto riteneva di essersi guadagnato.

Questo semplice ma concreto insegnamento passava senza alcun bisogno di comizi e di prediche nelle animate e spassosissime conversazioni serali: era un lento e continuo lavorio di erosione dell’autoritarismo familiare, dell’arroganza degli arricchiti, della presunzione degli acculturati, dei pregiudizi sociali o familiari. Qualsiasi imperatore sarebbe uscito nudo da quella bottega. Mio padre era impagabile nel cogliere un vezzo, nell’imitare un tono di voce o un modo di parlare, ed era impietoso nel lasciar cadere queste cose in mezzo al discorso, senza per questo dare l’impressione di rifare il verso a qualcuno. Gli era sufficiente una battuta per sgonfiare qualsiasi eccesso di autoconsiderazione.

Ricordo un nostro vicino, uno di quei personaggi pignoli, lamentosi e al tempo stesso pieni di sé (una volte mi disse: ricordati che quello che ti dico io è vangelo), padre-padrone di un ragazzo decisamente intelligente ma succube, destinato nei suoi disegni, come ultimogenito maschio, a rimanere in famiglia per badare alla vecchiaia degli anziani e condurre il vigneto degli avi, un pezzo di terra precariamente appeso ad una collina dirupata. Il vicino venne un giorno a concionare in bottega, dove erano riuniti una decina di coetanei di suo figlio, dispensando le verità della sua lunga esperienza e suffragandole con l’autorevolezza di chi avrebbe lasciato in eredità al figlio il suo bravo pezzo di terra, per il quale si attendeva riconoscenza eterna. “Non lo lascio al vento – disse ai ragazzi accovacciati lungo gli scaffali delle pareti o appollaiati sulle due panche – avrà la Campanera”. Al che mio padre, che ne aveva le scatole piene, chiosò: “Si, e se vorrà liberarsene dovrà tirare uno schiaffo a qualcuno e farsela mangiare in tribunale, perché non ci sarà altro modo.” Non ho più rivisto il vicino in bottega, e la Campanera dopo qualche anno è scesa nel ritale sottostante.

Il messaggio passava. I giovani si sentivano autorizzati a sottrarsi alla servitù della gleba che in qualche forma ancora sopravviveva nel secondo dopoguerra nelle nostre campagne, alla riverenza dovuta ai quei due o tre grossi possidenti terrieri dei quali i loro genitori erano fittavoli, alle ipocrisie dettate dalla chiesa o alla paura costante del pettegolezzo. Chi parlava loro, e chi soprattutto li ascoltava e li trattava come pari, era un uomo dal linguaggio immaginifico e dai formidabili bicipiti, che voleva offrire ai figli quella possibilità di scelta che a lui era stata negata, e intanto la faceva scorgere anche agli altri. E voleva che fosse davvero un’occasione, non un riscatto per interposta persona: da lui non mi è mai venuta alcuna pressione, negli studi o nella vita. Ha sempre rispettato sino in fondo le mie scelte, anche quando dentro sé non le condivideva. Una volta mi disse, dopo aver parlato con alcuni dei miei allievi: “Solo adesso capisco perché tu abbia voluto insegnare, e sono contento che lo abbia fatto.” Ma a mio zio, che gli chiedeva perché mi avesse lasciato scegliere il liceo invece che studi tecnici o economici, aveva risposto: “Perché in quelli non c’è futuro: al massimo potrebbe diventare un industriale o un presidente della repubblica”.

D’altro canto, lui stesso era un insegnante nato, di quelli veri e rarissimi che ti rimangono nel cuore. Lo era nel metodo e nella sostanza. Nella bottega vigeva una sorta di codice non scritto, sul quale vigilava mia madre, per cui non ho mai sentito pronunciare una bestemmia o una volgarità, o diffondere una maldicenza: ma c’era poi una incredibile libertà di affrontare qualsiasi tema, dalla politica alla sessualità, purché in tono scherzoso e senza isterismi. Con questo stile ogni battaglia per le libertà civili, dal divorzio al diritto di famiglia, a casa del ciabattino era già stata vinta: questo lo sapevano tutti, e anche i più incarogniti quando varcavano quella soglia si adeguavano alle regole.

Io me ne stavo in genere a studiare in cucina, e tuttavia non perdevo una battuta, perché la porta era sempre socchiusa: oppure mi rannicchiavo in un angolo della bottega col libro aperto, fingendo di leggere, e anche quel poco su cui ogni tanto riuscivo a concentrarmi lo assorbivo già filtrato da quella scuola di pensiero. In un pomeriggio prenatalizio di neve, quando ancora ero alle elementari, mio cugino mi chiese cosa stessi leggendo: “È Storia – risposi, tutto orgoglioso – Dice che nella primavera del duecentottanta avanti cristo i Galli invasero l’Italia”. “Hanno avuto fortuna – commentò mio padre – Fossero arrivati in questo periodo finivano tutti in pentola”. Se ho amato tanto la storia, dopo, credo di doverlo anche a lui.

Era un radicale? Dipende da quel che si chiede ad un radicale. Certo non avrebbe mai fatto lo sciopero della fame, e neppure avrebbe praticato una resistenza non violenta: erano comportamenti in netto contrasto col suo modo di pensare, soprattutto il primo. Forse gli calzerebbe meglio il termine “illuminista”. Aveva il culto della razionalità, dileggiava ogni forma di superstizione, da quelle popolari a quella ufficiale, religiosa. Il suo resoconto di una visita fatta ad un praticone dal quale lo aveva trascinato mia zia era un pezzo da antologia dello humor. Eppure ha convissuto per più di mezzo secolo con una moglie intelligente e per certi versi più colta di lui, ma tendenzialmente bigotta, tollerandone le convinzioni e le manie religiose. Naturalmente non le faceva mancare la sua salacia sulle ipocrisie di certi comportamenti, sulle guerre a coltello all’interno delle confraternite, sui misteri della fede e sulla furbizie di coloro che ci speculano sopra: ma il dibattito era condotto, almeno da lui, sempre in forma ironica e corretta, e questo lo faceva già in partenza uscire vincitore.

Certo, non era tenero nemmeno con le ideologie. Quando a vent’anni cercai di dare vita, assieme a qualche contadino di sinistra, ad una cooperativa per le vendite e per gli acquisti, mi mise in guardia contro l’inaffidabilità della solidarietà tra poveri, ed ebbe puntualmente ragione. Ma fu intanto il più attivo a promuovere la battaglia sui prezzi dell’uva. Quello che non gli piaceva erano le iniziative ideologizzate, intraprese sotto una bandiera. Il giorno in cui un vicino di campagna finì all’ospedale per un infortunio mi disse semplicemente: “Domani si va da Gillo”, e organizzò in un’ora le squadre per zappare la vigna del poveraccio. Mi resi conto allora di quanto contasse non lo spirito di solidarietà contadina, ma la sua autorevolezza: nessuno si tirò indietro, perché sapevano che il giorno successivo sarebbe stato il primo ad arrivare e che su una gamba sola avrebbe zappato più terra di chiunque altro su due.

Non accettava poi l’idealizzazione del passato. Una volta gli rinfacciai che tutto sommato all’epoca della sua giovinezza si viveva meglio, c’era più fame ma c’era anche più serenità, più moralità. Mi guardò un attimo e disse: “ Credi? Se vuoi ti faccio un quadro della vita di questo paese cinquant’anni fa, famiglia per famiglia, cominciando da sotto il castello, risalendo lungo il paese e spingendomi fino ai cascinali.” Quando arrivò alla terza famiglia avevo già capito tutto, e gli chiesi scusa.

Era un cosmopolita. Non teneva libri in bottega, non ne possedeva e non aveva tempo per leggerli, ma si soffermava appena possibile sulle pagine degli esteri dei giornali (quelle di politica interna lo disgustavano). Amava la geografia mondiale, conosceva tutti i paesi del mondo, i popoli e le città principali. La preferiva alla storia “perché – mi diceva – quella dipende da chi la racconta, mentre la geografia parla di realtà concrete”. A pensarci bene, questa preferenza, assieme a quella per la storia naturale, è tipica del pensiero anarchico (Kropotkhin, ad esempio, o Eliseo Rèclus), mentre la storia politica e quella economica sono privilegiate da quello socialista, dagli eredi di Hegel. Mio padre comunque non si sarebbe mai staccato dalla sua terra. L’unica volta che riuscii a portarlo a Sondrio, da mio fratello, mentre percorrevamo la tangenziale di Milano mi disse: “Sto vedendo la fine del mondo”.

Allo stesso modo era affascinato dalla scienza, esultava per ogni ricaduta tecnologica positiva per l’umanità, anche se poi, per quanto lo riguardava, non intendeva avvalersene. Non volle mai, ad esempio, farsi fare un moderno arto artificiale, e continuò a costruirsi da solo le stampelle con legno di castagno. Senza aver mai sentito parlare di Jonas aveva maturato per conto proprio un’etica della responsabilità, molto pragmatica ma non per questo meno cogente. E non aveva atteso il WWF per prendere coscienza del problema ecologico e affrontarlo, alla sua maniera e nel piccolo della sua terra: le centinaia di piante messe a dimora ed innestate rimangono a testimoniarlo.

Aveva un particolare rapporto con il denaro. Non gli importava accumularlo, era riuscito a tirare avanti con tre figli e a mandarli a scuola vivendo giorno per giorno come i passeri, e non aveva bisogno d’altro. L’unica volta che aveva messo da parte qualcosa si era preso una fregatura dalla banca, e l’aveva accettata con filosofia, come una lezione. “Non penserai che stiano lì per far la guardia ai nostri soldi”, mi aveva spiegato. Ragionava invece in termini di “credito morale”. Regalava volentieri bottiglie di vino e frutta, perché era orgoglioso della sua produzione e perché, sosteneva, quello che regali ti ritorna moltiplicato. Non era una concezione evangelica, per lui, ma una strategia pubblicitaria: anche se sospetto che in realtà giocasse soprattutto il piacere di dimostrare che poteva permetterselo. È pur vero, tuttavia, che le riparazioni gratis ai miei amici più indigenti, o i cestini di pesche e le due bottiglie per Natale agli anziani, non erano in funzione né dell’immagine né di un ritorno di vendite.

Non aveva infine il minimo pregiudizio razziale, anzi, pensava che mescolare sangue diverso avrebbe migliorato la specie. Era uno spasso sentirlo decantare negli anni sessanta ai suoi giovani devoti ascoltatori le virtù delle donne meridionali, e descrivere il tipo di famiglia che sarebbe uscito dagli incroci. Ed era altrettanto spassoso vederlo conversare, in un dialetto animato che non teneva conto di alcuna barriera linguistica, e quindi le superava tutte di slancio, con i ragazzi e le ragazze di varie etnie e colori che cominciarono a frequentare casa nostra appena io e mio fratello ci aprimmo al mondo. Era felicissimo di quelle tavolate variopinte, e più felici ancora erano quelli che quasi increduli le frequentavano. Un po’ meno mia madre, che doveva preparare pranzi e cene per tutti (ma anche lei sotto sotto ci godeva, perché era una cuoca eccezionale, e la sua fama si è diffusa nel mondo).

Mi fermo qui, perché mi accorgo di aver dato la stura a un panegirico che rischia di diventare, oltre che noioso, poco credibile. Mio padre non era certo privo di difetti: era ipercinetico, vedeva possibilità e necessità di interventi migliorativi dovunque, e poi era testardo come un mulo. Quando si cacciava in testa un’idea doveva portarla in fondo a tutti i costi: ma se ne assumeva in prima persona i rischi e le responsabilità, salvo naturalmente coinvolgerti in un sottile ricatto che iniziava invariabilmente con: “Non ho bisogno, mi arrangio da solo.”

Quello che ti fregava era il sapere che lo avrebbe fatto davvero anche da solo.

C’entra qualcosa tutto questo con il lavoro di Hobsbawm? Ripeto, dipende da cosa intendiamo per calzolai radicali. Io i sintomi li ho riconosciuti tutti, e credo che rapportati ad un’epoca e ad una situazione diversa parlino comunque di un radicalismo, magari scettico e disincantato rispetto a qualsiasi ipotesi di riscossa collettiva, ma concretamente applicato nei rapporti quotidiani, sociali e familiari. Mio padre era certamente un calzolaio, anche se fisicamente, a parte la gamba, corrispondeva poco all’icona un po’ sfigata del sovversivo da bottega. Ed era talmente radicale da non poter aspettare la società giusta ventura: non gli importava nulla del socialismo scientifico o di attese messianiche, voleva vivere bene subito, e aveva capito che questo tipo di vita te lo guadagni giorno per giorno, non ti è assicurato da nessuna forma di governo, da nessun modello sociale, da nessuna chiesa o da nessun partito. Te lo devi creare, e poi lo devi difendere. Per farlo devi dare spazio anche ai sogni degli altri o alle loro manie, purché non siano oggettivamente dannosi; tener conto che esistono purtroppo gli zotici, i prepotenti, i boriosi, e che non sono pochi; ma sapere che non ce n’è uno che non possa essere seppellito dal tempo e da una risata intelligente.

Il suo era un radicalismo un po’ aristocratico, se posso usare il termine nella sua accezione più pura: quello di chi, a dispetto delle apparenze, se lo può permettere, e ne ha una tale coscienza da non pretendere che gli altri lo condividano. Per questo mio padre non riponeva un’eccessiva fiducia nella democrazia, nella quale c’è sempre un rischio più che concreto di essere governati da bande di ruffiani o da maggioranze di cretini (la prima e la seconda repubblica in una sola immagine); ma sapeva per esperienza che non esistono alternative, se non quella di essere oppressi da un cretino solo, e ha continuato a votare ad ogni consultazione, per più di mezzo secolo, senza tapparsi il naso, senza fissarsi su un simbolo, cercando semplicemente di nobilitare il gesto a dispetto della miseria dei suoi esiti.

Credo proprio che se Hobsbawm lo avesse conosciuto lo avrebbe citato tra i protagonisti esemplari del suo saggio. Anzi, a pensarci bene, lo ha fatto comunque: e gliene sono grato.

 

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