Il gradiente dell’onesta liberazione

di Fabrizio Rinaldi, 24 giugno 2018, da sguardistorti n. 03 – luglio 2018

Quando cammino nei boschi, immancabilmente, l’occhio si sofferma su qualche fenomeno minuto che avviene la sotto, e mi distraggo dai propositi che mi avevano fatto intraprendere il percorso.

Non c’è verso, mi accade anche quando vado a funghi con mio padre: lui torna a casa col cesto pieno, io con uno, un solo esemplare di porcino, poiché magari mi fermo ad osservare le lumache mentre divorano tranquille l’ovulo che avrei dovuto raccogliere.

Non mi distraggo, invece, mentre passeggio in paese, tra le vetrine dei negozi stracolme di prodotti “indispensabili e irrinunciabili”, di cui mi importa meno che di una mosca sulla cacca di un cane.

Visto che non smanio per scarpe, abiti o cibo esposto, la mia attenzione si ferma sulle tipologie umane. Provo a immaginare delle storie cucite sui pochi indizi che gli incontri mi offrono: vecchi (magari non anagraficamente) rancorosi che ciattellano su questo o quell’altro, coppie già scoppiate (lo si vede da come, pur camminando uno accanto all’altro, fan di tutto per non sfiorarsi), amanti che fan di tutto invece per sfiorarsi pur nascondendolo, poveri affamati e ricchi ostentati. La casistica è infinita, ci sarebbe da scrivere fior di trattati sull’antropologia del quotidiano.

La natura umana attrae però meno il mio interesse. L’uomo agisce troppo velocemente, e io per carattere non reggo questa frenesia, ne sono infastidito e se posso la evito.

Al contrario, durante la passeggiata nel bosco, ignorando moglie e figlie che mi richiamano alla loro compagnia, sono costantemente attratto da ciò che lì succede: la foglia di una pianta che non conosco, le modalità di interazione delle formiche per sopravvivere in quel fazzoletto di terra che a loro parrà sterminato; una roccia sedimentaria che, di passeggiata in passeggiata, di anno in anno, si ricopre lentamente e inesorabilmente prima di licheni, poi di muschi, per ospitare infine felci e fiori.

Là in mezzo si può assistere ai passionali accoppiamenti delle libellule, con acrobazie che fanno apparire banali quelle descritte nel kamasutra, o vedere le femmine di insetto stecco che depositano le uova già fecondate senza neppure accoppiarsi, perché i maschi sono talmente rari che è meglio far da sé. Potere delle donne …

Ma anche l’osservazione di semplici accadimenti naturali offre costanti rimandi all’agire umano. Uno di questi sono gli infiniti, spesso impercettibili passaggi che portano un fenomeno a diventare qualcos’altro. Questi passaggi sono determinati da un complesso di spinte e di azioni-reazioni (ad esempio, la pressione, la temperatura, l’umidità, ecc …), che sono indicate come “gradienti”. Il termine, originario della matematica, è entrato poi in uso anche nelle scienze naturali, e ultimamente in quelle sociali. Un gradiente, dunque, è grosso modo un fattore di mutamento (sarebbe più corretto dire che è la “quantità”, la “rilevanza” di quel fattore). All’interno di un gradiente esistono interminabili progressioni che trasformano un elemento o un fatto in qualcos’altro.

Lungo il percorso nel bosco se ne possono osservare parecchi. Provo qui a individuarne qualcuno che aiuterà a prendere coscienza di come agiscono.

Il primo l’ho già descritto poco fa: è l’esempio base. Si va dalla nuda roccia fino alle fioriture, passando attraverso una sequenza di forme vegetative (licheni e muschi) sempre più complesse.

Mentre cammino mi accorgo che la vegetazione si fa più fitta, con foglie sempre più grandi; compaiono carpini e ontani neri, chiazze di ferrobatteri, felci: spunta anche una salamandra. È evidente che mi sto avvicinando ad una zona umida.

Se alzo poi lo sguardo vedo due taccole che, in un crescendo di nervosi gracchi, importunano con voli radenti il bel biancone che vorrebbe starsene fermo lassù, volando a spirito santo, ad osservare la sua preda: un lungo biacco steso su una rupe.

Qui in basso, a sua volta, un ragno è guidato dalle crescenti vibrazioni della sua tela, stesa tra due arbusti, fino ad arrivare alla farfalla intrappolata.

Insomma, identificare i gradienti permette di cogliere le infinite interazioni naturali che congiungono i diversi elementi della biodiversità in un groviglio di legami, e al tempo stesso rafforzano ogni singolarità specifica.

Ora, se imparassimo a valutare correttamente anche i gradienti sociali avremmo una consapevolezza ben maggiore dei fenomeni che ci coinvolgono: soprattutto ne coglieremmo le possibili derive, e le loro disastrose conseguenze. Con una, purtroppo tragica differenza: la conoscenza dei gradienti naturali di norma ci aiuta ad agire (non sempre: si pensi al problema ambientale), quella dei gradienti sociali sembra invece destinata a rimanere sterile. Voglio dire che era immaginabile, ad esempio, che persino un mediocre caporale, eletto democraticamente dal popolo tedesco, avrebbe potuto diventare la personificazione del male assoluto: e qualcuno in effetti lo ha anche fatto. Ma poi il caporale ha avuto via libera.

Nella società globalizzata le interconnessioni tra fenomeni sociali sempre più complessi e sempre più strettamente legati producono una moltiplicazione di gradienti. L’effetto di deriva è già ben visibile, nel controllo capillare dell’informazione, nella creazione di bisogni indotti e in una politica sfacciatamente mirata a soddisfare l’egoismo di pochi, a tacitare le aspirazioni di molti e ad ignorare i bisogni primari di altri, gli ultimi, quelli del mondo occidentale o quelli provenienti da paesi lontani.

Come viene mascherato o negato questo effetto? Semplicemente ignorando i gradienti, trattando le questioni come fenomeni singoli, separati e indipendenti gli uni dagli altri, con confini ben precisi. Questo illude di controllarli meglio: un mondo di confini impedisce le interazioni. I gradienti invece fondono fenomeni che pensiamo distinti, e che diventano impossibili da controllare e gestire nell’ambito miope della politica di “protezione” degli interessi egoistici e immediati.

È questa semplificazione che ha portato ad esempio ad avere in Italia un governo che si regge sul numero di follower in più rispetto all’avversario, piuttosto che sulle idee e le proposte di senso. Mentre gli italiani sono distratti dal respingimento dei barconi carichi di disgraziati, vengono ignorate questioni ben più importanti. E a giudicare dai sondaggi di voto, l’opera di distrazione riesce perfettamente.

Per fortuna sul lavoro ho quotidianamente la dimostrazione che l’integrazione e l’inclusione sono realtà – lente a sedimentarsi, ma sostanziali nell’affermarsi – che vanno al di là di Salvini e dei suoi appelli alla “pancia” degli italiani.

Le classi milanesi che vengono a trascorrere una settimana al mare, tra i borghi liguri e la macchia mediterranea, sono composte per lo più da bambini di origine straniera (a volte gli italiani si contano sulle dita di una mano) che non danno peso al colore della pelle o alle differenze culturali, ma sono interessati alle reciproche relazioni, alla scoperta del nuovo, alle differenze e alle complessità dei fenomeni che li circondano tutti, nessuno escluso.

Non è difficile capire che il futuro degli italiani sta proprio in queste classi multietniche, perché da esse usciranno i futuri dirigenti e politici. Ma non sarà un percorso facile, privo di ostacoli e di retromarce.

Gli Stati Uniti dopo secoli di discriminazione e di oppressione razziale hanno avuto un presidente “negro”: ma dopo di lui è arrivato Trump, segno che la maturità è ancora ben lontana.

Per questo sarebbe fondamentale un lavoro d’integrazione serio, che è cosa ben diversa dal “vogliamoci tanto bene”, e suppone una idea di “cittadinanza” che non appartiene nemmeno agli italiani.

Si dovrebbe ricominciare a parlare di regole, che sono la base di ogni civile interazione, e soprattutto a rispettarle, tutti quanti. Ciò che appare lontanissimo dagli intenti attuali. La “pancia” invoca solo soluzioni facili, non responsabilizzanti, e le attuali scelte politiche non fanno che assecondarla, riducendo il problema agli stranieri da espellere.

Mi sta diventando impossibile digerire il volto di chi ci governa, e tanto più quello di chi ne premia le scelte. Sono persino fisicamente a disagio e ho perso ogni voglia di provare a comunicare con chi non la pensa come me.

Pensavo che con Berlusconi avessimo toccato il fondo, che almeno si fossero prodotti degli anticorpi contro la mediocrità, il ciarlatanismo, le semplificazioni: invece oggi è forse peggio, perché al potere abbiamo degli sprovveduti totali, armati solo di presunzione, che sbandierano la loro ignoranza come una virtù e irridono i principi fondanti la nostra democrazia. E che sono purtroppo lo specchio veritiero del modo di pensare e di sentire della maggioranza.

C’entra qualcosa questo con i gradienti? Certo che c’entra. Chi ha combattuto Berlusconi per vent’anni ha continuato a illudersi che si trattasse di un’anomalia della storia, di un incidente di percorso della democrazia: senza ricordare che lo stesso si diceva cent’anni fa del fascismo, e poi del nazismo, e che quei principi sono stati messi sotto accusa per tutto questo ultimo secolo anche da chi il fascismo e il nazismo li combatteva.

Non possiamo continuare a raccontarci storie: della democrazia come noi la intendiamo, che non è solo uno dei modi di esercizio del potere politico, ma una scelta di vita e un modello di convivenza, non frega niente quasi a nessuno.

La “gente”, cui si è data “finalmente” la parola, bada a quello che ritiene il proprio immediato interesse ed è sorda ad ogni causa che implichi anche lontanamente un sacrificio: gli intellettuali cercano solo una effimera visibilità e per ottenerla si prestano a fare i giullari del potere; e il potere stesso, che una volta era ben identificabile nella distinzione tra oppressori e oppressi, ha assunto contorni talmente indefiniti e ambigui da rendere problematico anche ogni tentativo di resistenza.

Qual è allora il gradiente fondamentale, in questo bel panorama? È in-dubbiamente l’ignoranza. In termini di conoscenza, perché paradossalmente abbiamo avuto un aumento esponenziale delle conoscenze specialistiche, ma si è persa la capacità di interconnetterle: e in termini di desiderio di conoscenza, intesa come curiosità genuina, non finalizzata alla realizzazione economica o sociale, nei confronti degli altri o del mondo. Persino il ceto “intellettuale” ha creduto di poter scherzare con l’ignoranza, l’ha giustificata e coltivata. Mentre sarebbe bastato tenere d’occhio la piega che le cose stavano prendendo per capire dove ci stava portando la deriva. Salvini e Di Maio non nascono dal nulla. Sono solo gli esiti più clamorosi di un fenomeno di sbracamento culturale che ha investito tutta la società, e al quale nessuno ha opposto seriamente resistenza.

Per questo continuo a issare palizzate di principio attorno alle mie convinzioni: ma temo che ad un certo punto mi troverò completamente circondato, chiuso in un recinto di “sani principi”. E credo che questo stia accadendo ad un sacco d’altra gente. Non sappiamo come uscirne, cominciamo a disperare che sia ancora possibile.

L’unico dato positivo della situazione è che non siamo soli. Il male comune in questo caso non è un mezzo gaudio: ma a patto che sia avvertito appunto come comune, può indurre a unirsi per combatterlo.

Sarà bene che anch’io mi sforzi di mettere la testa fuori del recinto: può essere che veda altri volti spuntare da fortini e senta voci non stonate. Non sarà la liberazione universale, ma darà un po’ di senso ad una resistenza che rischia davvero di diventare pura ostinazione.

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