Alexis, o le stagioni dell’amicizia

di Paolo Repetto, 2010

– Perché ti porti dietro un rudere come me?
– Abbiamo cominciato insieme e insieme finiremo.
– Anch’io la penso così, e così concepisco l’amicizia.
Edmond O’Brien e William Holden

Alla fine di novembre del millenovecentosettantaquattro Werner Herzog parte da Monaco di Baviera per recarsi a Parigi. Gli hanno fatto sapere che un’anziana amica che vive nella capitale francese, Lotte Eisner, è in punto di morte. Herzog decide di percorrere il tragitto a piedi, in pieno inverno, perché è convinto che questa “espiazione” possa in qualche modo salvare la vita a Lotte. Quando arriva a Parigi, dopo un viaggio di ventidue giorni in mezzo alla neve e al ghiaccio, trova l’amica già ristabilita.

Chi conosce un po’ il cinema di Herzog, e magari anche qualcosa della sua vita, le scazzottate quotidiane con Klaus Kinsky mentre giravano Aguirre o il sadismo col quale infliggeva disagi alla troupe di Grido di pietra, non si stupirà che un’idea così balzana possa essergli passata per il cervello. Ma sa anche che Herzog non avrebbe mai fatto nulla di simile per una sorella o per una donna amata. Si sarebbe magari precipitato, avrebbe preso il primo treno o il primo aereo, avrebbe percorso a rotta di collo l’autostrada, come feci io quando operarono d’urgenza mio nipote, ripetendomi che se fossi arrivato prima dell’intervento tutto sarebbe andato bene; ma non avrebbe affrontato una prova del genere.

Nell’amicizia il coinvolgimento è di tutt’altro tipo. Non è questione di legami di sangue o di impegni più o meno “ufficiali”: c’entra una speciale consonanza, che non solo sopporta, ma anzi esige ritmi diversi e tempi molto più lunghi.

Gustave de Beaumont e Louis de Kergolray si alternano al capezzale di Alexis de Tocqueville nell’ultimo mese della sua vita. Li ha chiamati lui stesso. È il maggio del 1859. A Beaumont ha scritto: “Mio caro amico, non so se mai qualche cosa mi sia costata tanto quanto quello che sto per dirvi: vi chiedo di venire […] So che vi domando una prova immensa di amicizia. Lo so, ma so anche a chi mi rivolgo”. La prova immensa in realtà la sta dando lui, perché ad un amico vorresti sempre offrirti nella forma migliore, e non cercarlo nel bisogno, anche se c’è tutta una retorica che predica il contrario. Alexis non si adegua a questa retorica: chiama l’amico perché proprio pensa di non poterne fare a meno, perché ha l’impressione che mentre lui sta per morire tutto vada a sfascio, la famiglia, i domestici, la moglie soprattutto (di quelle che se dici che stai male rispondono: anch’io, sapessi!, non certo per empatia, ma per un automatismo egoistico di difesa). A Cannes, dove è stato inviato dai dottori per tentare di combattere la malattia polmonare, ci sono anche i suoi due fratelli: ma è a Beaumont che si rivolge: “Che altro dirvi, amico mio, se non: VENITE. VENITE più presto che potete. Voi solo potete rimetterci in carreggiata”.

Kergolray ha lasciato a Parigi una moglie a sua volta ammalata e prostrata dalla perdita di un figlio di pochi mesi. È accorso, sobbarcandosi quasi tre giorni di viaggio, non appena Beaumont gli ha fatto sapere delle condizioni del comune amico. Né l’uno né l’altro potranno scongiurare la morte di Alexis, ma riescono quanto meno ad impedire che vengano rovinati gli ultimi istanti della sua vita, aiutandolo a resistere alle insistenze della moglie perché riceva i sacramenti e si riconcili con il cristianesimo.

Un terzo sodale, Jean Jacques Ampére, è partito da Roma prima ancora di ricevere l’ultima lettera a lui indirizzata da Alexis: purtroppo giungerà a Cannes il giorno successivo alla morte di quest’ultimo, e potrà essergli vicino solo nel funerale. Manca Eugène Stoffels, coetaneo e compagno di avventure dall’infanzia: ma è giustificato, perché ha già lasciato questo mondo da quattro anni.

In una lettera a Beaumont del 1829 Tocqueville aveva scritto: “Noi siamo ora legati intimamente, legati per la vita, penso”. E nel 1828, a Kergolray: “Sicuramente, amico mio, non vi è che l’amicizia che significhi qualcosa in questo mondo”. Coerentemente, al momento della morte raccoglie accanto a sé gli amici, a suggello di una vita della quale l’amicizia non è stata un corollario, ma il vero senso e l’unico fondamento.

Tocqueville è famoso per due saggi che sono pietre miliari della filosofia politica, La democrazia in America e L’Antico regime e la Rivoluzione. Ma non intendo parlare di questi, o del suo pensiero politico. Prendo spunto da altri due libri, che raccolgono l’uno le lettere di una vita agli amici più intimi, quelli che ho citato sopra, l’altro lo scambio epistolare con un corrispondente famoso – e per alcuni famigerato – Arthur de Gobineau (proprio lui, quello del Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane). Entrambe le raccolte offrono il destro per qualche considerazione sui diversi significati e valori che l’amicizia può assumere.

Prima, però, due parole sulla natura stessa dei documenti che utilizzo. A Kergolray Alexis scrive nel 1828: “Non ho mai sentito con tanta forza il valore dell’amicizia che ci lega come quando la posso leggere nelle tue lettere”. E al povero Stoffels: “Quanto alla lettera stessa, ti dirò francamente che la trovo superiore a tutte le tue conversazioni”. Al di là del particolare valore certificativo che sembra avere per Tocqueville la parola scritta, io credo in questa cosa delle lettere. Se oggi posso raccontare di un rapporto che considero eccezionale, e nel mio piccolo magari indagarne la natura, o proporne l’esemplarità, è perché esiste di quel rapporto un supporto documentario duraturo. Qualcosa è rimasto. Mi chiedo quali testimonianze avremo invece di grandi amicizie della nostra epoca, sempre ammettendo che siano ancora possibili. Non potremo fare alcun conto sulle telefonate (le intercettazioni ci parlano di tutto, tranne che di amicizie) né sui messaggini, e meno ancora sulle mail o sui tracciati di Facebook. Non rimarrà proprio nulla, sempre che ancora ci sia qualcosa degno di rimanere. Forse in realtà la nostra epoca non sopporta più i sodalizi veri, perché questi non si prestano al consumo veloce, hanno bisogno di tempi lunghi, come il viaggio di Herzog.

Un’altra cosa poi non va dimenticata. Tocqueville scrive le sue lettere nella consapevolezza che rimarranno. Anzi, le scrive già pensando ad una destinazione aperta, ad una possibile pubblicazione. Conserva gelosamente tutta la corrispondenza in ingresso, sapendo che altrettanto faranno i suoi corrispondenti, e spesso si fa anche una copia di quella in uscita. Non si sa mai. Questo non significa che la realtà delle vicende o dei sentimenti venga falsata. Viene piuttosto piegata ad una funzione più ampia di quella prettamente comunicativa, alla costruzione di una immagine, di sé prima di tutto, e in questo caso anche di un gruppo. Ma è in fondo il normale decalage indotto dalla scrittura: anch’io sto facendo la stessa cosa, mentre scrivo queste righe. Semmai, questa consapevolezza spiega e giustifica la particolare insistenza, il richiamo costante ai “doveri” dell’amicizia. L’epistolario deve diventare, nelle intenzioni di Tocqueville, al tempo stesso il codice scritto dell’amicizia e la testimonianza della sua possibilità.

Credo che non potrei mai inoltrare una richiesta d’aiuto (che in questo caso somiglia molto ad un ordine di servizio) come quella di Tocqueville. Non so se chiamare questo impedimento orgoglio o pudore, e immagino che qualcuno obietterà che allora non ho affatto capito cosa sia l’amicizia. Può essere. Magari ne ho una concezione troppo alta, o troppo bassa, o forse, semplicemente, l’ho più evocata che cercata.

Dagli amici in fondo non pretendo molto, sotto il profilo pratico; ma per altri versi sono esigentissimo. Ho con loro un rapporto egoistico, simile a quello con i libri: voglio imparare. Il mio piacere per la frequentazione non è mai fine a se stesso: non posso perdere tempo (sensazione che provo, con l’età, sempre più frequentemente), devo uscirne in qualche modo arricchito. Di positivo c’è che mi sento arricchito da quasi tutto, anche se non nego che ci sono persone che mi arrecano piacere al solo vederle, ed altre un po’ meno. Una serata di pettegolezzi con gli amici giusti, che esclude di per sé la cattiveria e la volgarità, o una camminata in perfetto silenzio, se il silenzio implica reciproco rispetto anziché distanza, le considero già una ricchezza.

Non scriverei una lettera come quella, ma penso di comprenderne le motivazioni. Come ho già detto, Tocqueville chiede costantemente agli amici un impegno reciproco “totale”, una lealtà a prova di tempo, di carriera, di altri rapporti e sentimenti. Ai nostri orecchi non più abituati a certe espressioni il linguaggio pare persino esagerato, molto oratorio, troppo plutarchiano. Ma non si tratta di formule retoriche: Tocqueville crede profondamente in quello che scrive. O meglio: vuole insistentemente crederci.

Scrive a Kergorlay: “Tu hai potuto notare in me, durante la nostra infanzia, un effetto singolare della falsa esperienza che troppo presto ritroviamo nei libri. Io diffidavo di ogni sentimento generoso: non mi ci abbandonavo se non con un senso di rimpianto, come a qualche cosa di esaltante, ma per sua natura non duraturo. E questo valeva per quella bella passione dell’amicizia, il cui ideale mi sembrava solo il frutto dell’immaginazione esaltata della prima giovinezza. Ma invece più procedo nella vita e più credo che l’amicizia, così come la concepivo, può in effetti esistere e conservare sempre il suo carattere, certamente non con tutti gli uomini, ma con alcuni si”.

Le lettere degli anni giovanili sono infarcite di queste teorizzazioni. Tocqueville avverte precocemente che i valori sui quali vuole fondata l’amicizia non sono gli stessi che governano il mondo degli adulti. E cerca di rifiutare, almeno in una dimensione, quel mondo nel quale dovrà comunque entrare. È come se dicesse: almeno tra noi, viviamo come se le cose potessero andare così, come se questi valori fossero davvero fondanti per la nostra esistenza.

È una posizione un po’ forzata, ma comprensibilissima. E diventa comprensibile in questa luce anche la richiesta che non ammette repliche, fatta in punto di morte. È come se Tocqueville volesse anche formalmente suggellare il fatto che si è davvero potuto vivere così, che qualcuno ce l’ha fatta. Gli amici riuniti al capezzale si impegnano tacitamente a mantenere vivo questo specialissimo sodalizio nel nome della sua memoria. Dobbiamo ammettere che ha realizzato un capolavoro. In quello stesso periodo Dumas ne pubblica un altro, “I tre moschettieri”.

Ecco dunque il vero significato di tanta insistenza sui reciproci doveri, sulla lealtà, sull’indissolubilità del vincolo. L’amicizia è vissuta come una possibilità di esistenza autentica, pura: quella che non è dato vivere nella politica, nella società, nell’economia, e nemmeno nella famiglia, per via dei compromessi ai quali è necessario piegarsi, dei calcoli, dei fini, dei rapporti diseguali che caratterizzano questi ambiti. Tutto questo è sotteso ad ogni discorso, ad ogni azione, quando si è assieme: e qualora subentri la distanza deve essere costantemente ribadito per iscritto. Il patto di sangue viene rinnovato ogni volta, riconsacrato indelebilmente con l’inchiostro.

Ma come nasce un’amicizia? Tocqueville scrive a Kergolray: “Essa non può nascere a tutte le età: ma una volta che è nata, non vedo perché l’età dovrebbe indebolirla o farle cambiare natura”. Trattandosi della lettera di un ventiduenne vien da pensare che a suo giudizio un rapporto sincero, profondo, indissolubile possa avere origine solo nella giovinezza, quando ancora si è disponibili ai sentimenti puri. Non è però una semplice questione di innocenza, di assenza di cinismo: l’amicizia sembra potersi fondare per Tocqueville solo su esperienze forti vissute in comune, sui riti di passaggio condivisi nell’infanzia e nell’adolescenza, come con Kergolray e con Stoffels, o nell’ingresso alla maturità, come con Beaumont.

In effetti, per molti versi funziona così. La giovinezza propizia le complicità, le scoperte, le trasgressioni comuni; induce ad affrontare prove nelle quali ci si fa coraggio l’uno con l’altro, ci si affida l’uno all’altro in piena incoscienza, totalmente, come sarà possibile più tardi solo di fronte a situazioni estreme (sto pensando ad esempio alle spedizioni esplorative, alle ascensioni in montagna, alla guerra o alla lotta partigiana, che cementano rapporti di eccezionale intensità: ma anche in questo caso, in genere, si tratta di giovani). Queste esperienze si incidono nell’anima, e quando si pesca nella memoria sono le prime a riemergere. Occorre però distinguere.

C’è una prima forma di amicizia, direi meglio ancora primordiale, che è istintiva, spontanea, nasce da un rapporto di pelle e resiste, sia pure sbiadita, alle usure del tempo, alle diverse strade intraprese, alle possibili lunghe separazioni: non ha in effetti la necessità di sostanziarsi di nulla, nel corso degli anni, perché sono sufficienti a nutrirla i comuni ricordi. Sento ancora oggi il bisogno di rivedere ogni tanto vecchi compagni di giochi coi quali l’empatia era immediata, i miei uomini di banda, quelli con i quali ho affrontato le prime sale da ballo e magari anche le prime baruffe, sui campi da gioco e fuori, con i coetanei dei paesi attorno. Le regole fondamentali erano già valide allora: la lealtà, la sincerità assoluta, il sostegno prestato ad ogni costo. Soltanto, erano implicite. Mancava ogni coscienza e ogni riflessione sulla profondità e sulle ragioni di questo attaccamento, sul bisogno di condividere ogni esperienza, sulla sottile inquietudine di quando, al rientro da una breve assenza, ritrovavi gli altri a parlare di vicende cui non avevi partecipato. Non c’era del resto alcun motivo per cercare spiegazioni, o per sottoscrivere impegni: si faceva, si condivideva, ci si cercava, ci si azzuffava, tutto riusciva immediato e naturale. E naturale era anche, malgrado fossimo convinti ogni volta dell’indissolubilità dei legami, che tutto potesse finire. Questo tipo di rapporto non è infatti esclusivo: mantiene anzi una struttura aperta, nella quale possono essere inseriti di volta in volta nuovi elementi. Non essendo per l’appunto “razionale” non crea vincoli morali: è soggetto all’estro, all’impulsività, alla forte affinità fisica. Per certi versi proprio l’intensità fisica lo destina, se non alla dissoluzione, ad un rapido ridimensionamento.

È in definitiva un’amicizia tutta giocata sul presente, come del resto ogni sentimento dell’infanzia e della fanciullezza. Non guarda oltre, non si prefigge mete e finalità, e quindi non postula una futura coerenza. I turbamenti dell’amore, i doveri del matrimonio, della carriera, della famiglia, ecc …, tutte quelle cose che incombono all’orizzonte e che verranno a scombinare un equilibrio statico perfetto (parlo da ragazzo fortunato: so che purtroppo non per tutti è stato così) paiono lontani anni luce. Si hanno davanti vite diverse, ma questo ancora non si sa.

Tocqueville ha senz’altro vissuto intensamente questa fase, l’ha condivisa con Steffels e Kergolray, suoi inseparabili amici sin dall’infanzia, ai quali si rivolge con il “tu”. Le prime lettere, che risalgono a quando tutti e tre sono sui vent’anni, ci raccontano di macchinosi e improbabili complotti per una vacanza lampo in Inghilterra, all’insaputa dei parenti e con carte false, con Alexis nei panni dell’ispiratore e dell’organizzatore e gli altri che lo assecondano, malamente secondo lui, senz’altro piuttosto perplessi. Quelle successive già accennano ai casini sentimentali nei quali il solito ipercinetico Alexis riesce a cacciarsi, e dai quali gli amici cercano in tutti i modi di tirarlo fuori. Sempre all’insegna dell’uno per tutti, tutti per uno (che poi, nella fattispecie, sarebbe sempre lui). Ne viene fuori un’indiscussa leadership del giovane Tocqueville, più apparente però che reale, perché il suo ardore propositivo è temperato dalla necessità costante dell’approvazione di Kergolray (che non lascerà una riga di suo, ma alla cui revisione saranno sottoposti preventivamente tutti gli scritti di Tocqueville) e dal tacito riconoscimento di un suo superiore buon senso. Equilibrio dei poteri, come nelle migliori democrazie: c’è anche la funzione (non il potere) esecutiva, nel senso terra terra di chi viene a rimorchio, delegata a Stoffels. Messa così, si capisce anche perché poi Tocqueville pretenderà, transitato nella fase adulta, di mantenere intatto lo spirito di quel gruppo, governandolo però con la ragione e con la volontà.

La fase in cui nasce l’amicizia con Beaumont è invece quella della consonanza spirituale. Allorché si maturano degli ideali e ci si prefiggono delle mete si cominciano a selezionare le persone attorno a noi in base a questa condivisione. Ci si incontra e ci si riconosce attorno a dei progetti di vita o di società proiettati nel futuro, magari col tramite di maestri o con la complicità di letture comuni. È un rapporto eminentemente spirituale, a differenza del primo, che era connotato soprattutto dalla fisicità.

Tocqueville cerca sulle prime di trasferire in questa amicizia lo stesso impeto, gli stessi obblighi fisicamente vincolanti che caratterizzavano quelle precedenti. Scrive a Beaumont nel 1829, nel primo anno del loro sodalizio: “Sento che due uomini della nostra età che sono riusciti ad aprirsi vicendevolmente, a scendere fin nel fondo della loro anima, a toccarne tutti i punti cruciali, e a far crescere una relazione di amicizia e di intimità, sento che questi due uomini non possono più cambiare molto. Devono assolutamente restare amici per tutta la vita. E devono per forza di cose vedersi sovente ed è assolutamente necessario che rimangano l’uno vicino all’altro mantenendo l’abitudine di una grande confidenza”.

Non possono più cambiare molto”. La verità è che Tocqueville non vorrebbe cambiare affatto, si appella ad una adolescenziale immagine di se stesso e del mondo, piena di idealità e di speranze, mentre sente che quel mondo gli scivola sotto i piedi e che egli stesso comincia a vacillare. Quando Beaumont accetta il trasferimento da Versailles, dove i due lavoravano nello stesso tribunale e condividevano l’alloggio, gli fa quasi una scenata, rimproverandogli di aver tradito il patto, di aver anteposto la carriera alla salvaguardia di un sentimento sincero, ecc …; salvo poi riconoscere che non c’era alternativa. Ad offrire una nuova base e a dare sostanza diversa al legame sarà il viaggio comune in America, una di quelle esperienze che all’epoca potevano davvero segnare tutta la vita, e che se positivamente condivise (perché a volte può accadere anche il contrario) diventano il cemento di un’amicizia indissolubile. Non si tratta di un viaggio iniziatico, della scoperta fatta assieme del mondo fuori casa, delle sue crudeltà e del suo fascino, alla maniera per intenderci di Stand by me. La condivisione è in questo caso sia fisica che spirituale, ma è naturalmente il secondo aspetto quello destinato a pesare maggiormente nel futuro.

L’esperienza è tale da resistere anche al “tradimento” di Tocqueville, al suo scriteriato matrimonio (dal quale gli amici con molta discrezione, e inutilmente, dissentono): anzi, proprio il matrimonio, che rende impossibile la continuità di frequentazione predicata ossessivamente da Alexis, finirà per equilibrare il rapporto, sottraendolo all’imperiosità del dovere e riconducendolo ad un piacere (e ad una possibilità di difesa appunto, o di fuga momentanea, contro l’irrompere della vita – non solo matrimoniale, ma anche politica).

L’amicizia con Beaumont nasce quindi istintiva (questa componente c’è sempre, a tutte le età) ma si traduce poi in un legame elettivo, per il quale a scegliere non è più il cuore, ma la testa. È il tipo di rapporto che può instaurarsi ad esempio con colleghi coi quali si è percorso un tratto di cammino, sufficiente a far scoprire affinità e consonanze (il senso della “missione” educativa, la priorità del dovere, il fascino della montagna, l’amore “critico” per la letteratura o per la storia, ecc…). Con coloro dei quali ti ritrovi a immaginare, e quindi prima ancora a chiederti, cosa penserebbero e come reagirebbero in particolari situazioni.

È un’amicizia tranquilla, che non necessita di grandi prove, che ti rassicura e ti fa pensare come in fondo, anche senza impegni scritti e giuramenti, sia possibile incontrare persone con le quali vivere “come se”. Anzi, vivere e basta. Non hai bisogno di vederli spesso, ti è sufficiente sapere che ci sono per sentirti meno solo, per non cercare alibi ai cedimenti, per darti una spiegazione di come mai il mondo continui a funzionare.

Nell’equilibrio della maturità Tocqueville troverà spazio anche per un terzo tipo di amicizia, quella prettamente culturale. È il tipo di legame che può instaurarsi per la consonanza non degli ideali, ma degli interessi, e che quindi può nascere solo tra persone abbastanza smagate da non preporre gli ideali a tutto, da esercitare una certa tolleranza anche nei confronti degli ideali altrui, da prenderli almeno in considerazione, magari per confutarli, senza tracciare linee immediate di esclusione. Può nascere in qualsiasi stagione della vita, ma di solito coinvolge persone di età diversa.

Di un rapporto del genere parla Leopardi in una lettera a Pietro Giordani. “Quante volte ho supplicato il cielo che mi facesse trovare un uomo di cuore, di ingegno e di dottrina straordinario, il quale trovato potessi pregare che si degnasse di concedermi l’amicizia sua”. Non sta parlando di cameratismo, ma di sintonia intellettuale. E la ritiene possibile solo in particolari condizioni: “Quantunque si sia sempre detto che l’uguaglianza è l’una delle più certe fautrici dell’amicizia, io trovo oggidì meno verisimile l’amicizia tra due giovani che tra un giovane e un uomo di sentimento già disingannato del mondo, e disperato della propria felicità. Questo non avendo più desideri forti è capace assai più di un giovane d’unirsi ad uno che ancora ne abbia, e concepire vivo ed efficace interesse per lui, formando così un’amicizia reale e solida quando l’altro abbia anima da corrispondergli”. Leopardi ha ventidue anni, sta cercando un amico esperto e disinteressato del cui giudizio potersi fidare e dalla cui esperienza farsi guidare, e ritiene di averlo trovato nel molto più maturo Giordani. E Giordani? Cosa cerca in Leopardi? Beh, diciamo intanto che persegue una lusinga biologica: l’apprezzamento e la devozione di un giovane sono un ottimo investimento per il futuro, garantiscono una continuità ai geni culturali che si vogliono trasmettere. È il tipo di rapporto che può instaurarsi ad esempio con un allievo, se si ha l’onestà e l’accortezza di non degradarlo ad un plagio. Perché ciò non avvenga è necessario che la stima sia davvero reciproca, e tale da lasciare all’altro una completa autonomia di scelta, anche quando se ne dissenta. La ribellione al maestro è un passo avanti, l’abiura ad una amicizia è un fallimento.

Tocqueville sperimenta questo particolare legame con un giovane brillante e sicuro di sé, Arthur de Gobineau. Lo ha conosciuto per via di un articolo sulla situazione politica, è conquistato dall’ampiezza dei suoi interessi e delle sue conoscenze, è anche divertito dalla sua spavalderia, che a tratti diventa sicumera. Gli scrive: “Io sono di quelli che si sentono ben felici di poter lodare qualcuno, tanto che hanno una specie di riconoscenza verso chi procura loro questo piacere … Voi siete proprio quello che ci vuole per interessare. Avete, conoscenze svariate, molta intelligenza, i modi della migliore società. […] Aggiungete a tutte queste ragioni un’altra che vi lusingherà meno, ed è che non si sa bene, vedendovi, quel che avverrà di tante belle doti, e se le malattie epidemiche del secolo, di cui siete affetto allo stesso grado dei vostri contemporanei, non le renderanno del tutto vane. Sicché voi interessate per quel che potete essere e per quel che si teme che non siate”.

In effetti, quest’ultimo timore si rivelerà almeno in parte fondato. Una certa delusione Tocqueville arriverà a provarla, e a manifestarla, mano a mano che si renderà conto di dove vanno a parare gli studi e le conclusioni antropologico-filosofiche di Gobineau (“Le vostre dottrine sono approvate, citate, commentate da chi? Dai proprietari di negri e a favore della schiavitù perenne che si fonda sulla radicale differenza di razza”. 14 gennaio 1857). Non gli risparmierà alcuna critica e rifiuterà con fermezza di proporne l’opera alla pubblica discussione: ma con tutto questo non cambierà di una virgola la sua opinione sull’onestà e sulla profondità intellettuale del giovane diplomatico, e soprattutto non sentirà affatto scalfita l’amicizia che li lega. I due riusciranno a non incontrarsi per anni, in un curioso gioco di appuntamenti mancati per un soffio che ad un certo punto sembrerebbe essere persino voluto, e Gobineau non sarà tra i chiamati al letto di Alexis morente. Ma in effetti il tipo di rapporto nel quale rientra può essere coltivato anche a distanza, senza nulla perdere della motivazione iniziale: la stima, una volta concessa, perdura sino alla fine.

Vorrei chiudere con due contemporanei di Tocqueville, uniti anch’essi da un viaggio in America. Alexander von Humboldt e Aimée Bompland hanno percorso per cinque anni, tra il 1779 e il 1804, le zone più remote dell’America del Sud. Hanno visto assieme cose fantastiche, vissuto avventure incredibili e pericolose, compiuto vere e proprie imprese. Al ritorno la vita li ha separati, il mondo sembra aver avuto la meglio sulla loro amicizia. Ma in realtà non hanno mai smesso di corrispondere e di pensarsi. Una lettera di Bompland ad Humboldt del 2 settembre 1855 (sono entrambi ultraottantenni, non si rivedono da quasi quarant’anni, da quando Bompland è tornato in Sudamerica) dice: “Mi piace intrattenermi nella lettura delle tue opere; spesso mi sembra quasi di sentirti parlare, e questo risveglia in me dei piacevolissimi ricordi”.

È un commovente esempio della pacata solidarietà dei vecchi di fronte all’assenza di prospettive, di una forma di amicizia che si sostanzia soprattutto dei ricordi comuni: come a dirsi che in fondo la vita non la si è buttata, si sono vissute tante cose, e il ricordarle assieme le rende anche più vere.

Se avessero chiesto ad Humboldt perché a novant’anni continuava a scrivere a ritmi che avrebbero stroncato un ventenne, perché ancora si sobbarcava tutta quella fatica, quando ormai la gloria la conosceva da almeno sessanta, e il suo genio era stato riconosciuto e celebrato di qua e di là dell’oceano, avrebbe risposto: scrivo per Bompland, scrivo per gli amici.

Lo capisco perfettamente: è, nelle debite proporzioni, ciò che continuo a fare anch’io.

I testi cui faccio riferimento sono:
A. de Tocqueville – L’amicizia e la democrazia – ED. LAVORO 1987
A. de Tocqueville, A de Gobineau – Sul Razzismo – DONZELLI 2008
A. von Humboldt, A. Bompland – Correspondance – L’ARMATTAN, Paris 2004
Giacomo Leopardi – La vita e le Lettere – GARZANTI 1983
Stand by me (Ricordi di un’estate) è forse il più bel racconto di Stephen King, portato sullo schermo nel 1986 da Rob Reiner.
La citazione in esergo è tratta naturalmente da “Il Mucchio Selvaggio”, di Sam Peckinpah, 1969. Non so perché sia giudicato un film intriso di cupo pessimismo. Io lo trovo invece un inno all’amicizia: chi ha dimenticato ogni altro valore, chi ha disertato da tempo qualsiasi idealità, può trovare un riscatto, fosse anche suicida, solo in grande gesto d’amicizia. Magari non scriverei la lettera di Tocqueville, ma mi batterei al fianco di William Holden.

 

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