Limature

di Nicola Parodi, 13 aprile 2022

La limatura è nel caso specifico il residuo delle conversazioni tenute al tavolino del bar con Paolo Repetto. La polvere di ferro sembra materiale di scarto, ma in realtà è utilizzata per curare le piante, modificare il colore dei fiori, fare esperimenti scientifici sui campi magnetici. Non avendo speranza di cambiare alcunché, né necessità di curare qualcuno o di fare esperimenti, noi la usiamo come zavorra per tenerci ancorati alla realtà.
In genere funziona.

Sputi

Mentre guido verso Grognardo, dove andrò a dare un’occhiata e un po’ d’acqua alle piantine di carciofo che ho trapiantato due settimane fa, ascolto su radio 3 Uomini e profeti. Ad un certo punto il conduttore (il “filosofo” Felice Cimatti), che sta interloquendo con l’antropologo Marcello Massenzio a proposito della riedizione del libro di Ernesto De Martino Il mondo magico, cita il fatto che i contadini prima di mettersi a zappare si sputavano sulle mani. “Si capisce che quello è uno scongiuro: stai per fare una specie violenza alla natura e quindi esorcizzi quella violenza. In quel senso quell’uomo non è solo, c’è una cultura che lo autorizza a compiere quel gesto.” L’antropologo plaude e ringrazia per l’assist.  Quel contadino non è solo – dice – perché porta con sé tutta una tradizione culturale che gli consente di riformulare all’interno di un linguaggio socialmente condiviso il proprio smarrimento di fronte all’immensità del mondo.

Li avessi a tiro li prenderei a zappate. Sicuramente non hanno mai visto le mani di uno che ha passato la vita a zappare. Purtroppo non  ho un linguaggio condiviso che mi consenta di riformulare altrimenti il mio smarrimento e la mia indignazione di fronte alle stronzate. Le piantine comunque hanno preso bene, adesso devo rincalzare un po’ la terra. Non mi sputo sulle mani, ho un vecchio paio di guanti da lavoro. La natura, spero, mi perdonerà.

Limature 02

Suicidi

“Se un attacco nel cuore dell’Europa ci ha colto impreparati, è perché eravamo impegnati nella nostra autodistruzione. Il disarmo strategico dell’Occidente era stato preceduto per anni da un disarmo culturale. L’ideologia dominante, quella che le élite diffondono nelle università, nei media, nella cultura di massa e nello spettacolo, ci impone di demolire ogni autostima, colpevolizzarci, flagellarci. Secondo questa dittatura ideologica non abbiamo più valori da proporre al mondo e alle nuove generazioni, abbiamo solo crimini da espiare. Questo è il suicidio occidentale.”

È il biglietto da visita dell’ultimo libro di Federico Rampini, Suicidio occidentale, non so se dettato dall’autore o redazionale, ma che riassume perfettamente l’assunto del libro. Sul quale posso essere in linea di massima anche d’accordo, ma che mi è suonato subito come un qualcosa di già sentito. In effetti, chi abbia seguito negli ultimi venticinque anni, prima sulla rivista cartacea e poi sul sito, il percorso dei Viandanti, queste cose le ha già sentite da quel dì: non hanno fatto che ripeterle. Fa dunque piacere che anche Rampini ci sia arrivato, ma non posso non sottolineare che ci è arrivato con almeno un quarto di secolo di ritardo. E non posso nemmeno rallegrarmi del fatto che questa consapevolezza sarà finalmente trasmessa ad una utenza larghissima, perché avendo un po’ di pratica del personaggio e degli scenari in cui si muove so che il messaggio passerà soprattutto per gli schermi televisivi e i salotti dei talk, che sarà cioè banalizzato e assoggettato allo spettacolo e agli inserti pubblicitari. Arriverà talmente tardi e talmente annacquato da non essere più nemmeno politicamente scorretto.

Quando i messaggi indossano le bretelle, significa che hanno già perso la forza di reggersi da soli.

Limature 03

Vero o falso per me pari sono

La valanga  di notizie più o meno verosimili che ogni giorno riceviamo mi richiama alla mente un editoriale scritto nel dicembre del 2018 da Marco Cattaneo, direttore de Le Scienze. Presentando gli articoli contenuti nella rivista il Direttore commentava: “L’intelligenza artificiale sta mettendo alla portata di tutti strumenti in grado di manipolare file audio e video in modo che siano praticamente indistinguibili dagli originali”. E citava un video, palesemente manipolato, nel quale si vede Obama insultare Donald Trump, per mostrare come sia facile alterare la realtà utilizzando le nuove tecnologie dell’ intelligenza artificiale.

Il problema è talmente serio che l’agenzia della Difesa statunitense dedicata alle tecnologie ha sviluppato un programma apposito per individuare le firme digitali dei falsi. Ma anche qualora il programma funzionasse alla perfezione, se per verificare audio e video occorreranno tempi lunghi (e non parlo di mesi, ma di ore) ogni sforzo sarà vano, in quanto le fake news fanno il giro del mondo in tempo reale e una volta diffuse reggono a qualsiasi smentita.

Ora, al di là del fatto che lo scandalo nel falso video di Obama sarebbe semmai che qualcuno perda tempo a inveire contro Donald Trump, il nocciolo è che se diffondere falsi sempre meno verificabili è diventato un gioco da ragazzi la credibilità dell’informazione va a farsi definitivamente benedire.

Beninteso, non è un problema di oggi. Tutta la letteratura mitologica, religiosa e storica del passato è una narrazione dei fatti come minimo “addomesticata” e gestita dai vincenti o dai dominanti, e in questo senso poco o nulla è cambiato. Il cambiamento riguarda invece la quantità e la velocità delle informazioni che oggi riceviamo. Sono queste nuove caratteristiche a mettere paradossalmente in discussione ogni nostra reale possibilità di conoscenza di ciò che accade. E a fare sì che la veridicità di ciò che apprendiamo sia tutto sommato l’ultimo dei problemi.

Mi spiego. Anche dopo l’invenzione della stampa e la nascita dei giornali l’informazione è rimasta appannaggio di una percentuale bassissima della popolazione. Le poche notizie che circolavano erano create in genere dalle stesse fonti, e su tutto si esercitava il controllo e la censura dai poteri politici ed economici. Le nuove tecnologie dell’informazione però covavano una serpe in seno: potevano essere usate anche, sia pure in mezzo a mille difficoltà, dal pensiero dissidente, dalle opposizioni, per cui chi davvero lo volesse poteva farsi un’idea approssimativa di come stavano le cose confrontando le diverse versioni. Il numero delle informazioni essenziali era contenuto e c’erano tempi sufficienti per lasciar decantare le notizie e verificarne bene o male l’attendibilità. Si conosceva poco, ma quel poco, vero o falso che fosse, si riusciva a inserirlo in un quadro passabilmente coerente, sul quale poi ci si regolava per i comportamenti politici e sociali.

Questo è valso sino alla rivoluzione telematica. Poi è cambiato tutto, e oggi siamo davanti all’assurdo che il fatto che una informazione sia vera o falsa è quasi irrilevante, perché essa va comunque a perdersi in un oceano nel quale non siamo più in grado di stare a galla o di scorgere un qualsiasi approdo cui volgerci.

L’effetto è devastante, e cominciamo ad averne coscienza davanti ad eventi come la pandemia o la guerra in corso nell’est europeo. Siamo sommersi, travolti dalle notizie, ma ne siamo sempre meno toccati. Centocinquanta morti quotidiani per Covid o mille per scontri e rastrellamenti sono entrati nelle nostre abitudini come il caffè, davanti agli “speciali” televisivi o ai reportage dal fronte degli inviati speciali (ma quanti sono?) o ai messaggi di papa Francesco cambiamo velocemente canale, leggiamo i giornali partendo dalla decima pagina o dalla cronaca locale.

Mai gli uomini hanno avuto accesso ad una tale quantità di informazioni, mai gliene è fregato di meno.

Limature 04

Nuove forme di lotta in tv

di Paolo Repetto, a Contro n. 7/8, 1980

Proviamo ad immaginare un tizio (il solito signor Rossi), fuggito in vacanza tra la metà di agosto e i primi di settembre, in un cascinale disperso in mezzo ai boschi dell’Appennino, senza lasciare indirizzo per i giornali (se è abbonato) e con la ferma intenzione di non scendere in paese a comprarli.

Ora, ipotizziamo che il signor Rossi per debolezza propria, o dei figli, o della moglie, o del suocero, non abbia saputo rinunciare al televisore portatile, sia pure in bianco e nero e monocanale, e previo impegno solenne di accenderlo soltanto per mezz’oretta, la sera, alle venti, quasi una breve pausa tra l’indigestione di natura e quella di salsicciotti alla brace. Di cosa avrà sentito parlare tutte le sere, a quell’ora, il nostro amico? Naturalmente della Polonia. In servizi quotidiani di dieci e più minuti, anche se in gran parte dedicati agli interventi di politologi, politici e alpini di passaggio (Piccoli in testa).

Vediamo i dati di cui dispone. Egli ha potuto gustare belle coreografie di masse operaie e di grandi cantieri (il tutto, naturalmente, in immagini di repertorio); è stato ragguagliato sui livelli del caro-vita polacco (tra l’altro, con diagrammi, cifre, rapporti tra prezzi e salari reali, tutte cose che quando si parla dell’economia italiana sembrano molto più difficili da determinare); ha avuto tempo e modo di meditare (volendo, di dire un rosario) sulle effigi fotografiche, gigantografiche, in bassorilievo, a mezzobusto o in medaglietta di Wojtila; infine non ha potuto fare a meno di apprezzare il carisma sprigionante dai baffi di Lech Walesa, il teleprotagonista assoluto della vicenda. Gli hanno mostrato Lech che va a trattare preoccupato, Lech che torna dalle trattative soddisfatto, Lech che stringe mani, che prega, che firma autografi in calce alla propria foto, che trasloca tirandosi dietro un crocefisso di due metri per uno e mezzo, che inaugura benedicendo la nuova sede sindacale, ecc… Roba che neanche Giotto è riuscito ad essere più agiografico nei confronti di san Francesco.

Anche il contrappunto, diciamo così, “interno”, era ricco e degno di una capace regia. Una buona dose di suspence orchestrata dai cremlinologi (arrivano! si muovono! oliano i cingoli dei carri armati! annullano le licenze a Vladivostock!). Una strizzatina d’occhi alla Provvidenza, col papa a fare le rogazioni, tipo “a flagillo sovietorum, libera nos domine!” Poi gli sbuffi di fumo delle pipe presidenziali e sindacali (con tanto di delegazione sempre sul piede di partenza) e, immancabili come il caffè, le dichiarazioni dei socialisti (ma ogni spettacolo ha il suo punto morto). Non tutto, insomma, ma di tutto.

E qui torniamo a chiederci: cosa ne avrà capito il nostro Rossi? Se è una persona seria e normale, non può averci capito un accidente. Se ha provato qualche volta, agli ultimi bagliori del falò, messi a nanna moglie, bambini e suocero, a chiedersi cosa cavolo volessero gli operai polacchi con quello sciopero, deve aver crollato la testa. Come può uno raccapezzarsi all’idea di dieci, quindici giorni di sciopero duro per ottenere la messa nei cantieri, o il crocefisso nella sede sindacale? Eppure, da quanto gli era stato dato di vedere e di sapere attraverso il telegiornale, questi erano i nodi della trattativa, naturalmente assieme al sindacato libero e alle libertà democratiche, quelle che noi abbiamo già, e dobbiamo ringraziare il cielo (e la DC) che ce le conservano.

E così Rossi, e con lui altri cinquanta e passa milioni di Rossi sparsi per l’Italia, hanno salutato la fine della crisi polacca con molto sollievo, giustificato, e con moltissimi dubbi, più giustificati ancora. Nessun inviato o esperto infatti si è premurato di spiegare loro che i polacchi non si battevano soltanto per 10 o 20 mila lire in più in busta, o per liberalizzare il culto della madonna nera. Nessuno ha sottolineato per esempio il fatto che tra le loro richieste figurasse, e in primo piano, l’aggancio alla scala mobile. E si capisce. Mica si poteva chiedere al mondo occidentale, e in particolare agli operai italiani, di solidarizzare su una richiesta del genere, dopo che per mesi si era teleinquisita la scala mobile come il tarlo della nostra economia.

Già appariva poco opportuno, e da trattarsi con le molle, il tema dei “sindacati liberi”, nel bel mezzo della operazione di “autoregolamentazione” e della rincorsa al sindacato di regime. Quindi liberi si, ma nel senso classico di anticomunisti (vedi “mondo libero”, alias occidentale) invece che nell’accezione più rozza di “libera espressione della volontà della base operaia”.

Non è stato difficile imbastire lo spettacolo. Gli elementi per creare ambiguità e confusione, data la particolare situazione polacca, c’erano. È bastato scegliere i protagonisti, badando bene che la massa operaia avesse un ruolo di comprimaria (grosso spazio, piuttosto, alla intellighentia dissidente cattolica, vera “anima” della lotta) e lavorare di fino al montaggio, per ottenere un quadretto edificante. Altro che la reazione scomposta degli operai Fiat, con picchettaggi, scontri e incazzature, parevano suggerire le immagini giustapposte. Qui si vince con la dignità e la compostezza: niente provocazioni, solo comunioni collettive e messe cantate.

Ma è sperabile che quando sono apparsi sul minivideo i cancelli chiusi di Mirafiori il signor Rossi abbia finalmente capito. E al pensiero di ciò che poteva trovare al rientro abbia tirato un calcio ai tizzoni, esclamando: “ma cosa mi vengono a raccontare, sti stronzi!