Battalòn San Patricio

di Vittorio Righini, 9 maggio 2026

Dopo aver letto il corposo e interessante scritto di Paolo Repetto ( Vamos a comer, compaňeros), mi è venuta l’idea di scrivere poche righe su un altro momento della storia messicana, antecedente a quella narrata, e che la dice lunga soprattutto sugli americani e le loro eterne pessime attitudini.

Diventa facile farlo, in un periodo turbolento come questo, con un Presidente che, dopo aver chiuso La Guerra dei Roses, Guerre Stellari e La Guerra del Pianeta delle Scimmie ne inizia altre, contro lo Stretto di Hormuz (che perde, perché non si combatte contro la geografia) e magari domani ne apre di nuove, contro la Groenlandia ad esempio (dice che gli serve …) o Ischia (ci sono poche Terme negli USA, non avrebbe torto); quindi sparlare degli americani oggi è più che mai possibile, anche a causa di chi li rappresenta.

Però questa pagina è di storia “messicana e irlandese” e si deve andare indietro nel tempo fino al 1846, all’inizio della guerra tra Messico e USA, che si concluse due anni dopo con la sconfitta dei messicani.

Il battaglione San Patricio era formato da alcune centinaia di irlandesi (e alcuni tedeschi, comunque circa 700 in totale) immigrati negli USA e, non appena arrivati, obbligati a entrare nell’esercito statunitense se volevano ottenere la nazionalità. Considerati delle “rape” o delle “teste di patata” dai loro stessi commilitoni, cioè dai “nativi” immigrati di terza o quarta generazione, subirono umiliazioni e soprusi d’ogni genere, anche per il contrasto tra protestanti e cattolici, cioè con la religione sempre tra le palle (scusate). Oltre al becero trattamento e alle privazioni cui vennero sottoposti, gli irlandesi videro con i loro occhi le infamie che gli americani (in ispecie bande di ranger texani, delinquenti e stupratori della peggior risma) compirono nei confronti del nemico, spesso inermi civili (poveri contadini come lo erano gli irlandesi in patria), quando entravano e devastavano i loro villaggi. A quel punto, sotto il comando di John Riley, che aveva disertato prima dell’inizio della guerra, alcune centinaia di loro passarono dalla parte del Messico, per combattere proprio contro gli stessi americani con i quali si erano arruolati.

I Patricios combatterono sempre con grandissimo coraggio, abilità e sprezzo del pericolo, fino alla ultima battaglia, al Monastero di Churubusco, ultimo baluardo di difesa dei messicani prima di Città del Messico, dove subirono una pesante sconfitta a causa della differenza di uomini, mezzi ed armi a disposizione e per le scarsissime doti dei loro Comandanti messicani. I vincitori, tanto per dare un’idea, si appropriarono di Texas, California, Arizona, Nevada, Utah, New Mexico e altre terre ancora …

I pochi disertori sopravvissuti furono fatti prigionieri a Churubusco; quelli che avevano disertato in tempo di guerra furono impiccarti simultaneamente, per ordine dell’infame Generale William S. Harney (lo stesso che ordinò il massacro di Ash Hollow contro i nativi americani). I pochissimi rimasti, che riuscirono a fuggire, si ricongiunsero all’esercito messicano, per combattere fino alla fine. John Riley, il loro Comandante, che aveva disertato prima della Guerra e per la legge americana non poteva essere giustiziato, subì 50 frustate e venne marchiato a fuoco con la D di deserter (disertore) sulla fronte. Quando venne liberato tornò nell’esercito messicano, ma di lui si seppe poco o nulla, per il senso di colpa di non essere morto insieme al suo battaglione.

I Patricios sono rimasti nella memoria come eroi nazionali, in Messico e in Irlanda; la loro festa, la principale, è il 17 marzo, San Patrizio.

La storia del battaglione che ha combattuto in Messico finisce con la sconfitta subita per opera degli americani nel 1848, ma dopo il 1860 il San Patrizio venne di nuovo rifondato in Irlanda, e inviato in Italia su richiesta dello Stato Pontificio di Papa Pio IX, che temeva l’attacco della Regia Armata Sarda (o anche Reale esercito Sardo-Piemontese) e chiamò tutti i cattolici alle armi per proteggere appunto lo Stato Pontificio. Il Battaglione si riformò, con circa 1040 uomini, e venne inviato nelle Marche, dove venne suddiviso in 8 Compagnie, guidate da comandanti irlandesi. Queste Compagnie si distinsero nella difesa di città come Spoleto e Perugia, mentre la quarta Compagnia del Battaglione partecipò alla battaglia di Castelfidardo, nella quale nonostante il coraggio degli irlandesi venne sconfitta e decimata, a causa della disorganizzazione dell’esercito Pontificio e del suo scarso armamento.

Un aneddoto curioso.

Alcuni dei sopravvissuti della battaglia di Castelfidardo ricevettero la Medaglia al Valore, che vedete in foto. Uno di questi, Miles Walter Keogh, dall’Italia andò poi ad arruolarsi nell’esercito americano, e a combattere per il VII Reggimento di Cavalleria del Generale George Stoneman (poi divenuto Governatore della California) durante la Guerra Civile Americana, ma a combattere anche contro gli indiani d’America. Fu particolarmente valoroso, e quando morì in uno scontro con i nativi un capo tribù gli tolse la medaglia e se la mise al collo, in segno di rispetto per quel coraggioso combattente.

Quel capo indiano era Toro Seduto, e la medaglia fu rinvenuta tra le sue spoglie mortali. Lo prova anche una fotografia della medaglia e di Toro Seduto conservata al Museo di Boston. Ricordo, anche se fuori tema, che il grande Capo disse: “Quando avranno inquinato l’ultimo fiume, abbattuto l’ultimo albero, preso l’ultimo bisonte, pescato l’ultimo pesce, solo allora si accorgeranno di non poter mangiare il denaro accumulato nelle loro banche”. Aveva visto lontano, e che Manitou lo abbia in gloria.

Ho letto il bel libro Quelli del San Patricio di Pino Cacucci della Feltrinelli. È in parte cronaca e in parte romanzo storico, e scorre veloce e appagante. La voce narrante del libro è quella di John Riley, il comandante, che rende più suggestivo il racconto. Il vessillo del Battalòn è quello allegato in foto, e il motto “Ering Go Bragh” significa Irlanda per sempre, o per l’eternità.

Io lo affianco al CD (o LP o DVD, se vi è più caro) del 2010, San Patricio, The Chieftains featuring Ry Cooder, album imperdibile, con un mix tra il folk irlandese dei Chieftains e il Tex-Mex del grande Ry Cooder, che rivisita alcune canzoni tradizionali messicane. Il mix sonoro tra Irlanda e Messico è totalmente inebriante, e il disco uno dei miei preferiti.

La lingua batte …

di Nicola Parodi, da un colloquio con Paolo Repetto, 18 ottobre 2025

Sono abbastanza vecchio da aver prestato servizio di leva obbligatorio (quello pre-riforma, quindici mesi di naia), e abbastanza poco raccomandato da averlo prestato come soldato semplice, non dietro il tavolo di un ufficio ma secondo il modello old style, marcia o crepa: e per di più in un reparto dell’artiglieria someggiata (muli e mortai). Tutto sommato, al netto dei residui quasi solo linguistici del nonnismo (nel frattempo era arrivata la contestazione sessantottina), delle prevaricazioni e dell’imbecillità diffusa nelle gerarchie di comando (cose che peraltro non sono affatto scomparse, si sono soltanto ulteriormente diffuse in altri ambiti della società), di quella esperienza ho un ricordo positivo: tanta fatica, disagi, a volte arrabbiature, ma anche tanto sano cameratismo, tanta reciproca solidarietà, un po’ di avventura: la consiglierei oggi ai nostri nipoti (naturalmente in tempi di pace), per evitare loro la ricerca di prove fisiche a volte insensate, di rischi fini a se stessi, di guerriglie urbane.

Comunque: oggi le chiacchiere con un amico convalescente hanno fatto riemergere un ricordo vecchio di oltre mezzo secolo. Sono ai campi estivi, ormai quasi in chiusura, con la 8a batteria del Gruppo artiglieria da montagna Pinerolo. Abbiamo trascorso diversi giorni sulle Dolomiti Friulane senza incontrare un paese e nutrendoci solo delle famigerate razioni K, e stasera ci siamo accampati presso una diga della val Tramontina. A me e ad un commilitone è toccato il primo turno di guardia. Ci aggiriamo così fra le tende che ospitano un piccolo plotone di artiglieri, mentre poco più in là sonnecchiano le file dei muli.

Nelle tende sparse aspettano il sonno giovanotti ventenni robusti e di sani appetiti, che conversano pacatamente, anche per via della stanchezza cumulata durante la marcia del giorno precedente. Quel che ci sorprende (ma neanche poi tanto) è che l’unico argomento di conversazione sia il cibo. Non che ci aspettassimo disquisizioni filosofiche, ma da ragazzi di quell’età sarebbe lecito attendersi qualche struggente riferimento al sesso, alle donne, ai motori. Invece si parla esclusivamente di pesto, magari associato alle trenette o alle trofie, di torte pasqualine, di lardo (circa la metà dei soldati proviene dalla Liguria).

Siamo stupiti ma, ripeto, non troppo: in fondo anche nella nostra testa (e per il nostro fisico) la priorità è quella. Rimarchiamo la cosa, ci scherziamo sopra, senza tuttavia avventurarci in considerazioni più generali. Ciò che invece vado a fare ora.

Si tratta di una gerarchia naturale di priorità. La prima preoccupazione di qualsiasi essere vivente è la propria sicurezza, e in quel frangente in rischio era contenuto, fatta salva l’eventualità di un calcio di mulo. Subito dopo viene la necessità di nutrirsi adeguatamente e abbondantemente: il miraggio era quindi in quel caso una bella tavola imbandita. Solo quando sono soddisfatti i primi due istinti si passa al resto. Oggi, a più di mezzo secolo di distanza possiamo dire che, almeno dalle nostre parti, questi istinti prioritari sono sufficientemente garantiti: momentaneamente nessuno corre il rischio di essere sbattuto in trincea, e nessuno – tranne casi estremi – conosce i morsi della fame. A quell’epoca, e in quella situazione, invece, non lo erano affatto. O almeno, non del tutto. Il servizio militare era obbligatorio, il rancio e, peggio ancora, le razioni K (confezionate in scatole metalliche, per durare anni nei magazzini, e contenenti, fra l’altro, delle gallette così dure che solo i muli riuscivano a rosicchiarle. Per mangiarle bisognava bollirle!), non seguivano le indicazioni del dietologo ma quelle dei marescialli di fureria: quindi facevano schifo. Soprattutto durante le esercitazioni e i campi esterni era normale dover tirare la cinta fino all’ultimo buco. Per questo le chiacchiere sotto le tende giravano tutte attorno allo stesso argomento: era un modo per condividere un bisogno primario impellente, creando socializzazione, ma anche per esorcizzarlo, scaricarlo, scherzandoci magari sopra.

Ora, per non tirarla troppo in lungo e per trarne un paio di considerazioni magari elementari ma pienamente fondate, il fatto è che noi siamo condizionati molto più di quanto vorremmo credere dai nostri istinti. La storia della “umanizzazione” è quella del progressivo controllo sulla nostra istintualità, dell’emancipazione dal dominio biologico: ma è una storia ben lontana dall’essere arrivata a compimento. E anzi, è una storia periodicamente smentita dai fatti, dalle necessità, dalla ricaduta nella precarietà e nella barbarie. Per questo le vicende umane andrebbero lette con minor presunzione: non possiamo hegelianamente spiegarle come vicende “dello spirito”. C’è altro che si muove, e che ci muove, dentro di noi. Questo non significa che siamo delle “bestie”, ma che siamo comunque degli animali, ufficialmente pensanti, ma spesso anche no (basta guardarci attorno): e voler negare questo dato significa metterci in condizione di non capire o di male interpretare le reazioni altrui, di relazionarci sulla base di convenzioni estremamente fragili, diverse nei tempi e nelle svariate aree culturali, e pretendere che le risposte che otteniamo siano sempre conseguenti. Significa negare il nostro sostrato naturale e il condizionamento da esso esercitato. Anzi, ci siamo talmente convinti del potere dell’intelligenza culturale sull’istinto naturale da attribuire la prima anche ai nostri cugini più o meno prossimi, con zampe, ali e piume, e siamo finiti ad adottare nei loro confronti comportamenti stupidamente esasperati.

Mio padre, che il militare lo aveva fatto durante l’ultima guerra, mi raccontava come sul fronte greco/albanese alcuni suoi commilitoni, comandati di pattuglia, stanchi ed affamati, avessero preso a sparare contro i loro stessi compagni in fila per il rancio giù nella vallata. È probabile che la sera, nelle loro tende quei pochi fortunati che ne disponevano, quei ragazzi ragionassero di giacigli caldi, di mura sicure, di volti amici, e cercassero di scacciare dalla mente le immagini dei corpi straziati di morti e di feriti che impedivano loro di chiudere occhio. A volte magari lo facevano nella maniera più stupida, reagivano inconsultamente, ma si trattava appunto di una reazione sfuggita al controllo che chi non ha vissuto quei momenti non è in grado di valutare né di giudicare.

Oggi, alla loro stessa età, i ragazzi stazionano la sera non sotto le tende, tremando di paura o rosi dalla fame, ma nei dehors spuntati come funghi, sorseggiando l’apericena: e quando non si inchiodano al loro iPhone sproloquiano del nulla, annichiliti dal deserto di senso e di idealità che li circonda. Si badi bene: non sto dicendo che siano degli idioti, o abbiano meno risorse mentali delle generazioni che li hanno preceduti. Dico che ogni generazione reagisce in base agli stimoli, negativi o positivi, che arrivano dall’ambiente, e sono questi stimoli a determinare l’ordine delle priorità. Può sembrare un ossimoro, e può sembrare in contraddizione con quanto detto sinora, ma esistono anche “priorità secondarie”, apparentemente solo “culturali”, in realtà dettate anch’esse da un input biologico. In questo caso ad agire è una somma confusa di stimoli, da quello riproduttivo a quello del dominio, tradotti e ricondizionati dal nostro cervello per essere compatibili con i modelli in costante evoluzione della socialità, ma pur sempre basilari per indirizzare i nostri comportamenti.

Insomma, anche là dove non intervengono la fame o il rischio fisico noi reagiamo in primo luogo a bisogni originari, per quanto mascherati e rimossi, e faremmo bene a non dimenticarlo mai, quando parliamo di educazione, di politica, di socialità, di tutto ciò che consideriamo erroneamente di assoluta pertinenza “culturale”, e quindi passibile di un controllo quasi completo. Il pensiero risponde prima di tutto alle istanze della biologia.

Ovvero, come dicevano gli antichi, la lingua batte dove il dente duole.