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Quando un corto non è un corto

Amici che non ci lasciano

di Paolo Repetto, 20 giugno 2020

Gian Massimo Torra era una di quelle persone (non molte, purtroppo) che danno sempre piacere ad incontrarle. Anche perché lo incrociavi di norma in occasioni propizie all’esercizio dello humor sarcastico, disciplina nella quale era un maestro, e ogni volta diventava quindi un aneddoto. Sbucava al tuo fianco nella calca dello street food, e piazzava a freddo l’ultima sua disastrosa esperienza col gulash, ma senza la minima pretesa di propinare filosofie alimentari, anzi, col sincero rimpianto di doversi accontentare, per il momento, di un panino con la porchetta. Finivi per prenderne uno anche tu. Oppure sentivi arrivare da poco avanti, nella fila dei pellegrini culturali delle passeggiate notturne di San Salvatore, un suggerimento per possibili usi alternativi delle ore serali, e ti dicevi: eccolo, e ti affrettavi a raggiungerlo per godere un commento in diretta dell’esperienza (era presente anche la sera della terrificante Pearl Harbour zanzaresca). O ancora, spuntava dal nulla all’inaugurazione di una mostra nella quale ti eri imbucato, e ti salutava dicendo: “Suppongo che siamo qui per lo stesso motivo”.
Massimo era un fotografo “professionista”, nel senso più pieno del termine: non era mai del tutto soddisfatto della riuscita dei suoi lavori, cercava la perfezione, le luci, le ombre, le esposizioni, le angolature: l’attenzione minore andava al risvolto economico. Credo che il suo capolavoro possa essere considerato il “documentario” “Woodstok a San Salvatore”,
realizzato con la figlia Giulia, nel più perfetto stile del racconto alla Mark Twain (lo trovate su Google). Ma aveva anche un sacco di altri interessi, e amava la vita nei suoi aspetti più grotteschi. Se ti raccontava una vicenda o la storia di qualcuno eri sicuro che ne avresti avuto la versione meno politicamente corretta, corredata di minuzie filologiche che diventavano immediatamente godibilissimo gossip. Era l’anima di un circolo culturale ufficialmente votato al recupero e alla conservazione della memoria storica di San Salvatore, ma che ho sempre immaginato dedito soprattutto a sedute conviviali, i cui numi tutelari sono Pietro Ravasenga, un maudit da far impallidire Rimbaud o Kerouac (e come sempre, perfettamente ignoto in patria), e l’eroe eponimo Tantasà, personaggio altrettanto singolare, che per chiudere in bellezza un’esistenza stravagante si è fatto seppellire seduto (e questo lo trovate al cimitero di San Salatore, con tanto di statua). Così era Massimo, e così rimane nella memoria di chi lo ha conosciuto. Ironia estrema della sorte, se ne è andato non per il Covid, ma per esserne stato impropriamente curato.
Se ora siete curiosi di conoscerlo anche voi, cominciate col leggere il pezzo che vi proponiamo (è del 2009). C’è già tutto.

Quando un corto non è un corto

di Massimo Torra, estate 2009

Nel mio modo semplificato di vedere la vita ho sempre pensato che un “corto” fosse un breve film che terminava prima che lo spettatore cominciasse a guardare l’orologio; ieri le mie convinzioni sono cambiate.

Alla ricerca di una delle tante sagre del fritto estive, apprendevo da una locandina dello svolgimento di un festival del corto a pochi chilometri dal paese in cui mi trovavo. Era il giorno della premiazione e, confidando in un buffet gratuito, mi sono recato sul luogo, coinvolgendo anche un amico.

Stavano ancora proiettando dei filmati. Mai assistito ad un corto in vita mia, ma ne avevo sentito parlare; ho letto anche su questo newsgroup che qualcuno vi si sta dedicando. Ottima occasione di vedere qualcosa in attesa d’imbucarmi ad un eventuale rinfresco.

Sta cominciando un corto. Mi accomodo sulla sedia velocemente, nel timore che questo finisca subito.

Scopro subito che avrei potuto anche sedermi con più flemma. Non succede nulla. Sembra che abbiano dimenticato la telecamera accesa e siano andati a prendere il caffè. Magari è una metafora di qualcosa. Aspetto. Succede qualcosa, ma mi prende moderatamente. “Psicologico” dice l’amico. “Molto psicologico” penso io.

Guardo l’orologio. Ostia, già cinque minuti. Ricordo quella volta che mi sedetti al cinema aspettando venti minuti che arrivasse il treno. Almeno qui non c’era quel dannato cigolio. Alla fine la tipa del film dice qualcosa e poi appaiono i titoli di coda in cui ringraziano pure il gatto della zia. Leggermente perplesso.

A richiesta, l’amico commenta con frasi non chiarissime. So che sta bluffando. Preferisco non insistere e cerco di alzare il morale pensando al saccheggio del buffet. In fin dei conti non siamo molti, potrei anche mangiare in maniera elegante senza il bisogno di mettermi qualcosa in tasca per sottrarlo alla furia degli invitati.

“Silenzio!”

Ostia, anche sui titoli di coda, non si può parlare?

Comincia l’altro video. Dalla musica capisco già che sarà “psicologico” pure questo. Neanche qui arriva il treno, ma i tempi sono gli stessi. Che caspita avranno inteso con corto? Leggera trovatina (molto leggera) e finisce anche questa. Sento quelli dietro che parlano di qualcosa di delicato e quotidiano. Scaccio dalla mente l’idea che stiano parlando di qualche deodorante intimo e all’accendersi delle luci cerco d’imitare le espressioni degli addetti ai lavori, mimando addirittura qualche gesto, in realtà non per descrivere dei movimenti di macchina ma per suggerire a chi ho coinvolto questa avventura dove potrebbero essere i cessi.

Arriva l’organizzatore: ringraziamenti al sindaco, al vicesindaco, al buon dio che ci ha fatti e a Garibaldi che ci ha uniti. Tanti giovani sorridenti e vestiti da artisti (riuscirò ad imbucarmi al buffet conciato come un verduriere in vacanza?). Lodi, premi, sorrisi, bella espressione di gioia della vincitrice.

Si spengono di nuovo le luci. “Cazzo, e il ricevimento?” “Lo fanno dopo” sentenzia l’amico. “Altrimenti tutti se ne andrebbero prima”. Forse ha ragione.

Ricomincia la maratona: dal meno premiato al filmissimo. Non si possono anteporre i languori di stomaco alla cultura: restiamo.

I filmati che stiamo vedendo sono stati prodotti durante la settimana. In effetti non è semplice. Per montare cinque minuti di filmino delle vacanze ho impiegato due ore e c’era solo da buttare via quello che non serviva. Pur nella mia ignoranza in materia capisco che qui le cose sono ben più serie. Però … son sempre tutti tristi ed incazzati. E hanno, come quelli di prima, la tendenza a mollare lì la telecamera e a tornare solo dopo un po’. Capto da qualche parte il vocabolo “introspezione”. Sì, il mio pensiero è che gliela facciano all’autore: a secco e con qualcosa d’ingombrante. Azzo, che noia.

Resisto perché voglio vedere a tutti i costi il più bello, in modo da poter raccontare qualcosa di positivo una volta tornato a casa.

Sullo schermo ora c’è un tipo un po’ con la barba e un po’ senza che parla con una creatura bianca dentro ad una vasca di pesci. Dicono che il momento è carico di pathos e spero che almeno non si tratti di un gas velenoso.

Quello successivo è ben ripreso, ma ha lo stesso brio degli sceneggiati di Anton Giulio Majano che tanto hanno segnato la mia infanzia. Quando sento la protagonista dire: “Abbi cura di te”, vengo colto da un impulso irrefrenabile di cercarla per farle un cazziatone. Era seduta davanti a me pochi minuti prima … Non la vedo più: vuoi vedere che hanno aperto il buffet? Troppo buio per scorgere qualcosa.

Ancora scosso dall’indignazione per quella frase arriva il filmino successivo. Devono aver usato una di quelle fotocamere che fanno anche il video e che hanno un sensorone della madonna. Mi diverto a vedere le sfocature come da bambino mi divertivo a guardare nel caleidoscopio. Torno alla mia infanzia e tra una cosa e l’altra mi sfugge un po’ il rollante vagare della camera che spia i frequentatori di un parco mentre il sonoro un po’ impreciso ci comunica i loro pensieri, tipo quello di Highlander alla fine del primo film. Mi sento moderatamente partecipe. Sarà il calo degli zuccheri.

Arriva il film premiato: devono aver formato l’associazione di quelli che mollano la camera e si occupano d’altro. Questa regista addirittura ne approfitta per comprare due o tre cose al supermercato. Quando torna, dopo qualche scena si ricorda di aver dimenticato il burro e molla lì tutto ancora per un po’. Mah. Alla fine quando si riaccendono le luci scopriamo che siamo rimasti in pochi in sala. Temo che gli altri se la siano svignata alla chetichella ed abbiano raggiunto il luogo del rinfresco. Quando usciamo, ci rendiamo conto che dovremo saziare i nostri stomaci in una vicina sagra del fritto, come da programma iniziale.

Di questa storia dei corti ho capito solo che per definizione devono essere delle menate tremende, altrimenti la gente non li distingue dai film e si aspetta di vedere qualcosa tipo “Guglielmino il dentone” che pur essendo corto non era un corto, ma solo una parte di un film ad episodi, come mi ha spiegato un signore ieri all’uscita.

Ore 22 – Esterno notte: Una signora dai capelli cotonati e visibilmente alticcia, mi chiede di accompagnarla in una mazurka.
Declino l’invito adducendo invalidità pregresse. 

Mamma, guarda a scuola quanto mi diverto

di Paolo Repetto, maggio 2012, articolo per “Il piccolo

Terzo incontro d’autore. Dopo Fausto Paravidino, regista e attore cinematografico e teatrale, e la cantante jazz americana Nancy Harms, gli studenti del Cellini hanno incontrato venerdì 11 maggio il musicista Beppe Gambetta. Tre artisti, e ciascuno nel suo campo tre grandi professionisti. Tre occasioni che i ragazzi hanno accolto con entusiasmo, anche perché non le hanno vissute da spettatori passivi, ma sono stati attivamente e piacevolmente coinvolti. Gli incontri sono frutto della stretta collaborazione che da qualche tempo si è instaurata tra l’Istituto e il Centro Comunale di Cultura (tra le altre cose il Centro ha già ospitato quest’anno tre mostre d’arte promosse dalla scuola che hanno suscitato un grande interesse, e altre ne ospiterà; il tutto, compresi gli incontri, a costo zero. A dimostrazione che le risorse, sia interne che esterne, con un po’ di buona volontà e lungimiranza possono essere sfruttate al meglio anche in tempi di magra).

Bene, diranno i genitori (e anche qualche docente). Siamo molto contenti che i ragazzi si siano divertiti: ma non è che a scuola dovrebbero seguire le lezioni? Certamente. Lo fanno, eccome, tutti i giorni, e i risultati si vedono, tanto nell’immediato, quando ad esempio i nostri allievi affrontano gli esami di maturità, o vanno ospiti per stages in altri paesi europei, quanto soprattutto dopo, nei percorsi lavorativi o di studio universitario che intraprendono.

E tuttavia, se la scuola fosse solo seguire le lezioni, signori miei, avrebbe già dovuto chiudere da un pezzo, strangolata dalla concorrenza. Mi spiego meglio. I contenuti che i ragazzi apprendono a scuola, le nozioni di italiano, storia, geografia, persino di matematica, li possono trovare, in una confezione senz’altro più accattivante, piena di effetti speciali, in una qualsivoglia mediateca. Ci sono corsi di filosofia o di fisica su supporto digitale talmente ben fatti da commuovere alla conoscenza le menti più riottose. Se il gioco fosse quello di distribuire panini già farciti e pappine predigerite la nostra mensa andrebbe giustamente deserta. Per fortuna, però, il gioco non è questo. A scuola si viene per interagire, per confrontarsi, e non si riceve il pesce, ma la canna da pesca, o meglio ancora le istruzioni per costruirsene una. E allora, incontrare ogni tanto qualcuno che ha imparato a pescare così bene da poter fare nella vita ciò che davvero gli piace è uno stimolo enorme a dotarsi di queste competenze e a fare sul serio.

Le scelte dell’IIS “Cellini” di favorire l’incontro degli allievi con artisti e professionisti di ogni settore, anche di quelli apparentemente meno legati agli indirizzi e ai curricoli disciplinari, non sono dunque motivate da intenti “pubblicitari”, per richiamare utenza con gli specchietti, o da una propensione allo scarso impegno e alla bella vita. Non diamo spazio a chiunque, meno che mai agli imbonitori creati dalla televisione. Dietro queste scelte ci sono una filosofia e una strategia educativa. La strategia è quella di mettere a confronto i ragazzi proprio con quelle persone di successo nel loro campo, diciamo con quei “personaggi”, che pur senza essere delle star da rotocalco ci arrivano comunque in genere attraverso la mediazione fredda e unidirezionale di uno schermo o di un palco: tu di qua, lui di là, se ti piace paghi e te lo godi, “consumi” la prestazione e finisce lì, pronti per un altro giro. Nell’aula magna, a tre metri di distanza, in un incontro che si svolge al di fuori di ogni schema, che è aperto a qualsiasi sviluppo, nel quale sei direttamente coinvolto e che decolla solo quando il coinvolgimento è totale, le cose cambiano. Lì ti rendi conto davvero che uno non è bravo per caso, o per grazia divina: che è “diventato” bravo, a prescindere da quelle che potevano essere le doti particolari di partenza, perché ha alle spalle una mole enorme di lavoro, altrimenti non reggerebbe un minuto di una esibizione estemporanea e senza rete: perché quindi fa bene le cose che fa, ci crede e le prende sul serio. Se c’è una cosa di cui i ragazzi hanno bisogno è questa: una lezione di serietà nei confronti di ciò che intendono fare ed essere. E questa lezione è tanto più efficace se, oltre che dai docenti o da esperti di discipline direttamente o in prospettiva connesse alla scuola, viene loro da mondi e ambiti che sono stati abituati ad identificare con valori di tutt’altro tipo. Perché in questo modo non si creano illusioni: dopo aver ascoltato e visto per trenta secondi Gambetta giocare con le corde della chitarra, tutti i chitarristi in erba convenuti nell’aula magna avevano capito che, se davvero vorranno fare quella strada, avranno bisogno di tanta umiltà e di tanta fatica.

C’è anche una filosofia di fondo, si diceva: è molto spicciola, nulla a che vedere col “pedagogese” fiorito in questi ultimi quarant’anni. Si può riassumere così: a scuola ci si può divertire, più che a casa, più che al bar, più che in discoteca. Proprio perché si fanno cose diverse, o si guardano le stesse cose con occhio diverso, e ci si comporta in modo diverso, con altre regole. Questo non perché la scuola sia qualcosa di “altro” dalla società e dalla vita, ma perché ti insegna a prendere sul serio l’una e l’altra, cosa che non sempre accade fuori, e a volte purtroppo nemmeno in famiglia. E ti insegna che il divertimento è reso possibile e garantito proprio dal rispetto delle regole, prima ancora e al di là dei risultati. Che i risultati ottenuti saltando o schivando le regole non ti danno alcuna soddisfazione, non ti lasciano nulla, mentre ogni cosa, ogni conoscenza conquistata con lo sforzo è una scoperta, una soddisfazione, una ricchezza che ti metti in tasca e che prima o poi potrai spendere. In tal senso, tutto ciò che può concorrere a rafforzare l’immagine di una scuola occasione di piacere, di curiosità, di finestra sulle possibilità infinite di impostare la propria esistenza, non necessariamente aperta solo sul panorama professionale, deve essere colto e valorizzato. I ragazzi ne faranno buon uso. Quelli che l’altro giorno hanno incontrato Gambetta si sono senz’altro divertiti, e hanno nel contempo compreso la cosa fondamentale: non si improvvisa niente, nessuno nasce talento, ma alcuni nascono con la voglia e la determinazione di sviluppare quella quota di talento che la sorte ha loro affidato, e si guadagnano il diritto di continuare a divertirsi per tutta la vita. Cosa che in realtà, se acquisiamo una coscienza chiara dei nostri limiti e delle nostre possibilità (nel che la scuola ha un ruolo fondamentale), possiamo fare tutti.

Spero si sia divertito anche Gambetta. Ora che ci penso, non gli abbiamo offerto nemmeno un caffè. Ma non mi è parso uno che badi a queste cose. Ciò che gli importava era dire ai ragazzi: figlioli, si può, anzi, si deve sognare, ma poi bisogna essere seri coi propri sogni. Che è, in estrema sintesi, tutto quel che la scuola dovrebbe insegnare.

 

Mu-u-usic pla-a-a-a-a-a-ay!

di Feronan – Petregi – Kerouac, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

Finalmente, dopo un’attesa spasmodica, i cancelli si aprono. Controllati come in un serraglio, filtriamo a due a due oltre le transenne. Ci accoglie una selva di bancarelle, la bottega della freakmanìa. Mi faccio strada a fatica fino all’area concerto, puntando verso il palco. Con quei tralicci giganteschi che lo sosvastano assomiglia ad un relitto postindustriale. Sono in tanti, già buttati sull’erba, molti hanno cominciato ad arrotolare. Mi buttò giù anch’io, non si sa mai. Si sta bene distesi sul prato, la serata è tiepida, il cielo stellato. Un posto adatto per sognare. Una nota infinita si libera dal palco, forse è il segnale di inizio. Miscelati blandamente si diffondono nell’aria suoni e voci mediterranei. Poi, all’improvviso, la musica deflagra, sparata in decibel impossibili, per arenarsi subito dopo in un ritmo ripetitivo, privo di energia. È una musica senz’anima, non è la mia musica.

Saltammo fuori nella notte calda, selvaggia, sentendo un indiavolato sax tenore che faceva ululare il suo strumento dall’altra parte della strada in questo modo: “ii-iah! ii-iah! ii-iah!” mentre delle mani battevano a tempo e la gente urlava: “dai, dai, dai!”.

Penso immediatamente al leggendario Howling’ Woolf, all’anagrafe Chester Burnet, classe 1910. Il suo itinerare dal delta del Mississipi a Chicago è in sé l’essenza storica della musica: una fuga lungo una strada costellata di note e di sensazioni. Per me ascoltare musica è questo: un meccanismo che una volta innescato porta sempre a nuove mete sonore ed è destinato all’incompiutezza. Una specie di trance che, in un turbinio di ritmi, melodie e dissonanze, scaturiti da chissà quale luogo della mente, ci possiede per ore o anche giorni fino a ricondurci alle radici musicali di un popolo.

Il sax tenore col cappello stava suonando sull’onda di un meraviglioso soddisfacente motivo improvvisato, una frase ripetuta che si alzava e ricadeva e andava da “ii-iah!” fino a un più indiavolato “ii-iah! ii-iah! ii-iah!” e imperversava al suono della cascata scrosciante della batteria incrinata, martellata da un grosso nero brutale dal collo taurino cui non importava un corno di niente fuorché di castigare i suoi logori tamburi. “Crak, ta – ta – ta – bum, crak”.

Ricordo quando assistei al primo concerto. Era il 1966, al palazzetto dello sport di Bologna c’erano i Rolling Stones. Per me fu come sopravvivere ad un tornado e trovare il mondo capovolto. Qualcuno lì mi parlò di un certo Sonny Boy Williamson e di quello che faceva con l’armonica a bocca. Non appena tornai a casa cercai qualche sua incisione. Fu così che fui preso dalla passione per il blues, specialmente per quello elettrico, più adatto all’orecchiabilità delle mie prime esperienze. Cominciai a conoscere le vicende umane dei bluesman e allora mi si aprì il significato dei loro testi. Attraverso le viscere della “musica del diavolo” colsi l’anima della musica nera.

Scrosciar di musica col sax tenore che era in istato di grazia e tutti lo sapevano. Dean si stava afferrando la testa fra la folla, ed era una folla di pazzi. Stavano tutti ad incitare il saxofonista, con urli e stralunar d’occhi, perché tenesse duro e continuasse, e lui si sollevava sulle ginocchia e si abbassava col suo strumento, lanciandolo alto in un chiaro grido sopra il furore. Una negra ossuta altissima dondolava le sue ossa contro la bocca del sassofono di lui, ed egli lo spingeva verso di lei: “ii-iah! ii-iah! ii-iah!”

I primi accostamenti al jazz risultarono scontati col l’ascolto del “Blues-jazz” di Jimmy Whiterspoon (voce) e Ben Webster (sax tenore). Andare a vedere che cosa c’era dentro lo scatolone del jazz, fino ad allora per me un oggetto incomprensibile, è stata la chiave di volta di un processo di ridefinizione esistenziale della mia vita. Nell’estetica del jazz, nei suoi stili, così mutevoli nel tempo, ho colto sfumature, pathos, ribellione, che hanno scatenato dentro di me ragioni d’essere mai prima sentite e per questo dure da conciliare con la realtà quotidiana. A questo punto non mi restava che scegliere tra una forma di liberazione misticheggiante e lo scontro. Scelsi lo scontro.

Il sax tenore saltò giù dal palco e stette in piedi tra la folla, suonando in tutte le direzioni; aveva il cappello sugli occhi; qualcuno glielo spinse all’indietro. Lui indietreggiò e batté un piede e soffiò una nota rauca, ululante, e tirò il fiato, e alzò lo strumento e lanciò una nota larga, larga e stridula nell’aria.

I suoni ordinati determinano un oggetto sonoro estetico compiuto, ma istintivamente i nostri sensi scompongono la musica formando altrettante sonorità interpretate e sentite soggettivamente in volo talmente rapido che nessun ingabbiamento risulta possibile. È il sogno struggente di una figura di donna, impalpabile, dai volti molteplici, che cambia al mutare del nostro stato d’animo creato di volta in volta dal sax di turno o da una voce che canta amore e solitudine.

Il sassofonista decise di superare se stesso e si accoccolò giù e tenne un acuto per un tempo lunghissimo mentre tutto il resto crollava all’intorno e le urla si accrescevano e io pensai che i poliziotti sarebbero arrivati a squadre dal più vicino commissariato. Dean era in trance. Gli occhi del sax tenore stavano puntati dritti nei suoi, là c’era un pazzo che non solo capiva ma s’interessava e voleva capire di più e molto di più di quanto non ci fosse, ed essi cominciarono a duellare per questo …

Oggi a seguito del decadimento creativo e innovativo del jazz e del rock, mi ritrovo con la smania di inventare ancora ragioni alle mie fughe sonore. Lontano dalle nostalgie bigotte di chi ritiene la musica delimitata da un perimetro preciso, compio incursioni all’interno della musica totale, sempre con lo stesso fine, liberare la mente e lo spirito dal sonno bianco di cui siamo schiavi. Perché è assurdo pensare che i suoni di fine millennio trovino spazio solo nel passato.

… tutto uscì dallo strumento, non più frasi, solo gridi, gridi: “booh” e giù fino a “biip!” e su in alto “iiiih!” e giù fino a note discordanti e ancora su, suoni di corno echeggianti di fianco. Tentò di tutto su, giù, di lato, sottosopra, orizzontalmente, a trenta gradi, quaranta gradi, e finalmente ricadde fra le braccia di qualcuno e si diede per vinto e tutti gli si accalcarono intorno e gridarono: “si! si! l’ha suonato come un dio!”

Ora che il concerto è finito e m’incammino al buio verso i parcheggi, rivedo il momento del mio arrivo: il popolo del rock era giunto con i suoi jeans tagliati, strappati ad arte, ondeggiante epico verso le biglietterie. Era venuto ed aveva consumato un evento. Ma tutto questo con la musica non ha niente a che fare.

“Sai, amico, quel sax alto l’aveva afferrato quella COSA: una volta che l’ha trovata, non se l’è lasciata scappare; non ne ho mai visto uno che sapesse tenere una nota come lui.” Io volli sapere che cosa volesse dire quella COSA. “Ah, bÈ …” Dean rise. “Adesso mi stai chiedendo l’im-pon-de-ra-bi-le … ehm! Qua c’è un tale e là stanno tutti gli altri, giusto? Tocca a lui esprimere quello che essi hanno in mente. Comincia il primo chorus, poi organizza le sue trovate … la gente dice … sì, sì, ma hai voglia, e poi egli affronta il suo destino e gli tocca suonare in modo da esserne degno. Tutto a un tratto a un certo punto nel bel mezzo del chorus conquista quella COSA. Tutti guardano su e capiscono; ascoltano; lui la prende su, quella cosa, e la porta avanti. Il tempo si ferma. Egli riempie lo spazio vuoto con la sostanza delle nostre vite, confessioni dello sforzo dal profondo del ventre suo, rimembranze di idee, rimpasti di vecchi motivi. Gli tocca attraversare il punto centrale del ritornello e tornare indietro e farlo con un sentimento talmente intenso di esplorazione d’anime per il motivo del momento che tutti capiscono che non è il motivo che conta, ma quella COSA …” A Dean non riuscì di continuare; sudava a parlarne.

 

Lo spazio di un mattino

Origini e fine repentina di un mito moderno

di Paolo Repetto, da Tam Tam n. 1, giugno 1987

In principio era il rock. Ma prima del principio c’erano tante altre cose, come il jazz, il blues, il country. Poi venne la bomba atomica, e al suo calore tutto si fuse, anche i generi musicali, e ne sortì un ibrido che al di là delle parentele costituiva qualcosa di fondamentalmente nuovo. Il rock, appunto.

La novità stava nel “senso” di questa rivoluzionaria espressione musicale. Chi aveva superato la pubertà ai tempi della bomba scoprì di essere incapace di concepire la vita senza un futuro. Chi non aveva ancora raggiunta la pubertà al tempo della bomba era incapace di concepire la vita con un futuro. Il rock nacque dalla coscienza di un inganno, dalla sensazione di essere allevati in batteria, nutriti di ipocrisie, costretti a ritmi e luci artificiali: nacque dal rifiuto di rinunciare quotidianamente all’uovo per inseguire un’inafferrabile gallina. Questo rifiuto fu espresso dalle giovani generazioni degli anni cinquanta con la nascita del teppismo giovanile, delle bande motorizzate americane, dei teddy-boys inglesi, con la scelta orizzontale della strada e degli spazi aperti e colorati da contrapporre a quella verticale dei grattacieli e dell’arrampicata nel grigiore dei grattacieli.

L’unico linguaggio appropriato a farsi interprete della nuova coscienza era quello musicale. Le altre forme espressive, da quelle plastico-figurative a quella letteraria, rimanevano bene o male legate all’ambito delle élites culturali, erano impossibilitate a prescindere da una tradizione “colta”, anche, e forse più, nei movimenti d’avanguardia. La musica poteva invece opporre ai generi colti un retroterra popolare ricchissimo e variegato, una tradizione di creatività, di esecuzione e di consumo “poveri” nella quale attingere ed alla quale fare riferimento, particolarmente radicata proprio in quegli strati sociali, in quelle etnie e in quelle forze generazionali che avvertivano una maggiore estraneità ed esclusione nei confronti del “sogno americano”. Fu così che quando Chuck Berry, Bill Maley, Jerry Lewis, Little Richard, Eddie Cochran e gli altri spinsero il piede sulla carica liberatoria ed anche esotica dei testi, accelerando e sincopando alla maniera jazzistica i tempi del blues, trovarono un uditorio immenso, affamato di modelli di identificazione diversi da quelli del perbenismo ufficiale, ansioso di sentirsi protagonista, una volta tanto, di una proposta culturale.

Il rock fu, almeno inizialmente, questo. Le scomuniche a raffica che arrivarono immediatamente dagli ambienti culturali, dai pulpiti delle diverse confessioni, dalla stampa di alta, di media e di bassa levatura, dai circoli dei genitori benpensanti, dai capotavola preoccupati, battezzarono il nuovo genere musicale come espressione “out”, partorita a dispetto del sistema e pertanto propria di chi del sistema si sentiva al margine. Nel rock riconoscevano infatti la propria voce soprattutto i negri e i giovanissimi, coloro cioè che per ragioni di pelle o di età non trovavano spazio nei canali ufficiali di comunicazione. In verità, scorrendo i testi di Chuck Berry o di Little Richard non si trova nulla di quella violenza dissacratoria di cui si vorrebbe far credito al rock delle origini. Ma non ce n’era bisogno. La dissociazione, la contestazione, erano impliciti nel ritmo, nella carica emotiva che questa musica originava, nella “scompostezza” degli esecutori e degli ascoltatori, nell’umiltà delle radici di questa cultura.

L’impatto del rock fu violento perché per un attimo quest’ultimo sfuggì al controllo del sistema, lo colse di sorpresa. Ma fu davvero solo un attimo. Poi venne subito Elvis Priesley, e con lui l’ambiguità, il disordine laccato e organizzato, la bianca rispettabilità che rientrava dalla finestra. L’attimo era trascorso velocemente. Il mercato già bussava alla porta.