Dall’Appennino alle Ande

Taccuini di viaggio: l’America Australe

Perù 1998 – Argentina 2005

di Stefano Gandolfi, foto originali di Augusta Galelli e Stefano Gandolfi, 30 gennaio 2018, vedi l’Album

Foto originali di Augusta Galelli e Stefano Gandolfi. Testi di Stefano Gandolfi

Un tentativo di spiegare perché si viaggia

Dall'Appennino alle AndeOK partiamo dall’inizio, che potrebbe anche essere la fine e non cambierebbe molto, se è vero che per scoprire l’America puoi dirigerti verso ovest o verso est indifferentemente … perché poi quello che conta è quella maledetta malattia che uno si porta dentro per tutta la vita, inguaribile e probabilmente poco curabile (e male); quell’inquietudine, come diceva Bruce Chatwin, che ti attanaglia dopo troppo tempo passato nello stesso luogo, quel desiderio di partire e di conoscere posti nuovi, vedere volti sconosciuti, cercare il senso della vita in circostanze che ad altre persone creano fastidio e magari anche repulsione, quali il dormire in un altro letto, il non mangiare ciò a cui sei abituato nella patria del buon cibo, lo stare per forza in stretto contatto con persone con le quali abitualmente non ti verrebbe nemmeno voglia di scambiare una parola ma che ti ritrovi lì fianco a fianco sull’aereo o sulla jeep, su un pulmino o lungo un percorso di trekking; e poi mille altre cose, la fatica, il caldo, il freddo, i disagi materiali, gli imprevisti, il doversi adattare a situazioni che dovrebbero farti rimpiangere l’ordinarietà della vita quotidiana: ma forse è proprio da questo che si vuole fuggire, forse perché fin dalle origini del genere umano è stata sancita la separazione delle “carriere”, da una parte i cacciatori/raccoglitori e dall’altra i coltivatori/allevatori; da una parte i nomadi, dall’altra gli stanziali. E probabilmente ognuno di noi ha scritto nel suo DNA a quale delle due categorie appartiene.

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2015 Bolivia, Quetena Chica:
comoda cameretta senza luce ne acqua a 4250 metri, ai piedi del Volcan Uturuncu

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aereo, Stefano e Augusta 2008:
interminabile viaggio per il Nepal via Bangkok, 24 ore di volo prigionieri in un non-luogo surreale, sognando le montagne himalayane

Per un volo in Sudamerica o in Himalaya si può impiegare anche un giorno intero; uno scalo tecnico o l’attesa di una coincidenza possono essere per molte ore l’evento più memorabile, Il tempo sembra cristallizzato in una giornata interminabile e lo scorrere delle ore sull’orologio sembra avere perso ogni significato in assenza di eventi che lo scandiscano. Anche l’organismo si adatta a questa apatia da vita sospesa e si pensa con un senso di distacco e di irrealtà ad un evento “fisico” quale un duro trekking in montagna, al freddo, la fatica, il vento, la fame come antidoto a questa specie di anestesia.

Perché sopportare tutto questo? Per scattare qualche foto da mostrare agli amici? Per vantarti poi in ufficio o sul posto di lavoro? Qualcuno forse anche sì, i cacciatori di visti sul passaporto,  i recordmen del numero di nazioni indipendenti visitate (che cuccagna lo smembramento dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia!), ma non è di loro che sto parlando, c’è qualcos’altro che ha fare con il ricordo, con la memoria, con il bene più prezioso e forse unico che si possiede, cioè l’integrità mentale e cerebrale: si può parlare di esperienza, di acquisizioni, di fatti vissuti, di emozioni, idee, conoscenza (“fatti non foste per viver come bruti …”) e di  quanto poi ci sforziamo di fare per mantenere integro tutto ciò (“i miei occhi hanno visto cose…”).

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2005 Argentina, Patagonia, direzione Terra del Fuoco:
perdersi nel nulla nell’attesa di arrivare alla fine del mondo

Ma cosa si vuole vedere e ricordare? Possibilmente tutto, perché vai in un posto magari una sola volta nella vita, e non vorresti perdere nulla, tralasciare nulla. non vorresti nemmeno dormire e mangiare per non sprecare tempo; ma non puoi e devi fare i conti con innumerevoli compromessi, con il tempo a disposizione, con le esigenze dei compagni di viaggio, con gli orari degli spostamenti, con le prenotazioni degli alberghi e dei voli; e anche se sei da solo quello che guadagni in libertà di movimento lo sacrifichi con tempi più dilatati e problemi logistici e di organizzazione del viaggio.

E appena ti fermi di più in un luogo che meriterebbe da solo la visita, si crea immediatamente la necessità di ripartire per rispettare i tempi, e ti chiedi se sia giusto così, se poi alla fine non sia tutto vano, se non ti riduci a fare il turista superficiale, che vede una spruzzata di tutto e non si sofferma su niente: forse che non merita di definirsi un vero viaggiatore colui che, arrivato in un posto lontanissimo, non decide di fermarsi lì e di non muoversi per chissà quanto tempo fino a che non ne avrà esplorato ogni piccolissimo e remoto angolo e non avrà conosciuto e parlato a lungo con i suoi abitanti? Deve considerarsi meno viaggiatore del cacciatore di visti sul passaporto? Chi conosce meglio il mondo, colui che entra in sintonia con un piccolo e nascosto paese o colui che è stato ovunque e può raccontare aneddoti di ogni suo viaggio ma senza penetrare nel cuore di nulla?

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2016 Sudafrica, Kruger National Park:
l’emozione di un incontro fugace che da solo vale il viaggio

Lo si affronterà tante volte in seguito in tanti altri viaggi, l’eterno, irrisolvibile conflitto tra l’esigenza psicologica della libertà dei tempi del vero viaggiatore e la tirannia del tempo a disposizione che insieme alla smania, all’irrequietudine del volere vedere, toccare più posti possibile ti obbliga sempre a un circolo vizioso di compromessi: è il paradosso della condizione umana dell’uomo moderno, sempre più ricco materialmente ma sempre meno libero di possedere la vera ricchezza, ovvero la possibilità di essere padrone del proprio tempo e di viverlo senza limiti, senza ferie che stanno per finire, senza il ritorno alle convenzioni, agli obblighi, alle responsabilità della cosiddetta persona “adulta”.

Un eterno, frustrante “coitus interruptus”, una fuga psicologica abortita prima ancora che ci si possa credere veramente e che si possano godere i benefici del vero strappo brutale, totale dal mondo tanto amato e tanto odiato e dal quale solo pochi coraggiosi riescono alla fine a distaccarsi. Ad un costo altissimo, certo, ma nulla è a costo zero, e tanto meno le cose più preziose.

Ed alla fine una consapevolezza: che non esiste scritto, fotografia, disegno, video che valga il ricordo che ti porti dentro. E’ solo quello che riesci a far entrare nel tuo DNA che determina il livello qualitativo del viaggio, non certo l’appartenenza alla tribù dei viaggiatori “Avventure nel mondo” piuttosto che di una agenzia più convenzionale.

E come diceva un saggio apache, “tutto ciò che vedi, ricordalo, perché tutto ciò che dimentichi, ritorna a volare nel vento”.

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2016 Nepal, Nuwakot:
nelle baracche di lamiera con i bambini della scuola distrutta dal terremoto

 

Perù 1998: perché andarci?

Dall'Appennino alle Ande (7)Forse per ogni viaggio basta un solo luogo, un edificio, una presenza umana o animale, una reminiscenza letteraria, musicale o cinematografica per giustificare la partenza, questo può valere per il Taj Mahal in India, per il Potala a Lhasa in Tibet, per Capo Nord in Norvegia o Capo di Buona Speranza in Sudafrica, il delta dell’Okavango in Botswana, i gorilla di montagna in Uganda e Ruanda, la patagonia di Chatwin, Sepulveda e Mutis, la “Mia Africa”  per il Kenya, la struggente colonna sonora di E. Morricone di “Mission” per Iguazù fra Argentina e Brasile, e poi si potrebbe passare una notte intera a collegare decine e decine di film, libri, canzoni, poesie ad ogni località meritevole di un viaggio. Per il Perù non ci sono dubbi, è stata la mitica, leggendaria Machu Picchu ad averci dato lo spunto per il nostro primo grande viaggio extraeuropeo.

Dall'Appennino alle Ande (6)Machu Picchu, certo, valeva il viaggio; ma ben prima di arrivare all’antica capitale perduta degli Inca, ci siamo resi conto dell’immediato impatto emotivo e anche fisico che ci accompagnava in questa scoperta del mondo e che non ci avrebbe mai più abbandonato, come un virus che si annida nel sistema nervoso e si slatentizza ad intervalli regolari; e per favore, se esiste un vaccino, tenevetelo!  A Lima si va al museo archeologico che ci regala una straordinaria testimonianza delle grandi civiltà autoctone pre-colombiane spazzate via in pochi decenni dai “colonizzatori” spagnoli nel nome del Dio cristiano.

Si esce dalla capitale lentamente, faticosamente, dopo aver visto per la prima volta l’oceano Pacifico (qui lo chiamano semplicemente “il mare”); attraversiamo per alcuni chilometri i “pueblos juvenes” che sono, molto più brutalmente, le favelas che giustificano i sette milioni di abitanti di Lima.

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Machu Picchu al tramonto un lama contempla con immutato stupore
la maestosità dell’antica capitale degli Incas

Finisce Lima, iniziamo il viaggio su una delle strade più mitiche del mondo, la Carretera Panamericana Sur. Subito l’impatto con la natura violenta, monotona ma sempre un po’diversa dei grandi spazi: a destra l’oceano, a sinistra il deserto costiero. All’inizio non ci si fa quasi caso poi irrompe nel paesaggio, è il deserto più arido del mondo, piove mediamente trenta minuti ogni due anni. Si vola su un piccolo aeroplano giocattolo sulle linee di Nazca, dove si percepisce la grande cultura astronomica e l’ingegno degli antichi popoli autoctoni,. Si vola da Arequipa a Puno, 3900 metri di quota sul lago Titicaca, si fa amicizia con il  “soroche”, il mal di montagna e si comincia a bere a profusione il mate e a masticare pallottole di foglie di coca, come fanno i locali pere combattere l’ipossia e la fatica della vita in condizioni estreme.

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nelle saline incaiche di Maras, a 3000 metri di quota, un contadino ingaggia ogni giorno la sua lotta per la sopravvivenza estraendo il salgemma dal suo piccolo appezzamento

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capanne su isole di canne fango e detriti “galleggianti” sulle acque del lago Titicaca

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in volo radente sopra le linee di Nazca, con spericolate acrobazie
del pilota per avere buone prospettive

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Cordillera Vicabamba, colture di riso, patate e cereali a 4000 metri di quota

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Pisac, vita di strada, vita vissuta sulle strada

Si viaggia verso Cuzco con il Ferrocarril del Sur, il treno delle Ande con un vagone adibito ad infermeria con bombola di ossigeno: ma noi ci immunizziamo ossigenandoci con formaggio peruviano e vino rosso cileno. Cuzco, la vera capitale andina, a 3500 metri di quota; la fierezza del popolo indio, ancora una volta lo stupore per le capacità tecniche degli antichi, senza tecnologia e solo con l’intelletto;  i loro edifici non crollano mai dopo decine di terremoti, quelli dei dominatori europei non reggono mai e regolarmente vengono distrutti. Nel muro di una antica casa, nel cuore della città, una pietra, tagliata e levigata a mano, si incastra perfettamente a secco e ad angolo retto con altre 12 pietre: per il turista significa poco, per il viaggiatore vale più di un libro di storia, ma di quelli scritti dagli sconfitti anziché dai vincitori.

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Cuzco, le ciclopiche mura della fortezza di Sacsayhuaman, costruite e squadrate a mano con incastri perfetti

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Sosta a 4250 metri sul Ferrocarril de los Andes, solitudine, vento, vita immodificata da secoli

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soste a 4250 metri sul dal Ferrocarril de los Andes, solitudine, vento, vita immodificata da secoli

Si arriva a Machu Pichu già carichi di emozioni e di ricordi; anche con il fastidioso pensiero di non avere un impatto che valga le aspettative, mi spiego meglio: nella civiltà delle immagini, alle quali siamo esposti in continuazione spesso in overdose, tante volte io ho temuto di avere un impatto emotivo ridimensionato, nel momento in cui vedevo dal vivo i luoghi meta dei nostri viaggi, a causa del fatto di averne già assorbito centinaia, migliaia di immagini, di video, di resoconti; ma nulla di tutto ciò può minimamente valere le sensazioni generate dall’esserci veramente, dal vedere dal vivo luoghi, edifici, persone, animali nel loro ambiente naturale, con tutto ciò che non potrà mai essere registrato su un nastro magnetico o su un supporto digitale come gli odori, i rumori, le parole dele persone, le emozioni, la fatica, anche l’inquietudine di non essere ben protetto dentro le mura di casa ma veramente esposto al mondo, alla vita vera.

Al tramonto e all’alba i lama si fermano incuriositi a vedere la città, anche loro ogni volta stupiti e ammaliati. Un solco tracciato sull’altare del tempio del sole è allineato con perfezione assoluta con il sorgere del sole nel solstizio d’estate. Forse fra mille ricordi il più duraturo e profondo è proprio relativo alle avanzatassime conoscenze astronomiche grazie alle quali gli Incas padroneggiavano lo scorrere del tempo, le ore, i giorni, le stagioni; senza tecnologia e senza scomodare gli extraterrestri. Le antiche mura della capitale, come a Cuzco e come ovunque i loro edifici non siano state distrutti dai conquistatori europei, sopravvivono orgogliosamente agli innumerevoli terremoti che colpiscono le Ande. Tutto ciò, in definitiva, costituisce il ricordo più vivido e allo stesso tempo una delle prime fra le tante lezioni di vita che si acquisiscono in giro per il mondo, ben più di quelle impartite dai libri o inculcate sui banchi di scuola.

Perù, aprile 1998

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Argentina 2005: perché andarci?

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Buenos Aires, PeninsulaValdes, Punta Tombo, Ushuaia, Terra del Fuoco, Canale di Beagle, El Calafate, Ghiacciaio Perito Moreno, Iguazù: le missioni gesuitiche, le cascate fra Argentina e Brasile

Patagonia, Patagonia e poi ancora Patagonia … va bene, ho capito, signori maestri, professori e presidi viandanti: poco originale, anzi banale e scontato; compitino ben svolto, proprietà di linguaggio, ma ci si aspettava più originalità. Va bene, ma provateci voi a spiegare perché ti viene voglia di andare in Patagonia senza dover ricorrere a tutte le suggestioni geografiche, letterarie, musicali più ovvie.

Alzi la mano chi non si è portato con sé una copia di “In Patagonia” di B. Chatwin lasciando a casa Sepulveda e Coloane, Mempo Giardinelli con il suo tormento per il finale di romanzo che non esce dalla penna, chi non si è fatto la sua colonna sonora con Ennio Morricone, Astor Piazzolla e i Gotan Project, chi non ha desiderato di percorrere la Routa 3 fine alla fine del mondo e poi, sul canale di Beagle, passare Capo Horn e proseguire sulle rompighiaccio per l’Antartide seguendo suggestioni e inquietudini di navigatori ed esploratori? In poche righe ho già liquidato il discorso di un intero continente quale è l’Argentina, dalle cascate di Iguazù con le reminiscenze di “Mission” fino a 4000 chilometri più in giù con le case coloratissime di Ushuaia per combattere la solitudine della “Fin del mundo”, passando per la steppa patagonica, grande contenitore di un nulla assordante fatto di luce, vento, cielo, nuvole e vuoto.

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Lago Argentino, ghiacciaio Onelli, sullo sfondo le Ande Patagoniche

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Patagonia, sulla costa atlantica, sferzata continuamente dal vento, popolata solo dai pinguini

Passando e ripassando da Buenos Aires con il suo tango che come diceva Enrique Santos Discepolo è un pensiero triste che si balla, con le case popolari del Boca, quartiere che trasuda ancora delle memorie degli immigrati genovesi e con il ricordo recente di Maradona, vero eroe popolare con tutte le sue contraddizioni. E commuovendosi alla vista dei pinguini Magellano a Punta Tombo, degli elefanti marini, delle balene australi in lontananza sulle coste dell’Atlantico. E la gente meravigliosa, nostri cugini, fratelli, così simili e separati da destini spesso drammatici in balia di vicende politiche e sociali che noi speriamo di avere lasciato alle spalle. Un continente in quindici giorni e in poche righe di racconto.     Cosa ti porti dentro, al ritorno, di tuo, che non sia un emozione filtrata da altre persone? Tantissimo, praticamente tutto. E non è poca cosa.

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i piccoli pinguini di Magellano a Punta Tombo

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Buenos Aires, facciata di casa nel quartiere del Boca “playground” al Boca

Patagonia dunque: “il n’y a plus que la Patagonie, qui convienne a mon immense tristesse” (B. Cendrars): ma c’è un antidoto alla tristezza, gratuito ed eternamente rinnovabile; il vento della steppa, che non ha inizio ne fine, un vento secco, tagliente, che ti penetra nella scatola cranica e ti spazza via ogni pensiero, ogni inquietudine, fino a lasciarti con un vortice di libertà e di pace interiore. Non c’è bisogno di chiedersi dove sia il vento quando non soffia, qua non cessa mai, e te lo porteresti a casa, nelle lande nebbiose della pianura padana, e te lo terrestri sempre al tuo fianco ben stretto per farti cancellare ogni angoscia esistenziale. E poi ti porteresti con tè i pennelli e la vernice con cui dipingono le case di Ushuaia, regalandoti dei colori che anch’essi combattono la solitudine e la lontananza dal resto del mondo, al quale peraltro nessun “fueghino” vorrebbe mai avvicinarsi davvero, non potrebbe resistere nemmeno un giorno nel mondo “normale”.

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Ushuaia: siamo arrivati alla fine del mondo

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Terra del Fuoco, al termine della Ruta n°3, davanti al Canale di Beagle

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le case di Ushuaia

E poi vorresti tornare a casa con un piccolo pinguino di Magellano nascosto nella valigia, ma non lo faresti mai perché sarebbe la crudeltà peggiore strapparlo dalla sabbia, dal vento, dal mare della sua libertà. E con un cubetto di ghiaccio caduto dal ghiacciaio Perito Moreno, straordinario fronte glaciale quasi a livello del mare al termine dello Hielo Continental Sur, e un pezzetto di roccia del Cerro Torre o del Fitz Roy, le piccole grandi montagne delle Ande Patagoniche, poco più di 3000 metri di quota, nulla rispetto ai colossi himalayani, ma molto di più di questi in termini di difficoltà alpinistiche tecniche e ambientali, con una dimensione di avventura e di epicità che rende unici gli alpinisti patagonici per la loro resilienza, alimentata da settimane intere sepolti in una trama di ghiaccio o in un capanno di lamiera ad aspettare una finestra di bel tempo che magari non arriverà mai. Sempre in balia del vento, del freddo e della solitudine, davanti a muraglie che sono un vero “Grido di pietra” come nel mitico film di W. Herzog (poteva mancare una suggestione cinematografica?).

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il fronte colossale del ghiacciaio Perito Moreno

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le cascate di Iguazù, al confine fra Argentina e Brasile

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E poi ancora il sogno di una doccia rigenerante sotto una delle oltre duecento cascate che formano il grande monumento naturale di Iguazù, dopo un grande salto dalla Terra del Fuoco al confine con il Brasile; dove si scopre il caldo, l’afa e la memoria storica delle missioni gesuitiche, indelebilmente collegate alla struggente colonna sonora di E. Morricone per il film “Mission”. E un piccolo campetto di calcio o un playground di basket per vederci fiorire qualche giovane campione alla ricerca di un riscatto sociale e personale.

E alla fine ti produci da solo il tuo film con la tua colonna sonora, con le tue reminiscenze letterarie, con le emozioni che altri ti hanno trasmesso e che tu vuoi provare a ritrasmettere ad altri ancora, in un percorso di sogno e realtà che viene continuamente modificato e plasmato dai tuoi ricordi e dal tuo viaggio personale in una terra di illusioni, di sogni infranti, di vita dura, intensa, aspra che potrebbe in ogni istante riscattarsi se solo qualcosa, per una sola volta nella vita, girasse nel senso giusto; e nell’attesa che succeda, o se non succedesse mai, si ricomincia da capo con ostinata convinzione e con immutato disincanto, fino a quando ci sarà la forza per un ultimo giro di danza con una donna portena al suono di una musica profonda e sensuale come la loro terra.

Argentina, dicembre 2005

Dall'Appennino alle Ande (31)

Lago Argentino: iceberg galleggianti sullo sfondo delle Ande

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