Fuori garanzia

di Paolo Repetto, dicembre 2017, da sguardistorti n. 01 – gennaio 2018

La settimana scorsa mi sono recato al magazzino di Media Word per far riparare un elettrodomestico in garanzia. Naturalmente non ero riuscito a rintracciare lo scontrino d’acquisto – era già molto che avessi ancora l’elettrodomestico – quindi le speranze di sistemarlo gratis erano decisamente poche. E invece è accaduto il miracolo. Essendo titolare di una tessera, attraverso la matricola sono riusciti a recuperare il giorno d’acquisto e a rifarmi lo scontrino che avvalora la garanzia. Non sono stati veloci come i CSI di New York, che da un ritaglio d’unghia risalgono in trenta secondi all’identità di un assassino, ma insomma, in poco più di un quarto d’ora hanno risolto il problema. Anche perché poi l’elettrodomestico non era guasto: avevo solo attivato contemporaneamente due funzioni incompatibili (si chiedono ancora oggi come ci sia riuscito), mandando in confusione la centralina. Sono uscito comunque contento, perché probabilmente senza garanzia il costo della consulenza sarebbe stato superiore al valore dell’oggetto, acquistato in un’offerta lancio di quelle epocali. Ma ero anche un po’ inquieto, senza capirne il perché. Una volta a casa, e cessato l’effetto della soddisfazione, l’inquietudine è aumentata, mano a mano che ne capivo l’origine. Avevo appena avuto l’ennesima riprova di quanto siamo ormai invischiati nella rete di controllo.

È ancora vivo lo scandalo scoppiato negli USA per le rivelazioni di un militare che ha mostrato come un terzo della popolazione sia soggetto ad un controllo costante e capillare (non so se sia ancora vivo anche il militare). Lo scandalo a mio giudizio sta piuttosto nel fatto che ci si meravigli, che si finga di non averlo mai saputo. In un paese dove senza la carta di credito puoi morire di fame in un supermercato e senza tessera sanitaria puoi crepare dissanguato sui gradini di un ospedale, e dove ogni negozio, da Tiffany alla pizzeria, ti rilascia una tessera a punti, mi sembra difficile non avere il sospetto che la propria vita sia come una vaschetta per pesci rossi, senza il minimo cono d’ombra. E non è certo lo spionaggio governativo quello più efficiente e capillare.

Sto parlando dell’America, ma quel paese è ormai quasi tutto il mondo, compresa l’Italia, sia pure con un leggero ritardo che stiamo velocemente recuperando. Il conto è facile. Siamo sessanta milioni, ma i telefoni portatili in circolazione sono circa ottanta milioni. Lasciando fuori gli infanti, Mirco Marchelli e gli ultracentenari possiamo calcolare che ogni italiano possieda in media un telefonino e mezzo. Ora, il cellulare lascia una traccia ben precisa dei movimenti di chi lo usa, anche quando è spento: è come se ciascuno di noi muovendosi disegnasse una mappa con tanto di coordinate. E non sto parlando del pericolo che vengano intercettate le conversazioni, del quale sinceramente mi importerebbe ben poco, al di là del fatto che continuo a confidare nella approssimazione e nell’incompetenza di chi dovrebbe farlo. Mi riferisco solo al fatto che i movimenti sono tracciati.

In realtà ogni nostra azione produce migliaia di input informativi. Il tom tom, i rilevatori di velocità, le telecamere dei parcheggi e i caselli autostradali raccontano i nostri viaggi, mentre le timbratrici e varie specie di auditel certificano i tempi morti (soprattutto quelli di lavoro). Se paghiamo con la carta di credito rimane traccia di ogni nostro acquisto, e quindi del nostro tenore quantitativo e qualitativo di vita. Se strisciamo le carte fedeltà la mappa si arricchisce e si colora di tutte le nostre preferenze: vengono fuori la dieta, i vizi più o meno innocenti, le debolezze. Se acquistiamo delle medicine o fruiamo di prestazioni mediche, cosa che si può fare solo con la tessera sanitaria, ci sottoponiamo ad un check up ininterrotto, e dichiariamo il nostro stato di salute ad assicuratori, datori di lavoro, consulenti matrimoniali. Tra qualche anno, col sequenziamento del DNA, non avranno più nemmeno bisogno di fare tutta questo fatica. Ma già oggi sono sul mercato dei microprocessori sottocutanei che monitorano costantemente le funzioni vitali e trasmettono i referti ad una centrale di controllo. Tempo qualche anno diverranno obbligatori, come le scatole nere sulle automobili: e con ogni probabilità potranno ricevere anche input in ingresso. Esattamente come previsto cinquant’anni fa da Bruno Bozzetto in Vip, mio fratello superuomo.

Chi è in possesso di questi dati (e sappiamo che praticamente sono disponibili per chiunque, anche quando in teoria sono classificati sensibili e dovrebbero essere tutelati) può incrociarli e ricavarne una radiografia completa della nostra personalità: ad esempio, se siamo conservatori (io vado da trent’anni dallo stesso dentista, dallo stesso parrucchiere e dallo stesso benzinaio, e da cinquanta acquisto solo auto della Fiat) innovatori o gregari, se ci affezioniamo ad un prodotto o cerchiamo la novità, o invece corriamo dietro a ogni offerta. Ma anche senza andare troppo sul sofisticato, i dati più comuni, quelli che compaiono sulla carta d’identità, data di nascita, peso, altezza, stato civile, segni particolari, attivano un’attenzione asfissiante. Dopo la mia visita a Media Word ho cominciato a ricevere per telefono e nella posta elettronica promozioni di stimolatori cerebrali e integratori per la memoria, che vanno ad aggiungersi a quelle di apparecchi acustici e montascale comparse con sempre maggior frequenza dopo il compimento dei sessantacinque anni. Aspetto ora di veder comparire quelle dei pannoloni o delle dentiere.

Questo concerne solo le informazioni che ci vengono carpite più o meno a nostra insaputa. Perché la mecca è invece rappresentata dai social network. Quello che il meccanismo di controllo rileva in modo sommario siamo poi noi a dettagliarlo spontaneamente. Milioni di persone sembrano non aver di meglio da fare che raccontare la loro vita in diretta, candidandosi a ricatti, blandizie e fregature.

Queste cose le sappiamo tutti, ma ci comportiamo tranquillamente come non le sapessimo. E almeno fino ad un certo punto è un atteggiamento comprensibile. In fondo il controllo sociale è sempre esistito: prima delle telecamere c’erano le comari, prima dei social c’erano la piazza e i confessionali. Quanto al tenore di vita e agli acquisti non erano necessarie tessere a punti per renderli visibili. Sono però cambiate le modalità e la forza pervasiva. Il controllo è diventato capillare, non basta più cambiare paese o continente per eluderlo, e allora ci rassegniamo e ci adeguiamo. Eppure, squarci improvvisi di consapevolezza come quello arrivato a me lasciano il segno.

L’inquietudine infatti non se ne è andata. Ho cominciato a innervosirmi per le mail, che continuano ad arrivare malgrado tutti i filtri attivati, a sussultare ogni volta che squilla il telefono, a evitare, se appena possibile, i percorsi autostradali, a pagare solo in contanti. Sto variando anche le abitudini alimentari, per depistare gli invii di degustazioni, e non ho esaurito un buono libri per la Feltrinelli che è lì da mesi e che una volta avrei bruciato in due giorni. Mi sono persino accorto che quando arrivo in un luogo nuovo guardo attorno nervosamente, per individuare eventuali telecamere di sorveglianza. Prima o poi finirò arrestato per atteggiamento sospetto. Insomma, sono stato sfiorato dalla sindrome del complotto, e se non fosse intervenuto qualcosa di nuovo avrei finito per votare cinque stelle.

Per fortuna gli squarci viaggiano a volte anche nella direzione opposta: una cosa banalissima può aprirti ad una angosciante rivelazione, ma una altrettanto banale può aiutarti a reggere quest’ultima e ad ammorbidirla. Così è capitato a me. Ieri sera stavo distrattamente seguendo il telegiornale. Era appena terminata una trasmissione dalla quale avevo appreso che Lenin è morto nel 1951 e che il Danubio sfocia nel mar Baltico, per cui, sapendo che si possono costruire ordigni artigianali con della semplice farina, stavo valutando se fosse il caso di usare o meno il Bimby per miscelarla meglio. Ad un certo punto, dopo la sfilata delle esternazioni di tutto lo schieramento politico, passa la notizia dell’arresto di una gang mafiosa sulla quale le indagini e le intercettazioni erano in corso da cinque anni. Nulla di diverso dal solito, ma nel mio stato di infastidita allerta un campanellino ha squillato. Cinque anni? Con tutti i cellulari, le carte di credito, le tessere-punti che costoro avranno usato, le telecamere in funzione ovunque giorno e notte e i tabulati bancari, i catasti digitalizzati e i controlli incrociati, ci sono voluti cinque anni per incastrare quattro delinquenti che si raccontavano addirittura su Facebook. Ma non era finita. La notizia successiva riguardava un caso di malasanità che se non fosse tragico parrebbe tolto da un film di Totò: ad un malcapitato è stata amputata la gamba sbagliata. Immagino che prima di arrivare sul tavolo operatorio sarà stato sottoposto a decine di esami e radiografie, che la storia della sua gamba malata fosse narrata in centinaia di pagine di referti. Gli hanno tagliata l’altra.

Ho spento il televisore. Ma, cessati l’orrore e lo sgomento iniziali, ho cominciato a combinare tutti quei segnali, grandi e piccoli. Erano indubbiamente allarmanti, eppure su di me hanno avuto un effetto rassicurante. Ho avuto per un attimo perfettamente chiaro il quadro, pauroso ma anche miserabile, della cialtroneria nella quale siamo immersi: e ho realizzato che per quanto capillare sia il controllo e vasta la messe dei dati disponibili, l’imponderabilità dell’agire umano rimane sempre il fattore decisivo. La rete ha delle falle. Ci saranno sempre idioti che per negligenza, per ignoranza, per interesse o per cattiveria pura (esiste anche questa, alla faccia di tutte le teorie sull’origine ambientale dei nostri comportamenti) vanificheranno ogni incrocio di dati, ogni aspettativa di “normalizzazione”. È stato così sempre, e non è affatto scontato che la nuova pervasività del controllo riesca ad eliminare i difetti di funzionamento. In Italia poi, è proprio fuori discussione. È anche vero che gli imbecilli sono di norma funzionali al sistema, che anzi ci campa sopra: ma lo sono fino a quando hanno comportamenti prevedibili, quelli in fondo tollerati o addirittura indotti dal sistema stesso. Se appena vanno un po’ oltre, salta tutto.

Questa, soprattutto per chi è in attesa di essere operato, è una soddisfazione piuttosto magra. È solo però la faccia brutta della medaglia, anche se è l’unica che si vede, come accade per la luna. A volerla immaginare (con una buona dose di fantasia e di ottimismo) ce n’è anche un’altra: se il sistema è vulnerabile dalla non prevedibilità, possono evitare il cablaggio integrale tutti coloro che accettano lo sforzo e la responsabilità di pensare con la propria testa. So che è una tautologia, ma è meno banale di quanto sembri, perché c’è di mezzo lo sforzo, ed è una cosa cui non siamo più molto abituati (soprattutto a quello intellettuale).

Voglio dire, in parole povere, che non basta fare gli strani o gli antagonisti o i barboni per sfuggire alla rete. Bisogna avere in testa una direzione alternativa: ma sia per individuarla che per seguirla occorre dotarsi degli strumenti giusti e di mappe credibili. Al centro di controllo non importa come arrivi dove ti vuol mandare, ma che ci arrivi comunque, e i margini apparenti di libertà che può concederti nella scelta dei modi e dei mezzi sono amplissimi. Il rifiuto, la ribellione e la protesta generiche e generalizzate gli fanno un baffo, sono posizioni assolutamente sterili e spettacolari, buone giusto per l’apertura del telegiornale o per il dibattito che segue. Se ti autoelimini gli risparmi una fatica, se ti spettacolarizzi fai esattamente il suo gioco. Quello che gli crea inciampo è invece l’autonomia di pensiero, e questa la si difende solo attraverso la conoscenza. Parrebbe del tutto scontato, lo avevano capito già duemilacinquecento anni fa i primi filosofi greci, ma oggi, dopo un secolo di sospetti e di attacchi contro ogni forma di sapere razionale e “borghese”, il concetto non va più di moda.

Pensare con sforzo non significa essere un po’ ritardati ma, al contrario, cercare di capire, di indagare, di conoscere con la propria testa, rifiutando le pappe precotte che ci vengono quotidianamente imbandite dalla mensa del sistema, anche (e soprattutto) quelle travestite da ricette alternative o esotiche. E significa poi essere conseguenti con quanto si è capito.

Gli ultimi esami del sangue mi hanno confermato ciò che sospettavo da tempo: non sono allergico a pollini o farine di alcun tipo, ma ad ogni manifestazione di ignoranza. Che è poi un problema, perché questo tipo di allergia non ha una cadenza stagionale e non si può mitigare cambiando alimentazione, ma neppure evitando le autostrade o spegnendo il cellulare. Si può farlo solo adottando una sana e rigida intolleranza nei confronti dell’analfabetismo storico ed etico, della cafonaggine, della becera arroganza degli incompetenti. Naturalmente ciò equivale quasi ad isolarsi o a girare con la mascherina come i giapponesi, perché l’ignoranza non sta nel non conoscere qualcosa, ma nel parlare di cose che non si conoscono: e se un tempo c’era un pudore “intellettuale” che frenava, c’era la paura di dire stupidaggini e di fare delle figuracce, oggi questi tabù sono caduti e tutti viaggiano a ruota libera, fornendo al sistema nuova e crescente energia. Ci sono anche i rischi di effetti collaterali, come in ogni terapia o regime salutistico, e vanno dall’esasperazione del problema alla perdita di elasticità mentale, o alla miopia nell’autovalutazione: ma vale la pena correrli. Non esistono alternative o cure omeopatiche.

Un atteggiamento totalmente conseguente non sposterà il mondo di un millimetro, ma cambierà almeno il mio modo di sentirmi nel mondo. Mi eviterà di perdere tempo con gente che vuole deviare il corso del Danubio e che fa sopravvivere Lenin (in stato semi-vegetativo?) fino al secondo dopoguerra, ma anche, e soprattutto, con chi lo crede vivo ancora oggi, con chi vede complotti massonici e plutogiudaici da ogni parte e con i piazzisti che cercano di vendermi merce politica, culturale, artistica contraffatta. Mentre sto scrivendo queste cose, alla radio (prima rete) sta passando una composizione di Luigi Nono (anno 1964, vendemmia epocale) dedicata al fronte di liberazione vietnamita, considerata tra le sue opere più importanti: gli strumenti sono lastre di rame sfregate con chiodi, immagino arrugginiti, e nastri magnetici, come quelli che avevo io nel Geloso, fatti scorrere manualmente per produrre sibili e scricchiolii. Ci sono anche voci che intervengono a sacramentare in sette o otto lingue diverse in perfetto stile brechtiano, oltre a quella del curatore dell’evento che spiega diligentemente cosa cavolo sta accadendo e perché sia tanto importante. Credo che la cosa andrà avanti per un’ora: non lo so, non mi interessa, perché ho tacitato immediatamente la radio, dicendo tra me e me: “Ma per favore!”

Compiendo questo gesto non sono scomparso dagli schermi radar e non mi sono sottratto alle promozioni e al controllo: ma alla soggezione nei confronti dei falsi idoli del teatrino contemporaneo, a quella si. La prossima mossa però sarà chiudere alla veloce, prima di scoprirmi a mia volta cialtrone e allergico a me stesso. Perché queste incompatibilità non le sistemano nemmeno a Media Word: non rientrano nella garanzia.


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