Il dilemma dell’atterraggio alle Reichenbach

di Fabrizio Rinaldi, 23 marzo 2019

Da sempre un tarlo mi accompagna: è la mania di capire come funziona il mondo che mi circonda, di aver chiare le dinamiche che impongono ad un elemento iniziale di diventare qualcos’altro, le relazioni che intercorrono fra i diversi attori, e magari di indovinarne le possibili ulteriori evoluzioni. È un’ossessione che dovrebbe essere connaturata al genere umano ma che oggi sembra anestetizzata: il mondo dei media impone una prona accettazione del pensiero unico, le spiegazioni arrivano già confezionate, in genere da chi detiene un qualsivoglia potere. Ma a me non bastano.

La mia curiosità è attratta soprattutto dai fenomeni naturali: le regole matematiche riscontrabili nella forma di un fiore, la composizione dei sedimenti rocciosi su cui è posata la mia casa, le relazioni sociali tra le vespe che vivono nel pollaio, al posto delle galline.

Ho meno interesse a capire il senso e la direzione dell’agire umano: forse perché penso di non possedere gli strumenti adeguati, o forse perché ritengo che una vera evoluzione lì non ci può essere, per un difetto congenito nella matrice originale.

Quindi: frattali, botanica, Fibonacci, gradienti, sezione aurea, Linneo, geologia, scienze forestali, fisica, ecc … Sono materie che bene o male mi hanno aiutato a intendere le armonie e le disarmonie del quotidiano – o almeno m’ha rincuorato il fatto che altri – più sapienti di me – le abbiano sapute spiegare.

Ma nemmeno questo mi bastava. Oltre a cercare nei testi scientifici le soluzioni ai miei enigmi e curiosità, andavo anche a rintracciare nella letteratura i personaggi che più mi affascinavano e che sentivo affini. Prima ancora di incontrare il tormentato Achab o gli avventurieri descritti da Conrad e Stevenson, c’era la figura tagliente, misogina e sociopatica di Sherlock Holmes che mi attraeva.

Ero affascinato dal suo metodo deduttivo, basato su una disarmante logica che connetteva ogni accadimento con i più piccoli elementi rintracciati durante le indagini, quelli che ai più apparivano insignificanti. Pezzo per pezzo svelava all’amico, biografo e medico John Watson, il mistero che c’era dietro a qualsiasi delitto, fino ad arrivare alla soluzione del caso.

Le conclusioni cui giungeva il detective nascevano dalla verifica delle ipotesi formulate dopo una minuziosa osservazione del contesto – una vera e propria vivisezione visiva – attraverso la conoscenza profonda delle discipline scientifiche in gioco. Il tutto attraverso un procedimento logico-deduttivo implacabile, che connetteva ogni singolo indizio entro un quadro generale.

Il procedimento che permetteva a Holmes di risolvere i casi più intricati è lo stesso formulato da Galileo Galilei, quello che mia figlia di 8 anni ha studiato in terza elementare e che ora, per gioco, applica esaminando i fiori e le conchiglie delle chiocciole.

Lo stesso percorso l’ho fatto io, come moltissimi miei coetanei, crescendo a pane, latte e Piero Angela: grazie al suo “Mondo di Quark” ogni pomeriggio avevo in casa una finestra sulle curiosità delle scienze naturali, sulla matematica, sui comportamenti animali (descritti minuziosamente da Danilo Mainardi) e sul metodo scientifico da applicare in ogni aspetto della vita. Col tempo non ho fatto altro che inseguire il desiderio di conoscere in primo luogo ciò che mi stava attorno, sforzandomi di capire e di costruirmi conoscenze e convinzioni basate su dati scientifici e verificabili nell’esperienza quotidiana.

Eppure oggi quegli stessi figli e nipoti televisivi di Angela sembrano aver scordato le nozioni basilari che dovrebbero aiutarli a discriminare tra tutto ciò che i media ci propinano. Si è scatenata la corsa a dare credito alle più inverosimili “belinate” (termine molto più efficace che “fake news”), a ogni stupidaggine messa in circolazione ad arte per confonderci le idee, mascherare la verità e offrire in pasto ad una massa ebete dei facili capri espiatori. Di volta in volta siamo scivolati dalle armi irachene di distruzione di massa alle scie chimiche, dal metodo Di Bella ai vaccini che portano all’autismo, dai terrapiattisti al redivivo complotto del Priorato di Sion, dalla soverchiante invasione di stranieri che ci rubano il lavoro alla crescita economica dietro l’angolo (se non ci fossero i “gufi” di turno a tifare per la recessione).

Tornando a Sherlock Holmes e al suo metodo, la certezza che sarebbe arrivato a una soluzione finale confortava e placava la mia inquietudine di ragazzino. Mi aiutava ad affrontare le mie paure, quelle che mi venivano dal mondo reale, non meno angoscianti di quelle che provavo leggendo Il mastino dei Baskerville.

Mi ritrovavo anche nel disgusto provato da Holmes per l’arroganza della borghesia inglese di fine Ottocento, per il rifiuto dei salotti buoni, ai quali preferiva le stanze da oppio, dove poteva concentrarsi per risolvere i suoi casi. Io l’oppio nemmeno sapevo cosa fosse, ma alla discoteca o al bar preferivo le camminate solitarie: erano droga per le mie gambe e carburo per il mio pensiero.

Holmes non si accontentava delle soluzioni di comodo accettate da Scotland Yard, ma si affidava alla conoscenza di elementi che ai più apparivano insignificanti: ricordo che nel racconto Uno studio in rosso è citato un suo testo fondamentale per le investigazioni: Su come distinguere le ceneri di vari tabacchi. Eccelleva poi nella capacità di individuare le connessioni fra questi differenti elementi: il suo metodo d’indagine era rigorosamente scientifico, e arrivava a risolvere i casi seguendo la logica per cui “una volta eliminato l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità” (Il segno dei quattro).

Per parte mia, come dicevo prima, modestamente e maldestramente cercavo di comprendere le interazioni che rintracciavo nel bosco e nel fiume che attraversavo durante le escursioni.

Mi ritrovavo anche nella resa di Holmes di fronte alla imperscrutabilità del mondo femminile. Nel racconto L’uomo dal labbro storto il detective ammette che “quanto una donna sente può valere più di un ragionamento analitico”; in Il cliente illustre afferma che “la mente e il cuore di una donna sono dei rompicapi insolubili per l’uomo”. Mi aggrappavo alle ragioni di Holmes per giustificare la mia incapacità di espugnare la mia Irene Adler, l’unica donna a scalfire il cuore e competere col cervello di Holmes (Uno scandalo in Boemia). Nell’universo femminile ad interessarlo c’era solamente lei, “La Donna”; io nella mia rete di investigazioni usavo maglie un po’ più larghe: la donna era comunque un “fenomeno” che volevo esplorare ed espugnare … a qualunque costo!

Nella Londra di fine Ottocento le avventure di Holmes ebbero un tale successo da far credere a molti che l’investigatore esistesse realmente ed abitasse al 221b di Baker Street, tanto che a quell’indirizzo e a quello dell’autore dei racconti, Sir Arthur Conan Doyle, arrivavano sacchi di lettere con richieste d’ingaggio per risolvere i più impensabili casi insoluti.

L’autore ne fu gratificato, per la fama e per i soldi che quel successo gli aveva procurato, ma ad un certo punto cominciò a sentirsi oppresso dalla sua stessa creatura; percepì il pericolo che il suo nome rimanesse eternamente connesso a Holmes, mentre lui voleva essere ricordato per ben altro. Voleva chiudere col detective per dedicarsi ad altri progetti, scrivere racconti horror, romanzi storici, e approfondire il mondo dello spiritismo e delle fatine dei boschi. Già, perché l’ideatore del razionale e anaffettivo Sherlock Holmes si occupò anche di questo, credendoci fermamente (tanto da attendersi la vera fama proprio da questi argomenti).

Occorreva dunque sbarazzarsi del detective. L’editore, gli amici, persino la madre, scongiurarono Arthur dal proposito omicida: ma alla fine, nel 1891, ne Il problema finale Holmes e Moriarty, il suo alter ego del crimine, ebbero il loro scontro definitivo. Entrambi vennero fatti precipitare nelle cascate svizzere di Reichenbach (quelle raffigurate a fianco, in un dipinto di Turner), fornendo all’autore il modo di liberarsi elegantemente e drammaticamente di un doppio ingombro.

Conan Doyle resistette per anni alle pressioni degli accaniti lettori che lo imploravano di scrivere altre storie holmesiane. Alla fine dovette cedere e pubblicò il racconto La casa vuota: il ritorno alle indagini di Sherlock Holmes. L’antipatia ormai maturata nei confronti del suo personaggio non era però venuta meno: probabilmente lo riteneva anche ormai psicologicamente troppo grezzo, in un tempo in cui stavano affermando le ricette dell’anima di Freud e compari.

Quanto alla vicenda, l’autore non si preoccupa di spiegare come Holmes sia sopravvissuto alle cascate delle Reichenbach: sappiamo solo che dopo questo episodio, per sfuggire alla rete di malviventi del defunto (lui si) Moriarty, ha dovuto rifugiarsi prima in Tibet e poi in Persia, per tornare infine a Londra determinato a sgominare definitivamente ciò che restava della banda del suo arcinemico.

Sempre affidando il racconto a Watson, Conan Doyle scrisse altre avventure del celebre detective fino alle soglie del primo conflitto mondiale. Fino a quando cioè Holmes, dopo la lunga carriera di disvelamenti, poté ritirarsi nella campagna londinese e dedicarsi allo studio della filosofia e alla pratica dell’apicoltura. Un finale decisamente augurabile.

Il successo di Sherlock Holmes si deve soprattutto all’uso che ne fece la nascente industria cinematografica. Comparve infatti in innumerevoli film (il primo, di pochi secondi, risale addirittura al 1900). Negli anni quaranta poi Holmes assunse anche un volto definitivo, quello dell’attore Basil Rathbone, che lo interpretò in 14 film, in uno sceneggiato e in innumerevoli trasmissioni radiofoniche, rimanendo alla fine anch’egli eternamente imprigionato nel celebre personaggio.

Con lo scadere dei diritti d’autore riconosciuti ai discendenti di Conan Doyle, recentemente sono uscite parecchie versioni cinematografiche dell’investigatore dal cappello da cacciatore. L’unica a mio avviso degna di nota è una breve serie inglese intitolata Sherlock, ambientata in epoca moderna, nella quale Watson racconta le vicende di Holmes, interpretato dall’attore Benedict Cumberbatch, attraverso un sito internet: è la traslazione moderna dell’antica modalità di pubblicazione sulla rivista britannica The Strand Magazine.

(Una piccola parentesi: come quelli di Sherlock Holmes, anche le gesta e i pensieri dei Viandanti delle Nebbie sono narrati in un sito a loro dedicato. Come per Holmes, c’è chi crede che i Viandanti esistano o siano esistiti. È un pensiero confortante, che regala un barlume di speranza nel grigiore odierno.)

L’espediente narrativo usato da Conan Doyle per eliminare il protagonista dei suoi racconti, facendolo precipitare abbracciato al suo acerrimo nemico in una cascata da cui è ragionevole pensare sia impossibile uscire vivi, induce alcune riflessioni sulla possibilità di eludere la morte (o almeno, di renderla meno penosa). Perché, come dice Moriarty in una delle puntate intitolata L’abominevole sposa, “Non è la caduta a uccidere Sherlock. È l’atterraggio!”

Una caduta rappresenta una rottura nel quiescente equilibrio della nostra vita. È un impulso di dinamicità che tende il protagonista verso un futuro inatteso e insondabile. Di certo c’è soltanto che prima o poi si verificherà l’impatto. Ora, se non si può evitare l’impatto di un problema (mentale o fisico) sulla nostra personalità, quasi sempre si possono scegliere le modalità con le quali affrontarlo. A seconda delle decisioni che riusciamo a prendere – anche quando affrettate, per oggettiva mancanza di tempo – possiamo uscirne con il collo e l’animo rotto, o con un più augurabile e dignitoso finale (vedi l’apicoltore Holmes).

Quasi sempre. Perché poi rimane in realtà la questione vera, di come affrontare quel precipizio che inesorabilmente ci attende tutti. Sappiamo che nessun Sir potrà – per sua volontà o perché costretto da un improbabile e affezionato pubblico – salvarci dall’atterraggio. Nulla potrà sottrarci dallo schianto fatale. Sta a noi allora guidare la caduta affinché la si possa affrontare con dignità da parte nostra e senza troppo sgomento in coloro che staranno sul bordo della cascata.

Sono certo che mentre cadrò cercherò di calcolare l’accelerazione, la portata della cascata e chissà che altro ancora. E mi verrà in mente che il dilemma dell’atterraggio alle Reichenbach resta, oltre che un mio titolo bello e musicale, uno dei rarissimi casi irrisolti per l’infallibile Sherlock Holmes. Lo resterà anche per me. Spero che a questo pensiero, e in vista dell’imminente atterraggio, riu-scirò a sorridere.


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