Mu-u-usic pla-a-a-a-a-a-ay!

di Feronan – Petregi – Kerouac, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

Finalmente, dopo un’attesa spasmodica, i cancelli si aprono. Controllati come in un serraglio, filtriamo a due a due oltre le transenne. Ci accoglie una selva di bancarelle, la bottega della freakmanìa. Mi faccio strada a fatica fino all’area concerto, puntando verso il palco. Con quei tralicci giganteschi che lo sosvastano assomiglia ad un relitto postindustriale. Sono in tanti, già buttati sull’erba, molti hanno cominciato ad arrotolare. Mi buttò giù anch’io, non si sa mai. Si sta bene distesi sul prato, la serata è tiepida, il cielo stellato. Un posto adatto per sognare. Una nota infinita si libera dal palco, forse è il segnale di inizio. Miscelati blandamente si diffondono nell’aria suoni e voci mediterranei. Poi, all’improvviso, la musica deflagra, sparata in decibel impossibili, per arenarsi subito dopo in un ritmo ripetitivo, privo di energia. È una musica senz’anima, non è la mia musica.

Saltammo fuori nella notte calda, selvaggia, sentendo un indiavolato sax tenore che faceva ululare il suo strumento dall’altra parte della strada in questo modo: “ii-iah! ii-iah! ii-iah!” mentre delle mani battevano a tempo e la gente urlava: “dai, dai, dai!”.

Penso immediatamente al leggendario Howling’ Woolf, all’anagrafe Chester Burnet, classe 1910. Il suo itinerare dal delta del Mississipi a Chicago è in sé l’essenza storica della musica: una fuga lungo una strada costellata di note e di sensazioni. Per me ascoltare musica è questo: un meccanismo che una volta innescato porta sempre a nuove mete sonore ed è destinato all’incompiutezza. Una specie di trance che, in un turbinio di ritmi, melodie e dissonanze, scaturiti da chissà quale luogo della mente, ci possiede per ore o anche giorni fino a ricondurci alle radici musicali di un popolo.

Il sax tenore col cappello stava suonando sull’onda di un meraviglioso soddisfacente motivo improvvisato, una frase ripetuta che si alzava e ricadeva e andava da “ii-iah!” fino a un più indiavolato “ii-iah! ii-iah! ii-iah!” e imperversava al suono della cascata scrosciante della batteria incrinata, martellata da un grosso nero brutale dal collo taurino cui non importava un corno di niente fuorché di castigare i suoi logori tamburi. “Crak, ta – ta – ta – bum, crak”.

Ricordo quando assistei al primo concerto. Era il 1966, al palazzetto dello sport di Bologna c’erano i Rolling Stones. Per me fu come sopravvivere ad un tornado e trovare il mondo capovolto. Qualcuno lì mi parlò di un certo Sonny Boy Williamson e di quello che faceva con l’armonica a bocca. Non appena tornai a casa cercai qualche sua incisione. Fu così che fui preso dalla passione per il blues, specialmente per quello elettrico, più adatto all’orecchiabilità delle mie prime esperienze. Cominciai a conoscere le vicende umane dei bluesman e allora mi si aprì il significato dei loro testi. Attraverso le viscere della “musica del diavolo” colsi l’anima della musica nera.

Scrosciar di musica col sax tenore che era in istato di grazia e tutti lo sapevano. Dean si stava afferrando la testa fra la folla, ed era una folla di pazzi. Stavano tutti ad incitare il saxofonista, con urli e stralunar d’occhi, perché tenesse duro e continuasse, e lui si sollevava sulle ginocchia e si abbassava col suo strumento, lanciandolo alto in un chiaro grido sopra il furore. Una negra ossuta altissima dondolava le sue ossa contro la bocca del sassofono di lui, ed egli lo spingeva verso di lei: “ii-iah! ii-iah! ii-iah!”

I primi accostamenti al jazz risultarono scontati col l’ascolto del “Blues-jazz” di Jimmy Whiterspoon (voce) e Ben Webster (sax tenore). Andare a vedere che cosa c’era dentro lo scatolone del jazz, fino ad allora per me un oggetto incomprensibile, è stata la chiave di volta di un processo di ridefinizione esistenziale della mia vita. Nell’estetica del jazz, nei suoi stili, così mutevoli nel tempo, ho colto sfumature, pathos, ribellione, che hanno scatenato dentro di me ragioni d’essere mai prima sentite e per questo dure da conciliare con la realtà quotidiana. A questo punto non mi restava che scegliere tra una forma di liberazione misticheggiante e lo scontro. Scelsi lo scontro.

Il sax tenore saltò giù dal palco e stette in piedi tra la folla, suonando in tutte le direzioni; aveva il cappello sugli occhi; qualcuno glielo spinse all’indietro. Lui indietreggiò e batté un piede e soffiò una nota rauca, ululante, e tirò il fiato, e alzò lo strumento e lanciò una nota larga, larga e stridula nell’aria.

I suoni ordinati determinano un oggetto sonoro estetico compiuto, ma istintivamente i nostri sensi scompongono la musica formando altrettante sonorità interpretate e sentite soggettivamente in volo talmente rapido che nessun ingabbiamento risulta possibile. È il sogno struggente di una figura di donna, impalpabile, dai volti molteplici, che cambia al mutare del nostro stato d’animo creato di volta in volta dal sax di turno o da una voce che canta amore e solitudine.

Il sassofonista decise di superare se stesso e si accoccolò giù e tenne un acuto per un tempo lunghissimo mentre tutto il resto crollava all’intorno e le urla si accrescevano e io pensai che i poliziotti sarebbero arrivati a squadre dal più vicino commissariato. Dean era in trance. Gli occhi del sax tenore stavano puntati dritti nei suoi, là c’era un pazzo che non solo capiva ma s’interessava e voleva capire di più e molto di più di quanto non ci fosse, ed essi cominciarono a duellare per questo …

Oggi a seguito del decadimento creativo e innovativo del jazz e del rock, mi ritrovo con la smania di inventare ancora ragioni alle mie fughe sonore. Lontano dalle nostalgie bigotte di chi ritiene la musica delimitata da un perimetro preciso, compio incursioni all’interno della musica totale, sempre con lo stesso fine, liberare la mente e lo spirito dal sonno bianco di cui siamo schiavi. Perché è assurdo pensare che i suoni di fine millennio trovino spazio solo nel passato.

… tutto uscì dallo strumento, non più frasi, solo gridi, gridi: “booh” e giù fino a “biip!” e su in alto “iiiih!” e giù fino a note discordanti e ancora su, suoni di corno echeggianti di fianco. Tentò di tutto su, giù, di lato, sottosopra, orizzontalmente, a trenta gradi, quaranta gradi, e finalmente ricadde fra le braccia di qualcuno e si diede per vinto e tutti gli si accalcarono intorno e gridarono: “si! si! l’ha suonato come un dio!”

Ora che il concerto è finito e m’incammino al buio verso i parcheggi, rivedo il momento del mio arrivo: il popolo del rock era giunto con i suoi jeans tagliati, strappati ad arte, ondeggiante epico verso le biglietterie. Era venuto ed aveva consumato un evento. Ma tutto questo con la musica non ha niente a che fare.

“Sai, amico, quel sax alto l’aveva afferrato quella COSA: una volta che l’ha trovata, non se l’è lasciata scappare; non ne ho mai visto uno che sapesse tenere una nota come lui.” Io volli sapere che cosa volesse dire quella COSA. “Ah, bÈ …” Dean rise. “Adesso mi stai chiedendo l’im-pon-de-ra-bi-le … ehm! Qua c’è un tale e là stanno tutti gli altri, giusto? Tocca a lui esprimere quello che essi hanno in mente. Comincia il primo chorus, poi organizza le sue trovate … la gente dice … sì, sì, ma hai voglia, e poi egli affronta il suo destino e gli tocca suonare in modo da esserne degno. Tutto a un tratto a un certo punto nel bel mezzo del chorus conquista quella COSA. Tutti guardano su e capiscono; ascoltano; lui la prende su, quella cosa, e la porta avanti. Il tempo si ferma. Egli riempie lo spazio vuoto con la sostanza delle nostre vite, confessioni dello sforzo dal profondo del ventre suo, rimembranze di idee, rimpasti di vecchi motivi. Gli tocca attraversare il punto centrale del ritornello e tornare indietro e farlo con un sentimento talmente intenso di esplorazione d’anime per il motivo del momento che tutti capiscono che non è il motivo che conta, ma quella COSA …” A Dean non riuscì di continuare; sudava a parlarne.

 

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