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Volevamo la tuta blu

(Riflessioni a margine di “Signorine?”)

di Nicola Parodi, 8 giugno 2021

Caro Paolo, ho letto con estremo piacere le tue considerazioni su alcune paladine di certo femminismo d’assalto politicamente iper-corretto. Tra queste hai giustamente incluso la “Lilli” (la cui trasmissione guardo spesso, valutando gli ospiti), e ti confesso che anch’io mi irrito di fronte a certe sue scontatissime arringhe, che spesso mi portano a cambiare canale.

Le tue considerazioni mi hanno anche indotto a domandarmi: cosa spinge oggigiorno donne più o meno colte a competere con gli uomini? Noi abbiamo ormai (purtroppo) un numero sufficiente di anni per ricordare che decenni fa nessuna donna si sarebbe sognata di rivendicare il diritto di fare il camionista. All’epoca i camion non avevano servomeccanismi vari e si guastavano facilmente, le autostrade non c’erano, ecc. Insomma, non era un mestiere per donne. I camionisti erano addirittura emblema di “machismo”. Con i mezzi moderni invece anche le “signorine” possono (e lo fanno benissimo) guidare un camion. La differenza sta evidentemente nello sviluppo della tecnologia.

Fino a poco più di mezzo secolo fa un “lavoratore” era soprattutto una macchina biologica produttrice di energia (in fisica, energia=lavoro). Il maschio era in grado di produrre più energia/lavoro maneggiando asce, mazze e attrezzi vari, di trasportare pesi maggiori, ecc… Per questo motivo, e non per una volontà perversamente discriminatoria, era un lavoratore più richiesto e meglio pagato. Poi, naturalmente, quando l’evoluzione tecnologica e l’impiego di macchine hanno reso meno determinante il peso della forza fisica, e il divario nel potenziale di produzione di energia si è quasi azzerato, una mentalità e una consuetudine affermatesi lungo millenni non si sono adeguate con la stessa velocità. Lo stanno facendo, ma ci vorranno almeno un paio di altre generazioni perché si affermi un nuovo equilibrio. Che arriverà dalle mutate condizioni del lavoro, o meglio ancora da una natura completamente diversa del lavoro stesso, e non certo dalle impuntature lessicali della Gruber o della De Stefano.

In sintesi: un tempo il prestigio e la considerazione sociale (e la ricchezza) erano prevalentemente dovuti a comportamenti ed azioni legati alla forza fisica, ad una accezione “aggressiva” dell’idea di coraggio ecc, caratteristiche del fisico e della mentalità maschile. E su questi terreni le donne, ovviamente, non hanno mai cercato di competere.

In una società come quella attuale invece prestigio, considerazione sociale, ricchezza, non sono più legati a caratteristiche mascoline, ed ecco che le donne si fanno avanti a cercare di avere la loro parte, avendo coscienza di essere in grado di competere in un campo di battaglia profondamente mutato (la vita cerca di occupare ogni nicchia ecologica disponibile).

Ora, già da bambino sentivo gli adulti (maschi e femmine) compiangere le donne che per mancanza di indipendenza economica erano costrette a sopportare uomini spregevoli. Quindi so bene che garantire alle donne la possibilità di ottenere in ogni caso l’indipendenza economica è una battaglia di civiltà che va portata avanti e vinta. Ma rivendicare “quote di genere” per i posti in politica o nei consigli di amministrazione serve solo a donne di ceto sociale elevato; e per giunta non garantisce che i posti siano occupati dai candidati più meritevoli, quale che sia la percentuale di uomini e donne.

Volevamo le tute blu 02

E mi faccio anche un’altra domanda: la voglia di competere e di raggiungere gli stessi risultati dei maschi non finirà per spingere le donne più intelligenti a riprodursi poco o nulla (ciò che in effetti sembra stia già accadendo), e di conseguenza ad innescare un meccanismo selettivo che riserverà la riproduzione a donne meno dotate, cosa deleteria per il futuro dell’umanità? Vorrei non essere frainteso. Primo: la domanda me la pongo riguardo alle donne non per partito preso, ma perché è evidente, e inoppugnabile sul piano biologico, come in un maschio e in una femmina l’investimento riproduttivo sia ben diverso. Voglio dire che un maschio intelligente ha possibilità di Volevamo le tute blu 03riprodursi senza sacrificare granché delle sue potenzialità di “realizzazione”, in senso lato (anche se, a guardarci attorno, si direbbe che questa possibilità è poco o male sfruttata). Secondo: non sto dicendo che le donne più capaci (intesa questa caratteristica non come la capacità di sfornare venti figli, ma di allevarne ed educarne positivamente almeno due, tanto per salvaguardare gli equilibri demografici) dovrebbero essere destinate eugeneticamente alla riproduzione, ciò che tra l’altro non consentirebbe loro di esplicare e valorizzare nell’ambito lavorativo le proprie capacità, ma che fino a quando non si sarà completata la trasformazione delle modalità produttive (ciò che avverrà indipendentemente dalle battaglie “femministe”: vedi ad esempio ciò che sta accadendo col Covid), e con essa quella della mentalità sottesa che hanno generato, le donne corrono il rischio di competere forzosamente in un gioco che è sempre stato pensato per soli maschi, di adeguarsi alle sue regole e di smarrire per strada quella carica di originalità e differenza che davvero potrebbe cambiare il sistema dei rapporti, di quelli produttivi come di quelli sociali.

Va bene quindi stigmatizzare gli atteggiamenti e le abitudini (anche linguistiche) più discriminatorie, ma farlo ritoccando e censurando semplicemente un quadro vecchio invece che proponendone uno nuovo mi sembra una soluzione alla foglia di fico di controriformistica memoria. Val più l’ironia, a volte persino la appropriazione, la rivendicazione e la valorizzazione di caratteristiche attribuite in negativo, così come fa la natura con certi organi apparentemente superflui, di ogni puntigliosa censura. Certo, l’argomento richiederebbe considerazioni ben più approfondite: ma confido che non mancherà l’occasione per tornarci su.

Signorine?

di Paolo Repetto, 5 giugno 2021

Al festival dell’Economia di Trento l’inviato di RAI3 intervista tale Linda Laura Sabbadini, dirigente generale dell’ISTAT, che arrota le erre e lascia cadere le parole come fossero gocce rinfrescanti di rugiada. L’alta funzionaria è entusiasta di un libro attorno al quale, dice, si è acceso il dibattito in mattinata: Quello che ci unisce, di Minouche Shafik. Ci ha trovato “molta emozione, molta competenza, molta esperienza. Si sente subito che è scritto da una donna”. Già, l’avesse scritto un uomo sarebbe stata una cosa fredda, insipida, tutta teorica e abborracciata. Poi scende anche nel dettaglio, e vien fuori la solita acqua calda sulla quale galleggiano i luoghi comuni e le grandi speranze nei giovani e nelle donne. Va bene che da un festival, sia esso dell’Economia o della Letteratura, di Filosofia o di Storia, non ci si deve attendere granché, ma uno che ascolta la radio in macchina alle quattro del pomeriggio non ha molta scelta. Io in realtà scelgo di spegnere, perché mi sto innervosendo. (Comunque, esiste anche il festival della Disperazione: chissà di cosa parlano, e se le donne sono protagoniste. E se non altro ho capito che non ci si deve fidare dei dati ISTAT).

In genere non mi irrito facilmente. Sono, o almeno ero, un tipo passabilmente calmo. Ho le mie idee, ma le difendo (e le coltivo) piuttosto con l’ironia che con la spada. A volte però sembra lo facciano apposta a farmi perdere le staffe. Una settimana fa, durante il “Processo alla tappa” che segue la diretta del Giro d’Italia e che un tempo era condotto da Sergio Zavoli, l’attuale conduttrice, Alessandra De Stefano, (una giornalista sportiva della quale non mi sono ben chiari i meriti e le competenze, ma che era già famosa un quarto di secolo fa perché cacciava il microfono in bocca a Tomba prima ancora che questi avesse superato il traguardo), ha cazziato pesantemente Gianni Bugno perché aveva osato dire che i ciclisti non sono “signorine”. “Che vuol dire signorine? Badi che le donne sono da sempre capaci di sforzi e di sacrifici ben maggiori di quelli sopportati dagli uomini!” Il povero Gianni, evidentemente poco aggiornato sui nuovi tabù linguistici e rimasto fermo a modi di dire rudimentali, e che già era all’angolo per una serie di domande una più stupida dell’altra, lanciate a raffica dalla tizia che poi non ascoltava le risposte e trafficava agitatissima sull’iPad, si è scusato per un quarto d’ora, mentre si capiva benissimo che l’avrebbe volentieri mandata a stendere. L’avesse fatto, sarebbe oggi nuovamente l’idolo mio e di gran parte dei tifosi (ma anche di molti non appassionati).

Torno indietro ancora di qualche giorno. Sto rovistando sul banco dei libri ad un euro (hanno riaperto i mercatini, è tornata la vita!) quando mi arriva tra le mani un saggio di Maria Rita Parsi. Non ho mai letto nulla di questa signora, l’ho vista di sfuggita in tivù, in uno degli innumerevoli salotti televisivi che frequenta, non mi ha colpito affatto e mi è riuscita anzi piuttosto antipatica. Quindi, di per sé non mi interessa minimamente: ma è il titolo del libro a intrigarmi: I maschi sono così. Mi dico che ci vuole una bella faccia ad azzardare un titolo del genere. L’avesse scritto un maschio Le donne sono così (va bene, l’hanno già fatto, e molto prima ancora di Mozart e di Così fan tutte: ma già Dante aveva capito benissimo che a condurre davvero il gioco era Francesca, e non certo quel piagnone di Paolo: e comunque, sto parlando del presente) sarebbe in atto una sollevazione, scenderebbero in campo le filosofe dei gender studies, nonché Alessandra De Stefano e Linda Laura Sabbadini e probabilmente anche Lilli Gruber.

Signorine (2)

Finisce dunque che infilo il libro in borsa con gli altri, riproponendomi di verificare se il contenuto è stupido e presuntuoso quanto il titolo. In effetti risulta che è proprio così, forse anche peggio. D’altro canto, c’era da aspettarselo: appena a casa mi sono informato attraverso Wikipedia sulla nostra autrice, ed è venuto fuori che è una psicologa, psicoterapeuta, docente universitaria, militante storica nella rivendicazione di maggiore spazio per le donne e membro dell’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza e del Comitato ONU sui diritti del fanciullo: che ha all’attivo un centinaio di volumi, pièces teatrali, libri di saggistica e di poesia, sceneggiature televisive: che conduce programmi radio, ha fondato e dirige quattro o cinque onlus, è consulente di non so quanti ministeri: un altro po’ di spazio e può fondare uno stato. Nemmeno Palenzona ha mai avuto tanti incarichi. Il solo elenco delle onorificenze occupa un’intera pagina. Davanti a un profilo del genere uno il libro nemmeno dovrebbe aprirlo (beninteso, e tanto più, anche se a scriverlo fosse stato un uomo). Ma io sono masochista e voglio vedere dove va a parare.

Dunque: un lungo elenco di casi da manuale, di donne che si sono imbattute in uomini (padri, mariti, amanti) di un egoismo e di uno squallore esemplare. Mai il sospetto che in certe situazioni non sempre ci si imbatte per caso o per sfortuna, che qualche volta le si va anche a cercare: e che forse, al di là degli animali di cui si parla, esistono esemplari maschili che “non sono così”. Non so quali ambienti frequenti la Parsi, al di là dei salotti televisivi (e allora si spiegherebbe tutto), ma non posso fare a meno di pensare che con gli uomini abbia avuto meno fortuna che con la carriera.

Ma è meglio lasciare direttamente a lei la parola. Direi che sono sufficienti un paio di paragrafi tratti dall’introduzione:

«Da sempre, e ancora oggi, i maschi pretendono “il possesso” dei corpi delle donne, ed esigono attorno a loro la presenza di madri, sorelle, mogli, amanti badanti perché li accolgano, li sostengano, li confortino sia fisicamente che spiritualmente. Hanno bisogno dei corpi delle donne come difesa dall’angoscia di morte che li attanaglia e che li spinge a lanciarsi in ogni sorta di irragionevole conflitto per conquistare ogni umano potere e, dunque, dominare – ma solo apparentemente – quella paura.» Non siamo messi granché bene. Infatti:

«I maschi non sono forti e sicuri di sé come vogliono far credere. Sono fragili, spaesati e a volte impauriti dal dover recitare il ruolo che le donne e la società si aspettano da loro. Però non sanno di esserlo, o non vogliono accettarlo, e camuffano con la fuga, l’inganno, il tradimento, l’arroganza, la prevaricazione, in certi casi con la violenza, quel senso di fragilità. Da qui si generano le incomprensioni, le distanze, gli equivoci tra i sessi.» Ti credo! Se le cose stanno davvero così, altro che equivoci e incomprensioni!

Tuttavia: «Oggi i maschi hanno però una possibilità: indagare, riconoscere ed accettare quella “fragilità”, scoprirne la “forza” per cambiare in profondità. E questo cambiamento è necessario per modificare alla radice ogni società umana. Perché nel cuore dei maschi questa fragilità nascosta e rinnegata troppe volte si trasforma in luciferina invidia, paura delle donne e della loro potenza, senso di inadeguatezza, arroganza, bisogno di dominare, sottomettere, ferire. Troppe volte diventa dispotismo, crudeltà, abbandono, perversione, violenza … si trasforma in oppressione, finisce per combattere le proprie debolezze negli altri […]
Questo cambiamento può fare sì che essi riconoscano l’invidia del grembo materno, primaria grotta d’amore uscendo dalla quale sono nati “maschi” e già fisicamente segnati dalla perdita di quell’Eden originario che è il corpo della donna-madre-dea.» Eccolo qui, il vero problema.

Queste rivelazioni, questo brutale disvelamento, mi hanno sconvolto. Accidenti. Ho stolidamente vissuto i miei primi settant’anni senza sospettare neanche un po’ di essere così fragile, senza essere attanagliato dall’angoscia di morte e quindi, probabilmente, anche senza recitare il ruolo che le donne e la società e la Parsi in particolare si aspettavano da me. A quanto pare sono piuttosto lento nell’apprendere, e se non ho mancato di registrare e di stigmatizzare in ogni possibile occasione i comportamenti di cui l’autrice parla l’ho fatto trattandoli come manifestazioni, sia pure numerosissime, di una devianza, a volte congenita a volte indotta, non come il naturale sbocco della condizione maschile. Non ho saputo cioè riconoscere che quella fragilità era anche mia. Quindi, per mettermi in sicurezza ho chiesto immediatamente di poter fare una terza dose di vaccino, ma quanto al resto ho pensato che sia ormai un po’ troppo tardi per mettermi in pari.

Signorine (3)

Ho capito davvero poco del mondo. Fin dalla più tenera età ho realizzato che esistono due generi: non era difficile, le differenze erano evidenti, non ero tardo sino a quel punto. Poi ho però cominciato a pensare che si, quelle differenze erano certo importanti, perché andavano necessariamente a incidere sui comportamenti, sugli atteggiamenti e sulle aspettative nei confronti della vita, ma che la differenza fondamentale in seno all’umanità era un’altra, quella tra persone intelligenti e idioti. Che dunque la discriminante vera non fosse l’appartenenza di genere, ma il modo in cui questa appartenenza la si declina: un maschio idiota è prima di tutto un idiota, una femmina idiota è prima di tutto una idiota. È anche vero che l’appartenenza di genere comporta possibilità diverse di esercitare l’idiozia, quindi di far danno: ma il male non è nel genere, è nell’idiozia.

Avrei giurato che questo fosse l’unica certezza imprescindibile sulla quale fondare una convivenza la meno penitenziale possibile, non tra i generi, ma tra gli umani. A quanto pare le cose non stanno così. La tara originaria che noi maschi ci portiamo dentro non si cancella con un semplice battesimo. Sembra tutto molto più complicato, e adesso finalmente capisco anche l’esplosione del fenomeno dei transgender.

Troppo complicato per me. Dovrei ricominciare da capo, resettare tutto il sistema di convinzioni sul quale ho fondato l’intera mia esistenza. Cercherò allora per quel mi rimane da vivere di controllare la paura nei confronti delle donne, l’ambivalenza, il senso di inadeguatezza, l’arroganza, la crudeltà. Quanto all’“invidia del grembo materno”, se intesa nel senso più malizioso del concetto (alla Woody Allen, per capirci) ne sono immune da un pezzo, in quello psicanalitico lo sono da sempre. Non sarà poi così difficile. Sarà sufficiente rinunciare al “Processo alla tappa”, non frequentare i Festival dell’economia ed evitare come la peste Maria Rita Parsi, in video o sulla copertina di un libro. Dovrei farcela.

Il dilemma dell’atterraggio alle Reichenbach

di Fabrizio Rinaldi, 23 marzo 2019

Da sempre un tarlo mi accompagna: è la mania di capire come funziona il mondo che mi circonda, di aver chiare le dinamiche che impongono ad un elemento iniziale di diventare qualcos’altro, le relazioni che intercorrono fra i diversi attori, e magari di indovinarne le possibili ulteriori evoluzioni. È un’ossessione che dovrebbe essere connaturata al genere umano ma che oggi sembra anestetizzata: il mondo dei media impone una prona accettazione del pensiero unico, le spiegazioni arrivano già confezionate, in genere da chi detiene un qualsivoglia potere. Ma a me non bastano.

La mia curiosità è attratta soprattutto dai fenomeni naturali: le regole matematiche riscontrabili nella forma di un fiore, la composizione dei sedimenti rocciosi su cui è posata la mia casa, le relazioni sociali tra le vespe che vivono nel pollaio, al posto delle galline.

Ho meno interesse a capire il senso e la direzione dell’agire umano: forse perché penso di non possedere gli strumenti adeguati, o forse perché ritengo che una vera evoluzione lì non ci può essere, per un difetto congenito nella matrice originale.

Quindi: frattali, botanica, Fibonacci, gradienti, sezione aurea, Linneo, geologia, scienze forestali, fisica, ecc … Sono materie che bene o male mi hanno aiutato a intendere le armonie e le disarmonie del quotidiano – o almeno m’ha rincuorato il fatto che altri – più sapienti di me – le abbiano sapute spiegare.

Ma nemmeno questo mi bastava. Oltre a cercare nei testi scientifici le soluzioni ai miei enigmi e curiosità, andavo anche a rintracciare nella letteratura i personaggi che più mi affascinavano e che sentivo affini. Prima ancora di incontrare il tormentato Achab o gli avventurieri descritti da Conrad e Stevenson, c’era la figura tagliente, misogina e sociopatica di Sherlock Holmes che mi attraeva.

Ero affascinato dal suo metodo deduttivo, basato su una disarmante logica che connetteva ogni accadimento con i più piccoli elementi rintracciati durante le indagini, quelli che ai più apparivano insignificanti. Pezzo per pezzo svelava all’amico, biografo e medico John Watson, il mistero che c’era dietro a qualsiasi delitto, fino ad arrivare alla soluzione del caso.

Le conclusioni cui giungeva il detective nascevano dalla verifica delle ipotesi formulate dopo una minuziosa osservazione del contesto – una vera e propria vivisezione visiva – attraverso la conoscenza profonda delle discipline scientifiche in gioco. Il tutto attraverso un procedimento logico-deduttivo implacabile, che connetteva ogni singolo indizio entro un quadro generale.

Il procedimento che permetteva a Holmes di risolvere i casi più intricati è lo stesso formulato da Galileo Galilei, quello che mia figlia di 8 anni ha studiato in terza elementare e che ora, per gioco, applica esaminando i fiori e le conchiglie delle chiocciole.

Lo stesso percorso l’ho fatto io, come moltissimi miei coetanei, crescendo a pane, latte e Piero Angela: grazie al suo “Mondo di Quark” ogni pomeriggio avevo in casa una finestra sulle curiosità delle scienze naturali, sulla matematica, sui comportamenti animali (descritti minuziosamente da Danilo Mainardi) e sul metodo scientifico da applicare in ogni aspetto della vita. Col tempo non ho fatto altro che inseguire il desiderio di conoscere in primo luogo ciò che mi stava attorno, sforzandomi di capire e di costruirmi conoscenze e convinzioni basate su dati scientifici e verificabili nell’esperienza quotidiana.

Eppure oggi quegli stessi figli e nipoti televisivi di Angela sembrano aver scordato le nozioni basilari che dovrebbero aiutarli a discriminare tra tutto ciò che i media ci propinano. Si è scatenata la corsa a dare credito alle più inverosimili “belinate” (termine molto più efficace che “fake news”), a ogni stupidaggine messa in circolazione ad arte per confonderci le idee, mascherare la verità e offrire in pasto ad una massa ebete dei facili capri espiatori. Di volta in volta siamo scivolati dalle armi irachene di distruzione di massa alle scie chimiche, dal metodo Di Bella ai vaccini che portano all’autismo, dai terrapiattisti al redivivo complotto del Priorato di Sion, dalla soverchiante invasione di stranieri che ci rubano il lavoro alla crescita economica dietro l’angolo (se non ci fossero i “gufi” di turno a tifare per la recessione).

Tornando a Sherlock Holmes e al suo metodo, la certezza che sarebbe arrivato a una soluzione finale confortava e placava la mia inquietudine di ragazzino. Mi aiutava ad affrontare le mie paure, quelle che mi venivano dal mondo reale, non meno angoscianti di quelle che provavo leggendo Il mastino dei Baskerville.

Mi ritrovavo anche nel disgusto provato da Holmes per l’arroganza della borghesia inglese di fine Ottocento, per il rifiuto dei salotti buoni, ai quali preferiva le stanze da oppio, dove poteva concentrarsi per risolvere i suoi casi. Io l’oppio nemmeno sapevo cosa fosse, ma alla discoteca o al bar preferivo le camminate solitarie: erano droga per le mie gambe e carburo per il mio pensiero.

Holmes non si accontentava delle soluzioni di comodo accettate da Scotland Yard, ma si affidava alla conoscenza di elementi che ai più apparivano insignificanti: ricordo che nel racconto Uno studio in rosso è citato un suo testo fondamentale per le investigazioni: Su come distinguere le ceneri di vari tabacchi. Eccelleva poi nella capacità di individuare le connessioni fra questi differenti elementi: il suo metodo d’indagine era rigorosamente scientifico, e arrivava a risolvere i casi seguendo la logica per cui “una volta eliminato l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità” (Il segno dei quattro).

Per parte mia, come dicevo prima, modestamente e maldestramente cercavo di comprendere le interazioni che rintracciavo nel bosco e nel fiume che attraversavo durante le escursioni.

Mi ritrovavo anche nella resa di Holmes di fronte alla imperscrutabilità del mondo femminile. Nel racconto L’uomo dal labbro storto il detective ammette che “quanto una donna sente può valere più di un ragionamento analitico”; in Il cliente illustre afferma che “la mente e il cuore di una donna sono dei rompicapi insolubili per l’uomo”. Mi aggrappavo alle ragioni di Holmes per giustificare la mia incapacità di espugnare la mia Irene Adler, l’unica donna a scalfire il cuore e competere col cervello di Holmes (Uno scandalo in Boemia). Nell’universo femminile ad interessarlo c’era solamente lei, “La Donna”; io nella mia rete di investigazioni usavo maglie un po’ più larghe: la donna era comunque un “fenomeno” che volevo esplorare ed espugnare … a qualunque costo!

Nella Londra di fine Ottocento le avventure di Holmes ebbero un tale successo da far credere a molti che l’investigatore esistesse realmente ed abitasse al 221b di Baker Street, tanto che a quell’indirizzo e a quello dell’autore dei racconti, Sir Arthur Conan Doyle, arrivavano sacchi di lettere con richieste d’ingaggio per risolvere i più impensabili casi insoluti.

L’autore ne fu gratificato, per la fama e per i soldi che quel successo gli aveva procurato, ma ad un certo punto cominciò a sentirsi oppresso dalla sua stessa creatura; percepì il pericolo che il suo nome rimanesse eternamente connesso a Holmes, mentre lui voleva essere ricordato per ben altro. Voleva chiudere col detective per dedicarsi ad altri progetti, scrivere racconti horror, romanzi storici, e approfondire il mondo dello spiritismo e delle fatine dei boschi. Già, perché l’ideatore del razionale e anaffettivo Sherlock Holmes si occupò anche di questo, credendoci fermamente (tanto da attendersi la vera fama proprio da questi argomenti).

Occorreva dunque sbarazzarsi del detective. L’editore, gli amici, persino la madre, scongiurarono Arthur dal proposito omicida: ma alla fine, nel 1891, ne Il problema finale Holmes e Moriarty, il suo alter ego del crimine, ebbero il loro scontro definitivo. Entrambi vennero fatti precipitare nelle cascate svizzere di Reichenbach (quelle raffigurate a fianco, in un dipinto di Turner), fornendo all’autore il modo di liberarsi elegantemente e drammaticamente di un doppio ingombro.

Conan Doyle resistette per anni alle pressioni degli accaniti lettori che lo imploravano di scrivere altre storie holmesiane. Alla fine dovette cedere e pubblicò il racconto La casa vuota: il ritorno alle indagini di Sherlock Holmes. L’antipatia ormai maturata nei confronti del suo personaggio non era però venuta meno: probabilmente lo riteneva anche ormai psicologicamente troppo grezzo, in un tempo in cui stavano affermando le ricette dell’anima di Freud e compari.

Quanto alla vicenda, l’autore non si preoccupa di spiegare come Holmes sia sopravvissuto alle cascate delle Reichenbach: sappiamo solo che dopo questo episodio, per sfuggire alla rete di malviventi del defunto (lui si) Moriarty, ha dovuto rifugiarsi prima in Tibet e poi in Persia, per tornare infine a Londra determinato a sgominare definitivamente ciò che restava della banda del suo arcinemico.

Sempre affidando il racconto a Watson, Conan Doyle scrisse altre avventure del celebre detective fino alle soglie del primo conflitto mondiale. Fino a quando cioè Holmes, dopo la lunga carriera di disvelamenti, poté ritirarsi nella campagna londinese e dedicarsi allo studio della filosofia e alla pratica dell’apicoltura. Un finale decisamente augurabile.

Il successo di Sherlock Holmes si deve soprattutto all’uso che ne fece la nascente industria cinematografica. Comparve infatti in innumerevoli film (il primo, di pochi secondi, risale addirittura al 1900). Negli anni quaranta poi Holmes assunse anche un volto definitivo, quello dell’attore Basil Rathbone, che lo interpretò in 14 film, in uno sceneggiato e in innumerevoli trasmissioni radiofoniche, rimanendo alla fine anch’egli eternamente imprigionato nel celebre personaggio.

Con lo scadere dei diritti d’autore riconosciuti ai discendenti di Conan Doyle, recentemente sono uscite parecchie versioni cinematografiche dell’investigatore dal cappello da cacciatore. L’unica a mio avviso degna di nota è una breve serie inglese intitolata Sherlock, ambientata in epoca moderna, nella quale Watson racconta le vicende di Holmes, interpretato dall’attore Benedict Cumberbatch, attraverso un sito internet: è la traslazione moderna dell’antica modalità di pubblicazione sulla rivista britannica The Strand Magazine.

(Una piccola parentesi: come quelli di Sherlock Holmes, anche le gesta e i pensieri dei Viandanti delle Nebbie sono narrati in un sito a loro dedicato. Come per Holmes, c’è chi crede che i Viandanti esistano o siano esistiti. È un pensiero confortante, che regala un barlume di speranza nel grigiore odierno.)

L’espediente narrativo usato da Conan Doyle per eliminare il protagonista dei suoi racconti, facendolo precipitare abbracciato al suo acerrimo nemico in una cascata da cui è ragionevole pensare sia impossibile uscire vivi, induce alcune riflessioni sulla possibilità di eludere la morte (o almeno, di renderla meno penosa). Perché, come dice Moriarty in una delle puntate intitolata L’abominevole sposa, “Non è la caduta a uccidere Sherlock. È l’atterraggio!”

Una caduta rappresenta una rottura nel quiescente equilibrio della nostra vita. È un impulso di dinamicità che tende il protagonista verso un futuro inatteso e insondabile. Di certo c’è soltanto che prima o poi si verificherà l’impatto. Ora, se non si può evitare l’impatto di un problema (mentale o fisico) sulla nostra personalità, quasi sempre si possono scegliere le modalità con le quali affrontarlo. A seconda delle decisioni che riusciamo a prendere – anche quando affrettate, per oggettiva mancanza di tempo – possiamo uscirne con il collo e l’animo rotto, o con un più augurabile e dignitoso finale (vedi l’apicoltore Holmes).

Quasi sempre. Perché poi rimane in realtà la questione vera, di come affrontare quel precipizio che inesorabilmente ci attende tutti. Sappiamo che nessun Sir potrà – per sua volontà o perché costretto da un improbabile e affezionato pubblico – salvarci dall’atterraggio. Nulla potrà sottrarci dallo schianto fatale. Sta a noi allora guidare la caduta affinché la si possa affrontare con dignità da parte nostra e senza troppo sgomento in coloro che staranno sul bordo della cascata.

Sono certo che mentre cadrò cercherò di calcolare l’accelerazione, la portata della cascata e chissà che altro ancora. E mi verrà in mente che il dilemma dell’atterraggio alle Reichenbach resta, oltre che un mio titolo bello e musicale, uno dei rarissimi casi irrisolti per l’infallibile Sherlock Holmes. Lo resterà anche per me. Spero che a questo pensiero, e in vista dell’imminente atterraggio, riu-scirò a sorridere.Collezione di licheni bottone

Una memoria apologetica

Contro l’accusa di misoginia

di Paolo Repetto, 30 maggio 2018

Si dovrebbe sempre guardare con sospetto
a ciò che gli uomini hanno scritto sulle donne,
giacché sono allo stesso tempo giudici e parti in causa.
Immanuel Kant

Seduto di fronte alla finestra fingo di leggere Il gene egoista. In realtà sto origliando da qualche minuto la conversazione che si svolge qualche metro più in là tra Mara e una sua amica in visita. L’amica è appena uscita da una lunga convivenza.

“Sai, dice, mi sentivo come un libro letto e riposto nello scaffale”.

“Ti capisco, risponde Mara (come sarebbe, ti capisco?!), gli uomini sono così. Non sei mai l’unico dei loro interessi, e nemmeno il primo.”

“Beh, io non ero nemmeno più l’ultimo. Prima venivano i libri, gli amici, le escursioni, il lavoro, la politica, la macchina e tutto il resto. Per trovarmi nella lista dovevi girare la pagina. Ma è possibile che non si possa trovare un uomo tranquillo, casalingo, che ha piacere di accompagnarti da qualche parte, di condividere le tue compagnie, che si prende cura di te ed è sempre lì quando ne hai bisogno? Esisteranno, uomini così? Ne conosci?”

“Si, penso che esistano, eccome. Adesso non mi viene nessuno, ma forse ne conosco anche. Si che esistono. Uomini belli tranquilli, un po’ pantofolai, sempre solari.”

C’è una pausa silenziosa. Poi Mara riprende: “Ma tu, detto tra noi, con uno così, ci vivresti?”

“Oh beh, no, certamente.”

Fantastico.

Sono sospettato (qualche volta più o meno scherzosamente accusato) di misoginia. Si sa come vanno queste cose. È cominciata per celia, con io che stavo al gioco, ed è finita che sotto sotto ne sono convinti tutti, soprattutto perché non mi sono mai preso la briga di smentire, sapendo che sarebbe perfettamente inutile. Quando una convinzione ha preso piede ogni parola, ogni gesto sono interpretati in quella luce.

Mi si imputa come indizio di “machismo” persino il non tollerare alcuna forma di violenza nei confronti di una donna, fisica ma anche verbale. “Se in questi casi ti va subito il sangue alla testa (è accaduto) – mi è stato detto – è perché in fondo scatta un istinto di protezione nei confronti di un essere considerato “minore”, lo stesso che ci muove nei confronti dei bambini o addirittura degli animali. In realtà non sopporti la vigliaccheria dell’aggressore perché da un maschio pretendi un comportamento superiore.”

Può essere. Anzi, è senz’altro in parte vero: ma io ne attribuisco la radice al particolare modello di cultura assorbito nell’infanzia, e non solo all’istinto. Mi prudono le mani anche quando la vittima è un uomo, se c’è sproporzione di forze. Ho letto forse troppi libri di Jack London, e il Don Chisciotte che campeggia nel mio studio sta diventando, tolto Ronzinante, sempre più una mia fotografia (nella versione però della seconda parte, quella della vecchiaia).

Tutto sommato andrebbe bene così. Quella che mi viene attribuita è in fondo una misoginia veniale, sottile ma educata, il che in alcune situazioni può addirittura fare gioco. Ma a volte questa educazione sembra dare più fastidio di un atteggiamento violento. Alla luce della conversazione riportata poco sopra, che giuro di aver trascritto alla lettera, non vorrei mi fossero rinfacciate in futuro anche le mancate molestie sessuali. Con l’aria che tira non ci sarebbe da stupirsi.

 

Io vedo comunque le cose in maniera decisamente diversa, e vorrei dire la mia. Lo faccio adesso, uscendo per una volta da un riserbo che ritengo d’obbligo, e a dispetto anche del rischio di patetismo che c’è nel farlo alla mia età, perché penso sia venuto il momento di parlarne con un po’ di buon senso e di sano distacco. Voglio opporre la verità dei fatti all’immagine creata dalle apparenze. È un problema che ho sempre avuto. La mia prima ragazza mi confessò di essere rimasta a lungo in soggezione, prima di conoscermi veramente. Il mio atteggiamento nei confronti delle donne le sembrava altero, quasi scostante. Al dunque era rimasta invece piacevolmente sorpresa: non ero che un ruvidone impacciato, un orso bisognoso di affetto. Credo che in qualche misura la stessa impressione abbiano avuto tutte le altre.

Ma non voglio spingermi troppo in là. Niente outing, per intenderci. In questa particolare sede mi limiterò a smontare le accuse a mio carico legate a una dilettantesca attività di scrittura: nella fattispecie quelle di non aver mai scritto delle donne e di non aver parlato dei sentimenti che provo e dell’atteggiamento che tengo nei loro confronti. Sono cose diverse e vanno trattate separatamente. L’una perché è infondata, l’altra perché il fatto sussiste, ma ha delle motivazioni a mio parere più che valide.

Comincio dunque dalla prima.

L’accusa suona pressappoco così: “Hai scritto praticamente su tutto. Possibile che non abbia trovato uno spazio da protagonista per una donna, anche minimo?” Peggio: nelle tante minibiografie che ho proposto avrei abbozzato solo alcune figure femminili di sfondo, a margine delle vicende, o addirittura di ostacolo al loro svolgimento. Non penso sia una cosa grave, stante l’irrilevanza della mia opera, quindi non mi turba più di tanto: ma mi ha messo addosso una fastidiosa impellenza di spiegare perché le donne sono così poco presenti nella mia scrittura, e prima ancora di chiedermi se sia poi così vero. Va da sé che per farlo dovrò abbondantemente citare me stesso: ma non mi pare che in questa occasione debba fingere di scusarmi.

Per cominciare, non è vero che ho scritto di qualsiasi cosa tranne che delle donne. “C’ho li testimoni”, come direbbe il Belli. È tutto documentato e produrrò le prove. La verità è che se pure mi diverto a bistrattare un sacco di argomenti, in pratica tutto quello che mi passa per la testa, di norma quegli argomenti hanno poca attinenza col mondo femminile. Ad esempio, con tutta la buona volontà nella storia del fumetto western italiano riesco a farci entrare una sola disegnatrice e soggettista (Lina Buffolente, anche molto brava). Oggi magari non è più così, ma negli anni cinquanta, quando i fumetti li leggevo io, le cose stavano in questo modo: col risultato che nella letteratura disegnata dell’epoca le personalità femminili risultavano decisamente scialbe (o almeno, tali le percepivo). Infatti ho scritto in proposito: “Le donne del fumetto western possono essere raggruppate in due grandi categorie: quelle che sono in pericolo, e quelle che sono un pericolo. In entrambi i casi rappresentano un intoppo, e non è detto che le prime intralcino l’azione dell’eroe meno delle seconde. Il maggiore o minore rilievo dato alle figure femminili sembra dettato principalmente dalle fasce d’utenza alle quali gli editori si rivolgono: tutti gli eroi della Universo (Bufalo Bill, Rocky Rider, Liberty Kid) hanno la fidanzatina: quelli della Dardo sono in genere propensi alla vita di coppia, mentre alla Bonelli prevale un atteggiamento piuttosto misogino (Tex rimane sposato giusto il tempo per avere un erede, gli altri hanno al massimo brevi avventure). Maschilismo? Forse. Senz’altro la preoccupazione nei confronti dei primi di un attestato di “normalità”, particolarmente importante per un popolo e per un’epoca per i quali la norma è la coppia, la famiglia. Ma se il fumetto è sogno, evasione nella libertà, tanto vale sognare la libertà più grande, quella assoluta” (da Il West nel fumetto italiano, 1996).

Chi si è cibato come me di pane e fumetti nei primi quindici anni della sua vita converrà che non potevo dire niente di diverso.

 

L’infanzia e la prima adolescenza sono il periodo nel quale ci sbozziamo un’idea del mondo; quel che viene dopo sono solo aggiustamenti. Se a questa sbozzatura ha partecipato anche il cinema western siamo a posto. Nel western dei miei tempi, quello classico, le cose per le donne stavano anche peggio. Era dunque naturale che la pensassi così: Il west è cosa da maschi; anzi, da uomini; anzi, di più, da ‘veri uomini’. Da ragazzo non mi sono mai chiesto il perché: mi è sempre parso logico che fosse così. E quindi mal sopportavo la presenza femminile nel western, quella cosa per cui quando si arriva alla resa dei conti, e l’eroe deve muoversi per chiudere una buona volta la questione, oppure deve svignarsela alla svelta perché è circondato, lei gli si aggrappa e gli fa perdere tempo e concentrazione. Le donne mi sembravano incapaci di capire la gravità della situazione, di valutare l’opportunità o meno del momento per rivelazioni o recriminazioni. Ma c’era di peggio: di norma finivano per minare i legami virili, o addirittura li mutavano in inimicizie mortali”.

E tuttavia, quasi ad anticipare quello che sto cercando di dire ora, ho anche aggiunto: “Non è comunque nemmeno vero che il western classico negasse qualunque spazio alle donne. Ho in mente diversi film in cui comparivano come protagoniste, primo tra tutti Donne verso l’ignoto […] Nel manifesto campeggiava il volto di Robert Taylor, ma il cast era poi praticamente tutto femminile. Non nascondo che la cosa mi creò qualche perplessità, malgrado ci fossero anche gli indiani. Anzi, questo fatto le perplessità le aumentava, e credo di avere poi sofferto per tutta la durata della proiezione, al vedere quelle poveracce in balia di pellerossa, delinquenti, serpenti e piogge torrenziali. Il sacrificio di alcune di loro mi pesava più dello sterminio dell’intero settimo cavalleria. I timori comunque almeno in parte rientrarono: Robert Taylor ce la metteva tutta ad insegnare loro a guidare un carro e ad usare un fucile, oltre che a separarle durante liti furibonde, e alla fine le ragazze dimostravano di avere appreso bene la lezione. Ho dovuto ricredermi, come era già accaduto per Il forte delle amazzoni: è uno dei western più emozionanti del mio primo periodo. Ma questo non toglie che abbia continuato a considerare anomala la storia che raccontava […].

In verità non mancavano nemmeno le donne protagoniste. “Barbara Stanwick è stata La regina del Far West dal primo film in cui l’ho conosciuta, una regina il più delle volte schierata contro la legge, dura e fredda, salvo tardivi ravvedimenti o improbabili innamoramenti. Credo che questa parte le calzasse a pennello, perché almeno sulla scena non tollerava partner maschi o femmine che le facessero ombra.”

Ma bisogna anche ammettere che: “… dove all’immagine femminile era lasciato uno spazio da protagonista le donne non ne uscivano molto bene, e non penso fosse solo una percezione mia, legata ad un infantile fastidio per le gonne. Credo invece che serpeggiasse in questi film una malcelata paura del “matriarcato” della società americana. Si è ripetuto nell’epopea western quanto è ciclicamente accaduto ad ogni grande svolta della civiltà occidentale: nel momento in cui si stabilivano nuove regole tutti coloro che da tali regole non venivano affatto tutelati, e che quindi erano più recalcitranti, finivano demonizzati. In Barbara Stanwick si reincarnava il fantasma di Medea e di Clitennestra, delle streghe cinquecentesche o di lady Macbeth, anche quando le esigenze di cassetta imponevano la redenzione (leggi: sottomissione) finale. Solo così si può spiegare l’onnipresenza di un’attrice che sprizzava antipatia da tutti i pori”.

Il che mi ha portato a queste considerazioni: “Questa è indubbiamente misoginia bella e buona, una misoginia “razionale”, non istintiva ma intenzionale. E qui scattano i paradossi delle operazioni “educative”, che spesso sortiscono risultati contrari a quelli che si prefiggevano. Mentre le donne che viaggiavano verso l’ignoto o difendevano il fortino riuscivano alla fine a guadagnarsi la mia ammirazione, anche al netto del desiderio di proteggerle, la cattiveria della Stanwick mi suonava persino inverosimile: per un motivo assurdo, perché usurpava un ruolo, quello del cattivo, e un sentimento, quello dell’odio, che ritenevo fossero prerogativa solo dell’uomo.

Non mi è poi bastata una vita per convincermi del contrario”. (da La più grande avventura, 2015)

 

Come si vede, spazio alle donne ne ho concesso eccome: tra l’altro, qui ho riportato solo pochi brani di un intero capitolo. Lo stesso vale per la storia dell’anarchismo. Non ho raccontato protagoniste, ma ho riconosciuto alle donne un ruolo fondamentale: solo a quelle che lo hanno svolto, naturalmente. “Non mi è del tutto chiaro il meccanismo che porta in Russia nella seconda metà dell’800 una simile fioritura di figure femminili straordinarie (con l’eccezione della moglie di Bakunin, che tuttavia dal suo punto di vista qualche ragione l’aveva), da Marija Kovalevskaja a Vera Figner, a Marija Subbotina, a Sof’ia Perovskaja e ad una infinità d’altre: credo c’entri nell’immediato l’apertura alle donne di tutte le facoltà universitarie, anche di quelle scientifiche, ma che più in generale il fenomeno vada riferito ad una condizione femminile che almeno nelle classi agiate era paradossalmente più avanzata rispetto al resto dell’Europa […].

Comunque, il peso di questa presenza femminile è eccezionale nella prima fase rivoluzionaria, quella dell’andata al popolo, mentre va poi riducendosi progressivamente mano a mano che il movimento si organizza “politicamente” e che allo spontaneismo si sostituisce la disciplina di partito. Si ripete quello che accade in occasione di ogni grande passaggio rivoluzionario, primo tra tutti quello del cristianesimo: l’apporto femminile risulta inizialmente determinante, ma viene poi drasticamente ridimensionato o addirittura escluso quando si passa alla costruzione del nuovo ordine.

Ho aggiunto alla fine una constatazione fondata sulla verità storica: “Resta il fatto che i nostri giovanotti non avrebbero potuto incontrare alcuna donna simile in Italia. A differenza della stagione populista russa il nostro Risorgimento, che di rivoluzionario ha ben poco, vede le donne solo nei ruoli di cucitrici di bandiere, infermiere dietro le barricate o paraventi per i salotti cospirativi. Le uniche eroine sono quelle che seguono il compagno nelle sue peregrinazioni, come Anita Garibaldi, peraltro nemmeno italiana e che non avrebbe potuto fare altrimenti, o che prestano alla causa le loro armi di seduzione, come la contessa di Castiglione. E le cose non cambiano quando, fatta l’Italia, si passa a cercare di darle un senso. Tutto viene messo in discussione da mazziniani, radicali, anarchici e socialisti, tranne il fatto che le donne debbano rimanersene a custodire il focolare. E tutto sommato si direbbe che queste ultime accettino di buon grado questo ruolo. La figura femminile più rivoluzionaria della nostra letteratura ottocentesca è in fondo quella della Lupa di Verga. In tanta assenza, meno male che arrivano le russe.” (da Lo zio Micotto e le cattive compagnie, 2008)

 

C’è poi un testo che mi sembra particolarmente significativo, quello nel quale racconto la storia di André Gorz e della moglie Dorine. Qui non mi sembra proprio che lei rimanga sullo sfondo. Anzi. Credo di essere riuscito a leggerci molte delle cose che mi ritrovo adesso confusamente a ribadire: “(…) di amore hanno scritto quasi tutti, da sempre (in verità non hanno scritto dell’amore, ma dei tormenti, delle delusioni, dei tradimenti, ecc…, tutti corollari, per lo più negativi, dell’amore: oppure hanno teorizzato, spiegato, analizzato, smontato il sentimento nei suoi sintomi, nelle patologie, negli effetti collaterali, tanto più sentendosi autorizzati a discettarne quanto meno capaci di provarlo o di viverlo – riuscite a immaginare Sartre che scrive trenta pagine sull’amore!). Cos’è che li spinge? […] non lo so, e in linea di massima nemmeno mi interessa. Mi interessa invece, in questo caso specifico, capire cosa ha indotto proprio uno come Gorz a congedarsi scrivendo del suo amore.

Il senso di colpa, verrebbe da dire a tutta prima. Il libro è concepito come una sorta di tardivo risarcimento dovuto da André a Dorine, per non essere stato in grado di capire prima quanto importante fosse effettivamente il loro rapporto. Gorz si autoaccusa di scarsa sensibilità, di egoismo, e insiste lungo tutto il racconto in questo autò da fé. Intendiamoci: non l’ha mai tradita (se lo ha fatto non lo dice: ma in questo andrei sul sicuro). Era veramente cotto come una pera, quel tipo di cottura che non ti consente di immaginare nemmeno lontanamente la possibilità di un’altra donna. E Dorine era innamorata di lui, molto più saggiamente ma non per questo meno intensamente. Il senso di colpa riguarda qualcosa di più sottile. André era talmente innamorato da essere persino infastidito da questo amore, dalla perfezione di lei: aveva bisogno di sminuirla in qualche modo per non sentirsi inadeguato, per vincere la paura di non meritarla (“Avevo la sensazione di non essere alla tua altezza. Tu meritavi di meglio”). E’ per questo che nel primo saggio-romanzo l’ha descritta come fragile, insicura, dipendente da lui. La ama perché è esattamente l’opposto, ma ha voluto raccontarla, a sé e agli altri, in questa luce, quasi a difendersi dal sentimento che provava, e che razionalmente pativa come eccessivo. Ora confessa: “Tu eri ed eri sempre stata più ricca di me. Ti sei schiusa in tutte le tue dimensioni. Eri a tuo agio nella vita: mentre io avevo sempre avuto fretta di passare al compito seguente, come se la nostra vita non dovesse cominciare veramente che più tardi”. Come a dire: tu avevi già capito tutto, senza dover passare attraverso tutti i giri che io ho fatto: io lo sapevo, o quanto meno lo intuivo, e non ho mai voluto ammetterlo, perché questo avrebbe tolto senso a tutta la mia ricerca (“Tenevo conto delle tue critiche mugugnando, perché devi sempre avere ragione!”). E fin qui, se uno sente proprio il bisogno di questa confessione, ci sta anche. E’ invece il fatto che l’autofustigazione avvenga in pubblico, debba essere esibita, a darmi veramente fastidio”.

Vien da chiedersi perché dopo aver riletto queste righe non abbia deciso di lasciar perdere la mia “autodifesa”. Sto in fondo ripetendo quel che imputavo a Gorz. Ma non del tutto. Gorz aveva motivo di sentirsi in colpa, io francamente non credo di dovere delle scuse per essere come sono. Semmai, le dovrei per non essermi comportato sempre come tale.

Comunque, concludevo così: “La storia di André e Dorine mi sembrava così bella. Non ne sapevo quasi niente, avevo visto solo quella foto bellissima, mi aveva commosso il loro ultimo gesto. Tutto quello che racconta la Lettera lo potevo già immaginare da quei volti, e mi piaceva. La Lettera ha rovinato tutto: perché al centro non c’è lei, c’è sempre lui, che col pretesto della confessione parla di sé, di come ha sbagliato, di quanto è stato cieco, di quanto l’abbia amata e la riami ancora: ma, soprattutto, di quanto è capace di mettersi in discussione e di assumersi le sue responsabilità. Mi sembra un estremo atto di egoismo, e getta anche un’ombra su quella fine tanto romantica quanto drammatica. Quasi lui abbia voluto tenere fede ad un impegno pubblicamente preso.

So di essere ingiusto. André era davvero innamorato, ed era uomo molto migliore di quanto potrebbe sembrare io lo stimi. La sua ansia di far sapere a Dorine quanto bene le volesse era sincera. Ma porca miseria, per una volta che uno trova una donna che invece di lamentarsi e di mettergli i bastoni tra le ruote gli dice “Scrivi. Questo solo sai fare, e vuoi fare. E allora scrivi”, che è il gesto d’amore più grande che si possa immaginare, dal momento che non c’è sottinteso: io mi sacrificherò al tuo fianco, ma piuttosto: ti voglio così, mi piaci così, ti amo per quello che sei, non per come vorrei diventassi o cercherò di farti diventare; ripeto, uno che ha una donna così al fianco non capisce che non deve scusarsi di nulla, che lei lo ha scelto e lo ha amato per come era, e che non vuole le sue scuse, anzi le fanno male, perché allora significa che di lei non ha capito nulla.” (da Uomini che (si) amano troppo, in Resistenze e riabilitazioni, 2010)

 

Ci sono però oggettivamente degli ambiti (tra quelli di cui mi sono occupato io) nei quali un discorso imperniato sulle donne sarebbe solo una forzatura. In una storia dell’alpinismo, ad esempio, le figure femminili fanno folklore, ma nessuna ha mai violato per prima una cima. E in quella storia entrano, per forza di cose, solo le prime ascensioni. Ho accarezzato per un certo periodo l’idea di rievocare la figura della moglie di Attilio Tissi, Mariola, che arrampicava con lui ed era anche molto brava (era con Attilio al momento dell’incidente in cui questi perse la vita). Ma ho capito che non sarei mai venuto a capo dell’interrogativo che mi premeva e che stava all’origine del mio interesse: arrampicava per stare con lui, per compiacerlo, o perché era davvero stregata come il marito dalla montagna?

La stessa cosa vale per la storia della rivoluzione inglese o per quella dell’eresia: è indubbio che le donne partecipino, ma in ruoli secondari. Per non parlare poi della storia delle esplorazioni, dove fanno qualche fugace apparizione, ma per sparire subito, come la moglie di Livingstone: o di quella della rivoluzione scientifica, dove proprio non compaiono.

Quindi non si tratta di esclusioni malignamente volute: è che davvero nelle cose che mi hanno culturalmente intrigato le donne c’entrano poco. Ed è anche vero che non sono tutte come Mariola, somigliano piuttosto alla fidanzata di Rocky Rider, e in questo caso sono solo un problema. Non è colpa mia, poi, se la madre di Humboldt era una donna glaciale, come quella di Leopardi, e la moglie di Tocqueville una bigotta rompiscatole, quasi come quella di Darwin.

Veniamo ora alla letteratura. È vero, parlando della mia biblioteca ho accennato ad alcune impressioni negative: “Non mi vengono in mente libri ‘di passaggio’ al femminile: o meglio, senz’altro ce ne sono un sacco, da Jane Eyre in poi, fino allo splendido “Il cuore è un cacciatore solitario” della Carson Mc Cullers e a “I beati anni del castigo” di Fleur Jaeggy; ma mi sembrano tutti virati al triste. Voglio dire che, per quanto malinconici, i libri che trattano di infanzie e adolescenze maschili finiscono per mitizzarle in positivo: un’amicizia, un’esperienza, qualcosa insomma di cui avere nostalgia rimane […]. In quelli al femminile sembra invece di avvertire quando va bene un sospiro di sollievo per essere uscite da quell’inferno, familiare o scolastico o che altro, quando va male l’astio per un periodo al quale si fa risalire la responsabilità per l’attuale infelice condizione. Probabilmente le donne sono più realiste nella memoria, o vivono davvero peggio la loro infanzia e adolescenza, oppure scrivono più facilmente sull’onda di una frustrazione. O forse è solo un’impressione mia, generata dai miei soliti pregiudizi o da esperienze con donne che sembrava avessero sempre e solo riserve da fare sul nostro rapporto.”

Più oltre però non lesino gli apprezzamenti: “Nella letteratura inglese non si può prescindere dalla scrittura al femminile, nemmeno io ho il coraggio di farlo. Sono passato per Mary Shelley, per le Brontë, per Jane Austen, per la Barrett, su su fino ad arrivare alla Mansfield e a Virginia Woolf (e poi basta, però. Le voci femminili importanti sembrano fermarsi agli anni venti. Deve essere accaduto qualcosa alle donne inglesi). Beh, queste devi leggertele tutte, non si scappa. Magari scegliendo, “Ragione e sentimento” ad esempio, o “Jane Eire”, se vuoi farti un’idea. E per entrare in argomento puoi iniziare con “Flush”, della Woolf, e proseguire subito dopo con “Una stanza tutta per me”, che della scrittura al femminile è un po’ il manifesto.”

In definitiva confesso comunque di essere criticamente e psicologicamente disarmato davanti a quella scrittura: “Io non credo di essere il lettore più adatto a cogliere tutte le sfumature di una sensibilità femminile (te n’eri già accorta? Meglio così), per cui se mi chiedi cosa mi attiri veramente in queste autrici temo di darti delle spiegazioni deludenti. Ho l’impressione che tutte queste storie, anche quelle apparentemente più pacifiche della Austen, siano in realtà tese come corde di violino, giocate su un minimalismo dei fatti e un massimalismo della loro interpretazione che nella scrittura maschile sono assenti. Le storie al maschile sono più piane, più distese, anche quando sono infarcite di massacri e violenze e peregrinazioni: in quelle femminili il massacro è continuo, sottile, solo apparentemente incruento. La tensione non cade mai. E questo mi piace, lo capisco fino ad un certo punto, cioè capisco fino ad un certo punto come si possa vivere e pensare così, ma letterariamente mi piace.” (da Elisa nella stanza delle meraviglie, 2002)

Ultimamente poi ho lavorato a un ponderosissimo studio sulle cause e sui modi dell’esclusione femminile nell’ antichità classica, prendendo a riferimento le protagoniste della tragedia greca, da Clitemnestra ad Antigone a Medea. Il punto di vista è quello più generale della storia delle idee, non di una storia specifica delle donne, ma il risultato lo riassumo così: “La misoginia e il razzismo sono conseguenti il prevalere della razionalità? Si direbbe per la prima che proprio l’affermarsi del Logos “calcolante”, elemento specificamente maschile, abbia relegato la donna ad un ruolo secondario nella riflessione sulla realtà, in quanto portatrice per natura di un’altra forma di comprensione (o d’intuizione) del mondo: quella basata sulla sensibilità, sull’immaginazione, sul ricordo, sul sogno, sulla compartecipazione emotiva. Lo hanno sostenuto i maschi per millenni, e in qualche modo lo sostengono oggi anche le fautrici di una “filosofia della differenza”. I primi, naturalmente, a sottolineare che la disposizione conoscitiva femminile era inadatta alla comprensione del mondo in un’ottica strumentale, di trasformazione e miglioramento del mondo stesso: le seconde per rivendicare, di fronte allo sfascio provocato dalle derive dalla ragione strumentale, una capacità di adesione al mondo che potrebbe costituire la strada per una riappacificazione con lo stesso, uscendo dalla logica del dominio.” (da La vera storia della guerra di Troia, 2017).

 

Insomma, spero di aver ampiamente dimostrato che nel mio lavoro di ricerca le donne non sono state affatto trascurate. Compaiono per la parte che hanno effettivamente avuta.

Mi si potrebbe ancora obiettare, colpo di coda dell’accusa, che ho scritto molto su mio padre e quasi nulla su mia madre (la quale certi tratti in comune con le mogli di Darwin e di Tocqueville li aveva). Qui naturalmente il discorso cambia, entrano in gioco valori affettivi al posto di quelli culturali: ma la sostanza è che ho scritto su mio padre perché penso che il mio rapporto con lui si sia chiuso quasi in pari, e soprattutto credo di averlo capito fino in fondo, mentre mia madre rappresenta ancora per più aspetti un enigma, e qualcosa tra noi è rimasto in sospeso. Non mi piace avere debiti, mentre da parte sua ho sempre avuta l’impressione di aspettative non corrisposte, cosa che mi ha spinto spesso a non corrisponderle di proposito.

Questo ci porta finalmente, sia pure di sponda, al vero punto, che è poi il secondo: quello del mio rapporto con le donne. Non aspettatevi granché, perché nemmeno da ragazzo sopportavo chi veniva a raccontarmi i fatti suoi o attribuiva i punteggi: era una cosa che mi metteva a disagio, la giudicavo e ancora la giudico una intollerabile cafonaggine. Ne tratterò dunque in termini molto generici,

La presunta evidenza che mi viene contestata è che in tutte le mie storie o nelle mie riflessioni, e non solo in quelle che si celano dietro schermi più o meno “culturali”, non si dà un gran rilievo alle donne che hanno incrociato la mia vita o ne hanno condiviso una parte.

È un’impressione sbagliata. Io credo al contrario che la loro presenza incomba costante su tutto ciò che ho scritto così come su quello che ho fatto, mi abbia anzi fortemente condizionato (nel bene e qualche volta anche nel male). Non mi riferisco tanto a singole donne quanto all’idea, all’essenza del femminino. O meglio, a quello che per me è rimasto il suo “mistero”.

In questo mistero, beninteso, non c’è nulla di romantico. Non mi ha spalancato le porte del sublime: è rimasto un punto interrogativo. Una volta superati i pruriti e le paure dell’adolescenza ho continuato ad essere “genuinamente” curioso delle donne, ad essere intrigato dal loro modo di pensare, di agire e di reagire, tanto che sono andato a leggermi tutto quello che trovavo sui legami tra la loro fisiologia e la loro psiche, sull’evoluzione dei loro organi e dei loro ruoli, sui condizionamenti storici, quelle cose lì, insomma: e tutto sommato in mezzo a molte stupidaggini ho trovato anche delle cose intelligenti. Devo comunque ammettere che le donne, per parte loro, mi hanno molto aiutato, perché alla luce dei fatti hanno poi sempre tenuto comportamenti del tutto opposti a quelli teorizzati in quegli studi: il che ha contribuito a mantenere fresca e inappagata la mia curiosità, perché le analisi che ho letto erano davvero molto intelligenti, e ne ho tratto grandi benefici, ma del mistero non mi hanno rivelato nulla.

 

Ma in definitiva, cosa intendo per mistero? Che c’è di specifico in un comportamento femminile che vada oltre la normale e sacrosanta differenza esistente tra tutti gli individui? Qui si corre davvero il rischio dello psicologismo da due soldi. Non lo so cosa ci sia di “specifico” (e nemmeno so se l’aggettivo è corretto, perché sembra alludere all’esistenza di una “specie” femminile, anziché di un genere). Il mistero è proprio lì. Ho cercato per un sacco di tempo di affidarmi a quella che ritenevo una sensibilità ai caratteri e agli umori discretamente sviluppata, anche in virtù del lavoro che svolgevo, ma ho constatato che ciò che funzionava con i maschi con le donne non valeva affatto. E fin qui, è lapalissiano. Intendo dire però che non funzionavano proprio le categorie generali e che il mio bagaglio relazionale, per quanto prevedesse uno spettro amplissimo di comportamenti da assumere, era sempre inadeguato.

In tutto questo c’è un perché, che va al di là delle difficoltà di relazione eventualmente imputabili al sottoscritto. E qualche idea in proposito ce l’ho, banalissima ma fondata. Le diverse caratteristiche biologiche sono lì, incontestabili, ed è ovvio che da queste conseguano differenti ruoli. L’“investimento” nella riproduzione non è uguale per i due sessi, ciò che comporta per i maschi una minore polarizzazione dei loro interessi entro la sfera familiare. Mi ha colpito qualche giorno fa un quadretto colto su una scogliera, tanto semplice da riuscire perfettamente emblematico: un gabbiano maschio e una femmina, lui con la testa alta, fiero, lo sguardo fisso all’orizzonte, lei più dimessa, in atteggiamento quasi timido, e con lo sguardo costantemente puntato su di lui. Ma le cose non sono così semplici e automatiche, perché tra gli umani i ruoli sono variamente interpretati, per motivi che non attengono solo alle differenze individuali ma anche ai diversi portati storici e culturali: tanto che all’atto pratico questo schema, ferma restando la sua fondatezza teorica, si rivela del tutto inutile.

Insomma: la differenza non è solo biologica, riguarda le aspettative, ovvero il senso da dare all’esistenza; quindi si estende alle strutture logiche del pensiero, e dal momento che queste sono strettamente connesse al linguaggio, si manifesta nell’uso e nella accezione diversi di termini e concetti. Il che mi porta a concludere che la cosa migliore da farsi è accettare l’esistenza di un margine di scarto, di una differenza nelle frequenze di trasmissione che interferisce col senso dei messaggi. Il saperlo aiuta almeno in parte a decodificarli.

Faccio un esempio, uno solo, sperando di non cadere nel ridicolo. È difficile che una donna dica: “Voglio andare al cinema”. In genere chiede: “Vuoi andare al cinema?”, dove il punto interrogativo non significa necessariamente che si tratti di una domanda. Ora, quello che intende è evidente, ma il modo crea ambiguità. Metti caso uno non ne senta minimamente il desiderio: come deve rispondere? “No” oppure “No, ma se ti fa piacere andiamo” oppure ancora “No, ma se ti fa piacere vacci tu”? Tutte e tre le risposte sono sbagliate. Mentre alla prima formulazione si potrebbe rispondere semplicemente: “Vai”, e sarebbe chiusa lì. Ora, è chiaro che sto generalizzando e che l’esempio è stupido: ma spero renda l’idea. Non si tratta solo di una complicazione linguistica, c’è dietro tutta una complicazione di rapporto, che in genere non siamo attrezzati a gestire.

Io, perlomeno, lo sono molto poco. Davanti a una domanda posta in quei termini mi metterei a riflettere, mi piegherei alla seconda risposta perché mi parrebbe la più urbana e otterrei l’effetto peggiore. Senza aver capito nulla della domanda e meno ancora dell’effetto della risposta. E non credo di essere il solo: anzi, sono convinto che la stragrande maggioranza degli uomini di quello che una donna può volere, amare, temere, pensare capisca un accidente. Ci saranno anche quelli che lo sanno fare ma, parafrasando Mara, adesso non me ne viene in mente nessuno.

Sono invece convinto che le donne siano molto più brave a capire noi. O forse sono solo più interessate. Sta di fatto che le incomprensioni da parte maschile o femminile sono di tipo diverso: i maschi di norma proprio non capiscono, le donne capiscono benissimo ma non accettano quello che hanno capito.

Mi spingo più in là. Arrivo a dire che alla fine va bene così: non è poi così necessario capire tutto: è sufficiente avere abbastanza buon senso per convivere con tutti. E questo non è un modo elegante per filarmela. È esattamente ciò che penso. Per tornare al primo punto, si spiegano così anche le mie scelte di scrittura. Scrivo solo di quello che capisco, o presumo di capire, o vorrei capire, perché rimanda in qualche modo a un significato dell’esistenza che condivido. Le donne giustamente sembrano dargliene un altro, e quindi non ci rientrano. Ritengo comunque si commentino benissimo da sole, come nell’episodio che ho riportato in apertura, senza bisogno che lo faccia io.

 

Questo “décalage” rende impossibile un rapporto di amicizia? Al contrario. Naturalmente l’amicizia con una donna è completamente diversa da quella che può instaurarsi con un maschio: ci sono situazioni e attività nelle quali la presenza femminile è decisamente un ingombro, come nei film western, ma ci sono momenti nei quali puoi affidarti solamente ad un’amica, perché solo lei, a dispetto dello scarto di sintonia, o forse proprio in virtù di quello, è in grado davvero di ascoltarti. Capisce quello che tu non sei in grado di capire, che ti mette in crisi, e di norma è anche abbastanza schietta da non nascondertelo o edulcorarlo troppo. Sul fatto poi che possa trattarsi di vera amicizia, senza che debbano necessariamente esserci implicazioni, sottintesi o rimozioni sentimentali, non ho dubbi. È un legame che fortunatamente ho conosciuto e che conosco. Do per scontato che una persona verso la quale sei mosso da un sentimento così intenso come l’amicizia debba per forza piacerti, in senso assoluto, sia essa uomo o donna. Credo che a questo si riferissero davvero i greci parlando di eros. Ma le caratteristiche proprie dell’amicizia escludono la passione, incanalano altrimenti anche l’attrazione fisica: l’amicizia è anche un legame di pelle, ma è soprattutto un legame di stima, coinvolge il cervello. E la passione il cervello lo esclude a priori.

 

Ma, appunto: e le passioni? e il sesso? e l’amore? Credo o no nell’amore? Questo è un altro discorso. Intanto penso che occorrerebbe almeno aver chiaro di cosa parliamo quando parliamo d’amore. Perché c’è “l’Amore”, che è un’invenzione letteraria e filosofica tutta occidentale, della quale a volerlo si potrebbe disquisire all’infinito (lo ha fatto splendidamente Denis de Rougemont ne L’amore e l’Occidente). E poi ci sono ‘gli amori’, gli incontri e i legami concreti, che con l’Amore hanno in realtà poco o nulla a che vedere, ma che noi troppo spesso vogliamo ricondurre in quella sfera: col risultato di misurare situazioni reali e individuali con un metro ideale e universale, ed esserne naturalmente delusi. Credo che il problema sia tutto qui. Spostiamo un fenomeno che ha radici chimiche e biologiche sul piano dell’etica, e poi ci meravigliamo di non riuscire ad avere risposte. Non sto dicendo che l’innamoramento, la passione, l’affetto, la fedeltà, l’abitudine e tutte quelle altre cose lì nascano solo da prosaiche combinazioni di atomi: voglio dire che le combinazioni di atomi ci sono (pensiamo solo all’importanza degli odori), agiscono normalmente in natura per tutte le specie animali, hanno una loro finalità, a quanto pare funzionano.

Per noi umani naturalmente la cosa è più complicata, perché ci abbiamo costruito sopra tutto un castello culturale, che appunto dalla natura ci isola: e abbiamo snaturato le reazioni chimiche, introducendo una serie di agenti esterni che le complicano, le inibiscono, le accelerano, le fanno precipitare e a volte impazzire. Del resto, siamo umani proprio per questo.

Sto andando fuori tema. Non ho intenzione di scrivere un trattato sull’amore, voglio solo dar conto di un mio atteggiamento nei confronti dell’universo femminile che credo sia stato spesso equivocato. Vado quindi a commentarlo per punti.

 

La passione. Parlare di questo sentimento (anche qui, il termine non è esatto, ma lo uso all’ingrosso) a settant’anni può sembrare abbastanza stupido. Verrebbe spontaneo dire che è una cosa cui si ripensa con nostalgia o, a seconda dei casi, con imbarazzo. In realtà non mi provoca né l’una né l’altra reazione. L’effetto è un altro. Anche se nelle mie riflessioni chiamo in causa volentieri etica e valori e coscienza e tutte quelle cose lì, ho l’impressione a volte di girare attorno al problema, fingendo di non sapere che poi al centro stanno dei sensi (ma anche dei sentimenti) che possono andare assolutamente fuori controllo, mandare per aria in un attimo tutte le tue belle difese culturali. Quando si dice accecati dalla passione non si usa solo una immagine. È perdita di controllo sui sensi. Per quanto razionale uno si picchi di essere non ci può far nulla, se non cercare di riportarli al più presto in fila. Il che non significa soffocare la passione, ma semplicemente provare a incanalarla in una direzione non distruttiva, per sé e per gli altri.

 

Questo vale di conseguenza anche per il sesso. Per me è associato alla serenità. Se la passione è il fattore scatenante, la serenità è la realizzazione, da non confondere con l’appagamento. Non è questione di placare i sensi, anzi, semmai lo stato di serenità invita ad una ricerca costante, alla coazione. No, sto parlando di quella gioia intrinseca all’incontro che può prescindere addirittura dalla consumazione. La gioia è quella di stare assieme nel più libero dei modi, che mettendoti letteralmente a nudo ti spinge alla totale sincerità, rendendo bello e ugualmente appagante tutto quello che avviene in tale condizione. Scoppiare a ridere assieme di qualcosa, ad esempio, nell’intimità più stretta, in maniera spontanea e complice, è la vetta del piacere sessuale.

E qui siamo già con un piede nel campo dell’amore, dove davvero vale il dettame di Wittgenstein: Quanto può dirsi, si può dire chiaro; e su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere. Lo disattendo, ma solo per un attimo. Io credo di essere stato diverse volte innamorato, i sintomi almeno erano quelli descritti nella letteratura, fisici e mentali: ma poi ogni volta erano diverse le motivazioni, le reazioni, i modi e l’intensità del coinvolgimento, al punto che non mi sono mai parse varianti di una stessa storia, ma proprio cose lontanissime tra loro. È naturale, ci mancherebbe altro, erano coinvolte delle persone, mica dei pesci rossi: ma allora come si fa a parlare di qualcosa che al momento non sei stato in grado di inquadrare, perché ti azzerava la salivazione e il lavoro neuronale, e dopo non lo hai fatto perché impegnato a leccarti le ferite o già buttato su un nuovo fronte? di cui insomma ti è sempre sfuggita non dico la logica, perché giustamente non c’è, ma anche ogni possibile costante illogica?

Può però esistere l’amore anche senza implicanze sessuali? Non lo so: per come la vedo io l’Amore, quello di cui ho parlato prima, senz’altro si – ma probabilmente i più direbbero che sto parlando d’altro.

 

E l’amore unico e eterno? Il mio vissuto dovrebbe farmi propendere per il no; ma non credo si tratti di una esperienza generalizzabile. In realtà ho visto più di una coppia conservare sino alla fine l’affiatamento, in un legame così intenso da provocare nel sopravvissuto il rifiuto di vivere: il che mi spinge a pensare il contrario. Ritengo comunque che non dipenda solo da una disposizione personale, o almeno, non solo da quella. È difficile che si realizzi la giusta combinazione dei tanti fattori psicologici e ambientali che entrano in gioco (il giusto incontro, ma anche il tempo, il luogo, le circostanze ….). E non starei neppure a discutere se si tratti davvero di amore o se subentri un’abitudine o una dipendenza reciproca: probabilmente l’amore è anche questo, immaginare un percorso che non può essere compiuto che assieme. In tal senso a dire il vero qualche dubbio ce l’ho: vincolare o addirittura affidare il senso della propria esistenza alla presenza di un altro suona un po’ come un atto di resa, o se vogliamo come una forma sottile di egoismo e di possesso (quella che stigmatizzavo in André Gorz). Ma ciascuno sceglie i propri modi di realizzazione. Forse questo non era il mio.

Di una cosa soltanto sono certo. Ancora oggi voglio un gran bene alle donne di cui sono stato innamorato. A tutte. Quindi non era solo questione di atomi. Vorrei vederle o saperle felici, non per sensi di colpa (che in qualche caso ci sono, ma non sono loro a motivarmi questo sentimento), o per sentirmi scaricato di ogni responsabilità, ma perché ciascuna è un pezzo fondamentale della mia vita, da ciascuna ho avuto e imparato molto, senz’altro più di quanto sia stato a mia volta in grado di dare. Ecco, probabilmente oggi sono in grado di apprezzarle veramente per come erano, e non per come erano in relazione a me e alle mie tempeste chimiche, anche se naturalmente quella componente sfuma di una tonalità particolare il ricordo. Ma non rimpiango nulla. Non mi chiedo “come sarebbe stato se …”, al più penso sia andata loro bene così.

Le ho spostate nella sfera dell’AMORE, o le ho semplicemente riposte nello scaffale?

 

La fotografia immemore

di Fabrizio Rinaldi, 25 febbraio 2018

Dobbiamo muoverci e pensare ad una velocità sempre maggiore: questo ci chiedono i ritmi imposti dalla modernità. In realtà la nostra mente non è evolutivamente preparata alla brusca accelerazione impressa negli ultimi cento anni, pochissimi se paragonati all’intero arco della storia antropica. Il risultato è dunque che siamo sempre meno capaci di concentrarci e, nella fattispecie, di fissare qualche ricordo negli interstizi cerebrali. Ad ogni istante l’attenzione è già attratta dall’immagine successiva, e i neuroni, fra uno stimolo e l’altro, ballano danze tribali, mai un lento.

Il problema lo abbiamo parzialmente risolto “esternalizzando” i ricordi. Con la possibilità di fotografare – oggi soprattutto, con l’ausilio di quel prolungamento del corpo che è diventato il cellulare – li demandiamo a immagini che dovrebbero fungere da supporto e promemoria. Ma questa pratica snatura completamente quelle che erano la sostanza e la funzione del ricordo.

Il primo limite delle immagini che archiviamo è paradossalmente proprio la loro potenziale illimitatezza: per quanto oculati e sobri possiamo essere nella scelta delle cose e delle situazioni da fissare, la possibilità di scattare all’infinito induce comunque una bulimia, alimentata dalla paura di perderci qualcosa di speciale: e in questo modo nulla è più speciale, tutto si confonde in una babele di immagini delle quali, per quanto esistenti, ci dimentichiamo per forza di cose immediatamente. L’altro limite, quello che qui m’interessa indagare, ed è comunque connesso strettamente al primo, sta nel fatto che l’immagine “seriale” conserva quasi nulla della pienezza del ricordo, in qualche modo lo congela, a discapito appunto delle emozioni, del calore (anche fisico) e di quant’altro quell’istante ha procurato in chi ha fotografato. Nella foto rimane solamente la parvenza dell’evento, il suo fantasma.

Ora, possiamo anche accettare l’idea di affidare ad una protesi esterna (per il momento), ad un prolungamento “artificiale” dei nostri organi e dei nostri sensi anche la memoria: lo stiamo facendo in fondo dall’inizio della storia, col cavallo e con la ruota, con il fuoco e con il libro, ed è proprio la caratteristica che ci connota come umani. Ma per gli oggetti della memoria, perché conservino senso, è fondamentale evidenziare il contesto in cui nascono, poiché il valore che diamo loro è connesso alla capacità che hanno di trasmetterci un messaggio, un’emozione, un brivido. La semplice esistenza di un’immagine di per sé è inutile, se non passa attraverso la cruna dell’emozione che procura: se il sussulto non c’è, significa che in realtà, al di là dell’apparenza, non ha senso lasciar traccia.

La macchina fotografica è uno strumento meccanico e viene usata per contribuire ad una memoria vivente. La foto è un promemoria tratto da una vita mentre viene vissuta.
JOHN BERGER, Capire la fotografia, Contrasto 2014

Questo è altrettanto vero per la musica, per la letteratura e per ogni altra creazione “culturale”, compresi gli oggetti d’uso nella quotidianità, ma vale in particolare per la fotografia, proprio per la sua intrinseca caratteristica e funzione, quella di “fermare” l’istante in cui è creata. Se ciò che s’intravvede in un’immagine non suscita un’emozione (non necessariamente positiva, potrebbe essere anche di disgusto) significa che siamo in presenza della mediocrità: detto senza tanti sotterfugi, non vale la pena conservarla. Può sembrare un atteggiamento un po’ drastico, ma nella profusione di stimoli che riceviamo credo che la mente – per sua stessa autodifesa – debba attuare una selezione di cosa trattenere e cosa eliminare. Lo chiamerei semplice istinto di sopravvivenza.

Il vero oggetto da preservare e da veicolare è il significato che attribuiamo all’immagine. E deve essere ben identificabile, a prescindere dal carattere sociale, documentativo, intimista o provocatorio di quest’ultima.

Lo sono, ad esempio, i contenuti connessi a fotografie come quelle di Che Guevara con lo sguardo verso l’infinito, di John F. Kennedy sorridente un attimo prima d’esser ucciso o della ragazza afgana di Steve McCurry. Anche chi non conosce la storia del soggetto fotografato non può non esserne colpito: se ha un minimo di sensibilità riesce a leggerci speranze, paure e sogni che sono anche i suoi. Per questo quelle immagini sono entrate nel patrimonio culturale collettivo, sono diventate icone popolari: allo stesso modo in cui lo sono state per secoli certe riproduzioni di dipinti a carattere religioso.

La trasfigurazione o, a seconda dei punti di vista, la deriva iconica è oggi sicuramente inferiore rispetto a pochi decenni fa: la profusione di immagini fa si che ognuna venga fagocitata da quelle successive, finisca rapidamente in dissolvenza e si limiti a scalfire per un attimo appena la nostra memoria visiva. Ricordo ad esempio la foto del bimbo con maglietta rossa e scarpette blu trovato morto sulla spiaggia turca: la sua drammatica potenza avrebbe dovuto scuotere le coscienze, tacitare coloro che vogliono respingere chi fugge da fame e guerre. Non è accaduto niente di tutto questo: come prevedibile, è stata vampirizzata dai media per qualche giorno, e altrettanto velocemente rimossa. La foto risale ormai ad alcuni anni fa e, nonostante i buoni propositi, non ha corrotto l’inclinazione dell’uomo ad esser meschino ed egoista.

Ma nel disordine iconografico attuale la fotografia può ancora rivendicare il diritto di trasmettere messaggi, l’orgoglio di essere un mezzo di espressione, e non di condizionamento e di rimbambimento, per l’umanità? L’apparecchio fotografico (in tutte le sue forme, reflex, compatta o smarthphone) ha fatto il percorso solito delle tecnologie: nel momento in cui è arrivato alla portata di tutti ha finito per prestarsi non tanto ad un riscatto, ma a diventare specchio della bassezza, della vacuità, dell’arroganza e del desiderio edonistico. Non sto rimpiangendone un uso “aristocratico” che non c’è mai stato, ma semplicemente disapprovando il fatto che come per tutto il resto, dall’automobile agli occhiali, la democratizzazione del possesso non si sia accompagnata ad una educazione all’uso.

E tutto appare sempre e soltanto una volta,
e di quell’una volta, la foto fa poi un sempre.
Soltanto attraverso
la fotografia il tempo diventa visibile,

e nel tempo tra
la prima fotografia e la seconda

appare la storia,
che senza queste due foto sarebbe caduta nell’oblio
di un altro sempre.
WIM WENDERS, Una volta, Contrasto 2015

La fotocamera è in fondo oggi il mezzo popolare più semplice ed immediato per soddisfare uno dei bisogni primari: quello di affermare e reiterare la nostra esistenza rendendoci (apparentemente) immortali attraverso un’immagine che ci rappresenti, o che veicoli un messaggio: che è poi “il” messaggio per eccellenza. “Guardami, esisto ed esisterò grazie a ciò che stai guardando”.

Negli ultimissimi tempi questo aspetto è stato enfatizzato dalla facilità con la quale si possono propagare le immagini, per quanto banali e scontate, attraverso i vari canali offerti da internet. E il problema sta proprio qui. L’analfabetismo visivo di ritorno induce a diffondere acriticamente qualsiasi contenuto: nei soggetti “immortalati” emergono le manchevolezze più che le eccezionalità, sono evidenziate le limitatezze più che le potenzialità. L’attenzione che caratterizzava ciò che era destinato a futura memoria ha lasciato il posto alla trascuratezza nei confronti di ciò che si sa avere vita effimera. In assenza di una prospettiva futura si cerca di riempire il più possibile, sia pure di ciarpame, il presente.

Tutto questo non ha nulla a che vedere con ciò che intendo per fotografia: credo che il senso e le finalità di quest’ultima siano ben altri, anche per chi non l’affronta con taglio “professionistico”, ma solo con la coscienza di una necessaria “serietà”.

Uno dei possibili percorsi rimane la narrazione del quotidiano, un quotidiano che è naturalmente differente da quello immortalato da Modotti, Cartier Bresson, Newton o Salgado. Qui vale più che mai la volontà, e ovviamente poi la capacità, di cogliere nel contesto attuale le possibilità di insinuare dei dubbi, di uscire dai canoni prospettici omologati e omologanti, di creare una curiosità attiva e non un’attitudine voyeristica.

Siamo assillati da figure pseudo-iconiche che dovrebbero suscitare emozioni effimere e artificiali, infiltrarsi nelle nostre coscienze sociali e politiche: ai comuni amanti della fotografia rimane però la genuina propensione ad immortalare ciò che comunemente li circonda, in una tensione sottesa non ancora imbrigliata dai messaggi consumistici.

Fotografare è mettere sulla stessa linea di mira la testa, l’occhio e il cuore.
HENRI CARTIER-BRESSON, L’immaginario dal vero, Abscondita 2005

Questo significa rallentare il ritmo, anche nella produzione di fotografie, e rivalorizzare il quotidiano cogliendo piccoli momenti privati (che a volte è bene che rimangano tali) e caricandoli di significato.

Voglio proporre, a corredo ed esemplificazione di ciò che ho scritto, l’immagine con la quale l’ho aperto: è il frutto di una ricerca personale, artigianale, intima, dietro la quale non c’è la pretesa di produrre capolavori ad uso di altri: c’è solo la potenza di uno sguardo “storto” che interroga il fotografo e lo sfida su molti perché, mentre contemporaneamente difende l’intimità femminile e ne esalta i lineamenti e la freschezza.

Credo di aver avuto una cospicua dose di fortuna, quantomeno nell’esser riuscito a cogliere la tensione dell’attimo. Per il resto, si tratta appunto di coltivare l’attenzione per ciò che ai più appare irrilevante, e di tradurla in un giusto spazio nell’inquadratura dell’obiettivo (fisico o concettuale che sia).

In un’epoca contraddistinta dall’ossimoro di immortalare immagini che scordiamo poco dopo – accantonate come stracci vecchi –, questa foto è riemersa nella mia mente per le forti implicazioni emotive che mi suscitò un tempo e per gli interrogativi che ancora oggi mi pone. È a suo modo anch’essa un’icona, del tutto personale: in questo senso continua a spronarmi a cercare quello sguardo in chi o cosa mi circonda.

Ne ho bisogno. Ne abbiamo tutti bisogno.

Collezione di licheni bottone