Centouno motivi (e altrettanti modi) per salire il Tobbio

di Paolo Repetto, 29 giugno 2018, da sguardistorti n. 03 – luglio 2018

Del Tobbio ho scritto già innumerevoli volte, ma forse l’ho dato sempre per scontato. Ora, scontato in una qualche misura lo è, per me che lo scorgo in ogni stagione dalle finestre dello studio e della camera da letto, e anche per chi, se pure non lo ha quotidianamente presente, lo ha frequentato abbastanza da iscriverlo nella geografia della propria mente: ma non lo è per chi non lo ha ancora salito, o lo ha solo intravisto di lontano, o addirittura non lo ha visto mai. E allora, mi sono detto stamattina, bisogna provvedere.

La voglia di scrivere questo pezzo mi è venuta mentre stavo salendo in perfetta solitudine, in una splendida giornata di sole, a parecchi mesi dall’ultima ascensione. Una volta non era così, andavo almeno una volta la settimana, era diventato quasi un rituale. Ho smesso quando mi sono accorto che rischiava di diventare davvero tale, che cominciavo a sentirlo più come un dovere che come un piacere, e che questo era l’esatto contrario di un sano rapporto col monte. Non ho dovuto sforzarmi molto. Le gambe avevano preso a marcare la fatica della salita, le ginocchia a soffrire le percussioni della discesa. Ora ci torno solo quando sono veramente ispirato, e neppure sempre, perché ai conti con le gambe e le ginocchia si sono sommati quelli più generici con l’età, e il disavanzo cresce a ritmi da debito italiano.

Dunque, pensavo: i dati essenziali li fornisce già il catalogo redatto per la mostra 51 vedute del monte Tobbio, venti e passa anni fa. Ci sono le motivazioni degli appassionati, dall’ottocento ad oggi, un sacco di immagini che mostrano la montagna in tutti gli abiti stagionali, le statistiche, i percorsi possibili, la fauna, la flora, persino una breve storia della chiesetta e del rifugio. Cosa manca, allora? Oggettivamente non manca nulla, dagli aficionados il Tobbio è stato studiato e descritto quanto l’Everest dai collezionisti di ottomila: ma soggettivamente, per quanto riguarda il mio personalissimo rapporto col monte, manca una sintesi che metta assieme tutti i tasselli di cui parlavo sopra: e che offra a me motivo di chiudere una volta per sempre la frequentazione scritta. Non quella fisica, naturalmente.

Non posso quindi prescindere da quanto sul Tobbio ho già detto. E dal momento che l’età non pesa solo sulle gambe, ma induce anche una certa pigrizia nella scrittura, mi torna comodo riproporre integralmente in apertura un “ritratto” abbozzato appunto venti anni fa. Ormai lo faccio spesso, pur sapendo che quando si scade nell’autocitazione si evidenzia una perdita di freschezza: ma il fatto è che non mi piace ripetere le stesse cose, anche perché senz’altro lo farei peggio. Il brano si intitola “Dalla vetta”, ed è comparso nella raccolta “Appunti per una riforma della filosofia yamabushi”.

 

“A chi gli chiedeva perché si ostinasse a voler salire l’Everest, George Mallory rispondeva: perché è lì. Fatte le debite proporzioni, la risposta di Mallory spiega perfettamente il rapporto che un sacco di persone, me compreso, hanno col Tobbio. Ti vien voglia di salire sul Tobbio perché è lì, incontestabilmente. Non puoi fare a meno di vederlo, ovunque tu sia nel raggio di una cinquantina di chilometri. Ogni volta che torni verso casa è la prima sagoma che scorgi, inconfondibile. Sai di essere sulla strada giusta. Lo rivedi e ti chiedi: chissà come sarà, lassù. Ti viene voglia di salirci, lassù, di andare a vedere com’è. E se anche ci sei stato la settimana prima, o due giorni prima, ti vien voglia lo stesso, perché sai che domani sarà diverso, sarà diverso il tempo, sarai diverso tu, saranno altri quelli che incontrerai in cima o lungo il sentiero. Tutto qui. Non ho mai trovato una pepita d’oro tra le rocce del Tobbio, né il colpo di fulmine nel rifugio, e neppure sono stato illuminato sulla direttissima. Ho trovato quello che ci portavo, entusiasmo qualche volta, rabbia qualche altra, speranze, delusioni. Non le ho scaricate lì, da buon ecologista, ma stranamente nella discesa ero più leggero. Sapevo di aver fatto la cosa giusta, una volta tanto.

La sacralità di una montagna non è proporzionale alle sue dimensioni, alla sua altitudine o alla sua inaccessibilità, ma piuttosto al significato che essa riveste per le popolazioni che vivono alla sua ombra o nel raggio della sua visibilità, o per gli individui che la salgono. In questo senso, sempre avendo chiare le proporzioni, e con un po’ di ironia, la sacralità del Tobbio non ha nulla da invidiare a quella del Kailas, del Fuji o del Meru. Il difetto di esotismo è pienamente compensato dalla paterna confidenza, mista al senso di rispetto, che spira dai suoi costoni. Il Tobbio è diverso, è speciale, e la sua diversità è avvertita da sempre, tanto da aver rivestito di un’aura di leggenda una vetta accessibile e modesta.

L’eccezionalità del Tobbio è legata ad un particolare rapporto tra la sua morfologia e la sua collocazione. La conformazione vagamente piramidale e l’escursione altimetrica tra le pendici e la vetta gli conferiscono un’estesa visibilità, pur in mezzo ad altre formazioni di altitudine pari o addirittura superiore. E il suo stagliarsi nitido, sulla direttrice ideale che raccorda il mare alla pianura dell’oltregiogo, lo ha eletto a riferimento geografico, meteorologico e simbolico per eccellenza per le popolazioni di entrambi i versanti dell’Appennino.

La riconoscibilità è la prima caratteristica del Tobbio, forse la principale, ma non è l’unica. Ribaltando il punto di osservazione, trasferendolo a fianco della chiesetta sommitale, si gode di un panorama a trecentosessanta gradi che bordeggia il mar Ligure, in certe giornate eccezionali partendo dalla Corsica, sale lungo la cresta delle Marittime, incrocia il Monviso, si allarga al Bianco e al Rosa, e si stempera nelle Retiche, fino al Bernina. Un vero ombelico del mondo, o almeno di questa piccola fetta. Per un fortunato gioco di cortine naturali non si scorgono di lassù le cicatrici e le croste lasciate dall’uomo sulla pelle della terra, cave, autostrade, discariche, gallerie, e anche il peso della sua stupidità appare per un momento ridimensionato. Realizzi che il Tobbio è lì da prima che la nostra specie potesse scorgerlo, e ci sarà ancora quando non potrà più farlo.

Ma soprattutto ti sorprendi a pensare che altri, un paio d’ore o un paio di secoli prima, hanno visto ciò che tu stai vedendo, e senz’altro hanno provata la stessa emozione, perché diversamente non si sarebbero presa la briga di salire. Ed è questo, probabilmente, che ti fa scendere più leggero”.

 

L’essenziale c’è già tutto, e mi rendo conto che avrei potuto benissimo riproporre semplicemente il pezzo e chiuderla lì, evitando la ridondanza. Ma la salita di stamattina è stata lunga, l’ho presa piuttosto bassa: in compenso ho avuto tanto tempo per riflettere, per riesumare episodi, aneddoti, sensazioni che non voglio nuovamente perdere, e che tenterò di riversare in queste pagine. Quindi tengo come testo base della mia dichiarazione d’amore per il Tobbio quello di vent’anni fa, mentre il resto, ciò che andrò ad aggiungere, sono solo postille e corollari.

Il primo motivo che cito nella professione di fede è di carattere ontologico. Il Tobbio merita di essere salito perché esiste, e perché è fatto in un certo modo. Tutte le alture dei dintorni meritano senz’altro uno sforzo per cavalcarle: ma nessuna offre la stesse gratificazioni. Con la sua conformazione, che lo fa sembrare una montagna vera, o almeno è in linea con l’idea che abbiamo sin da piccoli di una montagna, il Tobbio sembra sfidarti. Lo si vede spuntare un po’ dovunque: incombe da vicino sui laghi della Lavagnina, si staglia dietro le prime colline dalla piana della Caraffa, e più remoto dai contrafforti collinari alle spalle di Ovada. Insomma, non si può fare a meno di vederlo, fermo lì, che aspetta. Ti aspetta.

Immaginate quale sfida sia stata per me che, ripeto, me lo trovavo di fronte nel nitore dell’alba ad ogni risveglio e illuminato da una luce rosacea ad ogni tramonto. Eppure, il primo tentativo di salirlo fu un disastro. L’occasione era quella di un breve campeggio alle Capanne di Marcarolo, con il viceparroco (lo stesso che fece da arbitro alle olimpiadi lermesi) e una decina di amici. La ricordo come un’esperienza orribile, perché assieme a mio fratello, che non aveva più di sette o otto anni, dormimmo per due notti in una tenda a telo unico senza pavimento, con una sola coperta in due. Credo sia stata l’unica volta in vita nostra in cui ci siamo abbracciati, per cercare di combattere il freddo. Quando affrontammo la salita non avevamo la minima idea del sentiero (eravamo sul versante del ponte Nespolo). Attaccammo i contrafforti in ordine sparso e nel giro di dieci minuti eravamo già dispersi lungo tutto il costone. A metà, forse anche prima, io e Gianni rinunciammo. Non fummo gli unici: arrivarono in vetta solo in tre, compreso il viceparroco, e mi chiedo ancora oggi come abbiamo fatto a ritrovarci tutti, a fine pomeriggio, in riva al Gorzente.

Prima di arrivare ad una salita vera trascorsero altri dieci anni. Questa volta ero con una ragazza, e fu subito passione. Ma per la montagna. Quella della gita al Tobbio da proporre alle fanciulle con cui flirtavo divenne una consuetudine. Non c’erano secondi fini, pensavo davvero di offrire loro un’esperienza eccezionale: ma inconsciamente ne avevo fatto una sorta di test di compatibilità. Devo ammettere che risultò fin troppo selettivo. Ricordo che una delle ragazze, ancora stravolta dall’acqua e dal vento che avevamo beccato sulla cima, mi disse che davvero era stata un’esperienza eccezionale, ma che la considerava anche irripetibile: e mi diede il benservito.

Andò meglio con i miei studenti. Fin dai primi anni di insegnamento propagandai la gita al Tobbio come sacrificio propiziatorio per l’esame di maturità, da replicarsi in caso di esito positivo come rito di ringraziamento. Avevo anche cominciato a capire che ad alcuni, non solo alle ragazze, la scarsa abitudine alla fatica poteva creare qualche difficoltà, e ad affinare le mie doti di motivatore. Tanto che ad un certo punto furono gli studenti stessi a chiedere di ripetere il rito, o di anticiparlo anche ai primi anni di corso. Col tempo poi, e con la loro uscita dalla scuola, il Tobbio divenne l’occasione per cementare sentimenti veri d’amicizia. I Viandanti sono nati lungo i suoi costoloni.

La terza fase fu quella familiare. Emiliano salì in vetta a sei anni in meno di un’ora, percorrendo da primo tutto il sentiero. Non fu immediatamente contagiato dalla mia malattia, e attese parecchio prima di tornarci: ma da quando a sua volta è padre ha riscoperto il valore unificante di quelle salite, e mio nipote vanta senz’altro tra i suoi coetanei il maggior numero di ascensioni. Di Chiara ho una bella foto davanti al rifugio: a meno di tre anni aveva fatto metà del percorso sulle proprie gambe. Elisa lasciò secco un amico continuando a girare come una trottola attorno al rifugio, dopo aver macinato, anche lei attorno ai quattro/cinque anni, tutta la salita. E dieci anni dopo ha annichilito me quando, a un certo punto del sentiero, mi ha detto: “Beh, io adesso vado”, e mi ha lasciato a guardarla svanire rapidamente in alto.

Ma non c’erano solo i famigliari. Sono moltissime le persone che ho accompagnato in cima. Andavo orgoglioso di essere considerato un esperto dei sentieri e delle condizioni ottimali di salita. Mi piaceva anche il fatto che, diversamente da quanto accadeva con gli studenti e con i famigliari, rispetto ai quali esisteva comunque un (motivato) sospetto di coercizione, in questo caso i postulanti si rivolgessero a me spontaneamente. Non provavo quindi sensi di colpa nel vederli magari arrancare, ma sentivo solo la responsabilità di far loro adeguatamente apprezzare ciò che stavano facendo.

Alcune di quelle spedizioni sono rimaste memorabili, nel senso che ancora oggi trovo ogni tanto qualcuno me le ricorda. Di una salita notturna prenatalizia, lungo il sentiero completamente innevato, rammento la fila delle luci, nel buio totale, qualche tornante più in basso. In quell’occasione ci eravamo muniti di lanterne vere anziché di torce elettriche, e le vedevo avanzare lente, là in fondo, mentre con altri due sherpa carichi di legna e di cibarie guadagnavo il rifugio, per accendere la stufa. Un’immagine da antica fiaba.

Nel corso di un’altra escursione la figlia di una coppia di amici si slogò malamente una caviglia. Eravamo più prossimi alla vetta che alla base, per cui decisi di caricarmela sulle spalle e portarla in cima. Per fortuna, anche se aveva ormai superata l’adolescenza, non pesava più di cinquanta chili. La parte difficile venne però al ritorno, quando dovetti scendere al buio, con la povera ragazza appollaiata sulle mie spalle, cercando di non catapultarla di lassù sulle pietre del sentiero. L’ho poi incontrata dopo trent’anni, naturalmente senza riconoscerla, mentre lei mi aveva identificato subito: e ho scoperto che quell’episodio era ancora impresso nella sua memoria, ricordava particolari che a me riuscivano completamente nuovi e aveva persino epicizzato una vicenda in realtà solo un po’ faticosa.

L’impresa vera però, quella di cui vado giustamente fiero, è stata di portare in vetta al Tobbio la mia vicina di casa, l’ex-fornaia Pina. Nel periodo in cui frequentavo settimanalmente la montagna la trovavo ogni volta, al rientro, a chiedermi dal suo terrazzino notizie sul percorso, e a rammaricarsi di non essere mai salita al Tobbio, anzi, di non averlo nemmeno visto da vicino. E io continuavo a ripeterle che non è mai troppo tardi, fino a quando decisi, prima che lo diventasse davvero, di prenderla in parola. Alla cosa ostavano sia la stazza, oltre il quintale, sia l’età, non più giovanissima, ma riuscii a convincere anche i suoi familiari (e fu questa la parte più difficile). Avrei dovuto filmare quella salita. In poco più di tre ore Pina, un po’ tirata dal marito, un po’ spinta dai figli, un po’ arringata e stimolata dal sottoscritto, arrivò in vetta. Aveva superato ogni limite umano di fatica, era stravolta ma raggiante. Quando la sedemmo in macchina dopo altre tre ore di discesa confessò che a quel punto avrebbe potuto tranquillamente anche morire. Invece è ancora viva e vegeta, e ha raccontato la sua salita al Tobbio a mezza provincia, prendendosi il gusto maligno di rimproverare a chi mai ci ha provato: “Ma come, se sono andata su persino io!”.

 

Nelle salite di cui ho parlato sino ad ora la motivazione più forte era quella del proselitismo: far conoscere a più persone possibile il piacere che quella montagna può offrire, senz’altro per gli spettacoli naturali che ti squaderna davanti, ma soprattutto per la fatica che impone per conquistarli: studenti, famigliari, semplici conoscenti, sono sempre scesi con la coscienza di avere ottenuto una vittoria, non sulla montagna, ma su se stessi.

Salendo con gli amici, invece, gli stimoli sono completamente diversi. Non devi convincere o rassicurare o spronare nessuno, puoi abbandonarti al piacere della conversazione, dello scherzo, magari, perché no, anche dell’assoluto silenzio, quando ti rendi conto che le parole guasterebbero l’atmosfera. In questo caso si può anche arrischiare la novità, la ricerca di qualche passaggio inedito e più complesso. Un anno abbiamo risalito con Fabio praticamente tutti i canaloni, da ogni versante, scoprendo che anche il Tobbio può riservare scariche di adrenalina. Arrampicando lungo una cascatella ghiacciata finii di sotto, in una conca d’acqua sufficiente ad infradiciarmi tutto, e dovetti praticamente correre sino alla vetta per accendere la stufa e scongelare gli indumenti che indossavo. Con Giuseppe siamo invece saliti un giorno in cui ghiacciava anche il respiro, rischiando di volar via sul verglass ad ogni passo. Con Franco poi credo di aver davvero sperimentato ogni possibile versione del Tobbio, con qualche incursione anche nel paranormale.

Messa così sembra però che io sia sempre salito in compagnia. È vero il contrario. Almeno i due terzi delle mie ascensioni si sono svolte in solitaria. Salire il Tobbio è bello comunque, e con la compagnia giusta può diventare addirittura esaltante, perché la cadenza lenta del passo favorisce lo scorrere di riflessioni, osservazioni, domande, ecc. Ma il monte stesso si rivela un ottimo interlocutore quando lo avvicini da solo.

Le ascensioni solitarie sono anzi quelle che rispondono al più vasto spettro di motivazioni. A volte, come stamattina, è lo splendore della giornata a farti decidere. Pensi: se è bello qui, chissà come deve essere lassù. In altri casi la cosa parte da dentro, hai una motivazione petrarchesca (“Solo e pensoso …”), un bisogno di solitudine mesta, oppure, al contrario, celebri con la salita una qualche gioia, quasi a volerla condividere con il più discreto degli ascoltatori. Talvolta, soprattutto ultimamente, è l’espediente per fare un bagno nei ricordi: ogni pietra del sentiero può suscitarne uno. Ma i motivi possono essere anche più prosaici: io uso spesso il Tobbio come termometro del mio stato di salute, e l’effettuare una buona salita ha anche un effetto terapeutico, tanto sul fisico che sul morale.

Non mancano naturalmente anche le motivazioni agonistiche, meno confessabili per uno che vuol passare per una persona seria, e quindi da soddisfare in segretezza. Per un certo periodo mi ero incaponito ad effettuare salita e discesa in cinquanta minuti, (che non è poi un grande exploit: Sergio, il figlio di Franco, impiegherebbe la metà del tempo – ma Sergio appartiene a un’altra razza, era un fuoriquota già a dieci anni) e ho trattato il Tobbio come un avversario, cercandone i punti deboli, forzando i passaggi, studiando le linee di percorrenza più dirette. Alla lunga com’era logico ha vinto lui, ma alla sua maniera magnanima, facendomi riscoprire i veri piaceri della salita. Ci siamo immediatamente riconciliati.

Un significato diverso bisogna però riconoscere ad altri tipi di performance alle quali il Tobbio ti induce, non sportive ma, come si dice oggi, di survival. Se sali dopo una nevicata che ha coperto con una coltre di due metri anche gli sparuti pini della fascia bassa, sprofondando ad ogni passo e impiegandoci magari quattro ore, conosci una montagna completamente diversa. Lo stesso accade per una salita compiuta in immersione totale nella nebbia più fitta, che rende irriconoscibili anche i riferimenti più evidenti, quei passaggi che hai compiuto centinaia di volte. Non temi di esserti perso, sai benissimo che volgendoti in discesa da qualche parte comunque finirai, in un rituale o su una strada, ma il non riconoscere le cose note ti inquieta, mina le tue certezze di avere comunque in mano la situazione: e d’altra parte ti fa intravvedere, proprio perché nasconde quelle reali, le altre infinite possibilità d’essere del paesaggio.

Ciò che più ti sorprende, però, è trovare anche in situazioni un po’ esasperate altri con la tua stessa motivazione. L’ennesima conferma che il Tobbio è anche un luogo privilegiato di incontri. È privilegiato perché difficilmente ci trovi degli imbecilli. L’imbecille di norma non ama una fatica che gli appare del tutto gratuita, quindi preferisce rimanere a valle. E comunque, mal che vada, se anche ce lo trovi difficilmente è a suo agio; la stanchezza un po’ lo inibisce, l’ambiente non si presta all’esercizio della stupidità e anche gli interlocutori sono poco disponibili a tollerarla.

Esiste invece, al contrario, una sorta di comunità di frequentanti, i puri, i “sublimi maestri perfetti” della tradizione catara, che magari si sono incrociati solo un paio di volte, ma rimangono in costante contatto spirituale, anche attraverso il diario di vetta. Ogni volta che salgo vado a verificare l’ultima presenza di Michele Magnone, che invariabilmente risale al giorno prima o al giorno stesso. Michele lascia pochissimi segni, ma inconfondibili: temperatura, situazione meteorologica, vento. Nessun commento. Sale tutti i giorni, con qualsiasi condizione atmosferica, da un paio di decenni. Un’assenza di quindici giorni, qualche anno fa, era giustificata da un’escursione nel gruppo del Monviso. Si era preso una vacanza. Michele ha stracciato tutti i record, ma non cerca affatto un posto nel Guinnes dei primati, altrimenti sarebbe appagato da un pezzo. Nemmeno aspira ad un ruolo di guru, o ad una visibilità conferita dalla stranezza, anche se suo malgrado ha delle fans che gli chiedono il selfie. Il Tobbio gli è proprio entrato in vena, e un po’ di merito, o di responsabilità, a seconda dei punti di vista, ce l’ho anch’io, perché è con me che ha cominciato a salire, mezzo secolo fa.

L’incontro non lo cerchi, ma sotto sotto te lo aspetti. Rappresenta un valore aggiuntivo. Non solo perché è sempre possibile, a volte sorprendente, a volte commovente, ma per come avviene. Non senti la rarefazione dell’aria, lungo i sentieri o sulla vetta, in fondo sono solo poco più di mille metri: ma agisce una rarefazione del linguaggio. Gesti e parole si riducono a quelli essenziali, come accade in alta montagna, senza però che a dettarli sia alcuna urgenza o difficoltà. In sostanza, non c’è spazio per sparare palle o cretinate, ma ce n’è a sufficienza per comunicare in maniera sentita e spontanea, sia con i vecchi conoscenti che con gli sconosciuti. Non ricordo di essere mai sceso pensando “Ma che razza di idioti!”, cosa che invece mi accade troppo spesso in pianura.

La community funziona a volte in maniera sorprendente. Un giorno, approdato in vetta in mezzo a una tormenta di neve, ho trovato nel rifugio un gruppo ligure stretto attorno alla stufa. Al momento della presentazione ho colto delle espressioni di stupore, fino a che una delle escursioniste mi ha chiesto: “Ma è quel Paolo Repetto?” Mi sono fatto spiegare la cosa ed è venuto fuori che il mio nome era abbastanza conosciuto nei club tobbistici d’oltre-appennino, non fosse altro per l’iniziativa di recupero del rifugio portata avanti col CAI di Ovada, ma che le mie attività ascensionali erano confuse con quello di un omonimo ovadese, un bravissimo e sfortunato ragazzo che per un certo periodo venne a sfogare le sue crisi sentimentali sul Tobbio, salendo persino tre volte in un giorno e lasciando sul quaderno di vetta delle poesie di Baudelaire e di Mallarmé. Si era pertanto diffusa in quel di Voltri la voce che mi fossi bevuto il cervello, e quando ho chiarito la faccenda mi sono parsi tutti riconfortati.

Penso però a questo punto di aver postillato sin troppo, e di doverci dare un taglio. Riassumo quindi, molto sinteticamente, poche altre banalissime considerazioni.

Uno dei motivi più evidenti che giustificano la diffusa devozione per il Tobbio è che si tratta di un monte per tutte le stagioni. L’ideale sarebbe salirlo almeno quattro volte l’anno, in condizioni climatiche diverse, per coglierne almeno in parte la gamma di sfumature, sensazioni, colori, suoni, odori. E di ripetere l’operazione tutti gli anni, per cogliere anche le variazioni nostre, e gli umori, stagionali e non. È l’esatto contrario della terapia del lettino dello psicanalista: costa molto meno e risulta senz’altro più efficace.

Un altro motivo sta nel fatto che si tratta comunque, se si rispettano i sentieri e non si lasciano in giro immondizie, della pratica meno devastante oggi possibile nei confronti della natura. Non si inquina l’aria, non si erode nulla, non si tagliano alberi e non si disturbano animali. Questo naturalmente vale per una pratica corretta. A scoraggiare quelle scorrette dovremmo quindi impegnarci, con l’esempio ma non solo, tutti quanti. Se invadono anche questo spazio (“loro”, fuoristradisti, pubblicitari, antennisti, logistici, ennevalichisti, valorizzatori del territorio, il futuro insomma) non ci rimane più nulla.

Un ultimo riguarda il fatto che salendo sul Tobbio si ripete un gesto possibile tale e quale dieci o venti o centomila anni fa, e che spero possa essere ancora compiuto tra altri diecimila. Le condizioni sono più o meno le stesse, la maggiore funzionalità odierna dell’equipaggiamento è compensata dalla minore abitudine a camminare o a sopportare le temperature. Non so se i primi sapiens fossero interessati a salire le montagne, avevano disponibile per le loro esplorazioni tutto un mondo più comodo e più ricco di opportunità per la sopravvivenza. Se qualcuno però lo ha fatto è quello di cui ho visto stampata l’ombra, stamattina, contro il muro esterno del rifugio. Non c’era nessun altro, ma non ero solo.

Non poteva essere che lui.


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