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Le 4 regole del “buon ingegnere”

di Marco Moraschi, 22 novembre 2019

Sono un ingegnere. Non lo dico per vantarmi, ci mancherebbe altro. È un dato di fatto: dopo cinque lunghi anni di università ho discusso la tesi e indossato la corona d’alloro. Qualcun altro avrà scritto o scriverà “sono un biologo” oppure “un economista” o magari “un perito” o “un operaio”. Ciascuno di noi per poter “essere qualcosa” (come se un titolo potesse descrivere a pieno la complessità della persona umana) ha affrontato percorsi più o meno facili, più o meno lunghi, che l’hanno portato a dedicarsi a una qualche attività lavorativa nella sua vita. “Il lavoro nobilita l’uomo” diceva quel tale, qualunque lavoro (o quasi). Ma io sono un ingegnere ed è quindi di questo lavoro che voglio parlarvi. Perché dopo questi anni di studio intenso, di difficoltà, di arrabbiature, di fallimenti, ma anche di successi, di resilienza, di rimonte, ho imparato tante cose, moltissime anzi, ma non la più importante: come si fa a essere un ingegnere. Già. Ho appreso moltissime nozioni in questi anni, per esempio una delle più curiose è quella che un mio professore ha definito “il paradosso della lampadina”, di cui magari vi parlerò in futuro, o magari no, altrimenti poi penserete di essere ingegneri elettrici pure voi una volta scoperto il segreto. Ma ecco, il punto è che nessuno ci ha preparati al mondo del lavoro, a ciò che c’è fuori dalle mura universitarie. Ti chiamano “ingegnere!” e tu vorresti dirglielo che non ti senti ancora tale, perché devi imparare moltissime cose, ma loro niente, “Ing. Moraschi”. E quindi come si fa a diventare ingegneri? Secondo un amico professore e collega (è anche lui ingegnere) si diventa ingegneri “per davvero” dopo almeno 10 anni di pratica sul campo. Aspetterò dunque una decina di anni a vedere cosa succede, magari vi aggiorno su queste pagine se vi va. Ma nel frattempo? Nel frattempo posso provare a immaginare cosa significa essere ingegneri, un po’ come quando finito il liceo con grande sicurezza di sé si prova a immaginare come sarà e cosa si studierà all’università, scoprendo poi solo più avanti di aver sbagliato completamente le previsioni. Perché la vita è bella anche per questo: si fanno tanti programmi, si hanno tanti progetti per la testa e poi da un giorno all’altro si scopre che è tutto diverso da come lo avevamo immaginato. Lasciatemi quindi giocare a questo gioco e fingere con grande sicurezza di sapere cosa significa essere ingegneri “per davvero”.

La prima regola del buon ingegnere arriva dal Maestro Shifu in Kung Fu Panda 3: “Se fai solo quello che sai fare, non sarai mai più di quello che sei ora”. Essere ingegnere significa saper affrontare nuove sfide a cui non eravamo preparati avendo però a disposizione un metodo e un modo di ragionare efficaci. Significa che le difficoltà non previste e gli ostacoli che si incontrano durante il cammino ci sono di aiuto per crescere e diventare persone più mature e più capaci. Significa che anche se lì per lì temiamo di non sapere come affrontare una situazione, poco alla volta riusciremo a districare i fili della matassa perché è l’unico modo per diventare più competenti e imparare a fare cose nuove.

La seconda regola del buon ingegnere arriva da un altro Maestro di arti marziali (comincio a pensare che per essere bravi ingegneri occorra saper “picchiare duro” …), ovvero il Maestro Miyagi di Karate Kid: “Quando cammini su strada, se cammini su destra va bene. Se cammini su sinistra, va bene. Se cammini nel mezzo, prima o poi rimani schiacciato come grappolo d’uva. Ecco, Karate è stessa cosa. Se tu impari Karate va bene. Se non impari Karate va bene. Se tu impari Karate-Speriamo, ti schiacciano come uva.” Il mio relatore di tesi e coordinatore del corso di laurea in Ingegneria Elettrica, Prof. Aldo Canova, disse una volta ai neo-laureati che loro avevano scelto di diventare Ingegneri, non Ingegneri-Speriamo. La determinazione nel raggiungere gli obiettivi è uno dei passi fondamentali di chiunque si sia mai avventurato in un progetto di qualsiasi tipo: l’università, una sfida lavorativa, un viaggio, un sogno nel cassetto. Essere convinti che avremo successo è la prima regola per affrontare una sfida, perché indirizza le nostre azioni verso la vittoria e ci carica di energia positiva per affrontare la scalata. È un po’ come coloro che si lamentano di non aver mai vinto la lotteria, ma non hanno mai comprato un biglietto perché “intanto queste cose a loro non capitano” (detto questo, non giocate alla lotteria, è solo un esempio). Molto spesso le cose “capitano” se ci mettiamo nelle condizioni di farle capitare e se poi non “capitano” comunque non potremo rimproverarci perché ce l’avremo messa tutta.

La terza regola del buon ingegnere è simile alla seconda, ma merita di essere discussa a parte perché è stata istituita da una persona vera e non di fantasia come le prime due (peraltro il Maestro Shifu non è nemmeno una persona, ma un panda minore). Tale regola è stata pronunciata per la prima volta dal Presidente degli Stati Uniti d’America John Fitzgerald Kennedy il 12 settembre del 1962 davanti a una folla di quaranta mila persone: “Abbiamo deciso di andare sulla Luna in questo decennio e di impegnarci anche in altre imprese; non perché sono semplici, ma perché sono ardite, perché questo obiettivo ci permetterà di organizzare e di mettere alla prova il meglio delle nostre energie e delle nostre capacità, perché accettiamo di buon grado questa sfida, non abbiamo intenzione di rimandarla e siamo determinati a vincerla, insieme a tutte le altre”. Kennedy aveva appena detto all’umanità intera che le cose belle sono quelle difficili, perché quelle facili sono capaci tutti a farle. Sebbene la strada più semplice sia spesso quella che ci attrae di più, solamente davanti alle difficoltà possiamo dimostrare il nostro vero valore e le nostre capacità; dobbiamo quindi affrontare gli ostacoli non come imprevisto sul nostro cammino, ma come una possibilità che ci viene data per dimostrare agli altri che nulla ci spaventa e che siamo in grado di trovare una soluzione anche agli enigmi più complicati.

La quarta e ultima regola del buon ingegnere arriva finalmente da un ingegnere, e in particolare da Galileo Ferraris, fondatore della prima scuola di elettrotecnica in Italia, poi incorporata all’interno del Politecnico di Torino. Nel discorso di insediamento al Senato del Regno d’Italia, il 6 gennaio 1897, egli pronunciò le seguenti parole: “Lasciate che la mia mente, fissando nell’avvenire, si bei nella visione di una generazione non ad altro intenta che al bene del comune paese, non più divisa da lotte di partiti personali, ma da lotte di idee, le quali non lasciano traccia di amarezze nell’animo, come l’uragano non lascia alcuna traccia nel cielo”. La responsabilità che abbiamo sulle nostre spalle è quindi quella di dare vita a lotte di idee che come un uragano facciano pulizia dei pregiudizi, della disonestà, della presunzione di chi prende decisioni senza avere coscienza della propria limitatezza.

E forse quindi, dopo tutte queste regole, essere ingegneri non è poi diverso dall’essere persone qualunque dotate di un po’ di “buon senso” per capire che le sfide che ci troviamo ad affrontare vanno risolte sì con professionalità, serietà e determinazione, ma soprattutto, con grande umiltà.

P.S. Un grazie di cuore alla persona che mi ha insegnato queste “regole” durante gli anni di università, ovvero il Prof. Aldo Canova, volto amico all’interno del Politecnico e modello di ingegnere “per davvero” a cui aspiro (asintoticamente).

La fotografia immemore

di Fabrizio Rinaldi, 25 febbraio 2018

Dobbiamo muoverci e pensare ad una velocità sempre maggiore: questo ci chiedono i ritmi imposti dalla modernità. In realtà la nostra mente non è evolutivamente preparata alla brusca accelerazione impressa negli ultimi cento anni, pochissimi se paragonati all’intero arco della storia antropica. Il risultato è dunque che siamo sempre meno capaci di concentrarci e, nella fattispecie, di fissare qualche ricordo negli interstizi cerebrali. Ad ogni istante l’attenzione è già attratta dall’immagine successiva, e i neuroni, fra uno stimolo e l’altro, ballano danze tribali, mai un lento.

Il problema lo abbiamo parzialmente risolto “esternalizzando” i ricordi. Con la possibilità di fotografare – oggi soprattutto, con l’ausilio di quel prolungamento del corpo che è diventato il cellulare – li demandiamo a immagini che dovrebbero fungere da supporto e promemoria. Ma questa pratica snatura completamente quelle che erano la sostanza e la funzione del ricordo.

Il primo limite delle immagini che archiviamo è paradossalmente proprio la loro potenziale illimitatezza: per quanto oculati e sobri possiamo essere nella scelta delle cose e delle situazioni da fissare, la possibilità di scattare all’infinito induce comunque una bulimia, alimentata dalla paura di perderci qualcosa di speciale: e in questo modo nulla è più speciale, tutto si confonde in una babele di immagini delle quali, per quanto esistenti, ci dimentichiamo per forza di cose immediatamente. L’altro limite, quello che qui m’interessa indagare, ed è comunque connesso strettamente al primo, sta nel fatto che l’immagine “seriale” conserva quasi nulla della pienezza del ricordo, in qualche modo lo congela, a discapito appunto delle emozioni, del calore (anche fisico) e di quant’altro quell’istante ha procurato in chi ha fotografato. Nella foto rimane solamente la parvenza dell’evento, il suo fantasma.

Ora, possiamo anche accettare l’idea di affidare ad una protesi esterna (per il momento), ad un prolungamento “artificiale” dei nostri organi e dei nostri sensi anche la memoria: lo stiamo facendo in fondo dall’inizio della storia, col cavallo e con la ruota, con il fuoco e con il libro, ed è proprio la caratteristica che ci connota come umani. Ma per gli oggetti della memoria, perché conservino senso, è fondamentale evidenziare il contesto in cui nascono, poiché il valore che diamo loro è connesso alla capacità che hanno di trasmetterci un messaggio, un’emozione, un brivido. La semplice esistenza di un’immagine di per sé è inutile, se non passa attraverso la cruna dell’emozione che procura: se il sussulto non c’è, significa che in realtà, al di là dell’apparenza, non ha senso lasciar traccia.

La macchina fotografica è uno strumento meccanico e viene usata per contribuire ad una memoria vivente. La foto è un promemoria tratto da una vita mentre viene vissuta.
JOHN BERGER, Capire la fotografia, Contrasto 2014

Questo è altrettanto vero per la musica, per la letteratura e per ogni altra creazione “culturale”, compresi gli oggetti d’uso nella quotidianità, ma vale in particolare per la fotografia, proprio per la sua intrinseca caratteristica e funzione, quella di “fermare” l’istante in cui è creata. Se ciò che s’intravvede in un’immagine non suscita un’emozione (non necessariamente positiva, potrebbe essere anche di disgusto) significa che siamo in presenza della mediocrità: detto senza tanti sotterfugi, non vale la pena conservarla. Può sembrare un atteggiamento un po’ drastico, ma nella profusione di stimoli che riceviamo credo che la mente – per sua stessa autodifesa – debba attuare una selezione di cosa trattenere e cosa eliminare. Lo chiamerei semplice istinto di sopravvivenza.

Il vero oggetto da preservare e da veicolare è il significato che attribuiamo all’immagine. E deve essere ben identificabile, a prescindere dal carattere sociale, documentativo, intimista o provocatorio di quest’ultima.

Lo sono, ad esempio, i contenuti connessi a fotografie come quelle di Che Guevara con lo sguardo verso l’infinito, di John F. Kennedy sorridente un attimo prima d’esser ucciso o della ragazza afgana di Steve McCurry. Anche chi non conosce la storia del soggetto fotografato non può non esserne colpito: se ha un minimo di sensibilità riesce a leggerci speranze, paure e sogni che sono anche i suoi. Per questo quelle immagini sono entrate nel patrimonio culturale collettivo, sono diventate icone popolari: allo stesso modo in cui lo sono state per secoli certe riproduzioni di dipinti a carattere religioso.

La trasfigurazione o, a seconda dei punti di vista, la deriva iconica è oggi sicuramente inferiore rispetto a pochi decenni fa: la profusione di immagini fa si che ognuna venga fagocitata da quelle successive, finisca rapidamente in dissolvenza e si limiti a scalfire per un attimo appena la nostra memoria visiva. Ricordo ad esempio la foto del bimbo con maglietta rossa e scarpette blu trovato morto sulla spiaggia turca: la sua drammatica potenza avrebbe dovuto scuotere le coscienze, tacitare coloro che vogliono respingere chi fugge da fame e guerre. Non è accaduto niente di tutto questo: come prevedibile, è stata vampirizzata dai media per qualche giorno, e altrettanto velocemente rimossa. La foto risale ormai ad alcuni anni fa e, nonostante i buoni propositi, non ha corrotto l’inclinazione dell’uomo ad esser meschino ed egoista.

Ma nel disordine iconografico attuale la fotografia può ancora rivendicare il diritto di trasmettere messaggi, l’orgoglio di essere un mezzo di espressione, e non di condizionamento e di rimbambimento, per l’umanità? L’apparecchio fotografico (in tutte le sue forme, reflex, compatta o smarthphone) ha fatto il percorso solito delle tecnologie: nel momento in cui è arrivato alla portata di tutti ha finito per prestarsi non tanto ad un riscatto, ma a diventare specchio della bassezza, della vacuità, dell’arroganza e del desiderio edonistico. Non sto rimpiangendone un uso “aristocratico” che non c’è mai stato, ma semplicemente disapprovando il fatto che come per tutto il resto, dall’automobile agli occhiali, la democratizzazione del possesso non si sia accompagnata ad una educazione all’uso.

E tutto appare sempre e soltanto una volta,
e di quell’una volta, la foto fa poi un sempre.
Soltanto attraverso
la fotografia il tempo diventa visibile,

e nel tempo tra
la prima fotografia e la seconda

appare la storia,
che senza queste due foto sarebbe caduta nell’oblio
di un altro sempre.
WIM WENDERS, Una volta, Contrasto 2015

La fotocamera è in fondo oggi il mezzo popolare più semplice ed immediato per soddisfare uno dei bisogni primari: quello di affermare e reiterare la nostra esistenza rendendoci (apparentemente) immortali attraverso un’immagine che ci rappresenti, o che veicoli un messaggio: che è poi “il” messaggio per eccellenza. “Guardami, esisto ed esisterò grazie a ciò che stai guardando”.

Negli ultimissimi tempi questo aspetto è stato enfatizzato dalla facilità con la quale si possono propagare le immagini, per quanto banali e scontate, attraverso i vari canali offerti da internet. E il problema sta proprio qui. L’analfabetismo visivo di ritorno induce a diffondere acriticamente qualsiasi contenuto: nei soggetti “immortalati” emergono le manchevolezze più che le eccezionalità, sono evidenziate le limitatezze più che le potenzialità. L’attenzione che caratterizzava ciò che era destinato a futura memoria ha lasciato il posto alla trascuratezza nei confronti di ciò che si sa avere vita effimera. In assenza di una prospettiva futura si cerca di riempire il più possibile, sia pure di ciarpame, il presente.

Tutto questo non ha nulla a che vedere con ciò che intendo per fotografia: credo che il senso e le finalità di quest’ultima siano ben altri, anche per chi non l’affronta con taglio “professionistico”, ma solo con la coscienza di una necessaria “serietà”.

Uno dei possibili percorsi rimane la narrazione del quotidiano, un quotidiano che è naturalmente differente da quello immortalato da Modotti, Cartier Bresson, Newton o Salgado. Qui vale più che mai la volontà, e ovviamente poi la capacità, di cogliere nel contesto attuale le possibilità di insinuare dei dubbi, di uscire dai canoni prospettici omologati e omologanti, di creare una curiosità attiva e non un’attitudine voyeristica.

Siamo assillati da figure pseudo-iconiche che dovrebbero suscitare emozioni effimere e artificiali, infiltrarsi nelle nostre coscienze sociali e politiche: ai comuni amanti della fotografia rimane però la genuina propensione ad immortalare ciò che comunemente li circonda, in una tensione sottesa non ancora imbrigliata dai messaggi consumistici.

Fotografare è mettere sulla stessa linea di mira la testa, l’occhio e il cuore.
HENRI CARTIER-BRESSON, L’immaginario dal vero, Abscondita 2005

Questo significa rallentare il ritmo, anche nella produzione di fotografie, e rivalorizzare il quotidiano cogliendo piccoli momenti privati (che a volte è bene che rimangano tali) e caricandoli di significato.

Voglio proporre, a corredo ed esemplificazione di ciò che ho scritto, l’immagine con la quale l’ho aperto: è il frutto di una ricerca personale, artigianale, intima, dietro la quale non c’è la pretesa di produrre capolavori ad uso di altri: c’è solo la potenza di uno sguardo “storto” che interroga il fotografo e lo sfida su molti perché, mentre contemporaneamente difende l’intimità femminile e ne esalta i lineamenti e la freschezza.

Credo di aver avuto una cospicua dose di fortuna, quantomeno nell’esser riuscito a cogliere la tensione dell’attimo. Per il resto, si tratta appunto di coltivare l’attenzione per ciò che ai più appare irrilevante, e di tradurla in un giusto spazio nell’inquadratura dell’obiettivo (fisico o concettuale che sia).

In un’epoca contraddistinta dall’ossimoro di immortalare immagini che scordiamo poco dopo – accantonate come stracci vecchi –, questa foto è riemersa nella mia mente per le forti implicazioni emotive che mi suscitò un tempo e per gli interrogativi che ancora oggi mi pone. È a suo modo anch’essa un’icona, del tutto personale: in questo senso continua a spronarmi a cercare quello sguardo in chi o cosa mi circonda.

Ne ho bisogno. Ne abbiamo tutti bisogno.

 

La più grande olimpiade dell’era moderna

di Paolo Repetto, 2005

I giochi olimpici più importanti dell’era moderna non furono, come molti pensano, quelli faraonici del 1936 a Berlino, o quelli tragici del 1972 a Monaco. Essi ebbero luogo a Lerma, attorno alla metà di Settembre del 1960.

Era un anno magico. Nencini aveva vinto il Tour, Roncalli aveva aperto il secondo concilio vaticano, Kennedy stava per diventare il nuovo presidente degli Stati Uniti e, ciliegina sulla torta, sino a pochi giorni prima Roma aveva ospitato la XVII edizione ufficiale delle Olimpiadi, che doveva celebrare in un colpo solo il primo centenario dell’unità nazionale, la fine di un dopoguerra da paese sconfitto e l’inizio del boom e del centrosinistra. Sia sul piano agonistico che su quello spettacolare era stata in effetti una manifestazione esaltante; per intenderci, furono i giochi di Berruti, di Wilma Rudolph, di Bikila, di Benvenuti e di Cassius Clay. Gli italiani vinsero in quell’occasione un po’ dovunque, a piedi, a cavallo, in bicicletta o in barca, totalizzando un raccolto di ori e di argenti che non si sarebbe mai più ripetuto. Da paese di morti di fame erano diventati la terza potenza sportiva del mondo.

I giochi di Lerma celebrarono però un’altra cosa: l’arrivo anche da noi della televisione e delle immagini in diretta. Persino per uno come me, che leggeva i giornali (avevo un incarico part-time presso il negozio di alimentari che fungeva anche da edicola e da luogo di distribuzione della posta) e seguiva le radiocronache del pugilato, la televisione significava l’ingresso in un altro mondo. Vedere Berruti che esce dalla curva liscio ed elegante come un figurino, che si lascia alle spalle dei marcantoni di colore grandi il doppio di lui, che vince e centra il record mondiale, era ben altra cosa. Per la prima volta dalle adunate oceaniche d’anteguerra l’intera nazione si era stretta attorno a qualcuno, a un torinese con l’aria e il fisico di un intellettuale sedentario, che metteva però in riga anche i velocisti della superpotenza americana. La televisione aveva consacrato in diretta il riscatto degli eterni perdenti, e anche a Lerma lo avevamo vissuto assiepati a decine davanti ad uno dei due apparecchi televisivi esistenti in paese, quello dell’oratorio. Ora si trattava di celebrare degnamente quel trionfo, e il modo migliore era quello di ripeterlo.

Dell’Olimpiade di Lerma non è rimasta purtroppo alcuna testimonianza iconografica, non ci sono né fotografie né tantomeno filmati: ma io posso lo stesso raccontarvi la storia veritiera di quei giorni, essendone stato insieme testimone, agonista e soprattutto il principale organizzatore. All’epoca andavo per i dodici anni e già avevo alle spalle una discreta carriera di organizzatore sportivo (non solo: ero a capo, sia pure per autoinvestitura, di una delle bande più importanti del paese). Sull’onda dell’entusiasmo per la vittoria di Baldini al mondiale di ciclismo e per l’asfaltatura della via principale avevo promosso due anni prima un giro d’Italia con le grette, suddiviso nelle venti canoniche tappe. Avevo tracciato i percorsi con i gessi presi a prestito dalla scuola elementare e, una volta esauriti questi, con dei pezzi di mattone (le “tappe rosse” dell’ultima settimana). Il giro si snodava dal Poggio alla piazza Roma e ritorno, con puntate nei vicoli non asfaltati per le tappe dolomitiche e due circuiti sullo sterrato per le prove “a cronometro”. Avevo anche stilato un regolamento, che venne più volte modificato, a seconda del peso e del livello di amicizia dei ricorrenti, e nominata una giuria con l’incarico di segnalare le forature (uscita dai limiti del percorso, fermo per un turno) e di tenere il conteggio dei “bilecchi”. Ciascun concorrente doveva inserire nella sua gretta l’immagine di un campione, Anquetil, Gaul, io naturalmente Nencini, utilizzando le figurine che si trovavano nelle primissime confezioni dei fruttini. Per il bilanciamento era consentito solo l’uso dello stucco. Lo svolgimento era stato piuttosto tempestoso, perché i concorrenti erano indisciplinati e contestavano ad ogni piè sospinto le regole, ma arrivammo alla fine, registrando anche il primo caso ufficiale di squalifica per doping (Mario aveva riempito le sue grette di piombo per renderle più stabili nei percorsi veloci).

Mi sono attardato sul mio primo successo organizzativo (ne seguirono altri, ma anche qualche tonfo, come il Tour dell’anno successivo) un po’ perché ci tenevo da un pezzo a raccontarlo, ma soprattutto per dimostrare che non ero arrivato all’Olimpiade impreparato. L’evento fu il frutto di passione ed entusiasmo, ma anche di una certa “professionalità” acquisita con una lunga gavetta, e ancora oggi lo considero il mio capolavoro, perché lo sforzo di realizzazione e di coordinamento fu davvero enorme.

L’idea dei giochi venne a me, ma certo era nell’aria. Dopo i trionfi di Berruti e di Gaiardoni passavamo la giornata a sfidarci sui cento metri e avevamo imparato a resistere per delle mezz’ore in surplace sulla bicicletta. Di lì a decidere di bandire delle gare ufficiali, che raccogliessero tutti i ragazzi del paese e i villeggianti e stabilissero una volta per tutte le gerarchie sportive, il passo era breve. Non mi ci volle molto a convincere gli altri, primo tra tutti Aurelio, complice imprescindibile di qualsivoglia iniziativa. Costituimmo un comitato olimpico, decidemmo le gare da disputarsi, stilammo il calendario delle prove, concordammo le modalità di ammissione e di partecipazione. Onde evitare grane stabilimmo il tetto massimo di età a quattordici anni, per poter includere quei tre o quattro che avevano concluso con noi le elementari pur essendo più anziani, ed escludere quelli che col loro nonnismo avevano sempre cercato, sia a scuola che all’oratorio o nel bosco della Cavalla, di tarpare le ali alla nostra creatività. La ribellione fisica, violenta, sarebbe arrivata solo un paio d’anni dopo, tra l’altro anticipando la contestazione giovanile dei secondi anni sessanta: per il momento era necessario giocare d’astuzia e toglierceli dai piedi, e a tal fine era preziosissima la collaborazione di don Franco, il viceoparroco. Don Franco era un prete giovane, ma aveva una concezione del sacerdozio ispirata più a Guareschi che a Don Milani, e certe dita d’acciaio che mettevano in rispetto qualsiasi bullo. Inoltre possedeva un orologio che segnava anche i secondi, non un vero cronometro, ma insomma, era un prete e ci si poteva fidare. Dopo qualche insistenza e la promessa da parte nostra di presenziare alla prossima novena natalizia accettò anche di fungere da giudice unico di gara, il che era fondamentale, perché metteva fine preventivamente ad ogni possibilità di polemica e a qualsivoglia eventuale turpiloquio. Potevamo aprire i giochi.

Eravamo partiti con grandi ambizioni, ma fu giocoforza ridimensionare di molto il programma. Malgrado la vittoria di D’Inzeo non era possibile contemplare, per ovvi motivi, l’equitazione, anche se Aurelio insisteva che avremmo potuto iscrivere le coppie cavallo-cavaliere che si formavano per le sfide di “lotta in spalletta”. Ci volle del buono a convincerlo che il concorso ippico non si svolgeva nella prateria come la cavalcata di Ombre Rosse, ma su un percorso ad ostacoli. Erano da escludere anche le gare di nuoto e pallanuoto (altro oro per l’Italia), perché alla metà di settembre l’acqua del fiume era già fredda e perché a saper davvero nuotare eravamo si e no in tre. Niente da fare neppure per la scherma, dove in verità l’attrezzatura di fioretti di frassino non mancava, ma sarebbe stato difficile persino per don Franco governare le gare. Idem per la lotta e il pugilato, severamente vietati dai genitori, per il sollevamento pesi e per la ginnastica. Rimaneva insomma solo l’atletica, e quei giorni furono davvero un trionfo della regina degli sport.

Anche limitando così drasticamente il campo, l’organizzazione si rivelò particolarmente complessa. All’epoca gli impegni scolastici iniziavano ad ottobre, ma per molti, me compreso, c’erano quelli lavorativi a casa. Per fortuna quell’anno la vendemmia era in forte ritardo, e concentrando le gare in un programma estremamente fitto potemmo contare su una partecipazione quasi totale. Alcuni problemi tecnici furono risolti brillantemente: le medaglie per la premiazione, ad esempio, le rimediai io, pescando tra quelle portate a casa da mio nonno dal fronte dell’Isonzo, unico bottino di quattro anni di trincea. Non gliene importava granché, e mi aveva già consentito di giocarci, ma ad ogni buon conto preferii prenderle a prestito senza farglielo sapere. Risultarono uno degli elementi essenziali ai fini del rispetto del rituale, e con un cordino di lenza rossa da muratore facevano la loro bella figura. Purtroppo ne avevo solo tre (il nonno non era stato particolarmente valoroso), da usarsi per ogni cerimonia di premiazione e da farsi prontamente restituire, ciò che suscitò qualche rimostranza da parte di concorrenti che non avevano letto il regolamento (anche perché non era mai stato scritto).

L’attrezzatura per il lancio del peso fu procurata da Aurelio, che fornì le bocce di suo zio Giulio, sponsor inconsapevole e tutt’altro che consenziente. Per il disco utilizzammo una selce da calzolaio di mio padre, di quelle che servivano per ribattere le suole, perfettamente circolare e quasi piatta. I ritti per il salto in alto furono ricavati piantando dei chiodi lungo il tronco di due tigli che crescevano paralleli ai bordi dello stradone: l’asticella era uno spago tenuto tirato da due contrappesi di pietra. Ci fu anche un tentativo di praticare l’asta, ma venne abbandonato dopo che Agostino rischiò di finire infilzato dalla canna di bambù che stava usando.

Per le gare di velocità fummo molto agevolati dall’amministrazione provinciale, che durante l’estate aveva asfaltato la circonvallazione. Disponevamo di un rettilineo di quasi quattrocento metri, pianeggiante, con fondo compatto e levigato, perfetto. Il problema era che Berruti aveva vinto i duecento metri uscendo dalla curva, e che all’Olimpico le corsie per quella gara erano disposte in modo da far curvare tutti i concorrenti prima di esplodere sul rettilineo finale: quindi era d’obbligo inserire una curva e far partire i concorrenti distanziati di qualche metro l’uno dall’altro. Si trovò la soluzione fissando l’arrivo nella piazza, allo sbocco della piega che immette nella circonvallazione. Questo significava dover misurare le corsie ad una ad una, e disegnarle con il gesso. La misurazione venne effettuata con la solita lenza da muratore, che fu una delle protagoniste dei giochi (servì, oltre che per misurare le distanze nei lanci, come asticella nell’alto e come segnalatore di fossa nel lungo), anche se poi all’atto dell’attribuzione dell’ordine di partenza ci furono dei problemi, dal momento che tutti volevano quelle più esterne perché consentivano di partire più avanti e di tagliare clamorosamente la curva.

Le cose furono più semplici naturalmente per i cento metri, ma si complicarono poi parecchio per i centodieci-ostacoli. Si dovette ricorrere ad un blitz notturno nel magazzino del negozio di alimentari, dal quale furono prelevate un po’ di cassette da frutta, mentre io fornii dieci ceste da vendemmia. Già così in ciascuna corsia non potemmo mettere più di cinque o sei ostacoli, che si rivelarono in verità più che sufficienti, e dovemmo disputare la gara in notturna, per approfittare di un momento in cui non ci fosse transito (in realtà all’epoca anche durante il giorno si poteva pranzare in mezzo alla strada). Neanche a farlo apposta tutti i perdigiorno motorizzati sembravano essersi dato convegno quella sera nella circonvallazione, e nonostante i posti di blocco disposti in piazza e sul viale per deviare il traffico verso il centro del paese dovremmo sgomberare il terreno di gara più di una volta, per consentire loro di passare. Avevamo appena terminata la gara e rimosso gli ostacoli quando arrivarono i carabinieri, avvertiti da qualche idiota.

Ma arriviamo al dunque, all’aspetto sportivo. Come in ogni olimpiade i momenti magici furono quelli degli sprinter e della maratona. Nei cento metri per arrivare ai cinque finalisti si dovettero disputare quattro batterie e due semifinali. Gareggiò persino mio fratello, che aveva otto anni. Fu un successo organizzativo, ma una delusione nel risultato. Ai primi due posti finirono infatti i due gemelli Parodi, due villeggianti, sia pure oriundi. Il primo indigeno, che era poi Aurelio, dovette accontentarsi del bronzo. Nei duecento ce la cavammo molto meglio. L’oro andò ad Aurelio, al quale la sorte, un po’ aiutata, aveva riservato la corsia più esterna, secondo fu uno dei soliti gemelli e terzo finii addirittura io. Ebbi quindi anche l’onore di premiarmi da solo, dopo aver sedato le contestazioni dell’altro gemello, che sosteneva di aver percorso almeno venti metri in più rispetto agli altri.

La maratona venne disputata nell’ultimo giorno di gare. Il lotto dei partecipanti che avevano aderito si sfoltì di molto quando si seppe che i giri del paese previsti erano cinque anziché due (ogni giro misura circa novecento metri). Nessuno di noi aveva in effetti mai corso, almeno consapevolmente, una distanza del genere. Alla fine partirono in una dozzina. Io li precedevo in bicicletta e Angelo li seguiva con lo stesso mezzo, per controllare che nessuno tagliasse lungo i vicoletti. Al terzo giro i maratoneti erano già ridotti alla metà, e cominciarono a venir fuori i valori effettivi. Lungo la salita che porta al Poggio ci fu l’attacco di Marietto, che fece in testa anche il quarto giro, mettendo sempre più metri tra sé e gli inseguitori. Il dramma, come in tutte le vicende drammatiche che si rispettino, esplose all’ultimo giro. Mario stava scendendo tutto solo lungo via Benedicta, gli mancavano ormai non più di quattrocento metri all’arrivo, tutti discesa e pianura. All’altezza della sua abitazione io, che lo seguivo con una bandierina rossa appesa al manubrio, vidi uscire come una furia dall’ombra del vicolo sua madre: lo arpionò per un braccio, facendogli fare una mezza giravolta e urlandogli in faccia: “Dov’è Brunetta?” Brunetta era la sorellina di Mario, aveva forse tre anni ed era un vero impiastro, perché Mario doveva badarle praticamente tutto il giorno, cosa che gli aveva già impedito di partecipare alle gare di velocità, per le quali era una delle punte di diamante della squadra lermese. Per la maratona, nella quale aveva buone possibilità ed era una garanzia contro l’eventualità di un successo foresto, lo avevo convinto a lasciarla sul viale, affidata ad una ragazzina nostra coetanea che si era offerta, anche se non del tutto spontaneamente, di badarle. Mario ebbe un bel gridare “Vado a prenderla, lasciami andare”. Sentivo lo schiocco delle sberle e non ebbi animo di intervenire, anche perché sapevo che mi sarebbe toccata la mia parte e non avrei risolto nulla; inoltre c’erano i doveri organizzativi che mi aspettavano, l’arrivo e la redazione della classifica. Fu così che la maratona venne vinta da Aurelio, che l’onore lermese venne salvato ma che Mario, novello Dorando Petri, fu privato di una medaglia ampiamente meritata. E non valse nemmeno a consolarlo il fatto che io organizzassi una premiazione speciale ad honorem, anche perché non poté partecipare.

Delle altre gare c’è poco da raccontare, se non che furono guastate da alcuni inconvenienti. La finale del salto in lungo venne interrotta dal proprietario del mucchio di sabbia che usavamo per l’atterraggio, esageratamente alterato perché gliel’avevamo sparsa un po’ in giro, che ci costrinse a ripristinare il mucchio con scopa e badile. Non ci furono vincitori, mentre ci furono strascichi quando andò a lamentarsi da mia madre, che nella specialità scappellotto avrebbe guadagnato senz’altro il podio e si affrettò a ribadirmi quanto ci teneva alla mia reputazione. In quella del peso, invece, l’attrezzo finì direttamente nella scarpata che portava al bosco della Cavalla, e a dispetto persino di una taglia in fumetti messa in palio non ci fu più verso a ritrovarla. Non avevamo calcolato che Bruno, pur più anziano di noi di un solo anno, aveva il fisico di un ventenne e la forza di due, per cui poteva far volare alla boccia un campo da calcio. Naturalmente facemmo subito sparire anche l’altra e lo zio Giulio si arrovellò per tutta la vita sul mistero delle bocce scomparse. Aurelio non ebbe il coraggio di confidarglielo nemmeno da adulto.

Ci fu infine un’appendice comica, quando Claudio P., rientrato in paese a gare concluse, dichiarò non valida tutta l’edizione perché si era svolta in sua assenza. Claudio era un ragazzotto rotondo che portava i piedi a papera, con un’apertura angolare superiore ai centocinquanta gradi. Agganciandogli un paio di pale avrebbe aperto il passo nella neve ad un camion. Era imbattibile soprattutto nell’apnea sottomarina, una specialità alla quale lo allenavamo per tutta l’estate al fiume. Organizzammo seduta stante una ripetizione dei cento metri, che vinse naturalmente con un tempo buono per i cinquemila, e ci deliziò con un ulteriore schetch finale all’atto della premiazione, quando dovetti quasi rompergli un braccio per farmi restituire la medaglia.

Tutto sommato il bilancio sportivo dei giochi fu favorevole ai lermesi, anche al netto di qualche parzialità, che è comunque da mettersi sempre in conto al paese ospitante. Fece uscire i nativi dalla soggezione nei confronti dei cittadini, che in genere millantavano militanze nei pulcini della Sampdoria o del Genoa o frequentazioni di stadi, piscine e palestre. Soprattutto ci rese protagonisti di un evento organizzato e gestito in proprio, insegnandoci che il divertimento vero stava nell’ideare le cose e la vittoria nel condurle a termine. Le medaglie volanti di mio nonno fornivano d’altronde una perfetta metafora della transitorietà del successo. Noi naturalmente tutto questo non lo sapevamo, ma gli sviluppi successivi mi portano a credere che qualcosa di quella lezione sia rimasto, almeno negli animi più sensibili.

La cerimonia ufficiale di chiusura si svolse nell’oratorio, perché nel frattempo erano iniziate le rituali piogge pre-vendemmia. Don Franco ci fece un cazziatone per la scarsa sportività e l’eccessiva litigiosità mostrata dalla gran parte dei partecipanti, ma promise che l’anno successivo l’olimpiade l’avrebbe organizzata lui, e ci sarebbero state anche gare in bicicletta e in acqua. Naturalmente venne trasferito la primavera successiva, e nella storia di Lerma i giochi del ‘60, i miei giochi, sono rimasti unici e indimenticabili.