In pausa

di Fabrizio Rinaldi, 30 settembre 2026

I media offrono un’insulsa distrazione istantanea per riempire il silenzio che, lasciato vuoto,
potrebbe altrimenti indurci a interrogarci l’un l’altro sul mondo ingiusto in cui viviamo.
John Berger, Confabulazioni, Neri Pozza 2017

Quando si trovano tra persone con le quali sono in confidenza le mie figlie praticano una particolare forma di tortura: durante la conversazione aumentano esponenzialmente il ritmo delle parole pronunciate (spesso senza un vero significato), poi si accavallano l’una sull’altra fino al litigare sulla precedenza nell’esporre un concetto che, a loro avviso, non poteva aspettare. Che si tratti dell’ultima interrogazione o del mascara comprato il giorno prima, la rilevanza dell’argomento non ha alcuna relazione con l’urgenza della sua trattazione.

Dal canto mio, se cerco di seguire entrambe, ovviamente, non ci riesco. Mi diverto ad osservare le facce di chi le ascolta, stordito da tante parole e stranito per non aver capito nulla; o peggio, per essere venuto a conoscenza che in occasione dell’ultimo compito in classe una indossava dei leggins rosa, mentre durante la verifica di scienze l’altra si metteva il fondotinta viola davanti all’insegnante. Informazioni di cui, probabilmente, non era il caso rendere edotto il mondo.

Mi diverto e provo un po’ di pietà per gli interlocutori, specie per i loro nonni, anche perché io stesso fatico a capire su quale pianeta vivano le mie figlie: ma questo è un altro cruccio generazionale al quale mi sottraggo per conclamata incapacità di decifrare la comunicazione attuale.

Non di loro però voglio parlare, bensì delle pause[1] che si insinuano – a parte quando parlano le mie figlie – fra una frase e l’altra. Sono il respiro che separa un paragrafo dall’altro, il tempo fra la domanda e la replica, fra il pensiero e la parola pronunciata. Pausa, dal greco pausis, “cessazione”, è un’interruzione che suppone una ripresa. Non coincide con il silenzio, che è solo assenza di suono, né con l’esitazione (dal latino haesitare, “restare attaccati”) che è la pausa di chi non riesce a staccarsi dal punto in cui si è arenato. Questo intervallo non è mai vuoto, ma carico d’attesa da una parte e di riflessione dall’altra.

Sotto il profilo comunicativo, nella norma questa stasi è brevissima. Gli studi sull’alternanza dei turni durante le conversazioni (a partire da quelli di Sacks, Schegloff e Jefferson del 1974) mostrano che quando passiamo da un interlocutore all’altro, le pause tendono a essere sempre molto corte. In una ricerca comparativa su dieci lingue (2009), Stivers definì un intervallo medio complessivo di circa 208 millisecondi, due decimi di secondo tra la fine della domanda e l’inizio della risposta, con grandi variazioni da una lingua all’altra: i giapponesi impiegano solo circa 7 millisecondi, i danesi quasi 469, gli italiani circa 310. E questo potrebbe smontare uno dei preconcetti correnti sui giapponesi: non è vero che siano particolarmente riflessivi o misurati come si pensa. Anzi, i dati mostrano il contrario. E non è vero che noi italiani siamo più inclini a sovrapporci, piuttosto aspettiamo un po’ più della media. Significa che, mentre l’altro sta ancora parlando, abbiamo già cominciato a costruire la replica; prevediamo il momento esatto in cui la sua frase potrebbe chiudersi e ci prepariamo ad entrare con il nostro contributo. Niente, non ce la facciamo proprio ad aspettare.

La conversazione, vista da vicino, assomiglia ad una danza: ci avviciniamo, ci allontaniamo, ci sovrapponiamo; a volte entriamo troppo presto e interrompiamo, oppure lasciamo passare un decimo di troppo e perdiamo l’occasione. Quasi tutto avviene a nostra insaputa, in un gioco di anticipazioni reciproche commisurate a chi abbiamo di fronte. È una danza armonica solo se ciascuno calcola il momento giusto per cambiare passo. Ecco perché non so ballare: non entro in armonia con l’altro.

Io, infatti, questo intervallo lo prolungo all’infinito. Impiego un’eternità prima di parlare e, quando finalmente ho la frase pronta, l’interlocutore (specie se di genere femminile) è già al terzo o quarto concetto successivo. Allora lascio perdere, annuisco e, mentre tento di decodificare le mille altre parole pronunciate, millanto una pacata ponderatezza e assumo la postura da riflessivo interessato. In realtà, dentro di me regnano la confusione e, a volte, il disinteresse.

Nella smania contemporanea di catalogare ogni scarto dalla media, ogni divergenza, potrei essere etichettato fra coloro che hanno qualche disturbo dello spettro autistico. Pazienza. Mi consola Milan Kundera che, ne La lentezza, dice: “C’è un legame stretto tra lentezza e memoria, tra velocità e oblio. […] Nella matematica esistenziale questa esperienza assume la forma di due equazioni elementari: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria, il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio”. Mi convinco che sia una buona notizia.

In un’epoca in cui la velocità è diventata un tratto distintivo della modernità e quasi una virtù, rispondere in fretta è visto come performante, efficiente, uno “stare sul pezzo”. Una risposta tardiva, invece, viene interpretata come esitazione, mancanza di interesse o distanza. La velocità è seduttiva perché elimina l’incertezza: dare un parere immediato fa sembrare che tutto sia già chiaro e che ogni domanda abbia una soluzione a portata di mano. Basta che un messaggio WhatsApp sia stato visualizzato ma senza risposta immediata che cominciamo a fare supposizioni (“che diavolo sta facendo di così importante da non rispondermi?”). E i puntini che preannunciano la scrittura dell’interlocutore creano un’attesa spasmodica, quasi fisica: non sappiamo cosa arriverà, ma sappiamo che qualcosa verrà. Il tempo di risposta è ormai parte integrante del messaggio, e ciò vale per ogni mezzo di comunicazione, chiacchierata analogica compresa: la pausa parla più dei vocaboli.

Di qui nasce la tendenza a riempire ogni spazio. Pascal nei Pensieri scriveva: “Ho spesso detto che tutta l’infelicità degli uomini ha una sola provenienza, ossia di non saper restare tranquilli in una stanza”. Noi, oggi, non sappiamo restare quieti nemmeno dentro una frase, figuriamoci fra quattro mura. Dopo una domanda c’è sempre chi interviene a sproposito per colmare il vuoto: il “simpatico” che fa la battuta, il “tuttologo” che espone la propria verità, il “saggio” che riformula la domanda e, spostandone il focus, emette la sua sentenza. Tutto troppo presto, senza dare tempo a menti ingolfate da un eccesso di stimoli di elaborare ed esprimersi.

È sufficiente assistere ad un qualsiasi trasmissione televisiva o leggere sui social l’ultima dichiarazione “a caldo” di chi ci governa o di chi ambirebbe a farlo: ogni tragedia ha la sua replica già confezionata, prima ancora di coloro che hanno competenza in materia possano esprimersi (vedi i casi Garlasco, Regeni, la famiglia nel bosco, piuttosto che la crisi del carburante o quella di Gaza). Nessuno, mai, che si conceda una pausa, perché ciò comporta una perdita di audience e followers. E nessuno può permettersi questo lusso. Il silenzio, per la politica, è un microfono libero da occupare (vedi Vannacci che contende il podio destro alla Meloni) e l’esitazione diventa una debolezza da smentire immediatamente (Schlein versus Conte). Forse è tempo di restituire alla domanda il suo posto e di lasciarla lì, inevasa.

Quando i pochi istanti diventano uno o due secondi, la pausa si fa percepibile e densa di significati. La diversa coordinazione temporale può segnalare un inciampo: la danza si è interrotta e resta in attesa del passo successivo. Il silenzio cambia allora significato: può divenire imbarazzo, tensione, prudenza, rispetto; può essere il tentativo di trovare parole più delicate, meno taglienti di quelle che sono già uscite; o, più semplicemente, non avere la minima idea di cosa dire. Io, in quest’ultimo caso, sono un campione perché faccio fatica a scegliere, a esprimere un’opinione, ad argomentarla a sufficienza, a dare indicazioni, e spesso quando arriva il momento di parlare sono fuori tempo massimo. Non esiste, insomma, una pausa neutra: ogni intervallo chiede di essere interpretato.

Nel frattempo “parla” anche il corpo: cambiano gli sguardi, la postura, il tono della voce; piccoli movimenti quasi invisibili con cui, a volte, ci si accorda. Nei pochi istanti che separano la frase dell’altro alla nostra risposta non decidiamo soltanto che cosa dire, ma, in parte, come stare davanti a quella persona.

Quando il dialogo funziona, la pausa anziché spezzarlo serve a ricomporlo: pensare a quello che abbiamo appena ascoltato, capire se abbiamo compreso davvero, cercare una parola diversa da quella che ci è venuta per prima, accorgerci che il nostro interlocutore ha detto altro rispetto a ciò che avevamo già deciso di sentire. In questi istanti, la pausa impedisce che la prima cosa che ci attraversa la mente diventi automaticamente quella che consegniamo all’altro. Lo stesso tempo può servire a preparare una replica più efficace, a mettere a fuoco, ad esempio, il punto debole di una argomentazione; oppure a lasciare che ciò che abbiamo ascoltato rimanga ancora per un istante nell’aria, senza trasformarlo subito in qualcosa da usare. La differenza non si vede facilmente, ma si percepisce.

Anche il silenzio, ovviamente, può diventare una forma di violenza: ci sono pause che escludono con un’ostinata assenza di riscontro e sembrano sentenziare che l’altro “non esiste”. Dunque il silenzio non va idealizzato come se fosse sempre una virtù e il rumore sempre un difetto. No: a volte il silenzio indica soltanto un vuoto esteso e incolmabile.

Eppure ci sono contesti in cui il silenzio torna a essere generativo. Ci siamo passati tutti, a scuola; in un’aula il silenzio dell’alunno interrogato sembra eterno. Eppure, se si supera l’imbarazzo è lì che qualche volta nasce il pensiero (chissà se i politici sono mai stati sui banchi …). In quel silenzio chi ha bisogno di ordinare le idee riesce, forse, a farlo; chi di solito resta indietro rispetto agli altri può attraversare quel momento senza doverli inseguire. L’insegnante, semplicemente restando lì, in attesa, può concedere all’alunno il tempo per pensare una risposta adeguata (per lui, s’intende).

Lo stesso accade anche nelle conversazioni più delicate, quando qualcuno si espone con una confessione, una paura, un dolore che costa fatica pronunciare. La tentazione è di rispondere subito per rassicurare, minimizzare e proporre soluzioni, ma quell’impeto risolutivo è spesso un semplice riempitivo che denuncia l’assenza di una reale disposizione all’ascolto. Non risolve nulla e non manifesta vicinanza al sentire dell’altro. Il silenzio lascia invece senza protezioni di fortuna, ci costringe a stare lì, zitti per qualche secondo, accanto all’altro, prima di esporci a nostra volta. In questi casi (come davanti a un lutto) il silenzio, la pausa, sono la forma più elementare di attenzione.

***

A proposito di silenzio: con certi amici, per esempio, non è nemmeno necessario saperlo gestire. Ci si siede (che sia nel Capanno, da Paolo o altrove), si parla per un po’, poi le frasi si diradano e nessuno si affretta a colmare il vuoto con il calcio, il meteo o una barzelletta. Al massimo con l’ultima sparata del governo di turno o del leader di sinistra, che fa venire l’orticaria. Non c’è imbarazzo. Quel silenzio parla chiaro: dice che ci si appaga nel semplice stare in compagnia.

Ha tutt’altra natura il silenzio che irrompe fra un uomo e una donna quando sta nascendo altro dal consueto. Qui la pausa è una carica elettrostatica: il corpo ha già capito ciò che la testa si rifiuta di nominare. Si inizia una frase lasciandola a metà, si abbassa lo sguardo e si aspetta, nella speranza che la stessa non venga conclusa poiché ogni parola in più darebbe un confine ad un territorio tutto da esplorare. Se il silenzio fra confidenti è un rifugio sicuro, questo è una soglia da scoprire: ci si sta un po’ titubanti con la sensazione che una sola parola sbagliata potrebbe far crollare l’incanto. E forse è proprio questo il momento più bello, quando tutto sembra possibile ma nessuno osa dirlo.

Poi c’è il silenzio di chi cammina insieme. I Viandanti delle origini l’hanno praticato. Abbiamo già detto altrove[2] del silenzio che calava quando la salita al Tobbio si faceva sentire nel fiato. Per un po’ si parlava dei temi più disparati, ma ad un certo punto le parole si spezzavano e restava solo il rumore dei passi, il respiro e il ritmo comune. Quando si arrivava (e si conta di farlo ancora) in cima, o al termine di un’impresa condivisa, nessuno esclamava “ce l’abbiamo fatta”: lo diceva il silenzio. Sottendeva un’intesa sul risultato raggiunto, la constatazione, senza bisogno di conferme, che l’uno aveva aspettato l’altro reciprocamente e che la strada era stata percorsa insieme. Qualunque commento ne avrebbe ridotta la misura. Al limite ci stava: “vuoi del formaggio o dell’acqua?”.

Infine, il silenzio dopo il lavoro. Soddisfatti, si ripongono gli attrezzi, si chiude la porta e uno tira fuori il pacchetto di sigarette, il termos del caffè o il fiasco di vino buono. Si fuma, si beve con calma e si guarda in lontananza. Non serve aggiungere nulla: il lavoro ha già detto tutto e le parole sarebbero soltanto commento. È un silenzio stanco ma contento, in cui si smette di essere colleghi, padri e figli, amici, e si diventa, per un po’, semplici compagni di fatica. Il fumo sale, il caffè riscalda, il vino resta in gola e il tempo torna a esser nostro.

Quattro silenzi con significati diversi: complicità, attesa, intesa, riposo. Eppure, li accomuna il fatto che nessuno si senta in dovere di riempirli. È forse questo il privilegio più grande: poter stare zitti accanto a qualcuno senza calcolare i decimi di secondo, senza aspettare il proprio turno nel parlare. Persino io, che non so ballare, so stare fermo in questa danza.

Non sempre, purtroppo, ci si riesce. Qualche volta rispondiamo in modo sbagliato e ce ne accorgiamo troppo tardi, quando avremmo avuto bisogno di quella pausa che non ci siamo concessi. Capita anche a me e, per questo, avrei bisogno di una pausa ben più sostanziale di quella che il lavoro concede: una pausa di significato, che si possa vivere senza fretta.

Noi riempiamo i silenzi come se uno spazio vuoto fosse necessariamente un difetto da sistemare, mentre a volte è meglio lasciarlo così com’è, come si fa con un muro a secco: negli interstizi fra le pietre, con gli anni, si accumula un po’ di terra e, prima o poi, compare un filo d’erba, un germoglio che darà inizio – forse – a ciò che diverrà albero. Non si vede subito, non ha un’utilità immediata, non ha fretta di crescere, ma esiste e si fa strada con le radici fra gli spazi vuoti. Allo stesso modo una parola, un silenzio, una piccola attenzione, un conforto possono, col tempo, far crescere un pensiero o una certezza che prima non si scorgeva. A volte basta un momento di quiete, un silenzio che non si riempie, perché qualcosa dentro cominci a crescere, senza che ce ne accorgiamo.

Penso allora alle mie figlie, a quel loro parlarsi sopra come se ogni pensiero dovesse arrivare prima degli altri. Forse hanno soltanto una gran fretta di non perdere quello che stanno vivendo e riempire spazi vuoti.

Stasera, a cena, proverò a fare una pausa durante le ennesime richieste. Sicuramente la statistica secondo cui noi italiani aspettiamo trecentodieci decimi di secondo prima di replicare verrà smentita, ma il filo d’erba fra le pietre non ha fretta di uscire, e io, per una volta, neppure.


[1] Tema già trattato in Io sono lento. Prego, si regoli in conseguenza.

[2] Vedi anche Centouno motivi (e altrettanti modi) per salire il Tobbio e Riflessioni sul Tobbio.