In pausa

di Fabrizio Rinaldi, 30 settembre 2026

I media offrono un’insulsa distrazione istantanea per riempire il silenzio che, lasciato vuoto,
potrebbe altrimenti indurci a interrogarci l’un l’altro sul mondo ingiusto in cui viviamo.
John Berger, Confabulazioni, Neri Pozza 2017

Quando si trovano tra persone con le quali sono in confidenza le mie figlie praticano una particolare forma di tortura: durante la conversazione aumentano esponenzialmente il ritmo delle parole pronunciate (spesso senza un vero significato), poi si accavallano l’una sull’altra fino al litigare sulla precedenza nell’esporre un concetto che, a loro avviso, non poteva aspettare. Che si tratti dell’ultima interrogazione o del mascara comprato il giorno prima, la rilevanza dell’argomento non ha alcuna relazione con l’urgenza della sua trattazione.

Dal canto mio, se cerco di seguire entrambe, ovviamente, non ci riesco. Mi diverto ad osservare le facce di chi le ascolta, stordito da tante parole e stranito per non aver capito nulla; o peggio, per essere venuto a conoscenza che in occasione dell’ultimo compito in classe una indossava dei leggins rosa, mentre durante la verifica di scienze l’altra si metteva il fondotinta viola davanti all’insegnante. Informazioni di cui, probabilmente, non era il caso rendere edotto il mondo.

Mi diverto e provo un po’ di pietà per gli interlocutori, specie per i loro nonni, anche perché io stesso fatico a capire su quale pianeta vivano le mie figlie: ma questo è un altro cruccio generazionale al quale mi sottraggo per conclamata incapacità di decifrare la comunicazione attuale.

Non di loro però voglio parlare, bensì delle pause[1] che si insinuano – a parte quando parlano le mie figlie – fra una frase e l’altra. Sono il respiro che separa un paragrafo dall’altro, il tempo fra la domanda e la replica, fra il pensiero e la parola pronunciata. Pausa, dal greco pausis, “cessazione”, è un’interruzione che suppone una ripresa. Non coincide con il silenzio, che è solo assenza di suono, né con l’esitazione (dal latino haesitare, “restare attaccati”) che è la pausa di chi non riesce a staccarsi dal punto in cui si è arenato. Questo intervallo non è mai vuoto, ma carico d’attesa da una parte e di riflessione dall’altra.

Sotto il profilo comunicativo, nella norma questa stasi è brevissima. Gli studi sull’alternanza dei turni durante le conversazioni (a partire da quelli di Sacks, Schegloff e Jefferson del 1974) mostrano che quando passiamo da un interlocutore all’altro, le pause tendono a essere sempre molto corte. In una ricerca comparativa su dieci lingue (2009), Stivers definì un intervallo medio complessivo di circa 208 millisecondi, due decimi di secondo tra la fine della domanda e l’inizio della risposta, con grandi variazioni da una lingua all’altra: i giapponesi impiegano solo circa 7 millisecondi, i danesi quasi 469, gli italiani circa 310. E questo potrebbe smontare uno dei preconcetti correnti sui giapponesi: non è vero che siano particolarmente riflessivi o misurati come si pensa. Anzi, i dati mostrano il contrario. E non è vero che noi italiani siamo più inclini a sovrapporci, piuttosto aspettiamo un po’ più della media. Significa che, mentre l’altro sta ancora parlando, abbiamo già cominciato a costruire la replica; prevediamo il momento esatto in cui la sua frase potrebbe chiudersi e ci prepariamo ad entrare con il nostro contributo. Niente, non ce la facciamo proprio ad aspettare.

La conversazione, vista da vicino, assomiglia ad una danza: ci avviciniamo, ci allontaniamo, ci sovrapponiamo; a volte entriamo troppo presto e interrompiamo, oppure lasciamo passare un decimo di troppo e perdiamo l’occasione. Quasi tutto avviene a nostra insaputa, in un gioco di anticipazioni reciproche commisurate a chi abbiamo di fronte. È una danza armonica solo se ciascuno calcola il momento giusto per cambiare passo. Ecco perché non so ballare: non entro in armonia con l’altro.

Io, infatti, questo intervallo lo prolungo all’infinito. Impiego un’eternità prima di parlare e, quando finalmente ho la frase pronta, l’interlocutore (specie se di genere femminile) è già al terzo o quarto concetto successivo. Allora lascio perdere, annuisco e, mentre tento di decodificare le mille altre parole pronunciate, millanto una pacata ponderatezza e assumo la postura da riflessivo interessato. In realtà, dentro di me regnano la confusione e, a volte, il disinteresse.

Nella smania contemporanea di catalogare ogni scarto dalla media, ogni divergenza, potrei essere etichettato fra coloro che hanno qualche disturbo dello spettro autistico. Pazienza. Mi consola Milan Kundera che, ne La lentezza, dice: “C’è un legame stretto tra lentezza e memoria, tra velocità e oblio. […] Nella matematica esistenziale questa esperienza assume la forma di due equazioni elementari: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria, il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio”. Mi convinco che sia una buona notizia.

In un’epoca in cui la velocità è diventata un tratto distintivo della modernità e quasi una virtù, rispondere in fretta è visto come performante, efficiente, uno “stare sul pezzo”. Una risposta tardiva, invece, viene interpretata come esitazione, mancanza di interesse o distanza. La velocità è seduttiva perché elimina l’incertezza: dare un parere immediato fa sembrare che tutto sia già chiaro e che ogni domanda abbia una soluzione a portata di mano. Basta che un messaggio WhatsApp sia stato visualizzato ma senza risposta immediata che cominciamo a fare supposizioni (“che diavolo sta facendo di così importante da non rispondermi?”). E i puntini che preannunciano la scrittura dell’interlocutore creano un’attesa spasmodica, quasi fisica: non sappiamo cosa arriverà, ma sappiamo che qualcosa verrà. Il tempo di risposta è ormai parte integrante del messaggio, e ciò vale per ogni mezzo di comunicazione, chiacchierata analogica compresa: la pausa parla più dei vocaboli.

Di qui nasce la tendenza a riempire ogni spazio. Pascal nei Pensieri scriveva: “Ho spesso detto che tutta l’infelicità degli uomini ha una sola provenienza, ossia di non saper restare tranquilli in una stanza”. Noi, oggi, non sappiamo restare quieti nemmeno dentro una frase, figuriamoci fra quattro mura. Dopo una domanda c’è sempre chi interviene a sproposito per colmare il vuoto: il “simpatico” che fa la battuta, il “tuttologo” che espone la propria verità, il “saggio” che riformula la domanda e, spostandone il focus, emette la sua sentenza. Tutto troppo presto, senza dare tempo a menti ingolfate da un eccesso di stimoli di elaborare ed esprimersi.

È sufficiente assistere ad un qualsiasi trasmissione televisiva o leggere sui social l’ultima dichiarazione “a caldo” di chi ci governa o di chi ambirebbe a farlo: ogni tragedia ha la sua replica già confezionata, prima ancora di coloro che hanno competenza in materia possano esprimersi (vedi i casi Garlasco, Regeni, la famiglia nel bosco, piuttosto che la crisi del carburante o quella di Gaza). Nessuno, mai, che si conceda una pausa, perché ciò comporta una perdita di audience e followers. E nessuno può permettersi questo lusso. Il silenzio, per la politica, è un microfono libero da occupare (vedi Vannacci che contende il podio destro alla Meloni) e l’esitazione diventa una debolezza da smentire immediatamente (Schlein versus Conte). Forse è tempo di restituire alla domanda il suo posto e di lasciarla lì, inevasa.

Quando i pochi istanti diventano uno o due secondi, la pausa si fa percepibile e densa di significati. La diversa coordinazione temporale può segnalare un inciampo: la danza si è interrotta e resta in attesa del passo successivo. Il silenzio cambia allora significato: può divenire imbarazzo, tensione, prudenza, rispetto; può essere il tentativo di trovare parole più delicate, meno taglienti di quelle che sono già uscite; o, più semplicemente, non avere la minima idea di cosa dire. Io, in quest’ultimo caso, sono un campione perché faccio fatica a scegliere, a esprimere un’opinione, ad argomentarla a sufficienza, a dare indicazioni, e spesso quando arriva il momento di parlare sono fuori tempo massimo. Non esiste, insomma, una pausa neutra: ogni intervallo chiede di essere interpretato.

Nel frattempo “parla” anche il corpo: cambiano gli sguardi, la postura, il tono della voce; piccoli movimenti quasi invisibili con cui, a volte, ci si accorda. Nei pochi istanti che separano la frase dell’altro alla nostra risposta non decidiamo soltanto che cosa dire, ma, in parte, come stare davanti a quella persona.

Quando il dialogo funziona, la pausa anziché spezzarlo serve a ricomporlo: pensare a quello che abbiamo appena ascoltato, capire se abbiamo compreso davvero, cercare una parola diversa da quella che ci è venuta per prima, accorgerci che il nostro interlocutore ha detto altro rispetto a ciò che avevamo già deciso di sentire. In questi istanti, la pausa impedisce che la prima cosa che ci attraversa la mente diventi automaticamente quella che consegniamo all’altro. Lo stesso tempo può servire a preparare una replica più efficace, a mettere a fuoco, ad esempio, il punto debole di una argomentazione; oppure a lasciare che ciò che abbiamo ascoltato rimanga ancora per un istante nell’aria, senza trasformarlo subito in qualcosa da usare. La differenza non si vede facilmente, ma si percepisce.

Anche il silenzio, ovviamente, può diventare una forma di violenza: ci sono pause che escludono con un’ostinata assenza di riscontro e sembrano sentenziare che l’altro “non esiste”. Dunque il silenzio non va idealizzato come se fosse sempre una virtù e il rumore sempre un difetto. No: a volte il silenzio indica soltanto un vuoto esteso e incolmabile.

Eppure ci sono contesti in cui il silenzio torna a essere generativo. Ci siamo passati tutti, a scuola; in un’aula il silenzio dell’alunno interrogato sembra eterno. Eppure, se si supera l’imbarazzo è lì che qualche volta nasce il pensiero (chissà se i politici sono mai stati sui banchi …). In quel silenzio chi ha bisogno di ordinare le idee riesce, forse, a farlo; chi di solito resta indietro rispetto agli altri può attraversare quel momento senza doverli inseguire. L’insegnante, semplicemente restando lì, in attesa, può concedere all’alunno il tempo per pensare una risposta adeguata (per lui, s’intende).

Lo stesso accade anche nelle conversazioni più delicate, quando qualcuno si espone con una confessione, una paura, un dolore che costa fatica pronunciare. La tentazione è di rispondere subito per rassicurare, minimizzare e proporre soluzioni, ma quell’impeto risolutivo è spesso un semplice riempitivo che denuncia l’assenza di una reale disposizione all’ascolto. Non risolve nulla e non manifesta vicinanza al sentire dell’altro. Il silenzio lascia invece senza protezioni di fortuna, ci costringe a stare lì, zitti per qualche secondo, accanto all’altro, prima di esporci a nostra volta. In questi casi (come davanti a un lutto) il silenzio, la pausa, sono la forma più elementare di attenzione.

***

A proposito di silenzio: con certi amici, per esempio, non è nemmeno necessario saperlo gestire. Ci si siede (che sia nel Capanno, da Paolo o altrove), si parla per un po’, poi le frasi si diradano e nessuno si affretta a colmare il vuoto con il calcio, il meteo o una barzelletta. Al massimo con l’ultima sparata del governo di turno o del leader di sinistra, che fa venire l’orticaria. Non c’è imbarazzo. Quel silenzio parla chiaro: dice che ci si appaga nel semplice stare in compagnia.

Ha tutt’altra natura il silenzio che irrompe fra un uomo e una donna quando sta nascendo altro dal consueto. Qui la pausa è una carica elettrostatica: il corpo ha già capito ciò che la testa si rifiuta di nominare. Si inizia una frase lasciandola a metà, si abbassa lo sguardo e si aspetta, nella speranza che la stessa non venga conclusa poiché ogni parola in più darebbe un confine ad un territorio tutto da esplorare. Se il silenzio fra confidenti è un rifugio sicuro, questo è una soglia da scoprire: ci si sta un po’ titubanti con la sensazione che una sola parola sbagliata potrebbe far crollare l’incanto. E forse è proprio questo il momento più bello, quando tutto sembra possibile ma nessuno osa dirlo.

Poi c’è il silenzio di chi cammina insieme. I Viandanti delle origini l’hanno praticato. Abbiamo già detto altrove[2] del silenzio che calava quando la salita al Tobbio si faceva sentire nel fiato. Per un po’ si parlava dei temi più disparati, ma ad un certo punto le parole si spezzavano e restava solo il rumore dei passi, il respiro e il ritmo comune. Quando si arrivava (e si conta di farlo ancora) in cima, o al termine di un’impresa condivisa, nessuno esclamava “ce l’abbiamo fatta”: lo diceva il silenzio. Sottendeva un’intesa sul risultato raggiunto, la constatazione, senza bisogno di conferme, che l’uno aveva aspettato l’altro reciprocamente e che la strada era stata percorsa insieme. Qualunque commento ne avrebbe ridotta la misura. Al limite ci stava: “vuoi del formaggio o dell’acqua?”.

Infine, il silenzio dopo il lavoro. Soddisfatti, si ripongono gli attrezzi, si chiude la porta e uno tira fuori il pacchetto di sigarette, il termos del caffè o il fiasco di vino buono. Si fuma, si beve con calma e si guarda in lontananza. Non serve aggiungere nulla: il lavoro ha già detto tutto e le parole sarebbero soltanto commento. È un silenzio stanco ma contento, in cui si smette di essere colleghi, padri e figli, amici, e si diventa, per un po’, semplici compagni di fatica. Il fumo sale, il caffè riscalda, il vino resta in gola e il tempo torna a esser nostro.

Quattro silenzi con significati diversi: complicità, attesa, intesa, riposo. Eppure, li accomuna il fatto che nessuno si senta in dovere di riempirli. È forse questo il privilegio più grande: poter stare zitti accanto a qualcuno senza calcolare i decimi di secondo, senza aspettare il proprio turno nel parlare. Persino io, che non so ballare, so stare fermo in questa danza.

Non sempre, purtroppo, ci si riesce. Qualche volta rispondiamo in modo sbagliato e ce ne accorgiamo troppo tardi, quando avremmo avuto bisogno di quella pausa che non ci siamo concessi. Capita anche a me e, per questo, avrei bisogno di una pausa ben più sostanziale di quella che il lavoro concede: una pausa di significato, che si possa vivere senza fretta.

Noi riempiamo i silenzi come se uno spazio vuoto fosse necessariamente un difetto da sistemare, mentre a volte è meglio lasciarlo così com’è, come si fa con un muro a secco: negli interstizi fra le pietre, con gli anni, si accumula un po’ di terra e, prima o poi, compare un filo d’erba, un germoglio che darà inizio – forse – a ciò che diverrà albero. Non si vede subito, non ha un’utilità immediata, non ha fretta di crescere, ma esiste e si fa strada con le radici fra gli spazi vuoti. Allo stesso modo una parola, un silenzio, una piccola attenzione, un conforto possono, col tempo, far crescere un pensiero o una certezza che prima non si scorgeva. A volte basta un momento di quiete, un silenzio che non si riempie, perché qualcosa dentro cominci a crescere, senza che ce ne accorgiamo.

Penso allora alle mie figlie, a quel loro parlarsi sopra come se ogni pensiero dovesse arrivare prima degli altri. Forse hanno soltanto una gran fretta di non perdere quello che stanno vivendo e riempire spazi vuoti.

Stasera, a cena, proverò a fare una pausa durante le ennesime richieste. Sicuramente la statistica secondo cui noi italiani aspettiamo trecentodieci decimi di secondo prima di replicare verrà smentita, ma il filo d’erba fra le pietre non ha fretta di uscire, e io, per una volta, neppure.


[1] Tema già trattato in Io sono lento. Prego, si regoli in conseguenza.

[2] Vedi anche Centouno motivi (e altrettanti modi) per salire il Tobbio e Riflessioni sul Tobbio.

La felicità oltre il quotidiano acufene

di Fabrizio Rinaldi, 26 ottobre 2024

C’è un’ape che se posa
su un bottone de rosa:
lo succhia e se ne va …
Tutto sommato, la felicità
è una piccola cosa.
Trilussa, Poesie scelte, Mondadori 1985

Accade – per fortuna o per scelta – che ci si allontani dalla routine quotidiana per concedersi di fare altro, di pensare diversamente. E meno male, altrimenti sai che strazio!

Recentemente ho partecipato a un incontro ispirato ad un brano dei Negrita, Che rumore fa la felicità? Non era un convegno di filosofi o letterati in qualche blasonato festival o salotto televisivo, ma una riunione tra colleghi della mia cooperativa, provenienti da settori molto diversi – coordinatori di strutture educative, operatori dell’inclusione sociale, responsabili del personale – che avevano percorso anche un bel po’ di chilometri (io più di 200) per ritrovarsi a Torino e tentare di rispondere a questa semplice ma insidiosa domanda.

S’è partiti alti, dalla Costituzione americana del 1776: “Tutti gli uomini sono creati uguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, tra questi diritti vi sono la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità”. Beh, mica poco. Salvo che poi, per ottenere quest’ultima, gli Stati Uniti hanno agito in modo tale che il loro credo venisse imposto (con la forza) e diffuso (con i media) per una buona parte del globo. Nella nostra Costituzione, quella definita “la più bella del mondo”, alla felicità non si fa alcun cenno, e nessuno ha mai fatto una proposta di legge per introdurre un articoletto in cui si miri al suo raggiungimento. Forse perché è già stracolma di principi ideali a cui ispirarsi e ai quali sembra piuttosto difficile conformarsi (due articoli, così, a caso: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”). O forse perché in effetti pare impossibile trovare un accordo su cosa si debba intendere per “felicità”. Eppure è uno dei termini più ricorrenti e abusati anche nel nostro quotidiano.

La felicità oltre il quotidiano acufene 02La pubblicità, ad esempio, sfrutta il “desiderio di felicità” proponendo una sterminata gamma di prodotti che dovrebbero consentire di raggiungerla: da “Le pastiglie Leone. La fabbrica della felicità” a “La felicità è andare in bagno con Fave di Fuca“; da “Pasta, integratore di felicità” a “Fiat, grande Panda” (con il brano Felicità di Albano). Fatevi un giro in rete e ne uscirete frustrati, quasi colpevoli per non esservi ancora procurati quegli infallibili generatori di felicità! A me è venuta voglia di comprare un’altra Panda; poi, per fortuna, ho dato un’occhiata al catorcio guidato da mia moglie e m’è passata la smania.

La felicità oltre il quotidiano acufene 03Al di là degli usi biecamente commerciali e propagandistici del termine, e andando su un terreno meno inquinato, resta il fatto che definire la felicità, anche con molta approssimazione, è davvero un’impresa ardua. Da sempre ci hanno provato poeti e filosofi (per i politici il discorso è più recente), senza venirne a capo. È una condizione cui tutti tendono, ma che nessuno riesce non dico a realizzare, ma neppure a mettere chiaramente a fuoco. Questo perché i parametri che ciascuno adotta sono incredibilmente diversi: è come se ogni individuo possedesse una personale ricetta, con gli ingredienti più svariati, ma questa è realizzabile quanto la trasmutazione del metallo comune in oro.

Mi accorgo che di questo passo rischio di impantanarmi nei luoghi comuni e nell’inconcludenza. Provo dunque a riformulare la domanda, procedendo per gradi. Parto naturalmente dalla più banale: siamo convinti che si possa essere felici, se non qui e ora, da qualche parte e in qualche momento? Messa così, la questione pare più semplice, anche se la domanda fa emergere dubbi e incertezze: alcuni (io fra questi) ammettono di non essere sicuri di averla mai provata quella condizione, distinguendola dalla gioia, che invece appare più accessibile, anche se meno durevole.

La felicità oltre il quotidiano acufene 04Ciò non significa negarne la possibilità, ma semplicemente ammettere di non averne mai goduto. E questo può essere accaduto per vari motivi, tutti comunque riconducibili alla soggettività: al carattere, alla disposizione genetica, alle aspettative verso la personale esistenza, alla condizione ambientale e sociale (in una situazione di guerra, miseria e fame, quale felicità è possibile?). Quindi, una prima risposta c’è: forse non esiste “la Felicità”, ma senz’altro esiste in tutti l’aspirazione ad “esser felici”.

Cosa significa però “esser felici”? Anche qui, c’è da sbizzarrirsi, ma solo per arrivare a concludere che non c’è un denominatore comune da ricondurre a questo sentimento. Alcuni, ad esempio, lo considerano un premio meritato per l’impegno profuso, mentre altri al contrario lo percepiscono come un dono gratuito ed effimero, una grazia che sfugge alla logica della meritocrazia. Anche perché ciò che per qualcuno è fonte di felicità, per altri può essere irrilevante o addirittura una tortura (vedi l’amore per i figli o l’angoscia che comporta crescerli). All’incontro di Torino c’era chi associava una grande felicità ad una vincita alla lotteria, a me non smuoverebbe proprio nulla. Ma ammetto d’esser strano.

Per assaporare la felicità occorre accettarne la natura effimera, ammettere che è costituita da una somma di attimi la cui durata e intensità sfuggono dal nostro controllo. Un godimento breve ma intenso che deve essere accolto con la consapevolezza che è destinato a finire. O meglio ancora, che si tratta solo del “promo” di un film che non sarà mai proiettato, perché in fondo noi non “desideriamo la felicità”, che è appunto qualcosa di indeterminato, ma aneliamo costantemente l’“esser felici”. In sostanza: non siamo mai felici, ma desideriamo costantemente esserlo. È questa tensione perpetua che ci spinge a reggere e ad andare avanti.

La felicità oltre il quotidiano acufene 05D’altra parte, è pur vero che i momenti di grazia ci sono e non arrivano casualmente, che anche quando ci stupiscono siano il frutto di una autoconsapevolezza: avviene quando soppesiamo le emozioni positive del presente e le mettiamo a confronto col nostro strapazzato io. Per molti parrebbe valere esattamente il contrario con l’abbandono totale a ciò che accade. Credo invece che sia possibile riconoscere e associare un momento vissuto alla felicità solo quando si è consapevoli dei propri desideri più intimi, delle inevitabili paure, degli onesti e franchi limiti e del personalissimo concetto di benessere.

A questo punto, risulta evidente che la felicità è un concetto indefinibile e che di per sé non esiste, con buona pace dei costituenti americani. Tuttavia, possiamo ammettere che ciascuno ha il proprio modo di sentirsi o reputarsi (non è la stessa cosa) “felice” a modo suo. La felicità, infatti, non è un diritto, ma uno stato d’animo: non può essere sancita da una legge, ma solo resa possibile attraverso la consapevolezza, l’etica e l’intelligenza orientata al positivo.

La felicità oltre il quotidiano acufene 06

Possiamo allora tornare al titolo dell’incontro, che chiedeva una riflessione sul “rumore” della felicità: ed è questo che intendo ora indagare.

Alcuni associano la felicità al canto degli uccelli, al fruscio delle foglie, alle onde del mare, alla risata della persona amata o al sorriso di un bambino: sono le associazioni più scontate, assolutamente legittime, ma ne esistono altre, più inconsuete, che meritano di essere considerate.

Ad esempio, nel brano 4’33” di John Cage l’orchestra, anziché suonare, osserva un silenzio totale, costringendo l’ascoltatore a percepire, nella durata del “brano”, i suoni accidentali dell’ambiente e i rumori interiori. Nel silenzio assoluto, l’orecchio umano è indotto a porsi in ascolto di ciò che resta di sé. Di conseguenza il dialogo si sposta inevitabilmente dal mondo esterno a quello interiore. Non so cosa Cage si proponesse, forse quel silenzio dovrebbe essere liberatorio, ma ammetto che dal mio interno arriva invece un fracasso che non sopporto, che mi urta: forse non riesco a sintonizzarmi sulla giusta lunghezza d’onda, certamente non lo associo alla felicità.

La felicità oltre il quotidiano acufene 07

All’opposto, la felicità trova espressione nella potenza della Nona Sinfonia di Beethoven, con l’Inno alla Gioia di Schiller. Composta quando il musicista era ormai sordo, questa sinfonia è un paradosso: una celebrazione della felicità scritta da qualcuno che non poteva più udirne le note. Forse proprio per questo, la sua opera è così emblematica del concetto di felicità come esperienza interiore, capace di superare le barriere fisiche. Il “suono” che sentiva non passava per le orecchie, ma da una vibrazione dentro di lui, una melodia immaginata che trascendeva i limiti del corpo, risuonando persino nel silenzio della sua sordità. La felicità, allora, diviene una propensione interiore che vibra anche quando il mondo esterno tace.

La felicità oltre il quotidiano acufene 08

Umberto Eco, ne Il nome della rosa, parla di un’estasi simile, derivante dalla contemplazione e dal superamento dei limiti fisici attraverso il potere creativo della mente. Adso, descrive così la felicità di Guglielmo da Baskerville: “Stavo osservando il mio maestro in quell’arca di scienza, in quel tempio della saggezza, e non potevo fare a meno di pensare che nemmeno la città celeste avrebbe mai potuto procurargli estasi più grande della seduzione della conoscenza!”[1]. Per Eco, la felicità non è un traguardo statico, ma un processo dinamico (appunto quello della ricerca, del “desiderio”), una continua seduzione che nutre la mente con domande e riempie il cuore di meraviglia. È il fruscio delle pagine sfogliate, la colonna sonora del pensiero in azione, dove ogni nuova scoperta aggiunge un tassello al nostro essere e si traduce in pensieri differenti e difformi.

La felicità oltre il quotidiano acufene 09 John-Berger-1980-by-Jean-Mohr

John Berger, in Capire la fotografia, ci invita invece a riflettere sul tempo della felicità stessa: “Non credo proprio che la felicità sia uno stato. Può esserlo l’infelicità, ma la felicità è, per sua natura, un momento. Il momento può durare qualche secondo, un minuto, un’ora, un giorno e una notte, ma credo che in quanto tale non possa durare neanche una settimana. L’infelicità somiglia spesso a un lungo romanzo. La felicità è molto più simile a una foto! Ed è intimamente legata a quel che dici tu: il senso della meraviglia”. La felicità, dunque, non si presenta come un suono prolungato, ma come una singola nota o una sequenza di suoni che può durare anche istanti, minuti, ore, giorni, ma è comunque destinata a svanire. È quindi paragonabile ad un’istantanea fotografica, nella quale si coglie la bellezza dell’istante vissuto in modo irripetibile. Quindi la felicità ha il suono di un click fotografico su un singolo momento, che svanisce mentre inquadro la realtà successiva. La precarietà diviene un carattere distintivo della felicità.

La felicità oltre il quotidiano acufene 10

Devo ammettere che, personalmente, un persistente acufene mi ostacola nella percezione del “suono” della felicità, nonostante viva una situazione familiare, sociale e lavorativa relativamente serena. Tuttavia, la serenità non coincide con la felicità: può essere paragonata ad un romanzo – come scrive Berger –, con il suo andamento ondulatorio, fatto di alti e bassi, di piaceri, di attimi al cardiopalma e altri di monotona quiescenza. La felicità, invece, se devo definirla almeno per analogie, la immagino più simile a una poesia: breve, intensa, condensata di significati ed emozioni, capace di irrompere improvvisamente e di travolgere i sensi con la sua intensità.

La felicità oltre il quotidiano acufene 11Il fatto è che il baccano della quotidianità rende difficile percepire gli esili suoni che potrebbero essere associati alla felicità. Tuttavia, fare pace col proprio acufene e accettare questa “semisordità”, impone una maggiore sensibilità verso i rumori di fondo del quotidiano, nel tentativo di cogliere tra di essi frammenti di note felici. È un esercizio perenne di ascolto selettivo della realtà, di ricerca della meraviglia nel caos, durante il quale ci si concentra su una realtà a volte distopica, cercando di estrarne le singolarità che sconquassano per le loro felici armonie.

La felicità oltre il quotidiano acufene 12 BeethovenLa classica raffigurazione di Beethoven come figura corrucciata non riflette necessariamente il suo carattere, ma piuttosto la sua concentrazione assoluta, la sua capacità di ascoltare anche il minimo sussurro del mondo. È questa attenzione profonda che permette di cogliere la bellezza nell’istante, di praticare l’arte della meraviglia nel caos. La felicità, come una nota breve ma intensa, può essere trovata anche nel silenzio, se solo siamo disposti a cercarla nel rumore che abita dentro di noi.

Forse anche il semplice scrivere questo pezzo è per me una forma di felicità. Forse.

La felicità oltre il quotidiano acufene 13

[1] La scena, tratta dal film di Jean-Jacques Annaud del 1986, in cui Guglielmo finalmente entra nella biblioteca è perfetta nella rappresentazione di questa felicità intellettuale.

Collezione di licheni bottone

I colori di Vilhelm Hammershøi

di Paolo Repetto, 11 dicembre 2018

I colori di Vilhelm Hammershoi copertinaLa vita e la pittura di Vilhelm Hammershøi (1864 –1916) sono state definite una “Sinfonia in Grigio”. Non accade niente nell’una come non è accaduto nell’altra. Ha studiato. Si è sposato. Ha abitato in un appartamento. Lo ha dipinto. Si è spostato in un altro. Dipinto anche quello. E questo è tutto.

Niente bambini. Nessuna guerra. Niente avventure. Le sue immagini raccontano silenzi senza fine e una sorvegliatissima malinconia (o forse disperazione), della quale non ci è dato conoscere alcuna ragione reale.

Il pittore sembra trascorrere il tempo a fissare tristemente le sue quattro mura danesi, riposizionando all’infinito i suoi riferimenti – il divano, il pianoforte, il vaso, la moglie. Quest’ultima è ritratta quasi sempre di spalle, nella quotidianità delle occupazioni domestiche o mentre guarda dalla finestra in lontananza. È forse un modo per esorcizzare lo scorrere del tempo, che all’interno di quella casa pare in effetti essersi fermato.

Il risultato è claustrofobico, ma troppo educato ed elegante, troppo sorprendentemente chiaro e preciso per essere drammatico. È invece sconcertante. E bellissimo.

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Le Sinfonie in Grigio di Hammershøi

di Paolo Repetto, 11 dicembre 2018 – vedi Album I colori di Vilhelm Hammershoi

I colori di Vilhelm Hammershoi copertinaLa vita e la pittura di Vilhelm Hammershøi (1864 –1916) sono state definite una “Sinfonia in Grigio”. Non accade niente nell’una come non è accaduto nell’altra. Ha studiato. Si è sposato. Ha abitato in un appartamento. Lo ha dipinto. Si è spostato in un altro. Dipinto anche quello. E questo è tutto.

Niente bambini. Nessuna guerra. Niente avventure. Le sue immagini raccontano silenzi senza fine e una sorvegliatissima malinconia (o forse disperazione), della quale non ci è dato conoscere alcuna ragione reale.

Il pittore sembra trascorrere il tempo a fissare tristemente le sue quattro mura danesi, riposizionando all’infinito i suoi riferimenti – il divano, il pianoforte, il vaso, la moglie. Quest’ultima è ritratta quasi sempre di spalle, nella quotidianità delle occupazioni domestiche o mentre guarda dalla finestra in lontananza. È forse un modo per esorcizzare lo scorrere del tempo, che all’interno di quella casa pare in effetti essersi fermato.

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