Elogio della solitudine

di Fabio Marchelli, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

Perché scrivere di un non-valore? La solitudine è stata per lo più considerata una condizione da cui fuggire, a qualsiasi costo; evoca, infatti, immagini di tristezza, di vecchiaia, di emarginazione, di morte.

Succede che io sono diventato uomo quando ho imparato ad essere solo; altri quando hanno sentito il bisogno di accompagnarsi.     CESARE PAVESE

Rivendicando invece il diritto alla solitudine, in un’epoca di cultura teleinvasiva, nella quale la superficialità batte la grancassa e i cretini prevalgono, si vuole recuperare quest’ultima come valore, anche se spesso essa presenta degli inconvenienti. Ci mette infatti davanti a noi stessi senza filtri, e a volte l’immagine riflessa non è quella che avremmo voluto vedere. Ciò nonostante l’esercizio dello star soli affina certi meccanismi cognitivi che permettono una più puntuale osservazione del proprio Io, e quindi risulta particolarmente efficace per capire chi veramente siamo.

Ciò non può avvenire, invece, in un rapporto a due, nel quale si è costretti a recitare un gioco delle parti che viene via via rappresentato nella perenne commedia del mondo.

La solitudine deve diventare però una scelta libera e consapevole, non soltanto sul piano psicologico, ma anche su quello temporale, perché solo così non rischia di ridursi ad una sorta di solipsismo intellettuale, ad un ripiegamento fine a se stesso, non costruttivo. L’ideale della solitudine è invece l’ideale della vis, della fiducia nelle proprie capacità, del distacco dall’umano consorzio. È quello perseguito dal viandante (per antonomasia, colui che viaggia non per conoscere ma per conoscersi), legato all’idea di solitudine errabonda, che assimila e si appropria delle esperienze altrui nel breve spazio temporale di una sosta, lasciando in cambio una traccia, un ricordo; o dell’eremita, che si ritira dal mondo secolare non in una cella claustrale, soggetta ai riti abitudinari della regola, ma cerca, in simbiosi con la natura, il proprio dio; o ancora del bibliofilo, che sogna il silenzio della Biblioteca (con la B maiuscola) per potersi immergere, in perfetta solitudine, in quella ricerca spasmodica e minuziosa di libri e documenti sconosciuti che ha elevato a proprio modus vivendi.

Insomma, il solitario che sceglie di essere tale è colui che ricerca, che sperimenta su se stesso il senso della libertà, intesa come assenza di ogni costrizione o impedimento, anche e soprattutto sul piano sentimentale. Come scriveva Pessoa, o meglio uno dei suoi eteronimi, Ricando Reis: “Nessuno ama un altro, ama soltanto \ ciò che di sé c’è in lui, o che suppone”. Che cosa ama (o suppone) Reis? Ama il fanciullo che egli è, che lo costringe a tracciare percorsi, ad immaginare itinerari sempre nuovi, a segnare una fittissima rete topografica della “Baixa”, per avere un’eventuale via d’uscita, nel caso la vita, o nello specifico la propria amata, lo costringessero ad assumersi quelle responsabilità che lui aborrisce.

Dal mio quarto piano sull’infinito, nella plausibile intimità della sera che sopraggiunge, a una finestra che da sull’inizio delle stelle, i miei sogni si muovono con l’accordo di un ritmo, di una distanza rivolta verso viaggi a paesi ignoti, o ipotetici, o semplicemente impossibili”. FERNANDO. PESSOA

 

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