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Volevamo la tuta blu

(Riflessioni a margine di “Signorine?”)

di Nicola Parodi, 8 giugno 2021

Caro Paolo, ho letto con estremo piacere le tue considerazioni su alcune paladine di certo femminismo d’assalto politicamente iper-corretto. Tra queste hai giustamente incluso la “Lilli” (la cui trasmissione guardo spesso, valutando gli ospiti), e ti confesso che anch’io mi irrito di fronte a certe sue scontatissime arringhe, che spesso mi portano a cambiare canale.

Le tue considerazioni mi hanno anche indotto a domandarmi: cosa spinge oggigiorno donne più o meno colte a competere con gli uomini? Noi abbiamo ormai (purtroppo) un numero sufficiente di anni per ricordare che decenni fa nessuna donna si sarebbe sognata di rivendicare il diritto di fare il camionista. All’epoca i camion non avevano servomeccanismi vari e si guastavano facilmente, le autostrade non c’erano, ecc. Insomma, non era un mestiere per donne. I camionisti erano addirittura emblema di “machismo”. Con i mezzi moderni invece anche le “signorine” possono (e lo fanno benissimo) guidare un camion. La differenza sta evidentemente nello sviluppo della tecnologia.

Fino a poco più di mezzo secolo fa un “lavoratore” era soprattutto una macchina biologica produttrice di energia (in fisica, energia=lavoro). Il maschio era in grado di produrre più energia/lavoro maneggiando asce, mazze e attrezzi vari, di trasportare pesi maggiori, ecc… Per questo motivo, e non per una volontà perversamente discriminatoria, era un lavoratore più richiesto e meglio pagato. Poi, naturalmente, quando l’evoluzione tecnologica e l’impiego di macchine hanno reso meno determinante il peso della forza fisica, e il divario nel potenziale di produzione di energia si è quasi azzerato, una mentalità e una consuetudine affermatesi lungo millenni non si sono adeguate con la stessa velocità. Lo stanno facendo, ma ci vorranno almeno un paio di altre generazioni perché si affermi un nuovo equilibrio. Che arriverà dalle mutate condizioni del lavoro, o meglio ancora da una natura completamente diversa del lavoro stesso, e non certo dalle impuntature lessicali della Gruber o della De Stefano.

In sintesi: un tempo il prestigio e la considerazione sociale (e la ricchezza) erano prevalentemente dovuti a comportamenti ed azioni legati alla forza fisica, ad una accezione “aggressiva” dell’idea di coraggio ecc, caratteristiche del fisico e della mentalità maschile. E su questi terreni le donne, ovviamente, non hanno mai cercato di competere.

In una società come quella attuale invece prestigio, considerazione sociale, ricchezza, non sono più legati a caratteristiche mascoline, ed ecco che le donne si fanno avanti a cercare di avere la loro parte, avendo coscienza di essere in grado di competere in un campo di battaglia profondamente mutato (la vita cerca di occupare ogni nicchia ecologica disponibile).

Ora, già da bambino sentivo gli adulti (maschi e femmine) compiangere le donne che per mancanza di indipendenza economica erano costrette a sopportare uomini spregevoli. Quindi so bene che garantire alle donne la possibilità di ottenere in ogni caso l’indipendenza economica è una battaglia di civiltà che va portata avanti e vinta. Ma rivendicare “quote di genere” per i posti in politica o nei consigli di amministrazione serve solo a donne di ceto sociale elevato; e per giunta non garantisce che i posti siano occupati dai candidati più meritevoli, quale che sia la percentuale di uomini e donne.

Volevamo le tute blu 02

E mi faccio anche un’altra domanda: la voglia di competere e di raggiungere gli stessi risultati dei maschi non finirà per spingere le donne più intelligenti a riprodursi poco o nulla (ciò che in effetti sembra stia già accadendo), e di conseguenza ad innescare un meccanismo selettivo che riserverà la riproduzione a donne meno dotate, cosa deleteria per il futuro dell’umanità? Vorrei non essere frainteso. Primo: la domanda me la pongo riguardo alle donne non per partito preso, ma perché è evidente, e inoppugnabile sul piano biologico, come in un maschio e in una femmina l’investimento riproduttivo sia ben diverso. Voglio dire che un maschio intelligente ha possibilità di Volevamo le tute blu 03riprodursi senza sacrificare granché delle sue potenzialità di “realizzazione”, in senso lato (anche se, a guardarci attorno, si direbbe che questa possibilità è poco o male sfruttata). Secondo: non sto dicendo che le donne più capaci (intesa questa caratteristica non come la capacità di sfornare venti figli, ma di allevarne ed educarne positivamente almeno due, tanto per salvaguardare gli equilibri demografici) dovrebbero essere destinate eugeneticamente alla riproduzione, ciò che tra l’altro non consentirebbe loro di esplicare e valorizzare nell’ambito lavorativo le proprie capacità, ma che fino a quando non si sarà completata la trasformazione delle modalità produttive (ciò che avverrà indipendentemente dalle battaglie “femministe”: vedi ad esempio ciò che sta accadendo col Covid), e con essa quella della mentalità sottesa che hanno generato, le donne corrono il rischio di competere forzosamente in un gioco che è sempre stato pensato per soli maschi, di adeguarsi alle sue regole e di smarrire per strada quella carica di originalità e differenza che davvero potrebbe cambiare il sistema dei rapporti, di quelli produttivi come di quelli sociali.

Va bene quindi stigmatizzare gli atteggiamenti e le abitudini (anche linguistiche) più discriminatorie, ma farlo ritoccando e censurando semplicemente un quadro vecchio invece che proponendone uno nuovo mi sembra una soluzione alla foglia di fico di controriformistica memoria. Val più l’ironia, a volte persino la appropriazione, la rivendicazione e la valorizzazione di caratteristiche attribuite in negativo, così come fa la natura con certi organi apparentemente superflui, di ogni puntigliosa censura. Certo, l’argomento richiederebbe considerazioni ben più approfondite: ma confido che non mancherà l’occasione per tornarci su.

Signorine?

di Paolo Repetto, 5 giugno 2021

Al festival dell’Economia di Trento l’inviato di RAI3 intervista tale Linda Laura Sabbadini, dirigente generale dell’ISTAT, che arrota le erre e lascia cadere le parole come fossero gocce rinfrescanti di rugiada. L’alta funzionaria è entusiasta di un libro attorno al quale, dice, si è acceso il dibattito in mattinata: Quello che ci unisce, di Minouche Shafik. Ci ha trovato “molta emozione, molta competenza, molta esperienza. Si sente subito che è scritto da una donna”. Già, l’avesse scritto un uomo sarebbe stata una cosa fredda, insipida, tutta teorica e abborracciata. Poi scende anche nel dettaglio, e vien fuori la solita acqua calda sulla quale galleggiano i luoghi comuni e le grandi speranze nei giovani e nelle donne. Va bene che da un festival, sia esso dell’Economia o della Letteratura, di Filosofia o di Storia, non ci si deve attendere granché, ma uno che ascolta la radio in macchina alle quattro del pomeriggio non ha molta scelta. Io in realtà scelgo di spegnere, perché mi sto innervosendo. (Comunque, esiste anche il festival della Disperazione: chissà di cosa parlano, e se le donne sono protagoniste. E se non altro ho capito che non ci si deve fidare dei dati ISTAT).

In genere non mi irrito facilmente. Sono, o almeno ero, un tipo passabilmente calmo. Ho le mie idee, ma le difendo (e le coltivo) piuttosto con l’ironia che con la spada. A volte però sembra lo facciano apposta a farmi perdere le staffe. Una settimana fa, durante il “Processo alla tappa” che segue la diretta del Giro d’Italia e che un tempo era condotto da Sergio Zavoli, l’attuale conduttrice, Alessandra De Stefano, (una giornalista sportiva della quale non mi sono ben chiari i meriti e le competenze, ma che era già famosa un quarto di secolo fa perché cacciava il microfono in bocca a Tomba prima ancora che questi avesse superato il traguardo), ha cazziato pesantemente Gianni Bugno perché aveva osato dire che i ciclisti non sono “signorine”. “Che vuol dire signorine? Badi che le donne sono da sempre capaci di sforzi e di sacrifici ben maggiori di quelli sopportati dagli uomini!” Il povero Gianni, evidentemente poco aggiornato sui nuovi tabù linguistici e rimasto fermo a modi di dire rudimentali, e che già era all’angolo per una serie di domande una più stupida dell’altra, lanciate a raffica dalla tizia che poi non ascoltava le risposte e trafficava agitatissima sull’iPad, si è scusato per un quarto d’ora, mentre si capiva benissimo che l’avrebbe volentieri mandata a stendere. L’avesse fatto, sarebbe oggi nuovamente l’idolo mio e di gran parte dei tifosi (ma anche di molti non appassionati).

Torno indietro ancora di qualche giorno. Sto rovistando sul banco dei libri ad un euro (hanno riaperto i mercatini, è tornata la vita!) quando mi arriva tra le mani un saggio di Maria Rita Parsi. Non ho mai letto nulla di questa signora, l’ho vista di sfuggita in tivù, in uno degli innumerevoli salotti televisivi che frequenta, non mi ha colpito affatto e mi è riuscita anzi piuttosto antipatica. Quindi, di per sé non mi interessa minimamente: ma è il titolo del libro a intrigarmi: I maschi sono così. Mi dico che ci vuole una bella faccia ad azzardare un titolo del genere. L’avesse scritto un maschio Le donne sono così (va bene, l’hanno già fatto, e molto prima ancora di Mozart e di Così fan tutte: ma già Dante aveva capito benissimo che a condurre davvero il gioco era Francesca, e non certo quel piagnone di Paolo: e comunque, sto parlando del presente) sarebbe in atto una sollevazione, scenderebbero in campo le filosofe dei gender studies, nonché Alessandra De Stefano e Linda Laura Sabbadini e probabilmente anche Lilli Gruber.

Signorine (2)

Finisce dunque che infilo il libro in borsa con gli altri, riproponendomi di verificare se il contenuto è stupido e presuntuoso quanto il titolo. In effetti risulta che è proprio così, forse anche peggio. D’altro canto, c’era da aspettarselo: appena a casa mi sono informato attraverso Wikipedia sulla nostra autrice, ed è venuto fuori che è una psicologa, psicoterapeuta, docente universitaria, militante storica nella rivendicazione di maggiore spazio per le donne e membro dell’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza e del Comitato ONU sui diritti del fanciullo: che ha all’attivo un centinaio di volumi, pièces teatrali, libri di saggistica e di poesia, sceneggiature televisive: che conduce programmi radio, ha fondato e dirige quattro o cinque onlus, è consulente di non so quanti ministeri: un altro po’ di spazio e può fondare uno stato. Nemmeno Palenzona ha mai avuto tanti incarichi. Il solo elenco delle onorificenze occupa un’intera pagina. Davanti a un profilo del genere uno il libro nemmeno dovrebbe aprirlo (beninteso, e tanto più, anche se a scriverlo fosse stato un uomo). Ma io sono masochista e voglio vedere dove va a parare.

Dunque: un lungo elenco di casi da manuale, di donne che si sono imbattute in uomini (padri, mariti, amanti) di un egoismo e di uno squallore esemplare. Mai il sospetto che in certe situazioni non sempre ci si imbatte per caso o per sfortuna, che qualche volta le si va anche a cercare: e che forse, al di là degli animali di cui si parla, esistono esemplari maschili che “non sono così”. Non so quali ambienti frequenti la Parsi, al di là dei salotti televisivi (e allora si spiegherebbe tutto), ma non posso fare a meno di pensare che con gli uomini abbia avuto meno fortuna che con la carriera.

Ma è meglio lasciare direttamente a lei la parola. Direi che sono sufficienti un paio di paragrafi tratti dall’introduzione:

«Da sempre, e ancora oggi, i maschi pretendono “il possesso” dei corpi delle donne, ed esigono attorno a loro la presenza di madri, sorelle, mogli, amanti badanti perché li accolgano, li sostengano, li confortino sia fisicamente che spiritualmente. Hanno bisogno dei corpi delle donne come difesa dall’angoscia di morte che li attanaglia e che li spinge a lanciarsi in ogni sorta di irragionevole conflitto per conquistare ogni umano potere e, dunque, dominare – ma solo apparentemente – quella paura.» Non siamo messi granché bene. Infatti:

«I maschi non sono forti e sicuri di sé come vogliono far credere. Sono fragili, spaesati e a volte impauriti dal dover recitare il ruolo che le donne e la società si aspettano da loro. Però non sanno di esserlo, o non vogliono accettarlo, e camuffano con la fuga, l’inganno, il tradimento, l’arroganza, la prevaricazione, in certi casi con la violenza, quel senso di fragilità. Da qui si generano le incomprensioni, le distanze, gli equivoci tra i sessi.» Ti credo! Se le cose stanno davvero così, altro che equivoci e incomprensioni!

Tuttavia: «Oggi i maschi hanno però una possibilità: indagare, riconoscere ed accettare quella “fragilità”, scoprirne la “forza” per cambiare in profondità. E questo cambiamento è necessario per modificare alla radice ogni società umana. Perché nel cuore dei maschi questa fragilità nascosta e rinnegata troppe volte si trasforma in luciferina invidia, paura delle donne e della loro potenza, senso di inadeguatezza, arroganza, bisogno di dominare, sottomettere, ferire. Troppe volte diventa dispotismo, crudeltà, abbandono, perversione, violenza … si trasforma in oppressione, finisce per combattere le proprie debolezze negli altri […]
Questo cambiamento può fare sì che essi riconoscano l’invidia del grembo materno, primaria grotta d’amore uscendo dalla quale sono nati “maschi” e già fisicamente segnati dalla perdita di quell’Eden originario che è il corpo della donna-madre-dea.» Eccolo qui, il vero problema.

Queste rivelazioni, questo brutale disvelamento, mi hanno sconvolto. Accidenti. Ho stolidamente vissuto i miei primi settant’anni senza sospettare neanche un po’ di essere così fragile, senza essere attanagliato dall’angoscia di morte e quindi, probabilmente, anche senza recitare il ruolo che le donne e la società e la Parsi in particolare si aspettavano da me. A quanto pare sono piuttosto lento nell’apprendere, e se non ho mancato di registrare e di stigmatizzare in ogni possibile occasione i comportamenti di cui l’autrice parla l’ho fatto trattandoli come manifestazioni, sia pure numerosissime, di una devianza, a volte congenita a volte indotta, non come il naturale sbocco della condizione maschile. Non ho saputo cioè riconoscere che quella fragilità era anche mia. Quindi, per mettermi in sicurezza ho chiesto immediatamente di poter fare una terza dose di vaccino, ma quanto al resto ho pensato che sia ormai un po’ troppo tardi per mettermi in pari.

Signorine (3)

Ho capito davvero poco del mondo. Fin dalla più tenera età ho realizzato che esistono due generi: non era difficile, le differenze erano evidenti, non ero tardo sino a quel punto. Poi ho però cominciato a pensare che si, quelle differenze erano certo importanti, perché andavano necessariamente a incidere sui comportamenti, sugli atteggiamenti e sulle aspettative nei confronti della vita, ma che la differenza fondamentale in seno all’umanità era un’altra, quella tra persone intelligenti e idioti. Che dunque la discriminante vera non fosse l’appartenenza di genere, ma il modo in cui questa appartenenza la si declina: un maschio idiota è prima di tutto un idiota, una femmina idiota è prima di tutto una idiota. È anche vero che l’appartenenza di genere comporta possibilità diverse di esercitare l’idiozia, quindi di far danno: ma il male non è nel genere, è nell’idiozia.

Avrei giurato che questo fosse l’unica certezza imprescindibile sulla quale fondare una convivenza la meno penitenziale possibile, non tra i generi, ma tra gli umani. A quanto pare le cose non stanno così. La tara originaria che noi maschi ci portiamo dentro non si cancella con un semplice battesimo. Sembra tutto molto più complicato, e adesso finalmente capisco anche l’esplosione del fenomeno dei transgender.

Troppo complicato per me. Dovrei ricominciare da capo, resettare tutto il sistema di convinzioni sul quale ho fondato l’intera mia esistenza. Cercherò allora per quel mi rimane da vivere di controllare la paura nei confronti delle donne, l’ambivalenza, il senso di inadeguatezza, l’arroganza, la crudeltà. Quanto all’“invidia del grembo materno”, se intesa nel senso più malizioso del concetto (alla Woody Allen, per capirci) ne sono immune da un pezzo, in quello psicanalitico lo sono da sempre. Non sarà poi così difficile. Sarà sufficiente rinunciare al “Processo alla tappa”, non frequentare i Festival dell’economia ed evitare come la peste Maria Rita Parsi, in video o sulla copertina di un libro. Dovrei farcela.

L’educazione di Gertrude

L’educazione al femminile: Tre conversazioni

di Paolo Repetto, aprile 2010

A metà del IX capitolo de I promessi sposi, mentre si accinge a descrivere l’incontro tra Lucia e la monaca di Monza, Manzoni introduce una digressione storica, attraverso la quale illumina il lettore sul passato e sulla personalità della seconda e gli fornisce le chiavi per interpretare la diversa disposizione delle due donne nel colloquio. Come accade per la presentazione storica di altri personaggi, dall’Innominato a Carlo Borromeo, la digressione s’inserisce perfettamente nel contesto della vicenda, senza appesantirla, e guadagna alla narrazione quella veridicità e quella fondatezza storica che tanto stavano a cuore all’autore. La drammaticità del caso ha poi ritagliato alla figura della monaca di Monza un posto di primo piano nell’interesse dei lettori, dei critici e degli storici che hanno approfondito lo studio delle sue sventure: ma questo con ogni probabilità non rientrava negli intenti del romanziere, al quale Gertrude serviva invece, più che come elemento di tensione drammatica, come fattore di contrasto, da opporre all’immagine di Lucia per far risaltare le virtù positive di quest’ultima.

Gertrude personifica al femminile una delle tre possibilità che sono date all’uomo: la grazia, il peccato, l’ignavia. Per carattere è esclusa dalla terza scelta: ha il carattere di una protagonista, non di una comparsa. Le rimangono solo le prime due, e lei sceglie il peccato. Potrebbe anche sembrare che Manzoni, attribuendole una personalità dominante, l’abbia voluta escludere a priori dal numero dei giusti, di quegli umili che ha eletto a protagonisti, destinandola alla malvagità e non concedendole alternative. Ma le cose non stanno così. Altre personalità forti compaiono nel romanzo, come l’Innominato e Carlo Borromeo, ma scelgono la via del bene, mentre ad optare per il male sono i deboli di spirito, i prepotenti alla Don Rodrigo.

Nel caso di Gertrude Manzoni sembra tenere un atteggiamento più complesso. La donna è una “sventurata”, che arriva a macchiarsi dei peggiori delitti in un crescendo di infamia e di protervia; ma c’è, all’origine di questo traviamento, qualcosa che non dipende da lei, qualcosa che se non la giustifica (perché avrebbe anche potuto scegliere il sacrificio in umiltà) ci aiuta almeno a comprenderla e ad averne compassione: c’è la violenza, ora subdola e insinuante, ora palese, che ha caratterizzato la sua educazione. Le motivazioni che inducono l’autore a soffermarsi sui particolari dell’infanzia e dell’educazione di Gertrude sono diverse.

In primo luogo c’è una necessità narrativa. Se il personaggio fosse stato ripescato dalla storia ed introdotto nel romanzo sulla sola scorta degli atti del processo il suo ruolo non avrebbe potuto andare oltre quello dell’ospite speciale, del pretesto per conferire una patina di storicità alla vicenda. Manzoni vuole invece presentare al lettore non una figurina storica, ma una donna a tutto tondo, con la sua passionalità, i suoi difetti, le sue disperazioni, da mettere a confronto con Lucia. Deve pertanto ricostruire, seguendo il suo ferreo criterio di verosimiglianza, la formazione della personalità di Gertrude, portare per mano il lettore a capire chi c’è veramente dietro quella grata e cosa la spingerà a comportarsi come si comporterà nei confronti della stessa Lucia.

In secondo luogo c’è il particolare interesse di Manzoni per il problema dell’educazione, che va ben oltre lo specifico della vicenda e che è testimoniato da vari interventi, in diverse fasi della sua vita (il più famoso rimane la Lettera a Ruggero Bonghi). Per ricostruire l’atmosfera e i modelli educativi in vigore nella famiglia di Gertrude l’autore non ha dovuto fare grandi sforzi di fantasia, perché quell’atmosfera e quei modelli erano ancora presenti nella sua epoca, ed egli stesso li aveva conosciuti sia nella casa paterna sia nei collegi ecclesiastici ai quali era stato affidato durante l’infanzia. Come accade per il. problema politico, anche in questo caso Manzoni parla al passalo ma si riferisce al presente.

C’è poi una motivazione etica. La vicenda della monaca di Monza e delle infamie che si consumano dietro le mura di un convento, di un luogo sacro, mette il dito su una piaga, quella delle vocazioni non sincere, e più in generale dell’ipocrisia che si nasconde troppo spesso dietro l’ufficialità della professione cristiana. Per un neo convertito come Manzoni, per di più arrivato alla fede cattolica attraverso la frequentazione giansenista e calvinista, nessun compromesso è tollerabile nella pratica della fede; e meno che mai è accettabile che la copertura religiosa sia utilizzata al fine di una meschina autodifesa (don Abbondio) o per abusare del potere che conferisce (Gertrude).

Nel racconto dell’educazione e della forzata monacatura di Gertrude è implicita la denuncia di un costume corrente e la richiesta di una riforma dello stesso.

Manzoni risponde infine, a modo suo, al richiamo di una tradizione letteraria ormai consolidata e destinata a conoscere grande fortuna nella letteratura romantica: quella dell’infanzia perseguitata o sventurata, in generale, e nello specifico quella del difficile o crudele destino delle fanciulle. A quest’ultimo tema e a quello dell’educazione sono dedicate le prime due parti di questo lavoro, mentre alla terza è riservato l’approfondimento delle motivazioni etiche e letterarie della pagina manzoniana. La forma di condizionamento che abbiamo definito “educazione” e che è operata nei confronti di Gertrude ha conosciuto nel corso della storia un’eccezionale continuità. Sono cambiate le forme della religiosità e della politica, le modalità espressive della cultura, i costumi, le idee, un po’ tutto insomma ciò che concerne i rapporti tra gli uomini, ma le finalità e i principi ispiratori dell’educazione al “ruolo femminile” sembrano essere rimasti sostanzialmente gli stessi. I1 primo di questi principi è che in fondo alla donna un’istruzione ampia e diversificata non serva.

Lo sostenevano già i filosofi e i letterati del mondo classico, lo hanno ribadito i teologi medievali, i riformatori e i pedagogisti dell’età moderna. Da sempre questa posizione, che è stata via via giustificata dalle teorie o dalle dottrine scientifiche, religiose e sociali più diverse, si fonda tacitamente su una semplice considerazione economica, e cioè che l’investimento nell’istruzione di una fanciulla (tanto più in epoche nelle quali l’istruzione ha costi alti e la linea ereditaria è maschile) non è remunerativo per l’economia familiare, poiché le ragazze sono comunque destinate a lasciare la famiglia. All’epoca di Gertrude questo principio continuava in linea di massima ad essere considerato sacrosanto e a riguardare la gran parte dell’universo femminile, senza distinzioni di casta o di ceto; ma con l’Umanesimo e col Protestantesimo, e con la conseguente nascita dello spirito borghese, anche il ruolo della donna cominciava ad essere riconsiderato. Non le era attribuita alcuna autonomia o facoltà di scelta e di decisione, ma era chiamata a collaborare attivamente alla riuscita economica della famiglia: e per metterla in condizione di farlo occorreva coltivarne alcune doti pratiche. Nell’età moderna pertanto il principio è mitigato nel senso che un po’ di istruzione nelle donne non guasta, ma deve essere rigorosamente finalizzata all’economia domestica. Già nella prima metà del ‘500 l’umanista Luis de Vives trattava l’argomento nel De institutiones foeminae Christianae, proponendo la linea educativa che si sarebbe imposta nei secoli successivi, sino ad essere perfettamente sintetizzata da Rousseau, che ne era un convinto sostenitore: “La donna deve imparare molto, ma solo quelle cose che le è utile sapere”. Dove per conoscenze utili si deve intendere quelle che incoraggiano l’obbedienza ai doveri e alle virtù familiari. All’atto pratico queste finalità educative si concretizzarono nell’istituzione di ordini religiosi femminili dediti appunto all’istruzione “mirata” delle fanciulle, dalle Orsoline alle Madri Pie, nella nascita di scuole specializzate di vario livello, da quelle per le orfanelle ai collegi esclusivi, dove variava molto il trattamento alimentare e disciplinare ma ben poco il tipo di istruzione impartita, e nella proliferazione di manuali e trattati pedagogici che ribadivano tutti lo stesso concetto.

All’epoca in cui Manzoni scriveva qualcosa cominciava a muoversi, almeno ufficialmente, un po’ per effetto dell’Illuminismo, un po’ sotto la spinta di una presenza più attiva, in ruoli da protagoniste, delle donne nella cultura romantica. Per quanto concerne Manzoni stesso, che sotto questo profilo è erede del pensiero illuminista, l’atteggiamento pare piuttosto ambiguo, o perlomeno cauto: da un lato descrivendo l’educazione di Gertrude denuncia una forma di condizionamento inaccettabile, dall’altro sembra propenso a sottoscrivere l’opinione dì Vìves e di Rousseau, pur avendo avuto modo di vivere a contatto con donne molto colte, come la stessa madre Giulia Beccaria o l’amica Sofìe de Condorcet. O forse proprio la figura materna, amatissima ma per nulla corrispondente a quell’ideale di “modestia” che l’autore incarna in Lucia, gli suggerisce la necessità di contenere entro certi limiti l’emancipazione culturale della donna.

E questo ci porta direttamente al secondo principio, quello per cui un eccesso di cultura nella donna risulta addirittura dannoso. Il principio ha una sua giustificazione, potremmo dire storica, dal momento che, in effetti, ogni volta che le donne hanno conquistato o ottenuto un minimo di considerazione sociale, e quindi anche un diverso spazio culturale (con l’avvento del cristianesimo, ad esempio, o con quello della società industriale), le basi del tradizionale dominio maschile sono state scosse, e per rinsaldarle si è dovuto ricorrere alla caccia alle streghe, in modo più o meno cruento. In questo senso dunque l’istruzione femminile risulta pericolosa (per l’ordine tradizionale) in quanto porta la donna a prendere maggiormente coscienza del ruolo subalterno cui è relegata, a non accettarlo e a mettere quindi in pericolo l’intero sistema dei rapporti di forza.

Da ciò conseguono direttamente le finalità tradizionali dell’educazione femminile, che sono quelle di preparare le giovinette essenzialmente e soltanto ai loro ruolo di spose, di madri e di massaie.

Il caso di Gertrude ci porta però a considerare una forma di condizionamento femminile più specifico, legato ad un periodo e ad una società particolari: quella della monacazione forzata. Come spiega con semplicità e chiarezza Manzoni, nelle famiglie aristocratiche le ragazze conoscevano, oltre a quella del matrimonio combinato per interesse, un’altra, forse peggiore, forma di coercizione: il convento. Anche in questo caso valeva una considerazione economica. Per dare in sposa una ragazza la famiglia era costretta a fornirle un’adeguata dote, in denaro o in beni, mentre la soluzione del convento risultava decisamente più economica. Il padre di Gertrude è così determinato a trasmettere intatto il patrimonio familiare al primogenito da imporre l’assunzione dei voti a tutti i figli cadetti, maschi e femmine: tanto più a Gertrude, che è l’ultimogenita. L’educazione della fanciulla è quindi finalizzata, sin dalla nascita, a farle accettare la sua sorte come naturale e senza alternative. Tratteremo più avanti i modi di questo condizionamento; per il momento è sufficiente ricordare che l’imposizione di una scelta claustrale ha continuato ad essere esercitata, nella società occidentale, fino alle soglie della nostra epoca, soprattutto per coprire o cancellare intollerabili perdite dell’onore da parte delle fanciulle e delle famiglie stesse. Ancora oggi, del resto, in molte aree del terzo mondo l’assunzione dei voti religiosi rimane per molte giovani l’unico modo per sfuggire alla miseria e ad una condizione familiare di vera e propria schiavitù.

Si è già sottolineato come la ricostruzione dell’infanzia di Gertrude, pur risultando pienamente verosimile (perché fondata sull’esperienza diretta dello stesso Manzoni e sulla sua conoscenza dei comportamenti sociali e familiari) rappresenti nel contesto dell’intera vicenda la parte più decisamente letteraria, nel senso che è totalmente frutto dell’invenzione narrativa dell’autore. Manzoni aveva tuttavia anche presenti, nello scrivere queste pagine, dei modelli narrativi particolarmente diffusi nel Settecento e nella cultura romantica. Il tema dell’educazione femminile era stato toccato, infatti, da innumerevoli autori, sia nel teatro (Goldoni, Molière, ecc) che nel romanzo (De Foe, Richardson, ecc) da posizioni e con atteggiamenti diversi. In genere, quando la trattazione aveva il senso di una denuncia, ad essere messi in discussione erano i modi, severi ed antiquati, e non la sostanza o la finalità. Erano rappresentate fanciulle soggette ad una disciplina feroce e stupida, e si sottolineavano gli esiti negativi, a volte addirittura tragici, di questa pratica. Nei rari casi in cui venivano raccontate esperienze felici, con genitori illuminati e atmosfere serene, il risultato era comunque la perfetta integrazione della giovane nel suo ruolo domestico: anche perché in fondo a raccontare erano sempre gli uomini.

Manzoni si allinea perfettamente a questa tradizione: ad un’educazione sbagliata e costrittiva corrisponde una pessima monaca, ad una disciplina amorevolmente trasmessa corrisponde Lucia, la perfetta moglie e madre. Le cose si complicano quando cominciano a raccontarsi, in opere dal carattere fortemente autobiografico, le donne stesse. È il caso ad esempio di Charlotte Bronte, che in Jane Eyre rievoca la drammatica esperienza di un sistema educativo capace di spegnere nella donna ogni scintilla di fantasia, di intelligenza e di autonomia. Con le Bronte, con Jane Austen (che non ha raccontato nei suoi romanzi questa esperienza, ma l’ha in parte vissuta, almeno sino a quando il padre, ben diverso dal principe manzoniano, non decise di ritirarla dalla scuola femminile tradizionale e di darle una libera e moderna educazione in casa), con le altre scrittrici che cominciano a fiorire soprattutto in Inghilterra e in Francia nell’età del Romanticismo il tema dell’educazione femminile, collegato a quelli più generali delle pari capacità intellettive della donna e della necessità di modificare i rapporti tra i due sessi, diventa comune. Poco alla volta anche l’atteggiamento maschile comincia ad essere riveduto, come dimostra Thackeray ne La fiera delle vanità, dove è rappresentato il conflitto tra i modelli educativi proposti alle due figlie dal padre, favorevole ad un’educazione libera ed aperta, finalizzata solo a sviluppare l’intelligenza e le capacità, e dalla madre, rimasta legata all’idea che l’unico ruolo femminile sia quello domestico. Meno comune, ma anch’esso frequente, soprattutto nella letteratura d’appendice del secondo Romanticismo, sarà il tema della monacatura forzata. Basti ricordare, tra le opere più significative, la Storia di una capinera di Verga.

Le pagine nelle quali Manzoni racconta il percorso educativo di Gertrude presentano moltissimi motivi di interesse, sia sul piano della tecnica narrativa che su quello della posizione etica dell’autore. Cercheremo di coglierne ed approfondirne alcuni tra i più significativi. Gertrude viene introdotta sulla scena del racconto come la nostra infelice, ne uscirà come la sventurata. In mezzo c’è una storia che il lettore segue già con la consapevolezza che si tratterà di un dramma e già conoscendo, in fondo, la disposizione d’animo dell’autore al riguardo. È una tecnica opposta a quella della narrazione oggettiva, nella quale il narratore finge di conoscere gli sviluppi di una vicenda assieme al lettore. Viene eliminato l’elemento della sorpresa, delle possibilità diverse di sbocco: il lettore viene da subito guidato ad accostarsi alla storia con una particolare disposizione. Sappiamo che Gertrude sarà un’infelice anche prima di sapere per quali motivi, e leggeremo la sua storia preparati a viverne la drammaticità. Manzoni però non si limita ad anticiparci la chiave di lettura della vicenda: ci offre anche gli elementi per interpretare il suo sentimento al riguardo. Nel caso di Gertrude l’autore fa un’eccezione al suo rigorismo morale e sembra ammettere che qualche volta il male non sia solo una scelta, e una responsabilità di chi lo compie, ma quasi un destino. Gertrude non incarna certo le virtù cristiane, ma bisogna ammettere che tutto e tutti, in famiglia come nel convento, sembrano congiurare affinché queste virtù non le conosca nemmeno.

Un altro elemento narrativo importante è costituito dalla figura del padre. È una delle tante sfaccettature attraverso le quali Manzoni dipinge un’unica figura, quella del gentiluomo aristocratico. Ne abbiamo già conosciuti in precedenza altri aspetti: la prepotenza meschina e vile in don Rodrigo, l’impudenza sfacciata nel cugino Attilio, l’arroganza del potere nel Conte zio e quella del rango nell’avversario di Ludovico. Lungo il racconto ne incontreremo altri ancora, come la fossilizzazione intellettuale in don Ferrante, ecc. Il padre di Gertrude vi aggiunge la grettezza e l’aridità dei sentimenti, estesa persino all’istinto più naturale, quello paterno. Non è improbabile che, almeno per certi tratti di questa figura, Manzoni si sia ispirato al carattere del proprio padre, il conte Pietro; ma è un’intera classe sociale, e il suo modo di intendere il prestigio e il potere, ad essere messa sotto accusa.

Uno dei momenti più toccanti della storia giovanile di Gertrude è quello del passaggio dalla condizione di povera innocentina, ignara della sua sorte, alla consapevolezza di dover sottostare ad un obbligo, e al conseguente rifiuto. Gli stati d’animo successivi vengono analizzati magistralmente dall’autore, dall’innocenza alla disperazione, e quindi dall’abbandono al peccato. Nel corso della trasformazione, il progressivo smarrimento di Gertrude è sottolineato dai comportamenti estremi entro i quali ella si dibatte: ora, infatti, invidia le compagne destinate al matrimonio, le odia e cerca di ferirle con cattiverie e sgarbatezze, ora ne ricerca invece la compagnia e il conforto. Quando arriva il momento della prima uscita dal monastero, dopo otto anni di noviziato, ogni sua volontà positiva è definitivamente schiacciata, ma agli occhi del lettore la poverella risulta ormai solo una vittima. Ha tentato di essere sincera, di esporre anche le sue ragioni, e ne ha ricavato solo una gran collera del principe, che le viene comunicata con un contegno di mistero, di disgusto e di compassione dalla badessa. Non le rimangono alternative all’ipocrisia: “La giovinetta intese, e non osò domandar più in là”.

Per quanto riguarda più strettamente il nostro tema, e cioè l’educazione di Gertrude, è da notare che tra gli argomenti utilizzati dai genitori per indirizzare la fanciulla alla vita monastica non ce n’è alcuno di carattere religioso o morale. Le si parla di prestigio, di potere, del rango e del comportamento più confacente allo stesso, ma mai di possibili gioie dello spirito o di doveri morali. La modestia, l’umiltà, la carità – le virtù richieste ad una buona cristiana e tanto più ad una monaca – non sono nemmeno prese in considerazione. Le cose non cambiano in convento, dove alla bambina viene riservato un trattamento di riguardo che la distingue dalle altre e contribuisce a coltivarne il senso di superiorità, oltre che ad isolarla dalle sue coetanee. La religione”, dice Manzoni, come l’avevano insegnata alla nostra poveretta, e come essa l’aveva ricevuta, non bandiva l’orgoglio, anzi lo santificava e lo proponeva come mezzo per ottenere una felicità terrena”.

Infine, un’ultima considerazione. Manzoni sottolinea il carattere insinuante e subdolo di questa educazione: “Nessuno non le disse mai direttamente: tu devi farti monaca. Era un’idea sottintesa e toccata incidentalmente in ogni discorso che riguardasse i suoi destini futuri”. A Gertrude vengono dati, già dalla prima infanzia, dei balocchi che la condizionino a ciò che per lei è già stato deciso: bambole vestite da monaca, santini ecc., e persino i complimenti o i rimproveri che le vengono rivolti sono finalizzati ad abituarla al suo ruolo. “Che madre badessa!” è la lode massima per il suo aspetto.

In fondo si ha la sensazione che le cose, per le ragazze, non siano cambiate molto dai tempi di Gertrude. Oggi non si vedono proporre santini, ma sin dai primi anni di vita sono inondate di Barbie, di kit per indossatrici, per creatrici di moda o, nelle famiglie meno ambiziose, per cuoche provette: e poi arrivano i modelli televisivi e cinematografici, quelli dei rotocalchi e tutto l’apparato di persuasione che impone di essere belle e vincenti, simili a questa o a quest’altra. Una pubblicità televisiva recita: “o sei gazzella o sei leone” e sintetizza molto bene quello che in fondo da ogni parte, in famiglia, nelle compagnie, a scuola, sul lavoro, viene loro ogni giorno ripetuto e che il padre di Gertrude, più esplicitamente, esprimeva dicendole: quando sarai madre badessa, allora comanderai a bacchetta, farai alto e basso”. Quando sarai madre badessa, quando cioè sarai quella che io voglio che tu sia.

 

Contro l’educazione al femminile: le ribelli del Romanticismo

L’educazione al femminile: Tre conversazioni

di Paolo Repetto, aprile 2010

Le opinioni che Manzoni esprime sull’educazione femminile, in positivo e in negativo, attraverso le vicende parallele ed opposte di Gertrude e di Lucia, sono di fatto comuni a tutta la società occidentale della sua epoca. La convinzione di un’inferiorità intellettuale femminile, e quindi dell’inutilità di qualsiasi progetto educativo serio e paritetico, è altrettanto diffusa nel mondo protestante come in quello cattolico, nell’Inghilterra della rivoluzione industriale come nella Francia illuminista e rivoluzionaria, nel Romanticismo tedesco come in quello italiano. Sono innumerevoli gli scrittori contemporanei di Manzoni che manifestano apertamente il loro pregiudizio antifemminista, e l’elenco comprende tutti i maggiori, da Coleridge a Byron e a Keats, da Chateaubriand a Stendhal e ad Hugo: tutti costoro insistono particolarmente sullo pseudo-intellettualismo femminile, e volgono i loro sprezzanti attacchi soprattutto contro le donne colte. Questo atteggiamento rispecchia un modo di pensare senz’altro scontato, che è stato proprio di tutte le classi sociali, e quindi anche di quella intellettuale, in ogni epoca: ma testimonia anche, per l’insistenza sul tema della cultura e per il tenore particolare della polemica, dell’esistenza di qualcosa di nuovo e di come questo qualcosa venga avvertito come elemento di disturbo, o addirittura come un pericolo, per una società maschile fondata su una presunzione di superiorità.

In realtà il dibattito sull’opportunità o meno di un’educazione femminile, o “al femminile”, si è aperto in Europa già da diverso tempo, almeno dall’età della Controriforma. Risale infatti a questo periodo la creazione delle prime congregazioni che avevano come scopo specifico l’educazione femminile, ad esempio le Orsoline, e che formulavano progetti educativi particolari. La novità è costituita, a dire il vero, più dall’attenzione rivolta al problema che dalle soluzioni: il modello proposto è infatti quello dell’educazione alla modestia, alle virtù domestiche, alla sottomissione coniugale. E tuttavia già il fatto che venga riconosciuta l’opportunità, anche per una donna, di un regolare corso di studi, è un elemento di rottura, al quale si aggiunge il fatto che la cultura è un virus difficilmente controllabile, che una volta inoculato, in qualsiasi forma, ha poi sviluppi imprevedibili.

Questi sviluppi cominciano ad essere avvertiti già nel ’600 e provocano reazioni diverse: da un lato c’è infatti l’attacco feroce e sarcastico, quello contenuto ad esempio nella satira di Molière; dall’altro c’è un’attenzione sempre più profonda che porta, ad esempio, Fenelon in Francia e il dottor Johnson in Inghilterra a scrivere specifici trattati sull’educazione femminile, nell’intento di sottrarla al controllo esclusivo della Chiesa e di fare prevalere i caratteri laici, economici e sociali su quelli religiosi. Su quest’ultimo aspetto si concentra ulteriormente il dibattito nell’età illuministica. L’affermazione delle idee di diritto e di uguaglianza tra gli uomini porta alla ribalta il problema della discriminazione sessuale, ma la risposta non viene dai filosofi della ragione, che in sostanza sono tutti concordi nel continuare a considerare quella femminile come una condizione inferiore, o al più di minorità; a sollevare il problema, sono stavolta le donne in prima persona, le donne che cominciano ad essere protagoniste economiche con la rivoluzione industriale e protagoniste politiche con quella francese, e che soprattutto cominciano ad essere protagoniste culturali e a far sentire la propria voce attraverso la letteratura.

Nel 1792 compare in Inghilterra “A vindication of the rights of women” di Mary Wollstonecraft, l’opera che apre ufficialmente il dibattito sulla questione femminile. La Wollstonecraft è sposata con William Goodwin, uno dei precursori dell’anarchismo, e morirà dando alla luce Mary Shelley, l’autrice del famoso Frankenstein. Non è la prima donna a trattare il problema della condizione femminile, che in qualche modo era già stato toccato da alcune scrittrici, soprattutto francesi, nel ’600 e nel 700; ma è la prima che si pone fuori dagli schemi e dai pregiudizi ereditati dell’età medioevale. È aiutata in questo indubbiamente sia dalla condizione familiare, in quanto il marito la incoraggia in questa sua battaglia, sia dal fatto che in Inghilterra esiste una tradizione ormai consolidata di tolleranza. Sì consideri infatti che solo un anno dopo, nel 1793, in pieno periodo rivoluzionario, la francese Marie Olympie de Gouge paga con la vita la sua richiesta alla Convenzione di cancellare la discriminazione sessuale sulle libertà di parola e di voto. Entrambi gli eventi si collocano in un momento di grande trasformazione, quando cioè è ormai acquisito il concetto illuministico di diritto, e in modi diversi, attraverso riforme o rivoluzioni, esso comincia ad essere applicato alla realtà politica e sociale.

Si potrebbe notare in proposito come il problema della condizione femminile torni di attualità ogniqualvolta si producano nella storia dei cambiamenti di grande rilievo: è il caso della rivoluzione filosofica portata da Socrate, successivamente di quella morale prodotta dal Cristianesimo, poi ancora dall’età rinascimentale, dalla rivoluzione Industriale e, per arrivare più vicini a noi, dalla contestazione degli anni sessanta. Ogni volta la questione femminile si ripropone in coda ai movimenti di liberazione sociale, e ogni volta si ripetono, da parte dei diversi sistemi, delle reazioni durissime, che mirano a ricollocare le donne in una posizione subordinata. Possiamo ricordare gli attacchi di Aristofane ne “Le donne in Parlamento”, oppure l’equazione donna-peccato creata dai padri della chiesa, a partire da san Paolo ma soprattutto dal V secolo dopo Cristo; o ancora la satira di Molière contro le donne colte, e la caccia alle streghe promossa dalle diverse chiese. Di questa reazione spesso sono portavoce anche gli stessi propugnatori delle nuove idee di libertà. Nel suo scritto, ad esempio, la Wollstonecraft polemizza con il più democratico degli illuministi, Jean Jacques Rousseau, che nell’Emilio, parlando di educazione al femminile e confrontandola con quella del protagonista, riafferma tutti gli stereotipi sul carattere femminile e quindi sull’inutilità di una educazione libera.

La voce della Wollstonecraft ha in realtà un peso relativo nel dibattito politico della prima metà dell’800, e in effetti la questione femminile comincerà a trovare sbocchi istituzionali concreti solo dopo il 1860. Essa tuttavia corrisponde ad un modo di sentire diffuso, che troverà espressione naturalmente prima nella letteratura che nell’ambito politico. Saranno le scrittrici inglesi e francesi a mettere sotto accusa la subordinazione femminile e di conseguenza l’assenza di ogni progetto educativo che non fosse finalizzato a questa subordinazione. In Inghilterra, in ragione anche dei cambiamenti prodotti dalla rivoluzione industriale nella mentalità corrente, sono moltissime le voci femminili che si levano a chiedere una diversa considerazione della propria potenzialità, delle quali danno testimonianza proprio con le loro opere. Le più importanti tra queste voci sono indubbiamente quelle di Jane Austen, di Charlotte Bronte e di Elizabeth Barrett Browning. Non è un caso che esse appartengano tutte alla prima metà del secolo: nel periodo immediatamente successivo, infatti, il dibattito passa dal piano letterario a quello politico, le questioni dibattute hanno un carattere sempre più pratico (il diritto al voto, il diritto di famiglia, ecc…) e alla letteratura e alla poesia è riservato uno spazio più privato ed intimistico. Non mancano certamente le scrittrici anticonformiste di alto livello, come George Eliot, che adotta non a caso uno pseudonimo maschile, ma per trovare una voce che tratti il tema della condizione femminile in maniera altrettanto rivoluzionaria occorre arrivare a Virginia Woolf.

Tutte e quattro le autrici a cui si fa riferimento hanno una caratteristica in comune, che è paradossalmente quella di aver ricevuto un’educazione non in linea con i modelli previsti per le fanciulle delle loro epoche. Da un lato quindi esse possono essere considerate delle privilegiate, dall’altro questo privilegio lo hanno pagato scontrandosi poi con una società che non era pronta ad accettare donne educate secondo modelli non tradizionali. Proprio questo scontro le ha rese più lucidamente coscienti della forma di repressione esercitata sulla donna già attraverso l’educazione.

Jane Austen viene inviata dal padre in una scuola femminile tradizionale, ma viene poi ritirata quando il genitore si convince che l’istruzione che le viene impartita non ha alcun valore educativo e decide di provvedere personalmente ad aprirle orizzonti più ampi. La Austen è cosciente, oltre che ben felice, dell’eccezionalità sua esperienza educativa, e lo è al punto da coglierne anche gli aspetti negativi. Infatti ironizza sulle conseguenze di un’istruzione che avvenga solo attraverso la letteratura, per quanto libera ed ampia, perché questa induce le donne a pensare solo in termini letterari e a non confrontarsi con la realtà. La protagonista del suo romanzo forse più famoso, Emma, è un esempio concreto di questa deformazione di prospettiva. Educata liberalmente, ma nutrita solo di letteratura, scambia la vita per un romanzo e vorrebbe esserne l’autrice; si impegna quindi a tessere trame amorose e a combinare e a disfare coppie, fino a quando non provvederanno la vita e un suo saggio e paziente spasimante a farle capire le regole del gioco. La Austen sente quindi il disagio dell’assenza di un vero modello educativo al femminile e l’ambiguità di un’educazione magari paritaria, ma fondata su modelli maschili.

Alla protagonista di un altro suo romanzo, The Northanger Abbey, che è una grande lettrice, viene chiesto se legga anche libri di storia, ed ella risponde che lo fa solo per dovere, ogni tanto, perché non parlano di alcunché che la interessi e la coinvolga. Questo non significa che la giovane non ami la storia: non ama una storia che sembra escludere totalmente la presenza femminile e dà importanza solo a quanto è stato realizzato secondo i modelli maschili. In sostanza la Austen ha già intuito, forse più che capito, che la soluzione del problema non sta solo nella parità dei diritti per quanto riguarda l’educazione, come per tutti gli altri aspetti, ma soprattutto nella creazione di eguali opportunità. Anne, la protagonista di Persuasion, a proposito del matrimonio dice: “Non abbiamo altra scelta, trascorriamo il tempo relegate in casa, quietamente, a tormentarci. Voi siete costretti all’attività. Avete una professione, occupazioni e impegni che vi riportano al mondo”. Gusto, stile, capacità di apprendimento, hanno in una donna ben poche occasioni dì manifestarsi. E quando queste occasioni vengono faticosamente conquistate, magari da chi come la Austen vive costantemente tagliata fuori dagli ambienti culturali, il pregiudizio non viene affatto intaccato: cambia solo la forma in cui si esprime.

Se la Austen vive la sua condizione di donna “colpevolmente intelligente dall’alto di una lucida e un po’ distaccata ironia, ben diverso è l’atteggiamento che caratterizza le eroine di Charlotte Bronte. Le protagoniste dei suoi romanzi, prima tra tutte Jane Eyre, non sono né romantiche sognatrici né signorine beneducate che mortificano la loro intelligenza in attesa di un buon partito: sono giovani ribelli, lottatrici determinate a negare ogni condizione di sudditanza femminile, e a farlo prima di tutto attraverso il lavoro e l’emancipazione economica. I capitoli iniziali di Jane Eyre sono tutti all’insegna della rivolta, della formazione di un carattere che si forgia nell’ostinato rifiuto di regole e rapporti inaccettabili e disumani: e questa ribellione prosegue poi nei confronti dell’ambiente del collegio e del tipo di educazione in esso impartito. “Lei sa che il mio scopo, allevando queste ragazze, non è quello di abituarle al lusso e alle comodità, ma di indurle alla fatica, renderle pazienti ed umili”. Magari spingendo le privazioni e i sacrifici tanto avanti da portare le più deboli fino alla morte, e operando una vera e propria selezione in funzione del ruolo futuro già scritto. Questa è la missione della quale il direttore del collegio si sente investito e alla quale partecipano quasi tutte le sue collaboratrici. Ed è a questo progetto che Jane si oppone testardamente, imparando a disciplinare la sua rivolta senza minimamente attenuarne la forza. È significativo che al primo anno della esperienza collegiale, quello della ribellione, delle punizioni e dell’orrore, la Bronte dedichi cinque capitoli e liquidi poi in un paragrafo i successivi otto anni, quelli vissuti come allieva prima e come istitutrice poi in una situazione divenuta più accettabile e, anzi, stimolante. Il fatto è che l’autrice riversa in questa parte iniziale del romanzo le esperienze più drammatiche e più formative della propria biografia. Orfana di madre a soli sei anni, terza di cinque sorelle in una famiglia con un solo figlio maschio, al quale vengono riservati, almeno in un primo momento, tutta l’attenzione e l’impegno educativo del padre, Charlotte vive le situazioni descritte nel romanzo personalmente: le due sorelle maggiori muoiono proprio in conseguenza della durezza della vita di collegio (come l’amata compagna di Jane, Helen Burns) e lei stessa e la sorella minore Emily vengono richiamate a casa dal padre appena in tempo per non subire la stessa sorte. Nella casa paterna essa completa la sua educazione in un’atmosfera di libertà e di vivacità intellettuale straordinaria, caratterizzata da un fertile sodalizio letterario con le sorelle Emily e Anne: ma si ritrova anche a dover assumere responsabilità da capo-famiglia e ad affrontare una situazione economica tutt’altro che florida. Lo fa alla sua maniera, accettando mansioni di governante prima e di istitutrice poi ben poco gratificanti, ma guadagnandosi la vita e l’indipendenza con il lavoro, come le sue eroine.

Nella sua ultima opera, la biografia in versi di Aurora Leigh, Elizabeth Barrett Browning ci presenta invece un caso di “educazione al femminile” che è in netto contrasto con la sua personale esperienza. La vera storia del suo sviluppo intellettuale è infatti rivelata da numerosi saggi autobiografici, alcuni dei quali scritti già durante l’adolescenza. Comincia a “frequentare la poesia” a quattro anni, e a sette già si dedica a “formare il gusto”, oltre che a leggere la storia di Roma, della Grecia e dell’Inghilterra. Studia latino e greco e compone versi in entrambe le lingue, a quattordici anni vede pubblicato (privatamente) il suo primo poema e a diciannove licenzia la sua prima raccolta di poesie. Il tutto avviene sotto l’amorevole quanto tirannico controllo del padre, in un rapporto che ricorda quello di Monaldo e Giacomo Leopardi: come per il poeta di Recanati lo studio e la poesia sono la risposta ad una naturale inclinazione e a scelte culturali che nessuna costrizione può condizionare. Che significato hanno dunque le amare e sferzanti considerazioni di Aurora sulla educazione e sulla condizione femminile, (ins. Lessi molti libri femminili …). La Barrett, come Jane Austen, è perfettamente consapevole della eccezionalità della propria storia, resa ancora più eccezionale dalla fuga d’amore con Robert Browning e dagli anni di “suprema felicità” vissuti con quest’ultimo in Italia. Scrive la biografia di Aurora proprio in quegli anni (il poema è pubblicato nel 1855) nella coscienza che ciò di cui lei ha potuto godere, un’educazione libera e un rapporto affettivo basato sulla stima e sul rispetto reciproco, è – negato alla quasi totalità delle donne. Si potrebbe dire che il fatto di essersi realizzata, come donna e come letterata, invece di farle dimenticare la condizione delle altre, gliela renda ancora meno sopportabile. Sa che il suo successo è dovuto in gran parte al suo temperamento: “Ho un intelletto per natura indipendente, che respinge quella subordinazione d’opinione che in genere si considera un necessario attributo della dolcezza femminile. Ma questo è un argomento sul quale sempre reagirò con energia, perché sento in me una coscienza quasi superba della mia indipendenza […]”.

Ma sa anche che quella “educazione al femminile” che le è stata risparmiata ha sempre avuto la finalità e il potere di spegnere gli spiriti indipendenti e creativi come il suo. “I read a score of books on womanhood / To prove, if women do not think at all, / They may teach thinking (to a maiden aunt / Or else the author), – books that boldly assert / Their right of comprehending husband’s talk / When not too deep, and even of answering / With pretty “may it please you” or “so it is,” – / Their rapid insight and fine aptitude / Particular worth and general missionariness, / As long as they keep quiet by the fire / And never say “no” when the world says “ay”, / For fatal is fatal, – their angelic reach / Of virtue, chiefly used to sit and darn, / And fatten household sinners, – their, in brief, / Potential faculty in everything / Of abdicating power in it: she owned / She liked a woman to be womanly / And English women, she thanked God and sighed / (Some people always.sigh in thanking God), / Were models to the universe. And last / I learnt cross-stitch, because she did not like / To see me wear the night with empty hands / A-doing nothing […]”. (Aurora Leigh, vv 427-449).

E ancora: “By the way, / The works of women are symbolical. / We esw,prick our fingers, dull our sight, / Producing what? A pair of slippers, sir, / To put on when you’re weary – or a stool!” / Or else at best, a cushion, where you lean / And sleep, and dream of something we are not / But would be for your sake. Alas, alas! / This hurts most, this-that, after all, we are paid /The worth of our work, perhaps. In looking down / Thopse years of education (to return) / I wonder if Brinvilliers suffered more / In the water-torture …flood succeding flood / To drench the incapable throat and split the veins…/ Than I did. Certain of your feebler souls / Go out in such a process; many pine / To a sick, inodorous light; my own endured […]”. (Aurora Leight, vv 455-472)

Virginia Woolf definisce Jane Austen e Charlotte Bronte le scrittrici della “età epica della letteratura femminile”. Nel saggio Una stanza tutta per me ne esalta l’indipendenza intellettuale e psicologica e la capacità di resistere ai condizionamenti educativi ed ambientali, anche se non manca di sottolineare quanto entrambe, nei comportamenti pratici, fossero poi figlie della propria epoca. Riconosce dunque l’importanza del loro ruolo, ma vuole andare oltre il significato storico delle loro opere, vuole entrare nel merito del problema artistico. Per la Woolf è importante che le donne abbiano cominciato a far sentire la loro voce: ma è altrettanto importante che imparino a modulare questa voce, in maniera tale da conquistarsi il diritto di essere ascoltate. In altre parole, sono importanti l’inventiva, il coraggio, il talento, anche se non sono sufficienti a creare una grande scrittrice. Ci vuole qualcos’altro, ciò che possiamo definire lo stile. Jane Austen si inventò uno stile perfettamente naturale ed elegante, adeguato alle sue esigenze, e non se ne distaccò mai. Perciò, con meno genio letterario di Charlotte Bronte, ha detto infinitamente di più … Tutte le più antiche forme letterarie erano cristallizzate e fissate, all’epoca in cui (la donna) iniziò a scrivere. Solo il romanzo era abbastanza giovane da essere duttile in mano sua: un’altra ragione forse che ci spiega perché la donna scriveva romanzi. La prima ragione cui la Woolf allude è che le scrittrici da lei prese in considerazione lavoravano in condizioni nelle quali era impossibile una vera concentrazione, in soggiorni comuni o in mezzo a continue interruzioni: e, più in generale che le donne mai hanno avuto uno spazio loro, fisico o economico, che consentisse una vera e propria indipendenza, pratica e intellettuale. La conquista di questa indipendenza (uno spazio tutto per sé ) è la condizione per esprimere tutte le proprie potenzialità; l’altra condizione, subordinata alla prima, è la conquista di uno stile proprio, che consenta di fare della differenza non più un handicap sofferto e da superare, ma un simbolo distintivo, una qualità da rivendicare. La Woolf rappresenta il momento di passaggio alla maturità del femminismo: quello dal diritto alla parità al diritto alla diversità. Ma ritiene che anche la diversità debba esprimersi su un piano comune, quello dell’arte, che nella sua universalità supera ogni barriera e concilia ogni differenza, sessuale, sociale e culturale. L’insistenza della Woolf sullo stile finisce per farle decisamente preferire la moderata Austen alla combattiva Bronte, e per farle amare su tutte la raffinata Barrett Browning, della quale scrive una divertente biografia, raccontata dal punto di vista del cagnolino della poetessa, Flush. Ciò può portare a scorgere nel suo femminismo un certo snobismo aristocratico. In effetti la visione che la Woolf ha della questione femminile è aristocratica: ma non tanto in senso snobistico, quanto per il fatto che la sua idea di realizzazione al femminile non può limitarsi, malgrado l’impegno diretto anche nelle lotte delle suffragette, alla conquista di diritti e di opportunità paritarie. La donna deve aspirare, secondo la Woolf, a qualcosa di più di ciò che spetta per diritto a tutto il genere femminile, e cioè uno spazio tra gli uomini: deve conquistarsi la stanza per sé in quanto individuo, persona singola. E questo non dipende più dal suo sesso o dalla sua condizione. Dipende dalla sua intelligenza.

 

Corinne ed Emma: il sogno e la caduta

L’educazione al femminile: Tre conversazioni

di Paolo Repetto, 1998

All’origine della “letteratura al femminile”, e quindi anche dei mutamenti nel concetto di “educazione al femminile” che si produssero nell’ottocento, si colloca indubbiamente Corinne, di Madame De Stael. Può apparire strano per una lettrice moderna che questo libro abbia esercitato tanta influenza, e non solo all’epoca in cui apparve, ma almeno per tutta la prima metà del XIX secolo, quando già circolavano opere di valore ben diverso come quelle delle Bronte, di Jane Austen e della Barrett Browning. E tuttavia proprio queste autrici, e con loro un’innumerevole schiera di altre letterate o “donne di genio”, sono le prime testimoni del ruolo fondamentale che il mito di Corinne ebbe sul risveglio sociale e letterario dell’“altra metà del cielo”. “Corinne fu nell’ottocento la lettura giovanile di un tipo particolare di fanciulle: le giovinette di intelligenza e talento superiori alla media e provviste dell’ambizione di rendersi celebri fuori della cerchia domestica” (E. Moers) Tutte queste giovinette, al di qua e al di là della Manica, ma anche dell’Atlantico, lo lessero, e tutte ne trassero lo stimolo ad uscire dal ruolo subordinato, intellettuale come sociale e politico, al quale la mentalità del tempo le confinava. Variava, naturalmente, il giudizio sul valore letterario dell’opera, ma era concorde quello sul suo effetto trascinante. Per Elizabeth Barrett Browning “Corinne è un libro immortale, che merita di essere letto settanta volte, cioè una volta l’anno per tutta la vita”; allo stesso modo la pensava Mary Shelley. Ad altre, come la Austen o Charlotte Bronte, una sola lettura era stata più che sufficiente, ma lo consideravano comunque un libro fondamentale.

In effetti la storia di Corinne, al contrario di quelle delle eroine letterarie da lei ispirate, appare oggi del tutto improbabile, e la lettura risulta molto faticosa. La bellissima “poete, écrivain, improvisatrice” entra in scena quando ha già raggiunto il culmine del successo, e addirittura al momento in cui viene incoronata in Campidoglio nel corso di una cerimonia tanto enfatica quanto assurda. Le informazioni sulla sua vita precedente ci vengono fornite attraverso vaghi e confusi flashback, e soprattutto in un finale che rende la vicenda alquanto rocambolesca. Corinne è figlia di un lord inglese e di una nobildonna romana, e proprio in Italia riceve, dopo la morte della madre, la prima educazione. Richiamata in Inghilterra dopo il secondo matrimonio del padre (lei ha quindici anni) soffre un rapporto freddo e ostile con la matrigna, la quale incarna tutta l’aridità e la chiusura nordica, e cerca di soffocare nella giovinetta ogni talento artistico e ogni vitalità “meridionale”. Dopo sei anni di questa prigionia Corinne fugge nuovamente in Italia e qui, non si sa come, perché il libro non ne parla, può dare sfogo alla sua genialità e raggiungere il successo. Non altrettanto felice è la sua carriera sentimentale. Si innamora infatti di un nobile scozzese, sceso nella penisola per il tradizionale Grand Tour, dal quale è inizialmente corrisposta, ma che sceglie alla fine un amore più tranquillo e convenzionale, proprio nella persona della sorellastra di Corinne, Lucile. L’esito della vicenda è poco felice per tutti i protagonisti. Oswald si annoia mortalmente nel matrimonio con Lucile (e non poteva essere diversamente, dopo che ha conosciuto la carica vitale di Corinne). Corinne muore dopo aver visto appassire, in seguito alla delusione amorosa, anche i suoi talenti artistici. La figlia di Oswald e Lucile, e nipote di Corinne, sembra più portata a seguire le orme della zia che i severi insegnamenti della madre, e quindi renderà difficilissima la vita a quest’ultima. Il tutto è condito di innumerevoli complicazioni, scene madri, citazioni classiche, paesaggi descritti alla maniera delle guide turistiche che cominciavano all’epoca ad andare di moda.

Da cosa nasce allora il fascino, il mito di Corinne? Direi più da quello che Corinne rappresenta che da quello che è, come figura letteraria. Nel romanzo sono già condensati tutti i grandi temi del dibattito sulla questione femminile, con la differenza, rispetto a A vindication of rights of women della quasi contemporanea Mary Wollstonecraft, che i problemi sono qui vissuti più sentimentalmente che razionalmente. Intendo dire che mentre nel testo della Wollstonecraft c’è una chiara consapevolezza della condizione femminile globale, e quindi si rivendica una emancipazione generalizzata, che derivi da un cambiamento non solo della mentalità, ma anche delle strutture socio-economiche e delle istituzioni politiche, nel romanzo della De Stael la consapevolezza è individuale, ristretta, e riguarda una condizione particolare, quella della “donna di genio”. Quando Corinna insiste a studiare e a coltivare il suo talento, la matrigna “mi aveva risposto che la donna […](pag. 304).

La soluzione, in questo caso, non sta nella trasformazione della mentalità e delle strutture, ma nel “cambiamento d’aria”: via dalla chiusura e dalle convenzioni delle civiltà più evolute, verso luoghi nei quali l’arretratezza sociale consente in realtà maggiore indipendenza, libertà d’azione e spregiudicatezza – quindi verso l’Italia. È come dire che l’emancipazione è possibile solo a livello individuale, e non forzando la mano al futuro, ma rifugiandosi nel passato (il che coincide perfettamente con l’atteggiamento dei primi romantici nei confronti del progresso e delle rivoluzioni sociali ed economiche di fine settecento).

Altro tema fondamentale è quello della scelta relativa al tipo di realizzazione da perseguire. In altre parole: la realizzazione artistica o culturale e quella sentimentale non possono coesistere, almeno in un mondo come quello in cui vivono Madame de Stael ma anche Jane Austen e Charlotte Bronte (unica eccezione, la Barrett Browning). Non possono coesistere perché il mondo maschile, perfettamente incarnato da Lord Oswald, non è pronto né disponibile ad un confronto paritario, e dalla donna si attende sottomissione e adorazione: può essere momentaneamente affascinato da una personalità femminile forte come da una cosa eccezionale e curiosa, ma non accetta di veder messo in discussione il suo ruolo anche intellettualmente dominante. Di fronte a questo atteggiamento le eroine di tutta la letteratura al femminile, da Corinne in avanti, che pure sembrano aspirare soprattutto al grande amore o alla “felicità” coniugale, in verità non hanno scelta. Sono già condannate dalla loro nuova consapevolezza al fallimento, che si esprime a seconda dei casi nella rinuncia o nella rassegnazione. O si rassegnano a non essere interamente se stesse, e si rifugiano, come Jane Eyre, all’ombra protettiva di un uomo magari non padrone, ma almeno guida indiscussa, o rinunciano come Corinne al sogno amoroso, per difendere una malinconica libertà.

E tuttavia, abbiamo visto che qualche eccezione sembra possibile. Ho già citato il caso della Barrett Browning, che vive anni (pochi, per la verità) di felicità coniugale e assieme di intensa creatività artistica: ma la sua è una situazione un po’ particolare, nel senso che anche all’interno di questa coppia c’è una personalità decisamente dominante, ed è la sua. Ancora più prossima ad una Corinne realizzata appare George Sand, che dopo aver fugacemente interpretati nella prima giovinezza i ruoli convenzionali di moglie e madre sceglie di vivere la realizzazione culturale, e ci riesce benissimo, conciliando il successo con i doveri materni e le passioni amorose con l’arricchimento e lo scambio intellettuale. Tanto la Barrett quanto la Sand diverranno, in modo diverso, figure di riferimento ideali per il mondo letterario femminile: ma ideali significa, per l’appunto, irraggiungibili ed inimitabili.

E le altre? Non mi riferisco alle “donne di genio”, alle aspiranti o affermate scrittrici, attrici, pittrici ecc., delle quali ho parlato sin troppo. Intendo tutte le altre, quelle alle quali la scelta non è nemmeno concessa e che per costrizione o per vocazione si sono accontentate dell’educazione convenzionale, sono state nutrite sin dall’infanzia di doveri, ruoli, modestia, soggezione. Cosa accade quando sono queste altre a non sopportare più il proprio stato? Anche se spiace dirlo, la migliore descrizione di una situazione del genere è offerta da un uomo, Gustave Flaubert, con il suo romanzo Madame Bovary.

All’educazione di Emma Flaubert dedica un intero capitolo. Essa si svolge all’interno di un convento, e si alimenta di letture che nulla hanno a che vedere con Corinna e con le eroine femminili del primo ottocento. Il capitolo sesto inizia proprio con “Emma aveva letto Paolo e Virginia, e aveva sognato la casetta di legno […]”. Più oltre si parla di Lamartine, o delle vite di donne sante, illustri e infelici. Insomma, tutto il repertorio romantico, quello legato al sogno, all’evasione, all’esotismo, digerito nella quiete sonnolenta del convento, e quindi più lentamente e profondamente assimilato. Da una simile intossicazione non si guarisce più: si può accettare momentaneamente la prosaicità della vita con Charles Bovary, magari per fuggire alla noia mortale della vita di campagna, ma si continua ad aspirare alla poesia: “Ma in fondo al cuore aspettava un avvenimento […] ogni mattina, nello svegliarsi, ella sperava per quel giorno, e ascoltava ogni rumore, si alzava di soprassalto, si stupiva che nulla accadesse. Poi, al tramonto, sempre più triste, desiderava trovarsi all’indomani”.

Emma finisce per non accontentarsi più dell’attesa. Fa in modo che le cose accadano, ogni volta confondendo il suo sogno con la realtà e ogni volta risvegliandosi più disillusa. Tutto nella sua vita viene trasfigurato dalla volontà ostinata di uscire dal pantano, tutto le ricade addosso. Accetta la propria gravidanza come una ulteriore occasione: “Desiderava un figlio: sarebbe stato forte e bruno, e avrebbe avuto nome Giorgio, e anche questa idea di avere un figlio maschio era come la rivincita, in speranza, di tutte le sue impotenze passate. Un uomo, perlomeno, è libero: può errare attraverso passioni e paesi, superare ostacoli, assaporare tutte le più remote felicità. Ma una donna è sempre vincolata, inerte e nello stesso tempo flessibile; una donna si trova di fronte alle mollezze della carne e, contemporaneamente, ai legami della legge. La sua volontà, come il velo del suo cappello tenuto da un cordone, palpita a tutti i venti; c’è sempre qualche desiderio che la trascina, e qualche convenienza sociale che la trattiene […].

Partorì una domenica, verso le sei del mattino, allo spuntar del sole.

È una femmina! – disse Carlo.

Essa voltò il capo, e svenne” (cap. III, parte II).

Madame Bovary è letto generalmente come il romanzo della “povertà” spirituale della borghesia, che denuncia la mancanza di valori forti e radicati, il vuoto morale, l’ipocrisia e l’adesione a idealità di facciata tipici (secondo uno stereotipo che ha origine nel Romanticismo) di questa classe. Ora, è indubbio che Emma incarni molte delle caratteristiche attribuite alla piccola borghesia, provinciale e velleitaria: ma prima che un simbolo essa è una figura di donna vera, che in qualche modo cerca di ribellarsi al monotono e inutile scorrere dei giorni e chiede alla vita emozioni, sensazioni e significati più grandi. Il suo fallimento non è determinato solo da una debolezza del carattere, ma anche dalla mancanza di risorse culturali: è frutto di una società (e quindi di un modello educativo) che alla donna non geniale non lascia chance, non concede margini per una realizzazione diversa da quella domestica. Questo, Flaubert non ha bisogno di dirlo esplicitamente: lo dice la storia stessa, che corre verso la catastrofe finale con assoluta naturalezza, come lungo un percorso obbligato.

L’unica, magra consolazione (o forse un avvilimento ancor peggiore) deriva dal fatto che la realizzazione, in verità, non è concessa a nessuno, meno che mai ai rappresentanti del mondo maschile che ruotano attorno ad Emma, dal marito ai seduttori di turno. Tutte le vite che si intrecciano nel romanzo appaiono in fondo meschine, tutti i rapporti sono falsi e convenzionali, non c’è spazio neppure per sogni liberi e autentici, perché anche questi sono modellati sui clichés romanzeschi. Alla fine l’unica che ci muove veramente a compassione è la povera Berte, che finisce a lavorare in filanda, e avrà ancor meno possibilità di sua madre. Tuttavia la compassione va estesa anche alle sue probabili figlie, nipoti e pronipoti, per le quali i sogni saranno moltiplicati dal cinema e dalla televisione, anche se la realtà rimarrà desolatamente la stessa.