Il mondo salvato dalle scimmie

di Paolo Repetto, 9 febbraio 2020

L’abbiamo cercato tutto il pomeriggio, Leo ed io, prima in casa e poi al capanno. Non c’è stato verso. Sono saltati fuori cinque o sei Verne “minori” (Il testamento di uno stravagante, La Jancada, Il paese delle pellicce, …) e persino quel José il Peruviano che davo da tempo per scomparso, ma non il mio Saturnino Farandola. Non ho idea di dove possa essere finito. È incredibile: ho conservato quel libro per sessant’anni come una reliquia, non ho consentito nemmeno a mio fratello di leggerlo, sapendo come l’avrebbe trattato, e mio figlio assicura di non averlo mai visto. Mi aggrappo ancora al dubbio che sia imboscato da qualche parte, ma dopo la perquisizione a tappeto di oggi non so proprio più dove guardare. Quel che più mi spiace, oltre naturalmente alla perdita secca, è che essendomi tornato in mente proprio in questi giorni ne avevo parlato a Leonardo fino a metterlo nella voglia, certo che fosse in mezzo a quanto ho salvato delle mie prime letture. Adesso dovrò partire in caccia nei mercatini, ma ho poche speranze. Non me ne è mai capitata sott’occhio una copia (l’avrei subito presa!). In rete ho trovato solo un’edizione molto recente, venduta a prezzi che neanche Sotheby’s: ma voglio che mio nipote lo legga nella riduzione nella quale l’ho conosciuto, quella delle edizioni Carroccio-Aldebaran, dalla copertina rossa, che ha pressappoco la mia età ed è senz’altro più adatta alla sua.

Chi è dunque Saturnino Farandola, e perché mi scaldo tanto per lui? È il protagonista del libro più famoso (un tempo) di Albert Robida, il cui titolo originale recitava: “Le straordinarissime avventure di Saturnino Farandola nelle cinque o sei parti del mondo (e in tutti i paesi visitati e anche in quelli non visitati dal signor Giulio Verne)”. Proprio così. Robida era un ecclettico spiritaccio francese, discreto scrittore e giornalista, illustratore e caricaturista incredibilmente prolifico, anarchico sui generis. Sembra abbia prodotto almeno sessantamila disegni, che hanno illustrato tutti i maggiori capolavori letterari, dal Gargantua ad Alice nel paese delle meraviglie, e ha scritto anche diversi altri libri, sugli argomenti più peregrini, sui quali tornerò.

Saturnino è un personaggio a metà strada tra il barone di Munchausen e Indiana Jones (in effetti, sta a metà strada tra i due anche cronologicamente: è uscito nel 1879) che ha fornito spunti al Kipling de I libri della Jungla e a Edgar RiceBurrougs per Tarzan, forse addirittura anche a Collodi per Pinocchio. Le sue avventure sono davvero troppe, e troppo straordinarie, per poterle anche lontanamente riassumere: nell’edizione integrale occupano seicento pagine, sia pure infarcite di oltre quattrocento immagini.

Per quel che ricordo, la parte migliore del romanzo è la prima, nella quale si narra dell’infanzia di Saturnino, allevato dalle scimmie di un’isola polinesiana, e delle sue avventure sulla “Bella Leocadia”, una nave che lo ha raccolto vagante alla deriva su una piroga e della quale ben presto diventa il comandante. Nel corso dei viaggi successivi incontra i più famosi personaggi dei libri di Verne, dal capitano Nemo a Phileas Fogg, sposa una palombara, che sarà poi ingoiata da una balena e risputata viva giusto in tempo per spirargli tra le braccia, combatte contro i pirati dell’Isola Misteriosa guidati dal crudele Bora Bora, conquista l’Australia con un esercito di scimmie e si autonomina imperatore, si muove tra Apaches e banditi negli Stati Uniti, diventa capo della repubblica nicaraguense del Nord (in guerra con quella del sud, guidata appunto da Phileas Fogg), sfugge ai Patagoni, cerca l’Elefante Bianco nel Siam, si sposta in Africa dove rischia di finire bollito ma poi sconfigge i cannibali, libera due principesse e fugge su un ippopotamo a vela, arriva in Egitto dove viene sepolto vivo tra le mummie, e quindi fa a zig zag tra India, Tibet, Cina, Giappone, Polo Nord e Russia. Senza trascurare lo spazio, perché riesce a fare una capatina su Saturno e a combattere anche lì contro gli indigeni locali. Forse ho confuso un po’ l’ordine delle avventure, ma la sostanza è quella.

Insomma, Saturnino non si fa mancare proprio nulla, la sua è una autentica ottocentesca Odissea, ed è chiaro che da una simile sarabanda non ci si può attendere una scrittura particolarmente raffinata. Non è questa la principale preoccupazione dell’autore, che usa pochissimo i dialoghi (al contrario, ad esempio, di Salgari) e lascia la parte del leone a un narratore esterno, quasi un cronista. Si diverte invece come un matto a inventare le situazioni e le vicende più assurde e strampalate e a lasciarle correre a briglia sciolta: ed essendo dotato di un incredibile senso dell’ironia riesce a far divertire anche chi legge. Io stesso, che a dieci anni ero già un inguaribile rompiscatole, insofferente di tutto ciò che puzzasse di scarsa verosimiglianza, di fronte a Robida dopo un iniziale sconcerto mi sono arreso incondizionatamente e mi son fatto trascinare nel suo mondo fantastico.

In realtà avevo conosciuto il personaggio ancor prima di incontrarlo nel romanzo. Mi erano passate per le mani alcune riduzioni a fumetti dei primi anni quaranta (ora so che erano sceneggiate da Pedrocchi e disegnate da De Vita), che tuttavia non avevano suscitato un interesse particolare. Questo era nato solo dopo l’impatto diretto con l’originale. Non avevo però condiviso l’entusiasmo con i miei compagni di battaglie al bosco della Cavalla, un po’ perché non volevo dare in prestito il libro, ma soprattutto perché ritenevo Robida troppo avanti per essere adeguatamente compreso (e quanto gli è accaduto dopo mi ha confermato che vedevo giusto).

Non erano della stessa idea evidentemente due autori che lavoravano per la Disney, Guido Martina (quello di Pecos Bill) e Pier Lorenzo De Vita (lo stesso che aveva disegnato anche il fumetto “serio” d’anteguerra); nello stesso periodo in cui leggevo il romanzo usciva su Topolino “Le straordinarie avventure di Paperino Girandola”, una rivisitazione in chiave paperopolese che si rifà comunque abbastanza fedelmente alle peripezie del nostro eroe.

Era seguita poi un’eclisse di vent’anni. Il Saturnino Farandola non era più stato riedito, non compariva nelle collane dei classici per ragazzi, e io stesso nei primi anni di insegnamento lo infilavo raramente tra le indicazioni di lettura, sapendo che era quasi impossibile da ritracciare. Mi rendevo anche conto che le sue avventure per certi versi erano molto datate, facevano il paio con quelle di Gordon sul pianeta Mongo o con quelle che comparivano su “l’Avventuroso”: avevano funzionato bene nella fantasia giovanile della prima metà del secolo, che aveva solo bisogno di spunti da sviluppare in proprio nei giochi, ma erano poi state in qualche modo superate dalla realtà. Lo stesso valeva per la qualità della scrittura, molto più simile a quella dei centoni omerici o dei poemi epici che non a quella cinematografica e televisiva. Saturnino sembrava destinato a sopravvivere solo nel mio personalissimo Pantheon.

Per questo, quando venni a sapere, nel 1977, che Rai due avrebbe mandato in onda uno sceneggiato in più puntate tratto dalle avventure di Saturnino Farandola, entrai in agitazione. Avevo i miei motivi. Tutte le trascrizioni televisive dei libri che ho amato sono risultate deludenti, salvo forse “L’isola del tesoro” (ma allora avevo dieci anni, seguivo la tivù nel circolo parrocchiale e mi accontentavo davvero di poco). L’anno precedente era stato trasmesso il Sandokan con Kabir Bedi, e ne era venuto fuori un polpettone inverosimile, da far piangere i salgariani doc, e tre anni prima era andato in onda “L’avventura del grande Nord”, costruito saccheggiando London, che aveva il merito di una adeguata ambientazione, ma era poi insopportabilmente lento, come tutti gli sceneggiati italiani. Ora, davanti a Saturnino, davvero non riuscivo a immaginare come potessero cavarsela: temevo una riduzione cucita sul Quartetto Cetra (che a suo modo poteva anche starci, ma non per tredici puntate) o un teatrino tipo “Giovanna, la nonna del Corsaro Nero” (che tuttavia, almeno per i più piccoli, era riuscito divertente).

Magari fosse andata così!

Pur essendo ormai prossimo ai trent’anni, e padre, e allergico alla televisione, mi ero preparato per l’evento alla maniera fantozziana: coprifuoco in casa e mio figlio a fianco, anche se un po’ scalpitante. Fu una cosa tremenda. Dopo cinque minuti Emiliano mi guardava con occhi smarriti. Il Saturnino Farandola di Raidue andò oltre le più pessimistiche previsioni: fosse stato un titolo di borsa avrebbe affossato Wall Street. Era l’epoca in cui andavano di moda il teatro d’avanguardia, gli indiani metropolitani, la psicanalisi, la decostruzione dei testi, un sacco di scemenze insomma, e gli autori erano riusciti a infilarcele tutte. Una boiata mai vista, devastante, e a pagarla fu la tivù dei ragazzi, che difatti di lì a poco chiuse i battenti. Penso sia davvero cominciato tutto lì: da un simile abisso di idiozie non poteva che venir fuori la generazione dei paninari, seguita a ruota da quella dei consulenti finanziari, giù giù a scendere fino a Salvini. I grandi mutamenti storici nascono sempre dalle inezie: o meglio, sono le apparenti inezie a fornirne i primi veri sintomi. Dopo aver seguito una sola puntata (naturalmente: ma mandarono in onda, implacabili, tutte le altre dodici, divise in due serie) non era più possibile conservare una qualche fiducia nel futuro dell’umanità.

Allora. Tanto per cominciare, il protagonista, Mariano Regillo, più che allevato dalle scimmie sembrava cresciuto da una banda di cretini: girava vestito da dandy o da fachiro e dava l’impressione di metterci molto del suo per toccare il fondo del brutto (devo dire, con eccezionali risultati). Ho provato a dimenticarne il nome, ad applicare la damnatio memoriae, ma non c’è santo: è rimasto l’emblema della stupidità televisiva. E tutto attorno a lui, dalle vicende all’ambientazione, dalla sceneggiatura alla recitazione dell’intero cast, fino alla sigla musicale, sembrava mirare a quello scopo. Comunque, se tra chi legge queste righe ci fosse un amante del kitch più squallido, deve scordarsi di gustare oggi quelle puntate, perché sembra siano misteriosamente scomparse dalle teche Rai. Forse qualcuno ancora capace di vergogna ha voluto cancellare quell’obbrobrio. Il problema è, però, che quell’obbrobrio ha cancellato anche Saturnino. È sparito dalla circolazione. A ripensarci bene, mi spiego adesso perché non ho poi mai raccontato o fatto leggere a mio figlio le sue avventure: temevo fosse rimasto scioccato da quello spettacolo indegno, e che ogni menzione di Saturnino potesse provocargli crisi di rigetto.

A questo punto, quarant’anni dopo, spero abbia superato il trauma, e allora dedico idealmente a lui queste pagine: sapendo che ormai non leggerà più Saturnino Farandola, ma che potrà farmi da sponda per farlo leggere a mio nipote, quando riuscirò a metterglielo tra le mani. Nella riduzione del Carroccio.

Ma torniamo invece all’originale. Ripensato oggi (dopo averlo velocemente scorso nella versione francese che si trova in rete – ma non è scaricabile), se proprio si vuol trovare un filo che non sia quello della pura fantasia sfrenata, credo che il romanzo giochi su tre filoni principali: il rapporto amore-odio con Verne, la carica utopistica, che almeno nella prima parte è rappresentata dai piani di riforma del mondo coltivati da Saturnino, l’attenzione alle tecnologie, quelle militari in primo luogo, e ai loro futuri possibili sviluppi. In mezzo ci stanno poi le riflessioni più bislacche, lunghe tirate contro la poligamia dei mormoni o contro l’Inghilterra, il razzismo delle scimmie nei confronti del primate privo di coda, il ruolo delle donne, nella società e anche nell’avventura, ecc … Cose che magari spezzano il ritmo – e ogni tanto davvero se ne sente il bisogno – ma fanno balenare qua e là idee controcorrente, intuizioni geniali, senza mai indurre il sospetto che siano state cacciate lì solo per tirarla in lungo, alla maniera degli inserti naturalistici salgariani (d’altro canto, essendo apparso il romanzo prima nella sua forma completa, con un enorme successo, ed essendo stato solo successivamente ripubblicato a fascicoli, non avrebbe avuto senso).

Il rapporto con Verne, dicevo, è un po’ particolare. Il riferimento di partenza è senz’altro quello, e non poteva essere diversamente, perché all’epoca Verne era l’autore francese di maggior successo presso il grande pubblico e perché ha dato dignità “letteraria” a quel mondo fantascientifico nel quale anche Robida amava evadere. Ma se Verne rimane sempre e comunque sullo sfondo, il modello narrativo sembra piuttosto ripreso da L’Asino d’oro di Apuleio o dai romanzi picareschi spagnoli del Seicento (nonché, per certi versi, anche dal Candide di Voltaire. Un Candido alla rovescia, naturalmente, che gli eventi non li subisce ma li fa accadere). È l’unico modello che consenta di esprimere una fantasia allo stato brado, quasi onirica, non controllata e organizzata e finalizzata. Cosciente di non poter battere Verne sul suo terreno, Robida sceglie di puntare sulla carta dell’esagerazione parossistica, dell’avventura incalzante e fine a se stessa, senza preoccuparsi di sfu mare i caratteri o di rendere minimamente credibili e conseguenti le situazioni e le vicende. Non fa la parodia di Verne, anche se lo cita continuamente e qualche volta lo chiama direttamente in causa (già nel titolo!): crea piuttosto un personaggio ariostesco trapiantato nell’età del positivismo e del colonialismo. E a differenza di Verne non vuole insegnare nulla: nel romanzo non c’è alcun messaggio ideologico o insegnamento scientifico, nessuna traccia di moralismo trapela dalle sue storie. Lo stesso Saturnino parte rivoluzionario e finisce uomo d’affari, la sua nave affonda sotto il peso dell’oro che è riuscito ad ammassare, il tutto senza ripensamenti o rimorsi. È divertimento allo stato puro.

Quanto all’utopismo, quindi, occorre intenderci. Il mondo ideale che Saturnino prefigura è un impero, di cui lui stesso naturalmente sarà a capo, che partendo dall’Australia e previa cacciata degli inglesi dall’India e sistemazione della questione mediorientale (che evidentemente non esiste da oggi) arrivi ad inglobare anche la vecchia Europa, avendo come capitale Parigi. L’impero dovrà consentire la nascita di una nuova civiltà, dalla quale saranno eliminati, nell’arco di dieci anni, eserciti e monarchie e confini nazionali, e nella quale verranno garantite finalmente libertà e giustizia per tutti. Un programma a dir poco piuttosto vago, e comunque abbastanza comune, almeno un tempo, nelle menti fervide degli adolescenti, ma che presenta una particolarità interessante: ad attuarlo saranno congiuntamente bipedi e quadrumani, gli uomini e le scimmie, nei confronti delle quali Saturnino sembra nutrire maggior fiducia che nei suoi simili. Altro che società multirazziale o multietnica: qui si parla di convivenza paritaria tra diverse specie, e addirittura di unioni matrimoniali interspecifiche. Saturnino al riguardo non è contrario, ma solo molto cauto. La teoria darwiniana, attorno alla quale all’epoca infuriava la polemica, deve aver colpito molto Robida, che l’ha fatta propria e l’ha applicata alla sua maniera spiccia: se siamo parenti prossimi delle scimmie, non si vede perché non coinvolgerle direttamente nel progetto di una futura risistemazione del mondo.

C’è un poi altro aspetto, che non ricordavo perché probabilmente all’epoca mi era parso di scarsissimo rilievo. Ad un certo punto Saturnino decide di sopprimere tutti i giornali australiani, che stanno attaccando le sue riforme e alimentano una campagna di paure e di calunnie, forti del fatto che le scimmie non sanno leggere e scrivere e quindi non possono difendersi con le stesse armi. Messa così, sembra l’attacco ad una delle libertà fondamentali della nostra civiltà. Ma dal punto di vista non antropocentrico che Robida adotta le cose appaiono un po’ diverse. Quella libertà, malamente usata, diventa a sua volta uno strumento di condizionamento e di oppressione. La stampa è nelle mani di gruppi di potere che soffiano sul razzismo per mantenere le proprie posizioni di privilegio, ma che poi non si fanno scrupoli ad approfittare della situazione per inventare sempre nuove opportunità di guadagno (nascono agenzie specializzate nei matrimoni interspecifici, parte la produzione di capi d’abbigliamento pensati per le diverse taglie delle scimmie, ecc …). Lo sguardo di Robida è scanzonato, ma non è affatto miope: vede benissimo ad esempio come funziona l’informazione, quali veleni possa produrre sia quando è eccessivamente controllata che quando sfugge al controllo. Sembra addirittura essersi allungato sino ai tempi nostri, al dominio delle fake news, al travisamento e alla manipolazione di fatti, situa zioni, vicende, storie. È tutt’altro che ingenuamente ottimista. Anzi, è abbastanza smagato da fermare la rivoluzione di Saturnino prima che il sogno utopico possa trasformarsi in un incubo, prima che l’avventuriero libertario possa diventare un tiranno. Questo si chiama saper guardare avanti.

Paradossalmente, a cavallo tra il XIX e il XX secolo in questo esercizio si sono rivelati molto più perspicaci i letterati, e nella fattispecie quei romanzieri ritenuti fino a ieri (ma anche oggi) di serie B, che non i filosofi, gli storici o i pensatori politici. Dal Samuel Butler di Erewhon al London de Il tallone di ferro, sono loro ad aver saputo meglio scorgere la china lungo la quale l’umanità, proprio nel momento in cui si celebravano i suoi trionfi nelle esposizioni universali, si stava incamminando. E i cui effetti sono poi stati descritti con altrettanto agghiacciante lucidità, mezzo secolo dopo, ancora da romanzieri, da Huxley, da Orwell, da Zamjatin.

Dunque, se una morale si può trarre dalle avventure/disavventure di Saturnino, è che una società giusta gli uomini non la vogliono, tant’è vero che per attuarla occorrerebbe imporla attraverso i loro parenti più prossimi, e allora non sarebbe più giusta e non avrebbe senso. Qui risiede a mio modo di vedere l’anarchismo di Robida. Saturnino è il prototipo dell’uomo libero che non vuole vivere la sua libertà nella fuga dal mondo e nell’isolamento, ma tuffandosi nel mondo, pur senza mai rimanerci invischiato. Quindi raddrizza come e quando può i torti, si schiera dalla parte dei deboli, è disposto come Garibaldi o come Cipriani a combattere per ogni causa persa, ma nel contempo è consapevole di come non sia sufficiente emancipare gli schiavi se questi poi (o meglio ancora, prima) non si autoemancipano dentro. Non pretende riconoscenza, ma chiede che ad un certo punto ciascuno si assuma la responsabilità di pensare e decidere in proprio. E non c’è causa più persa di questa. La sua è dunque la versione avventurosa del solitaire, solidaire di Camus (e, fatte le debite proporzioni, anche mio), che tutto sommato non è poi così adolescenziale come potrebbe apparire.

Ma Saturnino è anche quello che, dopo averle provate proprio tutte, si rende conto che l’unico luogo in cui potrà finire davvero libero i suoi giorni è Pomotù, l’isola delle scimmie nella quale è stato allevato. Mi sembra una bellissima metafora, perfettamente adeguata a ciò che sto facendo io in questo momento: dopo aver provato il mondo, non certo come Saturnino, ma insomma, quel tanto che basta, mi rifugio nell’isola del passato, nei territori fantastici della mia fanciullezza. La verità è che solo lì, in mezzo ai libri che mi hanno allevato, mi sono sentito un tempo davvero libero.

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