Che i digitali diventino analogici

di Fabrizio Rinaldi, 4 aprile 2017

I bambini ospitati a turni settimanali nella struttura educativa dove lavoro vivono un altro modo di fare scuola. Sperimentano attività e fanno esperienze (le escursioni naturalistiche, ad esempio) che non sono previste nel contesto scolastico abituale. E sembrano gradirle molto. Vorrei allora soffermarmi su una di queste esperienze particolari.

L’era digitale ha abituato i giovani alla semplicità d’uso del mezzo fotografico. Oggi si regalano piccole macchine fotografiche già in occasione della prima comunione: tra breve diverranno un regalo di battesimo. In effetti, per usare le tecnologie attuali è sufficiente la padronanza del movimento delle dita, anzi, del solo indice di una mano. Ma questo con la fotografia c’entra ben poco, e per capirlo i nostri bambini hanno ribaltato questa falsa idea di un’attività banale e imparato ad approcciarci alla fotografia con modalità differente.

Intanto hanno cominciato col costruirsi, con l’aiuto delle educatrici Alessandra e Paola, le loro macchine fotografiche, utilizzando barattoli da caffè e scatole di patatine Pringles. Dopo averle costruite, e aver appreso l’importanza della giusta quantità di luce nell’ambiente che dovevano fotografare e del tempo necessario per far imprimere la carta fotosensibile, hanno usato le loro scatolette per realizzare la loro prima fotografia stenopeica.

L’aspetto più affascinante e magico di tutta l’operazione non può essere documentato da alcuna immagine (avrebbe compromesso le carte fotosensibili): era lo stupore dei loro occhi nel vedere, nella camera oscura, emergere dal liquido di contrasto la loro, personale, fotografia. L’emozione nell’intravvedere le macchie scure che lentamente emergevano dalla carta bianca, e prendevano la forma dell’albero, dell’edificio o di chissà cos’altro.

Abituati ad un consumo di immagini molto rapido e distratto, (internet, cartoni e film sempre più veloci, ecc …), faceva tenerezza vederli attendere trepidanti che comparisse una figura assolutamente non paragonabile per qualità di definizione e di cromatismo a quelle digitali: ma proprio questo era l’obiettivo di chi ha creduto in questo piccolo esperimento.

Per un momento abbiamo “distratto” i bambini dal vortice frenetico di stimoli che arrivano loro incessantemente, “fermando” ciò che stavano guardando grazie ad uno strumento da loro stessi costruito, del quale conoscevano quindi limiti e segreti, e hanno ottenuto un’immagine che, seppure non riproducesse la realtà, era il frutto di un loro autonomo percorso.

Dalla curiosità dei bambini per un gesto così inconsueto nell’epoca attuale, nella quale le foto si realizzano in un istante e in modo quasi istintivo, è nata l’opportunità di conoscere un nuovo metodo di fotografare. In realtà il metodo è nuovo solo per chi ha dimestichezza unicamente col digitale, è un sistema antico di impressione della carta fotosensibile, che naturalmente consente oggi risultati di qualità e di risoluzione migliori rispetto a quelli di un tempo.

Ma al di là di tutto questo, ciò che si voleva era creare l’occasione di rivivere l’esperienza realmente “creativa” del fotografare, che ha ben poco a che vedere con la velocità e l’immediatezza di risultato di quella odierna. La fotografia è invece anche pazienza, capacità di attesa. “Chi non ama aspettare, non può diventare fotografo” (Sebastião Salgado).

I ragazzi hanno dunque imparato prima di tutto ad avere un diverso rapporto col tempo. Costruire la loro macchina fotografica, fare le singole foto, svilupparle, richiede un investimento temporale che oggi è per lo più impensabile.

Proprio la coscienza del trascorrere “funzionale” del tempo ha costituito il fulcro essenziale di questa esperienza. I bambini sapevano ciò che stava accadendo dentro quella “scatola magica”: i minuti trascorrevano mentre la luce filtrava dentro l’apparecchio fotografico che avevano costruito. Luci e ombre imprimevano sulla pellicola macchie di bianchi e neri, entro le quali gli alberi diventavano immagini evocative di mostri marini, e le persone inquadrate sparivano se non erano rimaste abbastanza a lungo davanti all’obiettivo.

L’esperienza di fermare un’immagine concedendosi il tempo necessario per scegliere il soggetto, valutare la luce corretta e impostare conseguentemente il tempo di apertura del diaframma, ha permesso loro di capire che ci possono essere delle alternative alle modalità utilizzate oggi per realizzare fotografie, ma anche per fare un sacco di altre cose: e che queste alternative aprono sentieri fantastici tutti da esplorare.

 

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