Non sono un robot (?)

di Paolo Repetto, 24 marzo 2026

Ce ne siamo accorti all’improvviso. L’Intelligenza Artificiale stava subdolamente insinuandosi nelle nostre vite, ma ancora non aveva ricevuto un battesimo ufficiale. Ora che ha un nome la si chiama in causa ovunque, a proposito e soprattutto a sproposito. Se un missile centra una scuola anziché un covo di terroristi, se arriva una bolletta del gas da suicidio, se una sorridente Julia Roberts ti sussurra un messaggio d’amore e ti chiede un prestito, è tutta opera e responsabilità dell’AI. Prima la ignoravamo e ora la diamo per scontata, e domina persino le conversazioni in famiglia e tra amici, nelle quali il “se Dio vuole” sarà a breve sostituito dal “se l’AI lo consente”. È in sostanza l’argomento del giorno, e sarebbe opportuno anche trattarlo con cognizione di causa, perché in ballo c’è il futuro dell’umanità, e non quello remoto: anzi, c’è già il presente.

Io stesso sul sito ne scrivo ormai con una certa frequenza. Non so molto a proposito dei suoi ultimi straordinari sviluppi, così del resto come la maggior parte di quelli che conosco: so solo che la utilizzo più o meno consapevolmente da tempo, ad esempio già per scrivere questo pezzo; che a questo punto per condurre una normale vita di relazione non potrei farne a meno; e che la casetta nel bosco può essere una scelta, ma non è una soluzione. Non mi sento dunque autorizzato a parlarne da un preconcetto ideologico nei confronti della tecnica: semplicemente ritengo che per affrontare il tema dal punto di vista che adotto io non sia obbligatorio possedere particolari conoscenze. È sufficiente guardarsi attorno, cogliere gli indizi copiosamente offerti dalla nostra quotidianità e trarne le conseguenze.

Muovendo da queste premesse sono giunto alla conclusione che il vero problema del nostro futuro non consista nel quando e in che misura l’AI supererà quella umana, quanto piuttosto nel fatto che quella umana si va già allineando a quella artificiale, ne sta rapidamente mutuando le caratteristiche. E che stante il divario che sconta quanto a potenza, velocità e capacità di memoria, è destinata nel confronto a soccombere.

Con ciò dico niente di nuovo, anche se magari lo argomento in un modo che altri trovano troppo pessimista e semplicistico. Queste cose le aveva intuite e le scriveva già Philip K. Dick nel 1968, in un racconto divenuto famoso dopo che Ridley Scott ne ha tratto un film di straordinario successo, Blade Runner. E Dick era senz’altro più pessimista di me. Non demonizzava la tecnologia per partito preso, ma ne esemplificava efficacemente i prevedibili esiti prima ancora nei caratteri dei protagonisti e nelle atmosfere che attraverso la vicenda narrata. Il suo racconto ha un titolo enigmatico, Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (in italiano tradotto inizialmente come Il cacciatore di androidi), e a dire il vero al film ha offerto solo l’ambientazione e l’ossatura, perché poi i temi di fondo sono sviluppati in direzioni molto diverse.

Mi è capitato di riprenderlo in mano recentemente. Non a caso, perché ogni tanto torno a sfogliare i classici della mia giovinezza (Verne, Robida), o dell’adolescenza (Swift, Mary Shelley, Meyrink), e trovo che già all’epoca ero particolarmente intrigato dall’ambiguo rapporto dell’uomo con la tecnica.

In particolare il tema degli androidi circolava sin dai primordi della cibernetica e dell’informatica, sia nella letteratura che nel cinema fantascientifico [basti pensare a Io Robot (1950) di Asimov, o a 2001. Odissea nello spazio (1968) di Kubrick]: ma nell’ottica che interessava a me lo aveva trattato solo Dick, proprio in quello specifico racconto. Molto probabilmente lo spunto gli era arrivato dalla creazione nel 1966 di Shakey, uno dei primi robot mobili dotati di intelligenza artificiale. Il resto è tutta farina del suo sacco. Qualche anno dopo quello spunto era stato ripreso da Brian Aldiss per scrivere Supertoys che durano tutta l’estate, dal quale Steven Spielberg avrebbe tratto nel 2001 A.I. – Intelligenza artificiale. Le vicende dei due romanzi sono completamente diverse, ma partono dalla stessa profonda riflessione su ciò che è umano e ciò che non lo è.

In realtà, fatte salve alcune eccezioni di distopie che esulavano dai confini del genere (si pensi a Il Mondo nuovo di Huxley e a 1984 di Orwell: ma anche ad opere minori, come Gli idioti in marcia di C.M. Kornbluth), prima dell’uscita de “Il cacciatore di androidi” la visione fantascientifica del futuro era tutto sommato ottimista, come lo erano in fondo quella politica, quella economica e quella sociale: il genere umano avrebbe continuato ad evolversi, la tecnologia avrebbe liberato gli uomini dalla fatica, dalla fame e dalla malattia, le società sarebbero diventate più giuste ed eguali. Lo stesso 2001. Odissea nello spazio, pur introducendo un po’ di dubbi, mostrava l’uomo proteso verso il cosmo per accedere ad una conoscenza superiore piuttosto che per conquistarlo. Nel libro di Dick c’è invece un genere umano che ai guasti prodotti dalla tecnologia cerca desolatamente di sopravvivere. È il tema che diverrà dominante nella letteratura cyberpunk.

Stiamo parlando di sessant’anni fa, ed è impressionante come la migliore fantascienza di allora abbia saputo immaginare un mondo che non è più nemmeno dietro l’angolo, ma è già qui presente. C’era tutto quel che oggi ci riguarda: lo scenario della guerra e delle estreme conseguenze cui questa può portare, la determinazione persistente ad andare nello spazio (ma per necessità piuttosto che per scoperta), l’ambigua possibilità di duplicare la vita (concretizzata trent’anni dopo con la clonazione della pecora Dolly): l’impossibilità ormai di distinguere il vero dal falso; e, appunto, il tema dell’intelligenza artificiale.

Ora, prima di procedere devo riassumere brevemente la storia, sia per quelli che il racconto di Dick non lo avessero letto, presumo molti, sia per chi pur avendo magari visto il film non lo ricordasse bene (presumo pochissimi). Mi limito però ad una sintesi molto stringata, perché posso approfittare di una felice opportunità (per me e per voi): del fatto cioè che già una decina d’anni fa Beppe Rinaldi ha prodotto una serratissima analisi del film, evidenziandone le tematiche fondamentali ma raccontando nel dettaglio anche la vicenda. Vi rimando dunque al saggio che compare sul sito in contemporanea col mio scritto, dal titolo: I replicanti sognano unicorni? Penso sia opportuno leggerlo prima di tornare a queste pagine. So che siete pigri, e che una lettura ponderata del saggio potrebbe richiedervi un paio d’ore: ma garantisco che le vale tutte.

La storia è questa. In un futuro post guerra nucleare (che Dick ipotizza non molto remoto, nel 1992) la terra è quasi spopolata. I suoi abitanti sono migrati in gran parte nelle colonie disseminate nello spazio, dove sono loro assegnati dei “replicanti”, androidi fisicamente e cognitivamente simili agli umani, destinati alle incombenze più impegnative ma incapaci di sentimenti e programmati con tempi di scadenza molto brevi. I pochi uomini rimasti sul nostro pianeta sono socialmente suddivisi in categorie di “adeguatezza”, l’appartenenza alle quali è determinata da particolari test che relegano gli “inadatti” (definiti “gli speciali”) in una umiliante esclusione. In una condizione del genere i rapporti interumani sono rarissimi. Sulla Terra inoltre i “replicanti” non possono essere costruiti o utilizzati, e la maggior parte delle specie animali si sono estinte. È dunque quasi impossibile soddisfare il bisogno di empatia che accomuna tutti gli esseri viventi, se non tramite il possesso di un qualche animale domestico (destinato peraltro per la sua rarità a diventare anche simbolo di un particolare status sociale). Chi non si può permettere questo lusso deve accontentarsi di un surrogato, un “replicante animale”, come appunto la pecora elettrica del titolo, purtroppo ben poco gratificante. E deve combattere lo sconforto con la possibilità di modulare a piacere il proprio umore tramite un apposito dispositivo, che se usato male può portare ad effetti disastrosi. Insomma, l’intera esistenza degli umani, persino il loro stato emozionale, è resa dipendente dall’intelligenza artificiale.

In questo desolante scenario si inserisce la vicenda di un “cacciatore di taglie”, al quale viene affidato l’incarico di individuare ed eliminare alcuni replicanti evasi da una colonia marziana e mescolatisi agli umani sulla terra. Non è un compito facile, perché si tratta di androidi dell’ultimissima generazione, i Nexus 6, tanto perfezionati da essere propagandati con lo slogan “più umano dell’umano” e risultare quasi indistinguibili dai normali terrestri. La ricerca è ulteriormente complicata dalle vicende sentimentali del protagonista, e a dispetto del fatto che quest’ultimo sembri ogni tanto avere dei dubbi sulla liceità di quanto sta facendo e soprattutto sulla stessa sua natura, viene portata sino in fondo. Il tutto si svolge nel corso di una sola giornata. Detto così, non è neppure immaginabile quanto complesso sia lo sviluppo della storia e il dibattito che le soggiace, ma a me interessa solo rilevare come il tema vero che la percorre sia quello dell’“autenticità”, che sfugge ai criteri coi quali sono formulati i test per riproporsi invece a livello di libertà individuale.

A questo punto, dando per scontato che nelle linee di massima la vicenda sia conosciuta, mi preme evidenziare soprattutto le differenze tra il testo filmico e quello del racconto. Le due versioni infatti, come dicevo sopra, non sono del tutto simili; un po’per ragioni tecniche oggettive, perché nessuna trasposizione cinematografica può pretendere di rappresentare tutte le sfumature offerte dalla scrittura (sto parlando di libri di un certo valore), ma soprattutto perché un film come Blade Runner, con costi di produzione elevatissimi, deve essere apprezzabile da una vasta platea, quindi deve proporre tesi semplici e trasmettere un certo ottimismo. Cosa che il racconto di Dick non si sogna minimamente di fare.

Vengo dunque alle differenze:

•     Per cominciare, è molto diversa l’ambientazione. La città dove si svolge la vicenda del film è una Los Angeles devastata e contaminata dalla guerra nucleare, ma non spopolata: o almeno, la popolazione rimasta si muove in un rumorosissimo caos. Le architetture e l’urbanistica sono quello che caratterizzano il post-moderno, con contaminazioni che vanno dal barocco al futurismo di D’Elia; gli abitanti sono mescolati in un crogiolo etnico che rende indistinguibili anche gli esseri umani dai replicanti. Il tutto bagnato da una pioggia continua, violenta, che appare artificiosa anch’essa e contribuisce a nascondere e a cancellare, non solo metaforicamente, le identità.

Nel racconto di Dick, ambientato a San Francisco, dominano invece la solitudine, il silenzio e un angosciante senso di disfacimento. Domina anche la malattia, perché continua l’azione delle polveri radioattive, che minano giorno dopo giorno l’intelligenza degli “speciali” (ma anche le facoltà dei pochi altri terrestri rimasti). L’impressione che si ricava da rari scorci urbani inseriti da Dick è quella di una immensa e desolatamente vuota periferia.

•     Il tema del rapporto con gli animali domestici compare solo nel romanzo. Le copie elettromeccaniche che dovrebbero sostituire gli originali, le uniche della quali è consentita la presenza sulla terra, non sono destinate al lavoro e alla produzione, ma a rispondere al vuoto di affetti. Per quanto perfette nei movimenti e nei comportamenti e programmate in maniera da simulare persino le emozioni, rimangono pur sempre dei robot. Chi le possiede ne è dolorosamente consapevole, e naturalmente cerca di procurarsi esemplari autentici di cui prendersi cura, che a loro volta siano in grado di ricambiare l’investimento affettivo in maniera pura e spontanea.

Non so cosa possa aver spinto Dick a dare tanto rilievo a questo aspetto della vicenda. Forse possedeva lui stesso un cane o una pecora o un qualche altro animale domestico capace di prestare docilmente ascolto al racconto delle sue psicosi e delle sue allucinazioni, al contrario delle cinque successive mogli, che regolarmente lo abbandonavano esasperate dopo qualche anno di matrimonio. Oppure era particolarmente sensibile alle problematiche ecologiche che proprio in quegli anni cominciavano ad emergere, e considerava l’accudire un animale come una sorta di riparazione per i danni arrecati alla terra e ai suoi ecosistemi. O forse, ancora, lo considerava un modo ipocrita per gli uomini per ripulirsi la coscienza e potersi considerare “empatici”.

Io ci colgo però anche un’altra motivazione fortemente anticipatrice, magari forzando il pensiero di Dick a coincidere col mio; ma non penso di essere del tutto fuori strada. Credo non sia un caso che nel suo libro gli uomini non cerchino la compagnia di altri esseri umani “normali”. Questi ultimi sono infatti capaci di dominare e controllare le proprie emozioni con la tecnologia (il modulatore di umore Penfield, sul quale tornerò), quindi non hanno più nulla di autentico. Il ricorso alle emozioni artificiali peraltro Dick lo sperimentava quotidianamente sulla propria pelle, visto che oltre ad assumere anfetamine in quantità industriale si faceva regolarmente di LSD e mescalina, fino a ridursi completamente dipendente dalla tecnologia farmacologica.

In alternativa agli animali potrebbero esserci i “semplici”: ma nei loro confronti vige uno stigma, c’è il problema di una differenza di status sociale da salvaguardare e di una (supposta) carenza intellettiva che rende difficile e poco confortante la loro compagnia. I replicanti umanoidi, quand’anche fosse loro consentito mescolarsi agli abitanti del nostro pianeta, pongono invece il problema inverso, perché sono più intelligenti degli uomini: ed è insopportabile l’idea di rapportarsi ad un essere che tanto ti somiglia, che è più preparato ed efficiente di te, ma che è incapace di provare nei tuoi confronti un sentimento vero.

Con gli animali questi problemi non ci sono: l’affetto o il surrogato di affetto che ti dimostrano è del tutto gratuito e sincero. Non ti contraddicono, sono dipendenti da te, offrono una purezza empatica che gli umani non sono in grado di esprimere; e sono preferibili persino quando si tratta di repliche.

Dick non ha fatto a tempo a veder esplodere il fenomeno dei tamagotchi, replicato oggi in una serie di altri dispositivi che possono trasmettere sensazioni visive, uditive o tattili (i Bitzee, i Punirunes, i Gigapets), ma sembra averlo lucidamente presentito. Lo sviluppo ultimo, che avvera nella maniera più inquietante le sue anticipazioni, è proprio il rapporto che sempre più persone vanno instaurando con l’AI di ultima generazione, diventata confidente e psicologa, sostegno morale e depositaria di affetto. Nel contempo è letteralmente esplosa la ricerca di compagnia pelosa, di cani, gatti, furetti o quant’altro, a riprova del fatto che il vuoto relazionale e affettivo, malgrado il pianeta sia tutt’altro che spopolato, si sta espandendo. È un’attrazione che lascia intravvedere un mondo niente affatto lontano, anzi, già presente, in cui gli animali sono considerati più importanti dei loro padroni (o dovrei scrivere compagni?) umani. E che andrebbe considerata preoccupante.

•     Nel libro si dà inoltre molto spazio alla nuova “religione dell’empatia”, il Merceriarismo, che nel film rimane invece sullo sfondo. Anche in questo caso Dick ha fatto riferimento a un fenomeno che già alla sua epoca stava dilagando, quello dei telepredicatori. Il nuovo verbo predicato dal “reverendo” Wilbur Mercer, che in realtà è un attore e un ubriacone, è un’accozzaglia di banalità e di rituali collettivi condivisi, tenuti assieme dal bisogno diffuso di sentirsi in comunione con qualcuno e da un misticismo di risulta che soffoca ogni problematicità. Il bisogno è reale, ma viene enfatizzato e guidato, anzi, teleguidato, attraverso una ininterrotto reality. La scatola empatica è un macchinario tramite il quale si può rivivere virtualmente, sulla propria pelle, il calvario patito dal santone, che sale una montagna sotto una pioggia di pietre. Tutta la scena è stata in realtà girata in uno studio televisivo, e attorno ad essa ruota un formidabile giro d’affari. La propaganda incessante che arriva dal teleschermo diventa la musica di fondo dell’esistente.

Lo scrittore ha anticipato dunque perfettamente il processo di imbonimento che sarebbe poi stato mostrato in Quinto potere di Sidney Lumet e al quale oggi assistiamo totalmente impotenti o addirittura complici. Al tempo stesso però il credo merceriano è sbeffeggiato da uno show comico, anch’esso in onda ventiquattrore su ventiquattro, e condotto tra l’altro da un replicante, che ne svela tutti i trucchi e ne irride i contenuti. Le rivelazioni e gli smascheramenti non demoliscono la falsa religione: ne rafforzano anzi lo scopo, che è quello di rendere indistinguibili e interscambiabili il vero e falso, di annullarne ogni valore.

Anche in questo caso Dick non ha avuto bisogno di inventare nulla, ha solo saputo interpretare l’andazzo che si profilava: la scatola empatica nella quale i fedeli riversano e condividono tutte le emozioni è la televisione stessa. I telespettatori che un tempo pensavano di entrare in comunione con Mercer oggi lo fanno direttamente con i più beceri e disparati programmi televisivi, che negli anni sono diventati sempre più il luogo di spaccio di emozioni forti ed effimere, lavorando sul dolore e sulle paure, depotenziandone gli effetti e facendone spettacolo. La condivisione virtuale e rituale di queste emozioni simula una sensibilità e una partecipazione che nella realtà vengono sempre più atrofizzate dalla distanza, dall’accumulo e dalla successione rapida.

•     Dick immagina poi altre soluzioni tecnologiche (nel film date per scontate) che ai nostri occhi risultano ben più che allarmanti, dal momento che in buona misura sono già state realizzate. La più inquietante è il modulatore d’umore Penfield, una sorta di computer primordiale attraverso il quale si può scegliere, selezionando un codice numerico, di vivere uno stato d’animo particolare. Deckard per esempio lo imposta in una modalità che gli consente di svegliarsi il mattino con la voglia di alzarsi dal letto. Oppure scegliendo un altro codice può indursi il “desiderio di guardare la tv, qualsiasi cosa trasmetta”. Sua moglie Iran, depressa cronica, al modulatore si affida ormai completamente, ed è talmente assuefatta e dipendente da sopravvivere in pratica come un replicante.

Direi che anche in questo siamo pienamente dentro la realtà attuale. Se per il momento gli stabilizzatori dell’umore più diffusi sono ancora i farmaci come il litio e gli altri antidepressivi, sono già allo studio (e probabilmente in fase di sperimentazione) dei “micromodulatori”, da inserire sottopelle o da introdurre nel corpo per via endovena, che trasmettono stimoli al nostro sistema nervoso, attivando l’emissione di particolari proteine e sollecitando risposte umorali “positive”.

•     Altrettanto attuale è il tema dell’utilizzo di test di riconoscimento dei replicanti (il test Voight-Kampff). “Su che cosa si basa la sua prova di Voigt-Kampff, signor Deckard?” “Sul responso empatico. Misurato sulla base di diverse situazioni. La maggior parte delle quali hanno a che fare con gli animali.” “Il nostro test molto probabilmente è più semplice – disse Resch – Il responso dell’arco di riflesso nei gangli superiori della colonna spinale dura diversi microsecondi di più nei robot umanoidi rispetto al sistema nervoso umano.” In effetti, quando Deckard incontra un androide che si spaccia per umano lo smaschera solo all’ultima domanda: perché pur essendo giusta la risposta la reazione del soggetto è troppo lenta. Essere umani o meno è questione di un battito di ciglia.

Se qualcosa determina oggi significativamente gli sviluppi della nostra esistenza, dalla carriera alla salute e al ruolo sociale, questi sono proprio i test. Siamo oggetto di una costante selezione e classificazione, per l’accesso alle attività lavorative o per l’orientamento agli studi, per l’assistenza sanitaria e per quella assicurativa, per la determinazione del QI e per il rilascio della patente: insomma, un po’ in tutti i campi.

Ciò che spesso si dimentica è che i test sono funzionali a riconoscere abilità specifiche, settoriali, e che non sono assolutamente in grado, checché se ne dica e per quanto sofisticati, di raccontarci qualcosa della personalità e del reale modo di sentire di qualsiasi essere umano. Nel mondo raccontato da Dick sono lo strumento per stabilire una autenticità umana, e l’intento dell’autore è evidentemente quello di negarne ogni minima validità.

•     Nel romanzo si parla in diverse occasioni di ricordi artificiali, che hanno una rilevanza maggiore rispetto a quella data loro nel film. Sembra siano stati impiantati in Rachele e vi accenna anche Roy. Ad un certo punto è lo stesso Deckard a dubitare della veridicità dei propri. “Il futuro e il passato si confondevano; ciò di cui aveva già avuto esperienza e ciò di cui avrebbe avuto esperienza si sovrapponevano, così che nulla restava tranne l’attimo, lo stare immobile.” Il tema è davvero inquietante. Se si può fabbricare e impiantare anche la memoria individuale, allora tutto il passato può essere reinventato e manipolato. Dick scrive che nessuno più ricorda chi sia stato il vincitore della guerra nucleare che ha decimato la popolazione mondiale, e soprattutto che a nessuno sembra importare saperlo. In questo modo si abolisce in pratica il tempo, lo si neutralizza e lo si trasforma in una merce che può essere acquistata, individualmente o collettivamente (in quest’ultimo caso attraverso la scatola empatica, ovvero attraverso la televisione o qualsivoglia altro media), e periodicamente sostituita.

Una situazione del genere la stiamo vivendo oggi, sia pure attraverso procedure di impianto molto più subdole. Alla storia, che bene o male il passato ce lo racconta, si vanno sostituendo le molteplici memorie individuali, che non sono soltanto punti di vista diversi sui fatti ma ricostruzione, invenzione e falsificazione. Se appunto non esiste più una verità, o qualcosa che almeno le si avvicini, le verità si moltiplicano e si annullano vicendevolmente e il passato diventa terra di nessuno. Ma il non avere alcun passato è caratteristica precipua degli androidi, e la cancellazione della memoria collettiva è uno degli effetti della trasmutazione dell’umano in androide.

•     Un’ulteriore notevole differenza sta infine nella caratterizzazione dei protagonisti. Rick Deckard, il cacciatore di androidi, nel libro non è affatto il detective duro ma romantico, sullo stile del Philiph Marlowe di Chandler, che Harrison Ford impersona nel film. Al contrario è un personaggio molto più grigio, con una vita famigliare penosa: è sposato, non ha figli e in giardino tiene una pecora elettrica, perché non può permettersi nemmeno quel minimo surrogato di affetto che potrebbe venirgli dal possedere una pecora autentica. Questa idea di avere un animale vero lo ossessiona, non solo perché gli animali danno prestigio sociale ma anche perché pensa potrebbe risollevare in maniera naturale l’umore della moglie. Inoltre vorrebbe vincere la noia della sua esistenza e dare a questa una parvenza di senso. Per questo accetta l’incarico speciale di ricercare (ed eliminare) gli androidi clandestini.

Non ha però molta fortuna. Quando crede ormai che il peggio sia passato la moglie disperata lo informa che Rachel ha buttato dal tetto del palazzo la pecora autentica che lui aveva comprato con i soldi della taglia. Deckard trova infine fortunosamente un rospo, che crede sopravvissuto all’estinzione, e se lo porta a casa: ma non c’è scampo, Iran scopre che anche l’anfibio è sintetico.

Molto diversa è anche la figura femminile più significativa, Rachael appunto, che nel film appare fragile e triste, un essere al confine tra l’androide e l’umano, capace persino di provare dei sentimenti, di amare la persona che più dovrebbe odiare al mondo; una figura fortemente romantica, così come a suo modo romantica è la storia che la lega a Deckard. Nel romanzo è invece un personaggio sfuggente, ambiguo, pronto a tutto per sopravvivere, e con lei il protagonista vive solo uno squallido intermezzo sessuale. Credo che la Rachael del libro sintetizzi in fondo il rapporto molto problematico di Dick con l’universo femminile (anche le altre donne che compaiono, la cantante lirica Luba Luft , Pris “modello piacere di base” , la stessa Iran, moglie di Deckard , replicanti o meno, non sono viste in una luce positiva), ma più in generale quello di tutto l’ex sesso forte nei confronti di un genere che non accetta più il ruolo subordinato nel quale storicamente era stato confinato (ricordiamoci che siamo in America). Senza voler eccessivamente forzare la cosa, oserei dire che si possono cogliere significative (e sinistre) analogie tra la strage di replicanti compiuta nel libro e il recente dilagare dei “femminicidi”.

Un discorso un po’ diverso vale per l’antagonista principale di Deckard, il replicante Roy Batty. In Blade Runner Roy è una macchina biologica da guerra, che mostra però di avere barlumi di una coscienza morale superiore rispetto a quella di molti umani. Intanto prova pietà per i suoi compagni già eliminati. Poi, alla fine, rinuncia alla vendetta e risparmia la vita a Deckard, non per altruismo, ma per dimostrare di saper coltivare una superiore nobiltà d’animo, quella stessa che gli fa accettare la morte come un atto libero. Insomma, più che un uomo appare, o comunque vorrebbe apparire, un superuomo.

Nel romanzo le cose non stanno esattamente così. Direi anzi che una immagine riassume nella maniera più efficace il tipo di auto percezione che Dick attribuisce agli androidi: «Il quadro mostrava una creatura calva e angosciata, con la testa che pareva una pera rovesciata, le mani premute sulle orecchie e la bocca aperta in un immenso urlo muto. Onde contorte del tormento della creatura, echi del suo grido, fluttuavano nell’aria che la circondava; l’uomo, o la donna, qualunque cosa fosse, aveva finito per esser contenuta nel proprio urlo. Si era coperta le orecchie proprio per non sentirlo. La creatura era in piedi su un ponte e non c’era nessun altro presente; urlava nell’isolamento più totale. Tagliata fuori dal suo sfogo – oppure, nonostante il suo sfogo. […]

“Secondo me” disse Phil Resch “è così che deve sentirsi un droide”.»

Quell’immagine originariamente voleva essere emblematica della condizione di tutta l’umanità. Al momento in cui l’ha usata Dick poteva forse esprimere il travaglio di una condizione di passaggio, della mutazione in atto. Oggi, a mutazione in pratica già avvenuta, nel senso del passaggio da uomo ad androide e non viceversa, l’urlo non è più nemmeno muto. Gli è succeduto un silenzio attonito, mascherato dietro il chiacchiericcio insulso di umani che non si pongono nemmeno più il problema di conservarsi tali. Sembrerebbe aver vinto Roy Batty, in realtà assistiamo solo a una sconfitta: la nostra.

Nel libro compare poi anche una figura che dal film è completamente assente, Isidore, lo “speciale” che nella sua semplicità rappresenta il poco che ancora rimane dell’animale sociale umano. Un quasi equivalente potrebbe essere visto in J. F. Sebastian, il genetista cofondatore dell’azienda produttrice dei replicanti, che concede la sua fiducia a un gruppo di essi in fuga, li ospita nel suo appartamento e li accompagna dal padrone dell’azienda stessa, salvo essere poi ucciso da Roy Batty, che ha visto respinte le sue richieste. Ma la somiglianza si ferma lì. Sebastian pur con tutti i suoi dubbi rimane dentro il sistema. Isidore ne è stato espulso da un pezzo e non accetta, non introietta passivamente la solitudine cui i suoi simili paiono condannati, e alla quale hanno condannato lui. Vuole relazionarsi, vuole essere e sentirsi utile agli altri. È l’unico in tutta la vicenda a provare un’empatia sincera, rivolta indiscriminatamente a umani e replicanti. Quando questi ultimi si trasferiscono a casa sua per tendere un agguato ad un altro cacciatore di androidi, Phil, è entusiasta di avere compagnia, anche se rimane poi sconvolto nel vederli torturare e uccidere un esemplare raro di ragno che aveva trovato. Quando poi Phil uccide tutti i replicanti, gli unici amici che aveva mai avuto, finisce per impazzire. L’unico barlume di umanità rimane dunque proprio negli “speciali”, che non hanno paura di provare emozioni o di ascoltare il silenzio.

•     Infine, pronta ad avvolgere e a nientificare il tutto, c’è la palta. La palta è la melma, la fanghiglia che penetra ovunque e ricopre tutto, la commistione della polvere proveniente dalle macerie che galleggia nell’aria e della pioggia incessante che le batte. Della palta parla proprio Isidoro in una sua riflessione. “Nessuno può battere la palta, tranne che per un po’ di tempo e forse in un posto solo, come nel mio appartamento, dove ho creato una specie di equilibrio tra la pressione della palta e della nonpalta, finché dura. Ma poi morirò o me ne andrò, e allora la palta prenderà il sopravvento. È un principio universale valido in tutto l’universo; l’intero universo è diretto verso uno stato di palettizzazione totale e assoluta.” È il movimento del tutto verso l’entropia: gioie, dolori, passioni saranno cancellati, assieme a ogni traccia del passaggio umano. Paradossalmente la palta verrà a risanare ciò che è stato inquinato dagli uomini, e al tempo stesso a fare giustizia delle loro ambizioni e delle loro scelleratezze. La progressiva uniformazione degli umani e dei replicanti ne è in fondo solo una tappa.

L’elenco delle differenze tra il libro e il film potrebbe essere molto più lungo, ma credo che quelle che ho indicato siano già sufficienti a consentire qualche breve considerazione riassuntiva. Dopo aver precisato tra l’altro che quando gli furono sottoposti alcuni spezzoni del già girato, poco prima di morire, Dick ne fu entusiasta, almeno per quanto concerneva l’ambientazione, perché confermava la sua visione pessimistica sul futuro di una società sempre più inumana.

Intanto la prima considerazione è che la fantascienza (ma vale anche per il genere horror) ha ereditato quelle ansie archetipiche universali che in passato si manifestavano nel mito e nelle fiabe. La principale è indubbiamente legata alla paura della morte, allo sgomento di fronte alla coscienza della caducità.

Essere coscienti della propria transitorietà induce una riflessione sul senso della vita, sull’autenticità delle emozioni e sull’evoluzione della coscienza. Impone agli umani di chiedersi cosa sono, come sono e perché sono così. Di qui l’ansia di non trovare rispose, ma anche di perdere, come accade a Deckard, quelle che ci si era (o ci erano state) date.

Di qui anche il ruolo fondamentale della memoria, per ricostruire il percorso che porta ad una identità. La memoria suscita la domanda basilare su come siamo arrivati alla condizione presente, e offre anche possibilità di risposta. Ma a chi ne ha il controllo offre anche quella di precostruire la risposta. Per questo impadronirsi della gestione della memoria, come già ipotizzato in 1984 da Orwell, significa avere il controllo del presente e del futuro.

Al di là di questo, per Dick la ricerca di senso è trasversale, tocca gli umani come i replicanti. Sia in Blade Runner che nel romanzo entra in gioco in più occasioni il ritrovamento di vecchie fotografie, che alla memoria offrono un importante supporto documentale. Nel film Deckard le trova nascoste in mezzo alla biancheria di un replicante, e di lì cominciano a sorgere i suoi primi dubbi. Rachel mostra una foto dell’infanzia, poi rivelatasi artefatta, a riprova della propria identità umana. “Le foto di Leon dovevano essere artefatte come quelle di Rachel. Non capivo perché un replicante collezionasse foto. Forse loro erano come Rachel. Avevano bisogno di ricordi.” Ma il cacciatore stesso ne ha bisogno, e ne tiene diverse sul leggio del suo pianoforte, quasi a volersi rassicurare sulla veridicità del proprio passato.

Lo scavo nel passato che unisce quasi tutti i protagonisti della storia, in entrambe la versione, è funzionale alla definizione di umanità, al tentativo di stabilire cosa ci rende davvero umani. (dico “quasi tutti” perché nel libro tanto Roy Batty quanto Phil Resch, il collega di Deckart, sembrano immuni da ogni sentimento positivo. Sono egualmente spietati, freddi e determinati, l’uno a sopravvivere e l’altro a fare piazza pulita) Nel mondo immaginato da Dick, tuttavia, nel quale tutto ciò che pareva certo viene messo in discussione e ribaltato, la definizione di umanità riesce impossibile: se un androide può provare affetto, paura, desiderio e dolore, è davvero solo una macchina? E se un uomo smette di provare empatia, resta ancora umano? E dipende da lui rimanere tale?

Proprio sulla risposta a questo interrogativo le due narrazioni divergono in maniera sostanziale. Nel libro il punto di vista è quello dell’umano Deckard. È lui a provare un’empatia che è puramente umana per gli androidi: nei confronti di Rachael poi prova addirittura attrazione e persino qualcosa che somiglia all’amore. Il suo è in realtà un sentimento a senso unico, poco gli importa di essere ricambiato. Oserei dire che gli importa soltanto di riconoscersi capace di amore, di empatia, avvalorando così la sua identità umana nel confronto con quella degli androidi. E forte di questo confronto accetta la condizione che ad un certo punto gli viene profetizzata: “Dovunque andrai, ti si richiederà di fare qualcosa di sbagliato. È la condizione fondamentale della vita essere costretti a far violenza alla propria personalità. Prima o poi, tutte le creature viventi devono farlo. È l’ombra estrema, il difetto della creazione; è la maledizione che si compie, la maledizione che si nutre della vita. In tutto l’universo”. Gli appare come un destino ineluttabile, e per questo deve fare costantemente violenza ai propri sentimenti, arrivando a sopprimere ad esempio, sia pure dopo un attimo di esitazione, la cantante Luba Luft, una delle voci più belle della lirica, una voce che gli aveva procurato gioia ed emozione.

Deckard insomma non osa valicare il confine. Prende coscienza del progressivo processo di umanizzazione interiore degli androidi, ma in lui prevale comunque la difesa della unicità umana contro il contagio tra il naturale e l’artificiale, tra il vero e il falso. Non tollera la perdita dell’identità di essere umano come unico detentore di “umanità”. Gli androidi vanno eliminati perché minano proprio quella; se la creazione dell’uomo eguaglia o supera in umanità l’uomo stesso, allora l’essere umano non ha neppure ragione di esistere, di sentirsi tale.

Nel film è proposto, al contrario, il punto di vista dell’androide. I replicanti, sia Rob che Rachael, e più larvatamente tutti gli altri, vogliono sia accettata l’idea che non sono rimasti tali e quali dal momento della loro creazione, ma si sono formati e trasformati indipendentemente, si sono evoluti nel tempo interagendo con gli umani. Di qui l’importanza da un lato di rivendicare una memoria, e dall’altro di cancellare la scadenza che è stata loro imposta. Ciò li sottrarrebbe alla volontà umana, e consentirebbe loro di accedere all’empatia, di colmare cioè la principale lacuna della loro programmazione.

Sono invece gli esseri umani che perdono l’umanità fino ad assomigliare agli androidi; grazie al modulatore di umore possono persino decidere quali sentimenti provare, divenendo “macchine” a loro volta. E per dimostrare di essere superiori agli androidi, di provare a se stessi di possedere quel quid che li distingue, ricorrono ad un altro strumento, la macchina empatica.

Sono stato tentato a questo punto di supporre anche una intenzione “politica” nel libro di Dick, e quindi di darne una interpretazione in quel senso. In fondo è stato scritto negli anni in cui arrivava a compimento in Asia e soprattutto in Africa il processo di decolonizzazione, e soprattutto mentre infuriavano in America le lotte contro la discriminazione razziale e per il riconoscimento a tutte le etnie dei diritti civili. Mi sono però subito ricreduto. La cosa può forse valere per il film, ma attribuirla anche al libro sarebbe davvero una forzatura. A Dick non interessano i diritti degli androidi, e tantomeno immagino quelli dei neri: è ossessionato dalla “schiavitù” nella quale stanno scivolando gli umani, nella fattispecie l’umano occidentale. Quindi mentre il messaggio di Blade Runner è: siamo tutti ugualmente umani, abbiamo tutti gli stessi diritti, quello di “Ma gli androidi sognano …” è: siamo, o stiamo diventando, tutti schiavi. Schiavi della tecnologia, della finanza, dell’industria, della pubblicità, dei farmaci, di tutto ciò che sta dietro e che condiziona la storia contemporanea.

Insomma, come vado ripetendo sino alla noia, e persino, lo confesso, con la presunzione di essere tra i pochi che se ne rendono conto o che almeno ne paventano le conseguenze: non sono gli androidi ad assomigliare sempre più agli uomini, ma gli uomini ad assomigliare sempre più agli androidi.

E già nel libro di Dick è adombrata l’altra inquietante domanda: quanti alieni già circolano tra di noi sotto mentire spoglie? E sono almeno veri androidi, o vanno classificati in una categoria ancora diversa, visto che sono si incapaci di sentimenti, di empatia, ma non hanno la caratteristica dell’intelligenza superiore e della maggiore efficienza?

P.S.: Sarebbe interessante ricostruire l’albero genealogico delle idee di Dick e le linee della sua discendenza. Mi limito a suggerire alcuni spunti e lascio ad altri l’incombenza. Al primo ascriverei senz’altro sul piano filosofico la Scuola di Francoforte, almeno per quanto concerne un discorso più generale sulla modernità; ma anche, per lo specifico del rapporto con tecnica, L’uomo è antiquato di Gunther Anders («L’uomo, novello Prometeo, si ritrova ad essere subalterno alle sue creazioni. È inadeguato di fronte a ciò che ormai la tecnica rende possibile. Ha creato le macchine e ne ha poi perso il controllo, il progresso della tecnologia è di gran lunga più rapido di quello umano. L’uomo è dunque condannato ad essere progressivamente meno efficiente, meno aggiornato rispetto ai mezzi tecnologici da lui stesso creati. Di più: questo uomo, ormai “antiquato”, è destinato a soccombere.»).

Non so se Dick conoscesse direttamente le opere di questi autori: il loro pensiero era comunque nell’aria. Senz’altro conosceva invece Gli strumenti del comunicare di Marshall Mc Luhan. («Oggi, dopo più di un secolo di tecnologia elettrica, abbiamo esteso il nostro sistema nervoso centrale fino a farlo diventare un abbraccio globale, abolendo limiti di spazio e tempo per quanto concerne il nostro pianeta […]. Una volta che abbiamo consegnato i nostri sensi e i nostri sistemi nervosi alle manipolazioni di coloro che cercano di trarre profitti prendendo in affitto i nostri occhi, le orecchie e i nervi, in realtà non abbiamo più diritti. Cedere occhi, orecchie e nervi a interessi commerciali è come consegnare il linguaggio comune a un’azienda privata o dare in monopolio a una società l’atmosfera terrestre»). Potrebbe anche essere stato influenzato dalle ultime opere di Lewis Munford, quelle nelle quali si parla della ‘megamacchina’, come di un “dispositivo tecnico” che abolendo la separazione mezzi-fini, vede nel suo accrescimento continuo il fine supremo che tende ad annullare l’autonomia dell’uomo.

Volendo si può naturalmente risalire molto più addietro, fino a La Mettrie e addirittura a Cartesio: ma, come sempre, a voler essere conseguenti si arriva davvero sino a Prometeo o alla mela di Eva.

Nelle filiazioni inserirei invece certi aspetti della filosofia postmoderna e del movimento cyber-punk: quindi, per lo specifico di una fantascienza con forti valenze sociologiche, autori come William Gibson e Bruce Sterling, mentre per diramazioni più sottili e incredibilmente ramificate posso essere presi in considerazione ad esempio filosofi di casa nostra come Massimo Cacciari, Mario Perniola e addirittura Antonio Negri. Ma lo stuolo è qui infinitamente ampio, dal momento che quella con l’AI è la sfida fondamentale del pensiero moderno.

A un livello molto più terra terra è divertente (o angosciante, dipende da come la si vuol mettere) vedere come viene percepito e vissuto dai “senzienti” il confronto (che si configura sempre più come un “conflitto”) con l’AI, e quali ricadute immediate ciò comporta.

Intanto c’è la paura: a motivarla concorrono i riscontri negativi più disparati, quelli più immediatamente percepibili: gli usi bellici, ad esempio, con gli attacchi a strutture o a singoli obiettivi umani attraversi i droni e altre simili diavolerie, e quelli alle istituzioni tramite hacheraggio; la sistematica violazione di ogni forma di privacy, finalizzata una sorveglianza globale e ad un utilizzo delle informazioni carpite per scopi tutt’altro che trasparenti; l’impatto sul mercato del lavoro, già stravolto dall’incalzate automatizzazione anche dei compiti cognitivi, con la prospettiva incombente di una sostituzione delle attività umane in ogni settore, e quindi di una disoccupazione di massa; la disinformazione, adoperata sistematicamente non solo per manipolare l’opinione pubblica, ma per mettere in piedi le truffe più sofisticate e fantasiose.

In risposta stanno già arrivando manifestazioni contro l’AI, organizzate da gente che si convoca reciprocamente attraverso il telefonino e comunica attraverso i social. Comunque hanno già avuto l’adesione dei ProPal, il che fa ben sperare. Si arriva anche alle proposte più radicali, come quella del Movimento per l’Estinzione Umana Volontaria, che sostiene che l’estinzione umana sia la soluzione per salvare l’ambiente, promuovendo la cessazione della riproduzione. Altro che produrre replicanti!

Pare che nessuno si renda conto davvero di quanto ci siamo già dentro, e di come l’estinzione, per il momento solo dell’intelligenza naturale, ma in prospettiva anche dei suoi supporti fisici, sia già dietro l’angolo.

Ah, dimenticavo. Avete notato che i nostri interlocutori digitali, che fino a poco tempo fa ci chiedevano di identificarci come umani attraverso la Captcha, riconoscendo una sequenza di lettere e numeri distorti, oggi si limitano a chiederci di spuntare la scritta “Non sono un robot”. Hanno abolito il test, vanno evidentemente sulla fiducia. O forse, ed è la cosa più probabile, hanno già realizzato che tra umani e androidi non c’è più alcuna differenza. Si sono portati avanti.

I replicanti sognano unicorni?

Note sulla filosofia di Blade Runner

di Giuseppe Rinaldi, 24 marzo 2026[1]

1. Se c’è un film di fantascienza[2] che, nell’immaginario popolare, ha segnato un periodo della nostra storia recente, questo non può essere che Blade Runner di Ridley Scott. Che l’abbia segnato è abbastanza certo, ma non è facile spiegare il perché. In quest’articolo che, come si vedrà, si occupa di filosofia piuttosto che di critica cinematografica, cercherò di spiegare, a me stesso e ai miei dieci lettori, perché Blade Runner ha parlato e parla tutt’oggi al nostro senso comune in modo così immediato da non avere bisogno di dichiarazioni esplicite. E di spiegare anche perché l’attrazione che proviamo per questo film è in realtà una specie di attrazione perversa, che può limitarsi ad alimentare in noi un atteggiamento malinconico e pessimistico, da catastrofe incombente, ma che può anche rischiare di portarci su strade filosofiche decisamente accidentate e perigliose.

2. Prima di procedere, affronterò alcune questioni preliminari. Notoriamente, Blade Runner[3] è tratto da un racconto di Philip K. Dick dal titolo Gli androidi sognano pecore elettriche?[4] Non mi occuperò tuttavia del rapporto tra il testo letterario e quello filmico. Peraltro il film è soltanto ispirato al racconto e diverge in molti aspetti rilevanti dal testo letterario. Comunque Dick, che non ha potuto vedere il risultato finale, pare abbia seguito la lavorazione del film e che ne fosse, alla fine, piuttosto soddisfatto.

Scott ha dichiarato esplicitamente che Blade Runner è una pura opera di intrattenimento e che, quindi, non ha alcuna velleità d’altro genere. Tuttavia com’è noto ormai – la consapevolezza dell’autore può anche essere molto diversa da quanto l’opera intrinsecamente dice. Per capire l’effetto di Blade Runner sul pubblico, per chiarire il suo rapporto con la sua epoca, si tratta allora di farne una lettura testuale, eventualmente anche al di là delle intenzioni dell’autore. Ci si accorgerà allora che una filosofia implicita (o se si vuole per lo meno uno stile filosofico) è sistematicamente ben presente. Si tratta di una filosofia che ben decodificabile, anche se non può avere quella coerenza che si richiede a un trattato accademico. Del resto, molti filosofi hanno elaborato delle pure fantasie intorno alle quali hanno costruito interi sistemi filosofici. La distanza tra la filosofia e la fiction è minore di quanto non sembri a prima vista.

Data la relativa complessità della questione, dividerò l’analisi in due parti. In una prima parte cercherò di compiere un’operazione analitica, andando a rileggere, in forma sparsa, quegli aspetti del film che abbiano un qualche interesse di natura filosofica. In una seconda parte cercherò invece di identificare, con nome e cognome, alcune matrici filosofiche presenti nel film e cercherò di darne una formulazione esplicita e un inquadramento critico. Poiché del film sono state prodotte diverse versioni, preciso che mi riferirò al final cut del 2007, l’unico in cui Scott pare abbia avuto la piena libertà autoriale.

3. Filosoficamente, l’opera appartiene alla categoria delle distopie, cioè delle utopie negative. Sono quelle opere che leggono nel nostro presente, piuttosto che i segni di un progresso, di un futuro radioso o di un mondo paradisiaco, i segni di una catastrofe incombente. Proprio in relazione al suo carattere distopico, Blade Runner si fa anzitutto notare per il particolarissimo trattamento del tempo. Il tempo non è il tempo lineare cui siamo abituati. Il futuro che vi è rappresentato si colloca in un tempo privo di direzione, dove passato, presente e futuro sono completamente appiattiti. Si tratta dunque di un film di fantascienza che, per prima cosa, sembra voler proporre una diversa nozione del tempo, una specie di fine del tempo così come comunemente lo conosciamo. Ciò è evidente anzitutto nella fotografia e nella scenografia ove si mescolano elementi di un futuro tecnologicamente assai progredito con elementi di un passato polveroso (le ventole onnipresenti, i fumi, la nebbia, le case decadenti, l’atmosfera da suk o da quartiere cinese, i computer che assomigliano a vecchie telescriventi, lugubri edifici gotici e palazzi che evocano piramidi egizie). Passato, presente e futuro sono compresenti, completamente inchiodati in un’attualità decadente che incombe e opprime.

4. Veniamo ora ad alcuni accenni essenziali al contesto storico sociale della narrazione. Nel futuro 2019 – si tenga presente che il film è uscito nel 1982 – gli umani hanno ormai colonizzato altri mondi. Coloro che possono permetterselo e sono stati autorizzati hanno ormai abbandonato la Terra verso le colonie nello spazio. Nel film si vede più volte una specie di velivolo che fa propaganda e raccoglie le adesioni per andare nel new world. Si noti l’inversione dei ruoli: il “nuovo mondo” americano è ormai imputridito, è diventato decisamente vecchio, e la popolazione fugge verso un altro “nuovo mondo” collocato ora nello spazio. Nelle città terrestri c’è una grave crisi demografica e gran parte degli edifici sono ormai in abbandono. Una periferia putrida contrasta con enormi aggregati urbani iper moderni, la cui architettura richiama però modelli arcaici. Nei quartieri bassi di Los Angeles, dove la storia del film è per lo più ambientata, c’è una spiccata orientalizzazione demografica e culturale. Ciò si vede dalle facce, dalle insegne, dalla lingua parlata. In giro si parla uno slang misto di inglese e cinese di cui nel film vengono esibiti alcuni divertenti campioni. Los Angeles sembra diventato un enorme quartiere cinese. Il film ci ha fornito una visione profetica della colonizzazione dell’Occidente da parte dell’Oriente, cosa che sembra stia effettivamente consumandosi in questi ultimi tempi.

5. L’ipotesi da cui prende il via il film è che il progresso tecnico abbia permesso a una bioindustria denominata Tyrell Corporation (il cui motto è «Più umano dell’umano!») la fabbricazione di androidi biologici del tutto simili agli uomini, seppure con certe facoltà fisiche aumentate. Nel film sono chiamati replicanti. Sono in pratica indistinguibili dagli umani ma completamente subordinati. Sono usati come schiavi, guerrieri o oggetti sessuali. Tuttavia, i replicanti dell’ultima generazione Nexus 6, dislocati soprattutto nelle colonie, hanno sviluppato una loro autonomia, si sono ribellati e ciò ha prodotto una specie di guerra civile tra umani e replicanti. In conseguenza di ciò, la Terra è stata interdetta ai replicanti ed è stato organizzato un particolare corpo di polizia, i Blade Runner, per scovare e ritirare (un eufemismo che sta per uccidere) gli eventuali replicanti intrusi. Il caso a tutti gli effetti poliziesco che muove la vicenda del film è costituito appunto dalla penetrazione a Los Angeles di un gruppo di replicanti di ritorno dallo spazio.

Centri e periferie, colonizzazione, schiavitù, ribellione e guerra civile. Come si può ben vedere, si tratta di un cupo condensato della storia del mondo, dalla preistoria ai giorni nostri, che è proiettato – come si diceva – in un futuro del tutto appiattito e senza tempo. Tutto il possibile è già accaduto e dunque tutto può soltanto ripetersi. Il futuro assomiglia tanto al passato che conosciamo già, amplificato e deformato come in un incubo. Questa impostazione è del tutto consona – sto anticipando – alla visione postmoderna del mondo.

6. Il film inizia con un’immagine emblematica: un occhio misterioso, inquadrato in primissimo piano, in cui si riflette il mondo esterno, una Los Angeles del 2019 rappresentata come un mostro tecnologico dotato di una vita propria, che produce boati assordanti, con torri che sbuffano fiammate e fumi in un cielo sempre buio. Un paesaggio apocalittico. L’occhio probabilmente (non è detto esplicitamente) appartiene al primo replicante intruso destinato a entrare in scena, quello di Leon. Il tema dell’occhio è un tormentone che sarà ripetuto più volte. L’occhio è, infatti, il luogo fisico dove si rispecchia il mondo esterno, ma anche il luogo dove si cela la verità o il tentativo di dissimulazione della verità circa il proprio mondo interno. Il motivo dell’occhio tornerà spesso in tutto il film, ad esempio a proposito di Hannibal Chew, il fabbricante genetico di occhi, oppure a proposito del gufo artificiale del palazzo della Tyrell, e così via.

7. L’occhio è il protagonista nel test cui viene sottoposto, da parte di un agente della Blade Runner, il replicante in incognito Leon, uno dei Nexus 6 fuggitivi, che si è fatto assumere alla Tyrell Corporation come uomo di fatica. Il test accuratamente descritto, detto di Voight-Kampff, serve a smascherare i replicanti e prevede l’utilizzo di una macchina, una specie di poligrafo[5], in grado di misurare vari parametri biometrici, tra cui la dilatazione dell’iride. Il che avviene durante la somministrazione di un certo numero di domande atte a creare una forte tensione emotiva.

L’esame cui è sottoposto Leon pone, fin dall’inizio, il problema della sottile differenza tra gli umani e i replicanti. Costoro, dal punto di vista biologico, sono perfettamente uguali agli umani e dunque indistinguibili. La sola differenza apprezzabile – così si sostiene – sarebbe costituita da una diversa capacità di controllo delle reazioni emotive. I replicanti sono privi di esperienza e di storia personale per cui non sanno controllare bene le loro reazioni emotive e così falliscono il test. L’esame condotto dall’agente della Blade Runner nei confronti di Leon è assai formale e psicologicamente piuttosto invasivo. Leon è già di per sé un po’ fuori di testa e non si intende affatto con l’esaminatore. Finché, in seguito a una domanda non gradita concernente sua madre, tira fuori una pistola nascosta, gli spara e l’ammazza. E riesce a dileguarsi.

Il caso dell’assassinio del poliziotto e della fuga di Leon – che pare avere altri complici – inducono il capitano Bryant a richiamare in servizio Rick Deckard, un leggendario terminatore di replicanti, il quale tuttavia è assai riluttante. Deckard viene scovato in una specie di quartiere cinese dal claudicante poliziotto Gaff e viene da lui accompagnato alla centrale di polizia, dove – sotto la minaccia di un ricatto – sarà costretto a tornare in servizio e a farsi carico della missione. Gaff è una figura ambigua, un personaggio secondario, che però starà sempre alle costole di Deckard, per tutto il film, senza tuttavia mai intervenire, limitandosi ad abbandonare in giro diversi piccoli origami di carta che commentano le vicende. Solo alla fine Gaff si rivelerà un personaggio rilevante ai fini della comprensione dell’intera vicenda.

8. Poiché Leon e gli altri androidi fuggitivi appartengono al nuovo modello Nexus 6, il primo intervento di Deckard avviene proprio alla Tyrell Corporation, per sperimentare l’efficacia del test Voight-Kampff anche su quel tipo di modello. Qui Deckard incontra prima la bella Rachael, collaboratrice di Tyrell, e poi lo stesso Tyrell in persona. Tyrell chiede espressamente a Deckard di provare prima il test sulla sua collaboratrice, intendendo che questa sia umana, per avere, dice, una prova in negativo. Assistiamo così a una seconda ampia e dettagliata esecuzione del test Voight-Kampff, questa volta condotto su un umano. Deckard tuttavia, dopo poche domande, in separata sede rivela a Tyrell che la sua collaboratrice è un replicante. Tyrell spiega a sua volta che lei non lo sa, poiché la Tyrell, con un esperimento, le ha impiantato falsi ricordi. La Tyrell Corporation, infatti, nell’intento di incrementare la somiglianza dei suoi androidi con gli umani, ha progettato di dotare i suoi nuovi modelli di ricordi artificiali. Il test comunque turba alquanto Rachael che, evidentemente, aveva già qualche sospetto circa la propria natura di replicante. Proprio questo sospetto darà origine al complesso rapporto di Rachael con Deckard, che sarà uno dei motivi conduttori del film.

Le due vicende di Leon e Rachael con il poligrafo servono a introdurre i personaggi e a definire la situazione di partenza della storia. La questione filosofica che è posta con chiarezza, fin dall’inizio, è quella della differenza tra ciò che è compiutamente umano (considerato come unico e irriproducibile) e ciò che è meramente biologico (e dunque tecnicamente riproducibile). Se vogliamo, si tratta di chiarire se esista qualcosa come un’identità umana separata dalla componente biologica. Filosoficamente, si tratta di una domanda circa la natura ultima di ciò che i filosofi continentali hanno chiamato Spirito[6].

9. Non seguiremo nel dettaglio la trama del film che, nella lettura più superficiale, è costituita dalla caccia, da parte di Deckart, ai diversi replicanti tornati sulla Terra. Si tratta di Leon, di cui abbiamo già detto, delle due donne Zhora e Pris, e di Roy Batty che è definito come un “modello da combattimento”. I replicanti sono capeggiati da Roy e sono venuti sulla Terra, cercando di penetrare nella Tyrell Corporation, perché vogliono «più vita», cioè vogliono trovare il modo di togliere la scadenza (di quattro anni) che è stata immessa nel loro corredo genetico quando sono stati fabbricati. Nel corso del film tuttavia, come si vedrà, il numero dei replicanti è destinato ad aumentare.

10. Oltre alla difficoltà di dominare le emozioni, di cui s’è detto, l’altro elemento correlato che distingue gli umani dai replicanti è la memoria. È questa una delle tematiche più interessanti del film. La memoria personale va oltre il livello del mero biologico e, in un certo senso, garantisce l’unicità della persona. Le esperienze immagazzinate nella memoria e rielaborate sono un unicum che rende unica la persona stessa. È la persona così costruita che si rapporta con le emozioni e con la sua base biologica. Per questo la Tyrell Corporation, nell’intento di rendere i replicanti sempre più simili agli umani, ha provato a dotarli di falsi ricordi e di relativi documenti falsi (come nel caso di Rachael). La possibilità tecnica di riprodurre le memorie individuali non può che creare una situazione d’incertezza generalizzata circa le diverse identità dei diversi soggetti. I singoli non possono più essere completamente certi di essere autentici, dell’autenticità dei propri stessi ricordi e dei propri documenti. L’ontologia dei singoli individui è così messa radicalmente in discussione. Questa nuova situazione di incertezza identitaria fa anche sì che i ricordi – quelli creduti autentici – siano tenuti nella massima considerazione, come un bene prezioso cui aggrapparsi per non smarrirsi.

Il film è pieno di riferimenti alla questione della memoria e della sua riproducibilità. Il rude operaio replicante Leon è legato alle foto che testimoniano del suo passato e sarà proprio grazie a queste che Deckard riuscirà a pedinare lui e a identificare e a ritirare la sua amica Zhora. L’identificazione di Zhora in una delle foto di Leon avviene, tra l’altro, con un procedimento d’ingrandimento fotografico del tutto simile a quanto avviene in Blow-up di Antonioni. Il che resta pur sempre una questione di memoria, seppur registrata attraverso la fotografia. Rachael a sua volta basa la sua ferma convinzione di essere umana su un pacchetto di foto che la ritraggono nella sua infanzia e su una serie di ricordi privati d’infanzia che non ha mai rivelato a nessuno. Ricordi che tuttavia Deckard mostra di conoscere nei minimi dettagli, essendo notoriamente ricordi che la Tyrell impianta nei suoi androidi.

11. La problematica dei ricordi coinvolge tuttavia inaspettatamente anche Deckard. Nella sua stanza, Deckard ha un pianoforte e sul leggio, assieme a uno spartito musicale, ha una serie di vecchie fotografie in bianco e nero, disposte in maniera quasi religiosa. Si presume riguardino il passato familiare di Deckard. Rachael, quando si trova in casa di Deckard, dopo l’eliminazione di Leon, decide di imitare la pettinatura di una giovane donna ritratta in una delle foto. In un momento successivo Rachael si mette a suonare il pianoforte – forse suona la musica dello spartito – dicendo però poi che lei non sapeva di saper suonare. Si noti che il pianoforte, che è così assurto a una specie di luogo della memoria, è lo stesso luogo in cui Deckard aveva sognato, a occhi aperti, un unicorno in corsa attraverso una foresta. Unicorno che tornerà platealmente nel finale. Le foto che si trovano sul pianoforte, i ricordi personali di Deckard e i suoi sogni sono davvero suoi o sono ricordi impiantati? Il film fa dunque nascere progressivamente il sospetto che Deckard, che conosce così bene la mente dei replicanti, possa essere anch’egli un replicante.

Avere una vivida memoria del proprio passato e avere anche a disposizione dei reperti materiali di supporto non fornisce dunque alcuna certezza di essere davvero un umano e di non essere un replicante. Sul piano filosofico una simile eventualità ha notevoli conseguenze. Se anche la memoria individuale si può fabbricare e impiantare, allora tutto il passato può essere fabbricato come qualsiasi altra cosa. Il passato diventa merce. In una bella battuta Rachael afferma: «Io sono il business». I fabbricanti del passato diventano dunque i veri fabbricanti della storia e non esiste più alcun processo storico oggettivo o oggettivabile. È questo un altro argomento che sostiene l’ipotesi della fine della storia per com’è stata normalmente conosciuta. Tutto ciò richiama certi dettagli della trama del formidabile 1984 di Orwell. Là c’era addirittura un piano elaborato di ricostruzione sistematica della storia, con tanto di produzione di documenti falsi, a uso e consumo del sistema di potere vigente.

12. Il progettista genetico J. F. Sebastian è anch’egli un replicante – anche se la notizia ci vien data molto di sfuggita – dunque un prodotto della Tyrell Corporation. Egli tuttavia vive in città mescolato agli umani e pare non essere soggetto ad alcun controllo o restrizione. Come replicante ha anch’egli dei problemi con il tempo, soffre cioè di una forma d’invecchiamento fisico precoce. Viene presentato come un tecnico obbediente, complice e addirittura amico di Tyrell[7], con il quale Tyrell ha buoni rapporti e con cui ama giocare a scacchi. Il film suggerisce che Sebastian, poiché è gentile, inoffensivo e ingenuo, sia una vittima, sia cioè strumentalizzato dal suo padrone. Nel suo tempo libero si comporta come un bambino dotato di grande fantasia, produce buffi giocattoli animati, che riempiono la sua casa e lo distolgono dalla solitudine. Manifesta insomma un lato umano assai marcato. Impersona abbastanza chiaramente il complice involontario del sistema. Ignorando di avere già Roy sulle sue tracce, Sebastian rimorchia Pris, incontrata per caso, e la conduce a casa sua, non sospettando neppure di chi si tratti. Ma poi, quando a Pris si aggiunge Roy, non fa fatica a riconoscere che si tratta di replicanti. Del resto lui è uno del mestiere. Sarà proprio Sebastian a svolgere inconsapevolmente il ruolo del traditore, cioè il ruolo di consegnare il proprio stesso “padre” Tyrell alla vendetta delle sue creature. Una specie di Giuda sui generis. I complici involontari del sistema spesso presentano una natura ambigua.

13. Pris, pur essendo un modello Nexus 6, è stata progettata per fare la prostituta d’alto bordo. Appare confusa, smarrita, talvolta stupida, governata da emozioni elementari. Ciò nonostante è munita di grande prestanza fisica ed è anche capace di pronunciare, di fronte alla richiesta di Sebastian di mostrargli cosa sa fare, una classica citazione filosofica: «Penso dunque sono». Morirà impallinata da Deckart, non prima però di avere dato vita a una scena estremamente significativa sul piano filosofico che ci interessa.

Pris è rimasta sola nella casa di Sebastian, in mezzo ai suoi numerosi vivaci e chiassosi pupazzi meccanici. Deckart, intento a perquisire l’appartamento di Sebastian dopo la sua morte, entra con la pistola in pugno e si trova immerso in un mondo mitologico e fiabesco. In questo frangente del film, non solo il tempo è appiattito, ma entra prepotentemente in scena anche il mondo dei miti e delle favole. Pris, che si è dipinta una mascherina nera sugli occhi, è ferma, immobile, con un velo in testa, sembra una sposa o una ballerina classica, bambola tra le altre bambole. Deckard si aggira nella stanza in mezzo ai pupazzi fantastici che sono mostrati accuratamente allo spettatore. Quando, insospettito, alza il velo di Pris, all’improvviso scatta la colluttazione.

I giocattoli meccanici di Sebastian, e la stessa Pris – sembra suggerire a questo punto il film – fanno dunque parte dell’eterno sogno dell’uomo di produrre delle copie di sé. È il sogno, o l’illusione, della rappresentazione mimetica. In questo senso, le favole, i miti, i personaggi dei romanzi e – perché no? – quelli del cinema sono soltanto degli antenati dei replicanti. Si trovano tutti sulla stessa linea evolutiva dei replicanti biologici della Tyrell Corporation. La replicazione biologica degli umani attraverso la scienza non sarebbe altro che una specie di espressione ultima, e aberrante, della perversione mimetica coltivata in passato dagli umani, attraverso la poesia, la letteratura e l’arte in generale. La mimesi alla fine finisce per diventare realtà, creando seri problemi di distinzione e fagocitando i suoi stessi creatori. Tornerò più avanti sulla questione del rapporto tra mito e realtà.

14. Una parte consistente del film è impegnata dal confronto di Roy Batty con due diversi importanti antagonisti, Tyrell e lo stesso Deckard. Il primo confronto avviene con Tyrell. È un confronto carico di significati psicologici, morali e religiosi, con qualche elemento di critica della scienza e della tecnica. Tyrell è il fabbricante degli androidi, quindi metaforicamente un padre delle sue creature. Siccome creatore è anche una specie di Dio. Come scienziato rappresenta Sisifo che ha donato la luce agli uomini, ma anche l’Adamo peccatore che ha mangiato i frutti proibiti dell’albero del bene e del male. Durante il loro incontro/ scontro, i sentimenti che intercorrono tra i due sono ambivalenti. Tyrell non si ribella più di tanto all’incontro con Roy. Roy sembra provare, all’inizio, un certo affetto o per lo meno un certo rispetto verso il suo creatore. Il padre/ Dio ha tuttavia i suoi limiti. Tyrell spiega a Roy che ciò che è stato stabilito all’atto della fabbricazione non si può cambiare. Non si può in alcun modo allungare la vita degli androidi programmati. Quando Roy capisce di non avere alcuna possibilità di prolungare la propria vita, uccide Tyrell in modo feroce. E qui abbiamo un’altra occorrenza del motivo degli occhi. Anche il povero Sebastian, che ha introdotto Roy all’incontro con il padre/ Dio farà la stessa fine.

Qui i riferimenti filosofici si sprecano. L’uccisione del padre è ovviamente un celebre tema psicoanalitico. La morte di Dio è un altrettanto celebre motivo filosofico nicciano. Volendo, possiamo anche riconoscere il motivo letterario della creatura che si ribella al creatore, da Prometeo e dal Satana biblico fino al Golem e al Mostro di Frankenstein. Durante lo scontro con Tyrell, Roy che è una macchina biologica mostra tuttavia di avere una coscienza morale superiore rispetto a quella del suo fabbricatore. Dice infatti Roy: «Ho fatto cose discutibili. Cose per cui il Dio della biomeccanica non ti farebbe entrare in paradiso». L’idea che qui si suggerisce, di un mondo creato da un Dio malvagio è, se non andiamo errati, di origine gnostica.

15. Il secondo confronto del replicante Roy avviene proprio con Deckard. Mentre il confronto con Tyrell aveva posto problemi morali e religiosi, il confronto con Deckard pone una serie di problemi, legati al rapporto con l’altro, alla memoria e alla morte. Secondo il plot, i due non si conoscono. Roy sa soltanto che Deckard ha “ritirato” i suoi compagni Leon, Zhora e Pris e vuole vendicarsi. Va sottolineato, a questo proposito, che Roy mostra una inaspettata pietà, del tutto umana, per i suoi compagni morti. È noto, detto qui incidentalmente, che il culto dei morti è per gli antropologi uno dei segnali della presenza di una coscienza riflessiva e di una cultura già del tutto umana.

Data la superiorità fisica di Roy su Deckard, il cacciatore diventa cacciato. Roy rimugina tutte le sofferenze dalla sua vita e vuole che Deckard capisca cosa vuol dire essere cacciato, vivere continuamente nel timore, per cui si diverte con Deckard come il gatto con il topo. Ma il vero tema che qui vien posto è quello della morte. Roy sente che le forze gli vengono a mancare e che la morte è vicina. Il perfetto replicante modello Nexus 6 è prossimo alla scadenza. Nell’atmosfera gotica del palazzo in cui si svolge il confronto, dopo un lungo e violento inseguimento dell’ormai frastornato Deckard, Roy si presenta con una colomba bianca in mano che ha scovato sul tetto. Ha una delle mani trafitta da un chiodo. Quando Deckard sta precipitando, Roy con le sue ultime forze lo afferra e lo tira su di peso. Mette da parte dunque la vendetta e questo poiché ha bisogno di un testimone della sua esistenza e, soprattutto, della sua morte. Il famoso ultimo monologo «Ho visto cose, …» è anch’esso incentrato sul motivo dell’identità personale e della memoria, poiché così conclude: «E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo. Come lacrime nella pioggia». Alla Tyrell Corporation che fabbrica ricordi falsi, Roy Batty contrappone i suoi ricordi autentici, destinati però all’oblio.

La morte di Roy è un po’ appesantita da una sorta di sovraccarico simbolico fin troppo pop. La colomba che vola via – simbolo di un’anima che non avrebbe dovuto esserci e che forse c’era tuttavia – e la mano trafitta da un chiodo, che ricorda il martirio di Cristo. Ma anche certe sottolineature horror, come quando Roy sbuca beffardo sfondando un muro con la testa, impersonando la bestia irriducibile che bracca il perseguitato. Tuttavia Roy è un personaggio compiuto, forse il più compiuto del film.

Il replicante Roy è stato da molti commentatori accostato al superuomo nicciano. L’accostamento è del tutto plausibile ma non perché – come ci è capitato ahimè di leggere – in quanto androide è bello e perfetto. Roy può essere avvicinato al superuomo di Nietzsche perché la sua vita è collocata in un luogo fisico e morale che si trova ormai al di là del bene e del male, perché dopo la morte di Dio (l’assassinio del padre) egli non ha più alcun vincolo morale, è assolutamente libero e padrone della sua volontà. È la manifestazione pura della volontà. Tanto che accetta la sua morte (cioè niccianamente vuole il proprio destino) e per di più, alla fine, fa quello che ritiene di dover fare, mette da parte la vendetta salvando Deckard. Ciò non per altruismo – si badi bene – ma per mostrare la propria nobiltà, secondo un codice aristocratico che sarebbe certamente piaciuto a Nietzsche. E per lasciare una scintilla della propria memoria. Un gesto che deve durare per tutta l’eternità, nello spirito dell’eterno ritorno. La morte di Roy è dunque anche e soprattutto un gesto estetico. Con ciò Roy esce dalla serialità dell’androide e entra nell’umano o – se si è nicciani – nel regno misterioso dell’oltre uomo.

16. Rick Deckard, il ritiratore di replicanti, sarebbe tutto sommato il personaggio meno interessante del film. È tipicamente un antieroe. Ha buone doti di investigatore ma non ha grande prestanza fisica. Spesso si prende un sacco di botte e si salva soltanto perché altri (guarda caso, si tratta per due volte di replicanti) decidono di salvarlo. Compie malvolentieri la sua missione, costretto dallo spregevole capitano Bryant che praticamente lo ricatta. Fa quel che deve fare perché non può farne a meno. Ciò che lo rende simpatico è la sua profonda malinconia. Anche lui è costretto a condividere il mondo degradato in cui si rifugiano coloro cui dà la caccia, anche lui vive quell’aria malsana in senso fisico e in senso morale. Anche lui – personaggio romantico per eccellenza – sogna un altrove che non è neppure in grado di figurarsi, finché non incontra la replicante Rachael, che gli salva la vita e che alla fine fuggirà con lui.

Sarebbe il personaggio meno interessante se non fosse per il fatto che anch’egli pare abbia un grave problema di identità cui abbiamo già accennato. Mentre è concentrato nelle sue indagini, seduto nei pressi del suo pianoforte/altare dei ricordi personali, ha una visione, una specie di sogno ad occhi aperti. Un unicorno bianco che galoppa in una foresta. Cosa c’entra l’unicorno? Il collega poliziotto Gaff, che sembra seguire attentamente da vicino le indagini di Deckard, ha il vezzo di fabbricare origami di carta e di abbandonarli nei posti più vari. Questi origami sembrano proprio costituire un commento a quanto sta accadendo a Deckard. Ebbene, nel finale, il pupazzetto abbandonato da Gaff davanti all’ascensore dove avviene la fuga di Deckard e di Rachael rappresenta proprio un unicorno. Questo significa – e Ridley Scott pare lo abbia esplicitamente ammesso – che anche Deckard, il coatto e malinconico cacciatore di replicanti, è un replicante. Ciò poiché Gaff mostra di conoscere i suoi sogni.

Quel che interessa qui, sul piano filosofico, è che questa ipotesi o questa possibilità – che lo stesso Deckard sia un replicante – introduce un particolare supporto alla tesi della identità tra umani e replicanti che sembra essere tuttavia in contrasto con la prima parte del film, dove si sottolineavano gli elementi di differenza. Ora, umani e replicanti sono così simili da finire per essere la medesima cosa. Siamo tutti umani ma potremmo essere tutti replicanti. E potremmo avere dimenticato la chiave distintiva. Semplicemente perché una chiave distintiva non c’è. Ma questo il film si guarda bene dal dirlo.

17. Il finale del film è stato riscritto rispetto alla prima versione, dove invece Deckard e Rachael potevano fuggire romanticamente verso una nuova vita. Ciò oltretutto era reso possibile dal fatto che Rachael era presentata come una replicante priva di scadenza. Nel final cut le cose sono assai più problematiche. Nulla si dice circa una non scadenza di Rachael. Dopo la morte di Roy, arriva il claudicante Gaff – la polizia nei film arriva sempre in ritardo – che lancia al malconcio Deckard una pistola (forse quella che aveva perduto nella colluttazione con Roy) e si complimenta con lui per avere finito il lavoro.

In realtà noi sappiamo che il “lavoro” non è finito, perché anche Rachael è ricercata dalla Blade Runner. Gaff, andandosene via, aggiunge una frase equivoca di difficile comprensione. Nel doppiaggio italiano è «Peccato che lei non vivrà. Sempre che questo sia vivere!». La versione inglese suona più o meno così: «Peccato che lei non vivrà. Ma del resto chi è che vive veramente?»[8]. Con questa frase criptica Gaff – che mostra di sapere molte più cose di quanto non appaia – intanto ricorda che Rachael è un androide a scadenza e che quindi morirà. Intende tuttavia qualcosa in più. Qualcosa che, in un certo senso, vorrebbe esprimere il contenuto esistenziale dell’intero film. Vuol dire che, poiché abbiamo perduto, se mai c’è stato, il senso autentico della vita (si pensi agli individui replicati e alle memorie contraffatte), allora vite artificiali e vite autentiche ormai non hanno più alcuna distinzione. Vivere o morire dunque è lo stesso, poiché anche la vita è diventata una specie di morte. Salvare la propria vita biologica significa comunque essere condannati a una non vita. La distopia rappresentata è ormai un mondo morto, una casa di morti. La conciliazione tra umani e replicanti, che il film sembra più volte suggerire, viene risolta da Gaff, con una conciliazione sì, ma in totale negativo. I vivi sono uguali ai morti.

Deckard perplesso non capisce più di tanto (e lo spettatore con lui), raccatta la pistola che tiene bene in vista e torna dove aveva lasciato Rachael e la trova sotto un telo. Sembrerebbe morta, magari scovata e forse uccisa da Gaff. Così si spiegherebbe il messaggio secondo cui “Il lavoro è finito”. In realtà non è morta, è solo addormentata e i due si apprestano a fuggire. Mentre sta uscendo, Rachael davanti all’ascensore calpesta un piccolo origami a forma di unicorno. Deckard vede l’origami, lo raccatta e a questo punto ricorda la frase di Gaff. Capisce che Gaff era stato lì e aveva risparmiato Rachael, forse per dare loro la possibilità di fuggire e sparire, o forse (comprendiamo noi a questo punto) in virtù della considerazione che tra la vita e la morte ormai non fa più nessuna differenza.

18. Gaff dunque, oltre a Roy Batty, si conferma come il secondo effettivo superuomo nicciano del film. Lui che finora era stato solo un commentatore, compie una scelta morale assolutamente autonoma, come pura volontà di potenza, al di là del bene e del male. A partire da una considerazione del tutto personale sulla svalorizzazione totale dell’esistente e sulla coincidenza della vita e della morte, decide che non vale la pena di ritirare/ ammazzare Rachael, denunciando anche così – cosa non secondaria – l’inconsistenza della missione della Blade Runner.

Anche Deckard viene messo di fronte alla domanda fondamentale: chi è che vive veramente? Domanda che per lui vorrebbe dire: chi è davvero umano e chi è replicante? Nell’origami con l’unicorno sta probabilmente la risposta circa la vera identità di Deckard. Egli tuttavia sembra non accorgersi della profondità della questione, sembra non riuscire a decifrare del tutto la metafora dell’unicorno, accenna con lo sguardo di avere capito la scelta di Gaff e si appresta a scappare con Rachael. Non sapremo mai se Rachael ha davvero una scadenza e se Deckard è davvero un replicante e, soprattutto, se ne è consapevole. Del resto, le vite degli umani presentano più o meno le stesse incertezze di quelle dei replicanti.

19. Com’è stato ampiamente mostrato, nel testo filmico ci sono molti temi filosofici, seppure non sempre coerentemente sviluppati – del resto siamo di fronte a un’opera di pura fiction. È legittimo tuttavia domandarsi se i diversi temi filosofici di cui il film è zeppo non finiscano per configurare una o più tesi filosofiche compiute, dotate di una qualche coerenza. In tal caso, si potrebbe fare qualche sforzo per esplicitarle. Il rischio di una simile operazione è sempre quello della sovra interpretazione. Tuttavia il successo dell’opera e il suo perdurare nell’interesse da parte del pubblico suggeriscono che un qualche messaggio nascosto ci sia e che, per di più, abbia funzionato, sia arrivato e continui ad arrivare al destinatario. Procederò per gradi, identificando alcune tesi filosofiche di medio raggio, cercando poi di formulare una qualche sintesi.

19.1. Una prima tesi, che è forse la tesi di fondo, concerne palesemente la struttura temporale, di cui abbiamo già detto. Nel film di Scott il futuro e il passato si sovrappongono continuamente, la freccia del tempo lineare è annullata. Il tempo diventa piatto (o, se vogliamo, circolare). Con questo è dato il benservito a una visione della storia che ha retto per secoli, e cioè la visione giudaico – cristiana. La prospettiva temporale del film è la stessa prospettiva dell’angelo della storia di Benjamin[9] che non ha più alcuna direzione dove andare, che ha lo sguardo rivolto al passato e che vede solo e sempre i cumuli delle rovine. Non c’è più alcun futuro, alcuna speranza, possiamo contemplare soltanto la miseria del passato che si accumula e ci soverchia. In questo senso, il film rappresenta una specie d’introduzione implicita al tema della «fine della storia» e dell’assenza di una qualsiasi redenzione. La fine della storia è stato un tema filosofico assai popolare, almeno a partire da Hegel. Tuttavia la questione della fine della storia è stata posta assai più recentemente e in modo esplicito proprio nell’ambito del pensiero postmoderno. Fukuyama, nel 1992, ha scritto il famoso saggio La fine della storia e l’ultimo uomo[10].

19.2. Una seconda tesi, assai diffusa nel film, concerne la concezione negativa della conoscenza, un tema davvero classico, risalente addirittura alla Bibbia. Lo sviluppo della conoscenza umana rappresenta un turbamento del cosmo, un male in sé, un peccato contro Dio e finisce per ritorcersi contro la tracotanza dell’uomo stesso. La negatività dell’impresa conoscitiva raggiunge poi il suo massimo quando essa è asservita al profitto e perde qualsiasi senso del limite. Il motto della Tyrell Corporation è «Più umano dell’umano». Si tratta di un tema filosofico assai diffuso. In origine era un tema di natura prettamente religiosa, poi negli ultimi secoli si è solidamente impiantato tra i filosofi continentali. La polemica contro la tecnica, la scienza e la cosiddetta ragione strumentale è stato un luogo comune dell’anti illuminismo, da Herder fino ai giorni nostri. In proposito possiamo citare – tra gli altri – Hegel, Marx, Schopenhauer, Nietzsche, Husserl, Heidegger, Spengler, Lukács, Marcuse, Horkheimer e Adorno.

Il film sembra riferirsi proprio a una di queste correnti in particolare. Si sostiene nel film che il progredire della conoscenza, guidato dall’impulso del dominio e del profitto, genera un paradosso. Esso, invece di liberare l’uomo, invece di tradursi in un’umanizzazione dell’uomo, si traduce nel suo contrario. Si traduce in un asservimento dell’uomo, nella sua alienazione e nella sua rovina (e particolarmente nella rovina della civiltà occidentale). L’unica soluzione dunque è fermarsi, anzi tornare indietro, in quella lontana epoca in cui la ragione umana non era ancora stata eclissata dalla ragione strumentale. Ci si ricordi, in particolare, della figura di Sebastian nella quale, oltre al peccato originale della sua origine, troviamo fusi insieme l’elemento del mito (le figure che abitano in casa sua e che egli costruisce) e l’elemento della ragione strumentale (è lui il progettista genetico al servizio della Tyrell Corporation).

Queste concezioni assomigliano in modo impressionante alle tesi contenute nella Dialettica dell’illuminismo di Horkheimer e Adorno[11] e in altri simili lavori della scuola di Francoforte. Volendo, si può citare esplicitamente anche L’uomo a una dimensione di Marcuse[12]. Sono tesi di matrice hegelo-marxista che, elaborate negli anni Quaranta, sono state riprese e rilanciate dal movimento del Sessantotto e sono state fatte proprie – pur con sfumature assai diverse – dalle filosofie postmoderne. Sono tesi che sono penetrate a fondo nella cultura di massa contemporanea e ne costituiscono ora quasi un sostrato inconsapevole. Comunque, tesi non dissimili si trovano nella tradizione heideggeriana, dove la tecnica rappresenta il destino perverso dell’Occidente che ha occultato il proprio rapporto con l’Essere, rappresenta il destino della metafisica occidentale e con ciò la sua fine. Una certa interpretazione storiografica ha posto il giovane Lukács alle origini sia della visione heideggeriana sia delle teorie di Horkheimer, Adorno e Marcuse.

19.3. Ma c’è di più. Sempre sulla scia di una dialettica dell’illuminismo, nel film troviamo una puntuale evocazione analogica della dialettica del servo e del signore di hegeliana memoria. La storia e la società sono luogo di perpetuo conflitto. L’uomo tracotante, eccedendo ogni limite, vuole il dominio assoluto, si erge a signore del creato, si crede Dio. Diventa egli stesso creatore e padrone dei suoi servi. Ma, come raccontava Hegel, i servi sottomessi si ribellano al loro signore, poiché il signore, che ha creato i suoi servi e li domina, ha bisogno dei servi e finisce per dipendere da essi. Nelle intenzioni di Hegel, tuttavia, la vicenda avrebbe dovuto portare a una sintesi, cioè a un reciproco riconoscimento del servo e del signore. Nel film invece non c’è alcuna conciliazione. Il servo Roy Batty si ribella, uccide il signore e in tal modo uccide anche se stesso, pur in forma nobile e nichilista come s’è visto[13]. Il film dunque sembra prendere partita per l’impossibilità della conciliazione. Dopo Hegel, la storia della mancata conciliazione è stata raccontata più volte. Basti pensare all’annuncio della morte di Dio da parte dello Zarathustra nicciano, oppure alla freudiana uccisione del padre. Anche il vecchio Edipo ne sapeva già qualcosa. Una dialettica senza conciliazione è del resto il fulcro della confusa dialettica negativa di Adorno. Ciò in altri termini vuol dire che, nel contesto di una fine della storia, il conflitto ha perso qualsiasi funzione costruttiva e si accontenta di marcare una guerra senza fine, una guerra perduta in anticipo, una guerra suicida contro l’esistente.

19.4. Un altro tema filosofico di fondo, senz’altro collegato ai precedenti, è costituito dalla minaccia della sparizione della individualità. Se si preferisce, la disarticolazione del soggetto. È un tema su cui i filosofi hanno sempre lavorato, con soluzioni alquanto difformi. Si tratta cioè di capire se il processo di individualizzazione, che si è sviluppato particolarmente in Occidente, sia da considerarsi un bene o un male, se sia da considerarsi un peccato contro Dio (al pari della conoscenza) oppure una liberazione e un progresso. Su questa alternativa molti filosofi hanno esitato, come ad esempio Freud e Max Weber. Anche Nietzsche ha oscillato alquanto.

In una sua versione standard, la tesi sostiene, in modo invero assai discutibile, che un’individualità autentica forse sia esistita, in un tempo passato, quando però questa si trovava in una spontanea relazione con la natura, con la vita, con la società, con la totalità cosmica. Insomma, un’armonia originaria del soggetto con l’oggetto, variamente sostenuta e argomentata. Con l’ingresso nella storia e/o con la razionalizzazione, l’armonia originaria è andata perduta. La causa del tracollo è sempre la brama di conoscenza e di dominio, la tecnica, che hanno reso l’individuo isolato, astratto (in senso hegeliano), riproducibile, seriale[14]. L’individuo ha così perso il rapporto con la totalità ed è stato mercificato o reificato, come avrebbe detto Lukács. Se si possono riprodurre i corpi, le emozioni e le memorie, allora l’originalità individuale è destinata a venir meno. «Io sono il business!» dice la replicante Rachael. Insomma, il processo di individualizzazione tipico dell’occidente è considerato come una progressiva catastrofe dell’umano.

Le tesi sull’individualità presenti nel film sembrano richiamare in particolare la Teoria del Romanzo di Lukács[15] e L’opera d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica di Benjamin[16]. La produzione ripetitiva dell’oggetto (simboleggiata nel film dai replicanti) tipica dell’industria e della merce impedisce ogni individuale autenticità, proprio come aveva teorizzato Benjamin. L’aura dell’opera individuale è perduta per sempre, nessuno può più pensare di essere un originale unico. Anche se ci pensiamo presuntuosamente come originali unici, corriamo pur sempre il rischio di essere dei replicanti (e questa è proprio la situazione di Deckard). Nella post-modernità, nonostante noi continuamente rimpiangiamo o sogniamo un’unicità perduta, non possiamo che essere dei replicanti, magari inconsapevoli, che ingannano sistematicamente se stessi. Tutto ciò è rappresentato come una perdita, anche se non è mai ben spiegato in cosa consista esattamente l’oggetto unico irrimediabilmente perduto (se non una delle molteplici metamorfosi dello Spirito).

20. In sintesi, ricapitolando, abbiamo la fine della storia, una concezione negativa della conoscenza, una dialettica senza conciliazione e la crisi dell’individualità. Sono tutti motivi tipici della filosofia continentale e che sono sati ampiamente ripresi nell’ambito della filosofia postmoderna. In questo quadro siamo in grado di comprendere perché il conflitto tra umani e replicanti, che pure è l’elemento principale della trama del film, resti privo di soluzione. Il conflitto si configura come un conflitto tra l’uomo e la sua immagine degradata, l’uomo e la sua mimesi, alla quale l’uomo stesso ha conferito realtà e vita. Nel film, il conflitto tra umani e replicanti è messo in scena con una grande accuratezza analitica. Esso tuttavia – come s’è visto – prende la forma di una dialettica senza conciliazione. Umani e replicanti, nonostante il lavorio dell’intreccio narrativo, non riescono a stabilire con chiarezza i reciproci confini e si scambiano continuamente i ruoli. Gli umani perdono progressivamente la loro umanità, mentre i replicanti, in talune situazioni, mostrano maggiore umanità degli umani stessi. Questo scambio continuo sarebbe una prova in più del fatto che essi sono effettivamente interscambiabili. Essi potrebbero essere la stessa cosa, però non si può o non si vuole ammettere che siano la stessa cosa. L’esito finale resta così un nodo privo di soluzione. Del resto sembra proprio che, nell’impossibilità di una soluzione, Gaff, con la sua finale equivalenza tra il vivere e il morire, evochi la «comune rovina delle parti in lotta», secondo una nota battuta di Marx.

Il finale privo di soluzione (a parte la consolatoria ma del tutto aperta fuga di Rachael e di Deckard) può essere valutato in maniera assai diversa, come un ammirevole caso di opera aperta che lascia completamente allo spettatore il suo duro lavoro interpretativo, oppure come la confessione di un fallimento del complesso meccanismo narrativo messo in cantiere. Un fallimento che, in tal caso, sarebbe dovuto anche alla stessa matrice filosofica che è stata continuamente evocata e utilizzata nel film. In una battuta, come il film non porta alla fine da nessuna parte, anche la filosofia continentale che sta dietro al film non porta da nessuna parte.

21. La problematica profonda che sta dietro al conflitto tra umani e replicanti – e che sembra tuttavia sfuggire totalmente alla consapevolezza del film – è quella dell’accettazione o del rifiuto di Darwin e della sua teoria evoluzionistica. La teoria di Darwin, unita ai risultati odierni della genetica e delle neuroscienze, sostiene esattamente che noi siamo dei replicanti. Non siamo certo stati prodotti dalla Tyrell Corporation ma siamo stati effettivamente prodotti attraverso un meccanismo elementare di prova ed errore dall’Orologiaio cieco dell’evoluzione[17].

Posto che sia divenuto possibile replicare esattamente un essere umano dal punto di vista biologico, cervello compreso, con tutti gli annessi e connessi[18], che differenza ci sarebbe tra un umano normale e un umano replicato? Sarebbe possibile distinguerli? Se la risposta fosse «No», allora bisognerebbe dare ragione a Darwin, dunque umani e replicanti sarebbero esattamente la stessa cosa. Se la risposta fosse invece «Sì», allora si dovrebbe dare ragione alla filosofia pre darwiniana, l’uomo sarebbe qualcosa di altro, oltre l’elemento biologico genetico e culturale. Si dovrebbe tornare così alla questione dell’anima, al dualismo cartesiano tra la materia e lo Spirito. Allora dovrebbe però essere possibile costruire un qualche test (magari come il Voight-Kampff!) capace di rilevare le differenze[19].

Nel quadro ipotetico assunto dal film, gli elementi in base ai quali rilevare la differenza tra umani e replicanti sono davvero deboli e – peraltro – nello stesso contesto narrativo se ne fa rilevare l’inconsistenza. Il primo criterio – come s’è visto – è quello di una supposta incapacità di governare le emozioni da parte dei replicanti. Il secondo sarebbe il fatto di possedere o meno ricordi personali. Entrambe le ipotesi sono smantellate dallo stesso plot narrativo, poiché al disordine emotivo degli androidi si può sopperire attraverso la fornitura di ricordi e alla deficienza di ricordi personali si può sopperire attraverso la loro fabbricazione o il loro impianto in laboratorio. Più banalmente, usando il senso comune, per uguagliare androidi e replicanti basterebbe lasciare che gli androidi potessero nascere e poi fare le loro esperienze e memorizzarle, come chiunque altro. La pecora Dolly è nata e ha fatto le sue brave esperienze da pecora, come qualunque altra pecora. e non è successo nulla di strano. Ha fatto la sua bella vita da pecora.

22. Nonostante la debolezza delle argomentazioni atte a distinguere gli umani dagli androidi, il presupposto dato per scontato dal film resta pur sempre quello che ci sia una differenza tra umani e replicanti, che gli umani abbiano qualcosa di diverso, una loro essenza che i replicanti non possono avere. Nello stesso tempo tuttavia l’indeterminatezza del finale e i continui interscambi tra umani e replicanti insinuano nello spettatore che quell’essenza, se mai c’è stata, è sempre più inafferrabile e precaria. Insomma, quell’essenza umana ideale che dovrebbe essere a tutti i costi difesa e salvaguardata non è mai mostrata.

Il fatto è che, nel corso stesso del film, ci si rende conto che quell’elemento umano distintivo, speciale ed essenziale, non può più essere mostrato, non ha più alcun fondamento. Nel mondo di Blade Runner l’autentico e l’inautentico sono ormai un unico blob. La colomba che vola via rappresenta l’anima improbabile di un replicante. Piuttosto che ammettere una qualche specificità umana positiva, una qualche forma di essenza, di anima o di Spirito, Gaff non riesce a fare altro che dichiarare la perfetta equivalenza della vita e della morte. Gaff dunque dichiara la morte di Dio, dichiara l’impraticabilità fattuale di ogni umanesimo, ma non sa guardare oltre.

C’è dunque nel film un’impossibile conciliazione, un nichilismo di fondo, proprio perché il suo orizzonte – come quello del pubblico cui si rivolge – è predarwiniano. È cioè un orizzonte dove comunque lo Spirito è ancora in strenua lotta contro la materia. Guarda caso, questo è proprio l’orizzonte della filosofia continentale degli ultimi secoli. L’ossessivo test Voight-Kampff è un test che in realtà mira a identificare il nemico, a trovare il punto di separazione tra la materia e lo Spirito, come faceva Cartesio quando discettava della ghiandola pineale. Ebbene, Darwin ci ha mostrato che quel punto di separazione proprio non c’è. E quindi siamo tutti macchine biologiche, siamo tutti progettati geneticamente e, come gli androidi del film, abbiamo tutti dei ricordi innestati, derivanti cioè dalla interiorizzazione della cultura, abbiamo anche noi una data di scadenza e non avremo alcuna vita eterna. Per Darwin, i replicanti siamo noi.

Non abbiamo ancora digerito Darwin, per questo abbiamo così paura dell’oggetto e, in particolare, dell’oggetto biologico sconosciuto[20], e non ci rendiamo conto che proprio noi siamo quell’oggetto tanto temuto e bandito. Noi in realtà – sostiene Darwin – siamo un prodotto tecnico dell’Orologiaio cieco. Noi siamo la tecnica nella sua espressione più alta. Un automatismo tecnico che non ha intelligenza (alla faccia dell’intelligent design) e che tuttavia riesce a produrre una qualche intelligenza che in qualche modo funziona. Solo in certa filosofia contemporanea di orientamento analitico si sta facendo qualche passo avanti verso una conciliazione effettiva del soggetto e dell’oggetto, il che comporta però un superamento del dualismo in una visione compiutamente naturalistica. Ciò permetterebbe un riconoscimento pieno della nostra natura seriale e, nel contempo, della nostra relativa unicità individuale. Passando però per Darwin. Ma tutto ciò è ancora di là da venire.

23. Il film dunque, inconsapevolmente, fa propria una tradizionale folk philosophy religiosa e romantica che dà per scontata la distinzione tra lo Spirito e la materia o, se si preferisce, che vuole subordinare la materia allo Spirito. Una materia sempre vituperata che prende di volta in volta le sembianze del meccanico, del biologico, del tecnologico, del seriale, della ragione strumentale, del calcolo, della logica formale, del dominio, della merce e così via. La popolarità del film è evidentemente dovuta alla sua capacità indubbia di mettere in scena questo conflitto d’altri tempi che riesce ad appassionare il vasto pubblico solo perché, nonostante Darwin, siamo rimasti ancora radicalmente dualisti. Il film, a onor del vero, pone rigorosamente il problema dell’insufficienza del dualismo, mostra tutta la sua implausibilità, ma poi si arresta sull’orlo della soluzione. Preferisce uccidere lo Spirito e contemplarne le membra sparse, come nel nichilismo finale di Gaff, piuttosto che ammettere che lo Spirito è il prodotto ultimo di una macchina biologica, genetica e culturale.

24. Blade Runner è dunque un’opera postmoderna per eccellenza. Un’opera decisamente anti moderna, direi. Forse un’opera anche filosoficamente reazionaria, rivolta al passato. Ha saputo rappresentare e divulgare in modo popolare quei temi tipici del postmoderno che, in fin dei conti, costituiscono l’ultima spiaggia della filosofia continentale, la quale ormai si esprime sempre più soltanto come narrazione della decadenza dello Spirito, come consapevolezza della fine di un’epoca. Tutto ciò agitando sconsolatamente temi come la fine della comunità, la fine del sacro, la fine del progresso, la fine delle rivoluzioni, la fine delle ideologie, la fine della storia, la fine del soggetto, la fine dei valori. La fine, insomma, di una certa idea pre darwiniana dell’uomo.

Il film ha avuto l’indubbia capacità di fare da specchio a un’epoca, a un modo di sentire dell’epoca. Un’epoca in cui la cultura popolare, diventata cultura di massa egemone, non è stata in grado accogliere, elaborare e padroneggiare i cambiamenti e le trasformazioni indotti e resi possibili dal progresso tecnico. Non è stata in grado, in altri termini, di farsene una ragione e li ha rifiutati come fossero una cattiva ragione. Forse è proprio in seguito a questa costatata incapacità che è stata riesumata la metafora dei barbari e della barbarie. In questa nostra epoca, le visioni della decadenza ci parlano intimamente perché noi stessi ci sentiamo decaduti, perché l’immagine che ci è stata innestata (come si dice nel film) dalla cultura che ci ha formati è divenuta logora troppo in fretta. È un film che ci parla diffusamente della perdita di un mondo, ma non ci aiuta in alcun modo a costruire un nuovo mondo. Anzi, fa di tutto per mantenerci a contemplare le rovine dello Spirito in una specie di sospensione ipnotica, mantenendoci così anche fuori dalla storia.

Storicamente, nei termini di una storia della cultura, è un film che rispecchia in pieno la colonizzazione che, proprio in quegli anni Ottanta, stava avvenendo, in America, ad opera delle filosofie continentali, secondo l’asse Nietzsche, Heidegger, Gadamer e secondo le varie espressioni del post strutturalismo[21]. È davvero curioso che nel film ci siano quasi esclusivamente riferimenti alle filosofie del vecchio mondo! A quei movimenti filosofici stranieri che portarono alla diffusione, nelle facoltà umanistiche americane, dei cosiddetti Cultural Studies, uno strano pastrocchio di arte, scienza e letteratura, venduto come cultura umanistica e che oggi sempre più spesso è preso come esempio del degrado della cultura americana (e non solo). Sono quelle correnti che sono state giustamente satireggiate da Sokal[22]. Anche qui possiamo riconoscere una bella dialettica che però sembra abbia funzionato al contrario di quella di Horkheimer e Adorno. Quella cultura che ha diffuso e reso popolare, in tutto l’Occidente, la narrazione della decadenza è oggi fortunatamente sempre più spesso presa come un caso di decadenza. Oggi, di tutta quella fioritura rimane ben poco. Rimangono senz’altro molte macerie. Ma questa è un’altra storia.

Opere citate

1955 Benjamin, Walter – Schriften, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main. Tr. it.: Angelus Novus. Saggi e frammenti, Einaudi, Torino, 1995.

2008 Benjamin, Walter – The Work of Art in the Age of Its Technological Reproducibility, and Other Writings on Media (Eds.: Michael W. Jennings, Brigid Doherty, and Thomas Y. Levin), The Belknap Press of Harward University Press, Cambridge, Mass..

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1992 Fukuyama, Francis –The End of History and the Last Man, The Free Press, Glencoe. Tr. it.: La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli, Milano, 1996.

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1964 Marcuse, Herbert – One-Dimensional Man. Studies in the Ideology of the Advanced Industrial Society, Beacon Press, Boston. Tr. it.: L’uomo a una dimensione. L’ideologia della società industriale avanzata, Einaudi, Torino, 1967.

1997 Sokal, Alan & Bricmont, Jean – Impostures intellectuelles, Odile Jacob, Paris. Tr. it.: Imposture intellettuali, Garzanti, Milano, 1999.

1983 Vattimo, Gianni & Rovatti, Pier Aldo (a cura di) – Il pensiero debole, Feltrinelli, Milano.


Note

[1] Pubblicato su Città Futura on-line il 4 ottobre 2017.

[2] La stesura di questo articolo è avvenuta prima dell’uscita del sequel, ad opera di Denis Villeneuve, Blade Runner 2049. Mi riservo eventualmente di tornare sull’argomento dopo avere visionato il nuovo film.

[3] Il film è uscito nel 1982. Non ebbe un grande successo. Nel corso del tempo ne furono confezionate diverse edizioni. Nel 2007 – così spiega Wikipedia – in occasione del 25º anniversario dell’uscita della pellicola, la Warner Bros. ha pubblicato The Final Cut, una versione digitalmente rimasterizzata e l’unica su cui Scott ha avuto totale libertà artistica.

[4] Il racconto di Philip K. Dick Do Androids Dream of Electric Sheep? è uscito nel 1968. Questa è una data piuttosto emblematica. Tra il 1968 e il 1982 – data dell’uscita del film – si era consumata, in molti Paesi del mondo, una vera e propria utopia rivoluzionaria e si erano sperimentati la sconfitta e il riflusso.

[5] Il test evoca chiaramente la ben nota macchina della verità o poligrafo, strumento dalle dubbie prestazioni, che è sempre stato connotato come strumento invasivo da parte del potere nei confronti dei singoli individui.

[6] Uso qui questo termine in senso del tutto generale e dunque necessariamente impreciso.

[7] Anche Tyrell è un uomo solo. Un caso esemplare di etica calvinista e di spirito del capitalismo. Ma anche un caso esemplare del tipo della solitudine del tiranno, circondato da gufi meccanici e da belle replicanti che non sanno neppure di esserlo. È così solo che ha bisogno della compagnia dell’infantile Sebastian, che tuttavia è un buon giocatore di scacchi. La partita a scacchi con Sebastian segnerà indirettamente la fine di Tyrell, per mano del figlio illegittimo, il replicante Roy, che ha seguito Sebastian all’appuntamento.

[8] Nel testo inglese: «It’s too bad she won’t live. But then again, who does?»

[9] Cfr. Benjamin 1955.

[10] Cfr. Fukuyama 1992.

[11] Cfr. Horkheimer & Adorno 1944.

[12] Cfr. Marcuse 1964.

[13] Il finale della fuga di Deckard (sospetto di essere anche lui un replicante) e di Rachael è troppo poco per pensare a una conciliazione tra gli umani e i replicanti.

[14] C’è ovviamente una diversa versione dello sviluppo dell’individualità, legata alla nozione illuministica della emancipazione e della liberazione del soggetto individuale. Questa narrazione è tuttavia piuttosto estranea alla filosofia continentale.

[15] Cfr. Lukács 1916.

[16] Cfr. Benjamin 2008.

[17] La metafora dell’orologiaio cieco si trova in Dawkins 1986.

[18] Una cosa analoga è effettivamente avvenuta qualche decennio fa – non esattamente nel modo descritto dal film – con la clonazione della pecora Dolly.

[19] In questo senso il film sembra uno di quegli esperimenti mentali cui ci ha abituato la filosofia analitica, la quale si è domandata piuttosto seriamente cosa significa essere un pipistrello, oppure se sia possibile che noi siamo un cervello in una vasca. La questione è chiaramente metafisica e più precisamente ontologica.

[20] Su questa paura, lo stesso Ridley Scott ha costruito la fortuna della saga di Alien.

[21] Il film è uscito nel 1982. Nel 1979 Lyotard pubblicava il suo rapporto dal titolo La condition postmoderne, che è considerato una specie di manifesto del postmodernismo. Nel 1983 usciva in Italia Il pensiero debole di Vattimo & Rovatti, considerato anch’esso come il manifesto italiano del postmodernismo.

[22] Cfr. Sokal & Bricmont 1997.

Fuori dalle nuvole

di Stefano Gandolfi, 19 ottobre 2024

Pubblichiamo il commento di Stefano alle perplessità espresse da Nicola e Paolo a proposito dell’Intelligenza Artificiale (cfr. Nella nuvola). Dal momento che Stefano risponde puntualmente, paragrafo per paragrafo, a queste perplessità, per non appesantire troppo il testo ripubblicando il nostro pezzo rimandiamo di volta in volta il lettore alle singole parti oggetto della riflessione, indicandone l’incipit e la frase finale.

Buon giorno Viandanti. Provo sempre un po’ di disagio a confrontarmi con dei maestri della dissacrazione quali siete. Mi sento totalmente inadeguato, ma cercherò di fare come quando, studente liceale, sceglievo sempre il tema di attualità per sopperire alle lacune in tutti gli altri settori specifici … Tu sai bene, Paolo, quanto io ami esprimermi anche (non solo) per “provocazioni”, non fini a se stesse, ma nella speranza di stimolare un dibattito.

Vediamo se mi riesce …

Mi sono imbattuto […] neppure le briciole saranno del tutto gratis, perché serviranno soprattutto a farci prendere gusto a quel pane, a rendercelo indispensabile e a indurci a farne un elemento essenziale della nostra dieta. A pagamento, naturalmente.”

Beh, nessun dubbio e nessuna illusione, e questo vale per qualsiasi ambito. Da medico posso parlare ad esempio della sanità. Ci stiamo avviando ai modelli privatistici, in Italia abbiamo ancora una discreta riserva di servizi pubblici, che per ancora molti anni garantiranno prestazioni imprescindibili, ma sempre più con affanno, lentezza, minore qualità e disagi nelle prenotazioni, liste d’attesa, rapporti umani con il personale sanitario. Tutto ciò si tradurrà in quanto già si verifica adesso, la qualità la paghi e quando lo fai (se lo puoi fare) tocchi con mano la differenza; sapete bene come in più di una occasione io ho dovuto sperimentare di persona questo percorso. Se pagheremo per la salute, perché scandalizzarsi se dovremo pagare per la cultura? Per lo meno ci sarà la ben magra consolazione che, se nella salute un errore lo paghi anche con la vita, nella cultura tutt’al più pagherai con disinformazioni, fake news, abbrutimento della già pessima cultura di base della popolazione, ma forse la pelle riusciamo ancora a salvarla …

Per questo ritengo […] al più possa essere opposta una consapevolezza, che non può essere che individuale, di come funziona tutta la faccenda. O meglio ancora: di come ha sempre funzionato.

Individuale: giusto. E qui mi (vi) faccio una domanda retorica: a quanti potrà interessare come funziona? tranne ovviamente a noi (si dice sempre: esclusi i presenti) e a quei sempre più sparuti e in minoranza intellettuali, storici, giornalisti, semplici cittadini che abbiano ancora la forza di porsi il problema della veridicità delle fonti? che vogliano ancora combattere per difendere una verità che già adesso, oggettivamente, e non solo in tempi recenti, è sempre più difficile da cercare e conservare preziosamente?

Mi permetto una digressione (prof., fuori tema? rischiamo): sapreste dirmi, in pochi secondi, quanti e quali dei grandi avvenimenti degli ultimi 100 anni, 50 anni, 30 anni, 2 anni, possano con assoluta certezza e obiettività essere ascritti ad una verità vera, inconfutabile, indiscutibile? non parlo dei fatti in sé, ma della interpretazione storica, politica, etica, antropologica, religiosa ecc. che di quei fatti sia doveroso esprimere? A me viene in mente la Shoah, con buona pace dei negazionisti, dopodiché si attraversa un terreno minato: conflitto Russia-Ucraina, conflitto Israele-Palestina, tutto ciò che hanno fatto gli U.S.A. dalla fine della seconda guerra mondiale in avanti, la assoluta impossibilità di sapere chi ha fatto uccidere Kennedy e chi sono stati i mandanti delle efferate stragi in Italia (Ustica ecc.), il nuovo ordine mondiale che sconvolgerà e modificherà radicalmente tutte le categorie etiche da parte delle nuove potenze dominanti (Cina e non solo, pensiamo anche a Modi e all’India, ai paesi arabi del golfo), le furiose polemiche sul Climate Change (anche, e in primis, da parte di scienziati che dicono tutto ed il suo contrario, anche in buona fede intendiamoci, non solo per ovvi interessi economici e di corruzione), il problema dell’inquinamento e dell’intossicazione e avvelenamento collettivo dell’umanità che, analogamente, fa litigare furiosamente tutti perché se lo si accettasse bisognerebbe accettare anche di parlare di decrescita e di un cambiamento radicale dello stile di vita di tutta l’umanità? non mi dilungo, è solo per fare degli esempi, ma il succo della questione che pongo è: al di là che possa interessare, e a quanti, ma che possibilità ci sono, ben prima dell’avvento dell’I.A., di mettere una linea di confine netta e inconfutabile fra verità e interpretazione? In questo mio lungo paragrafo di sproloqui tocco anche considerazioni valide per i passi successivi.

Ma non basta […] Rimane allora il dubbio che possano un giorno tornare utili i cinquanta e passa tomi della vecchia Treccani che Paolo ha messo al sicuro nel Capanno.

Sugli aspetti tecnici della conservazione dei dati non mi preoccuperei più di tanto, anche perché qui non si tratta più di semplice “cultura” di roba per intellettuali di élite, ma di dati assolutamente indispensabili per la sopravvivenza dell’umanità, quindi sarei disposto a scommettere che, quando il gioco si farà serio, si spenderanno cifre folli per riuscire a gestire e conservare con sicurezza tutto quanto, ivi compreso anche l’attacco degli hacker; basta che i “buoni” li paghino un dollaro di più dei cattivi e questi, come già succede abitualmente, si mettono al servizio della “parte giusta”.

La preoccupazione maggiore e più attuale […] ogni innovazione tecnologica da un lato ha ampliato la cerchia degli utenti sui quali la cultura “addomesticata” poteva esercitare influenza, ma dall’altro ha progressivamente eroso a chi la deteneva ampi margini di controllo.

Anche qui il problema può essere valutato in due direzioni uguali ed opposte: intanto, come considerazione terra-terra, nessuno può negare come oggi chiunque possa avere accesso ad una quantità mostruosamente più grande di dati di quanti ne avessimo noi da giovani, ovunque, anche nei posti più poveri, arretrati e remoti del pianeta, un ragazzo ha un cellulare in mano con una connessione, noi lo abbiamo sperimentato in Bolivia a 4500 metri di altitudine, in Nepal, in tutta l’Africa. Poi, che uso uno faccio dei dati, è un altro discorso, qui entra in gioco anche il libero arbitrio del genere umano, nessuno può essere obbligato a usare la connessione per leggere i classici, magari gli interessa solo sapere i risultati di campionati di calcio, dell’NBA o quant’altro, e non dobbiamo correre il rischio del giudizio snobistico ed elitario su quali siano i temi su cui uno si documenta …

Le nuove tecnologie fanno intuire invece un controllo molto più soft […] provvederà il sistema stesso pilotando sapientemente all’interno del bailamme le nostre aspettative, a liquidare o a banalizzare sul nascere ogni tentazione di eresia o di autonomia di pensiero.”

Qui purtroppo, sul tema del controllo, temo che non ci sia molto dire, ma non sull’I.A. in senso stretto, ma su qualunque modalità di informazione, di comunicazione, di relazioni umane che siano sviluppate, succedute nel corso della storia: da sempre chi detiene il potere, politico, economico, religioso, culturale esercita o tenta di farlo, il controllo sulla popolazione che governa, in modo più o meno democratico, in modo più o meno subdolo e feroce, ma sempre con l’obiettivo di tenere sotto controllo le opinioni pubbliche e tutti coloro che possono influenzarle. Tramite i testi religiosi, i testi di storia da usare nelle scuole, i programmi televisivi, insomma l’“egemonia culturale” di cui si discute bilateralmente e appassionatamente nel nostro paese anche oggi. Lancio sul piatto però un’altra provocazione: perché i regimi totalitari come la Cina limitano enormemente l’accesso alla rete? non sarà che poi nessuno, nemmeno i dittatori più spietati, hanno/avranno la possibilità tecnica e politica di limitare l’accesso ai dati? Ne sono letteralmente terrorizzati, il che starebbe a significare non tanto che possano manipolarli a loro piacimento, bensì, al contrario, siano consapevoli che non possono opporsi allo “tsunami” del flusso di dati in rete. Questo potrebbe ribaltare, o se non altro modificare, la preoccupazione sul controllo dei dati e delle informazioni.

Seconda considerazione scientifica: La mente umana, nel senso anatomico-funzionale del cervello, è un organo nobile enormemente plasmabile, modificabile nei suoi circuiti neuronali, nelle sue singole aree di funzionalità, nelle sue connessioni interemisferiche, nel suo sviluppo plastico principalmente nell’infanzia-adolescenza ma anche nei decenni successivi, se adeguatamente “allenato” e sollecitato. I millennial, rispetto ai boomer, possiedono, già, da questo punto di vista, peculiarità da “digitali nativi” ormai universalmente accettate e documentate a livello neurobiologico. Le connessioni con devices esterni, al momento oggetto di scrittori di fantascienza, non penso siano molto lontane da applicazioni pratiche con scenari a seconda dei punti di vista, minacciosamente distopici, inquietanti oppure di progresso ed evoluzione inimmaginabili. Potremmo ipotizzare che in un futuro nemmeno troppo remoto le menti umane potranno competere o comunque confrontarsi alla pari con I.A.? Arrivare ad un punto tale in cui non avrà più senso chiedersi chi modifichi cosa o viceversa, perché il cambiamento, il rimodellamento, sarà un flusso continuo, bidirezionale senza un conduttore che prevale sull’altro? Un potenziamento in cui la parte umana potrà esprimere sempre più potentemente la sua componente psichica, emotiva, imprevedibile, intuitiva e geniale grazie alla quale potrà adeguarsi al potentissimo incremento tecnologico e informatico di I.A.? Un gioco alla pari? Poi, la domanda delle domande, sono d’accordo, è: chi potrà usufruire di tutto questo? sempre i soliti ricconi l’élite che comanda il mondo senza che se ne conoscano i nomi e i volti, oppure saranno accessibili a tutti? E chi li distribuirà alla popolazione? l’OMS, l’ONU, un comitato di Premi Nobel per la Medicina, Fisica, Biochimica oppure personaggi come Elon Musk? Ma anche in questo caso il problema si pone e si porrà per tutto: per il cibo, per l’acqua, per i farmaci, per l’aria che respiriamo, arriveremo a pagare l’acqua e l’ossigeno? In tal caso temo che l’I.A sia se non l’ultimo, comunque il meno urgente dei problemi …

L’idea poi che le leggi, le regole sulle quali si basa la nostra convivenza, possano essere affidate ad un cloud ci inquieta […] E infine, comunque la si metta, anziché agevolare il recupero o il potenziamento di quella intelligenza naturale che tanto sembra oggi difettare, c’è il rischio concreto che ne sanciscano la definitiva atrofizzazione.

A conti fatti, non sembriamo messi troppo bene.

Sì, non troppo bene, ma, ripeto, per molti altri motivi fra i quali l’I.A. non necessariamente potrebbe essere il motivo peggiore … l’intelligenza naturale non si atrofizzerà, più probabilmente si trasformerà in qualcosa che difficilmente oggi possiamo immaginare. Sarà meglio? peggio? chi può dirlo? Dipenderà, come sembra, da quanto questo cambiamento sarà “democratico” piuttosto che elitario, da come verrà gestito e da chi, e non ultimo da cosa l’essere umano vorrà fare di questi nuovi strumenti … e sulla affidabilità e fiducia nel genere umano, Paolo ce lo insegna, non c’è molto da stare allegri “a prescindere”, come direbbe Totò!

Mi viene in mente un malsano pensiero, che cercherò di ricacciare indietro, o magari ne potremo parlare poi (tu Paolo sai già dove vado a parare …), ovvero la considerazione che, diventando vecchi, diventiamo tutti chi più chi meno più pessimisti, più negativi, più categorici, più nostalgici dei bei tempi passati, più severi nel giudizio sulle nuove generazioni, più intolleranti, meno in grado di adeguarci al nuovo, al mondo presente e futuro e più spaventati, inquietati e disturbati dalle nuove tecnologie … non esiste nessuno, nella storia dell’umanità, che ad un certo punto ben preciso della propria vita, all’incirca fra i 55-60-65 anni ed oltre, non individui in quel preciso momento il punto di svolta dell’universo, in cui tutto ineluttabilmente volge al peggio, un punto preciso in cui fino a prima le cose erano migliori e da subito dopo diventeranno irreversibilmente peggiori … potrebbe essere che questo c’entri qualcosa ??

P.S. ma Leonardo da Vinci avrebbe avuto paura dell’I.A ??

Nelle nuvole

di Nicola Parodi e Paolo Repetto, 17 ottobre 2024

Ci siamo imbattuti ultimamente in una serie di articoli nei quali si ventila che i maggiori siti di Intelligenza Artificiale (AI) stiano accordandosi per assoggettare a pagamento tutti i servizi che erogheranno. La cosa non ci ha indignati, ma ci ha stupiti. Non ci ha indignati perché non avevamo mai avuto il minimo dubbio che sarebbe finita così, e ci ha invece stupiti perché questi articoli trattavano la cosa come un’allarmante “eventualità”.

Ma quale eventualità! Ci sembra tutto così chiaro. Nessuno investe milioni o miliardi di dollari, di euro o di yen che si voglia per offrire un servizio a tutta la comunità umana. Al più potranno essere distribuite gratuitamente un po’ di briciole, quel che rimane sul tavolo dopo essersi spartiti le fette. E neppure le briciole saranno del tutto gratis, perché serviranno soprattutto a farci prendere gusto a quel pane, a rendercelo indispensabile e a indurci a farne un elemento essenziale della nostra dieta. A pagamento, naturalmente.

Per questo riteniamo che tutto il fiorire ultimo di G7 e di convegni e di predicozzi papali sul futuro dell’AI e sulla sua regolamentazione sia solo un teatrino più o meno consapevole di essere tale. Pensiamo che in effetti strumenti di difesa efficaci contro l’abuso e la strumentalizzazione non ce ne siano, e che al più possa essere opposta una consapevolezza, che non può essere che individuale, di come funziona tutta la faccenda. O meglio ancora: di come ha sempre funzionato.

Proviamo a riassumere, senza naturalmente la pretesa di riscrivere la storia dell’uso degli strumenti “intelligenti”, ma solo per buttare lì qualche spunto di riflessione non supinamente ortodosso e non aprioristicamente eterodosso.

Dunque. Con l’invenzione di “segni impressi manualmente su un substrato” gli umani sono stati svincolati dalla necessità di archiviare nella memoria parole, cose e fatti. Volendo possono essere considerate come substrato originario anche le pareti delle caverne, ma convenzionalmente l’origine della scrittura vera e propria è fissata all’uso di tavolette di argilla, sostituite poi attraverso innovazioni successive da papiri, pergamene o carta. E già lì il problema si poneva, come dimostra l’avversione, o quantomeno la diffidenza, di Platone per la parola scritta. Le ragioni addotte da Platone riguardavano l’appiattimento del discorso che la scrittura automaticamente produce, la sua neutralizzazione, in quanto si azzerano tutte le sfumature che il tono di voce o le espressioni facciali o la postura fisica consentono più o meno volutamente a chi parla di introdurvi, e a chi ascolta di coglierle, ma soprattutto la sostanziale passività che è indotta in chi ne fruisce.

C’era però anche un altro problema, ma questo Platone non se lo poneva, stante la sua concezione di un sapere “elitario”. Le innovazioni tecnologiche hanno permesso di “imprimere i segni” in maniera via via più veloce e meno costosa, e da ultimo anche automatizzata, con la conseguente moltiplicazione dei libri o di altri strumenti di trasmissione del sapere o quantomeno dell’informazione, e quindi hanno aperto l’accesso a quest’ultima ad una platea sempre più vasta. Ma sia per quanto ha riguardato per quattro o cinque millenni la trasmissione scritta che per quanto concerne oggi quella audio-visiva, la platea ha continuato ad essere sostanzialmente passiva (e più che mai lo è diventata di fronte ai media introdotti negli ultimi due secoli): si è nutrita quindi di saperi e di informazioni gestiti e selezionati e distribuiti di volta in volta dai diversi poteri (politici, religiosi, economici, ecc.). Per questo diciamo che la non solo possibile ma più che probabile monopolizzazione dell’AI, e non solo a fini economici ma anche di condizionamento sociale, non rappresenta affatto una novità. È sempre andata così. Con buona pace anche di noi sostenitori della intrinseca positività dell’innovazione tecnologica, dobbiamo ammettere che l’accesso ad un uso “attivo” delle tecnologie che supportano l’informazione e la trasmissione del sapere è consentito ai “non addetti ai lavori” solo quando queste ultime diventano obsolete. Oggi chiunque è in grado di prodursi a costi bassissimi un libro, o di girare un film o di aprirsi uno spazio in rete, ma questo libro o questo film o questo spazio, se non sono inseriti in un meccanismo di mercato che ne condiziona già in partenza la libertà espressiva, finiscono in un mare magnum nel quale non hanno la minima visibilità o rilevanza.

Vediamo comunque cosa ci aspetta. I “segni” cui ci si affiderà per il futuro, pur avendo ancora una loro effimera fisicità, sono “impressi” su un substrato e con tecniche tali per cui possono essere “visti e letti”, ma non lasciano una traccia “fisica” concreta. Vale a dire: questa roba c’è, può essere vista e letta, è rintracciabile velocemente e con facilità, ma in realtà non sappiamo affatto dov’è, con che criteri viene archiviata, e da chi, e a quale scopo. Si, certo, sappiamo che questo lavoro lo fanno i grandi gestori dei big data, ma abbiamo la minima idea di chi ci sia davvero dietro, dei traffici, delle guerre commerciali, degli accordi e degli scambi che si operano ben al di sopra delle nostre teste?

Ma non basta. Un’altra preoccupazione immediata riguarda la resistenza del supporto della fisicità dei dati. Con la progressiva sparizione degli archivi delle burocrazie reali, dei templi e delle biblioteche nei quali i dati erano conservati su supporti fisici, stiamo affidandoci sempre più alla “nuvola”. Con quali garanzie? Un’eruzione solare o una tempesta magnetica particolarmente forte o, senza scomodare la natura, una guerra dissennata combattuta nell’etere, potrebbero riportarci all’età della pietra? Il problema è reale, è già ampiamente discusso, ma noi tendiamo ad autoconvincerci che la tecnologia sarà comunque in grado di rimediare a questi rischi. In fondo, ci diciamo, i supporti vecchio stile hanno permesso una conservazione dei dati aldilà di quanto potevano immaginare i nostri avi: al giorno d’oggi tecnologie d’avanguardia consentono di leggere cosa c’era scritto sulle pergamene prima che venissero raschiate per essere riutilizzate, o addirittura di leggere i papiri ritrovati ad Ercolano. Ma parliamo pur sempre di supporti concreti sui quali lavorare: l’etere è un’altra cosa, e ci si chiede come sarebbe possibile rintracciarvi dati eventualmente dispersi.

Perché ci sono poi anche altri rischi: l’accensione della carta richiede una temperatura tra i 200 gradi e i 350 circa, a seconda dello spessore, e solo un malaugurato incidente o una “milizia del fuoco” come quella di Fahrenheit 451 possono provocarla, mentre il funzionamento dei megaserver nei quali stipiamo oggi le conoscenze necessita di temperature costanti tra i 30 e i 40 gradi. Con i mutamenti climatici in corso sarà sempre più difficile garantirle. Può sembrare una forzatura, ma in realtà abbiamo già modo di constatare quotidianamente come i più sofisticati sistemi di previsione, di prevenzione e di protezione vadano in tilt ad ogni stormir di foglia o ad ogni attacco degli hackers. È vero, anche la biblioteca di Alessandria, così come molte altre, è andata a fuoco, e una infinità di opere del passato è andata perduta: ma lo sappiamo perché di queste opere è rimasta comunque memoria, qualcuno ce ne ha comunque parlato, mentre ciò che finisce nella nuvola difficilmente ridiscenderà sulla terra come pioggia a fecondare i cervelli: è più probabile che si vaporizzi nel nulla. Rimane allora il dubbio che possano un giorno tornare utili i cinquanta e passa tomi della vecchia Treccani che Paolo ha messo al sicuro nel Capanno.

La preoccupazione maggiore e più attuale concerne però, come si diceva sopra, il rischio dell’appropriazione indebita del sapere da parte di società private fornitrici di servizi di AI. La cultura attuale è un frutto collettivo, prodotto dall’umanità durante tutta la sua storia, anche se con una accelerazione esponenziale negli ultimi millenni. Le varie società private utilizzeranno questo patrimonio dell’umanità per fare profitti, e potranno decidere quale conoscenza può essere fatta circolare o quale è meglio tenere riservata per i loro fini, politici o economici che siano. Un po’ come accadeva nella biblioteca dell’abbazia ne Il nome della rosa. Permettendoci di interrogare i loro sistemi ci daranno poi un’illusoria ed effimera sensazione di essere colti, mentre in realtà saremo solo consumatori di un prodotto culturale pre-confezionato e incartato, di uno spettacolo cui assistere passivamente.

Ripetiamo: è sempre stato così, il sapere e l’informazione trasmessi sono sempre stati trattati e normalizzati in funzione di chi ne deteneva il possesso (si pensi solo al lavoro di “ripulitura” dei testi sacri operato dalle varie chiese – per non parlare di quello della loro “creazione”), e da sempre ci sono individui o gruppi (medici, ingegneri, insegnanti ecc.) che usano le conoscenze prodotte dall’umanità per ricavarne un reddito. Quelle conoscenze sono però frutto di impegno e fatiche personali che hanno portato all’acquisizione di competenze necessarie alla società, che vanno riconosciute e remunerate al pari di quelle di qualunque altro lavoratore, e sono comunque a disposizione di tutti e non riservate ai membri di qualche setta (o azienda). Le modalità stesse della loro detenzione, poi, della conservazione e della circolazione, le hanno rese passibili (almeno negli ultimi secoli, ma in fondo da sempre) di essere confrontate, riviste, confutate: oseremmo dire che ogni innovazione tecnologica da un lato ha ampliato la cerchia degli utenti sui quali la cultura “addomesticata” poteva esercitare influenza, ma dall’altro ha progressivamente eroso a chi la deteneva ampi margini di controllo.

Le nuove tecnologie fanno intuire invece un controllo molto più soft e molto più subdolo: non ci sarà bisogno di alcuna censura, di alcuna proibizione conclamata: provvederà il sistema stesso, offrendo in apparenza possibilità illimitate, ma pilotando sapientemente all’interno del bailamme le nostre aspettative, a liquidare o a banalizzare sul nascere ogni tentazione di eresia o di autonomia di pensiero.

L’idea poi che le leggi, le regole sulle quali si basa la nostra convivenza, possano essere affidate ad un cloud ci inquieta: ricorda un po’ troppo epoche nelle quali le leggi erano garantite dagli Dei, e interpreti della volontà degli Dei erano i sacerdoti, almeno fino a quando non cominciarono ad essere scolpite sulla pietra, da Hammurabi a Mosè alle dodici tavole. La cultura del diritto, della quale tanto si parla, soprattutto a sproposito, nasce proprio da lì, da quelle pietre. Altro che nuvole.

Non vorremmo essere fraintesi. Non stiamo invocando un ritorno all’età della pietra: semmai proprio il contrario. Stiamo dicendo che il modello produttivo, e di conseguenza quello sociale, che abbiamo adottato suppone forme di organizzazione sempre più complesse, che a loro volta richiedono quantità di competenze impossibili da padroneggiare da un singolo. E che laddove la programmazione non possa essere eseguita e gestita dallo stato, cosa che oggi sta accadendo quasi ovunque perché le potenze che guidano il gioco sono ormai transnazionali, subentrano società private che possono investire enormi capitali: e che questi capitali, proprio perché enormi, si sottraggono al controllo di quei cittadini che attraverso lo stato dovrebbero esercitarlo. Alla faccia della democrazia, della libertà e dell’uguaglianza.

Anche questo in qualche modo è già accaduto, sin dalla notte dei tempi storici: la nascita delle città, ad esempio, ha certo liquidato le libertà di cui godevano i cacciatori-raccoglitori del paleoliotico: ma ha anche prodotto degli anticorpi, dapprima marginali, poi sempre più robusti, che hanno conferito alla libertà e alla dignità individuale altri significati (e se siamo qui oggi a parlarne e a porci il problema lo dobbiamo a questa evoluzione culturale). La domanda è se questi anticorpi, davanti alla pervasività che si prospetta totalizzante dell’intelligenza artificiale e al monopolio culturale che questa ambisce ad esercitare, sapranno ancora reagire, escogitare strategie di difesa. Anche in questa direzione i dubbi sono più che giustificati.

Insomma. Se agiranno in regime di “proprietà privata”, le aziende che fanno ricerca nel settore dell’AI, che già si guardano bene dal divulgare i risultati di queste ricerche ma si affrettano piuttosto a tradurli in utili, a trasformarli in un “prodotto” (che come tale ha come destinazione naturale un mercato e come scopo un profitto), metteranno in vendita qualcosa che non appartiene loro, che è un capitale comune maturato dall’umanità. Non solo: lo faranno esercitando una discrezionalità totale, promuovendo o oscurando i dati in loro esclusivo possesso a seconda degli interessi in gioco. E infine, comunque la si metta, anziché agevolare il recupero o il potenziamento di quella intelligenza naturale che tanto sembra oggi difettare, c’è il rischio concreto che ne sanciscano la definitiva atrofizzazione.

A conti fatti, non sembriamo messi troppo bene.

Postilla. L’Enciclopedia Treccani di cui sopra mi è stata regalata da una conoscente una decina d’anni orsono, forse proprio per fare posto al digitale. Consta dei trentasei volumi dell’edizione originaria, pubblicati tra il 1929 e il 1937, più altri quattordici di Appendici aggiornate sino al 1992 e uno di apertura sul nuovo millennio. È insomma come quelle che di recente, a partire dall’era Covid, avete visto alle spalle di molti dei partecipanti da remoto ai talk televisivi. La mia è ospitata nel Capanno dei Viandanti (che peraltro non ne fanno granché uso), perché in casa occuperebbe almeno la metà di una parete, mentre già attualmente non rimane spazio nemmeno per una rivista. Non apparirà mai in tivù non perché è esiliata al Capanno, ma perché io non frequento i talk.

Ci torno su invece perché offre a mio giudizio un esempio particolarmente ambiguo di trasmissione di “cultura” intesa come “prodotto finito”, summa dei dati e dei saperi. Questo “prodotto culturale” viene infatti riproposto in tempi diversi nella stessa confezione, anche se gli ingredienti e le ricette sono spesso completamente differenti. Non è questa la sede, ma sarebbe interessante analizzare le correzioni, le variazioni o le cancellazioni conosciute nell’arco di mezzo secolo da alcune “voci” particolarmente significative (ad esempio, dalla voce: razza).

Ora, certamente la cultura è un continuo processo conoscitivo, ed è quindi normale che i dati si aggiornino e i punti di vista mutino: ma è inquietante constatare come l’involucro abbia conservato, e trasmesso al contenuto, sempre la stessa autorevolezza (e sua la presenza come convitato di carta nei salotti televisivi mira proprio a questo). È inquietante perché di un’identica proprietà sembra godere oggi ogni confezione digitale, e senza nemmeno che vengano a incrinarla gli Aggiornamenti.

Per il momento mi limito a sottolineare come sulla Treccani queste voci fossero comunque affidate a specialisti, che si presumeva avessero una preparazione specifica, e che firmavano i lemmi (per cui era possibile con poco sforzo determinare le loro coordinate), mentre le odierne enciclopedie digitali, prima tra tutte Wikipedia (della quale peraltro mi avvalgo), hanno alle spalle collaborazioni volontarie e anonime: ciò significa che quando va bene queste collaborazioni soffrono di dilettantismo, di scarsa accuratezza nella verifica delle fonti, di datazioni o attribuzioni errate, ecc… mentre quando va male nascono da un preciso intento di interpretazione e strumentalizzazione ideologica (intere aree storiografiche, ad esempio quella relativa al fascismo, sono state prontamente colonizzate da una storiografia di destra decisamente d’accatto: ma questo vale anche purtroppo per la sinistra). Ebbene, sul web tutte queste voci hanno pari dignità, e stanti i criteri quantitativi coi quali l’algoritmo ne decreta la rilevanza (in sostanza, il numero di accessi), e quindi l’ordine di comparsa sullo schermo, è evidente che tale “rilevanza” non potrà che crescere nel tempo.

Questo ci riporta direttamente all’intelligenza artificiale e alle prospettive che apre. L’interrogativo che ricorre con maggiore frequenza nelle discussioni sull’argomento riguarda la possibilità o meno dell’AI di riprodurre esattamente, e di potenziare, tutti i meccanismi e le funzioni intellettive del cervello umano: quindi non solo di eguagliare, ma di superare le capacità della nostra mente. La risposta che io mi davo sino a ieri era che esiste anche una intelligenza del corpo, che passa per i nostri sensi prima ancora che per la mente, e che non può essere clonata da una macchina. Oggi non ne sono più tanto sicuro, e comunque non importa, perché credo invece che sia malposta la domanda. Penso infatti che quello in corso non sia un processo di adeguamento dell’intelligenza artificiale a quella umana ma, al contrario, di adeguamento dell’intelligenza umana a quella artificiale. Tutti i nostri comportamenti, in effetti, e non solo quelli mentali ma anche quelli fisici, sono già sin da ora, quando di AI si parla ancora come di un progetto allo stato nascente, fortemente condizionati da protesi, da strumentazioni, da modalità di comunicazione e di spostamento che riconfigurano lo spazio e il tempo, dilatano e sterilizzano i rapporti, dettano le priorità, rimodellano le aspettative. Io stesso, che siedo in questo momento davanti a un computer, sto scrivendo in una modalità che da un lato sembra offrirmi possibilità infinite di ripensamento, di correzione, di controllo lessicale, di approfondimento, di verifiche e di ricerche in tempo reale, senza alzarmi dalla sedia, ma dall’altro mi induce una pigra dipendenza, mi asseconda se mi conformo ai suoi protocolli di scrittura e silenziosamente indirizza e influenza ciò che scrivo.

Insomma, sono io ad abituarmi a pensare come la macchina, e non viceversa. (P. R.).

Vent’anni dopo

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 8, gennaio 1998

Vent’anni. Sembra trascorso un secolo, o addirittura un’era. Rileggo l’articoletto sul goldrakismo e ho l’impressione di fare un salto nella preistoria. Ciò che lì era ironicamente prospettato come futuribile è già il presente, anzi, è già alle nostre spalle. L’incubo si è tradotto in realtà così velocemente che non è stato nemmeno possibile aggiornare i cartoons, adeguarli all’evolvere della situazione. Il vecchio Goldrake continua a sfrecciare sui teleschermi, svenduto alle emittenti minori, ma ha assunto ormai la patina d’epoca dei films di Meliés o della fantascienza d’anteguerra. È maturo per la pensione e per l’antiquariato da fascia notturna di Ghezzi e compagni.

I figli dei nostri pargoletti non girano armati di maglio perforante e non ci ustionano con i laser-giocattolo: semplicemente, inchiodati alla plancia, ci disinseriscono col telecomando, ci smaterializzano staccando la spina o sincronizzandosi altrove. E noi ci aggiriamo raminghi tra i loro paradisi virtuali e il nostro limbo quotidiano, ridotti a ologrammi, muovendoci in scenari a metà strada tra la “normalità” angosciante de “L’invasione degli ultracorpi” e i gironi danteschi di “Blade Runner” o di “Nirvana”.

Tutto è dunque già accaduto; dietro il trascorrere in superficie di prime repubbliche e regimi totalitari, e il permanere di papi viaggiatori, di fedi e costanzi e di massacri integralisti, la vicenda autentica dell’uomo, quella di lungo periodo della sua corporeità e dell’interazione con ciò che lo circonda, è entrata in una nuova fase. Di questa transizione noi siamo stati (siamo) al contempo vittime e protagonisti, ma la repentinità del fenomeno ci ha frastornati, ci ha impedito di averne piena consapevolezza. Attrezzati a gestire il permanente, a misurare il cammino a passi corti e lenti, abbiamo perduto l’equilibrio quando il nastro trasportatore è impazzito e ci ha proiettati violentemente in avanti. Eppure i sintomi di quanto stava avvenendo c’erano. Non ci siamo svegliati scarafaggi all’improvviso, un mattino. La nostra metamorfosi arriva di lontano, ha una storia lunga.

La storia è quella dell’ambiguo rapporto che da sempre gli uomini hanno intrattenuto con l’universo dei propri manufatti, con gli infiniti prodotti, materiali o immateriali, delle più svariate tecnologie, e di come tale rapporto sia degenerato in sudditanza nel corso dell’età moderna e contemporanea. Di come cioè negli ultimi tre secoli gli oggetti frutto di artificio si siano progressivamente emancipati dal controllo umano, costituendosi in seconda natura, sovrapponendosi alla natura originaria e soppiantandola, al punto che oggi per gran parte dell’umanità questa seconda natura è l’unica percepibile. E di come quella che nel mondo occidentale è da tempo una condizione comune si appresti a diventarlo in tutto il globo. Tradotto in polpettine tutto questo significa che da quando mi sono alzato stamani, anzi, da prima ancora di svegliarmi, ho avuto a che fare solo con case, auto, sanitari, elettrodomestici, asfalto, computer, telefono, ecc… Che ho intravisto – fuggevolmente – prati e boschi soltanto perché abito fuori città: ma che alla maggioranza dei miei simili non è data neppure questa opportunità. Significa che ho ascoltato musica e rumori e voci riprodotte dalla radio, che ho parlato con i colleghi non della pioggia che cadeva ma delle previsioni meteo, che ho discusso con gli studenti non di fatti ma delle interpretazioni che ne hanno dato giornali e televisione, e che affido queste mie considerazioni non ad un uditorio paziente ed amico, ma alla tastiera di un computer. Significa in sostanza che per quanto uno si sforzi di difendersi, di evadere in campagna o in Patagonia, e di sottrarsi al rimbambimento multimediale, non può sfuggire alla pervasività di un sistema che è tutt’uno con il suo ambiente di coltura, che è partito scavandosi una nicchia e ha finito per spianare la montagna. Cose trite e ritrite: ma proprio il fatto che appaiano scontate dimostra quanto sia considerato naturale un modo di vivere che di “naturale” non ha più nulla.

Questa, si dirà, è una storia nota: ma nota, a quanto pare, non vuol dire conseguentemente acquisita, in tutte le sue implicazioni economiche, sociali e culturali, quanto piuttosto tumulata negli scaffali delle biblioteche o banalizzata dalle profezie di celestini vari, e terapeuti new age ed ecologisti patinati. Se davvero fossimo coscienti del senso e della reale portata di questa trasformazione ci renderemmo anche conto che i passi compiuti negli ultimi decenni muovono in una direzione ulteriore, quella che dall’interazione con gli oggetti porta all’ibridazione, e che magari varrebbe la pena pensarci su un attimo. Invece, malgrado gli sviluppi più recenti del rapporto uomo-macchina lascino pochi dubbi su dove si andrà a parare, l’inquietudine per le prospettive che si aprono continua a stimolare solo l’immaginario fantascientifico, mentre dove la riflessione pretende ad una dignità filosofica o scientifica sembra trionfare la più beata incoscienza (quando non la malafede). Ma forse è naturale che ciò accada. Nei confronti di un sistema fondato sul divenire incessante e progressivo l’unica forma di riflessione possibile è proprio l’anticipazione visionaria, quali che ne siano le matrici e gli intenti (sia cioè che nasca dai timori per le scelte presenti e ne prospetti esiti catastrofici o angosciosi, sia che tragga spunto invece da una fede incondizionata nella scienza e ne enfatizzi le risposte “vincenti”), È sempre stato così, in fondo, dalla rivoluzione scientifica in poi. Mentre Kant trovava nella razionalità i presupposti per la pace universale e Robespierre quelli per il trionfo dell’uguaglianza, Goethe sentiva l’odore di zolfo e di negromanzia esalato dalla tecnica moderna, e Frankenstein incarnava l’avvenire dell’Idea molto meglio della filosofia di Hegel. Conviene dunque rivolgerci un’altra volta, come vent’anni fa, alla fantascienza, letteraria o cinematografica, d’autore o di dozzina, per ritrovare le tracce del percorso che ha condotto all’attuale “incoscienza” o, peggio, all’accettazione consapevole del post-umano.

 

Se era ancora possibile ironizzare (ma mica poi tanto) sul catechismo biomeccanico predicato da Goldrake e compagni, e ascrivere Hal 9000, il calcolatore paranoico di “Odissea nello spazio”, al filone ormai classico dell’apprendista stregone (mentre in un altro genere ancora rientrano le macchine “animate”, come il “Katerpillar” di Sturgeon o il camion di “Duel”), con lo straordinario “Alien” di Ridley Scott (1979) i termini del problema sono stati spostati decisamente in avanti. L’alieno in questione è un organismo al penultimo stadio del divenire macchina, e quindi perfetto, invincibile e mostruosamente spietato, che si avvale anche della naturale alleanza in funzione anti-uomo di un androide, una macchina a sua volta all’ultimo stadio di evoluzione verso l’organico. Alien, a differenza di Hal 9000, non può essere sconfitto da alcuna superiorità logica o arma tecno-logica o alleanza con il “divino”: sarà battuto solo dal caso, da un comportamento illogico della sua antagonista e, soprattutto, dalla ferrea legge hollywoodiana dell’happy end. Meno sofisticato e metaforico, ma altrettanto indistruttibile e devastante è il cyborg di “Terminator” (1984): ancora un androide (quindi passaggio macchina-uomo) visto in negativo, che ribadisce però la superiorità adattiva, e quindi i rischi di incontrollabilità, del biomeccanico. In “Blade Runner”, però, (1982, ancora di Ridley Scott, da un romanzo di Philip K. Dick) fa già capolino un atteggiamento più possibilista; ai mutanti, androidi umanizzati sino alla composizione cellulare, è concessa in fondo la cittadinanza nel genere umano: Quando poi si tratti di cyborg inversi, cioè di uomini protesizzati, trasformati almeno parzialmente in macchine, i dubbi in genere svaniscono. Dall’uomo bionico al Robocop, cui di organico è rimasto solo il cervello, è tutto un festival di paladini del bene e della giustizia, non più importati da Krypton ma fabbricati in casa, prototipi per una futura commercializzazione in serie.

Posso aver saltato qualche passaggio, ma credo che la morale di fondo sia comunque chiara: se la macchina si umanizza, qualche problema lo può anche dare (e non si vede come non essere d’accordo), mentre se è l’uomo a farsi macchina non gliene può venire che un gran bene. Che è poi la stessa morale rozzamente espressa a suo tempo dai cartoons giapponesi, e più rozzamente ancora da Romiti, e che negli ultimi anni è stata abbracciata con entusiasmo dalla ex-sinistra tradizionale di tutto l’occidente, in fregola di patti sociali e di standard di competitività. Ma le vie del post-umano, se non infinite, sono senz’altro molteplici: e quella più diretta, più recentemente aperta e già più frequentata passa per la “fantascienza dell’interno”, per il cyberpunk (il cui esponente di spicco è William Gibson). Il più aggiornato immaginario fantascientifico si libera della mediazione – in fondo esorcizzante – di alieni e astronavi interplanetarie, e riconduce l’azione sul vecchio pianeta, trasferendola in un futuro prossimo decisamente verosimile, caratterizzato da dinamiche del tutto o molto simili a quelle che noi tutti quotidianamente viviamo. Ma i suoi personaggi si muovono tra i ghetti di metropoli degradate e ingovernabili e una nuova dimensione definita cyberspazio, lo spazio digitale nel quale navigano le informazioni. All’interno di questa realtà virtuale si gioca il confronto tra i controllori della rete e della merce informatica e i ciberpunk, corsari del cyberspazio che utilizzano le loro conoscenze massmediologiche avanzate per sgusciare tra le maglie del sistema o per aggrovigliarle. Per la prima volta la letteratura del futuribile è cronaca romanzata del presente o addirittura del passato prossimo, epica della gesta degli hakers (i pirati del computer) e delle navigazioni ed esplorazioni informatiche. Ed interpreta l’aspettativa di una mutazione antropologica e mentale che in realtà è già operante e pervasiva, e che proprio per questo comincia ad essere fatta propria anche dalla riflessione sociale e politica.

Anche prescindendo dalle farneticanti scorribande tecno-mistiche di scuola statunitense, che non vanno comunque liquidate come espedienti da spettacolo, il cyber-pensiero ha una storia singolare. Affonda paradossalmente le sue radici nella critica di Baudrillard, di Touraine e di altri post-sessantottini alla modernità e al “sistema degli oggetti”, passa per la deriva situazionista dell’appropriazione-smascheramento della tecnica e per le “macchine desideranti” di Deleuze e Guattari, e approda da ultimo alla compiuta teorizzazione del “postumano” come ineludibile e positiva risposta all’avvento della dimensione artificiale. (cfr. Maurizio Terrosi, ne “La filosofia del post-umano”, 1997). Le implicazioni politiche sono immediate. Se in un primo momento l’appropriazione delle abilità informatiche veniva giustificata ai fini di un’azione di disturbo, delle piratesche incursioni in rete degli hakers che consentivano di destrutturare il sistema planetario di informazione-comunicazione e di disvelarne le caratteristiche autoritarie e antidemocratiche, oggi “vi è una speranza, assai diffusa in alcuni settori della nostra società, che le teletecnologie interattive e multimediali possano contribuire ad un drastico spiazzamento del nostro presente modo di intendere e di praticare la democrazia, Si confida che queste tecnologie siano in grado, in sé e per sé, di aprire la strada a una versione diretta, ossia partecipativa, di democrazia”. (Tòmas Maldonado)

 

Siamo quindi alla lettura democratica dell’allacciamento in rete di cervelli e volontà, della dilatazione artificiale delle capacità mentali e interattive; lettura che nasce nella “sinistra” dall’ansia di essere più realista del re, dal timore di trovarsi nelle retrovie in un’epoca nella quale sembra scemare l’importanza del dominio sui corpi (che era strategico per la civiltà industriale) e divenire determinante quello sulle menti. Ciò spiega la relativa indifferenza (o anche la benevola curiosità) con la quale viene vissuta l’invasione tecnologica dei corpi. Il corpo umano, che serviva per produrre merci, diviene meno importante, meno sacro, dal momento che il processo produttivo si basa oggi principalmente sulla trasmissione, sulla accumulazione e sulla gestione di dati, e non sulla produzione materiale. Il piccolo particolare che nei cinque sesti del mondo si stia intensificando il dominio e lo sfruttamento dei corpi per produrre merci materiali a costi irrisori viene considerato ininfluente (e fastidioso e anacronistico riesce chi cerca di rammentarlo).

Anche le implicazioni socioculturali del cyber-pensiero sono eclatanti. I nuovi media vengono considerati per loro natura e struttura “egualitari”, a differenza di quelli più antichi (vedi: libro), che avevano una connotazione classista ed esclusiva. La loro “manipolazione” è aperta a tutti, e il problema concerne non gli strumenti in sé, ma chi li usa e a quale scopo. È il vecchio ritornello della tecnologia “neutrale”, né buona né cattiva, pura possibilità imparzialmente offerta a tutti, che si credeva dimenticato e che viene invece riproposto in un nuovo arrangiamento.

 

Questo è dunque lo stato odierno della “ragione informatica”, e anche da una sintesi confusa e incompleta come quella proposta si può intuire quale sinistra (appunto) piega le cose possano prendere. Vale forse la pena fermarsi un attimo, prendere respiro e cercare di orientarsi tra i fumi turibolari del nuovo credo tecnologico. L’unica cosa su cui non si può non convenire è che è in atto, e in stato già avanzato, una vera e propria mutazione psicofisica dell’uomo, frutto dell’innesto stravolgente del meccanico, o più estesamente, dell’artificiale, sul biologico: è il passaggio dall’umano al post-umano, appunto. Di tale trasformazione noi percepiamo distintamente solo taluni risvolti, di per sé positivi, ma carichi di ambiguità (organi artificiali, protesi, ecc…, intesi per il momento a correggere carenze, malformazioni o mutilazioni, ma passibili domani di ben altro utilizzo); mentre rifiutiamo di cogliere il senso e le implicazioni profonde del fenomeno, e tendiamo a leggerlo come la naturale prosecuzione di un percorso avviatosi migliaia, o forse milioni di anni fa, quando l’uomo ha iniziato a produrre strumenti e manufatti, e a subirne la fascinazione. Ciò che ai più sfugge è che la terza rivoluzione industriale, quella dell’automazione, dell’informatica e della telematica, non si è limitata ad accelerare questo processo, ma ha creato l’humus per l’instaurazione di un rapporto “organico” con gli oggetti, per il salto dal rapporto di utilizzo a quello di simbiosi e, in prospettiva, a quello di sudditanza. Ha creato, cioè, non solo le condizioni ma anche e soprattutto la necessità di un rapido adeguamento dell’essere umano alla trasformazione ambientale.

Ora, il meccanismo delle risposte adattive, quello che i biologi chiamano evoluzione, funziona da quando esiste la vita, e interessa tutte le specie. C’è solo un particolare. Nel caso dell’uomo ha funzionato sin troppo. La specie umana è saltata dal lento carro dell’evoluzione sull’accelerato della civilizzazione, ed ha poi spinto a tavoletta sino a trasformare quest’ultimo in un TGV. Prima si è adattata a tutti gli ambienti, poi ha cominciato ad adattare gli ambienti a sé. E nel fare ciò, nel modificare l’ambiente – inteso nel senso lato dell’insieme di operatività, comunicazione, interrelazione, ecc … – l’uomo è andato talmente oltre da dover ora rimodellare, ri-adattare a quest’ultimo la propria morfologia, intervenendo artificialmente per l’impossibilità di conciliare i tempi lunghissimi del processo evolutivo con quelli frenetici del sistema produttivo (e magari anche per scongiurare esiti imprevisti e non graditi).

Ciò che rende necessaria (e possibile) oggi questa operazione, la chiave che ha aperto le porte del corpo all’invasione tecnologica, è probabilmente da rintracciarsi nell’introduzione di modalità diverse dell’esperienza e dell’uso del tempo. Ogni tecnologia, anche la più semplice o la più primitiva, ha senza dubbio determinato uno sfasamento progressivo tra i ritmi biologici e quelli “culturali”: ma lo stacco decisivo, quello che ha spalancato la forbice, si è verificato allorché alla colonizzazione dello spazio (conquista e trasformazione dell’ambiente) si è sovrapposta quella della dimensione temporale (imprigionamento del tempo in congegni meccanici). L’orologio meccanico ha sostituito la percezione ciclica e naturalmente scandita delle durate (cicli diurni, lunari, stagionali, ecc …) con la loro segmentazione in una sequenza rettilinea, uniforme e ininterrotta Ha trasformato un’esperienza interiore elastica ed individuale, solo occasionalmente intersecata da scadenze collettive (rituali, festività, ecc …) e comunque condivisa, anche in queste occasioni, da gruppi ristretti, in un rigido parametro esterno, misura universale e freddamente oggettiva dell’interagire tra gli umani e del loro rapportarsi produttivo allo spazio e alle cose (cioè degli spostamenti e delle lavorazioni). Ha desacralizzato il tempo, svuotandolo di ogni autonomo significato connesso alla soggettività (quale, ad esempio, il radicamento che consegue all’abitare un luogo per una vita o per generazioni, oppure la traduzione del passato in memoria) per riempirlo di un “valore” assoluto (il tempo-denaro). Lo ha sminuzzato in particelle sempre più infinitesimali per poterne gestire ogni singolo frammento e comprimerne ogni interstizio.

Agli effetti pratici questa coscienza “meccanica” del tempo ha reso possibile l’eliminazione di ogni lasso temporale non produttivo – dai tempi “sacri” del calendario a quelli “morti” nelle lavorazioni – o la riconduzione degli stessi nell’alveo del sistema totalizzante produzione-consumo. Ma ha anche modificato le modalità di percezione e di occupazione dello spazio, nonché la tipologia delle prestazioni richieste all’organismo umano. La corsa al contenimento dei tempi di produzione ha indotto il passaggio alla meccanizzazione e al taylorismo, e successivamente all’automazione. Ne è conseguita una crescita esponenziale del prodotto, che ha portato la progressiva dilatazione dei mercati – sino all’odierna globalità – e la necessità per l’uomo di velocizzare gli spostamenti suoi (anzi, di passare dal viaggio allo spostamento) e delle merci, e di rapportarsi concretamente a distanze sempre più ampie. Ciò ha interessato naturalmente la circolazione di qualsiasi tipo di prodotto, materiale ma anche, e oggi principalmente, culturale.

Le tecnologie della mobilità e quelle della comunicazione hanno dunque ristretto il mondo, comprimendo le prime i tempi di percorrenza dell’intero globo in un arco solare, le seconde riducendoli a zero, consentendo una presenza virtuale in tempo reale. E questi risultati sono gravidi di conseguenze. Per quanto contenuti possano essere infatti i tempi del nostro spostamento, non è possibile occupare fisicamente spazi diversi nello stesso momento: mentre è possibile farlo virtualmente, interagire con essi o controllarli attraverso le protesi comunicative e informazionali. È quanto già quotidianamente accade, ma è soprattutto la nostra condizione futura di “cittadini terminali, handicappati motori superequipaggiati di protesi interattive, di ricettori e sensori” (Paul Virilio) attraverso i quali possono essere controllati contemporaneamente gli spazi esterni della produzione e quelli domestici del consumo. Tale condizione, anche senza necessariamente sfociare nella patologia della perdita di motricità e di coscienza tattile, crea comunque esigenze operative alle quali il vecchio modello naturale non è più in grado di fare fronte: e se in occasione di altre svolte epocali (dalla domesticazione del fuoco e degli animali alla stanzialità, dalla nascita della metallurgia alla rivoluzione agricola, fino alle prime rivoluzioni industriali) l’organismo umano ha potuto trarre da sé le risorse per la risposta, selezionando e potenziando di volta in volta caratteristiche adattive preesistenti, oggi le nuove modalità e le urgenze dell’adeguamento sono tali da indurre una sua capitolazione.

È a questo punto che si pone il discrimine: la linea di confine si fa sempre più sottile e diviene possibile il balzo nel post-umano. Se oggi possiamo scegliere di potenziare o meno le nostre abilità, allacciando i nostri cervelli alle reti telematiche, le nostre voci a quelle telefoniche, i nostri corpi a quelle stradali, o aeree o ferroviarie, il prossimo passo sarà quello dell’allacciamento coatto, della vera e propria in-corporazione dell’apparato tecnologico che medierà i nostri rapporti con gli altri post-umani e con la natura seconda.

Il problema, come si è visto, non concerne nemmeno più la possibilità che ciò avvenga, per certi aspetti è già avvenuto. La prima fase del trasferimento dell’umanità alla dimensione artificiale, quella del condizionamento mediatico, è ormai alle nostre spalle; essa costituisce già il patrimonio culturale di un paio di generazioni, per le quali l’universo delle conoscenze e delle competenze è divenuto meramente virtuale, e la consuetudine con i supporti tecnologici, favorita dai prodigi della miniaturizzazione e quindi dalla portatilità (telefonini, walkmen, computer portatili, ecc…) si è tradotta in dipendenza. Ma anche la seconda fase, quella di attuazione delle biotecnologie e della biomeccanica, è bene avviata: le pionieristiche banche di organi e la fecondazione in vitro sono già rese obsolete dalle potenzialità della clonazione, l’ingegneria genetica consente di selezionare o creare ex-novo caratteri adattivi, la biomeccanica di tradurre in impulsi elettrici gli stimoli nervosi, interfacciando le protesi con i terminali corticali.

Si apre così la strada al terzo stadio, quello che prevede la combinazione delle tecnologie invasive (interventi diretti sul corpo, sostituzione e rigenerazione di organi, potenziatori sensoriali, ecc…) con quelle estensive (che comprendono qualsivoglia protesi, da quelle motorie – dal martello alla macchina utensile computerizzata – a quelle di sussidio alla locomozione e al trasporto, da quelle sensorio-percettive – dagli occhiali al telefono, ai riproduttori di immagini e suoni – fino a quelle intellettive – da ogni forma di linguaggio al computer), e in parallelo, come naturale conseguenza, la totale de-naturalizzazione delle esperienze sensoriali e psichiche, canalizzate verso la natura seconda artificiale o verso la dimensione virtuale non più soltanto dalla persuasione mediatica (esterna) ma da un interfacciamento diretto. Per intanto siamo già al tamagochi, criceto o pesce rosso virtuale, ai caschi per la full immersion nello spazio virtuale, al sesso virtuale, ecc…: non ci vuole molta fantasia per immaginare ulteriori virtualizzazioni). La miniaturizzazione, la concentrazione di energia di lunga durata in microcapsule, la realizzazione o l’utilizzo di materiali sempre più omogenei alle strutture organiche consentirà di inserire direttamente nell’organismo umano protesi di ogni tipo, collegamenti intra-circolatori, recettori e terminali di sensorialità e di sensibilità (e perché no, di sessualità). Per poter rispondere alla moltiplicazione degli stimoli e alla dilatazione degli impegni, ovvero per poter svolgere contemporaneamente attività diverse, i corpi dovranno essere ri-adeguati, attrezzati con artefatti di minimo ingombro e il più possibile celati, per l’appunto in-corporati. È facile ipotizzare, ad esempio, che per ovviare alle restrizioni legislative sull’uso dei telefoni cellulari si arriverà a brevissimo termine all’inserimento di micro-ricevitori permanenti nei padiglioni auricolari, compiendo un ulteriore passo verso la telepatia artificiale. Ed è altrettanto immediato far correre la memoria a certi film fantascientifici anni cinquanta, o al “Mio fratello superuomo” di Bozzetto, che mostravano gli umani collegati attraverso microricettori ad una emittente centrale di controllo.

Non ha più molto senso, dunque, dubitare ancora dell’effettiva comparsa di una mutazione del corpo umano, o meglio del suo declassamento a struttura da controllare e modificare: Si impone invece una riflessione seria sul nostro atteggiamento in proposito. Quello che a me (e spero anche ad altri) parrebbe automatico – anzi, no, naturale –, il rifiuto di ogni invasione protesica non surrogativa o integrativa, ma amplificativa, non limitata cioè a ripristinare la funzionalità corporea ma mirante ad ottimizzare il rapporto di intervento sul o di conoscenza dell’ambiente, non riscuote in generale molte simpatie, e meno che mai, come si è visto, a sinistra. Se il pensiero tradizionale, laico o religioso, è frenato più che dal rispetto del corpo (nei confronti del quale, anzi, la cultura cristiana ha nutrito da sempre un certo disprezzo) dalla connaturata diffidenza per ogni novità o cambiamento (almeno per quelli non riconducibili in qualche modo a ad archetipi), quella progressista non conosce questi timori, né altre reverenze, e preferisce liquidare il rifiuto o la perplessità come patetici atteggiamenti tecnofobi o resistenziali., ai quali va opposta invece un’attitudine aperta e disincantata. Ora, per quanto aperto uno sia non può non rendersi conto che la strategia della liberalizzazione totale dei media e delle reti, quella per intenderci che dovrebbe esaltare i contenuti emancipatori e democratici delle tecnologie informatiche e che viene al momento identificata ad esempio con Internet, è perseguita soprattutto dai grandi monopoli multinazionali, nei quali è difficile sospettare una qualche sollecitudine per il futuro della democrazia. O ancora, che il disincanto nei confronti dell’invasione corporea e mentale non può spingersi sino ad ignorare come le maggiori pressioni in tal senso vengano dall’area del potere economico e politico, che evidentemente ha già messo nel conto le tattiche di gestione del mutamento. Non si tratta qui di riesumare i fantasmi di un complotto capitalistico mondiale, di una diabolica macchinazione ordita da centri di potere occulti; oltre che ridicolo sarebbe anche troppo bello, perché offrirebbe la possibilità di identificare un nemico concreto contro il quale battersi. Si tratta invece di far valere un minimo di buon senso, quello sufficiente a capire che ciò di cui si parla è un fenomeno sfuggito già da tempo al controllo di qualsiasi potentato e ormai autonormativo, un modo di produzione che è diventato sistema globale, nel senso non soltanto che interessa tutto il globo, ma che tende ad inglobare, ad incorporare ogni attività performativa o conoscitiva del reale, e quindi gli organi che la sviluppano, e a rendere il tutto funzionale alla propria perpetuazione. Altro che tecnologia neutrale, da padroneggiare e amare e sottrarre alle voglie dei cattivi. La metafora di Alien qui torna a pennello: il mostro è invincibile, e si alimenta di tutto, anche e principalmente delle nostre abilità e specializzazioni. Ma un buco, un portellone aperto dal quale possa irrompere il caso e risucchiare la minaccia nel vuoto in genere rimane: difendiamolo da noi stessi, dalla nostra presunzione e dalla paura degli spifferi.

 

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Grazie per la risposta. ✨

Il pericolo viene dallo spazio

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 8, gennaio 1998

Questo articolo è stato pubblicato vent’anni fa su una piccola rivista (CONTRO) animata dallo stesso spirito di SOTTOTIRO e, stanti i tempi, da qualche illusione politica in più. Ci è parso opportuno riproporlo perché si prestava ottimamente ad introdurre il discorso sulla “filosofia del post-umano”, anzi, ne costituiva già la prima parte. Chi lo ha scritto voleva cogliere – e bene o male, alla luce degli sviluppi successivi, pensa di essere riuscito nell’intento – le sottili e tutt’altro che banali implicazioni di un fenomeno che all’epoca veniva ignorato o liquidato con sufficienza dalla cultura di sinistra. Il ragguaglio che lo segue non fa che verificare la traduzione di tali implicazioni in realtà corrente. Il tono dei due articoli è molto diverso, e qualcuno troverà il secondo un po’ greve: ma due decenni lasciano tracce pesanti, sul carattere, oltre che sul mondo.

I compagni che hanno figli in età compresa tra i tre e i tredici anni capiranno subito di cosa sto parlando. Durante le ultime feste natalizie sarà capitato anche a loro di trovarsi di fronte il pargolo armato del suo nuovo Goldrake “più veloce della luce”; di aver sorriso e annuito distrattamente alla domanda: “Pa’, vuoi vedere come funziona?”; e di essersi così beccati in un occhio il doppio maglio perforante, o di aver avuto il setto nasale spostato da un colpo di alabarda rotante. Dove poi i nonni non hanno badato a spese per comprarsi l’affetto dei nipotini si è giunti probabilmente anche ad ustioni di vario grado, dovute all’impiego di mini-laser.

Bene, questi compagni devono armarsi di tanto coraggio, perché non siamo che agli inizi. Per il prossimo Natale sono previsti robot più sofisticati, astronavi anti-lampadario, dotate di mitragliera paralizzante, e contraeree al laser con gittata fino a cinquecento metri, per guerreggiare da un palazzo all’altro, o contro i passanti, alla faccia delle nuove leggi antiterrorismo. E si prevedono anche i primi morti, che se non altro avranno l’onore di essere le prime vittime accertate degli Ufo.

Però intanto qualche “scomparsa” la si può già registrare. Una è di minor conto, perché riguarda il buon senso degli adulti, babbi natale o befani, che già era latitante da un pezzo e sul quale non ci si facevano più soverchie illusioni. Più preoccupante appare invece un’altra miserevole constatazione, quella che concerne l’annichilimento della capacità reattiva e della fantasia infantili. Perché se è vero che sono stati gli adulti a comprare i Goldrake e i Mazinga, è anche vero che, a differenza di quanto accadeva in passato, per altri giochi altrettanto sofisticati e scemi, stavolta non hanno dovuto faticare per imporre la loro scelta. Al contrario, sapevano di andare a colpo sicuro, potevano far conto su indici di gradimento elevatissimi e proporzionali al livello di sofisticazione dell’aggeggio.

Ciò significa che qualcosa è cambiato in questi ultimi tempi: che quelle difese inconsce che spingevano i bambini a preferire l’orsetto di pezza alla bambola che canta, cammina e fa la pipì sono state disattivate: che l’immancabile trionfo della semplicità, almeno nell’ambito del gioco infantile (sul quale amava esercitarsi la retorica del “più poveri, più felici”, ma che in definitiva era un dato vero, e soprattutto confortante) appartiene già ad un’altra epoca. Probabilmente c’era da aspettarselo, anche se qualcuno sperava che anni e anni di caroselli avessero prodotta una sorta di immunità, come quella delle zanzare nei confronti del DDT. È avvenuto invece il contrario: le soglie di resistenza sono state poco alla volta sgretolate, e al momento opportuno si è dato il via ad una operazione più articolata e complessa, nei mezzi come nei fini. Questa operazione è cominciata proprio con Goldrake. Circa un anno fa. Un tentativo d’assaggio coronato da immediato successo, che ha spalancato le porte al cartoon fantascientifico giapponese ed ha innescato un vero e proprio bombardamento a tappeto del cervello infantile. Le antenne pubbliche e private fanno ormai a gara per diffondere il nuovo messaggio fantatecnologico, e i risultati non tardano a farsi vedere.

Ma il problema non è certo quello dello sfruttamento pubblicitario. Sarebbe troppo semplice. No, la verità è che questa operazione va molto più in là, sottintende significati nuovi di cui sarà bene prendere coscienza. Il lancio del robot-giocattolo costituisce in fondo solo una fase secondaria e integrativa, si potrebbe dire “di verifica”, dell’attacco più subdolo e micidiale che in questi ultimi anni sia stato sferrato contro la sensibilità pre-adolescenziale. È un attacco tutt’altro che occulto, un’azione in grande stile che si sviluppa a vari livelli, in perfetta combinazione tattica.

In primo luogo c’è lo sforzo, rozzo ma efficace, di calamitare l’attenzione del bambino coinvolgendone appieno oltre la sensibilità visiva anche quella uditiva, attraverso un ininterrotto susseguirsi di esplosioni, urla, fischi laceranti, tonfi, schianti e via di seguito: un’accozzaglia esasperante di rumori che fornisce già di per sé un’iniziazione efficace ad un futuro di fabbrica, di traffico automobilistico e di discoteca, immunizzando il ragazzino contro i traumi di impatto o di rigetto. Mi si obietterà che anche il vecchio cartoon stile Warner Bros liquidava il dialogo a favore dei rumori. Ma là si trattava di rumori orchestrati, di un vero e proprio contrappunto musicale. Il bip bip creava attesa, annunciava l’esplosione, e poi la irrideva e la vanificava: il felpato passo di danza di Silvestro saliva in un crescendo ritmico, sino allo scontro col ringhio del bulldog: il monotono e accattivante tema della Pantera Rosa scandiva e riassorbiva gli schianti e i crolli più rovinosi. Ogni rumore risultava funzionale e indispensabile alla vicenda, in quanto si iscriveva in una sorta di sovrasistema di segni acustici che traevano significato proprio dal loro ripetersi e dal legame con un personaggio o una situazione particolare. Erano quindi suoni carichi di senso (sia pure di un senso autonomo e non trasferibile nel quotidiano tridimensionale) assunti in un contesto a suo modo logico e tali da consentire alla mente una ricezione critica.

Goldrake propone invece il rumore puro, mutuato dalla realtà, amplificato e concentrato oltre ogni limite tollerabile e oltre ogni soglia critica: il rumore che non comunica, ma stordisce, non attiva la suspence ma disarma ogni capacità di razionalizzare la percezione: non ammicca e non allude, ma si impone brutalmente.

L’attacco non si esaurisce comunque nell’uso annichilente del rumore. Esso si sviluppa invece paracadutando sulle macerie della recettività infantile una serie di messaggi elementari e perentori, efficaci proprio perché inoculati in dosi massicce e continuative. Per cogliere nella sua importanza e pericolosità tutto il peso di questa operazione è forse opportuno tornare al confronto col cartone animato classico (intendo Tom e Jerry, Silvestro ecc…; la produzione disneyana vorrebbe invece un discorso più complesso). La storia di animazione vecchio stile si fonda sul presupposto di una dimensione a sé stante, di un trasferimento nel surreale suggerito e sottolineato dalla tecnica stessa del disegno. Personaggi e situazioni funzionano solo all’insegna di questo trasferimento e di una adesione incondizionata, proprio perché lucida e cosciente. Se accettiamo di seguire le vicende di Silvestro non dobbiamo poi porci il problema di come sopravviva all’esplosione del candelotto che teneva in mano, o riprenda forma dopo essere passato a sfoglia da un rullo compressore. Ora, in questa dimensione, proprio perché consciamente circoscritta come irreale, i veri eroi finiscono per essere i “malvagi”, gli sfortunatissimi persecutori che immancabilmente diventano vittime, ai quali se non altro vanno riconosciute una eccezionale perseveranza e una sincera dedizione alla causa. I confini tra bene e male sono pertanto dissolti dalla ottimistica ricomposizione nel gioco. Non solo. Figure come quella di Willie Coyote, sorta di apprendista stregone affetto ad un maniacale amore per le tecniche più raffinate e complicate e da una cieca fiducia nella razionalità, che puntualmente vengono disattesi e finiscono per ritorcersi contro di lui, costituiscono in fondo delle simpatiche notazioni autoironiche sui pericoli del tecnicismo. In ogni storia il risultato è scontato: il diabolico marchingegno messo in moto funziona in ritardo, o addirittura al contrario, ed è questo a far scattare il meccanismo umoristico: assieme al fatto che senza essere sfiorato da alcun dubbio, senza perdersi d’animo, solo ogni volta un po’ più malconcio, il nostro “eroe-suo-malgrado” torna all’attacco. Ciò che più importa, comunque, è che a determinare la sconfitta è sempre il caso, l’imponderabile, il non-senso, e non una superiore capacità razionale e tecnica dell’avversario.

Di tutto questo nel nuovo cartoon fantascientifico non rimane niente. Esso non ci proietta in un universo sganciato dalle categorie spazio-temporali, ma in una realtà futura, suggerita come possibile e probabile. Presuppone soltanto un trasferimento temporale, e perde così una delle caratteristiche precipue del gioco, optando invece per una relativa “serietà”. Il disegno stesso è di stampo banalmente realistico, e rivela che in questo caso l’uso del cartoon è solo un espediente per una produzione a costi bassi e a ritmi intensi.

Trattandosi di una possibile “realtà” non è consentito giocare con la positività o la negatività dei ruoli. Il confine tra bene e male è tracciato con precisione manichea. Da un lato gli invasori extragalattici, forti di un impressionante apparato bellico e votati alla distruzione del pianeta: dall’altro i terrestri, che non sono divisi in blocchi contrapposti ma mostrano di sapersi tenere al passo con armi sofisticatissime. Altro che accordi Salt!

L’arma decisiva è comunque costituita proprio da lui, dal nuovo robot-eroe, un misto formato gigante di samurai e di marine (in omaggio alla produzione e alla distribuzione). È il robot come necessità e speranza futura dell’uomo. Per esigenze spettacolari appare qui impegnato soltanto contro gli invasori spaziali, ma tutto lascia supporre che potrebbe risultare egualmente attivo ed essenziale e indispensabile contro le calamità naturali, il dissesto ecologico, la crisi energetica, il decremento delle nascite, ecc… e si badi bene a non liquidarlo come un surrogato o un epigono di Superman. È tutt’altra cosa, nasce da presupposti ben diversi. Il robot è il frutto della fiducia che l’uomo, reso edotto dalle enciclopedie mediche a dispense sui limiti naturali del suo fisico, va acquistando nei confronti del proprio potenziale mentale (o meglio, di quello collettivo). Superman apparteneva alla fantasia, al sogno: in fondo si trattava di un residuato mitologico, la trasposizione nel ventesimo secolo dell’antica “invidia” per gli Dei. Goldrake invece è il futuro, la realtà, il possibile. Anzi, l’ineluttabile. Come tale lo si è adattato, modellato, reso accettabile, conferendogli sembiante umano. Non ha nulla del robot-standard degli anni eroici, testa a cubo, corpo tozzo, movimenti a scatti … No, Goldrake è l’uomo-robot, quanto di più antropomorfico si possa immaginare nel campo della robotizzazione. Ha persino i suoi bravi problemi esistenziali e sentimentali (sotto il petto d’acciaio batte un transistor angosciato), e c’è pure la ragazzina che non lo molla un momento, in attesa forse che i sociobiologi elaborino una opportuna combinatoria genetica.

Proviamo ora ad immaginare che messaggi assimilerà, al di là delle vicende puramente contingenti e comunque sempre uguali, la mente-spugna del ragazzino in stato di trance. Non è difficile. In primo luogo la convinzione che il robot è positivo, una cosa buona per l’umanità. Se gli dicessero che a Torino, alla Fiat, fanno casino contro la robotizzazione, penserebbe ad una infiltrazione di emissari di Vega, e caldeggerebbe un pronto intervento di Agnelli armato di laser. Poi, la constatazione che tra uomo e robot non c’è in fondo quella gran differenza: che l’uno può trasformarsi nell’altro e viceversa, e che il processo è comunque sempre reversibile. È una disposizione mentale che avrà il suo peso, per chi andrà a lavorare tra 10 o 15 anni, e si troverà le braccia attrezzate a sparare non magli perforanti, ma bulloni. Infine, neanche tanto mimetizzato, l’ammonimento che il pericolo incombe sempre, e che un buon strumentario difensivo (magari Nato, e magari anche a livello atomico) non guasta. Non a caso l’unico a voler trattare, in questo cartoon, è un vecchio citrullo, deforme anche fisicamente, che finisce sempre nei guai e che solo una superiore e “democratica” pietà filiale impedisce di rinchiudere definitivamente in una casa di cura.

Questa la sostanza. E non mi si dica che esagero la forza di suggestione e l’influenza del goldrakismo. Basta vedere con che velocità Piccoli e i suoi soci, che non si perdono un episodio della serie, hanno fatto installare anche da noi un po’ di missili nucleari. Non si sa mai che idee abbiano su Vega, e i nostri Cozinga danno poche garanzie: non sono ancora allo stadio del corpo d’acciaio: per ora hanno solo la faccia di bronzo.

 

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